La mia novella non è più lunga:
Tagliatevi il naso e io mi taglio l'unghia.
NOTE
[1] Scritta a memoria e di propria mano da Pietro di Canestrino, bracciante del Montale—Pistojese; raccolta e comunicata dall'avv. prof. Gherardo Nerucci. Nel Fascicolo primo (15 Maggio 1835) de Le Ore solitarie, Opera periodica (Napoli) si leggeva il seguente Aneddoto firmato E. Bevere:—«Passava Re Carlo Borbone, ai tempi in che era in Napoli, per certa ccontrada, ove scontrossi in un villano, che innestava non so qual albero. Re Carlo era cortese assai, e molto amante di que' della plebe; però alcun poco fermossi a risguardarlo, e s'intrattenne eziandio con esso lui a parlare de' pregi dell'albero, aggiungendo, per sola vaghezza di spirito, che volentieri ne avrebbe mangiato il primo frutto. Or avete a sapere siccome Carlo partissi per le Spagne, e siccome fu prodotto quel tale frutto da lui addimandato. E ben pensò il rustico stivarne un paniere, ed imbarcarsi per le spagnuole terre, chè vide allora esser giunto tempo proprio al fatto suo. Quivi giunto appena, inverso le regie soglie portavasi, quando gli venne vietato l'ingresso; ma dicendo egli come e quando fosse stato dal Sire conosciuto e perchè veniva, fu lasciato passare, dopo che si costrinse cedere la metà del premio che sarebbe per riportare dalla sua gita. Ascese le scale, rattrovò un altro inciampo; e quivi pure, per liberarsene, è forzato promettere l'altra metà del premio; e però tristo il meschinello e riverente appresentossi al Rege. Benignamente da Re Carlo si fu ricevuto e assai tornò gradito il suo presente; perchè il Monarca dappoi richieselo di ciò, che sopra ogni altra cosa avrebbe bramato, ch'egli l'avrebbe concesso in grazia della memoria, che di lui per tanti anni avea conservata. Ricordossi in quel momento il miserabile delle promesse fatte, e, dopo che per poco ebbe guardato il silenzio, addimandò cento bastonate. Maravigliò forte il Principe a tale strana inchiesta; però il perchè saper volle ei la facesse; e, satisfatto, non poco sturbossi; e, dato comandamento che i vili traditori sbanditi fossero da la sua casa e dal suo paese, rinviò il villano ricco di doni e di cortesie alle sue terre natali, dove ancora rammentasi un tale avvenimento.»—Racconta il Voltaire nella prefazione di Caterina Vadé ai Racconti di Guglielmo Vadé:—«Il y avait autrefois un Roi d'Espagne, qui avait promis de distribuer des aumônes considérables à tous les habitants d'auprés de Burgos, qui avaient été ruinés par la guerre. Ils vinrent aux portes du palais; mais les huissiers ne voulurent les laisser entrer qu'à condition qu'ils partageraient avec eux. Le bonhomme Cardero se présenta le premier au monarque, se jeta à ses pieds et lui dit: Grand Roi, je supplie Votre Altesse Royale de faire donner à chacun de nous cent coup d'étrivières.—Voilà une plaisante demande, dit le Roi; pourquoi me faites—vous cette prière?—C'est, dit Cardero, que vos gens veulent absolument avoir la moitié de ce que vous nous donnerez. Le Roi rit beaucoup, et fit un présent considérable à Cardero. De là vint le proverbe qu'il vaut mieux avoir affaire à dieu qu'à ses saints.»—Una delle Facezie di Arrigo Bebelio s'intitola Van dem Pfarrherr von Kalenberg:—«Sacerdos Caecii Montis in Austria, de cuius facete urbaneque dictis integri libelli perscripti sunt, cum semel principi suo, duci Austriae, donare vellet grandem piscem, non ante admissus est ingredi ab hostiario, quam promitteret ei mediam partem muneris a principe accepti. Quam ob causam Sacerdos facetissimus quidem, hominis avaritiam exosam habens, nolebat quicquam accipere a domino, nihilque aliud quam verbera expostulans, quae (cognita re) facile obtinuit. Et cum hostiarius pro sua parte caedendus astaret, clamavit ille: Ego libere pono tibi tres muneris partes, reservans mihi unam tantum, et hostiarium efflictum caedi obtinuit.»—
[2] «Cioè, vogliamo fare le divisioni del patrimonio.»—G. N.—V. pag. 599. Nota seconda alla novella Manfane, Tanfane e Zufilo.
