«La plebe dalla grande rivoluzione, a dispetto delle audacie demagogiche e delle utopie sociali che si presentarono alla luce del giorno, non ebbe, nella divisione dei benefizi, che una menoma parte: appena se la ricognizione di alcuni diritti, la concessione di pochi; la precarietà delle sue condizioni non fu mutata, la sua emancipazione dalla miseria, o tentata soltanto e male, o pretesa attuare con ispedienti più nocivi e minacciosi dei diritti d'altrui. Il torto non fu degli uomini nè degli avvenimenti: fu della necessità delle cose. Il nostro ceto non trovavasi ancora in condizione da approfittare della rovina della società antica per farsi, nella ricostruzione della nuova, un posto migliore. Era giusto che il ceto medio ne vantaggiasse egli primo e quasi esclusivamente, perchè quella rivoluzione era opera sua, da lunga mano egli ci si era preparato, nel suo seno era sôrta quell'agitazione filosofica di criticismo che aveva arrivate ed affascinate anco le sfere superiori e preparava nell'ordine delle idee quella distruzione del vecchio che doveva poi aver luogo così meravigliosamente ne' fatti. A tutto ciò la plebe non aveva collaborato che con qualche tumulto suscitato dalla miseria, andando a gridare, sotto alle finestre di quella che era ancora per lei la Provvidenza incarnata, voglio dire la monarchia, che aveva freddo e che aveva fame. Quando la rivoluzione, facendo come Saturno, ebbe divorato i migliori suoi figli, ella era entrata un momento nel campo lasciato libero, ma con non altro concetto direttivo che le follie o tristi o puerili degli Hebert, dei Babeuf e dei Clootz, col tristo corteggio delle tricoteuses della ghigliottina, allo sciagurato lampo della lama sanguinosa di quello stromento di morte.

«La rivolta del 1830 non giovò molto di più all'emancipazione della plebe. Non fu che una vendetta della borghesia verso la ristaurazione che aveva creduto poterla rigettare di nuovo sotto la dominazione delle vecchie schiatte feudali.

«Poi la quistione si complicò sventuratamente con quella della forma politica. Gli amici della plebe credettero che il vantaggio di essa più facilmente si otterrebbe col trionfo del partito repubblicano; e questo non ha tuttavia guadagnato la maggioranza delle coscienze e delle opinioni in Europa.

«La forma politica non vi ha da che fare. Anche la monarchia può soddisfare a ciò che pretendesi dalla giustizia verso le basse classi, che queste cominciano anche inconsciamente a domandare, che esige la legge medesima del progresso umano. Per questo è necessario oramai entri in azione l'elemento della plebe: quella forma politica qualsiasi, monarcato o repubblica, che saprà sinceramente accettare ed aiutare siffatta entratura e fondarcisi, avrà assicurate le proprie sorti soddisfacendo al bisogno dell'epoca....

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«Quella classe che alla plebe dovrebbe tendere la mano è la borghesia. Uscita da poco, da ieri soltanto, fuor di quel baratro di soggezione, d'ignoranza e di miseria dove s'agita ancora il volgo, dovrebbe facilitare il cammino ai suoi fratelli. L'onda del progresso manda i derelitti a battere alla porta dell'edificio della civiltà dove banchettano i gaudenti, dov'è sapere e ricchezza: gli arrivati dovrebbero aprir loro il varco perchè colla violenza non lo dischiudano: colla violenza che tutto manda sossopra. Lo dovrebbero per generosità, lo dovrebbero per interesse: la borghesia, appena arrivata, lotta ancora coi tronconi tuttavia potenti dell'idra del passato che la scure della rivoluzione ha infranto, non ha spento del tutto. Le stanno a fronte più che tenacissimi, risuscitati a nuova vitalità, i resti del feudalismo, il militarismo, la teocrazia uniti in istretta lega dall'esperienza del comune pericolo a cui soggiacquero: un'alleanza fida, sicura, potentissima la troverebbe nella plebe.

«Anche la monarchia potrebbe avvantaggiarsene. Quel dì ch'essa apertamente si facesse redentrice delle plebi avrebbe schiacciato ogni rimasuglio di resistenza aristocratica, avrebbe scongiurato ogni rischio del dottrinarismo liberale borghese. E l'aristocrazia? Quando chiamasse ella stessa al desco fraterno della civiltà le classi tenute finora da esso lontane, nulla avrebbe a temer più della rivalità del ceto mercantile. Avrebbe trovato una forza nella dignitosa clientela di diritti che dimani avranno la foga di passioni e la terribile ragione del numero. Ma per ciò l'aristocrazia avrebbe da mutarsi del tutto d'indole e di essenza. E ciò, com'è oggidì, non vuole, non ha il coraggio da tanto, non ne ha neppure l'intelligenza. La borghesia liberale è ancora più adatta a quest'opera eccelsa e fatale, da cui ha da sorgere la società novella del venturo secolo; ma la borghesia in un accesso di cieco egoismo diffida e teme dei fratelli da cui si è separata da un giorno soltanto; e l'occhio volto esclusivamente alla ragion del guadagno ed alla materialità del suo benessere, dimentica la sua missione e i suoi veri interessi medesimi.

«Guai, guai a chi volesse di questa forza servirsi come d'una leva pel conseguimento de' suoi fini particolari, e di poi gettarla od infrangerla! Una volta affrontato il problema, o il suo scioglimento graduato ma logico e fatale, o la crisi la più spaventosa che abbia mai attraversato l'umanità.

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Il marchese cessò un istante dal leggere e stette meditando.