Interrogato se avesse motivi di rancore personale contro una o tutte le sue vittime ed invitato a dare spiegazioni intorno alle parole profferite nel giorno del tumulto popolare contro l'autocrate d'Antibo, parole che per l'indulgenza eccessiva del colonnello gli avevan fruttato un solo mese di arresti di rigore, rispose: — «Pronunziai quelle parole perchè indegnato dall'assassinio del povero Coppa di oro. Non poteva certo premeditare allora la impiccazione de' tre Re, come non poteva prevedere in alcuna guisa che rapirebbero la Principessa e ch'io avrei la fortuna di raggiungerli e il modo di castigarli. Un sol motivo di odio aveva contro di loro, e questo è comune a tutti gli Scaricabarilesi: tutti, credo, erano sdegnati che tre deformi d'animo e di corpo osassero pretendere alle nozze della figliuola del Re nostro ed alla signoria del nostro paese».
Interrogato sulla partecipazione dei subordinati negli impiccamenti, rispose, assumendone tutta la responsabilità: — «I miei soldati non discutono, obbediscono. Al comando mio avrebbero fatto qualunque cosa, appunto come domani, ne giuro e ne scommetto, saranno pronti a fucilarmi sull'ordine del nuovo capitano loro».
Venne quindi proceduto all'audizione dei testimoni, che raccontarono particolareggiatamente tutti i fatti da noi narrati e confermarono in ogni punto la narrazione di Sennacheribbo. Della fata potevano dir nulla, nessuno avendola vista: ma affermarono d'essersi sentito raddoppiare a mille doppi il vigore del corpo e dell'animo, e di aver avuto per guida nella portentosa galoppata il fuoco fatuo. Quando interrogarono il luogotenente, che comandava interinalmente la compagnia, Sennacheribbo chiese di potergli rivolgere una domanda: — «Tenente, se domani Ella fosse comandato con un pelottone per fucilarmi, disubbidirebb'Ella? Cred'Ella che alcun uomo dello squadrone rifiuterebbe l'obbedienza?».
— «Capitano,» — rispose il luogotenente, — «Ella è stato per me padre e fratello; e non per me solo, anzi per tutti noi. Ella ci ha educati e rotti alla disciplina, all'obbedienza passiva. Noi seguimmo sempre le sue norme i suoi dettami: persevereremo nelle abitudini ch'Ella ci ha imposte e che son per noi una seconda natura. Se domani fossimo comandati, La fucileremmo senza mormorare. Ma, se toccasse a me d'esser comandato, mi farei saltar lo cervella appena tornato in caserma; e così, metto pegno, farebbe ogni altro ufficiale, graduato o milite dello squadrone». — Era esaurita la lista dei testimoni, quando il Presidente dell'Alta Corte di giustizia, ricevuto un piego da un usciere, e, lettolo, alzandosi in piedi disse ai colleghi: — «Osservandissimi ed onorandissimi colleghi; La Altezza reale della principessa Rosmunda chiede con la presente lettera del suo primo gentiluomo di camera, di essere ammessa a dare degli schiarimenti, che assicura importantissimi per la causa sottoposta al profondo vostro senno ed allo imparzial giudizio; e mi fa annunziare di essere nelle sale di aspetto del Senato. In virtù dei poteri discrezionali del Presidente, io penso opportuno di udire le dichiarazioni dell'Altezza Sua, e nominerò una deputazione che vada ad incontrarla e la introduca nell'aula».
Sennacheribbo divenne pallido come un cadavere, e corse con la mano al petto per frenare alquanto i battiti del cuore. Tutti i Senatori, tutti gli astanti si alzarono in piedi e la principessa Rosmunda, pallida anch'essa, fece ingresso nell'aula accompagnata dall'azafatta e dalla deputazione del Senato, e appoggiata al braccio d'uno de' vice-presidenti. Pallida sì, co' grandi occhi bruni un po' smorti, ma onestamente baldanzosa. Il Presidente le fece un'arringa complimentosa, discretamente sgrammaticata, e le disse che l'Alta Corte era pronta ad ascoltare con attenzione religiosa le importanti comunicazioni che Sua Altezza aveva annunciate. La Principessa ringraziò cortesemente, senza sgrammaticare: pregò tutti di sedere, e poi narrò per disteso la sua avventura e quanto avea sofferto; e la violenza e gl'insulti e il ratto e l'affannamento e la corsa sfrenata e la partita a dadi e le minacce dell'autocrate d'Antibo, alla imbavagliata e la mano alzata per ricaderle sulla guancia... Tutti fremevano. Narrò il sopraggiungere del capitano Sennacheribbo e lo incantesimo del legacciolo donatole dalla santola, la quale era fata. E per avvalorar la sua testimonianza, acciò messer lo Commissario regio e gli altri scettici dell'adunanza non s'incocciassero nel negare, la si chinò modestamente, con tutta modestia, e sollevando un lembo appena della veste prolissa e tanto lievemente che a stento venne scorta la punta delle scarpette ricamate, sciolse la giarrettiera; e se la ravvolse intorno al polso sinistro e v'impresse un bacio.
