—In quanto a questo, le decretiamo subito il primo premio, e credo che nessuno se ne lagnerà,—disse il professore Damiati.
—Benissimo!—esclamarono gli altri applaudendo,—ed ora sentiamo questo racconto.
—Ed io rinuncio ad illustrarlo,—disse Mario,—mi sono stancato troppo colla mia composizione.
Maria aveva già cercato nella sua cartella il racconto che avea promesso di leggere ed incominciò.
Tom e Frida erano fratello e sorella, e non sapevano in qual modo si fossero trovati a far parte del circo equestre diretto dai signori Harris, nè perchè li chiamassero con quei nomi esotici, essi che erano nati sotto il bel cielo d'Italia.
Tom era maggiore di Frida di quattro anni, e aveva soltanto un vago ricordo della sua infanzia.
Si rammentava, come in sogno, un bel paese illuminato dal sole, dove stava tutto il giorno all'aria aperta, in mezzo al profumo dei fiori, allegro e felice; poi una notte mentre dormiva nel medesimo lettuccio con Frida, si ricordava d'aver sentito tremare la casa, poi un rombo, un grido, e avea visto il palco della camera abbassarsi in modo che poteva toccarlo colle sue manine, e tanti sassi, tanta polvere, da rimanere accecati, poi più nulla.
Qualche tempo dopo si era trovato nel circo del signor Harris, assieme ai cani sapienti, alle scimmie ammaestrate ed ai cavalli addestrati all'alta scuola.
Aveva sentito parlare d'esser stato salvato colla sorella quasi per miracolo al tempo del terremoto di Casamicciola, perchè la trave della sua stanza avea formato come un arco sopra il letto, impedendo alle macerie di schiacciarlo assieme alla sorella.
Essendo rimasti soli al mondo, la signora Harris era stata così buona da accoglierli nel suo circo, per educarli all'alta scuola come i suoi cavalli.