Virginia mostrò non avere udito e parve tutta intenta a contemplare l'abbigliamento d'una signora che passava.
Non se ne parlò dell'altro ed avreste detto che la nobile fanciulla non pensava più menomamente a codesto. Ma così non era. Quando la carrozza si incontrò nuovamente nella cavalcata dei giovani fra cui si trovava e davvero spiccava primo per leggiadria Francesco, Virginia vide da lontano la faccia simpatica e lo sguardo adorativo di lui, ma volse altrove senz'affettazione il suo volto e credette di potere lasciar trapassare l'elegante cavaliere, senza favorirlo altrimenti d'una occhiata; ma quando egli fu proprio all'altezza della carrozza in cui ella si trovava, fece corvettare il suo cavallo che parve inalberarsi e imbizzarrire. La compagna di Virginia mandò una lieve esclamazione; la giovane non ci potè reggere e si volse a guardare. Gli occhi loro s'incontrarono nuovamente: poi egli raccolse le briglie, eccitò cogli sproni il destriero che si slanciò avanti e passò. Fu un lampo; ma la prima impressione ricevutane senza che Virginia punto se ne accorgesse, era in lei ribadita.
— Quasi mi ha fatto paura: disse l'amica di Virginia sorridendo; ed ho avuto torto, perchè il sig. Benda è uno dei più abili cavalieri della nostra città.
Virginia non disse parola, ma dopo un momento di silenzio, domandò con indifferenza quasi sbadata:
— Tu lo conosci di molto?
— Chi? Il signor Benda?
La ragazza fece col capo un cenno affermativo.
— Mio marito lo tratta con una certa famigliarità. Egli viene qualche volta a casa nostra. Mi porta tutte le nuove composizioni che fa, e me le suona egli stesso. Se tu le udissi eseguite da lui, quelle coserelle acquistano ancora maggior valore. Sa dare loro un'espressione, un sentimento!... È un buonissimo musico, ti assicuro... To, un giorno o l'altro, se ti piace, te lo voglio far sentire.
— Mi farai piacere; rispose tranquillamente Virginia.
Quel giorno medesimo, venuto il vespro, la nobile ragazza, rinchiusasi nel suo salottino, dove stava il gravicembalo su cui soleva studiare e da cui cercare il diletto di qualche ora della sua giornata, suonava con nuovo e maggior sentimento la romanza il Crepuscolo. La notte era mezzo caduta, e Virginia non aveva voluto alcuna luce. Regnava in quella stanza lo scuriccio d'una sera quasi invernale. Le bianche mani della ragazza correvano con tutta agevolezza sui tasti a suscitarne quella melodia ch'ella sapeva a memoria, ed una languida dolcezza, maggiore d'ogni altra volta, pareva col suono di quelle note invadere l'anima e la fantasia della leggiadra suonatrice. In mezzo alle varie e vaghe immagini che, come di solito, venivano ad aleggiare intorno a lei, una le si presentava nuova, e più precisa e più spiccata: quella d'un aitante cavaliero di aggraziate forme e sembianze, del quale parevale scorgere in quel buio la fiamma dello sguardo.