CAPITOLO II.

Si era verso la fine dell'anno 1820. Che si avesse a vedere qualche novità in Piemonte molti dicevano, parecchi speravano, pochi affatto credevano. Carlo Alberto principe di Carignano continuava ad essere il centro di quel movimento liberale che aveva preso proporzioni abbastanza considerevoli nell'aristocrazia piemontese, la quale aveva sognato un momento poter giungere a sostenere presso la monarchia sabauda e presso il popolo subalpino quella parte moderativa e di dominatrice influenza che da secoli è tenuta dalla nobiltà del sangue, del merito e del denaro nell'isola inglese. S'era visto i medesimi Borboni di Francia accettare una costituzione; perchè non l'avrebbero accettata anco i Savoia? Alcuni spiriti aristocratici, mossi senza saperlo dalla forza impellente del progresso, vagheggiavano la distinzione e l'autorità di una parìa ereditaria nella loro famiglia colla guarentigia d'una libera tribuna. Credevano con questo modo risuscitare sotto forme novelle contro il trono, il feudalismo schiacciato dalla monarchia assoluta, e non s'accorgevano che aprivano la strada ad un più forte, nuovo, invasore potere, quello della libertà che non poteva a meno di far capo alla sovranità popolare. Ma ciò scorgevano bensì alcuni dei più generosi e dei più ardenti patrioti; i quali, oltre alle libertà interne miravano ancora ad un altro sacrosanto scopo; quello dell'indipendenza della comune patria dallo straniero.

La costituzione in Piemonte, speravano, sapevano, volevano che fosse la guerra all'Austria; guerra che non si aveva da conchiudere se non colla cacciata degl'imperiali al di là delle Alpi, ed ardenti giovani ufficiali, anche di aristocratico sangue, affrettavano coi voti e volevano affrettare coll'opera questo grandissimo fatto. Santorre Santarosa, nobile recente, ingegno non comune, degno d'andare fra i primi in qualunque tempo e presso qualunque popolo per cuore e per forza di volontà; Santorre Santarosa sapeva e voleva precisamente lo scopo necessario, legittimo, ultimo di quell'agitazione liberalesca, e spingeva verso di esso con ogni suo potere.

Ma i più dei nobili ritornati, colla ristaurazione dei Principi, a riprendere i loro privilegi, le loro cariche, le loro ricchezze, l'autorità, non capivano come fra i proprii compagni di casta ci fossero dei matti che, per una, secondo essi, poco illuminata ambizione, cercassero di cambiare ciò che era il meglio nella migliore delle monarchie assolute aristocratico-militari, e volessero porre a repentaglio i vantaggi attualmente posseduti per diritti e politiche guarentigie, di cui si poteva benissimo fare senza. Codestoro avversavano accanitamente cotali novatori; e tra essi era de' più accesi il vecchio marchese di Baldissero, padre di quello che abbiam conosciuto per capo della famiglia al tempo del nostro racconto. Egli era stato uno dei più fieri odiatori della rivoluzione di Francia, dell'impero e di Napoleone; ed odiava ogni novità, come un fanatico inquisitore sapeva odiare le eresie; aveva seguito il suo re in Sardegna, aveva trovato crudelissimo quell'esilio e ne aveva accresciuto il rancore ai giacobini (sotto il qual nome egli comprendeva tutti quanti non la pensassero esattamente come lui nella strettezza delle sue idee cattoliche, monarchiche, assolutiste); tornato nel continente con Vittorio Emanuele, era stato uno dei più caldi ed insistenti a dare quello sciocco, funestissimo consiglio che fu pur troppo messo in pratica, di ritenere come non avvenuti gli anni d'interruzione nel regno di Casa Savoia, di cancellare con un frego tutta la storia della dominazione repubblicana ed imperiale, e distrutta ogni innovazione, riprendere e rifare le cose come si trovavano a quel medesimo punto in cui il Re dovette fuggire innanzi allo spirito rivoluzionario rappresentato dalle baionette francesi. Ogni progresso legislativo, politico, sociale, civile fu tolto di mezzo: si volle rievocare la società del secolo scorso morta e sotterrata: e l'ultimo Palmaverde (annuario di Corte e degl'impieghi) fu preso per norma di distribuzione delle cariche di cui si spogliarono i titolari per rivestirne gli antichi, e se morti, i figli loro.

