Tutti si alzarono, e vi fu nel salotto un momento di silenzio vedendo entrare nella stanza modesta quella bella signora vestita colla massima eleganza. Ma essa fece cenno che nessuno si scomodasse, e rivoltasi a Maria, disse che avea saputo il pericolo corso dal suo Alberto e avea voluto condurlo in persona a ringraziare il suo salvatore.
Così dicendo essa dava intorno un'occhiata come per cercare a chi dovesse rivolgersi.
Maria chiamò Vittorio, il quale si fece innanzi tutto confuso; la signora Guerini lo accarezzò, lo presentò al figlio, dicendogli:
—Spero che sarete amici, e il mio Alberto non si dimenticherà mai che l'hai salvato da un gran pericolo.
—Io non ho fatto nulla che meriti tutti questi elogi, è stata una combinazione, ho veduto una brutta bestia e l'ho uccisa.
—Sei altrettanto modesto quanto coraggioso!—disse la signora che si era seduta, e indirizzato il discorso a Maria le fece molti complimenti dell'aver educato così bene quei ragazzi.
—Creda che non ci ho alcun merito,—disse Maria,—quando hanno una natura buona, riescono bene.
La signora parlò ad uno ad uno a tutti i ragazzi e chiese i loro nomi, poi presentò la sua figlia Elvira, che poteva avere l'età di Elisa, ma se ne stava silenziosa accanto alla mamma e non osava parlare.
—È molto timida,—disse la signora Guerini,—ma spero che farà amicizia colle bambine, come già vedo Alberto che fa coi ragazzi….
Infatti Alberto parlava con Carlo che avea interrotta la lezione e con Vittorio, poi osservava gli scarabocchi di Mario e si smascellava dalle risa vedendosi rappresentato sul punto di esser morso da un cane, scappando da una parte mentre Carlo scappava dall'altra.