[3]È notevole la somiglianza di questo episodio con la Istoria bellissima di Angelina Siciliana, la quale amava grandemente Gesù Cristo, dalla quale sentirete, che per vivere castamente vendè fino i suoi capelli, quali furono poi la sua fortuna (Bologna. Alla Colomba).
La madre co' capelli via andò
A veder se qualcun li vuol comprare.
Una nobil signora li guardò,
Fece sta donna avanti a se menare.....
—«Ditemi, donna mia buona ed accorta,
Questi capelli son di qualche morta?»—
—«No»—rispos'ella presto presto allora
—«Son d'una figlia mia, vi fo sapere,
Che tagliati se gli è, non è un'ora.
Il dir bugie a Lei non è dovere.»—
Rispose allor la prudente signora:
—«Questa vostra figliuola vo' vedere;
E con i suoi li paragonerò.
Danar quanti volete io vi darò.»—
Entra in carrozza e giunse in tempo poco
Là dove era la casta verginella.....
Mossa a pietà la nobile signora
Non puol dagli occhi rattenere i pianti.
Comanda ai servi prestamente allora,
Che vadano a trovar vesti ed ammanti.
Un nobil cavalier, magno signore,
S'ebbe di tal donzella innamorare.
Fra sè dispose dentro del suo core
Per propria sposa volerla pigliare.
Chieder la fece con molta prestezza:
Gli risposer di si con allegrezza. Ecc. ecc.
[4] La storia di Scirone ladrone, nel Canto Quinto della Rodi salvata | canti sette | del Conte e Cavaliere | Vicenzo Marenco | Opera postuma | continuata e terminata | da | Giuseppe Turletti | con gli argomenti dello stesso || Carmagnola 1833. | per i Tipi di Pietro Barbiè; corrisponde perfettamente a quest'episodio. La racconta in Isciro, Gualtieri, signore di essa isola.
Fama è, ch'allora empio ladron tenesse
Coteste spiagge, che Sciron fu detto,
Che quanti il caso qui sospinto avesse
Stranieri, o il vento ad approdarvi astretto,
Con arte infame ad albergar traesse
Entro solingo ed esecrabil tetto,
Dove sotto accoglienze amiche e liete
Poi gli ancidea furtivo all'ombre chete.
Finchè da' venti qui sospinto venne
L'Attico Prence domator de' mostri,
Dal Termodonte le vittrici antenne
Qui raccogliendo e i coronati rostri;
L'usato stil con esso il ladron tenne,
E a scender l'invitò sui lidi nostri,
Chè de' tesori ond'era carco il legno
D'arricchirsi fra sè volgea disegno.
A lieta mensa il traditor l'accoglie
Col fior di quella gioventude Achea;
E medicati vin con certe foglie,
Che fan stupidi i sensi in chi ne bea,
Lor versa in copia; e 'n suo pensier già coglie
Dell'opra il frutto scelerata e rea,
Che pensa in breve a cupo sonno e forte
Veder ciascuno in braccio e darlo a morte.
Ma sua ventura vuol, che l'amorosa
Amazone bellissima Reina,
Del giovinetto vincitor già sposa,
Nè a bevanda nè a cibo il labbro inchina.
E allor ch'immerso in cupo sonno ei posa
Sola desta rimane a lui vicina,
Mentre, caduto già 'l diurno lume
Steso ei giacea su le malfide piume.
A par del Duce in stupida quiete
Giacean profondamente i Greci avvinti;
E l'infame ladron tra l'ombre quete
Già tutti avea que' sventurati estinti;
Anzi già ne veniva alle secrete
Stanze, u' chiudea dal sonno i lumi vinti
Il buon Teseo fra l'amorose braccia
Della Reina, ch'al bel sen lo allaccia.
E gode, il suo giungendo al caro viso,
Pascer di dolce fiamma i suoi sospiri,
E sulle mute labbia un indiviso
Spirto raccoglier ne' di lui respiri.
Quando sul limitar, di sangue intriso,
Avvien che l'empio penetrar rimiri,
Al chiaror, che dagli astri entra nel tetto:
Ma vario dal pensier segui l'effetto.
Chè la vigile Amazzone coll'asta,
Che sempre a canto era tenersi avvezza,
Il ferro del ladron, che già sovrasta,
Qual può meglio ripara, e 'l colpo spezza;
Quel vinto dal timor già non contrasta.
Ma fugge, e sol ne' piè pon sua salvezza;
Scuote il Campion la spaventata donna,
Ch'alla scossa e al rumor più non assonna.
E fatto a un cenno della fraude accorto,
Stringe il brando e 'l fellon premendo segue,
Benchè per calle essendo obbliquo e torto
Oltr'ei trascorso, di lontan l'insegue.
Alfin lo scorge omai vicino al porto,
E tanto va, che par ch'ormai l'adegue,
E almeno di salir la nave u' solo
Potria salvarsi, l'impedisce a volo.
