I

Non potete mai dire che cosa farà un ubriaco irlandese. Potete azzardare una o cento ipotesi, a cominciare dalle più probabili, che sono facili da indovinare: cercarsi ancora da bere, attaccar briga con qualcuno, tenere un discorso, salire su un treno… per poi continuare con le più difficili: comperare un fascio di bandiere del suo paese, mettere nel caffè una barbabietola al posto dello zucchero, danzare coi veli, cantare l’inno nazionale o rubare un oboe. Così arriverete all’ipotesi meno probabile di tutte: che lui prenda una decisione e la mantenga.

So benissimo che è incredibile, eppure è successo. Un tipo che si chiamava Sweeney, una volta, a Chicago, lo fece. Prese una decisione e per portarla a termine dovette tenersi a galla in un mare di sangue e di caffè nero, però la spuntò. Forse non era quella che la gente normale chiama una «saggia» decisione, ma questo non importa. Importa che l’incredibile avvenne.

Ora dobbiamo fare molta attenzione, perché la verità non corrisponde mai ai modelli convenzionali. Come, ad esempio, «un irlandese ubriaco»: questo è un modello, se ce n’è uno, ma di rado la verità è tanto semplice.

Il tipo in questione si chiamava Sweeney veramente, ma era irlandese solo per cinque ottavi e sbronzo solo per tre quarti. Questo è il punto più vicino alla verità cui possa arrivare il modello, e se qualcuno non è soddisfatto, è meglio che smetta di leggere. Se non smettete adesso, forse in seguito vi dispiacerà, perché non è una storia simpatica. Ci sono assassinii, donne e alcol, dissipazioni e abusi. C’è un assassinio prima ancora che incominci la storia vera e propria, e ce n’è uno dopo che è finita; si comincia subito con una donna nuda e si finisce ancora con una donna nuda. Si tratta indubbiamente di un bel principio e di una bella fine, ma tutto quel che vi corre in mezzo non è affatto bello. Non mi dite che non vi ho avvertito in tempo. Ora, se leggete ancora, torniamo a Sweeney.

In una notte d’estate, Sweeney sedeva su una panchina del parco, accanto a Dio. A Sweeney, Dio piaceva, anche se non molti altri la pensavano come lui: Dio era un vecchio secco e dinoccolato, con una barba corta e arruffata, macchiata di nicotina. Il nome intero era Diomede e dico «il nome intero» a ragion veduta, perché nessuno, nemmeno Sweeney, sapeva se fosse il nome o il cognome. Era pazzo, ma non del tutto. Non più di quanto lo siano in genere a quell’età i vagabondi che vivono nei quartieri nord di Chicago e che col bel tempo ciondolano in giro per Bughouse Square. (Bughouse vuol dire casa delle cimici e la piazza viene chiamata anche in modo diverso, ma molto meno appropriato.) Bughouse si trova fra Clark Street e Dearborn Street, a sud della Newberry Library. Questa è la sua posizione orizzontale; verticalmente parlando, è molto più vicina all’inferno che al paradiso. Voglio dire che è illuminata in alto dalle luci dei lampioni, ma è scura in basso per le ombre dei relitti umani che durante l’intera notte occupano le sue panchine.

Erano le due di una notte d’estate, e Bughouse Square taceva, ormai quieta. Gli oratori improvvisati delle notti estive si erano allontanati, e la folla di vagabondi occasionali da un pezzo dormiva nelle proprie case: gli uomini dormivano sull’erba e sulle panchine. Avevano le stringhe delle scarpe ben legate con una serie di nodi robusti per assicurarsi che nessuno durante la notte gli portasse via le scarpe. Il possibile furto di denaro dalle loro tasche invece era l’ultima preoccupazione: non ne avevano. Ecco per che dormivano.

— Dio — disse Sweeney — ho voglia di bere. — E spinse indietro di due dita il poco pregevole cappello sulla sua testa altrettanto poco pregevole.

— Anch’io — disse Dio — ma non abbastanza per muovermi di qui.

— Adesso ricomincia la storia — brontolò Sweeney.

Dio sogghignò lievemente e rispose: — È vero, Sweeney. Lo sai benissimo. — Ed estratto di tasca un informe pacchetto di sigarette, ne diede una a Sweeney, accendendone un’altra per sé.

Sweeney aspirò profondamente: fissava la figura addormentata sulla panchina di fronte a lui, poi alzò un poco gli occhi alle luci di Clark Street. Aveva gli occhi appannati per l’ubriachezza, e le luci gli apparivano vaghe, per quanto sapesse che non lo erano in realtà. Non c’era un soffio d’aria ed egli si sentiva caldo e sudato, come il parco, come la città intera. Si tolse il cappello e si fece vento, poi un impulso di semiubriaco lo costrinse a tener fermo il cappello e a studiarlo attentamente. Tre settimane prima era stato un cappello nuovo: lo aveva comperato quando era ancora al “Blade”. Adesso aveva un’aria assurda, diversa da ogni altra cosa al mondo; ci era passata sopra un’automobile, era ruzzolato in un rigagnolo fangoso, ci si erano seduti e ci avevano camminato sopra. Era l’immagine di come si sentiva Sweeney.

Egli disse: — Dio — ma non si rivolgeva a Dio. Né d’altronde a nessun altro. Si rimise il cappello in testa e aggiunse: — Vorrei poter dormire — e, alzandosi dalla panchina: — Faccio quattro passi in giù. Vieni?

— Per perdere la panchina? — domandò Dio. — No. Credo che dormirò. Ci vediamo dopo. — E si accomodò di fianco sulla panchina, col braccio piegato sotto la testa.

Sweeney borbottò qualcosa e si allontanò verso Clark Street. Camminò nella notte giù per la strada, oltre Chicago Avenue. E, passando davanti ai bar, provò il desiderio di avere in tasca di che pagarsi da bere. Un poliziotto, passandogli accanto, lo salutò: — Ehi, Sweeney — e Sweeney rispose con un: — Ehi, Pete — ma non si fermò. Ripensava al ragionamento preferito da Dio, e pensandoci doveva ammetterlo: “Il vecchio pazzo ha ragione: non si riesce a ottenere quel che si desidera, se non lo si vuole con sufficiente intensità”. Avrebbe potuto facilmente farsi prestare da Pete un mezzo dollaro o un dollaro, se proprio avesse voluto bere. Forse domani il desiderio sarebbe stato così forte. Adesso ancora no, anche se si sentiva come una corda di violino accordata a un tono troppo alto. Dannazione, perché non aveva fermato Pete? Aveva bisogno di bere, bisogno di quei tre bicchieri d’alcol che lo portassero all’ultimo stadio dell’ubriachezza e gli permettessero finalmente di dormire. Quando aveva dormito l’ultima volta? Cercò di ricordarselo, ma le cose erano tutte confuse. E dove aveva dormito? Doveva essere stato in uno spiazzo sull’Huron ed era stato di notte, ma quale notte? Ieri o l’altro ieri o il giorno precedente? E ieri che cosa aveva fatto?

Passò davanti all’Huron e gli balenò la possibilità di arrivare al Loop, dove era probabile che qualcuno dei ragazzi del “Blade”, a zonzo per la piazza, gli prestasse qualcosa. Ma questa volta, durante la sbornia in corso, era già stato laggiù? Al diavolo la nebbia del suo cervello. Fino a che punto era «andato», adesso? Era ancora in condizioni tali da presentarsi al Loop?

Guardò lungo la fila delle vetrine, finché ne trovò una dove specchiarsi. Si studiò un poco e decise che non aveva poi un’aria troppo malconcia né troppo ubriaca. Il cappello era informe, non aveva cravatta e il vestito era naturalmente un cencio, però, tutto sommato… Si avvicinò di un passo alla vetrina e subito desiderò di non averlo fatto, perché così da vicino si vedeva nella nuda realtà: gli occhi arrossati e cisposi, la barba di tre o quattro giorni e il colletto della camicia disgustosamente sudicio. Il colletto di una camicia che una settimana prima era stata bianca. E scorgeva tutte le macchie sul vestito. Si voltò dall’altra parte e riprese a camminare. Ora sapeva di non potersi mostrare ai ragazzi del giornale, non al punto in cui era ridotto. Prima sì, quando aveva ancora un aspetto decente, o forse dopo, quando non gli sarebbe più importato nulla del suo aspetto. E, rendendosi conto che sarebbe arrivato senza rimedio a quel punto entro pochi giorni, si mise a imprecare contro se stesso, odiandosi e odiando di riflesso tutto e tutti al mondo.

Nella notte percorreva Ontario Street, protestando ad alta voce, senza neppure accorgersene. Vedeva se stesso e si osservava. Il Grande Sweeney Che Cammina Nella Notte, e cercava di allontanare quell’immagine dalla sua mente, senza riuscirvi. Aveva fatto male a specchiarsi, ma c’era anche qualcosa di peggio: ora che si osservava, sentiva anche l’odore della sua persona, l’afrore del corpo su cui il sudore si era irrancidito. Non si era tolto quei vestiti da… da quando la padrona di casa rifiutava di consegnargli la chiave della sua camera?

Ohio Street. Diavolo, non doveva dirigersi più a sud, o sarebbe finito al Loop. Perciò voltò verso est. Dove stava andando? E che importava? Forse, camminando a lungo, si sarebbe stancato tanto da riuscire a dormire. Però era bene che restasse nei paraggi della piazza, così da avere un posto dove lasciarsi cadere, appena il sonno fosse arrivato.

All’inferno! Avrebbe fatto qualsiasi cosa per un bicchierino; qualsiasi, tranne, naturalmente, incontrare una persona conosciuta.

Sul marciapiede camminava verso di lui qualcuno: un bel ragazzo con una magnifica giacca a quadri. I pugni di Sweeney si strinsero. Che probabilità aveva di colpire il bel ragazzo, strappargli il portafoglio e scappare per un vicolo? Ma non si era mai provato in simili imprese e le sue reazioni erano troppo lente. Davvero troppo lente: il bel ragazzo, costeggiando il marciapiede, aveva girato l’angolo ed era scomparso, prima che Sweeney avesse finito di raccogliere le idee.

Un’auto giunse procedendo a passo d’uomo lungo il marciapiede. Sweeney riconobbe un’auto d’ordinanza della polizia, occupata da due massicci poliziotti, e gli parve di svenire al pensiero del pericolo corso. Si concentrò tutto nel tentativo di camminare diritto, con l’aspetto sobrio e normale. Accorgendosi poi che stava ancora imprecando contro se stesso, tacque di botto, riflettendo che sarebbe stato supremamente sciocco farsi fermare dagli agenti proprio in quel momento, così da trovarsi ad affrontare un avvenire privo di qualsiasi tipo di beveraggio. Nel frattempo, l’auto era passata senza fermarsi.

All’angolo di Dearborn Street, Sweeney esitò un attimo, poi si diresse di nuovo a nord, per State Street. Lungo la via rumoreggiò un autocarro, strombazzando come se annunciasse la fine del mondo. Lo seguì un taxi, diretto a sud, e Sweeney per un minuto prese in considerazione la possibilità di fermarlo e di farsi portare al bar Randolph, pregando l’autista di aspettarlo mentre lui sarebbe entrato a chiedere un prestito a qualcuno. Però, dato il suo aspetto, il taxi non si sarebbe forse fermato… e, comunque, mentre lui stava meditando, era già scomparso.

Voltò deciso in State Street. Dopo aver costeggiato l’Erie, ora camminava lungo l’Huron e si sentiva un po’ meglio. Non molto, solo un poco meglio di prima. Era arrivato alla Superior Street e pensò con ironia a se stesso. Sweeney il Superiore… Sweeney Che Cammina Nella Notte e Nel Tempo…

Fu in quel momento, quasi all’improvviso, che gli apparve la folla raccolta all’ingresso di un edificio, a pochi metri da lui. Non era una folla numerosa: una dozzina circa di persone variamente assortite, quella strana e particolare specie di personaggi che può raccogliersi in State Street alle due e mezzo di mattina, per scrutare attraverso una vetrata chiusa nell’atrio di un edificio. Si udiva anche nel silenzio un curioso rumore che Sweeney non riusciva a identificare con precisione. Era una specie di brontolio selvaggio e animalesco.

Sweeney non affrettò il passo: probabilmente, pensò, si trattava di un ubriaco, che era caduto per terra o era stato ferito e ora giaceva incosciente, o morto, in quell’atrio, in attesa che un’ambulanza arrivasse a raccoglierlo. Ed era altrettanto probabile che giacesse in una pozza di sangue, dato che, se fosse stato semplicemente morto, non si sarebbe formata una folla di dodici persone a osservarlo: gli ubriachi abituali sono fin troppo comuni e conosciuti in quel quartiere di Chicago. Il sangue non attirava Sweeney: nella sua carriera di cronista aveva visto tanto sangue da esserne ormai nauseato. Sarebbe bastata la volta in cui aveva seguito i poliziotti nella sala da gioco di Townsend Street dove si svolgeva un’amichevole riunione a base di rasoi…

Perciò proseguì per la sua strada, oltre il gruppetto di persone, senza nemmeno gettare un’occhiata all’oggetto del loro interesse. Le aveva ormai quasi del tutto superate, quando qualcosa di strano colpì la sua attenzione, costringendolo suo malgrado a fermarsi: dei suoni e il silenzio.

Il silenzio strano era quello che regnava sulla piccola folla (ammesso che una dozzina di individui possa esser chiamata una folla quando si stringe su due file compatte intorno a una porta d’ingresso larga due metri) e, quanto ai suoni, uno era la sirena di un’auto della polizia, che giungeva lungo la Chicago Avenue in procinto di voltare l’angolo di State Street. Sweeney immaginò allora che nell’atrio dell’edificio giacesse il «corpo del delitto», nel qual caso non sarebbe stato opportuno che i poliziotti lo vedessero allontanarsi dalla scena del delitto, poiché lo avrebbero subito acchiappato per interrogarlo. Se invece uno resta incantato a guardare e a farsi spingere via dagli agenti, con la raccomandazione di spicciarsi a circolare, allora può andarsene tranquillamente. L’altro suono che fermò Sweeney era il ripetersi del verso che aveva udito prima e che ora si sentiva ancora più chiaramente, al di sopra del silenzio della folla e frammisto all’ululato della sirena: si trattava realmente del brontolio di un animale.

