cioè, se il narratore non la frangia con invenzioni proprie.
Sottopongo senza palpiti il mio lavoro alla censura della mamma: vi sarà forse qualche goffaggine da condonarsi ad una povera ciana; ma di sconcio, di pericoloso non ci so veder niente, nientissimo. La convenienza di siffatti racconti alle menti infantili è dimostra dal venir essi da parecchi millenni tradizionalmente trasmessi di generazione in generazione. E non v'ha Italiano cui tali storielle non venisser narrate durante la puerizia nel vernacolo natìo; che non vi riannodi sante memorie, reminiscenze carissime.
Queste favole, se convengono all'infanzia, sono anche oggetto di ricerche scientifiche, epperò mi diedi a raccoglierne. Sendo il più le fiabe retaggio comune degli Ariani tutti, avrei forse dovuto notare minutamente i riscontri e le differenze di lezioni tra le mie e l'altre già pubblicate e risalir fino ai simboli ed ai miti che in parecchie pajon contenersi davvero. Similmente potrei tesservi la storia delle raccolte analoghe o congeneri e de' lavori letterarî che hanno accattato il tema dalle fiabe popolari: parlarvi di Giambattista Basile (Gian Alesio Abbattutis), di Pompeo Sarnelli (Masillo Reppone), dello Straparola, del Perrault, del Musäus, de' fratelli Grimm, eccetera; d'italiani, di tedeschi, di francesi, di slavi, eccetera; delle Fiabe del Gozzi, del Malmantile riacquistato di Lorenzo Lippi (Perlone Zipoli), di molte féeries francesi, del Don Silvio di Rosalba del Wieland, di parecchi drammi del Platen, del Tieck, eccetera; e poi di nuovo del Panciatantra, del Pentamerone, della Posillecheata, dei Contes de ma mère l'Oye, dei Volksmärchen der Deutschen, degli Haus—und—Volksmärchen, eccetera. Ma di ciò parlan tanti volumi! e sarebbero erudizioni così facili! e se n'è fatto tanto abuso! Ed a vojaltre cosa importa? Ora, attenendomi a ciò solo che può gradirvi od interessarvi, io voglio provarvi che affetto per voi, desiderio di divertirvi, non vaghezza di lode altrui, e nemmen zelo per la scienza, mi ha stimolato a procacciare questa stampa. Nondimeno aggiungerò in nota sulle bozze di stampa, sulle strisce, sugli stamponi, sulle pruove di torchio, via, que' riscontri letterarî italiani che per ciascuna novella mi sovverranno. Ma solo gl'italiani, e fra gl'italiani, quelli soli che mi sovverranno senza fatica e studio: non mi alzerò dalla seggiola per riscontrare alcun volume.
Avvertite che ho ridotte alle forme corrispondenti della lingua italiana, nobile ed aulica, di quella lingua che parliamo voi ed io, tutte le storpiature idiomatiche fiorentine. Ho lasciato suo per loro; e gli non solo pel plurale d'ambo i generi, ma eziandio pel femminile, come è regola nel vernacolo di Firenze, confortata od avvalorata da non pochi esempi classici. Ve ne prevengo a scanso di confusione ed acciò da una banda non si perturbino le vostre idee grammaticali, e dall'altra non crediate che veramente in Firenze non ci sia vernacolo e si pronunzino le parole nella forma aulica e senza smozzicatura alcuna, come c'è chi vorrebbe far credere.
Gradite e compatite la povera offerta, care le mie fanciulle: e vogliate un po' di bene al vostro
IMBRIANI.
Novella I.
L'ORCO[1].