12. Oltre le rappresentazioni delle posizioni e dei movimenti delle singole parti del corpo, noi possediamo anche una rappresentazione della posizione e del movimento dell’intero corpo, e quelle prime rappresentazioni solo per la loro relazione a quest’ultima passano da un significato semplicemente relativo ad uno assoluto. L’organo d’orientazione per queste rappresentazioni generali è la testa, della cui posizione noi abbiamo sempre una rappresentazione determinata o rapporto alla quale nelle nostre rappresentazioni orientiamo, per lo più in modo solo indeterminato, i singoli organi corporei, secondo i singoli complessi di sensazioni tattili esterne ed interne. Nella testa inoltre i tre canali del labirinto uditivo sono l’organo specifico dell’orientazione, al quale vengono ad aggiungersi, come organo secondario, le sensazioni tattili interne ed esterne, legate all’azione dei muscoli della testa. Questa funzione di orientazione dei canali può essere facilmente spiegata, se si ammette che sotto la varia pressione dell’endolinfa sorgano sensazioni tattili interne, con differenze di segni locali specialmente marcate. Il capogiro, che nasce in seguito a troppo rapidi movimenti della testa, ha con ogni verosimiglianza la sua origine nelle sensazioni prodotte dai violenti movimenti dell’endolinfa. Con ciò si accordano le osservazioni fatte, che per parziali distruzioni dei canali si hanno costanti illusioni d’orientazione e per la completa distruzione degli stessi un quasi completo annullamento della capacità d’orientarsi.

12a. Le teorie che si contrappongono riguardo all’origine psicologica delle rappresentazioni di spazio sogliono essere indicate come quelle del nativismo e dell’empirismo. La teoria nativistica vuol derivare la localizzazione nello spazio da proprietà innate degli organi e dei centri di senso; la teoria empiristica invece dall’influenza dell’esperienza. Questa distinzione però non spiega con esattezza le opposizioni realmente esistenti, perchè si può combattere l’opinione di rappresentazioni spaziali innate, senza con questo affermare che esse sorgano dall’esperienza. Infatti è questo appunto il caso, quando si considerino, come sopra si è fatto, le intuizioni spaziali come prodotti di processi psicologici di fusione, che sono fondati tanto sulle proprietà fisiologiche degli organi di senso e di movimento, quanto sulle leggi generali per le quali nascono le formazioni psichiche. Tali processi di fusione e gli ordini delle impressioni sensibili che si fondano su di essi, costituiscono per l’appunto dappertutto le basi della nostra esperienza; e appunto per ciò è inammissibile chiamarli essi stessi esperienze. Più esatto sarebbe indicare le due opposte teorie come nativistica e genetica. Di più è degno di nota, che le diffuse teorie nativistiche contengono elementi empiristici, così come d’altra parte le teorie empiristiche racchiudono parti nativistiche, in modo che il contrasto appare talvolta più che altro di nomi. Intatti i nativisti presuppongono bensì che l’ordine dell’impressione dello spazio corrisponda immediatamente all’ordine dei punti sensibili nella pelle e nella retina; ma la speciale maniera di proiettare all’esterno, sovratutto la rappresentazione della distanza e della grandezza degli oggetti, inoltre il riferimento di una pluralità d’impressioni spazialmente separate ad un unico oggetto, dipendono secondo essi dall’“attenzione„, dalla “volontà„ e persino anche dall’“esperienza„. Gli empiristi invece sogliono presupporre in qualche modo lo spazio come dato, e interpretare poi ogni singola rappresentazione come un’orientazione in questo spazio, determinata da motivi di esperienza. Nella teoria delle rappresentazioni spaziali della vista si è per solito considerato lo spazio tattile come questo spazio originariamente dato; nella teoria delle rappresentazioni tattili si è talora dotata la sensazione tattile interna dell’originaria qualità spaziale. Empirismo e nativismo sono quindi nella realtà per lo più concetti fluttuanti e ambedue le teorie si accordano in ciò, che usano concetti complessi della psicologia volgare, come “attenzione„, “volontà„, “esperienza„, senza più intimamente provarli ed analizzarli. In ciò sta veramente il punto in cui loro si oppone la teoria genetica, che cerca, mediante l’analisi psicologica delle rappresentazioni, mettere in luce i processi elementari, dai quali le rappresentazioni hanno origine. Malgrado le loro deficienze, tanto la teoria nativistica quanto l’empiristica hanno il merito di aver posto in evidenza il problema psicologico qui esistente, coll’aver portato un gran numero di fatti a spiegazione di esso.

