5. Collo sviluppo delle rappresentazioni di spazio e di tempo si svolgono passo passo le associazioni e le combinazioni appercettive più semplici. Sintomi del riconoscimento sensitivo (pag. 192) possono osservarsi sin dai primi giorni di vita: e nella rapidità con cui i poppanti imparano a trovare il seno materno, e nella manifesta abitudine che essi fanno agli oggetti e alle persone dell’ambiente. Ancora per lungo tempo però le associazioni si estendono solo a tempi di assai breve durata, dapprima soltanto ad ore, di poi a giorni, e ancora nel 3º e 4º anno di vita persone, che siano state assenti per alcune settimane, sono o completamente dimenticate, o dapprima solo imperfettamente riconosciute.
Lo stesso accade per l’attenzione. All’inizio essa può fissarsi per assai breve tempo su uno stesso oggetto, e evidentemente essa funziona solo nella forma dell’appercezione passiva, che segue sempre allo stimolo predominante, cioè più forte dal lato sentimentale (pag. 177). Ma già nelle prime settimane di vita, nel modo in cui il bambino fissa e segue per lungo tempo gli oggetti, specialmente gli oggetti in movimento, comincia a manifestarsi un’attenzione più durevole; e contemporaneamente, come prima traccia di un’attenzione attiva, sorge l’attitudine di cambiare ad arbitrio la direzione dell’attenzione tra diverse impressioni. Fin d’ora questa attitudine lentamente si allarga e si completa, sempre però anche nell’età infantile più avanzata l’attenzione si affatica più presto che negli adulti e vuole da un lato un maggior cambiamento degli oggetti, dall’altro più frequenti pause di riposo.
6. Collo sviluppo delle associazioni e delle appercezioni cammina di pari passo lo svolgimento dell’autocoscienza. Nel giudicare questo svolgimento è bene guardarsi dal considerare come segni caratteristici dell’autocoscienza alcuni sintomi isolati, quali la distinzione delle parti del proprio corpo dagli oggetti dell’ambiente, l’uso della parola “io„, il giusto riconoscimento della propria imagine nello specchio, e simili. Anche il selvaggio adulto considera l’imagine nello specchio, se non l’ha mai veduta, come la persona di un altro. L’uso del pronome personale si fonda su un’appropriazione esteriore, nella quale il bambino segue l’esempio delle persone che lo circondano. In diversi bambini aventi uno sviluppo psichico d’altra parte eguale, questa appropriazione sorge in tempi molto diversi; in ogni caso essa è il sintomo di un’autocoscienza già esistente, la cui prima origine può precedere questa distinzione linguistica ora di breve, ora di lungo tempo. E solo un sintomo di tale valore è infine anche la distinzione del proprio corpo e delle sue parti dagli altri oggetti. Il riconoscere il proprio corpo è bensì un processo, che generalmente precede l’esatto giudizio dell’imagine nello specchio, però non è affatto più di questo, un criterio dell’inizio dell’autocoscienza, ma presuppone piuttosto l’esistenza di un certo grado di essa. Come una pluralità di condizioni sta a base dell’autocoscienza evoluta (pag. 180), così anche l’autocoscienza del bambino è sin dall’inizio un prodotto di più componenti, che per una metà appartengono alle rappresentazioni, e per l’altra al sentimento e al volere. Sotto il primo rispetto è la separazione di un costante gruppo rappresentativo, sotto il secondo è il costituirsi di connessi processi d’attenzione e d’azioni di volere, che si devono considerare componenti di un tale prodotto. Ma il costante gruppo rappresentativo può all’occasione non comprendere una parte del nostro corpo, ad es. le gambe, nel caso che esse siano abitualmente coperte, così come ancor più spesso può contenere anche oggetti esterni, ad es. gli abiti di solito vestiti. Maggiore influenza hanno perciò i componenti soggettivi dei sentimenti e del volere e le relazioni, nelle quali quelle parti rappresentative vengono a trovarsi con questi componenti per entro gli atti esterni del volere. Questa maggiore influenza dei componenti soggettivi si dà specialmente a conoscere in ciò, che forti sentimenti, specialmente sentimenti di dolore, molto spesso designano nel ricordo della vita individuale il primo momento di vita, al quale possa risalire una connessa autocoscienza. Ma poichè senza dubbio già antecedentemente a questo primo momento di un ricordo distintamente cosciente (che di solito appartiene al periodo di vita dal quinto al sesto anno), esiste un’autocoscienza, sia pure meno connessa, e poichè l’osservazione oggettiva del bambino non presenta da principio alcun criterio sicuro, non è possibile fissare un determinato tempo per l’inizio dell’autocoscienza. Probabilmente i primi indizi di essa si hanno nelle prime settimane di vita, dopo di che l’autocoscienza sotto la continua azione delle condizioni succitate cresce sempre in chiarezza e, come la coscienza, generalmente cresce pure rispetto al tempo, in estensione.
