In una poesia volante (dichiaro fra parentesi di non capire come possano volare le poesie) troviamo il Nostro prigione oltr'Alpi. Una giovanetta, fior di cortesia, ch'ei non vide mai, nè vedrà forse in terra mai, gli ha usato di quelle benevolenze che scendono tanto dolci al cuor dell'esule e del captivo. Come ringraziare una donna se non lodandola? e [pg!22] che lodare credibilmente in una ignota ed incognita? Il nome: questo nome fu anche della madre di lui e par quasi che stabilisca una parentela fra' due. Benone! chi non ha talvolta profittato di simile coincidenze, chi non le ha spesso astutamente mentite, per trovare punti di contatto con qualcuna che gli premeva? Fin qui la poesia riesce gentile, affettuosa; la situazione è felice: commuove daddovero quell'uomo costretto ad accettare alcunchè da una donna ed il quale può rimeritarnela solo con poche strofette. Ma l'Aleardi non si ferma su questo motivo; non può rassegnarsi a rimaner nella mente della giovane Fraile un carcerato qualunque; vuol darsi importanza; gli manca la sublime verecondia che nel Conte di Carmagnola del Manzoni induce il Pergola figlio a confondersi con gli altri prigionieri volgari e tacere; quindi termina:

Ma siccome ho giurato alla mia Musa

Di non cantar fuor dell'Italia mai,

Se la incontri per via

Non le dir ch'io cantai, bella Maria.

Ecco sfumata la gentile impressione. Non vedi più che la fatuità poetica di chi si fa correre dietro per lo mondo una personificazione della Poesia, quasi uscito lui d'Italia, ne sia svanito ogni lume d'Arte. E siccome, nel senso di poichè, non è Italiano; gallicismo, barbarismo.

Come ultima sciagura a Genova ed a Pisa, scellerate nipoti di Caino, il Nostro annunzia loro che il Vate le maledice: se le perpetue guerricciuole delle repubblichette medievali non avesser procacciato altro danno che le imprecazioni dell'Aleardi!... Convien rileggere intero il brano per rendersi ragione di tutto il prepotente effetto comico della scappata. L'autore, per rappresentarmi le due città, le personifica: Pisa, in sella ad una prua spumante, scende a giostrare con Genova, leonessa saettatrice: e non si capisce punto perchè non abbia all'incontrario [pg!23] fatta inforcar la prora a Genova e chiamata luna sagittaria Pisa. Il Poeta passa di lì, forse camminando sulle acque come san Pietro, probabilmente qual ei vien descritto altrove: l'astro del genio in fronte, e senza dubbio coi baffi e col pizzo dell'Aleardi; e si ferma a recitare con qualche opportuna variante i versi di Ugo Foscolo sulla battaglia di Maratona. Perchè un anatema conturbi chi l'ascolta, si richiede autorità in chi lo profferisce: quest'autorità si acquista dal moralista persuadendoci dell'altezza del suo ideale etico, dal poeta impossessandosi della nostra fantasia con immagini che ci sforzino a sentire come lui. Chi non impreca con l'Allighieri alla crudeltà di Pisa contro la famiglia del conte Ugolino? chi non accetta, nel leggerlo, il giudizio che Dante fa de' contemporanei e de' passati? e non dura fatica poi a rettificarlo in modo conforme alla verità storica, tanto è il fascino di quella poesia? onde il Settembrini ha in somma parte ragione scrivendo che: — «il giudizio che si fa di queste anime, a ciascuna delle quali si assegna il suo stato è il gran giudizio fatto da dio nella coscienza dell'uomo libero ragionante; è il giudizio che si aspettava nel Mille e non venne ed ora è fatto....» — Ma l'Aleardi non avendo saputo trascinarci con le immagini sue, rimane un declamatore esautorato.

Vorrei finirla su questo capitolo; ma mi accorgo d'una conseguenza della fatuità poetica; sulla quale m'incombe il dovere di richiamar l'attenzione delle signore Italiane. Badate, care dilette, a non annaspare nessun amoretto con chi pizzica del poeta, senz'averci prima pensato bene. Non è cosa da farsi alla cieca: al primo bisticcio sarebbe capace di mandarvi a casa l'intera penisola, sana sana, acciò rendiate conto delle vostre bizze:

.... Oh sconsigliata

L'Itala donna cui fu dato in sorte

Stringersi al petto un'amorosa testa

Nata agli allori, che la cinge invece

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Di domestiche spine! A lei di contro

La penisola sorga, e le domandi

Terribil conto del perchè la inerte

Stella non manda lume....

Avete inteso? Pare che non avesse tanto torto quell'amico di Gian Cristiano Kestner, che gli scriveva, quando il Goethe con leggerezza inescusabile lo ebbe posto alla berlina insieme con la moglie nei Patimenti del giovane Werther: — «Salvo il rispetto dovuto all'amico vostro, ma gli è pericoloso d'avere un autore per amico.» — Per me, fossi femmina ed avessi letto que' versi, e poi l'Aleardi mi richiedesse di amore, non lo promuoverei mai da patito a drudo. E poichè mi trovo maschio, quantunque non la pretenda a poeta, prevedendo il caso in cui mi venga in sèguito un simile ghiribizzo, chieggo il permesso di dichiarar qui solennemente e dichiaro: che in ogni mio futuro dissidio con qualsivoglia Italiana non sarà mai chiamata ad immischiarsi la penisola, intendendo io rinunziare e rinunziando esplicitamente ad invocarne l'intervento. Ce la vedremo a tu per tu, da solo a sola. E consiglio le mie care compatriote di fare scrivere e sottoscrivere una dichiarazione identica a tutti gli adoratori loro presenti ed avvenire, che, registrata e bollata, si depositerà presso pubblico notaio. Sia quest'atto una formalità indispensabile (sennò, no) per chiunque vuol rendersi loro aggiudicatario, come la cauzione provvisoria per chiunque concorre ad un pubblico appalto.

Ma riconosciuto, pure, che la fatuità sia il più spiccato sentimento dell'Aleardi poeta, non sarà certo il solo, neh? Giulio Cesare venne accusato d'esser un bell'imbusto, anzi un finocchio: nè siffatte colpe il rimpicciolivano. O se questo fosse il caso d'un Giulio Cesare della poesia? La fatuità, la vanità si condona volentieri al merito. Quali sono le altre parti dell'animo di lui? quali sono i concetti nei quali ha dato opera ad incarnarle?

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