B. — Le rappresentazioni visive dello spazio.

13. Le proprietà generali del senso tattile si ripetono nel senso della vista, ma in una conformazione di gran lunga più fine. Alla superficie sensibile della pelle esterna qui corrisponde la superficie retinica coi suoi coni e bastoncini disposti a mo’ di palizzate e formanti un mosaico finissimo di punti senzienti. Ai movimenti degli organi tattili corrispondono i movimenti dei due occhi, che o si fissano sugli oggetti o ne percorrono i contorni. Però, mentre il senso tattile sente le impressioni per contatto diretto degli oggetti, i mezzi rifrangenti, che si trovano davanti la retina, proiettano su di essa un’imagine degli oggetti rovesciata e impiccolita. E poichè quest’imagine per la sua piccolezza lascia campo a un gran numero d’impressioni contemporanee e poichè la luce, per la sua energia di penetrazione nello spazio, agisce ora su oggetti lontani ed ora su vicini, il senso della vista acquista, in assai più alto grado che il senso dell’udito, il significato di senso della distanza. Infatti la luce può essere percepita ad una distanza incomparabilmente maggiore che il suono; inoltre il soggetto percipiente pone a varia distanza direttamente solo le rappresentazioni visive, quelle uditive invece sempre solo indirettamente, giovandosi della rappresentazione visiva dello spazio.

14. Dopo di che ogni rappresentazione visiva può sempre, avuto riguardo alle sue proprietà spaziali, essere scomposta in due fattori: 1º nell’orientazione reciproca dei singoli elementi di una rappresentazione; 2º nell’orientazione di essa al soggetto percipiente. La rappresentazione di un unico punto luminoso contiene già questi due fattori, imperocchè noi dobbiamo rappresentarci quel punto in un ambiente spaziale qualsiasi e in un certo rapporto di direzione e di distanza rispetto a noi. Anche questi fattori possono essere separati gli uni dagli altri solo mediante un’astrazione arbitraria, non mai però in realtà, perchè dal rapporto, nel quale un certo punto spaziale sta al suo ambiente, è determinato regolarmente anche il suo rapporto al soggetto percipiente. Da questa dipendenza deriva anche, che l’analisi delle rappresentazioni visive parte opportunamente dal primo dei due summenzionati fattori, e precisamente dall’orientazione reciproca degli elementi di una formazione rappresentativa, per poi venire a considerare il secondo fattore, l’orientazione della formazione al soggetto percipiente.

a. L’orientazione reciproca degli elementi di una rappresentazione visiva.

