«E così sempre. Egli è chiaro, che gli articoli, così attenuati alla semplice vocale, esigono uno strascico e quasi una duplicazione di pronunzia».—Il cavaliere Raffaele D'Ambra scrive poi:—«L'a, in luogo dell'articolo la, si tollera nel dialetto parlato; ma è un errore nella scrittura, dove si ha a segnare tutto intero».—«Grecamente del la articolo, mangiasi l'l nella pronunzia plebea. Esempii: A mamma, la mamma; a scuffia, la cuffia. Ciò sarebbe errore nella scrittura».—Sarebbe errore, è errore! perchè? Se così si dice, e non altrimenti? E che c'entra la Grecia? Ci avevamo la lingua scritta e la parlata: ora, il D'Ambra ci vuol regalare anche il dialetto scritto ed il parlato, tanto per aumentar la confusione. Questo dialetto scritto, diverso dal parlato, non altro sarebbe se non un gergo convenzionale: e tale è pur troppo; giacchè piace al più gli scrittori vernacoli di storpiar del pari la lingua aulica e lo idioma domestico. In Napolitano si dice quasi sempre 'a e non la; 'o (oppure 'u) anzichè lo e la, semprechè la parola seguente cominci per consonante. Se ne' canti popolari si usasse lo e la, i versi zoppicherebbero quasi tutti. Così pure si dice 'e bacche e non le bacche (le vacche); 'e bitelle e non le bitelle (le vitelle).
[6] Accussì, così.
[7] Li spiava, le chiedeva. Spià', chiedere, domandare, interrogare. Vedi Varie Poesie | di | Niccolò Capassi | Primario Professore di Leggi | nella R. Università di Napoli || In Napoli MDCCLXI | Nella stamperia Simoniana | Con permesso de' Superiori. Achille dice a Grammegnone (Agamennone):
Spia un a uno (e bide che te dice):
Sì li trojane l'erano nemmice?
Gregorio De Micillis scrive:—«Nell'edizione Simoniana delle Poesie varie di questo autore, e ne' suoi Sonetti in dialetto patrio, da me pubblicati l'anno 1789, leggesi Capassi, e non Capasso, e male; perchè in tutte le sue lettere, ed in altre scritture di sua mano, egli sottoscrisse sempre il suo cognome coll'o in fine e nommai coll'i, come, affettando un certo fiorentinismo, sogliono praticare i moderni. Il nostro Grandi, nell'eccellente trattato dell'Origine de' cognomi gentilizî, condanna questo abuso e ne fa vedere l'irragionevolezza con pruove, che non ammettono risposta. Vedilo alla pag. 284 e seguenti della detta Opera.»—Così può leggersi ne Le opere | di | Niccolò Capasso | la maggior parte inedite | Ora per la prima volta con somma diligenza raccolte, | disposte con miglior ordine | e di Note | ed Osservazioni arricchite | da Carlo Mormile |. Si è aggiunta in questa prima compiuta edizione | la vita dell'autore nuovamente scritta | da Gregorio De Micillis. | Volume Primo. || In Napoli MDCCCXI. | Presso Domenico Sangiacomo | Con licenza de' Superiori. Pure, malgrado la disapprovazione del Grandi e malgrado tutte le buone ragioni, che consiglierebbero a mantenere inalterati i cognomi, li vediamo continuamente alterati da noi e nella scrittura e nella pronunzia, o per fuggire equivoci osceni, o per ingentilirli e per ravvicinarli al tipo aulico, o per altre cagioni. Così, per esempio, il sommo storico Carlo Troya, voleva il suo scritto con l'y anzichè con l'i o con la j. Le famiglie Culosporco, Stracazzi, Figarotta, si fanno ora chiamare Colosporco, Stragazi, Fecarròta. Il commendator Marvasi, era figliuolo e fratello di Marvaso. Un Torelli, di origine albanese, giornalista, padre di un noto commediografo, è fratello e zio e figliuolo di tanti Turiello. Conosco un Rossi, ch'era fino a pochi anni fa semplicemente Russo. Gl'illustri Silvio e Bertrando Spaventa appartengono ad una famiglia De Laurentiis, la quale cominciò a farsi chiamare De Laurentiis-Spaventa, quando entrò in essa l'ereditiera della famiglia Spaventa; in poche generazioni il cognome originario s'è obliterato ed è stato surrogato del tutto dallo avventizio. Mille altri casi simili potrei citare.
[8] Isso, masch. sing. Iessa femm. sing.
[9] Ssi prisintava 'ô Re; dicette 'nfacce 'â mugliera (Vedi più giù nel conto intitolato: 'E corna). Quell'ô e quell'â si hanno a pronunziar lunghe e sono contrazioni di a 'o ed a 'a, cioè allo ed alla. Nel racconto di Viola troveremo: e 'o dicette 'ê sore; cioè: alle sorelle. 'Ê, contrazione di a 'e.
[10] Chiatte, grasse. Evidentemente da πλατὐς, εïα, ὐ: largo, amplo. Anche i greci chiamavano πλαταïς i corpulenti, gli aitanti della persona. Nunziante Pagano, parafrasando la Batracomiomachia d'Omero, fa dire a Sfrattafrecole:
E a 'st'ommo, a 'st'ommo dico, gruosso gruosso,