Vista de' fidi suoi sul lido infando
Avea intanto la strage il Greco Duce,
E contro il traditor di rabbia urlando
Come fiamma nel volto arde e riluce;
L'incalza a tergo con l'invitto brando,
Che gli folgora in man di mortal luce;
Tutta la notte il segue e già ne preme
L'orme coll'orme e d'afferrarlo ha speme.
Per pian, per colle, per dirupo e balza,
Quel fugge, e l'ali al piè timor gli porge,
Qual capriol, cui leopardo incalza,
Di vallone in vallon s'abbassa e sorge,
Sopra una costa, che stringendo s'alza
In erto scoglio alfin, e in mar ne sporge,
Sale e si trova in sul finir del monte
Con Teseo a tergo e 'l mar d'intorno e a fronte.
Tocca la cima e d'alcun lato scampo
Più non si vede, onde giù balza e piomba,
Dov'altri scogli fanno ai flutti inciampo
E 'l lido e l'onda al suo cader rimbomba.
Giunge in vetta il guerriero in men d'un lampo
Che l'aria ancor del precipizio romba,
E lo sparso cerebro in sulle sponde
Ne vede e 'l busto volteggiar sull' onde.
[5] Fra' pregi della Novellaja fiorentina non può annoverarsi certo quello di dar giuste nozioni ed esatte di diritto internazionale. Pari in pari non ha imperio.
XVIII.
IL RE CHE ANDAVA A CACCIA.[1]
Il Re che si divertiva alla caccia, un giorno, mentre era alla caccia, si fa un temporale di fulmini, di tutto. Loro (il Re e i suoi signori, che vanno insieme) scappano chi di qua chi di là. Nello scappare inciampa in un mazzo di chiavi. Prova qui, prova qua, sur una piazza si trovorono, non apriva che un bel palazzo. Loro aprono e vanno su e domandano:—«Si pole?»—Uh, nessun risponde. Trovano, gira, gira, una bella stanza con una tavola apparecchiata, ma imbandita per trenta persone. Chiama chiama, nessuno risponde. Si mettono a mangiare, gua', se nessuno rispondeva! Dopo che gli hanno mangiato, principiano a girare il palazzo; e vedono da lontano tutto una quantità di lumi, tutto un chiarore: si vedeva bene che c'era una illuminazione, gua'. Vanno in là, entrano in questa stanza e vedono un catafalco alto, con una donna morta, una bella giovine morta. Maestà dice:—«Guardiamo se la si porta giù.»—a que' signori. La portan giù per vedere se la non era morta, la mettono sur un sofà e il Re comincia a fare:—«Ah che peccato, questa bella giovane, che sia morta! guardate che be' capelli!»—Nel far così, nel lisciarla, gli sente un bozzolino in capo; gnene tira via e la risuscita. Gli era uno spillo ficcato, uno spillo tanto lungo.—«Ah!»—dice la giovine. L'apre gli occhi e dice:—«Dove sono?»—«In che maniera»—gli dice il Re—«questa cosa?»—«Una fata maligna, per astio»—dice—«che io era bella, fece questa cosa: ficcò lo spillo e m'ammazzò.[2]»—«Poerina!»—dice il Re.—«Ora non abbiate paura. Ora»—dice—«sarete con noi; non ci sarà paura di questa briccona.»—Eccoti, dopo il suo tempo, il Re va via e gli lascia tutto preparato, da mangiare quel che ci era e gli prende una damigella per compagnia. Invece d'andare una volta o due la settimana a caccia, ci andava ogni giorno, perchè gli premeva d'andare da lei, gua'. Lui gli dice:—«Sentite, io vi voglio sposare, voglio che siate per mia moglie.»—«Oh»—dice lei—«per me, sia un Re, sia un altro, è la medesima.»—Gli era figliola d'un Re anche lei. Eccoti che si sposano; e dopo poco, lei riman gravida. Allora sì che il Re più che mai spesso l'andava alla caccia: sempre gli era là. La madre s'insospettisce e la dice a uno dei soi:—«Quando mio figlio va alla caccia, andategli dietro, e guardate»—dice—«dove va.»—Dunque il figliolo è tornato. Quando gli è il giorno che va alla caccia, questo signore gli va dietro alla lontana, e vede che entra in questo palazzo. Questo signore domanda:—«Chi ci sta in questo palazzo?»—Dice:—«Una Regina ci sta. Per la quale»—dice—«sarà stata sposa. Non sarà neppure nove mesi che l'ha sposata un Re. Anzi ora»—dice—«l'è per partorire.»—Dunque, a tornare addietro, lui torna al palazzo e gli racconta tutto alla Regina madre. La Regina partorisce e fa un bambino. Dopo che lei ha partorito, il Re si trattiene un pezzo da lei; e poi torna dalla madre a il palazzo. Quando gli è tavola:—«Oh Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il cuore.»—E respira e dice codeste parole. La madre figura di non intendere. E sempre questi sospiri:—«Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core!»