7. Collo svolgimento dell’autocoscienza si connette strettamente quello del volere. Esso può essere dedotto in parte dal già sopraddescritto sviluppo dell’attenzione, in parte dal sorgere e dal graduale perfezionarsi delle azioni esterne di volere, l’influenza delle quali sull’autocoscienza fu già sopra ricordata. La diretta relazione dell’attenzione al volere qui si appalesa in ciò, che sintomi distinti di attenzione attiva e di agire libero coincidono anche nel tempo della loro origine. Mentre moltissimi animali subito dopo la nascita compiono già movimenti impulsivi abbastanza completi, cioè azioni semplici di volere che si svolgono mediante il sussidio di composti apparati riflessi dovuti all’ereditarietà, il bambino neonato non presenta alcuna traccia di questo fatto. Nei primi giorni di vita però, in seguito ai riflessi provenienti da sensazioni di fame e alle rappresentazioni di senso legate all’appagamento della fame, i primi indizi di semplici azioni di volere impulsive si manifestano nel cercare la sorgente del nutrimento. Col più distinto svegliarsi dell’attenzione seguono dapprima i movimenti di volere legati a impressioni dei sensi della vista e dell’udito: il bambino accompagna collo sguardo, per atto intenzionato e non solo per movimento riflesso, gli oggetti veduti e volge la testa dalla parte del rumore udito. Molto più tardi entrano in campo i muscoli esterni del corpo. Questi, specialmente i muscoli delle braccia e delle gambe, presentano da principio movimenti vivaci, per lo più spesso ripetuti, che accompagnano tutti i sentimenti e l’emozioni possibili, e colla differenziazione di queste ultime offrono a poco a poco certe differenze caratteristiche per le qualità loro. L’essenziale di queste differenze sta in ciò, che le emozioni piacevoli si esplicano in movimenti ritmici, le spiacevoli in movimenti non ritmici e di solito alquanto violenti. Questi movimenti espressivi, che devono essere interpretati quali riflessi accompagnati da sentimenti, si trasformano poi all’occasione, tosto che l’attenzione si sia diretta sull’ambiente, in movimenti voluti, nei quali il bambino dimostra, anche mediante altri sintomi diversi, che non solo egli sente dolore, fastidio, corruccio, ecc., ma che egli desidera far conoscere all’esterno queste emozioni. I primi movimenti però, nei quali si può senza dubbio riconoscere un motivo precedente il movimento, sono i movimenti di prensione, che sorgono dalla 12ª alla 14ª settimana. Questi, ai quali da principio partecipano oltre che le mani anche i piedi, come costituiscono i primi sintomi distinti delle rappresentazioni sensitive, così dimostrano anche per la prima volta l’esistenza di un semplice processo di volere composto di motivo, risoluzione e azione. Alquanto più tardi si osservano gl’intenzionati movimenti d’imitazione, tra i quali i più semplici movimenti mimici, come fare il bocchino, corrugare la fronte, precedono i pantomimici: il chiudere il pugno e i movimenti cadenzati e simili ecc. Da queste azioni di volere semplici provengono affatto gradatamente, di solito solo al principio della seconda metà del primo anno di vita, le azioni di volere composte, nelle quali si deve osservare o un oscillare della decisione precedente l’azione, o anche una volontaria rinuncia ad un’azione stabilita o già incominciata.
In questo svolgimento dell’azione propriamente libera ha una grande parte l’imparare a camminare, che suole cominciare negli ultimi tre mesi del primo anno d’età; imperocchè l’andare verso determinata meta costituisce assai spesso l’occasione del sorgere di un gran numero di motivi tra loro contrastanti. Lo stesso imparare a camminare si deve però intendere come un processo, nel quale influiscono a vicenda lo sviluppo del volere e l’efficacia di ereditarie disposizioni a determinate combinazioni di movimenti. Se il primo impulso al movimento proviene da motivi di volere, il modo adatto allo scopo, con cui si compie il movimento, è però un effetto dei meccanismi centrali di coordinazione; questi poi alla lor volta si conformano in modo sempre più rispondente allo scopo, a causa dell’esercizio individuale che ha luogo sotto la guida del volere.
