SOFON. O Massinissa, ti abborrisco se omai…

SCIP. Me sol, me solo
uccider puoi; ma fin ch'io vivo, il ferro
non torcerai nel petto tuo.

MASSIN. —Rientro
al fine in me.—Scipion, tutto mi hai tolto;
perfin l'altezza de' miei sensi.

SOFON. Ingrato!… Puoi tu offender Scipione? Ei mi concede, come a Siface giá, libera morte; mentre forse ei vietarcela potea: a viva forza ei ti sottragge all'onta di morte imbelle obbrobriosa: e ardisci, ingrato ahi! tu, Scipio insultar? Deh! cedi, cedi a Scipion; fratello, amico, padre egli è per te.

MASSIN. Lasciami omai: tu invano il furor mio rattieni. Morte,… morte… io pur…

SOFON. Deh! Scipio… ah! nol lasciare: altrove fuor della vista mia traggilo a forza. Ei nato è grande, e il tuo sublime esemplo il tornerá pur grande: a Roma, al mondo sua debolezza ascondi… Io… giá… mi sento gelar le vene, intorpidir la lingua.— A lui non do,… per non strappargli il core,… l'estremo addio.—Deh! va: fuor lo strascina… ten prego;… e me… lascia or morir,… qual debbe d'Asdrubal figlia, entro al… romano campo.

MASSIN. Ah!… Dalla rabbia, dal dolor… mi è tolta… ogni mia possa… Io… respirare… appena,… non che… ferir…

SCIP. Vieni: amichevol forza usarti vo':

(Strascinandolo a forza verso le tende.)

non vo' lasciarti io mai… né mai di vita il tuo dolor trarratti, se il tuo Scipione teco ei non uccide.