[3] «Voleva dire: avevano, se pur non è una specie di latinismo popolare.»—G. N.
XLVII.
MANFANE, TANFANE E ZUFILO.[1]
C'era una volta tre fratelli; e si chiamavano Manfane, Tanfane e Zufilo. Ma Zufilo era piuttosto imbecille che nò, al paragone degli altri due maggiori dimolto furbi. Tutti questi fratelli facevano, come sarebbe a dire, l'arte di allevare capi di bestie grosse, vacche, manzi, vitelli, tori; e la mandria la tenevano in combutta, senza divisioni, ma ogni cosa assieme. Un giorno Manfane e Tanfane, che volevano diventar padroni dispotichi di tutta la mandria, senza farne parte al fratello piccolo, gli dissero con furbizia, perchè era giucco:—«S'ha a partire[2] la mandria: un rinserrato per uno; e' capi, che ci vanno dentro, saranno di chi è il rinserrato.»—Si trovaron d'accordo in sul patto e ognuno si messe di bona voglia a fare il rinserrato. Quelli di Manfane e di Tanfane erano di belle frasche tutte verdi e fronzute, e Zufilo invece scelse per il suo de' pali secchi e frasche senza foglie. Sicchè, dunque, la mandria andò tutta ne' rinserrati di Manfane e Tanfane; e nel rinserrato di Zufilo non c'entrò che una vacca magra magra, che gli si vedevano tutte le costole. Zufilo disse allora alla moglie:—«Che se ne fa di questa manza secca allampanata? È meglio ammazzarla e venderne la pelle in città.»—«Sì sì,»—disse la moglie.—«Ammazzala, si venderà la pelle a caro prezzo.»—Zufilo preso un coltello, scannò dunque la vacca. E poi la scorticò. E il cojo, lo fece seccare al sole; e, quando fu ben rasciutto, se lo messe in spalla, e colla moglie andò alla città vicina. Entrato dentro, per le vie gridava:—«Una bella pelle da vendere! La vendo pelo pelo un soldo.»—Ma tutti lo pigliavan per matto; e non ci fu nessuno, che volesse comprare il cojo di Zufilo. S'era già fatto notte; le botteghe si chiudevano e i cittadini si ritiravano in casa. Zufilo disse alla moglie:—«Che ci si fa qui? Andiamo via. Tanto il cojo non c'è caso di venderlo più. Torniamo a casa.»—E s'avviano per una porta della città. Usciti fori dell'abitato, Zufilo e la moglie si trovarono per uno stradone lungo, tutto pieno d'alberi dalle parti; sicchè, cammina cammina, si fece buio fitto, e spersero la strada. Arrivati un pezzo in su, c'era un mucchio di querce; e, nel pulito, come de' sedili e delle tavole di pietra. Dice Zufilo:—«Moglie, non è capo seguitare a ire. Mi par meglio fermarsi e montare sur una di queste querce a riposare, che 'n sennonoe gli animali ci potrebber anche divorare. A bruzzolo, si ritroverà per rimetterci a casa.»—E, detto fatto, s'arrampicarono su per una grossa querce; e tra' rami s'accomodarono come gli riuscì[3]; e Zufilo aveva sempre il cojo sulle spalle. Tutto a un tratto, ecco un branco d'assassini. Accesero de' lumi; e, tirato fori de' sacchetti di quattrini, si messero a sedere e a giocare su quelle tavole di pietra. Zufilo e la moglie, tutti impauriti, badavano anche a non rifiatare, per paura d'essere scoperti e ammazzati senza misericordia. Dopo un po' di tempo, dice Zufilo:—«Moglie, non ne posso più. Ho voglia di pisciare. I' piscio.»—«Noe, per amor di dio! Se tu pisci, marito, siamo morti!»—disse la moglie sotto voce.—«Tant'è, i' 'un la reggo. I' piscio.»