— E ch’egli sapesse?... — proruppe il marchese: — Oh sarebbe troppa infamia!
Il Pancrazi si strinse nelle spalle.
— Io questo non affermo, nè nego: — disse colla sua voce monotona, piena d’indifferenza. — Certo dove il conte Sangré e l’austriaco si dovessero battere, quell’Arpione non aveva potuto apprenderlo che dal conte Alfredo, il quale era padrino del primo dei due campioni; e l’esistenza della congiura mi pare impossibile l’abbia potuta conoscere da altri. Io pensai bene ad ogni modo farli arrestare tuttedue...
— E il colpo così potè esser fatto da un altro? — disse maliziosamente il Cavour battendosi le nocche delle dite con un tagliacarte.
— Ma allora, — disse facendo una smorfia molto significativa il Respetti, — colui sarebbe niente meno che un rivelatore... o per disgrazia o di proposito!
— No, non credo che si possa dire codesto di lui: — esclamò con qualche vivacità il ministro. — Si ricordi, marchese, che quel tale andò soldato volontario in Crimea e vi si battè valorosamente, e ciò non è da anima bassa.
— Io non ho più nulla da aggiungere sul conto di quell’individuo: — disse freddamente il Pancrazi, come per sollecitare il suo congedo; e il ministro glie lo diede con un atto della mano a cui egli fu lesto ad ubbidire, sparendo dietro la portiera, dopo aver fatto un profondo inchino.
— Ed ora, caro marchese, — disse il Cavour, rimasto solo col Respetti, — non ho bisogno di raccomandarle riguardo a tutto questo la maggior prudenza possibile.
— Eccellenza, — rispose il marchese, — di quello che ho appreso, io mi servirò soltanto per iscongiurare il pericolo d’una disgrazia per la famiglia Sangré: e ciò farò, glie lo assicuro, colla maggior prudenza possibile.
E invero se le cose fossero state condotte interamente dal marchese, egli avrebbe fatto di tutto per evitare ogni scandalo, e ci sarebbe probabilmente riuscito; ma qui si ebbe da fare coll’impetuosità, coll’orgoglio, collo sdegno intollerante e superbo del cavaliere Enrico, a cui ogni consiglio di temperanza pareva debolezza e peggio.