Considerati tutti questi motivi, qualunque conseguenza sia in seguito nata dal suo gesto, non potrete biasimare Sweeney se si fermò a guardare.

Com’era logico, non riusciva a scorgere nulla, oltre le schiene di quella dozzina di spettatori assortiti. Né poteva udire niente, eccetto il brontolio selvaggio davanti a sé e la sirena alle sue spalle, mentre l’auto della polizia girava l’angolo.

In quel momento, fosse per il suono della sirena, o fosse per il ringhio dell’animale, alcuni degli spettatori al centro del gruppo si ritirarono dalla porta a vetri dell’edificio, e Sweeney la scorse chiaramente e insieme vide al di là della vetrata. Non si vedeva bene, perché l’atrio non era illuminato se non dalla pallida luce dei lampioni stradali, che penetrava fin nell’interno. Scorse anzitutto il cane, perché era il più vicino alla porta, con la testa diritta a guardar fuori. Cane? Dato che si era a Chicago bisognava considerarlo tale, ma se lo aveste incontrato in un bosco, l’avreste creduto un lupo e anche un lupo di dimensioni e ferocia ragguardevoli. Stava rigido sulle zampe, a un metro circa dalla vetrata: il pelo del collo irto, le labbra stirate in un ringhio prolungato, che gli scopriva i denti lunghi un pollice, e gli occhi d’un bagliore giallo nell’ombra.

Quando quello sguardo giallo, apertamente selvaggio, si incrociò ostile col suo sguardo stanco, Sweeney rabbrividì un poco e volse gli occhi altrove, a disagio, sentendo quasi scomparsa l’ubriachezza. La belva lo fissava ed egli guardò invece l’oggetto che giaceva sul pavimento, dietro al cane, nella parte laterale dell’atrio. Era una figura di donna, col viso contro terra. E la definizione «figura» è usata appositamente. Anche nella penombra, le spalle candide splendevano, uscendo da un abito bianco, senza spalline: un abito da sera di raso, che accompagnava morbidamente ogni meravigliosa linea del corpo, le linee almeno che sono visibili di un corpo di donna giacente bocconi, così che Sweeney al vederla restò senza respiro.

Il volto non era visibile, perché la figura gli mostrava soltanto la nuca bionda dai capelli corti, ma lui «sapeva» con certezza che quel volto sarebbe stato meraviglioso. Doveva esserlo, poiché nessuna donna può avere un corpo così bello, senza che anche il viso gli si accordi.

Gli parve che la donna si fosse mossa, sebbene quasi impercettibilmente. Il cane ringhiò ancora con un tono basso in contrasto con lo stridio acuto dei freni dell’auto che si fermava in quel momento all’angolo della strada. Senza voltarsi, Sweeney udì aprire gli sportelli della vettura e sentì i passi pesanti degli agenti. Una mano sulla spalla di Sweeney lo spinse da parte in maniera brusca, mentre una voce domandava, con tono sbrigativo e pratico: — Che succede? Chi ha telefonato?

La domanda non era rivolta a Sweeney ed egli non rispose né si voltò. Nessuno dei presenti rispose.

Sweeney aveva barcollato all’urto, ma riprese il suo equilibrio e continuò a scrutare nella profondità dell’atrio.

L’agente in divisa blu accanto a lui accese la torcia elettrica che teneva in mano e proiettò un fascio di candida luce nell’oscurità dell’atrio, illuminando il luccichio giallo negli occhi selvaggi del cane e lo splendore dorato dei capelli della donna, insieme al bagliore bianco delle spalle e dell’abito di lei. Alla visione del quadro che gli si presentava, l’agente trattenne il fiato con un leggero fischio significativo e non pose altre domande. Avanzò di un passo e raggiunse la maniglia della porta.

Il cane interruppe il ringhio e si accucciò pronto a balzare in avanti, in un silenzio peggiore del sinistro brontolio di prima. L’uomo in divisa blu lasciò la maniglia, come se fosse incandescente. — All’inferno! — esclamò, e infilò la mano nella tasca interna della giacca, ma non estrasse la rivoltella. Invece si rivolse di nuovo alla piccola folla dei presenti. — Che cosa succede? Chi ci ha telefonato? Quella donna è ubriaca, o sta male, o che cos’ha?

Nessuno rispose. Interrogò ancora. — Il cane è suo?

Nessuna risposta di nuovo. Un uomo vestito di grigio era accanto all’agente in divisa blu e gli consigliò: — Prènditela calma, Dave. Se possiamo farne a meno, cerchiamo di non ammazzare la bestia.

— Bene — rispose la Divisa Blu. — Allora tu apri la porta e trattieni il cane, mentre io mi occupo della donna. Comunque, quello non è un cane: o è un lupo o è un demonio!

— Allora… — L’Abito Grigio alzò una mano verso la maniglia e la ritirò rapidamente alla vista del cane che di nuovo si preparava allo slancio, digrignando le zanne.

Divisa Blu sogghignò, domandando: — Ma la telefonata che cosa diceva? Hai risposto tu…

— Soltanto che in questo atrio c’era una donna sdraiata per terra: del cane non ha parlato. Il tipo in questione chiamava dal bar all’angolo nord della strada e ha detto anche il nome.

— Cioè ha detto un nome… — replicò sarcastico Divisa Blu. — Vedi, se fossi sicuro che la ragazza è solo ubriaca fradicia, potremmo chiamare la protezione animali per tirar fuori la bestia, perché loro son capaci di farlo. A me i cani piacciono: e non ho nessuna voglia di ammazzare quello lì. Molto probabilmente la donna è la sua padrona e lui cerca di proteggerla.

— Cerca un corno — brontolò Abito Grigio. — È maledettamente deciso. Anche a me piacciono i cani: ma quello lì non giurerei che è un cane… Bene… — Abito Grigio cominciò a togliersi la giacca. — Coraggio, io mi giro questa intorno al braccio e tu apri la porta, così, quando il cane mi salta addosso, io lo prendo con il calcio della…

— Guarda: si muove!

Infatti la donna si muoveva: alzava la testa. Si sollevò appena sulle mani (e Sweeney notò che calzava dei guanti bianchi lunghi sino al gomito) e alzò la testa finché gli occhi furono colpiti in pieno da un fascio luminoso della torcia elettrica. Il volto era meraviglioso, un volto in cui gli occhi fissavano sbarrati il vuoto, senza vedere.

— È fradicia addirittura — osservò Divisa Blu. — Guarda, Harry, tu potresti ammazzare il cane anche con il calcio della rivoltella e certamente poi qualcuno farebbe un putiferio. Anche la ragazza si metterebbe a farlo, una volta smaltita la sbornia. Invece, io aspetto qui di guardia e tu vai al posto di polizia più vicino e gli dici di far venire qua qualcuno della protezione animali con una rete o quel diavolo che adoperano loro, e…

In quel momento, dalle gole dei presenti uscì un suono strozzato, tanto strano che Divisa Blu tacque di botto come se gli avessero messo una mano sulla bocca. Qualcuno sussurrò, in modo quasi impercettibile, la parola «sangue».

Faticosamente, come in un incantesimo, la donna cercava di alzarsi. Aveva ripiegato le ginocchia sotto il corpo e si tirava su facendo leva sulle braccia tese. Il cane accanto a lei si mosse rapidamente e Divisa Blu con una bestemmia estrasse la pistola dalla fondina appesa alla spalla, mentre il muso dell’animale si avvicinava al volto della donna. Ma prima ancora che la pistola fosse pronta, il cane aveva leccato uggiolando il viso della padrona, con la lunga lingua rossa. Altrettanto rapidamente, vedendo che i due poliziotti si erano avvicinati alla porta, il cane si raccolse in posizione di slancio e ringhiò ferocemente. La donna continuava nel suo sforzo per alzarsi e ormai era visibile a tutti il sangue: una macchia allungata sull’abito bianco, sopra l’addome, nitidissima sul bianco dell’abito. E nel cono di luce, che rendeva la scena simile a una rappresentazione su un palcoscenico o a un’immagine proiettata su uno schermo televisivo alla mostra degli orrori, era chiarissimo lo squarcio lungo cinque pollici al centro della macchia.

Abito Grigio mormorò: — Gesù, una pugnalata! È lo Squartatore.

Sweeney venne spinto di fianco mentre i due agenti si avvicinavano di più. Egli si spostò girando intorno, per guardare sopra le loro spalle. Aveva dimenticato il progetto di andarsene al più presto possibile; in quel momento si sarebbe potuto allontanare senza che nessuno gli prestasse attenzione, ma non lo fece. Abito Grigio era ancora con la giacca mezzo infilata e mezzo no, agghiacciato nel gesto dall’improvvisa scoperta. Con un movimento brusco la rimise a posto strofinando le spalle contro il mento di Sweeney. Poi rapidamente: — Telefona per una ambulanza e per la squadra omicidi, Dave. Io cerco di prendere il cane.

Mentre dalla fondina estraeva la rivoltella, la sua spalla urtò di nuovo contro il mento di Sweeney. Poi la voce dell’agente risuonò improvvisamente calma, mentre impugnava la rivoltella. — Afferra la maniglia, Dave. Il cane ti salterà addosso e io avrò la mira sicura. Credo di riuscire a prenderlo.

Ma non alzò la rivoltella e Dave non toccò la maniglia. Perché stava accadendo la «cosa» incredibile, la «cosa» che Sweeney non avrebbe mai più dimenticato, e nessun’altra delle quindici o venti persone presenti avrebbe mai dimenticato.

La donna nell’atrio aveva ora la mano sul muro, accanto alla fila delle cassette postali e dei campanelli. Stava ancora sforzandosi per raggiungere la posizione eretta e appoggiava a terra un ginocchio. Il fascio abbagliante della luce la incorniciava come il riflettore di un palcoscenico, rivelando crudamente il candore dell’abito, dei guanti e della pelle e il rosso della macchia di sangue. Gli occhi erano sempre sbarrati. E Sweeney pensò che doveva essere soprattutto per lo choc, dato che una simile ferita di coltello non doveva essere molto grave né molto profonda perché altrimenti avrebbe sanguinato molto più abbondantemente. La donna chiuse gli occhi e vacillando si alzò lentamente in piedi. E l’incredibile avvenne.

Il cane si spostò dietro di lei e si drizzò sulle zampe posteriori, senza nemmeno sfiorarla con quelle anteriori, mentre il muso si avvicinava alla schiena di lei e coi denti cercava e trovava qualcosa sul bianco abito scollato e lo tirava verso l’esterno e verso il basso. Il «qualcosa», come si scoprì in seguito, era una nappina di seta bianca, attaccata all’estremità di una lunga chiusura-lampo.

L’abito scivolò a terra, formando intorno ai piedi di lei un cerchio di seta bianca. Sotto il vestito la donna non indossava nulla, assolutamente nulla.

Per un tempo imprecisato, che parve durare eterni minuti e che forse non fu più di dieci secondi, niente e nessuno si mosse. Nulla accadde, tranne un lieve tremolio della torcia nelle mani dell’agente.

Poi le ginocchia della donna si ripiegarono sotto il peso e lei lentamente si abbandonò a terra, senza cadere, solo afflosciandosi come chi è troppo stanco per restare ancora in piedi, in mezzo al bianco cerchio di seta che le aveva fatto da piedestallo.

D’improvviso, allora, accaddero cento cose insieme. Prima di tutto, Sweeney riprese fiato. Poi Divisa Blu puntò con cura la rivoltella contro il cane e premette il grilletto. Il cane ebbe un sobbalzo, poi ricadde e giacque immobile nell’atrio, mentre Divisa Blu entrava, ordinando ad Abito Grigio: — Chiama l’ambulanza, Harry. E lega le gambe di quella maledetta bestia; non credo di averla ammazzata, dev’essere solo ferita.

A questo punto, Sweeney si ritrasse e nessuno gli prestò attenzione, mentre si allontanava verso nord al Delaware e voltava a ovest verso Bughouse Square.

Diomede non sedeva sulla panchina, ma non doveva essere lontano, perché la panchina era ancora vuota e nelle notti d’estate le panchine non restano vuote a lungo. Sweeney sedette ad aspettare il vecchio.

— Ehi, Sweeney — disse Dio, sedendo accanto a lui — ho preso un mezzo litro. Ne vuoi un sorso?

Era una domanda tanto sciocca, che Sweeney non si scompose nemmeno a rispondere, tranne che stendendo la mano. D’altronde, neanche Dio si era aspettato una risposta e già gli porgeva la bottiglia. Sweeney ne bevve una lunga sorsata.

— Grazie — disse. — Santi, se era bella, Dio. Era la più fantastica ragazza… — e bevve un altro sorso, più breve, prima di restituire la bottiglia. — Darei il braccio destro…

— Chi? — domandò Dio.

— La ragazza. Stavo andando giù per State Street e… — S’interruppe, comprendendo che gli sarebbe stato impossibile raccontare l’accaduto. — Lasciamo andare. Come hai fatto a trovare il whisky?

— Sono andato laggiù: te l’avevo detto che potevo benissimo trovar da bere, se proprio ne avessi avuto voglia. Prima invece non ne avevo voglia abbastanza. Si può ottenere tutto quel che si vuole, a patto che lo si voglia sul serio.

— Storie — rispose Sweeney, meccanicamente, poi improvvisamente rise. — Si può ottenere tutto?

— Qualunque cosa tu desideri — ripeté Dio, con tono dogmatico. — È la cosa più facile del mondo, Sweeney. Prendi i ricchi, per esempio: è la cosa più facile del mondo, e chiunque può diventare ricco. Tutto quel che è necessario è desiderare il denaro con tale violenza, in modo che esso acquisti per te maggior importanza di qualunque altra cosa. Tu concentri tutto sul denaro e lo ottieni. Se invece ci sono altre cose che desideri allo stesso tempo, non riesci ad averlo.

Sweeney sorrise: si sentiva leggero e in ottime condizioni. Quel lungo sorso era stato proprio quel che ci voleva. E voleva stuzzicare un po’ il vecchio sul suo argomento preferito.

— E con le donne? — chiese.