15. Nell’apprendimento del rapporto reciproco degli elementi di una rappresentazione visiva, le proprietà del senso tattile si ripetono interamente, solo in modo più perfetto e con alcune modificazioni importanti per le rappresentazioni visive. Anche qui con una impressione semplice quanto è mai possibile, pressochè puntiforme, noi colleghiamo direttamente la rappresentazione di un luogo nello spazio spettante ad essa, e però le assegniamo un determinato rapporto di posizione alle parti dello spazio che la circondano; solo che questa localizzazione non avviene, come nel senso tattile, per l’immediato riferimento al punto corrispondente dell’organo stesso, ma noi trasportiamo l’impressione nel campo visivo, situato fuori del soggetto percipiente a una qualsiasi distanza. Di più anche qui come nel senso tattile, una misura per l’esattezza della localizzazione è data dalla distanza, alla quale due impressioni quasi puntiformi possono essere ancora spazialmente distinte; solo che anche qui questa distanza non è data direttamente come una grandezza lineare misurabile sulla superficie stessa di senso, ma come l’intervallo più piccolo percettibile tra due punti del campo visivo. Ora, potendo il campo visivo essere pensato a una distanza qualsiasi dell’osservatore, per la misura dell’acutezza di localizzazione non si usa una grandezza lineare, ma una grandezza d’angolo, e precisamente di quell’angolo formato dalle linee tirate dai punti del campo visivo ai punti dell’imagine retinica attraverso il punto nodale dell’occhio. Quest’angolo visivo rimane costante fintanto che la grandezza dell’imagine retinica rimane inalterata, laddove la distanza corrispettiva dei punti nel campo visivo cresce proporzionalmente alla distanza del campo visivo dal soggetto. Se in luogo dell’angolo visivo si vuole introdurre una distanza lineare equivalente ad esso, può servire a questo scopo soltanto il diametro dell’imagine retinica, il quale risulta direttamente dalla grandezza dell’angolo visivo e dalla distanza della superficie retinica dal punto nodale ottico.

16. La misura dell’acutezza di localizzazione dell’occhio, ottenuta in base a questo principio, presenta dentro le diverse parti del campo visivo valori assai irregolari, analogamente ai risultati avuti per le diverse parti dell’organo tattile (pag. 85). Solo che qui i valori spaziali, corrispondenti alla più piccola distanza distinguibile, sono di gran lunga più piccoli; di più, mentre sull’organo del tatto sono distribuite molte parti dotate di una fina capacità di distinzione, nel campo visivo è una sola regione egualmente dotata di una tale finissima attitudine, il punto centrale visivo, corrispondente al centro della retina; da questo punto andando verso le parti laterali, l’acutezza di localizzazione decresce molto rapidamente. L’intero campo visivo o l’intera superficie retinica si comporta quindi in modo analogo a una singola regione tattile, ad es. quella del dito indice, ma la supera, specialmente nelle parti centrali, in modo veramente straordinario nell’acutezza di localizzazione. Infatti qui due impressioni, che agiscono sotto un angolo visivo di 60-90 secondi, sono ancora sul punto di essere distinte, mentre per 2,5° lateralmente al centro della retina la più piccola differenza distinguibile sale già a 3′, 30″ e per 8° lateralmente, essa cresce sino circa a 1°.

Poichè noi nella vista normale di quegli oggetti, dei quali vogliamo avere più esatte rappresentazioni spaziali, disponiamo l’occhio in modo che quelli stiano nel mezzo del campo visivo e le imagini loro nel centro della retina; diciamo tali oggetti veduti direttamente e diciamo veduti indirettamente tutti gli altri che stanno nelle parti eccentriche del campo visivo. Il punto medio della regione della vista diretta si dice punto di visione o punto di fissazione; la linea congiungente il centro della retina e il centro del campo visivo, linea di visione.

Se si calcola la distanza lineare che corrisponde sulla retina al più piccolo angolo visivo, nel quale due punti possono essere percepiti distinti nel centro del campo visivo, si ha una grandezza da 4⁄1000 a 6⁄1000 mm. È una grandezza questa che corrisponde presso a poco al diametro di un cono retinico, ed essendo nel centro della retina i coni così fitti da toccarsi fra loro, ne segue che due impressioni luminose debbano sempre cadere su due diversi elementi della retina, perchè possano essere ancora spazialmente distinte. Infatti con ciò s’accorda il fatto, che nelle parti laterali della retina le due forme qui esistenti di elementi sensibili sono separate da maggiori interstizi. Si può quindi ammettere che l’acutezza visiva o la capacità della distinzione spaziale nel campo visivo di punti distinti, dipenda direttamente dalla disposizione compatta degli elementi retinici, potendo due impressioni essere sempre spazialmente distinte, se esse colpiscono due elementi diversi.