Uscì con mille inchini e salutazioni.
—Bella carità! esclamò Rosina facendo il pugno dietro il proprietario partitosi; quindici giorni di tempo! Come faremo a mettere insieme i denari dell'affitto?… ed a pagare gli altri debiti?… ed a mangiare tutti i giorni?
—Mi farò pagare dallo speziale, disse Antonio.
—Sì che questo ci vorrà mantener grassi!
Vanardi prese una grande risoluzione.
—E… e scriverò anche una volta una lettera di supplicazioni a mio zio padrino.
Il signor Marone scendendo le scale borbottava fra sè:
—È proprio strana! Una rassomiglianza cotanta non l'ho mai vista. Dev'essere quella dessa… Eppure!… Orsacchio!… Non ho mai sentito questo nome… Eh, sì! un nome si fa presto a cambiarlo. Ho sempre pensato che nell'esistenza di quei due c'era un garbuglio… Sta a vedere che adesso lo vengo a scovar fuori. Certo, agirò con molta prudenza, ma ho in mente che quel quadro non mi lascierà perder nulla della mia pigione, e che anzi vi può essere qualche buon affare da trarne profitto… Giusto! Di quest'oggi stesso voglio andare a Valnota a farne motto al signor Nicolazzi… Appunto con questa occasione ne esigerò l'affitto. Vedremo! vedremo!
V.
La Rosina, dopo la partenza del proprietario, aveva accennato di voler continuare il suo repetio; ma Vanardi era allora ricorso ad un suo mezzo estremo, di cui, appunto per non ispuntarne l'efficacia, non usava che rarissimamente, nelle occasioni solenni.