—E giù per le rame, Zufilo lascia ire una bella pisciata, che va a cascare sulle tavole, dove gli assassini giocavano.—«Oh!»—dice uno:—«E' pioviccica. Ma 'un sarà nulla. Via via! Seguitiamo.»—E seguitano a giocare. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie, la mi scappa. I' ho voglia di cacare.»—«Pover'a noi!»—dice la moglie:—«Ora poi, se tu la fai, siam morti davvero. Trattiella[4].»—«Cheh: i' 'un posso. I' la fo.»—E, sbottonati i calzoni, Zufilo fa 'l fatto suo. Uno degli assassini, sentendo cader roba, si volta in su e poi dice:—«È manna. Seguitiamo a giocare. Nun è nulla.»—E seguitano. Passa un altro po' di tempo; dice Zufilo:—«Moglie, questo cojo mi pesa; mi rompe le spalle. Lo butto via.»—«Ma sie' tu matto?»—dice la moglie.—«S'ha da morire scannati in tutti i modi. Ora poi non si scampa!»—Ma, in quel mentre, Zufilo lascia ire il cojo, che, secco a quel mo', giù per le rame della querce faceva un fracassìo indiavolato.—«Il diavolo! il diavolo!»—cominciarono a urlare gli assassini; e fuggi in un battibaleno, lasciando tutti i quattrini sulle tavole! Quando non ci fu più nessuno, Zufilo e la moglie scesero dalla querce; e, rammucchiato l'oro e l'argento, lo messero dentro al cojo; e, già essendo giorno, ritrovata la via, ritornarono allegri e contenti a casa.[5] Arrivati che furono a casa, Zufilo e la moglie con quel cojo pieno di quattrini, Manfane e Tanfane si divoravano dall'astio.—«O come hai fatto,»—gli dissero,—«a diventar tanto ricco?»—dice Zufilo:—«Guà! son'ito alla città e ci ho venduto il cojo della mi' vacca a un soldo il pelo.»—Allora, sentendo questo, Manfane e Tanfane dissero fra di loro:—«Anche noi si può far meglio di questo giucco. Via! ammazziamo le due più belle vacche della mandria; e se ne venderà il cojo a due soldi il pelo.»—Detto fatto e vanno alla città. E lì urla che ti urlo:—«Du' belle pelli, chi le vole? A due soldi pelo pelo.»—Ed eccoti gran radunata di popolo; e lì a contrasto:—«Siete matti? Aresti a esser come quello dell'altro giorno! Aete anche cresciuto la chiesta! O che credete, che i cittadini sieno imbecilli?»—E poi improperî a' malcapitati; e finirono con rimandarli fori della porta a suon di calci e legnate, sicchè tornarono Manfane e Tanfane a casa, tutti pesti e malconci. In quel tramezzo, Zufilo n'aveva pensata un'altra dentro la su' zuccaccia citrulla. Prese un barile senza fondo e l'empì in bon dato di sterco umano, e il di sopra tutto di miele sopraffino; e, poi andato in città, si messe per le strade a gridare:—«Cacca melata bona, chi la vole?»—De' minchioni per le città ce n'è sempre! Gli disse uno:—«O che vendi?»—E lui:—«Guà! cacca melata. La volete?»—Il fatto si è, che quello comprò il barile pieno, senza nemmeno guardarlo dentro e glielo pagò per bene. E Zufilo, furbaccio, gli disse:—«Ora non posso stare a aspettare che lo votate: verrò per esso stasera, quand'io ho fatto le mi' faccende in città.»—«Sie sie, d'accordo. A rivederci!»—E chi s'è visto s'è visto. Zufilo ci ha ancora da tornare a pigliare il barile voto. Manfane e Tanfane perdono 'l capo, nel vedere Zufilo tornare sempre dalla città, carico di quattrini: astiosi, l'invidia se li mangiava vivi. Gli andarono incontro a Zufilo; e un di loro gli domandò:—«O di dove gli ha' tu cavati tanti quattrini?»—«Guà!»