Tommaso per un anno e più non ricevette notizia nessuna di Matteo, nè alcun altro di Torino neppure udì qualcosa di lui; ma inaspettatamente ecco arrivargli un giorno la somma imprestata a Matteo con poche righe di accompagnamento, che chiedevano scusa del ritardo alla restituzione, ma non dicevano nulla delle condizioni in cui si trovava, nè della vita che faceva lo scrivente. La lettera però non veniva nè dall’America, nè dall’Australia, ma semplicemente da Lugo.

Pochi mesi dopo, il cameriere del conte di Valneve era per istrada fermato da un uomo di misere apparenze, di aspetto umile e sofferente, nel quale con grande stupore egli riconosceva l’antico amico Matteo. Questi di quanto gli fosse avvenuto nel tempo trascorso non volle dir nulla, pregò anzi con calorosa instanza il compagno perchè neppure non gliene domandasse mai.

Più tardi noi verremo forse a sapere quali vicende fossero le sue in questo frattempo e come e perchè fosse andato a Lugo.

Frattanto Matteo giurò e spergiurò a Tommaso che egli era affatto cambiato; che aveva dato tutt’insieme l’addio alla vita spensierata e viziosa del crapulone e alle sue opinioni sovversive e insensate; che s’era accorto esservi anche nello stato attuale della società due forze che valgono a tirar fuori della miseria chi le sappia con perseveranza adoperare, e queste forze sono il lavoro e il risparmio; ch’egli voleva e si sentiva la capacità di adoperare questi due mezzi e non avrebbe rifiutato fatica per quanto aspra, prove per quanto lunghe e gravi, affine di giungere a farsi un posticino nel mondo. Si raccomandò caldamente all’antica amicizia del cameriere, perchè in queste sue buone risoluzioni lo volesse aiutare.

Volle la fortuna di Matteo che in quel tempo il conte di Valneve fosse rimasto senza segretario, nè avesse trovato ancora fra gli aspiranti a quella carica alcuno che gli piacesse. Tommaso, raccomandandogli con accorta premura il povero Matteo, figliuolo dell’antico accordatore di piano della famiglia, seppe far nascere nel padrone il desiderio di provarlo come segretario, e colui che poco tempo prima era nemico acerrimo, bestemmiatore imprecante della nobiltà, della ricchezza, d’ogni distinzione sociale, entrò, provvisoriamente è vero, ma umile, modesto, sottomesso, disciplinato, rispettosissimo, obbedientissimo nell’aristocratico palazzo dei Valneve, a sostituire per esperimento il segretario mancante del conte presidente.

XXXII.

Matteo Arpione, introdotto nella nobile e generosa famiglia dei Sangrè, seppe far così bene da rendersi in breve graditissimo ai padroni; al conte di cui interpretava a meraviglia le intenzioni e sapeva provvedere efficacemente e insieme con dignità agl’interessi; alla contessa, della quale divenne stromento abilissimo e discreto nelle beneficenze.

Venuta l’occasione — e forse il furbo aveva saputo aiutarla a presentarsi — Matteo aveva dimostrato tanta abilità nelle cose amministrative del patrimonio, nell’azienda agricola, nell’impiego de’ capitali, nella retta ed economica distribuzione dei redditi, che, due anni dopo la sua ammessione nella casa, egli regolava tutto, amministrava tutto, consigliava e dirigeva i padroni in ogni bisogna finanziaria.

Egli aveva davvero effettuato quanto aveva detto di sè a Tommaso. Mai cambiamento di umore, di abitudini e di condotta fu più radicale in un uomo di quello fatto da Matteo.

Non solo abbandonò le antiche cattive compagnie, ma non ne cercò più nessuna; visse solo, non occupandosi che di affari, taciturno, senza concedersi mai una distrazione, mai un piacere, tanto parsimonioso che la sua potè giustamente dirsi avarizia, anzi, peggiorandosi essa col tempo, una esosa avarizia. A interrompere la sua vita monotona e solitaria, intravenivano soltanto di quando in quando alcune assenze, di cui a nessuno mai egli disse la ragione, nè alcuno mai potè indovinare lo scopo, nè il luogo pure dov’egli andava.