Codesto intrattabile ed accanitissimo nemico di ogni liberalismo odiava più ancora degli altri quei nobili che accennavano piegare alle idee moderne. A lui parevano codestoro come apostati e traditori; onde immaginatevi voi quali non dovessero essere il suo dispiacere e la sua collera, quando gli parve scorgere che suo figlio, il suo unico figlio medesimo si intingesse di questa pece.

Era da parecchi mesi a Torino un giovane signor milanese: Maurilio Valpetrosa. Era bello, geniale, elegante, pieno di brio e di piacevolezza nella parola, di grazia e di avvenenza nei modi, di buon gusto nel vestire e in ogni diportamento; ardito e destro ad ogni esercizio corporeo, cavalcare, schermeggiare, al nuoto, alla danza, al pallamaglio, allora di moda; generosissimo nello spendere; non inferiore a nessuno, facilmente superiore ai più in ogni cosa onde possa comporsi eletta educazione signorile, Venuto nella capitale del Piemonte con autorevoli ed efficaci commendatizie era stato fin dalle prime intromesso nella più scelta e titolata società e non aveva tardato a diventare assiduo frequentatore di quel gruppo di giovani ufficiali, letterati ed artisti che si raccoglievano nel palazzo Carignano intorno al giovane principe che doveva fare ammenda del fallo al Trocadero.

L'aristocrazia torinese, difficilissima e assai cauta in quel tempo ad ammetter ne' suoi salotti in condizioni di famigliarità e d'uguaglianza chi fra i suoi concittadini non contasse il numero voluto dei quarti, era assai più larga e benigna verso i forestieri; e quando uno venuto di fuori avesse maniere acconcie, ricchezze all'avvenante, lo accettava come invitato alle sue feste, e visitatore nelle sue conversazioni, senza domandargli di più. Codesto non poteva aver tratto di conseguenza; il forestiero sarebbe partito, recando seco la memoria della forbitezza di quella società, che quando voleva, sapeva essere veramente squisita, ed ecco tutto.

Maurilio Valpetrosa venne accolto di questo modo e per queste ragioni. I denari gli colavano di mano come ad un milionario, aveva una figura da principe di conte de fées, nel suo nome c'era anche un certo profumo, direi quasi, d'aristocrazia, un titolo non disdiceva nè stonava con quella sonora riunione di lettere d'alfabeto; s'avvezzarono a chiamarlo di Valpetrosa, e gli uomini per mangiare le sue cene, fumare i suoi sigari, averlo allegro compagno nelle loro pazzie, le donne per sorridere alla maschia di lui bellezza, per lasciarsi incantare dalle seduttrici parole dette con ispirito dalla sua voce insinuante, non gli domandarono se potesse provare che i suoi maggiori erano stati alle crociate.

Con costui il padre di Ettore Baldissero aveva stretto una più intima attinenza, che quasi poteva dirsi amicizia. Si erano conosciuti precisamente nelle sale del Palazzo Carignano, e dapprincipio e per alcuni mesi fra di loro non fu altra attinenza che quella di persone ammodo fra cui non v'è ragione alcuna di intrinsichezza. Ma ad un tratto il giovane milanese si pose con tanta insistenza e con tanta gentilezza a voler acquistare l'affetto e la confidenza del marchese di Baldissero che impossibile resistergli. E' diventarono gli Oreste e Pilade di quella nobile società torinese, e i maligni non tardarono a scoprire e susurrare la causa di questo premuroso zelo d'amicizia nell'elegante e leggiadro forestiero, quella cioè di accostarsi così vieppiù alla signorina Aurora di Baldissero, della quale cupidamente bramasse la beltà eccezionale e la dote vistosamente ricca.

Per quest'ultima parte si calunniava quel giovane, il quale in realtà era una delle più generose e valenti anime d'uomo che esser possano; ma quanto all'affetto che in lui avevano acceso la beltà, le grazie, l'ingegno della nobile fanciulla ch'egli aveva avuto campo di conoscere e di apprezzare in molti di quei salotti a cui era ammesso; quanto all'amore che egli ad Aurora aveva consecrato, caldo, insuperabile, eterno, tutto quello che diceva la gente, e parevano già cose esagerate, era un nulla appetto al vero.