—rispose Zufilo:—«I' ho fatto così e così; i' gli ho presi 'n sulla cacca melata. Provatevi anche voi.»—«Sì sì, che si proverà. S'ha a fare anche meglio di te.»—E subito, accomodano due barili di sterco, ricoperto con miele sopraffino; e il giorno dopo, a bruzzolo, via alla città.—«Si vende cacca melata. Chi la vole? Ohè!»—Càpitano, per su' disgrazia, dinanzi la bottega di quello, che aveva comprata la cacca melata da Zufilo; gli sente e esce fori con un randello:—«Brai Mei!»—gli dice:—«Aresti a essere della stessa genìa di quell'altro, che mi messe in mezzo. Ma, per zio, me l'avete a pagare.»—E picchia ch'i' ti picchio senza rembolare; non gli dette neanche il tempo di rispondere. Accorse gente a quel chiasso. E tutti addosso a Manfane e Tanfane, che gli ebber dicatti di mettersi a correre e scappare a più non posso, buttando via i barili. E arrivarono a casa coll'ansima e alleniti, tutti pesti e più morti che vivi. Quando si furono un po' rimessi, Manfane e Tanfane, pensavano tra di loro:—«Eppure questo giucco ci ha minchionato, e come ci ha minchionato, per du' volte. Ma gli s'ha a far pagare.»—Dice Manfane:—«Ammazziamolo.»—Tanfane però disse:—«Chè! gli è fratello. Sarebbe un peccato troppo grosso ammazzare un fratello. Piuttosto si cucirà dentro un sacco e si metterà 'n sulla spiaggia del mare, e lì o i pesci o l'acqua lo porteran via, e non se ne saprà più nulla.»—Detto fatto, agguantano Zufilo; e per forza lo metton dentro un sacco e ce lo cuciono alla rinfranta; e poi lo portano alla spiaggia del mare e lo lasciano lì. Era quasi buio e Zufilo dentro al sacco mugolava, come chi si lamenta. Eccoti un pastore con delle pecore, che le rimenava nel chiuso. E sonava uno zufilo per la via. Tutt'a un tratto sente il lamento e si ferma per conoscere di dove veniva, e vede il sacco con quell'omo dentro. Dice:—«Oh! che ci fai costì dentro? Oh! chi siei?»—E Zufilo furbo:—«Non ho voluto sposare la figliola del Re, e m'hanno messo in questo sacco sulla spiaggia del mare, finchè non dico di sì. E io non la voglio la figliola del Re.»—«Che bue!»—dice il pastore:—«Se me la dassero a me, la pigliere' subito.»—«Guà!»—gli rispose Zufilo:—«T'ha' a far così. Aprimi e entra nel mi' posto. Domani tornano a sentire, se ho mutato pensieri. Se tu sei nel mi' posto, quella bella sorte toccherà a te. I' non t'avrò astio.»—«D'accordo!»—disse il pastore; e scuce Zufilo e entra in vece sua nel sacco. E Zufilo ce lo serra dentro a doppio cucito; poi piglia lo zufilo del pastore e fischiettando va via colle pecore. E il pastore rimane lì sulla spiaggia del mare a aspettare gli ambasciatori del Re. Aspetta! gli hanno ancora da arrivare! La notte venne una tempesta e portò via il sacco col pastore dentro, che non se ne seppe più nulla. Infrattanto Zufilo arrivò a casa colle pecore e zufilava da lontano. Manfane e Tanfane erano rimbecilliti a quello spettacolo. Gli pareva e non gli pareva che fosse Zufilo. Ma poi lo riconobbero quando gli fu vicino; e gli andarono incontro per sapere com'era uscito dal sacco e avesse fatto l'acquisto delle pecore. E Zufilo gli raccontò ogni cosa, sicchè quelli, disperati, di non poter vincere con Zufilo, s'ammazzarono tra di loro, e addio! E così Zufilo restò padrone d'ogni cosa e campò tuttavia in godimento per dimolto tempo.[6]