— Cosa significa con le donne? — Gli occhi di Dio erano torbidi perché stava ubriacandosi e nella sua pronuncia riaffiorava il dialetto bostoniano, come sempre quando era brillo. — Vorresti dire se puoi ottenere una certa donna che desideri in modo speciale?

— Sì — assentì Sweeney. — Immagina per un momento che ci sia una data ragazza con cui vorrei passare una notte. Potrei riuscirci?

— Se tu ne avessi veramente il desiderio, certo che potresti. E tanto più certo se tu punti su quell’unico obiettivo con tutti i tuoi sforzi. Perché non dovresti?

Sweeney rise di nuovo e appoggiò indietro la testa, a contemplare il verde cupo delle foglie d’albero sopra di lui. La risata si mutò in un sorriso ed egli, toltosi il cappello, prese a farsi vento. Scrutò il cappello come se non lo avesse mai visto prima e cominciò a spolverarlo con la manica della giacca e a ridargli la forma primitiva di cappello.

Dio dovette ripetere due volte la sua domanda, prima che egli lo udisse, tanto era assorto. Non che non fosse una domanda sciocca per cominciare il discorso e Dio non si aspettava neppure una risposta, a parole. Gli stava semplicemente porgendo la bottiglia. Ma Sweeney non la prese. Si rimise in testa il cappello e, alzandosi, ammiccò a Dio e lo ringraziò. — No, grazie, vecchio mio. Ho un appuntamento.

II

All’alba tutto appariva diverso, come sempre. Sweeney aprì gli occhi in una afosa, grigia alba silenziosa; le foglie pendevano senza vita dagli alberi sopra di lui e la terra su cui giaceva era dura, così che tutto il suo corpo ne dolorava. Aveva la bocca cattiva, che sembrava impastata con qualcosa di innominabile, innominabile nel libro, voglio dire, non per Sweeney. Egli infatti la nominò, poi si passò la lingua sulle labbra per inumidirle, inghiottendo più volte.

Si strofinò gli occhi con le mani sporche e tirò una bestemmia a un uccello che sull’albero vicino faceva un chiasso del diavolo. Si alzò a sedere, piegato in avanti, col viso tra le mani, pungendosi le dita con la barba ruvida. Un autocarro che passava per Clark Street fece un fracasso pari a quello di un terremoto, o della fine del mondo. Non di più, ma pari senz’altro.

Se svegliarsi non è mai piacevole, qualche volta riesce addirittura orribile. Quando si sono accumulate due settimane di sbornie, è orribile. Ma l’unico rimedio, come Sweeney sapeva benissimo, stava nel muoversi, senza restar seduto a soffrire, senza distendersi sul terreno duro e cercare di riaddormentarsi, perché in quello stato non si riesce a riaddormentarsi. Finché uno non riesce a orientarsi è un inferno completo, quando poi si è svegliato e orientato è un inferno per metà, fino a che non ci si riempie lo stomaco con un po’ di alcol. Allora tutto va bene. Cioè, bisogna chiederselo: va bene?

Sweeney respinse il terreno che sembrava trattenerlo a sé e si drizzò in piedi. Le gambe funzionavano, lo portarono fuori del prato, sull’asfalto, fino alla panchina, dove Diomede ancora dormiva tranquillo con un russare sommesso. Accanto a lui giaceva la bottiglia vuota.

Sweeney spinse indietro i piedi di Dio e sedette sull’orlo della panca. Appoggiando il mento pungente di barba sulle mani sporche, si chinò coi gomiti sulle ginocchia, ma non chiuse gli occhi. Riuscì a tenerli aperti, mentre si domandava se il peggio fosse ormai passato. La donna e il cane. Non aveva mai sofferto di allucinazioni fino ad allora.

La donna e il cane. Non poteva crederci. Era una di quelle pochissime cose che non possono accadere nella realtà. Perciò non era accaduta. Questa doveva essere la conclusione. Stese una mano davanti a sé per osservarla e vide che tremava notevolmente, ma non peggio delle altre volte. La riappoggiò sulla panchina e facendo leva sulle braccia riuscì ad alzarsi. Le gambe funzionavano ancora, se ne servì per attraversare la piazza e giungere a Dearborn Street e poi fino a Chicago Avenue. Più che un uomo era un dolore in cammino. I freni di un taxi stridettero nello scarto per evitare d’investirlo: attraversava la strada senza nemmeno guardare intorno, e l’autista gli urlò qualche improperio incomprensibile. Sweeney arrivò fino a State Street e proseguì in direzione sud. Percorse i tre quarti di un isolato e si trovò davanti al «portone». Si fermò a fissarlo intensamente, poi si accostò ai vetri e guardò nell’interno: era piuttosto buio, ma riusciva a vedere fino alla porta all’altra estremità dell’atrio.

Un piccolo strillone gli si fermò accanto, con la borsa dei giornali penzolante dalla spalla. — Ehi, è successo qui, vero? — domandò.

— Sì — rispose Sweeney.

— Io la conoscevo — affermò il ragazzino — le porto sempre il giornale. — Allungò la mano per aprire la porta. — Devo entrare per lasciare i giornali. — E Sweeney si scostò per lasciarlo passare. Quando il ragazzino uscì, Sweeney entrò nell’atrio e si fermò accanto alle cassette della posta. Proprio là dove stava ora, lei era caduta. Guardò in terra, poi si chinò per scrutare il pavimento da vicino: c’erano delle piccole macchie scure. Sweeney si rialzò e andò in fondo all’atrio ad aprire la porta che dava sul retro della casa: vi era solo un marciapiede di cemento che conduceva ai piani superiori: si accesero due lampade, una sopra di lui, in fondo alle scale, l’altra vicino alle cassette per la posta. La luce era fievole e gialliccia nel grigiore della mattina. Spense le lampade, poi, notando qualcosa sul pannello di legno della porta, le riaccese. Vi erano nel pannello delle profonde graffiature verticali, una vicina all’altra, e avevano tutta l’apparenza di zampate di un cane, oltre a essere fresche: come se la bestia si fosse lanciata contro la porta, cercando poi di graffiarla nella speranza di aprirsi una strada attraverso di essa.

Sweeney, spenta definitivamente la luce, uscì portandosi via uno dei giornali che il ragazzo aveva lasciato in pile ordinate sotto le cassette della posta. Quando ebbe voltato l’angolo della strada, sedette sul marciapiede e aprì il foglio. Vi era un articolo su tre colonne, con due fotografie, una della ragazza e una del cane, e il titolo diceva:

UNA BALLERINA AGGREDITA DALLO SQUARTATORE SALVATA DAL PROPRIO CANE LO SCONOSCIUTO SI È DATO ALLA FUGA. «NON SAPREI RICONOSCERLO» DICHIARA LA VITTIMA.

Sweeney osservò attentamente le fotografie, che erano delle pose, evidentemente destinate in origine alla pubblicità. Sotto il cane la didascalia diceva: DEMONIO, e Sweeney lo fissò a lungo: sul giornale era impossibile ritrovare il bagliore giallo di quegli occhi, ma appariva un animale che nessuno desidererebbe incontrare sulla propria strada. “Ha sempre l’aria di un lupo” pensò Sweeney “e di un lupo feroce.”

Ma i suoi occhi tornarono a osservare la donna. La dicitura IOLANDA LANG spinse Sweeney a domandarsi quale fosse il suo vero nome. Per quanto, guardando il suo ritratto, non ci si curasse più molto del suo nome; anche se, purtroppo, in quel ritratto non era visibile tutto ciò che Sweeney aveva potuto vedere la notte prima. Era un mezzobusto, e Iolanda Lang indossava un abito da sera senza spalline, che incorniciava e metteva in rilievo la sua bellezza, quella bellezza che Sweeney sapeva essere autentica e non frutto di vari trucchi, dai capelli biondi morbidi, con i riccioli che ricadevano sopra le spalle ancora più morbide. Anche il viso era affascinante. La notte prima Sweeney non aveva notato il viso. E non potrete criticarlo per questa piccola distrazione.

Comunque, anche il viso meritava di essere osservato, ora che non c’era niente altro a distoglierne l’attenzione: un volto dolcemente grave e gravemente dolce. In tutto, meno che in qualcosa intorno agli occhi. Ma un ritratto riprodotto in un giornale su tre colonne non permette di essere sicuri delle sfumature.

Sweeney ripiegò con cura il giornale e lo depose sul marciapiede: un lieve sorriso gli increspava le labbra. Si alzò e faticosamente tornò a Bughouse Square. Dio stava ancora russando sulla panca e aprì gli occhi cisposi, quando Sweeney lo scosse. Lo guardò dal basso e brontolò: — Va’ via.

Sweeney insisté. — Ci sono. Per questo sono venuto a dirtelo. Guarda, era questo che volevo dire.

— Che cosa?

— Quello di ieri sera — continuò Sweeney.

— Sei matto — rispose Dio.

Il sorrisetto riapparve sulla faccia di Sweeney. — Tu non l’hai vista, perché non c’eri, ieri sera. Saluti.

Attraversò il prato fino a Clark Street e si fermò. Aveva un mal di testa terribile e desiderava disperatamente qualcosa da bere. Stese una mano e la osservò tremare, poi se la infilò in tasca per non pensarci. Cominciò a percorrere Clark Street verso sud: il sole ormai era alto, invadendo le vie da est a ovest. Il traffico in aumento si andava facendo rumoroso e complicato.

Sweeney Che Cammina Nella Luce Del Giorno. Ancora quel pensiero. Sweeney sudava, e non solo per il caldo, ed emanava cattivo odore, lo sentiva benissimo. Gli facevano male i piedi ed era tutto uno sporco dolore, dentro e fuori, in cima e in fondo. Sweeney Che Cammina Nella Luce Del Giorno.

Attraversò il Loop, a sud fino alla Roosevelt Road: non osava fermarsi. Alla Roosevelt Road, girato l’angolo verso est, camminò fino all’ingresso di una casa-albergo e vi entrò. Suonò un campanello dei tanti posti in fila vicino all’ingresso e attese lo scatto della porta interna che veniva aperta. Salì tre piani di scale e giunse a una porta socchiusa, da cui sporgeva una testa calva. La faccia sotto la testa calva, quando scorse Sweeney spuntare dalle scale, ebbe una smorfia di disgusto e un secondo dopo la porta si chiudeva sbattendo. Sweeney continuò a salire sostenendosi al muro con una mano sporca e quando fu davanti alla porta prese a bussare energicamente. Continuò per un buon minuto, poi fu costretto a prendersi la fronte con le mani, abbandonandosi contro il muro. Si riprese dopo qualche istante e ricominciò a bussare più forte di prima. Qualcuno arrivò ciabattando vicino alla porta, all’interno. — Vattene all’inferno o chiamo la polizia.

Sweeney continuò a picchiare. — Chiamala, bellezza — gridò. — Andremo dal giudice e ci spiegheremo.

— Cosa diavolo vuoi?

— Apri — ripeté Sweeney, bussando ancora più forte.

Una porta nell’atrio si aprì e apparve la faccia sconvolta di una donna. Sweeney continuò a picchiare all’uscio, finché la voce dall’interno borbottò: — Va bene, va bene. Aspetta un secondo. — I passi si allontanarono, poi si riavvicinarono alla porta e finalmente la chiave girò nella toppa.

La porta si aprì e l’uomo calvo si tirò indietro. Indossava un informe accappatoio e delle pantofole scalcagnate e, a quanto pareva, niente altro. Era un poco più basso di Sweeney, ma teneva la mano destra in tasca e questa era stranamente gonfia. Sweeney entrò e richiuse con un calcio la porta dietro di sé. Avanzando fino al centro della stanza in disordine e girandosi intorno, disse dolcemente: — Ohi, Goetz.

L’uomo calvo stava ancora accanto alla porta. La sua risposta fu un brontolio: — Cosa diavolo vuoi?

— Venti dollari — replicò Sweeney. — Sai perché. O hai bisogno che te lo ripeta sillabando?

— Venti dollari un corno! Se credi che te li dia io! E se hai ancora in mente quella maledetta corsa e quel maledetto cavallo, te l’ho già detto che non ho potuto puntare la scommessa. Ti ho ridato i tuoi cinque dollari e tu li hai presi.

— Li ho presi in acconto — disse Sweeney. — Non avevo tanto bisogno di soldi da impuntarmici sopra. Adesso invece ne ho bisogno. Andiamo, su, ripetiamo tutta la storia. Tu mi hai gonfiato la testa con le tue chiacchiere su quella bestia, l’idea è stata tua. Alla fine io ti ho dato i cinque dollari per scommettere, il cavallo ha vinto per cinque a uno e tu sei saltato su a dirmi che non avevi potuto puntare per me.

— Dannazione, non ho potuto. Da Mike era già chiuso e la corsa era cominciata e…

— Tu da Mike non hai nemmeno provato a giocare. Ti sei semplicemente intascato i soldi della mia scommessa: se il cavallo avesse perduto, come tu ti aspettavi, ti sarebbe rimasta la puntata. Perciò, che tu abbia puntato o no i miei soldi, mi devi venti dollari.

— Va’ all’inferno. E va’ fuori di qui. — L’uomo calvo estrasse di tasca la mano che impugnava una piccola automatica calibro 25.

Sweeney scosse la testa con aria triste. — Se il gioco valesse ventimila dollari, avrei paura di quell’affare, forse. Ma per venti dollari non correresti mai il rischio di una sparatoria. Non vorresti certo avere i poliziotti a curiosare qui dentro per venti miserabili dollari. Per lo meno, io credo che non li vorresti: ci scommetterei su, anzi.

Guardò in giro per la stanza, finché scorse un paio di pantaloni appoggiati su una sedia. Si avvicinò subito a essi, mentre l’uomo calvo toglieva la sicura alla rivoltella, sibilando: — Figlio di puttana.

Sweeney afferrò i pantaloni per i risvolti e cominciò a scuoterli: caddero sul tappeto un mazzo di chiavi e degli spiccioli, ed egli continuò a scuotere, dicendo: — Goetz, verrà un giorno in cui chiamerai figlio di puttana qualcuno che lo è veramente, e quello ti darà una lezione.

