Secondo le istruzioni date dallo sfidato ai suoi padrini, fu convenuto che il duello avrebbe luogo fra due ore, alla pistola, dietro il campo santo, i due avversarî alla distanza di venti passi, facendo fuoco nello stesso tempo.
Quando i due avversarî si trovarono a fronte, Cesare non potè a meno di essere colpito dalla differenza dei loro aspetti. Alberto Nori, un po' pallido, ma franco e sorridente, guardava dritto innanzi a sè cogli occhî levati; Emilio Lograve teneva un po' chino il capo e di sotto la fronte lo sguardo velenoso guizzava a scatti sull'avversario mentre sulle labbra gli si disegnava il sogghigno diabolico di un malvagio che vuole compiere un maleficio e sa di riuscirvi. Il fratello di Matilde fu assalito da una specie di rimorso; nel consegnare l'arma ad Emilio, gli disse piano, ma con calda espressione di preghiera:
—Tu lo risparmierai, non è vero?
L'altro sogghignò a suo modo.
—Vedrai come!… Lo colpirò al terzo bottone del soprabito.
Cesare volle insistere.
—Va, va al tuo posto, e non seccarmi.
Al cenno, i due colpi risuonarono insieme. Emilio stette fermo, immobile, senza batter ciglio. Alberto portò la mano sinistra al petto ed esclamò:
—Son ferito!
Si scosse come per fare un passo, vacillò, e perdendo di subito le forze, lasciò cader l'arma che impugnava colla, destra, si accasciò e si distese lungo per terra.