— No: — interruppe vivamente Ernesto. — Dove, come e quando vi fu caso che gli si domandasse le prove della sua nobiltà e i titoli de’ suoi quarti? Egli si presentò col titolo di conte, e può giustamente portarlo. Avresti voluto che a ciascuno di coloro con cui stringeva conoscenza e’ si mettesse a raccontare la storia della sua famiglia e di suo padre? Ora è nata la prima volta verso di noi l’occasione di chiarire le cose, ed ecco ch’egli si affretta a dichiarare lealmente la verità....
— Sfido io a far diversamente!
— Il caso l’ha posto in rapporto meco, facendomelo incontrare in un ambiente sociale che è il nostro; egli fu meco gentile, generoso, si fece amare e stimare; di te, che l’hai trattato liberamente nelle pareti domestiche, e l’hai visto nelle più eleganti adunanze, ha conquistato l’animo eziandio colla nobiltà, il garbo e la squisitezza delle maniere, e si è dunque dimostrato pari e degno di stare a pari con qualunque del più aristocratico sangue....
— Cioè, cioè: — interruppe con un po’ di bizzarria Enrico: — qualche cosa c’è pure in lui che rivela una estrazione inferiore, qualche cosa di volgare....
— Eh via! — esclamò subito il primogenito con quel suo fine sorriso: — gli è adesso solamente che te ne accorgi; prima d’ora non lo avevi scoperto mai. Ad ogni modo bada bene; te lo ripeto, Enrico, e come preghiera e come ammonimento, qual capo della famiglia e anche in nome di nostra madre; tu incontrando Camporolle guardati assolutamente dall’essere provocatore. Sarebbe un brutto fatto che mi dorrebbe assai, sarebbe una disgrazia per me una contesa fra mio fratello e colui che, anche scoprendosi non nobile, non cessa d’essere mio amico.
Enrico chinò il capo come ossequente all’autorità famigliare rappresentata dal fratello primogenito, ma con aria poco persuasa e poco soddisfatta.
Alfredo, in attesa della risposta di Ernesto, aveva passate delle ore d’ansia dolorosissima, confortato poco e a rari intervalli da lieve speranza, affannato da crudele paura quasi sempre. Anzi quanto più il tempo passava e più cresceva la paura e più rari e meno efficaci si facevano i momenti di speranza: finchè giunto il biglietto dalla calligrafia del cui indirizzo egli vide essere del fratello di Albina e avutolo fra mano, l’emozione fu tanta che ogni vigore gli venne meno ed egli dovette abbandonarsi sopra una seggiola senza avere nemmeno la forza di rompere il suggello stemmato della bustina e leggere il foglio contenutovi che recavagli la sentenza del proprio destino.
Calmato finalmente un poco il tumulto del suo animo egli potè leggere la lettera d’Ernesto che era del tenore seguente:
«Caro Alfredo. Tutto il mio desiderio di contentarti, di stringer teco, oltre quelli dell’amicizia, vincoli più potenti ancora e più cari, si rompe innanzi ad un fatto, di cui avevo già subodorata l’esistenza, e ora ho acquistato la certezza, ed è la reciproca affezione, nata fin dalla puerizia, che passa fra mia sorella e nostro cugino Giulio, la quale affezione capirai anche tu come non ci sia ragione di contrastare. Fu anzi l’idea di questo fatto che mi rese così riserbato quando tu mi apristi il tuo animo; e tu quindi mi perdonerai e quel riserbo e la presente risposta che sarei stato lietissimo di poterti dare invece nei termini che più ti appagassero. Spero che ciò non riuscirà ad alterare per nulla fra noi quel sentimento di vera amicizia, col quale, mi dico sempre tuo affezionatissimo Ernesto Sangré di Valneve.»
Alfredo lesse d’un fiato, e non capì bene alla prima quello che aveva letto.