Dalla tasca posteriore dei calzoni cadde a terra un portafoglio che Sweeney raccolse. Lo spalancò ed emise un brontolio di disapprovazione. — Cosa succede con tutti i tuoi pasticci delle corse? Va male? — Nel portafoglio c’erano soltanto un biglietto da dieci e uno da cinque dollari. Sweeney tirò fuori quello da dieci e gettò il portafoglio sul cassettone.

L’espressione dell’uomo calvo non era cordiale, in verità. Esclamò soltanto: — Te l’avevo già detto allora. La corsa era già cominciata. Adesso hai avuto i tuoi quattrini e fila.

— Ne prendo dieci — concesse Sweeney — non porterei mai via gli ultimi cinque dollari di un poveraccio, bellezza. Gli altri dieci li prenderò in beni: un bagno, una barba, una camicia e delle calze.

Così dicendo, si sfilava la giacca e scivolava fuori dei pantaloni. Poi, sedendo sull’orlo del letto disfatto, si tolse anche le scarpe. Entrò nel bagno ad aprire l’acqua della vasca e ne uscì nudo, con un malloppo di roba in mano: la sua camicia, le calze e gli indumenti intimi, che gettò tutti nel cestino della carta straccia.

L’uomo calvo era ancora accanto alla porta, ma la rivoltella era tornata nella tasca della vestaglia. Sweeney gli sorrise e gridò al di sopra dello scroscio dell’acqua: — Non chiamare la polizia, adesso, Goetz. Vedendomi così, potrebbero ricevere un’impressione sbagliata! — Rientrò in bagno e sbatté la porta.

Restò sdraiato nell’acqua calda a lungo, poi si rase la barba con il rasoio elettrico di Goetz. Per fortuna era elettrico, perché le mani di Sweeney tremavano ancora sensibilmente.

Quando finalmente uscì, Goetz era tornato a letto, e stava con la schiena voltata alla stanza. — Dormi, tesoro? — domandò Sweeney. Nessuna risposta.

Sweeney aprì un cassetto e scelse una camicia bianca sportiva con il colletto floscio: gli era stretta di spalle e il collo non si abbottonava, ma era comunque una camicia bianca e pulita. Anche i calzini di Goetz gli erano un po’ stretti, ma riuscì a infilarli. Contemplò con disgusto le sue scarpe e i suoi vestiti, ma non poteva trovare altro, dato che quelli di Goetz non gli si sarebbero mai adattati. Si diede da fare con le spazzole per le scarpe e per i vestiti e quando infine indossò i pantaloni verificò che in tasca vi fossero sempre al sicuro i dieci dollari. Spazzolò energicamente anche il cappello e si avviò per uscire. — Buona notte, tesorino — disse — e grazie di tutto. Adesso siamo pari. — Chiuse silenziosamente la porta, scese le scale e uscì fuori, nel sole scottante. Risalì a nord fin oltre la Dearborn Station, fermandosi in un piccolo bar a bere tre tazze di caffè e a tentar di inghiottire una delle due brioches che aveva ordinato. Aveva sapore di cartapesta, ma riuscì a mandarla giù.

Poco più lontano, si fece lucidare le scarpe e poi, nel piccolo retro del negozio dov’era entrato, attese tremando leggermente che il suo vestito venisse smacchiato e stirato. Avrebbe avuto bisogno ben più che di una smacchiatura, ma quando lo indossò era già passabile. Si diede un’occhiata nel lungo specchio e si giudicò quasi presentabile. C’erano sì dei cerchi sotto gli occhi, e gli occhi stessi non apparivano scintillanti di gioia e di benessere, e inoltre doveva tenere le mani in tasca, finché non fosse stata superata la crisi di tremito, ma nel complesso aveva un aspetto umano. Quando ebbe tirato fuori il colletto della camicia sportiva, sopra il bavero della giacca, si sentì ancora più a posto.

Dirigendosi a nord attraverso il Loop, si manteneva accuratamente nel lato in ombra della strada: cominciava di nuovo a sudare e di nuovo si sentiva sporco e aveva la netta sensazione che si sarebbe sentito sudicio così per molto tempo, per quanti bagni potesse fare. Come fa un individuo in possesso delle sue facoltà a vivere a Chicago durante un’ondata di caldo tropicale? E come fa uno a vivere a Chicago? E del resto, perché si vive? Il mal di testa di Sweeney si era intanto trasformato da un cupo dolore diffuso, in un dolore localizzato dietro la fronte e dietro gli occhi con un martellio ritmico e persistente. Le palme delle mani erano umide e appiccicose e, per quanto se le strofinasse lungo i calzoni, subito tornavano a essere appiccicose e umide. Sweeney Che Cammina Attraverso Il Loop. All’altezza di Lake Street dovette fermarsi in un drug-store a bere un altro caffè, con due pillole di bromuro. Si sentiva come una molla arrotolata troppo stretta, come uno che soffre di claustrofobia rinchiuso in una cella, come un miserabile pezzente. Il caffè sembrava nel suo stomaco l’acqua fangosa di una barca che fa acqua. Un fango tiepido, salato, pieno di piccole alghe verdi, ammesso che le alghe siano verdi. Quelle di Sweeney comunque erano di color verde e si muovevano anche.

Attraversò il Wacker Drive, con la segreta speranza che un’automobile lo travolgesse, ma nessuna lo fece; percorse il ponte nello splendore incandescente del sole, e il camminare gli era un faticoso alternarsi di sforzi per alzare e abbassare un piede dietro l’altro, finché, superato il Rush senza osare fermarsi, stringendo le mani sudate dentro le tasche, svoltò in uno spiazzo tra due edifici e infilò un portone aperto. Quella era casa sua, sempre che ci fosse ancora per lui una casa. Per il momento, rappresentava il problema più grave. Tolse di tasca la mano destra e bussò gentilmente a un uscio del pianterreno, poi ritirò in fretta la mano. Dei passi pesanti si avvicinarono lentamente e la porta si aprì.

— Salve, signora Randall. Io… — cominciò Sweeney, ma lo sbuffare della donna gli troncò ogni speranza di continuare.

— No, signor Sweeney — disse.

— Hm… volete dire che avete affittato ad altri la mia stanza?

— Voglio dire che non vi lascio entrare a prender la roba da impegnare per bere ancora. Ve l’ho già detto due volte la settimana scorsa.

— Me l’avete detto? — domandò stupito Sweeney. Si ricordava di quel fatto o no? Ora che lei glielo rammentava, una delle due volte gli tornava vagamente alla memoria. — Credo di essere stato piuttosto sbronzo — ammise e tirò un gran sospiro. — Ma adesso è passata. Sono a posto.

La donna sbuffò di nuovo. — E le tre settimane che mi dovete? Sono trentasei dollari.

Sweeney pescò fuori i biglietti sparsi nella tasca, uno da cinque dollari e tre da uno. — È tutto quel che ho trovato — disse — posso darvene otto in acconto.

Lo sguardo della donna passò dal denaro alla faccia di Sweeney. — Penso che adesso siate proprio a posto e non ubriaco, Sweeney, e se avete dei soldi non andrete a cercar di impegnare la roba, dato che con otto dollari potreste bere un mucchio di whisky.

— Sì — ammise Sweeney, e la donna si ritirò dalla porta, per lasciarlo entrare.

— Entrate, su. Sedetevi e rimettetevi in tasca i vostri soldi. Ne avrete molto più bisogno di me, finché non vi sarete sistemato di nuovo. Per quanto tempo vi può bastare?

— Per pochi giorni — rispose Sweeney, sedendo — ma appena sto bene, faccio in fretta a procurarmene dell’altro. — Rinfilò in tasca le mani e il denaro. — Hm… io… ho paura di aver perso la chiave. Forse voi avete…

— Non l’avete perduta. Ve l’ho presa io una settimana fa, perché stavate cercando di portare fuori il vostro giradischi per impegnarlo.

Sweeney si prese la testa fra le mani. — Buon Dio, l’ho fatto?

— No. Io vi ho costretto a riportarlo indietro e a darmi la chiave. Così ci sono ancora tutti i vestiti, tranne il soprabito e l’impermeabile, perché dovete averli presi prima che chiudessi. E c’è anche la vostra macchina da scrivere. E l’orologio, se non siete riuscito a prenderlo.

Sweeney scosse lentamente la testa. — No, è andato. Ma grazie lo stesso per avermi salvato il resto.

— Avete proprio una brutta cera. Volete una tazza di caffè? È già pronto.

— A momenti il caffè mi uscirà dalle orecchie — rispose Sweeney — però, sì, ne bevo un’altra tazza. Ben forte. — Mentre la donna si muoveva davanti ai fornelli, Sweeney la osservava pensando che dovrebbe esserci al mondo un maggior numero di donne come la signora Randall: dure come il ferro, all’apparenza (e devono esserlo per dirigere una pensione) e tenere come il burro, dentro.

La padrona tornò con il caffè e lui lo bevve d’un fiato. Prese la chiave e salì per le scale. Riuscì a entrare in camera e a chiudere la porta prima che il tremito lo dominasse completamente e rimase così appoggiato alla porta, finché l’attacco gli fu passato. Poi si avvicinò al lavabo e diede di stomaco. La cosa gli procurò un certo sollievo, per quanto il rumore dell’acqua corrente aumentasse il dolore alla testa.

Quando il malessere gli passò, avrebbe desiderato stendersi e dormire, ma invece si spogliò di nuovo, infilò l’accappatoio e si recò in bagno. Si immerse per la seconda volta nell’acqua bollente, crogiolandovisi a lungo prima di decidersi a tornare in camera. Prima di vestirsi, fece un rotolo degli abiti sporchi e consunti che aveva indossato e della camicia stretta e delle calze prese a Goetz e gettò via tutto quanto. Si vestì con indumenti puliti, compreso il suo miglior abito estivo, completando il quadro con una cravatta da cinque dollari e le scarpe più eleganti. Riordinò con cura meticolosa la stanza, e cercò alla radio una stazione che desse fra i vari programmi anche il segnale orario: regolò la sveglia rimasta silenziosa e la caricò, per deporla poi in vista sul cassettone. Infine, preso dal guardaroba il cappello di panama, uscì dalla stanza.

Mentre scendeva le scale, la porta della signora Randall si socchiuse. — Signor Sweeney?

Sweeney si chinò sulla balaustrata per vederla. — Sì?

— Ho dimenticato di dirvi che stamattina presto, verso le otto, hanno telefonato per voi. Un certo Walter Krieg, del giornale dove lavorate, o lavoravate. Non so, adesso…

— Lavoravo, credo — disse Sweeney. — Cos’ha detto? E voi che cosa gli avete detto?

— Ha domandato di voi e gli ho detto che non c’eravate. E allora lui ha detto che se tornavate prima delle nove, dovevate telefonargli. Voi non siete tornato prima… non che io vi aspettassi… ma insomma mi sono scordata di dirvelo subito. Ecco tutto. — Sweeney la ringraziò e uscì. Al negozio all’angolo comperò una bottiglia di whisky e se la mise in tasca, poi entrò nella cabina del telefono e chiese del direttore del giornale.

— È Krieg? — domandò Sweeney. — Sono appena arrivato a casa. Ho avuto il tuo messaggio e non sono sbronzo. Che cosa volevi da me?

— Adesso niente. È troppo tardi, Sweeney, mi dispiace.

— Va bene, d’accordo: è troppo tardi e ti dispiace. Ma che cosa volevi?

— La tua testimonianza oculare, se sei abbastanza in te da ricordarti quel che è accaduto stanotte. Un poliziotto ha detto che eri in quei paraggi quando è stata trovata la Lang. Te ne ricordi?

— Altro che trovata! Accidenti se me ne ricordo! Perché è troppo tardi? Hai fuori la prima edizione, ma la più importante va in macchina adesso e poi ce ne sono altre due. L’edizione nazionale non è ancora in macchina, non è vero?

— Ci va tra un quarto d’ora. Ti ci vuole più tempo a…

— Non perdere tempo — lo interruppe Sweeney — dammi uno stenografo. Subito. Gli do mezza colonna in cinque minuti. Possibilmente Joe Carey: è il più svelto.

Mentre aspettava, Sweeney raccolse le idee, finché non udì la voce di Joe. Allora cominciò a dettare, rapido e preciso. Quando ebbe finito, attaccò al gancio il ricevitore e si appoggiò alla parete della cabina. Non aveva chiesto di parlare di nuovo con Krieg: quella faccenda poteva anche aspettare e sarebbe stato anzi meglio che si recasse da Walter di persona. Ma non ancora, non subito.

Tornò nella sua stanza e preparò sul bracciolo della sua ampia poltrona la bottiglia di whisky con un bicchiere. Si tolse giacca e cappello, e slacciò la cravatta e il colletto. Poi si accoccolò davanti al giradischi, esaminando la raccolta di dischi. Non che avesse bisogno di rileggerne i titoli: sapeva già quale avrebbe suonato. Era la Sinfonia N. 40 di Mozart. Probabilmente a guardarlo non avreste mai pensato che fosse così, ma la Sinfonia N. 40 in do min. op. 550 era la preferita di Sweeney. Accomodò i tre dischi, depose la puntina sul primo e si sdraiò sulla poltrona ad ascoltare.

Perché dovrei dirvi ancora qualcosa di Sweeney? Se conoscete la N. 40 di Mozart, l’oscura irrequietezza che la agita, il cupo sfondo che appare dietro il contrappunto pieno di grazia e di spirito, potete conoscere anche Sweeney. E se la N. 40 di Mozart è per voi semplicemente un elegante e talvolta monotono minuetto, che può accompagnare una conversazione da salotto, allora Sweeney non sarà per voi che un altro qualsiasi cronista a cui succede periodicamente di ubriacarsi. Ma lasciamo andare: quel che pensate voi e quel che penso io non ha nessuna importanza per quanto riguarda Sweeney che apre la bottiglia e si versa da bere. E beve.

Al mondo vi sono molte cose strane. E una delle più strane è una scatola di legno che contiene dei fili di rame e dei dischi di metallo, una mezza dozzina di spazi vuoti come il nulla e un filo nero che termina dentro il muro, da cui proviene qualcosa che chiamiamo elettricità perché non sappiamo che cosa sia. Pure, essa giunge, e la materia inorganica prende vita; davanti a voi sta un piatto che gira, recando un disco, un ago scorre in un’incisione. Una punta che danza nella riga sottile e un diaframma che vibra, e tutta l’aria intorno a voi si riempie di vibrazioni; i pensieri di un uomo che è morto da un secolo e mezzo vi si affollano intorno e voi vivete nelle luci e nelle ombre dell’anima di un morto. Dividete le sensazioni tormentate di un piccolo musico di corte, pieno di vitalità e oppresso da una terribile miseria, che forse avverte l’avvicinarsi della morte e perciò lavora con rapidità prodigiosa, portando a compimento in poche settimane la più grande sinfonia che egli abbia mai scritto.

