LEON. Che fará dunque Agide tuo? piú a lungo racchiuso starsi omai non può, s'ei teme la infamia vera.

ANFAR. E molto men può Sparta nelle presenti sue strane vicende d'un de' suoi re star priva. Agide il nome tuttor ne serba; e il necessario incarco pur non ne adempie: mal sicura intanto e dentro e fuori è la cittá; sossopra gli ordini tutti; e manca…

AGESIS. Agide manca; e con lui tutto. Al par di noi ciò sanno i nemici di Sparta, in cui novello fea rinascer terror dell'armi nostre Agide solo. Sí, gli Etoli feri, cui disfar non sapea canuto duce il grande Aráto co' suoi prodi Achei, tremar d'Agide imberbe; antico tanto spartano egli era.—A non imprender cosa or contro a lui, Leonida, ti esorto: che se pur anco, ingiusto spesso, il fato palma or ten desse, onta non lieve un giorno ne trarresti dal tempo, e danno espresso della patria. Non so, se patria un nome sacro a te sia: ma primo, e forte tanto nome è fra noi, che se in mio cor sorgesse un leggier dubbio mai, ch'anco i pensieri, non che d'Agide l'opre, al ben di Sparta non fosser volti tutti, io madre, io prima, il rigor pieno delle sante leggi implorerei contra il mio figlio.—Or dunque opra a tuo senno tu: tremar non ponno Agide mai, né chi a lui dié la vita, che per la patria lor: tu, benché in armi, ed in prospera sorte, entro al tuo core conscio di te, sol per te stesso tremi.

LEON. Donna, sei madre; e d'uom ch'ebbe giá scettro, il sei; quind'io ti escuso. In voi temenza non è; di' tu? meglio per voi: ma Sparta, gli efori, ed io, vi diam sol uno intero giorno, a mostrar questa innocenza vostra, sempre esaltata e non provata mai. Esca al fin egli, e se difenda; e accusi me stesso ei pur, se il vuol: tranne l'asilo, tutto or gli sta. Ma, se a celarsi ei segue, digli, che al nuovo dí né Sparta il tiene piú per suo re, né per collega io il tengo.

SCENA TERZA

AGESISTRATA, ANFARE.

ANFAR. Dal fresco esiglio inacerbito ei parla: ma, non ha Sparta l'ira sua.—Dovresti, tu cui son cari Agide e Sparta, il figlio piegare ai tempi alquanto, e indurlo…

AGESIS. A farsi vile, non io, né voi, né Sparta indurlo mai non potremmo. Che del re lo sdegno non sia sdegno di Sparta, assai mel dice l'immenso stuolo di Spartani in folla presso all'asilo d'Agide ogni giorno adunati, che il chiamano con fere libere grida ad alta voce padre, cittadin re, liberator secondo, nuovo Licurgo. Assai pur alta e vera esser de' in lui la sua virtú, poich'osa laudarla ancor con suo periglio Sparta; poiché, piú del terror dell'armi vostre, può in Sparta ancor la maraviglia d'essa.

ANFAR. Si affolla e grida il popolo; ma nulla opra ei perciò: né i ribellanti modi altro faran, che inacerbir piú sempre contra il tuo figlio i buoni. Assai tu puoi, d'Agide madre, entro a spartani petti, e sovr'Agide piú: quelli (a me il credi) al cessar dai tumulti, e questo or traggi, per poco almeno, all'adattarsi ai tempi. Se il ben di tutti e il ben del figlio brami, fra víolenze e rabide contese, mal si ritrova, il sai. Se in ciò tu nieghi caldamente adoprarti, e Sparta, ed io, e Leonida, a dritto allor nemici crederem voi di Sparta; allor parranno, a certa prova, i vostri ampj tesori malignamente accomunati in prezzo, non di uguaglianza, di comun servaggio. Dell'alte imprese, ottima o trista, pende dall'evento la fama. All'opre vostre generose, magnanime (se il sono) macchia non rechi il rio sospetto altrui, che giustamente voi pentiti accusa del tanto dono; e del volerne infame traffico far, vi accusa. Io tutto appieno, qual cittadin, qual eforo, ti espongo; non qual nemico: a voi l'oprar poi spetta.

SCENA QUARTA