Ma questa Libertà che il Presidente della Convenzione già rappresentava “assisa sul Monte Bianco in atto di stendere, sovrana del mondo, le mani trionfali alle nazioni di tutto l'universo risorte a nuova vita al suono della sua voce„, gli Italiani la guardavano con diffidenza, perchè la vedevano venire armata di baionette e di cannoni, perchè temevano che dietro di lei irrompesse anche fra noi, intonando il Ça ira, la turba degli scamiciati energumeni che avevano fatte le loro prove nelle vie di Parigi e nelle sale della Convenzione e dell'Hôtel de la Ville.

Poichè nella maggioranza del popolo italiano la rivoluzione aveva sopratutto destato un senso di orrore e di terrore: gli italiani erano stati colpiti dal suo carattere di irreligiosità, dalla frenesia di ribellione contro tutto e contro tutti che pareva avesse invaso la popolazione francese e dal sempre insaziato bisogno di distruzione che traeva i cittadini furibondi alla strage ed alla rovina di tutte le istituzioni divine ed umane. A chi è avvezzo a scivolare senza scosse lungo la china della vita, adagiandosi pigro e felice nel beato benessere che procura la tranquillità uniforme di uno spirito rassegnato alla nullità della propria sorte e la persuasione che non avrà bisogno neppure di alzare un dito per giungere pari pari fino in fondo, anche la più piccola novità dà ombra e fa paura. Tale era la condizione degli animi nelle moltitudini italiane. L'abitudine ininterrotta di piegare il capo remissivo dinanzi al principio d'autorità, da chiunque o comunque fosse rappresentato, e di lasciarsi guidare, sempre rassegnati, dalla volontà altrui, avevano fiaccato nei più ogni forza di iniziativa, distrutto ogni istinto di azione diretta a mutare in meglio le condizioni della società.

Dio — e per lui migliaia di preti, di frati e di monache forti di dogmi immutabili e di non meno immutabili superstizioni o privilegi — il monarca — e per lui una folla di padroni, tutti armati di leggi e di spade, dal vicerè, dal governatore, dal nobile all'ultimo bravaccio di soldato — avevano in custodia la società per consenso di generazioni e generazioni: e della loro vigilanza, fosse pur prepotente e molesta, le moltitudini non sapevano più fare a meno. Certo vi erano sofferenze, abusi, miserie, dolori, ingiustizie: ma anche il male e la miseria hanno le loro risorse e creano abitudini cui il lungo tempo affeziona, sicchè alla fine spiace lasciarle. Del resto, in tanto volger d'anni, ciascuno aveva trovato — bene o male — il modo di fare il proprio comodo: perchè dunque mutare? perchè rompere, con novità e per desiderio di un meglio incerto, la quiete monotona ma tranquilla di una vita senza cure?

Perciò quando il soffio di idee più liberali e più umanitarie, movendo dalla Francia, aveva commosso tutta l'Europa ed era passato, attraversando anche la nostra penisola, sopra la morta gora di questo popolo beato del suo sonno, i più alti, nobili e colti intelletti avevano bensì aspirato a larghi polmoni questa nuova aura vivificatrice, e d'un tratto v'erano fatti con ardore febbrile e con instancabile attività propugnatori con gli scritti ed esecutori con leggi e decreti di un movimento sociale più conforme al genio dei tempi ed ai bisogni della universalità del popolo; ma nulla aveva potuto scuotere la gran massa, per inerzia sua conservatrice, della popolazione italiana: nè la penna eloquente o la parola persuasiva dei più profondi pensatori, nè il consenso della parte più eletta della borghesia, della nobiltà e del clero; e neppure la volontà risoluta e spesso generosa fino al sacrificio di principi e di ministri.

Indifferente, dapprima essa lasciò fare: poi, quando l'urto fra i diritti laici della società civile ed i privilegi ecclesiastici pose di nuovo a fronte Chiesa e Stato, diventò alle riforme apertamente ostile. Le popolazioni — specialmente quelle delle campagne, fra le quali più radicate e meno razionali sono le consuetudini religiose ed ascoltatissima sempre fu la parola de' parroci — non esitarono a persuadersi che tutte queste novità erano malvagio suggerimento del demonio, che ereticali erano le dottrine che venivan d'oltralpe e pieno di pericoli l'accettarle.

Non pareva che appunto per dar ragione ai loro timori venissero i terribili procedimenti della rivoluzione di Francia? E sembrò che a questa opinione non il volgo soltanto, ma anche le classi sociali più colte e gli stessi più caldi propugnatori delle riforme si lasciassero condurre.

Stormi di preti francesi venivano ogni giorno fra noi fuggendo l'imposto giuramento e si annidavano nelle maggiori città d'Italia prima di raccogliere il volo — quasi tutti — nel seno della Chiesa di Roma: principi di sangue, nobili di razza, fedeli servitori del re portavano fra noi, emigrando, il loro terrore ed i loro propositi di vendetta. Attraverso i racconti pieni di odio di questi fuggenti, nelle narrazioni esagerate delle Gazzette, dei Monitori, dei Mercuri del tempo e ingrossando poi di bocca in bocca, giungevano alle plebi maravigliate, penetravano entro le pareti tranquille ove patriarcalmente le famiglie borghesi, ogni sera, da anni ed anni si raccoglievano a giuocare a tarocchi, o nei salotti dove Clori, tra una tazza di caffè ed un minuetto, ascoltava sorridendo dietro il ventaglio i complimenti arcadici della sua corte amorosa, notizie che riempivano di sgomento, di stupore e di sdegno: la Bastiglia era presa; il re era fuggito, preso, arrestato, processato, poi morto cristianamente sul patibolo; i preti assassinati a centinaia; le prigioni invase da una folla di sgozzatori. E tutto questo in nome della libertà: oh libertà odiosa!

Chiuder un Re in prigion senza perchè,

Toglier la Religione e la Pietà,

Far tanto un Regno intero uscir di sè