Ma al giovane il pensiero dell’insulto subito e non vendicato rimaneva sempre in mente come un rimorso. Passò quasi un anno. Il Piemonte si accingeva coraggiosamente alla spedizione di Crimea. Un’ispirazione venne ad Alfredo e la scrisse subito all’amico piemontese: «Voglio arruolarmi nell’esercito sardo e partire per la guerra contro la Russia. Il fuoco delle battaglie mi laverà ogni macchia, mi darà il battesimo di valore, di cui mi sento degno.»

Ernesto Sangré approvò dimolto quell’idea.

«Io pure fo parte di quella spedizione: ho l’onore di comandare la prima compagnia del primo battaglione dei reggimenti di campagna. Se non ti rincresce troppo non essere che un semplice fantaccino sotto i miei ordini, io potrei farti arruolare in questa che naturalmente mi pare la più bella, la più brava compagnia, e quella che avrà da farsi più onore di tutte.»

Come è facile a pensarsi, Alfredo accettò con gran gioia questa proposta, che effettuava un suo vivissimo desiderio; e affrettatosi a consentire, pochi giorni dopo giungeva finalmente in Torino, in quella Torino che aveva tanto desiderata, dove un segreto intuito gli diceva avrebbe avuto importanti avvenimenti la sua vita, si sarebbe deciso un giorno il suo destino.

Ma questa volta, egli non vi fece che un breve soggiorno, e la maggior parte del tempo che ci passò, lo visse nella caserma e in piazza d’arme all’istruzione militare. Fu però presentato da Ernesto alla famiglia, ed ebbe la fortuna di vedere tre o quattro volte la figura da Beato Angelico di Albina. La persona di lei non ismentiva il ritratto; la realtà non era da meno dell’immagine concepita dalla fantasia. Era qualche cosa di puro, di superiore, di caro, di adorabile. Non era ancora una donna, ma non era più una bambina: un modello d’angelo. Tutto era grazia, tutto candore, tutto serenità intorno a lei: una testina bionda, sopra la quale si cercava involontariamente il nimbo d’oro, dietro la quale vi pareva veder sempre lo sfondo del più bell’azzurro del cielo. Alfredo non le disse forse più che una dozzina di parole, non ne udì dalle labbra di lei neppure altrettante; ma l’immagine che già ne aveva incisa nel cuore s’impresse più profonda e più precisa, ma la soavità melodica di quella voce si stampò per non cancellarsene più nella più segreta e sacra parte della sua memoria.

Una persona vi fu che molto si commosse, che molto si spaventò della determinazione presa da Alfredo di andare a guerreggiare in Crimea, che tutto fece per levarlo da quel proposito, e questa persona fu Matteo Arpione.

Ma ogni suo tentativo rimase inutile innanzi alla fermezza di volontà del giovane. Pregò, pianse, invocò la memoria del padre e della madre di lui; nulla potè commuovere Alfredo, che finì per iscacciare di nuovo dalla sua presenza il vecchio e non permettergli più assolutamente di venirgli a parlare.

Quando il corpo di spedizione dell’esercito piemontese s’imbarcò a Genova, si potè notare un uomo, un vecchio, che il giorno in cui partì il primo battaglione del primo reggimento di campagna, stette continuamente sul molo, che seguitò collo sguardo umido di pianto le barche da cui i soldati erano condotti ai battelli, che tenne fissi gli occhi sul bastimento in cui prese luogo quel battaglione, che stette immobile a contemplarlo finchè esso si perdette all’orizzonte, che poi si riscosse, si asciugò le lagrime che gli calavano lente e come inavvertite giù delle guancie e tornò in città col passo e l’aspetto d’uno che abbia perduto il più caro oggetto dell’amor suo.

Quell’uomo era Matteo Arpione l’usuraio.

Il duca di Parma cadeva assassinato il 26 marzo 1854; la partenza del contingente piemontese per la guerra di Crimea avveniva negli ultimi giorni di aprile del 1855.