8. Il linguaggio del bambino si annette nel suo sviluppo a tutte le azioni del volere. Anch’esso riposa su una cooperazione di disposizioni ereditate, fondate sugli organi centrali del sistema nervoso, e di influenze esercitate dalla vita esterna e in questo caso più specialmente dalla convivenza con persone che parlano. Sotto questo rapporto lo sviluppo del linguaggio corrisponde assolutamente a quello di tutti gli altri movimenti espressivi, ai quali esso appartiene nel suo generale carattere psico-fisico. Già nel corso del 2º mese d’età sorgono i primissimi suoni articolati dell’organo della favella come fenomeni di natura riflessa, sopratutto ad accompagnamento di sentimenti ed emozioni gradite; essi crescono poi coll’andar del tempo in varietà, mentre sempre più si fa manifesta la tendenza alla ripetizione del suono (come ba-ba-ba, da-da-da e simili). Questi suoni espressivi si distinguono dalle grida espressive di molti animali solo per la maggiore e sempre mutevole varietà. Essi, essendo emessi ad ogni possibile occasione e senza alcun scopo di comunicare qualche cosa, non hanno ancora affatto il valore di suoni del linguaggio. Esse acquistano a poco a poco tale valore, di solito all’inizio del 2º anno d’età, per l’influenza dell’ambiente.
Un’azione principalissima esercitano qui i movimenti imitativi, i quali, specialmente come imitazioni di suoni, presentano una doppia direzione, perocchè non solo il fanciullo imita l’adulto, ma anche l’adulto il bambino. Che anzi di solito è l’adulto che prima imita; egli ripete gl’involontari suoni articolati del bambino e dà loro anche un determinato significato come ad es. “papà„ per padre, “ma-ma„ per madre. Solo più tardi e dopo che per una voluta imitazione ha imparato a usar certe voci in un determinato significato, il bambino imita pure alcune parole preferite nel linguaggio degli adulti, le assimila però alla costituzione sonora dei propri movimenti articolati.
Come un importante sussidio, col quale l’adulto promuove nel fanciullo, più istintivamente che volontariamente, l’intendimento delle parole da lui usate, serve il gesto, per lo più nella forma di gesto indicante gli oggetti, più di rado di solito solo pei verbi, che si riferiscono ad azioni, come combattere, tagliare, andare, dormire e simili, con gesto descrittivo. Il bambino ha una naturale attitudine a interpretare i gesti, ma non la parola. Persino i suoni onomatopoetici del linguaggio infantile (bau-bau per il cane, be-be per la pecora) diventano per lui intelligibili solo dopo che sono stati più volte riferiti all’oggetto. E anche qui il creatore di questi onomatopoetici non è il bambino, ma l’adulto, che anche per questo riguardo istintivamente si sforza d’adattarsi al grado della coscienza infantile.
Dopo quanto si è detto lo sviluppo del linguaggio si basa su una serie di associazioni e appercezioni, a costituire le quali partecipano in egual misura il bambino e le persone che lo circondano. Con certe voci onomatopoetiche o prese tra i naturali suoni espressivi del fanciullo, o liberamente foggiate sull’esempio di questi suoni, l’adulto designa arbitrariamente determinate rappresentazioni. Il bambino appercepisce questo legame tra la parola e la rappresentazione, fatto a lui comprensibile per mezzo dei gesti e lo associa ai propri movimenti articolati sorti per imitazione. Sull’esempio poi di queste prime associazioni e appercezioni il bambino ne fa poi altre, imperocchè sempre più per proprio impulso prende a imitare dal linguaggio degli adulti parole e nessi di parole casualmente uditi, e forma le corrispondenti associazioni di significato. L’intero processo dello sviluppo del linguaggio si fonda quindi su una relazione psichica tra il bambino e le persone che parlano a lui d’intorno, relazione, nella quale all’inizio spetta esclusivamente al bambino la formazione dei suoni, e alle persone che lo circondano l’applicazione dei suoni infantili al linguaggio.
9. Dall’insieme dei processi semplici di sviluppo ora ricordati sorge lo sviluppo delle funzioni composte di appercezione, dell’attività di relazione e di comparazione, e delle funzioni fantastiche e intellettive, che di quelle constano (§ 17).