Con qual animo si trovassero a fronte dopo tanto tempo e dopo le cose intravvenute, fratello e sorella, è più facile immaginare che descrivere. Il cuore palpitava ad entrambi, a lui di tenerezza soltanto; a lei parte di commozione nel trovarsi a fronte il compagno della sua infanzia, l'amico più caro della sua giovinezza, parte d'odio nel pensare che quello era pur l'uccisore del suo Maurilio.

I primi minuti del colloquio furono penosamente impacciati. Fu Aurora medesima che dominata dal concepito disegno, diede per prima più animata andatura al discorso. Disse al fratello le sue vaghe speranze, aggiunse che allora avrebbe perdonato a chi le aveva tolto il marito, quando egli le avesse restituito il figliuolo. Il marchese non potè a meno che trovare destituiti d'ogni buon fondamento quei dubbi onde si lusingava l'amore materno d'Aurora: ma pure promise a lei ed a se stesso che tutto avrebbe fatto per venire in chiaro della verità e se la cosa era possibile, egli ad ogni costo avrebbe ritornato fra le braccia della misera madre il bambino.

Per saper qualche cosa in proposito non gli si presentava che un mezzo: quello d'interrogare la persona che da suo padre era stata incaricata di accudire ad Aurora, l'intendente Nariccia; ed il marchese, benchè senza la menoma credenza che i sospetti della sorella avessero ragione, si recò da lui. Nariccia a quel tempo aveva già abbandonato il servizio della casa di Baldissero e si era dato esclusivamente a quel bel traffico d'usuraio che doveva gonfiare sino ai milioni la già rotonda cifra dell'aver suo.

Non occorre dire come alle prime parole che il marchese figliuolo diresse a quel tristo a tal riguardo, egli giurasse, e spergiurasse che il bambino era morto per davvero, positivamente morto, e non c'era più da discorrerne. Il fratello d'Aurora stava per partirsene, quando una subita ispirazione suscitata in lui dal desiderio di non lasciar nulla d'intentato per soddisfare all'assuntosi debito, lo fece arrestarsi e ricorrere ad un argomento che, per la conoscenza cui già aveva del suo interlocutore, sapeva potentissimo sull'animo di lui; promise che se mai questo bambino non fosse morto e venisse ritrovato, si sarebbe disposti a ricompensare chi lo recasse alla madre con una vistosa somma che si lascierebbe fissare a quel fortunato medesimo a cui si dovrebbe il suo rinvenimento.

Nariccia non fu tanto padrone di sè da non manifestare una certa emozione onde fu sovraccolto, e il marchese che se ne accorse, cominciò a sentire alquanto scossa la sua incredulità nei dubbi e nei presentimenti della sorella. Ripetè le sue parole, insistette con calore, fece ad ogni modo perchè quella emozione momentanea di Nariccia si traducesse in qualche precisa parola, in qualche ulterior segno soltanto onde un più sicuro concetto egli potesse farsi del fondamento o della insussistenza di quella speranza; ma l'accorto impostore aveva saputo metter tosto la maschera al suo volto impassibile e si rinchiuse nelle precedenti negative espresse gli è vero con meno vigore di prima. Il marchese uscì di colà coll'animo combattuto; stette parecchi giorni infra due e si decise finalmente ad un grande ed audacissimo passo: quello di aprirsene a suo padre.

CAPITOLO IV.

Nel marchese padre, da qualche tempo veniva declinando assai la salute, ed avreste detto sfuggirgli a poco a poco la vita. Il suo carattere, divenuto taciturno e melanconico, era pur tuttavia rimasto fiero ed orgoglioso del pari. Usciva di rado fuor del palazzo, spessi giorni non abbandonava il suo appartamento, di frequente non discendeva manco di letto: non si lamentava mai di nessun male, non faceva nulla, non voleva medico intorno a sè, amava rimaner solo, passavano dei giorni intieri senza ch'ei disserrasse le labbra a dir pure una parola. Chi avesse conosciuto l'intima storia degli ultimi anni passati, avrebbe potuto dire che un interno rimorso con travaglio continuo ne consumava l'esistenza, se il suo aspetto, l'espressione della sua fisionomia non avessero fatto troppo aperto contrasto a tale supposizione. In lui non c'era nulla dell'uomo che si pente o soltanto rimpiange quel che ha fatto: nè una parola, nè pur la fugace mostra d'una sensazione. Padre Bonaventura che il più delle volte era solo ammesso alla presenza di lui, ed al quale non si rifiutava mai l'ingresso e il marchese pareva tenere aperto il più riposto sacrario dell'anima sua, non udì mai parola, non sorprese mai atto nè cenno qualsiasi da cui altra cosa si potesse indurre se non questa: che il marchese ciò che aveva fatto sarebbe disposto a ripeterlo di tutto punto, dove ne fosse il caso.

Eppure egli veniva morendosi a poco a poco. Tutti lo scorgevano intorno a lui, e lo scorgeva e mostrava saperlo egli pure. Quando gli si parlava di cose avvenire, aveva un certo sorriso sulle sue labbra tirate che mostrava com'egli non avesse più illusione di sorta sul suo destino. L'orizzonte del suo futuro, nel pensiero come nelle parole, egli lo limitava alla data di pochi mesi: allo scultore aveva dato egli stesso la commissione del bassorilievo che nel sepolcro di famiglia avrebbe segnato la sua fossa e fissatogli il tempo in cui avrebbe dovuto essere compito; nelle mani del Re aveva rassegnato tutte le sue cariche di Corte, e la solitudine di cui voleva essere circondato oramai era per lui la preparazione a morire.

E che così fosse era persuaso quant'altri mai anche Nariccia. La morte del marchese avrebbe potuto mutare le condizioni e le convenienze del già intendente verso la famiglia, rapporto all'episodio doloroso che riguardava la marchesina Aurora. Le parole del fratello di costei aprirono allo scellerato un nuovo campo di speculazioni in proposito. Certo egli era già che la povera madre avrebbe pagato vistosamente per riavere il figliuolo creduto morto; ora le s'aggiungeva il fratello: destramente maneggiandosi egli avrebbe potuto ricavare e dall'uno e dall'altra i migliori guadagni del mondo, se la paura del vecchio marchese non ne lo avesse ad ogni modo trattenuto. Ma questa paura poteva dileguarsi: pochi mesi ancora, e chi la ispirava facilmente non sarebbe stato più. Che cosa avrebb'egli ottenuto dai figliuoli suoi quando egli si fosse presentato loro col bambino ricuperato, adducendo incontrovertibili prove dell'identità del medesimo? E giustamente il giorno dopo quello in cui era venuto da Nariccia il fratello d'Aurora a fargliene le aperture che sappiamo, il marchese padre, assalito da nuova debolezza, si sentiva nell'impossibilità di levarsi di letto e confessava esser preso da una tale languidezza che gli pareva quasi sciolto il legame che tiene l'anima incatenata al corpo. Alcuni giorni passarono in cui quel malore venne via via crescendo; parve all'infermo stesso fosse opportuno farsi amministrare i sacramenti onde la religione conforta la morte dei cristiani, e fra' Bonaventura a cui glie ne disse, pensò a tutt'altro che a dissentire.

Codesto spinse vieppiù Nariccia alla determinazione di adoprarsi in guisa da potere, morto il marchese, presentare ad Aurora il bambino fatto rivivere; vedremo più tardi come e che cosa egli facesse per ciò; ma intanto si può dire fin d'ora che in breve tutto fu da lui immaginato e preparato, perchè dopo la morte del vecchio marchese fossero soddisfatti i voti e le speranze d'Aurora.