Sì, esistono strane cose. Sweeney era là, centellinando il suo secondo bicchiere mentre con il terzo disco si iniziava il secondo movimento, l’andante leggero. Li finì insieme, il disco e il bicchiere. Sospirò e si alzò dalla poltrona; gli faceva ancora male la testa e si sentiva abbattuto, ma il tremito delle mani era scomparso. Risciacquò il bicchiere e ripose la bottiglia, ancora piena più che a metà. Voltò i tre dischi e si riaccomodò ad ascoltare il resto della sinfonia.

Chiuse gli occhi e si dedicò soltanto ad ascoltare la fine del secondo movimento. Fin troppo brevemente sorsero e morirono le note chiaroscure del minuetto e trio del terzo movimento, per lasciare il posto a quel che egli aveva aspettato fin dal principio: l’amaro finale, l’allegro molto, immagine del potere e della infinita malinconia della gloria.

Sweeney restò seduto ad ascoltare il silenzio, e dopo qualche tempo si mise a ridere, ma non forte. Ormai era fuori, era a posto, era sobrio. Fino alla prossima volta, che poteva presentarsi dopo mesi o dopo anni. Dopo che l’inferno si fosse accumulato dentro di lui in maniera tale da costringerlo a inzupparsi di alcol; fino ad allora sarebbe potuto essere normale e bere normalmente. Lo so, gli alcolizzati non possono far questo, ma Sweeney non era un alcolizzato; poteva (e lo faceva) bere con moderazione, normalmente, e solo una volta ogni tanto poteva cancellare la cupa profondità dell’umore mutandola in una lunga ubriachezza. Esiste questo tipo di bevitore, anche se negli ultimi tempi la maggioranza dei bevitori è costituita dagli alcolizzati.

Ma Sweeney ora aveva superato il momento; era scosso, ma non più tremante, e stava bene: poteva anche riprendere il suo lavoro, ne era certo, se solo avesse mangiato un boccone. Avrebbe potuto pagare i debiti in poche settimane e tornare al punto in cui era, dovunque quel punto si trovasse.

Oppure… Sì, stava bene. Ma quella decisione assurda o soluzione o quel che era stato… E d’altronde, perché no? «Tutto ciò che vuoi.» Non aveva forse indovinato qualcosa di giusto Dio, dicendo così? «Tutto quello che vuoi, purché tu lo voglia con tanta intensità da concentrarti tutto nello scopo di ottenerlo.» Si trattasse di una piccola cosa come un milione di dollari o di una cosa immensa come il trascorrere una notte con… come si chiamava?… Iolanda Lang.

Rise di nuovo, chiudendo gli occhi per ricostruire nella memoria l’incredibile scena di cui era stato spettatore dietro la vetrata del portone di State Street. Dopo pochi secondi cessò di ridere e si disse: “Sweeney, tu vai in cerca di guai. Prima di tutto hai bisogno di soldi: un piccolo cronista come te non può farcela con una donna come quella. In secondo luogo, per far centro, devi dare la caccia allo Squartatore. E potresti anche trovarlo”.

E il trovarlo non sarebbe stata di certo una bella cosa, Sweeney lo sapeva, dato che nutriva un vero orrore, una fobia addirittura, per il gelo dell’acciaio, per l’acciaio appuntito e freddo. Acciaio affilato come una lama di rasoio che può attraversarti il ventre e spargere i tuoi visceri sul marciapiede, dove non ti servirebbero più a nulla, Sweeney. Proprio, se lo disse: “Sei un dannato idiota, Sweeney”.

Ma lo sapeva già da molto tempo.

III

Sweeney lavorava al “Blade” e blade significa «lama», così che ci si potrebbe creare un bel giochetto di parole, sempre che non vi dispiacciano i giochi di parole. «La lama.» Se avevate già intuito il gioco, vi prego di scusarmi per avervelo indicato: ma qualcuno poteva non afferrarlo, anche se voi ci eravate subito arrivati. È un insieme di tipi diversi che legge un libro. Qualcuno, ad esempio, comprende solo con gli occhi e ha bisogno delle descrizioni: per queste persone, sebbene a me non interessi affatto, dirò che William Sweeney era alto un metro e settanta e pesava circa ottanta chili. Aveva i capelli chiari, tendenti al biondo, che si andavano diradando, ma erano ancora abbastanza folti, il viso era lungo e magro, vagamente somigliante al muso di un cavallo, ma tutt’altro che spiacevole all’occhio di un osservatore imparziale. Dimostrava circa quarantatre anni e non c’era nulla di strano dato che questa appunto era la sua età. Per lavorare e per leggere inforcava occhiali dalla montatura chiara, senza i quali ci vedeva benissimo a qualunque distanza oltre un metro e mezzo. Per lo stesso motivo poteva anche lavorare senza occhiali, se era necessario, ma se continuava troppo a lungo a non farne uso, gli venivano forti emicranie. Era un bene però che sapesse farne a meno, perché si stava preparando un periodo in cui avrebbe dovuto per necessità farne a meno: due settimane prima, quando aveva cominciato la sua metodica e spiritualizzata ubriacatura, li aveva in tasca e ora soltanto Dio (non Diomede, ma proprio Dio) sapeva dove fossero finiti.

Al giornale, Sweeney, attraversata la stanza della cronaca, entrò nell’ufficio del redattore capo e sedette sul bracciolo della poltrona posta davanti alla scrivania di Krieg. — Ehi, Krieg — lo salutò.

Krieg alzò gli occhi e grugnì qualcosa, poi terminò la lettera che stava scrivendo e la mise da parte. Aprì la bocca per parlare e la richiuse.

— Sì, Walter: lo dico io per te. Prima di tutto, io sono un figlio di puttana perché ti ho piantato in asso senza nemmeno avvertirti. Adesso basta: sono licenziato. Perché tu non puoi impazzire con gente come me. Io sono un anacronismo: i giorni dei cronisti ubriaconi sono superati, e un giornale oggi è un’azienda d’affari, che deve marciare con sistemi di assoluta serietà e regolarità. Tu vuoi degli uomini di cui fidarti. Va bene?

— Sì, figlio di…

— No, basta! Ho detto tutto io per te, tutto. E in ogni caso io non ho intenzione di lavorare per il tuo dannato giornale, se non mi assumi regolarmente. Come andava il pezzo del testimone oculare?

— Era buono, Sweeney, maledettamente buono. È stato un colpo formidabile che tu fossi proprio là!

— Mi hai detto che un poliziotto vi ha informato della mia presenza, ma io non ne avevo riconosciuto nessuno. Chi era?

— Devi chiederlo a Carey, è lui che si è occupato della faccenda. Ora senti, Sweeney, quante altre volte mi combinerai un guaio come questo? O sei venuto a dirmi che questa sarà l’ultima volta?

— Probabilmente non sarà l’ultima. Succederà ancora, ma non so quando. Forse ci vorranno due anni, forse sei mesi, chi lo sa. Perciò tu non mi vuoi a lavorare con te. Va bene. Però, dato che non lavoro per te, mi puoi dare un assegno, anche piccolo, per il pezzo di stamattina. E dovresti farmi ancora un piacere: farmi avere subito i quattrini, senza passare per tutta la trafila amministrativa. La storia meriterebbe cinquanta dollari, se Carey l’ha scritta come gliel’ho dettata io, perciò… me ne dai venticinque?

Krieg lo fissò. — Neanche un soldo, Sweeney.

— No? E perché diavolo? Da quando in qua sei diventato un simile pidocchioso…?

— Sta’ zitto! — e l’esclamazione del redattore capo fu quasi un ruggito. — Al diavolo, Sweeney, non ho mai trovato nessuno a cui fosse altrettanto difficile fare un piacere come a te. Non mi lasci neppure la soddisfazione di urlare perché mi togli le parole di bocca. Chi ti ha detto che sei licenziato? Tu te lo sei detto, non io. E la ragione semplicissima per cui non ti pagherò quella stupida storiella che hai dettato al telefono, è che hai ancora il tuo stipendio. In tutto hai perduto due giorni, e basta.

— Non riesco a capire — disse Sweeney. — Perché due giorni? Io sono stato via due settimane; come c’entrano due giorni?

— Oggi è giovedì, Sweeney. Tu hai cominciato la sbronza esattamente due settimane fa, a partire da stasera, e sei stato assente da venerdì o sabato mattina. Però eri vicino ai tuoi quindici giorni di vacanza, che tu forse hai dimenticato: ti toccavano in settembre. Io ti ho spostato leggermente le date, cosicché tu hai cominciato le vacanze lunedì scorso. Oggi sei ancora in vacanza e per qualche giorno ancora non devi venire, cioè, per essere precisi, fino a lunedì. Ecco qua — continuò Krieg, prendendo da un cassetto della scrivania degli assegni e porgendoli a Sweeney — c’è un’altra cosa che probabilmente non ti ricordi neppure, ma sei anche venuto qua per riscuotere il tuo ultimo assegno e non te lo abbiamo dato. Tieni: ecco gli assegni per i quindici giorni di vacanza, con la trattenuta di due giorni.

Sweeney prese gli assegni con rispettosa meraviglia, mentre Krieg brontolava: — Adesso vattene fuori dai piedi fino a lunedì mattina.

— Perdiana, non riesco a crederci — mormorava Sweeney.

— Bene, non crederci, ma, senza scherzi, Sweeney, se succede un’altra volta prima delle tue prossime vacanze dell’anno venturo, sarai licenziato per forza.

Sweeney annuì lentamente, mentre si alzava. — Senti, Walter, io…

— Sta’ zitto. E fila.

Sweeney sorrise quasi con timidezza e filò. Si fermò alla scrivania di Joe Carey, con un — Ehi!

Joe alzò gli occhi ed esclamò: — Guardalo qua in persona! Come mai?

— Vorrei parlarti, Joe. Hai già fatto colazione?

— No, dovrei andarci fra… — guardò l’orologio — venti minuti. Però, senti caro, se pensi a un prestito, io sono fuori combattimento: mia moglie ha avuto un altro bambino la settimana scorsa e sai come vanno queste cose.

— No — rispose Sweeney. — Ringraziando il Cielo non so affatto come vadano queste cose. Comunque, ti faccio le mie congratulazioni. Immagino che sia un maschio o una femmina.

— Già.

— Benissimo. In ogni caso, non si tratta di nessun prestito. Per un miracolo, che mostra l’esistenza di un Dio, sono pieno di soldi. Fra l’altro, ti devo qualcosa?

— Cinque dollari. Te li ho dati mercoledì di due settimane fa. Non ti ricordi?

— Adesso che me lo dici, vagamente lo ricordo. Allora, andiamo a mangiare da “Kirby”, così cambio un assegno e ti pago il debito. Io vado e ti aspetto là.

Da “Kirby”, Sweeney cambiò il più piccolo degli assegni e sedette a un tavolo ad aspettare Joe. Il pensiero di mangiare gli dava ancora la nausea e l’inghiottire qualsiasi cibo gli era così spiacevole, che avrebbe rinunciato volentieri, se non avesse dovuto aspettare Carey. La prospettiva stessa di vedere Joe mangiare gli era ingrata. Come minore dei mali, ordinò una minestra in brodo, che per la sua bocca aveva il sapore di sciacquatura di piatti, ma che riuscì a trangugiare quasi tutta. Stava allontanando il piatto, quando Joe venne a sedersi di fronte a lui.

— Ecco i tuoi cinque dollari, Joe, e grazie. Ma, prima che me ne dimentichi, dimmi: chi mi ha visto la notte scorsa in State Street? Non mi era parso di conoscere nessuno dei poliziotti che c’erano là.

— Un omaccione che si chiama Pete Fleming.

— Oh! — esclamò Sweeney — adesso ricordo: l’avevo incontrato in Clark Street prima della scoperta. Aspetta… io andavo verso sud e lui doveva andare verso nord: io ho percorso pochi isolati, ho tagliato verso est e poi in su per la State. Ma non l’ho visto sul luogo del tentato omicidio.

— È facile che ci sia arrivato mentre tu te ne andavi. L’automobile che ha risposto alla telefonata, marciava con la sirena in funzione, e Fleming, dovunque fosse in quel momento, si è messo a seguire la sirena ed è arrivato sul posto dopo di loro.

Il cameriere si avvicinò al tavolo, e Sweeney aggiunse la richiesta di un caffè agli ordini di Joe. Poi si chinò attraverso la tavola e chiese: — Joe, com’è questa storia dello Squartatore? È quello che voglio tirarti fuori. Potrei pescare qualcosa dai ragazzi della cronaca nera, ma tu ne saprai certo di più. Prima domanda: da quando va avanti la faccenda?

— Ma non hai letto i giornali in questi dieci giorni?

Sweeney scosse il capo. — No, tranne uno di stamattina, che parlava della faccenda della Lang di ieri sera, ma si riferiva ad altri assassinii. Quanti sono stati?

— Oltre alla Lang, altri due. Cioè se ne potrebbero calcolare altri tre. C’è stato un omicidio due mesi fa nella zona meridionale della città, che potrebbe essere della stessa mano e potrebbe non esserlo. Si trattava di una certa Lola Brent, e fra il suo caso e i successivi ci sono somiglianze che hanno fatto supporre alla polizia un possibile collegamento fra tutti, ma non ne sono sicuri, perché vi sono anche differenze.

— È morta?

— Altro che! E anche le altre due ragazze prima della Lang: lei è l’unica che l’abbia scampata ed è stato il cane a salvarla. Ma questo lo sai anche tu.

— Che notizie ci sono della Lang? — domandò Sweeney. — È ancora all’ospedale?

— Pare che sarà rilasciata stasera: la ferita non era grave, perché la lama ha scalfito solo la superficie della pelle. Tutto si è risolto soprattutto in uno choc.

