— Ha ragione. Debbo vivere per mio figlio: e lo voglio... Mi faccia guarire.

Il medico si pose con tutta la sua scienza e con tutto il suo zelo a lottare contro la morte che pareva aver già posto il suo artiglio su quella infelice; e la lotta fu varia, lunga, dolorosa.

Mai non fu che il marchese fratello d'Aurora le comparisse dinanzi: il medico lo aveva assolutamente proibito: ma Baldissero seguiva con ansia e sollecitudine l'andamento della malattia di lei, nè si sarebbe mosso di colà se notizie arrivate di Madrid non avessero costrettolo ad una ratta partenza. Suo figlio nato da poco, Ettore, era stato assalito da una di quelle malattie infantili che tante vite mietono nella prima età e temevasi pei giorni suoi. Il marchese raccomandò la sorella a Nariccia, e partì.

Ed era proprio in buone mani, la povera Aurora, affidata alle cure di quel tristo uomo di Nariccia, il quale veniva dicendosi fra sè con cinica e scellerata speranza:

— Se questa donna morisse, portando seco nel mondo di là il frutto del suo amore, chi vi sarebbe ancora a cui dovrei dar conto dei capitali di Valpetrosa?

Legalmente egli s'era già governato di modo da non avere ostacolo nessuno alla sua ruba, poichè aveva fra le carte dell'ucciso Valpetrosa frugato, trovato quella sua dichiara che certificava simulata la cessione, presala e distruttala: ma se la vedova e il figliuolo del derubato sparissero, tanto di meglio: alla madre di Maurilio contava dare una piccola somma per azzittirla.

Ma dopo alcuni giorni intorno all'ammalata venne da Torino un'altra persona, mandata dal padre medesimo di lei: il frate Bonaventura, il quale Aurora guarita e liberata, doveva poi condurre al scelto monastero: e la misera vedova di Valpetrosa fu dunque in piena balìa di queste tre persone: Nariccia, il gesuita e la fante Modestina Luponi. Quella che per si poco tempo era stata sua suocera non sapeva dove Aurora fosse riparata, nè ancorchè lo avesse saputo avrebbe cercato vederla: ned Aurora chiese mai menomamente di lei.

Non andò gran tempo che una quarta persona si aggiunse a prestare le sue cure alla giacente, e queste furono le cure veramente amorevoli ch'ella ebbe. La cameriera, Modestina, si lagnava che da sola erale troppo faticoso e poco meno che impossibile il bastare ai moltissimi ed incessanti uffizi da rendersi all'ammalata, e siccome se a quella piccola schiera in mezzo a cui viveva Aurora era da aggiungersi una persona, questa volevasi delle più fidate, Modestina, che tutta oramai s'era posta ai servigi di Nariccia e di Padre Bonaventura uniti in una comune e strettissima lega d'interessi, suggerì ella stessa una donna che secondo lei poteva ed era dispostissima ad aiutarla nell'accudire l'inferma, senza pericolo di ciarle o d'indiscrezioni qualsiasi: ed era questa insieme una buona opera che la Modestina, in quel tempo non ancora trista del tutto, come quando la conoscemmo noi sotto il nome di Gattona, invecchiata e pezzente, faceva in vantaggio d'una povera vittima, che era sua cognata, la moglie di suo fratello Michele, soprannominato più tardi Stracciaferro.

E qui ci occorre fare una nuova digressione per narrare brevemente la storia di questa infelice.

Si chiamava Eugenia ed era figliuola di un armaiuolo; questi che un tempo se la ricavava per benino, aveva fatto dare alla figliuola un po' d'educazione di cui essa, dotata d'un ingegno non comune, d'una buona volontà eccezionale e di una rarissima disposizione ad apprendere, aveva tratto un tal profitto che si sarebbe giudicato impossibile. Bellissima e virtuosissima, aveva intorno una nuvola di galanti, da cui era la sua saviezza sola a difenderla, perchè sua madre era morta, e suo padre, sempre inclinato al vizio, s'era ora buttato sulla mala strada addirittura e crescevano in lui lo sciupo del danaro, la smania dei bagordi nella proporzione diretta con cui diminuivano il lavoro ed i guadagni.