I' ho i' core! (cioè: le susine).

Queste le vendo! (cioè: le granate di saggina)

Donne, buttachevi di sotto! (Il cenciajolo).

Gli è per l'oche! Ci 'ole i' pittore! Votta che tocchi! Questo ve lo do a taglio! Zucchero, oh! Sangue di drago! (Il cocomerajo), ecc. ecc.

[] E da questa voce sembra a me che il Giusti abbia tolta l'idea di quel suo sonetto che incomincia: Verso le due m'intesi un po' malato, e termina:

Nota, il dottore, che me l'ha (le tonsille) toccate,
Era un buon semolino, un pollo allesso,
E un bel piatto di pere giulebbate
.

[ii] Ad Italiani è supervacaneo il dire cosa sian le caldarroste. L'autore dell'articolo su Pietro Aretino, nella Biographie Universelle, traduce caldallesse, e caldarroste per bouilli et rôti chaud. Che cognizione della lingua nostra, eh?

[iii] Nel Saggio di Scherzi Comici, Firenze 1819. Nella stamperia del Giglio, si vende da Pasquale Albizzi presso le scalere di Badia; e precisamente nella Scena IV del II Atto dell'Amicizia rinnovata, ossia La ragazza vana e civetta. Commedia in tre atti, v'è il seguente dialogo:—«Lisabetta. O questa, Liberata, la unnè la ostra figliola Caterina?»—«Liberata. Ell'è lei; ma che volech'o ch' i' vi dica; se egli è entrach' ibbaco di un voler essecchiamaca Caterina? Dice che gli è un nome vilio; la se l'è mutaco 'n Calorina.»—«Caterina. Carolina e non Calorina.»—«Liberata. Nè l'un nè l'oltre, dic'iccontadino. Ittò compare, requiesca, e' ti pose nome Catera; e io ti ó chiama Catera flnch'i' arò gola.»—«Lisabetta. E fache bene. Se ghi è tanto bello innome di Caterina: s'è' c'è fin le mandorle della Caterina. Vu un ghi sentiche gridà pelle strade: I' ho la Caterina, I' ho la Catera grossa: grossa, grossa la Catera.»—

[7] Altro barbarismo dell'uso e de' più goffi, de' più ripugnanti all'indole della nostra lingua, è questa reduplicazione dell'articolo. In Italiano si dirà sempre le bottiglie migliori o le migliori bottiglie; e l'intrusione d'un secondo articolo innanzi allo aggettivo (le bottiglie le migliori) sarà sempre non solo un pleonasmo, anzi pure uno sproposito majuscolo, un francesismo imperdonabile; un peccato mortale e non già veniale di lingua.