— Come per molti altri — assentì Sweeney — me compreso.

Joe Carey strinse le labbra. — Non hai un po’ caricato le tinte in quella storia, Sweeney?

Sweeney sogghignò. — Le ho smorzate, le tinte. Avresti dovuto esserci, Joe.

— Io sono sposato. Comunque, la polizia metterà un agente a vegliare sulla Lang.

— Un agente? Perché?

— L’assassino di ieri sera potrebbe tornare, pensando che lei sia in grado di riconoscerlo e indicarlo. In realtà, non può identificarlo, o almeno dice di non potere: tutto quello che ricorda è un uomo alto, vestito di scuro.

— La luce nell’atrio era spenta — rifletté Sweeney.

— Lo Squartatore era nascosto ai piedi delle scale, vicino alla porta del retro, e molto probabilmente era fuori della porta stessa, tenendola socchiusa. Quando ha sentito i passi di lei nell’atrio, è saltato dentro e l’ha colpita. Ma il cane è balzato sull’assassino, che è dovuto scappare, sbagliando quasi tutto il colpo, per sfuggire al cane.

— Può andare — disse Sweeney — non gli doveva essere difficile scorgere la figura di lei che veniva dall’esterno, o alla luce dei lampioni, mentre per lei l’aggressore non è apparso che come un’ombra. La questione vera è questa: aspettava proprio Iolanda Lang o avrebbe assalito chiunque fosse entrato?

Carey si strinse nelle spalle. — Tutti e due i casi sono possibili. Cioè, dato che quella è l’abitazione della Lang poteva essere in attesa di lei al suo ritorno dall’ultimo spettacolo. D’altra parte, se appena fosse stato al corrente delle sue abitudini, doveva sapere anche della presenza del cane, mentre, a quanto pare, non l’aveva previsto. Ma può darsi che anche essendone a conoscenza, pensasse di poterla colpire e poi fuggire prima che il cane avesse il tempo di intervenire. In questo caso, l’assassino ha sbagliato i calcoli.

— La ragazza torna a casa ogni sera alla stessa ora?

— Regolarmente ogni notte. Recita nell’ultimo spettacolo tutte le sere; soltanto il sabato e la domenica sera finisce più tardi, ma non torna mai a casa subito, a quanto ha dichiarato. Spesso si ferma all’“El Madhouse”, il club dove lavora, non so se lo conosci. — Sweeney fece segno di no. — E qualche volta va a bere o va in giro fino alle tre. Oppure dopo la rappresentazione ha qualche appuntamento ed esce: una donna come lei non è mai sola, se non ha voglia di esserlo.

— Chi si occupa del fatto, al giornale?

— Horlick, che andrà in vacanza lunedì. Non so a chi lo affiderà Walter dopo la sua partenza.

Sweeney sorrise. — Senti, Joe, vuoi farmi un favore enorme? Io voglio occuparmene, ma non posso essere io a suggerirlo a Walter. Tu invece puoi parlargliene alla prima occasione. Suggeriscigli che io sono il più adatto a occuparmene, dato che ho assistito alla scena e che alla partenza di Horlick, visto che io riprendo il lavoro proprio lunedì, può benissimo venirmi affidato il seguito. A te darà retta, mentre se lo domandassi io mi direbbe di no, magari soltanto per mostrare la sua autorità.

— Certo che posso farlo, Sweeney. Però devi documentarti sugli altri casi e informarti dalla polizia: c’è una squadra speciale distaccata per l’affare dello Squartatore, che non si occupa di altro. La dirige l’ispettore Bline della squadra omicidi. Il laboratorio di criminologia sta analizzando tutto quello che hanno in mano, ma in verità non hanno molto.

— È quel che farò. Da oggi a lunedì, studierò il caso e andrò alla polizia.

— Perché vuoi sprecare anche i tuoi giorni di vacanza, Sweeney? È un affare che ti hanno proposto?

— Proprio — mentì Sweeney — mi sono assicurato la possibilità di scrivere la storia del caso una volta che sia stato risolto, per un editore di libri gialli. Non si occupano di casi insoluti, ma una volta che uno sia stato sistemato, hanno promesso di lasciar fare a me. Potrei ricavarne qualche centinaio di dollari. Se tu, Joe, ottieni da Krieg di affidarmi il lavoro, in modo che io abbia a disposizione tutti i dati per quando l’assassino sarà stato preso, ti darò il dieci per cento, che potrebbe essere tra i venti e i cinquanta dollari.

— Che cosa ci perdo io? Niente, ma te lo farei anche senza percentuale.

— Ma in questa maniera sarai più convincente — disse Sweeney. — Tanto per cominciare, come si chiamano le altre ragazze assassinate? Mi hai detto che la prima era una certa Lola Brent, due mesi fa, non è vero?

— Esatto. Dieci giorni fa è toccato a Stella Gaylord e cinque giorni dopo a Dorothy Lee.

— Qualcuna delle altre era corista o ballerina?

— La prima, Lola Brent, era una ex corista, che viveva con una specie di piccolo furfante, un certo Sammy Cole. La polizia ha sospettato che l’abbia uccisa lui, ma non hanno trovato prove e non hanno potuto arrestarlo. Perciò sono andati a scovare le altre truffe e l’hanno schiaffato in guardina, dove sta ancora adesso. Ragione per cui, se lui ha ucciso Lola, non può aver ucciso le altre o assalito Iolanda.

— Le altre due che facevano?

— Stella Gaylord era una entraîneuse di West Madison Street. La Lee era una segretaria privata.

— Privata fino a che punto? Del genere che deve sorvegliare le proprie condizioni fisiche, come sorveglia le virgole?

— Non lo so — sorrise Carey — di questo non ha parlato nessuno. Lavorava per un direttore della Reiss Corporation, di cui non ricordo il nome, ma che quel giorno comunque era in viaggio d’affari a New York.

Joe Carey guardò l’orologio, perché aveva finito di mangiare. Disse: — Questi sono i punti principali, Sweeney. Adesso non ho tempo di fermarmi ancora, debbo tornare al giornale.

— Benissimo — rispose Sweeney — in che ospedale è ricoverata la Lang?

— Al “Michael Reese”, ma non ti lasciano entrare a parlarle: ci sono poliziotti sparsi in tutti i corridoi. Anche Horlick ha cercato di andarci, ma non ci è riuscito.

— Non sai quando ricomincerà all’“El Madhouse”?

— No. Puoi chiederlo al suo agente, un tale che si chiama Doc Greene.

Carey si alzò, mentre Sweeney prendeva anche il suo conto. — Lo pago io. Però dimmi come potrei pescare questo tale. Qual è il nome di battesimo?

— Chi lo sa! Tutti lo chiamano Doc. Il cognome è Greene. Puoi trovarlo interrogando il padrone dell’“El Madhouse”. Credo che sia lui a occuparsi dei loro affari. Ciao.

Sweeney sorbì un sorso del caffè che aveva dimenticato di bere e che ormai era freddo. Rabbrividì di disgusto al sapore e uscì rapidamente dal ristorante.

Dopo una breve esitazione si diresse di nuovo al “Blade”, dove questa volta non si recò in redazione, ma in amministrazione, a incassare i suoi assegni e poi in archivio. Sfogliò i giornali di due mesi finché trovò quello che dava il resoconto dell’assassinio di Lola Brent. Comperò quel numero e i successivi per una settimana, oltre alle copie delle ultime edizioni dei dieci giorni precedenti. Era un fascio enorme di giornali, anche dopo che ne ebbe eliminato le edizioni domenicali, tanto che dovette prendersi un taxi per portarli a casa.

Quando fu arrivato, bussò alla porta della signora Randall: le pagò i trentasei dollari di debito, e altre due settimane in anticipo. Quando finalmente fu giunto in camera, accomodò sul letto la pila dei giornali, per poi dedicarsi alla ricerca di Greene sull’elenco telefonico finché trovò un J.J. Greene, che alloggiava al “Goodman Block” ed era agente teatrale. Formò il numero e, dopo una breve discussione con una segretaria, ebbe al telefono il signor J.J. Greene.

— Sono Sweeney, del “Blade” — annunciò. — Potreste dirmi quando uscirà dal “Reese” la vostra cliente?

— Sono molto spiacente, signor Sweeney, ma la polizia mi ha proibito di dare qualunque informazione. Se volete sapere qualcosa, dovete chiederlo a loro. Scusatemi, siete voi che avete scritto il resoconto di oggi sul “Blade”?

— Sì: sono io.

— Un bell’articolo. E un’ottima pubblicità per Iolanda. Peccato che abbia un contratto già firmato per altre tre settimane all’“El Madhouse”, perché altrimenti alzerei subito i prezzi.

— Allora potrà riprendere a ballare prima di tre settimane?

— Se tutto va bene, entro tre giorni. È stata una sciocchezza.

— Potrei venire a parlarvi, signor Greene? Nel vostro ufficio, se volete.

— A parlare di che cosa? La polizia mi ha proibito di parlare con i cronisti.

— Anche se li incontrate per strada? Non ho mai incontrato un agente di teatro che rifiuti di parlare con un giornalista. Io potrei anche voler discutere della pubblicità per un altro vostro cliente e la polizia non avrebbe nulla da dire. O c’è qualcosa a vostro carico, personalmente?

Greene sogghignò. — Vi inviterei qua io stesso, anche se la polizia me lo proibisse. Ma debbo uscire entro venti minuti. Di solito vado a bere qualcosa in uno dei locali di cui mi occupo. Penso che oggi, mentre vado in città alta, potrei fermarmi all’“El Madhouse”. In questo caso, arriverei là fra mezz’ora. Se vi capitasse di entrarci…

— Dovrebbe proprio capitarmi — rispose Sweeney. — Grazie. A parte ogni indiscrezione, la signorina Lang è ancora all’ospedale?

— Sì, ma non riuscirete a parlarle, finché è là.

— Non ci proverò neppure, allora. Arrivederci.

Attaccò il ricevitore e si asciugò la fronte sudata col fazzoletto. Quando fu tornato nella sua stanza, per più di cinque minuti rimase seduto immobile. Appena gli parve di essere abbastanza in forze da poterlo tentare, si spinse fuori della poltrona e uscì di casa.

Il sole scottava, ed egli camminava lentamente. In State Street, ordinò da un fioraio due dozzine di American Beauties, da recapitare a Iolanda Lang all’ospedale. Poi faticosamente continuò a trascinarsi nel calore accecante, finché giunse all’“El Madhouse”, in Clark Street.

In quell’ora del tardo pomeriggio, non campeggiava ancora all’ingresso la solenne figura del portiere gallonato, dalla voce suadente; sarebbe comparso a mezzanotte, al momento in cui il solito spettacolo avrebbe avuto inizio. Però spiccavano i manifesti:

IOLANDA LANG E IL SUO DEMONIO NELLA FAMOSA «DANZA DELLA BELLA E LA BESTIA»

Naturalmente, insieme ai manifesti, c’erano le fotografie, ma Sweeney non si fermò a guardarle. Entrò rapido dalla strada assolata nell’oscurità fresca del bar, separato dalla sala con le tavole e il palcoscenico, dove una maggiore ricercatezza aumentava anche i prezzi.

In un primo momento si fermò come accecato, per il brusco passaggio dalla gran luce solare al semibuio delle luci al neon. Ammiccando, percorse con lo sguardò il bar, dove sedevano solo tre persone. All’estremità, un uomo troppo ubriaco ciondolava chino su una bionda grassoccia troppo sobria. A cinque o sei sgabelli di distanza, un altro tizio sedeva solo, scrutando la propria immagine riflessa nello specchio blu scuro dietro il banco, tra una bottiglia di birra e un bicchiere, posti davanti a lui. Sembrava scolpito nella pietra e Sweeney ebbe la certezza che non era Doc Greene. Si accomodò su un altro sgabello e subito il barista si accostò. — C’è Greene? — domandò Sweeney. — Doc Greene?

— Oggi non è ancora venuto. — Il barista andava pulendo il banco con uno straccio sudicio. — Qualche volta viene a quest’ora, ma oggi non so, con Iò all’ospedale…

— Iò — ripeté meditabondo Sweeney. — Mi piace. Gli dà un suono meridionale, ed è simpatico: Iò.

— Che cosa volete bere? — domandò il barista.

— Dunque — rispose Sweeney e ci meditò sopra: doveva cominciare a mangiare qualcosa, lentamente, per gradi, finché gli tornasse un normale appetito e la vista del cibo non gli desse la nausea. — Una birra con un uovo dentro, direi. — Il barista si allontanò per preparargliela e Sweeney si voltò, udendo la porta aprirsi. Sulla soglia stava un uomo con la faccia da luna piena, dove appariva un sorriso privo di significato, mentre esaminava il bar. I suoi occhi, dietro due spesse lenti rotonde, si fermarono su Sweeney e l’ampio sorriso si allargò ancora. Gli occhi dietro le lenti sembravano enormi. Apparivano nello stesso tempo vuoti e malvagi, come gli occhi di un rettile in un ingrandimento di cento volte, e vi sareste aspettati di vederli velati da una membrana ammiccante.

Sweeney, al di fuori, restò impassibile, ma dentro di lui qualcosa rabbrividì: per la prima volta, forse, in vita sua, odiò un uomo a prima vista. E sentì di temerlo anche, un poco. Era una strana fusione di vari elementi perché l’odio, tranne che in maniera molto astratta, era completamente ignoto a William Sweeney, e anche la paura non è uno stato normale per uno che ben di rado procura agli altri tanto male da doverne essere spaventato.

— Il signor Sweeney? — domandò l’uomo con la faccia da luna piena, più affermando che domandando.

— Si accomodi, Doc — rispose Sweeney. E nascose le mani in tasca, in fretta, perché aveva avvertito i sintomi di una nuova crisi di tremito.

IV

L’uomo con la faccia da luna piena scivolò su uno sgabello, oltre la curva del banco, così da trovarsi di faccia a Sweeney. Cominciò: — Avete scritto veramente un buon articolo sul fatto di stanotte, signor Sweeney.

E Sweeney disse: — Contento che vi sia piaciuto.

— Non ho detto che mi è piaciuto — replicò Greene — ho detto che è veramente un buon articolo. È diverso.

— Ma in questo caso particolare — insisté Sweeney — dove sta la differenza?

