In quella giungeva il sedicente Medoro Bigonci, ossia Mario Tiburzio il carbonaro, il quale, come abbiamo veduto, credeva opportuno confabulare colla portinaia un momento prima di salire all'alloggio di Vanardi.
Se l'istinto di cospiratore, in Mario Tiburzio, gli aveva fatto presentire la spia e il poliziotto nell'uomo che trovavasi nel camerino della portinaia, l'istinto proprio del segugio di polizia aveva da parte sua fatto subodorare a Barnaba in quel sedicente artista di canto qualche cosa che sapeva della ribellione alle leggi ed all'ordine vigente, e Mario non s'era niente affatto sbagliato, quando aveva creduto di accorgersi che quello sconosciuto, tuttochè cercando nascondersene, lo osservava con esperta attenzione.
Appena Mario venne fuori della stanza di monna Ghita, Barnaba disse vivamente a quest'essa:
— Quegli è il cantante Medoro Bigonci?
— Appunto. Gli è un pezzo che mi ha promesso dei biglietti d'entrata al teatro per me e per mio figlio.... il quale si chiama Bastiano come suo padre, ma spero che non diventerà un bestione come suo padre.
Barnaba meditava fra sè.
— L'aspetto di quell'uomo non mi è nuovo. Fra le tante figure che mi sono passate innanzi nella mia vita così avvicendata, vi fu certamente anche quest'essa; ma dove e quando e come?.... L'accento della sua parola è romano.... che io abbia dunque veduto codestui nel mio soggiorno a Roma?
Ad un tratto la nebbia che avvolgeva i suoi sovveniri parve squarciarsegli innanzi alla mente, e credette veder chiaro in essi, col suo vero nome e col vero esser suo, la figura dell'uomo che era passato.
Non potè frenare un'esclamazione, mentre e' si diceva a se medesimo:
— Conviene che ne esamini di meglio la persona, che lo veda almanco a camminare.