POPOLO Ei qual reo non favella: è forza averne maraviglia, e pietade.

LEON. È ver, Spartani: sedotto ei fu da Agesiláo; par degno di perdono il suo errore. Il chieggo io stesso da voi, per lo mio genero; per quello, che la vita salvommi…

ANFAR. Or stai davanti al senato ed agli efori: con essi parlar tu dei, Leonida. Le tue ragion private ai pubblici delitti non tolgon pena; né il perdon precede mai la condanna.

LEON. Io, non che darla, udirla né pur vo' dunque. Agide a morte porre non volli io, no, benché morire ei merti. Trarlo fuor dell'asilo, udirlo, e innanzi ai giudici convincerlo; ciò solo importava, ed io 'l feci: altro non resta a far contr'esso.—Ah! se del popol voce, se del re preghi vagliono al cospetto del senato e degli efori, da loro vedrassi (io spero) di clemenza, in breve, nobile al par che memorando esemplo.

SCENA QUINTA

ANFARE, POPOLO, EFORI, SENATORI.

ANFAR. Generoso nemico, ottimo padre, buon cittadin, Leonida; compiute egli ha sue parti tutte: a noi le nostre di compier resta.—Agide è reo convinto di maestade lesa: a lui, qual pena giusta si aspetti, efori, il dite.

EFORI Morte.

POPOLO Efori, ah! grazia or vi chieggiam noi tutti, purch'ei lo stato omai non turbi…

ANFAR. Udite?… Lo udite voi, questo fragor tremendo, che a noi si appressa? In suo favor di nuovo giá tumultua la plebe. Agide vivo, e queta Sparta? ella è lusinga stolta.