Doc appoggiò i gomiti sul banco e unì le punte delle dita, rispondendo con aria saggia: — Signor Sweeney, qualcuno può gustare profondamente la descrizione di una donna, qualcun altro può non divertirsi affatto a leggerla. Per esempio, nel caso che la donna sia sua moglie.

— Iolanda Lang è vostra moglie?

— No — rispose l’uomo — io vi portavo semplicemente un esempio, come voi avevate chiesto. Avete già ordinato qualcosa?

Sweeney assentì e Greene, guardando il cameriere, alzò un dito: quello arrivò portando la birra-con-uovo di Sweeney e un bicchiere da whisky per Greene. Quando il bicchiere fu riempito, Sweeney cautamente trasse una mano di tasca e appoggiò le punte delle dita sul banco, poi, con cura, così da non mostrarne il tremito, le spinse lungo il bordo, e infine verso il bicchiere, mentre sorvegliava quegli occhi che sembravano tanto enormi dietro le grosse lenti.

Il sorriso di Greene era scomparso, ma ora riapparve, mentre egli alzava il bicchiere. — Alla vostra cattiva salute, Sweeney.

Le dita di Sweeney si erano aggrappate al bicchiere. — Alla vostra, Doc. — E con la mano ormai ferma alzò il boccale e mandò giù un sorso. Quando ebbe deposto il bicchiere, trasse di tasca anche l’altra mano: la crisi era passata e non tremava più.

Disse, con intenzione: — Forse voi sareste lieto di farmela peggiorare, la salute, Doc. Se volete provare, sarà una gioia compiacervi.

Il sorriso si allargò. — Naturalmente no, signor Sweeney. Da quando sono diventato uomo, ho messo da parte i giochi infantili, come dice il grande poeta.

— È la Bibbia — corresse Sweeney — non Shakespeare.

— Grazie, Sweeney. Voi siete proprio, come io temevo leggendo il vostro pezzo, un uomo intelligente. E anche, come ho temuto leggendo il vostro nome, un irlandese, con la testa dura. Se vi dicessi, veniamo pure al fatto, se vi dicessi di non occuparvi di Iolanda, diventereste ancora più ostinato. — Alzò un dito per farsi riempire di nuovo il bicchiere e continuò: — Qualsiasi accordo sarebbe inutile: anche il dirvi che è inutile da parte vostra cercare di avvicinare la mia, diciamo, cliente. Come voi avete potuto osservare, Iolanda non è priva di fascino. La cosa è stata provata da esperti.

— State facendovi dei complimenti, Doc.

— Forse, e forse no. In ogni caso, non stiamo trattando dei miei rapporti con Iolanda.

Sweeney bevve un altro sorso di birra e rispose: — Ora tocca a me meravigliarmi. Di che cosa stiamo discutendo? Mi pare che non ci siamo incontrati qui per parlare della pubblicità per qualche altro vostro cliente. E voi stesso avete detto che tentare degli accordi sarebbe altrettanto inutile che indicarmi la vanità dei propositi che secondo voi io ho in mente. Allora, perché siete venuto qua?

— Per conoscervi, Sweeney. Quando ho letto il vostro articolo, ho capito, e io sono una specie di psicologo, che voi sareste stato una spina nel mio fianco. C’era nel vostro pezzo un qualcosa di indefinibile… come Dante avrebbe potuto scrivere di Beatrice o Abelardo di Eloisa.

— E Casanova di Ginevra, se fossero vissuti nello stesso secolo. — Sweeney sorrise appena. — Sapete, Doc, mi siete tanto odioso che cominciate a piacermi.

— Grazie — rispose Greene — è proprio quel che anch’io provo per voi; lasciatemi dire che ognuno di noi ammira le capacità dell’altro. O almeno, voi ammirerete le mie, quando mi conoscerete meglio.

— No, le ammiro già, specie la vostra linea di condotta — replicò Sweeney — immensamente. L’unica cosa di voi che odio sono i vostri visceri.

— E speriamo che lo Squartatore non li esponga mai al pubblico — riprese Greene. — Non sembra probabile, dato che finora ha preferito vittime più tenere. — Doc sorrise. — Sweeney, la civiltà non è forse una cosa meravigliosa? Che due uomini possano stare qui seduti a insultarsi, con cordiale sincerità e divertendosi alla conversazione? Se avessimo le abitudini di uno o due secoli fa, uno di noi avrebbe già schiaffeggiato l’altro sulla guancia e uno di noi sarebbe destinato a morire molto prima che il sole di domani indori l’orizzonte.

— Bellissima immagine, Doc — ammise Sweeney. — Mi piacerebbe tanto. Ma le autorità sono piene di decisione in proposito. Perciò torniamo a Iolanda. Ritengo che voi abbiate letto con grande intuizione fra le righe del mio resoconto. Che cosa avete intenzione di fare? Avete qualche progetto?

— Naturalmente: per prima cosa, metterò sulla vostra strada ogni possibile ostacolo. Avviserò Iolanda di stare in guardia contro di voi, non in modo evidente, è ovvio, ma con astuzia, e le farò credere che voi siete uno sciocco. E voi sapete bene di esserlo.

— Sì — disse Sweeney. — Ma Iolanda può anche non prendere in considerazione l’avviso, dato che proviene da un bastardo come voi. E voi sapete bene di esserlo.

— Il vostro potere di intuizione, Sweeney, mi sorprende addirittura. Guardate il caso, lo sono veramente, nel senso letterale della parola. È molto probabile che lo sia anche in senso figurato, ma ciò non ha alcuna importanza. Dovrei dire forse, soltanto, che c’è una forte probabilità che io sia nato da una coppia non regolarmente coniugata; per quanto ne so io con sicurezza, sono stato allevato in un orfanotrofio. Quel che sono oggi, è poi opera mia.

— Soltanto voi potevate essere capace di compierla — concesse Sweeney.

— Voi mi lusingate. Non vi chiedevo un complimento. Ma questa è una digressione. Oltre a mettervi degli ostacoli, io vi aiuterò.

— Adesso mi confondete davvero! — esclamò Sweeney.

— Voi volete trovare lo Squartatore. È logico che ci proviate, prima perché siete giornalista, poi, ed è più importante per voi, perché pensate che questo vi aprirà la strada per arrivare a Iolanda. Il tentare vi porterà immediatamente a contatto con la ragazza, un contatto forse non così intimo come voi vorreste, ma sempre una buona scusa per vederla e parlarle. E quindi pensate che se riuscirete a trovare lo Squartatore, le apparirete come un eroico conquistatore e Iolanda vi cadrà fra le braccia. Dico bene?

— Continuate a parlare — rispose Sweeney — come se avessi bisogno di suggerimenti!

— Bene, avete dunque due ottime ragioni per trovare l’assassino. E io ne ho due ottime per aiutarvi. Una — e alzò un dito grassoccio — se lo trovaste, quello potrebbe anche infilarvi nello stomaco un coltello. E credo mi farebbe molto piacere. Anch’io odio i vostri visceri, caro Sweeney.

— Grazie di cuore.

— Seconda ragione — e un altro dito raggiunse il primo — la polizia può anche vedere giusto, quando teme che l’assassino ritorni per farla finita con Iolanda. Nonostante che Iolanda, come riportano tutti i giornali, non sia in grado di riconoscerlo, potrebbe decidere di correre il rischio per poi essere del tutto al sicuro. E questo non mi piacerebbe.

— Lo capisco perfettamente — disse Sweeney — e come motivo mi piace molto di più del primo.

— Inoltre, Sweeney, non credo affatto che il trovare l’assassino vi serva per avvicinarvi a Iolanda. Per lo meno, mi permetto dei dubbi.

— Certo, Doc. Un piccolo particolare, ancora: la polizia di Chicago mi supera in modo considerevole quanto a numero di uomini in forza. Ora, proprio per curiosità, vorrei sapere che cosa vi fa pensare che io col mio piccolo calibro possa riuscire là dove ha fallito l’intera armata blu.

— Perché siete un dannato irlandese furbo, perché siete un po’ un predestinato: lo avevo supposto da qualche frase del vostro articolo e ora lo so con precisione. E perché Iddio ama gli sciocchi e gli ubriaconi e voi avete entrambi i loro difetti. E forse anche perché nascondete sotto un aspetto banale un cervello diabolicamente acuto, Sweeney; altra cosa che io prima sospettavo soltanto e che ora so con certezza. E in voi c’è una sottile abilità che vi porterà in luoghi dove la polizia non penserebbe di andare, come quel contadino che ritrovò il cavallo smarrito, immaginando di essere lui stesso un cavallo e di andare dove sarebbe andato un cavallo. Non che io voglia paragonarvi a un cavallo, Sweeney. Per lo meno non completamente.

— Grazie: concludendo, sono un somaro con un cervello diabolicamente acuto. Ditemi ancora qualcosa, per favore — disse Sweeney, con un certo risentimento.

— Credo che potrei continuare, perché sono davvero uno psicologo, Sweeney, pur non esercitando la professione. Un caso disgraziato mi buttò tutto in aria durante il mio ultimo anno di internato: avevo pensato che la satinasi dovesse essere la cura più logica per la ninfomania e dato che un nostro paziente era affetto da satiriasi a uno stadio avanzato, mi presi la libertà di introdurlo nella stanza di un’altra paziente affetta da forte ninfomania, lasciandoli insieme per lungo tempo. Ma i miei superiori fecero un chiasso terribile sulla faccenda.

— È piuttosto comprensibile — rispose Sweeney.

— Se poi avessero soltanto immaginato tutti gli altri miei esperimenti che non furono scoperti! Ma non cambiamo discorso.

— Infatti: stavate parlando di aiutarmi a trovare lo Squartatore. Perciò, cominciate ad aiutarmi.

Greene allargò le mani. — Non è molto, perché non è che io abbia nome e indirizzo dell’assassino nel mio notes, pronti da indicarvi. Intendevo dire soltanto che lavorerò volentieri insieme a voi, Sweeney, e vi rivelerò alcuni dati ed elementi che possiedo. Poi, visto che desiderate parlare con Iolanda, vedrò di ottenervelo, poiché vi sarebbe difficile riuscirci con la polizia all’erta, come sarà in questi giorni. — Guardò l’orologio e concluse: — Purtroppo, adesso non ho tempo di fermarmi, ho un appuntamento d’affari. Si deve anche mangiare a questo mondo. Potreste trovarvi qui domani, all’incirca alla stessa ora, Sweeney?

Sweeney aggrottò la fronte. — Non so. Forse mi fate perdere tempo. Avete veramente qualcosa da darmi?

— Ho Iolanda — rispose Greene. — Domani sarà dimessa dall’ospedale. La condurrò con me qui. Ci sarete, vero?

— Naturale, che ci sarò — disse Sweeney.

— Bene. Dovremo vederci spesso, noi due, perciò tralasciamo le formalità. Non diciamoci falsi arrivederci. Le mie due bibite vanno sul vostro conto. Grazie e andate all’inferno. — E si allontanò.

Sweeney trasse un lungo, lento respiro. Il barista arrivò subito. — È un dollaro e venticinque. Non bevete la birra?

— No, gettatela nel lavandino. Ma portatemi un whisky.

— Liscio o con soda?

— Liscio.

Sweeney pose due dollari sul banco e quando il barista tornò disse: — Un bel tipo, quel Doc Greene.

— Oh, altro che tipo!

— Quello che mi ha colpito sono i denti — continuò Sweeney — sembravano proprio suoi, perché non erano abbastanza regolari da essere falsi. Ma come diamine riesce ad avere denti simili un tipo come lui?

Il barista rise. — Forse sarà per gli occhi. Da ipnotizzatore: credo che ci voglia un bel coraggio per giocare un tiro a Doc. Io non mi mischierei mai nelle sue storie. Ed è incredibile come le donne gli corrano dietro. Non lo si crederebbe mai.

— Anche Iò? — domandò Sweeney.

— Di Iò non saprei. È una donna difficile da capire.

Prese i due dollari di Sweeney, batté alla cassa uno scontrino da uno e ottanta e gli mise sul banco il resto. Sweeney vi aggiunse altri venticinque centesimi e disse: — Bevine uno con me.

— Certo, grazie.

— Alla salute — disse Sweeney. — Dimmi, chi dirige adesso l’“El Madhouse”? Appartiene ancora a Harry Yahn?

— Appartiene a Yahn, almeno per la maggioranza, ma non lo dirige lui. Lui ha preso un altro locale.

— Del genere zuccherino, come questo?

Il barista sorrise debolmente. — Non questo genere.

— Oh! — esclamò Sweeney — allora sarà un piccolo bar, con una grande sala sul retro, e se si conosce un tale che si chiama Joe e che sta alla porta, si può perdere nel retro anche la camicia.

La bionda grassoccia all’estremità del banco batteva con impazienza il bicchiere sul ripiano. Il barista sussurrò: — Il tizio alla porta si chiama Willie — e scivolò via a portar da bere alla bionda.

Dopo aver finito il suo bicchiere, Sweeney si alzò e uscì per Clark Street nel crepuscolo. Si diresse a sud, verso il Loop, camminando piano, senza meta, cercando di riflettere, senza riuscirvi. Conosceva bene quello stadio della ripresa, quando la mente era confusa e i suoi pensieri si muovevano come fantasmi in una fitta nebbia, mentre le sensazioni fisiche giungevano con una vivezza abbagliante: i clacson delle automobili e i campanelli dei tram erano spaventosamente rumorosi; gli occhi mettevano a fuoco perfetto ogni oggetto; gli odori, che di solito neppure notava, avevano una forza nauseante.

Doveva mangiare a qualunque costo, e presto, per riprendere le forze. Soltanto una certa quantità di cibo solido avrebbe dissipato la nebbia dal cervello e liberato lui dalla sensazione di leggerezza e dalla prostrazione fisica che stava per penetrargli fin nelle ossa. Tutte queste percezioni e l’emicrania martellante lo accompagnavano ancora. E pensò a quanto sarebbe stato bello morire, senza sforzo e senza dolore, senza neppure avvedersene: addormentarsi e non svegliarsi più. Anche dormire è un bene, ma poi vi dovete sempre svegliare per ritrovarvi nella confusione e nella complicazione e in quelle mille piccole sofferenze, che di quando in quando maturano in una grande sofferenza, alla quale soltanto l’immergersi nell’alcol dà sollievo.

