Aveva appena finito sì fatto ragionamento, allorchè i marescialli condussero il cavaliere Diseredato nanti i gradini del trono. Il principe soprappreso tuttavia dall'idea che potesse trovarsi in quello sconosciuto il proprio fratello, un fratello ch'egli aveva offeso sì gravemente, ch'ei tentava spogliare del regno, senza por mente che sole prove di fiducia e d'affetto ne avea ricevute, soprappreso, dissi, da tale idea, non credè abbastanza dileguato il timore concetto dalle osservazioni di Fitzurse; laonde nel tempo stesso che indirigeva al cavaliere Diseredato alcune frasi intese a commendarne il valore, nel tempo che ordinava fosse presentato al medesimo il palafreno di mantel nero, premio della riportata vittoria, tremava di riconoscere in quanto stava per rispondergli il vincitore la voce maschia e sonora di Riccardo-Cuor-di-Leone.
Ma il cavaliere Diseredato non rispose una sola parola al complimento fattogli dal principe, limitandosi a salutarlo profondamente.
Due scudieri condussero nell'arena il cavallo riccamente bardamentato, ornamento che ne aumentava di poco il pregio ad occhi capaci di valutare il merito intrinseco del corridore. Appoggiata una mano sul pomo della sella, lo sconosciuto vi montò sopra senza valersi di staffa, e brandendo la sua lancia, compiè due volte il giro del recinto, facendo fare al destriero tutte quelle prodezze che l'arte del cavallerizzo conosce.
Alcuno avrebbe potuto attribuire questo contegno dello sconosciuto a vanagloria e a desio di accrescersi lustro coll'offerire tal nuovo esperimento di sua abilità; ma fu supposto ch'ei volesse rendere in cotal guisa manifesto agli spettatori quanto fosse il pregio del dono compartitogli dalla munificenza del principe; quindi anche una volta divenne scopo degli applausi unanimi di quella vasta arena di spettatori.
Nel qual tempo il priore di Jorvaulx, sempre faccendoso, disse alcune parole all'orecchio del principe a fine di ricordargli che il vincitore dopo aver date prove di coraggio, dovea darne una del proprio senno, scegliendo fra le matrone che trovavansi nelle logge la meritevole del seggio assegnato alla Regina della Beltà e degli Amori, quella dalle cui mani aspettava la propria corona il vincitore del dì successivo. Laonde quando il cavaliere passò dinanzi al principe, la seconda volta, questi gli fe' un cenno, dopo il quale lo sconosciuto volgendo e fermando con eguale rapidità il suo destriero, rimase innanzi alla loggia del trono, immobile e colla punta della sua lancia bassata a terra. La destrezza posta nell'eseguire tale fazione, sì istantaneo passaggio da uno stato di agitazione vivissima alla immobilità di una statua equestre gli meritaron nuovi applausi di quella numerosa assemblea.
«Ser cavaliere Diseredato» gli disse il Principe, «poichè è questo il solo nome sotto cui vi piacque farvi conoscere, una tra le prerogative del trionfo che riportaste, sì è quella di scegliere l'avvenente giovane, che qual Regina della Beltà e degli Amori presederà domani alla festa. Se siete estraneo in questa terra, e desideraste quindi qualche cognizione che in tale scelta soccorresse la vostra deliberazione, vi dirò solamente che Alicia, figlia del prode cavaliere Waldemar Fitzurse, vien riguardata nella mia corte siccome la più ragguardevole, e per grado e per leggiadria.» E in ciò dire, gli indicò la loggia vicina ove stavasi l'encomiata donzella. «Però» aggiunse «è in libertà vostra presentare a quella cui giudicherete meglio la corona che sto per consegnarvi. Colei che la riceve dalle vostre mani, verrà riconosciuta Regina della Beltà e degli Amori. Sollevate la vostra lancia.»
Il cavaliere obbedì, e allora il Principe collocò sul ferro della lancia appressatagli una corona d'oro che imitava le foglie del lauro, attorno a cui si alternavano cuori e punte di frecce a guisa delle palle e delle foglie di fragole che adornano le ducali corone.
Del mostrarsi co' detti suoi sì parziale alla figlia di Waldemar molte furono nel Principe le cagioni, che tutte derivavano dall'indole del suo animo, ove ad un tempo sprezzante alterigia e presunzione, astuzia e bassezza allignavano. Primieramente ei volea far dimenticare ai suoi cavalieri il disdicevol partito, ch'egli medesimo avea posto e che pretese indi colorare siccome scherzo, quello cioè di nominare a regina della giostra un'Ebrea. Con ciò intese in oltre a farsi benevolo Waldemar Fitzurse, che gli dava una specie di tema, e che nel corso di tale giornata avea manifestati indizi di scontento più d'una volta. Sperava parimente farsi un merito utile alle sue mire presso la donzella medesima, se venìa coronata; perchè le voglie de' licenziosi diletti dominavano l'animo di lui non meno d'una cieca ambizione, figlia, come, vedemmo, dell'ingratitudine e della perfidia. Ad ogni evento ei preparava un seme di rancori fra Waldemar ed il cavaliere Diseredato che egli avea preso in avversione pel trionfo ottenuto su i suoi partigiani; perchè nel contingibile caso che il vincitore scegliesse tutt'altra fuor di quella a lui suggerita dal Principe, non era improbabile che Waldemar riguardasse tal preferenza siccome insulto arrecato alla propria figlia.
Il cavaliere Diseredato cavalcando il suo bel corridore, compiè a passi lenti il giro all'intorno di tutte le logge, facendo mostra di esaminare, come n'era diritto, le diverse beltà che le ornavano, per dar così fondamento alla scelta che avrebbe profferita; ma nel passare sotto la loggia d'Alicia pomposa di tutto l'orgoglio che leggiadria e magnificenza incoraggiano, non vi si fermò un solo istante.
Un riguardo non privo di vaghezza offrivano i diversi artifizi adoperati dalle donne che soggiaceano a tal sindacato. Qual d'esse arrossiva, quale ostentava il contegno dell'alterezza o della dignità; alcune volgeano gli occhi da un'altra parte, volendosi quasi far credere indifferenti a tutta questa bisogna; altre mostravano di frenare il sorriso, altre gli davano libera carriera sperando aquistare nuova leggiadria. Fuvvene pur di quelle studiose di nascondere col velo i propri vezzi; ma tai donne, narra il mio autografo, erano use da dieci anni a veder ammirata la propria bellezza, onde gli è lecito supporre, che avendo goduta la lor buona porzione di mondane vanità, si ritraessero volontarie dall'arringo per lasciare alle più novelle la speranza di trionfare.