Non appena l'ebbe tocca con le labbra, ecco scuotersi la terra come pel tremoliccio, ecco sfolgorare un lampo, ecco il rombo d'un tuono. Un soffio di vento sibilò sotto le ampie vôlte dell'aula e fece tintinnar le invetriate, ed agitarsi le tappezzerie, i cortinaggi, le tende, i fiocchi. E gli astanti fra sorpresi ed esterrefatti videro comparire un plaustro di madreperla tirato da quattro paia di dragoncini, leucotteri color di rosa, moschettati di viola con le criniere e le creste e le ali di fiamma. E nel plaustro sedeva una donna avvenentissima, tutta velluti e trine e gemme, dalla quale si diffondeva come una luce che rischiarò splendidamente l'aula e fece impallidire i raggi del sole meridiano. Il plaustro ristette ai piedi del seggio del Presidente; la fata smontò ed appressandosi alla figliuola ed abbracciandola, le disse: — «Che vuoi Rosmunduccia?» — e le diè un bacio proprio di cuore.
Un mormorio di ammirazione, di meraviglia, di stupore, di curiosità ed anche di spavento superstizioso, guizzò (scusate l'espressione impropria), serpeggiò per la folla. Difatti, pensate un po', all'esistenza delle fate ci crediamo su per giù tutti, come all'esistenza degl'ippogrifi, degli ippotragelafi, degl'ircocervi, ma, se ho a dirla schietta, il ver convien pur dir quand'e' bisogna, un ircocervo, un ippotragelafo, un ippogrifo, una fata, son cose che non ho mai viste al mondo mio: e mi venissero a dire che al Pincio c'è una carrozza tirata da ircocervi, che la Compagnia equestre all'Argentina ci ha degl'ippogrifi, che nelle stalle del Quirinale c'è un ippotragelafo, che nell'aula del Senato del Regno c'è una fata con la sua brava verga criselefantina ed un plaustro tratto da otto draghettini rosei, io non saprei resistere alla tentazione per quanto incurioso io mi sia. E benchè il frequentare il Pincio sia il più insulso degli spassi, il frequenterei; e benchè l'assistere alle rappresentazioni equestri sia gusto plebeo, prenderei un biglietto per questa sera stessa; e benchè le sedute del Senato non sogliano essere divertentissime, farei a pugni per entrare nelle tribune. Anche in Iscaricabarilopoli, sebben si parlasse molto di fate ai bimbi, nessuno ne aveva mai viste, e molti dubitavano dell'esistenza loro ed accampavan cavilli ed arzigogoli per dimostrar che non ce ne puol essere. Ed insomma era la prima volta in tutta la Storia Universale che una fata compariva innanzi ad un Senato costituito in Alta Corte di giustizia; caso che molto probabilmente non si rinnoverà mai più, mai più. Dunque tutti gli spettatori si pressavano, si pigiavano, si accalcavano, si alzavano sulla punta dei piedi, si spingevano, si appioppavan gomitate; tutti volevan vedere la fata Scarabocchiona ed il plaustro di madreperla ed i quattro dragoncelli. E se li mostravano a dito e stupivano e strasecolavano.
Disse la Rosmunda: — «Cara santola, scusate l'incomodo: ma, ve ne prego, raccontate anche voi a questi Signori qui, come sono andate veramente le cose, e qual parte ci avete avuto voi, acciò si sperda ogni dubbio dagli animi loro».
E la fata leggiadrissima, compiacendo la figliozza, narrò del consiglio dato alla Rosmunda; averglielo dato perchè prevedeva e sapeva, perchè il suo libretto magico le aveva dimostro che in tal modo sarebbe accaduto quel ch'era poi accaduto di fatti: lo scombinamento degli assurdi matrimoni e la morte delle tre belve scettrate. Narrò in qual modo Sennacheribbo avesse raccolto il legaccio incantato e l'avesse baciato senza sospettarne la virtù magica, anzi come reliquia della Principessa, che celatamente, timidamente, ma potentissimamente amava. Povero Sennacheribbo, udendo così spiattellare coram populo ciò, che egli si apponeva a delitto ed avrebbe voluto nascondere a sè stesso e stimava ignorarsi da tutti, si fece scarlatto e chinò il capo come un reo convinto, si coprì la faccia con le palme ed avrebbe voluto essere a cento palmi sotterra.
Oh che mortificazione! oh come tutti lo dileggerebbero! oh che amaro sogghigno di sprezzo avrebbe scoperto sulle labbra della Principessa se avesse osato guardarla! oh che fischiate gli toccherebbero! oh come gli sarebbe rinfacciata la nascita ignota e la povertà! Così pensava: ma..... la Principessa stava tutta composta a capo chino presso la madrina, e l'uditorio s'inteneriva e s'interessava per lui.