—Gli era la moglie e il figliolo. Eccoti lui va via e figura d'andare a caccia e torna dalla Regina, e la Regina l'era un'altra volta incinta. Viene e partorisce e fa una bambina. Si trattiene qualche giorno e poi ritorna a il palazzo da sua madre, lui. E a tavola diceva:—«Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—E sempre così a tutta la tavola, sospira e queste parole. Che ti fa la vecchia? Scrive una lettera fulminante[3] a questa Regina, dicendogli che lei in tempo di sei giorni gli facesse tanto piacere di mandargli i suoi bambini per quattro a sei giorni. La manda per l'istesso signore che andiede addietro a il Re, questa lettera. Eccoti arriva lassù dalla Regina, gli fa leggere questa lettera. La legge e sente che la socera la bramava tanto questi bambini. Lei la lo crede, la crede che la dica il vero, la li prepara tutti per bene e la li manda per questo signore. E li porta alla Regina vecchia; questo signore la gnene porta questi bambini. La vecchia, manda a chiamare il coco:—«Questi bambini, ammazzali e falli arrosto.»—Quest'omo, invece d'ammazzarli, scappa dalla moglie e gli dice:—«Tienimi conto di questi bambini: poi tu saprai perchè.»—Eccoti va in mercato il cuoco e compra due porcellini, due porcellini piccoli, avete inteso? Gli leva il capo e le gambe e li fa arrosto. Venghiamo all'ora del pranzo:—«Oh Rosa, Fiore e Candida, tu m'hai trafitta l'anima; Candida, Rosa e Fiore, tu m'hai trafitto il core.»—Sempre così, dice il Re.—«Eh!»—la gli fa la madre; la gli dice a il figliolo:—«Eh!» mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete.»—La crede che siano i figlioli quelli che sono fatti arrosto. A tornare un passo addietro, il Re gli aveva donato una sonagliera alla sposa lassù, una sonagliera d'oro. E gli disse:—«In qualunque bisogno tu abbi di me, sona questa sonagliera e io ti apparisco a tutte l'ore.»—Eccoti in questo tempo un suo parente gl'impone guerra; ed ebbe appena tempo di scrivere la lettera alla sposa e andar via. Dice addio alla madre, che figura di piangere; e alla sposa figuratevi che lettera gli manda! La madre, che sa che il figlio l'è alla guerra, scrive una lettera alla nora e dice: che la vedesse i suoi bambini, non li riconoscerebbe quanto sono avvenuti belli, e che a tutte le maniere lei la venga qua nel palazzo, che lei la sta aspettandola a braccia aperte. Eccoti la Regina riceve la lettera e sente queste cose: subito lei la si prepara per vedere i suoi bambini:—«Intanto»—dice—«starò con la sòcera.»—Eccoti la si mette in viaggio e arriva a il palazzo. La Regina vecchia aveva già dato ordine che il forno fosse scaldato, ma scaldato proprio da bono, da cocere. Arriva al palazzo, credendo d'essere ricevuta per bene:—«Oh»—dice—«dove sono i miei bambini?»—«Ah briccona!»—dice la vecchia—«ora vedrai dove sono i toi bambini. Tu avevi sposato il mio figlio!»—dice.—«Qual'è stata l'audacia di sposare il mio figlio? ora vedrai la vendetta che io farò, io.»—La conduce là nella stanza del forno.—«Vedi? quella ha da esser la tua morte; hai da andar lì dentro[4].»—«Se io»—dice—«devo fare la morte così, almeno imploro la grazia che mi dia un'ora di tempo prima di morire, da me, segregata, in una stanza segregata.»—«Ebbene, sia concesso»—dice la vecchia. La mette in questa stanza. Lei si ricorda della sonagliera, che il marito gli disse:—«In qualunque bisogno, sonala; ed io ti apparirò.»—Principia a sonare, sodo, sodo, sodo. Eccoti il Re che gli apparisce alla sposa. E gli dice lei:—«Vedi quelle fiamme, le son per me, per via di tua madre.»—Eccoti, apron l'uscio per portarla nelle fiamme e vede la vecchia che ci è il suo figlio. Che ti fa, lui? Prende in collo la madre di peso e la mette in forno e serra. Ordina a tutti i servitori che nessuno aprisse il forno; lasciassero bruciare come l'andava. Eccoti il coco che sente che ci è il Re; scappa a casa dalla moglie, prende i bambini e li porta a palazzo:—«Maestà»—dice—«Maestà, questi sono i soi figli che la sua signora Madre mi aveva detto che li ammazzassi e li cocessi per Lei. E, invece di cocerli, li portai alla mia moglie e comperai due porcellini, gnene cossi e Lei li mangiò.»—«Ah traditora! Maraviglia che diceva: Mangiate e bevete, che dinanzi Fiore e Candida avete!»—Chiama la Regina: la vien di qua e la vede i soi bambini. Figuratevi questa donna, la sua contentezza, non si pò spiegare, gua'! a vedere i soi bambini! La dice:—«Qui va compensato quest'omo.»—«Saprò il mio dovere»—dice il Re. Il Re gli dice che vada a casa, prenda la sua moglie e venga a palazzo, che sarà lui il maggiordomo e sua moglie la prima dama della Corte. E così se ne vissero e se ne godettero, e a me nulla mi dettero.
NOTE