“Un giorno, entrando nel salotto, trovai Albina intentissima alla lettura con una profonda emozione da questa prodottale, le guancie affocate, gli occhi per lagrime lucenti, il seno agitato. Dio del cielo! Ella stava leggendo i miei versi.

“Albina fuggì, come per nascondermi la sua emozione. Io rimasi là, piantato, invaso il cuore da un'improvvisa, ineffabile dolcezza. I miei versi avevano parlato all'anima di lei!

“Ma ad un tratto una terribile idea mi ferì come la punta di uno stile, il cervello e il cuore. I miei versi, per lei come per tutti al mondo, non erano miei; ad altri ella attribuiva que' sentimenti, que' pensieri, quella passione; ad altri ella attribuiva il merito di quel suo commuoversi e del suo palpitare. E s'io le avessi detto ch'era mia quell'ispirazione, mi avrebbe ella creduto?

“Una specie di furore subitamente m'invase. Volli che Alfredo mi restituisse la rinomanza che a me aveva derubato; mi restituisse soprattutto la simpatica commozione e forse l'ammirazione d'Albina. Sentii a quel momento il primo impulso di odio che avessi ancora provato mai, io che il mondo e la sorte avevano sì crudelmente bistrattato sempre; e quest'odio lo sentivo per colui che primo aveva mostrato aver di me alcun pietoso riguardo!

“Corsi da Alfredo, e tutto ancor concitato lo minacciai di svelare il segreto della paternità dei suoi libri. Egli si fece bianco in volto, e i suoi sguardi dapprima lampeggiarono di sdegno e di minaccia; poi tosto si raumiliò, come non avevo mai visto alcuno umiliarsi, come non lo credevo capace di fare, egli, con la sua fierezza.

“Mi disse che avrei distrutto ogni sua felicità, che avrei cagionata la sua morte, perchè di certo egli si sarebbe ucciso a tanta vergogna; mi pregò colle lagrime agli occhi: giurò che, io tacendo, avrebbe egli fatto per me qualunque cosa che gli avessi chiesto, datomi anche la vita.

“Quell'affetto, che da tanto tempo avevo in lui, risorse tutto in un attimo e maggiore di prima. Mi gettai nelle sue braccia, piangendo ancor io.

— «Amami soltanto, Alfredo,» gli dissi: «e di tutto mi avrai compensato.»

“Giurai di tacere per sempre.”

XV.