LEON. Traetevi in disparte.—
Eccomi solo: io t'odo.

AGIDE A te non parlo, quale a suocero genero; ancor ch'io oltre ogni dire una consorte adori, ch'è delle figlie esemplo.

LEON. Alto legame ell'era, è ver, fra noi, pria che di Sparta tu mi cacciassi in bando.

AGIDE Il so; né debbo parlarten ora, poiché allor tel tacqui. Non ch'io allor l'obliassi, e il sai; ma in core Sparta allor favellavami, al cui grido ogni altro affetto in me taceasi, e tace.— Di Sparta il re, di me il nemico sei: ma, se nol sei di Sparta, oggi dai Numi giá protettori della patria chieggio, e impetrar spero, un sí verace e forte alto parlar, che da me stesso or vogli apprender tu pronto e sicuro il modo, onde ottenere oltre tue brame forse…

LEON. Oltre mie brame? E ciò ch'io brama, il sai?

AGIDE Di me vendetta, a tutte cose innanzi, brami, e l'avrai; dartela piena io voglio. Durevol possa, è il tuo desir secondo; e additar ten vogl'io la vera base. Né basta; io t'offro alto infallibil mezzo, onde acquistar cosa ben altra, a cui forse il pensier mai non volgesti; e tale, che pur (dov'ella ad acquistar sia lieve) tu sprezzarla non puoi. Perenne, immensa procacciartela ancora…

LEON. E fia?…

AGIDE La fama.

LEON. —Meglio sai torla, che insegnarla altrui— Meco il trono occupasti; al ben di Sparta meco tu allor, per comun gloria nostra, concorrer mai non assentivi: al tuo privato ben tu sol pensavi, e a farti su la rovina del mio nome un nome. Quindi all'esiglio me, Sparta al suo rogo, spingevi tu. Non io perciò disegno far mie vendette; io ben di Sparta afflitta farle or dovrei; ma il vieta a me di vera pace l'amor: pace, cui presti ancora sono a sturbare (abbenché invano) i tuoi pessimi tanti. Amor di pace, in somma, di Sparta a nome ora ad offrirti trammi perdono intero…

AGIDE Intero? è troppo.—Or via, nessun quí c'ode; il simular, che giova? Ch'io non ti legga in cor, tu giá nol credi; che tu il cangiassi, creder nol mi fai. Cred'io bensí, che il tormi e scettro e possa, per or non basti a far sul trono appieno securo te. Ben sai, che infin ch'io vivo, un altro re collega tuo crearti ligio non puoi: ma, né pur osi a un tempo uccider me, perché dei molti in core sai che tuttora io regno. Ecco i veraci tuoi piú ascosi pensieri: odi ora i miei.— Io, mal mio grado, entro all'asil mi chiusi; spontaneo n'esco; e oppor poss'io, se il voglio, alla forza la forza: all'arte opporre l'arte, né il so, né il voglio. Omai convinto esser tu dei, che in mio favor né stilla versare io vo' di cittadino sangue. Solo or mi vedi; in tuo poter mi pongo; supplice me per la mia patria miri: non che la vita, io son per essa presto a darti la mia fama.