Ma in quel momento non si trattava precisamente di questo. Quell’unico whisky bevuto all’“El Madhouse” non gli aveva dato il desiderio di berne un altro, non gli aveva né schiarito né confuso la mente e non aveva nemmeno avuto un sapore, buono o cattivo che fosse. Sul ponte, quando infine vi giunse, si sentì meglio. Ci soffiava una brezza fresca ed egli sostò a contemplare il fiume, lasciando che il vento lo colpisse. Quando si voltò per tornare indietro, scorse un taxi vuoto e si fece portare a casa.

Quando fu nella sua stanza, prese dal letto la pila dei giornali e si sdraiò in poltrona. Trovò l’articolo sul primo assassinio, quello di Lola Brent: mezza colonna in seconda pagina, ma pochi particolari. Non si faceva cenno allo Squartatore. Era la storia di una donna, e una donna poco importante, d’altronde, che era stata trovata morta nel passaggio tra due edifici della Trentottesima Strada. L’arma usata era stata un rasoio o una lama sottile di coltello. L’assassinio era avvenuto tra le quattro e le cinque del pomeriggio, in pieno giorno. Non vi era stato nessun testimone e il cadavere era stato scoperto da un bambino che tornava a casa dal campo di gioco. La polizia era alla ricerca dell’uomo con cui Lola Brent conviveva.

Sweeney prese il secondo giornale, dove il fatto era presentato con maggior rilievo, ed era accompagnato da due fotografie. Una era di Lola Brent: bionda e bella. Non mostrava i trentacinque anni che le si attribuivano nel resoconto, gliene avreste dato poco più di venti. L’altra fotografia ritraeva l’uomo arrestato dalla polizia, Sammy Cole: aveva capelli neri, ricci e una faccia simpatica. Aveva negato di aver ucciso Lola Brent ed era stato trattenuto in attesa di accertamenti.

Il resoconto del terzo giorno era un breve riassunto, in cui l’unica novità proveniva dalle ammissioni di Cole rispetto ad alcune accuse minori che gli venivano mosse. Gli altri giornali dei giorni seguenti non portavano nulla di nuovo. Poi il caso di Lola Brent sembrava fosse caduto nel silenzio, senza alcuna soluzione. Negli ultimi due giorni della serie settimanale di due mesi prima, non se ne parlava più. E non ci poteva essere nulla, come sapeva Sweeney, nei giornali relativi alle cinque settimane e mezzo che lui non si era procurato. Prese allora in mano la serie dei giornali di dieci giorni prima e diede una rapida scorsa ai resoconti dell’assassinio di Stella Gaylord, la ragazza di Madison Street. Non cercò i particolari, perché voleva concentrarsi su un solo delitto per volta: per il momento, cercava una possibile citazione della morte di Lola Brent. La trovò nell’articolo del secondo giorno dopo la morte della Gaylord, quando per la prima volta si suggeriva l’ipotesi che il delitto potesse essere stato commesso da un maniaco, forse quel medesimo che sei settimane prima aveva ucciso la Brent. Il pezzo del giorno seguente era lo sviluppo di questa supposizione, con un confronto descrittivo delle ferite inferte alle due donne: entrambe erano state uccise con un colpo vibrato orizzontalmente all’addome, ma l’arma non era la stessa nei due casi. Il coltello che aveva ucciso la Brent non era stato più affilato del normale, mentre la lama che aveva colpito la Gaylord era un filo di rasoio.

Sweeney sorvolò rapido i resoconti degli altri giornali, cercando soltanto ulteriori particolari sul caso Brent; un’idea alla volta era il massimo che la sua mente potesse concepire e assorbire nelle condizioni in cui si trovava. A quanto sembrava, non c’era stata più alcuna scoperta rilevante nel caso Brent. La polizia non era ancora proprio sicura che l’uccisore della Brent fosse il medesimo pazzo omicida, assassino della Gaylord e, dopo altri cinque giorni, di Dorothy Lee. Ma per le ultime due non c’era dubbio che fossero state colpite dalla stessa mano.

Sweeney depose l’ultimo giornale, il più recente, e cercò di raccogliere le idee e di pensare. Ora sapeva tutto quello che era stato rivelato ai giornali sulla morte di Lola Brent, ma non gli serviva a niente. D’altra parte, che cosa poteva servirgli, se non un colpo di fortuna, per andare alla caccia di un omicida che ha ucciso senza motivo? Senza un motivo speciale riferibile alla vittima e non in modo generico a qualunque donna bionda e bella. Ecco, questo era un punto in comune: le tre vittime, così come Iolanda Lang, erano tutte bionde e belle.

Sweeney andò al telefono nell’atrio e formò un numero. Quando ebbe trovato l’uomo che cercava, domandò: — Sammy Cole, quello che viveva insieme alla Brent, quando era al mondo, è sempre in carcere qui a Chicago?

— Sì — gli rispose il suo interlocutore. (Non posso rivelarvene il nome, perché fa ancora quel mestiere, ci si trova bene e lo metterei nei guai. Sweeney, vedete, sapeva qualcosa su di lui: di solito non si pensa che i giornalisti sappiano cose importanti sui pubblici ufficiali, invece accade spesso.) — Sì, è ancora dentro. Potremmo averlo rilasciato, ma le sue note stanno ancora arrivando e, ogni volta che stiamo per mollarlo, dobbiamo fermarlo per un’accusa di frode.

— Vorrei parlargli — disse Sweeney — questa sera stessa.

— Stasera? Ma senti, Sweeney, non puoi aspettare domani, nelle ore regolamentari? Sono già passate le sette e…

— Pensaci tu — replicò Sweeney — io prendo un taxi e arrivo.

Ecco come, circa mezz’ora dopo, Sweeney sedeva sul tavolo del custode, e Sammy Cole su una sedia di paglia davanti a lui. Erano soli nella stanza. Stando alla fotografia che Sweeney aveva osservato poco prima sul giornale, Sammy Cole era riconoscibile, per quanto molto a stento. I capelli erano neri, ma tagliati troppo corti per vederne i ricci, e la faccia era rudemente desolata, invece che rudemente simpatica.

— Io a loro gliel’ho detto — diceva Sammy Cole — gliel’ho detto ogni dannato giorno. Ho sputato fuori tutto di me perché avrei proprio voluto vederlo prendere quello che mi ha conciato Lola in quella maniera. Poteva anche darsi che fosse uno immischiato in qualcosa che lei faceva, no? Perciò io ho sputato fuori tutto, e che cosa me ne è venuto? Tanti guai che quando uscirò di qua, e se uscirò, andrò a vendere matite!

— Brutta storia! — disse Sweeney e, traendo di tasca una busta e una matita, scrisse: Vuoi bere qualcosa? e porse il messaggio a Sammy.

— Gesù Cristo! — esclamò Sammy Cole, non senza profondo rispetto. Per chiunque fosse stato ad ascoltare, era una risposta oscura, ma Sweeney prese dalla tasca posteriore la bottiglia che aveva comperato in drogheria e che era ancora piena per tre quarti, e la porse a Sammy. Sammy gliela restituì vuota e, pulendosi le labbra col dorso della mano, domandò: — Che cosa volete sapere?

— Non lo so — rispose Sweeney — è questo il problema: che non lo so nemmeno io. Ma da qualche parte devo ben cominciare. Quando hai visto Lola per l’ultima volta?

— Quella mattina stessa, mi pare, verso mezzogiorno; quando stava andando a lavorare.

— A lavorare? Eri ridotto così a terra da mandare a lavorare lei?

— Insomma… sì e no. Io mi stavo occupando di un affare che prometteva di essere piuttosto grosso, perché ero stanco del piccolo lavoro, fatto tanto per mangiare. Il progetto che avevo, poteva darci una sistemazione, se andava bene, e mandarci a passare l’inverno in Florida. Potete anche ridere, ma ero deciso a rigare diritto dopo il colpo. Per Lola, perché a lei non piacevano i colpi. Per questo lei provvedeva al necessario, mentre io preparavo il piano.

— Anche lei aveva da lavorare in questo piano?

— No. Ero soltanto io. Ma per lei avevamo trovato un lavoretto piccolo, tanto per gli spiccioli, che ci fruttava un centinaio di dollari alla settimana, all’incirca. Quando è morta, si occupava proprio di quello.

— Dove? Che lavoro era?

Sammy Cole si passò la lingua sulle labbra e si chinò con sguardo interrogativo verso la tasca di Sweeney, ma questi scosse la testa e allargò le mani. Sammy sospirò e riprese a parlare. — Era un negozio di articoli da regalo, in Division Street. Si chiama “Da Raoul”. Era il primo giorno che ci lavorava, perciò non ne so che quel poco che mi ha raccontato il giorno prima, quando era andata a presentarsi, e quel che ho visto io alle sei, quando sono andato a dare un’occhiata, come eravamo d’accordo, per il lavoro: quel “Raoul” è una miniera di roba!

— Che cosa significa come eravamo d’accordo per il lavoro? È in relazione con il lavoro di Lola il fatto che tu ci andassi alle sei?

— Il lavoro era organizzato così: Lola doveva trovare un posto di commessa, possibilmente dove si facessero poche vendite grosse. In genere erano negozi piccoli, dove lei restava sola per un poco, mentre il padrone andava a mangiare o a spasso. Dagli incassi, lei toglieva dieci, cinquanta dollari, secondo quel che le sembrava opportuno in base alle vendite. Lavoravamo sul sicuro, perché volevo che lei stesse fuori da tutte le grane. Io entravo nel negozio all’ora che avevamo stabilito prima e lei mi passava il malloppo. Non lo teneva mai su di sé per più di qualche minuto: dopo averlo preso, lo nascondeva in qualche buco e lo tirava fuori un attimo prima che io arrivassi. Una cosa sicura come mangiare un uovo. Quando vedeva che il padrone cominciava ad avere dei sospetti, filava. Non lavorava in nessun posto per più di pochi giorni e poi stava lontano dai dintorni per un bel pezzo. Insomma, avete capito come funzionava.

Sweeney fece segno di sì.

— Dunque, il posto da “Raoul” lo aveva ottenuto il giorno prima.

— Come?

— Un annuncio sul giornale. Avevamo pronte buone referenze, perché quello era affar mio. L’annuncio era sul giornale della mattina. Lei si è presentata nel pomeriggio e doveva cominciare il lavoro il giorno dopo, a mezzogiorno: il negozio faceva orario continuato fino alle nove di sera, e lei doveva starci dal mezzogiorno alle nove, con un’ora per il tè dalle quattro alle cinque.

— Come mai non vi eravate messi d’accordo per incontrarvi fuori in quell’ora?

Sammy Cole contemplò Sweeney con disprezzo. — Guarda l’ingenuo! Primo, sarebbe dovuta uscire con il malloppo addosso, ed era un rischio. Secondo, se il padrone la mandava fuori dalle quattro alle cinque, voleva dire che lui sarebbe andato fuori dopo le cinque, per cui il momento migliore per fare il lavoretto era per lei tra le cinque e le sei. Io dovevo passare di lì alle sei: se il vecchio era ancora fuori, bene, se era in negozio, poteva lo stesso passarmi la roba. In quei casi, io comperavo un affare qualunque da pochi soldi e lei infilava il malloppo nel pacchetto. Sicuro come mangiare un uovo.

— Così, tu ci sei andato alle sei?

— Infatti. Ma lei non c’era, e io ho immaginato che fosse successo qualcosa. Ho telefonato a casa, ma quando ho sentito rispondere da un poliziotto, ho attaccato immediatamente e ho girato al largo. Non che immaginassi quel che era successo, ma ho pensato che l’avessero presa in una retata, e allora era meglio che io stessi al largo per cercare di tirar fuori lei. All’inferno, se ero attaccato a quella ragazza! Avrei mandato all’aria qualunque colpo per metterla al sicuro, e per tirarla fuori avrei anche ammazzato qualcuno. E questi imbecilli pensano ancora che l’abbia uccisa io! Gesù Cristo!

— Quando hai scoperto l’accaduto?

— I giornali della mattina. Ero in un albergo e sono quasi diventato matto perché l’unica cosa che riuscivo a pensare era di trovare quel figlio di puttana che l’aveva ammazzata e ridurlo in poltiglia, un po’ per volta. Ma non sapevo come fare a cercarlo, senza cascare nelle mani dei poliziotti, e, se ci fossi cascato, non avrei più potuto fare un cavolo. Tutto quel che ero arrivato a decidere era di stare al riparo finché il chiasso fosse passato, ma è chiaro che ero troppo sottosopra e non sono stato abbastanza attento, perché mi hanno preso, e adesso, prima che io esca di qui, quel porco sarà morto di vecchiaia. Perciò, con tutto che Cristo Dio sa se io odio la polizia, ho sputato tutto a loro, ho fatto tutto quel che ho potuto, con la speranza che almeno servisse a dargli una traccia. — Sammy Cole si allungò sulla sedia con aria stanca e sospirò, chiedendo: — Ce l’avresti una sigaretta?

Sweeney gli porse un pacchetto di sigarette e una bustina di fiammiferi. — Tienli pure, Sammy. E dimmi, se non ti avessero preso, che cosa avresti fatto? Da dove avresti cominciato?

— Col padrone, da “Raoul”. Forse c’entra per qualcosa, e forse no, ma lo avrei spulciato tutto finché fossi stato sicuro.

— Che cosa potrebbe essere accaduto nel negozio? Che l’abbia pescata mentre prendeva il malloppo di una vendita? O qualcosa di simile? Deve averla buttata fuori, se lei è andata a casa ed è stata trovata nel passaggio di casa vostra.

Sammy Cole disse: — Questo non lo saprei. I poliziotti mi hanno interrogato, ma non mi hanno detto niente. Tutto quello che so è quel che dicevano i giornali, e dopo, di giornali non me ne hanno dati più: qui si possono avere i giornali e tutto il resto, se si hanno quattrini. Ma io sono all’asciutto.

Sweeney gli tese un biglietto da dieci dollari. — Dimmi, potrebbe darsi che Lola avesse rubato della merce? Forse anelli o qualcosa del genere? Quei negozi spesso hanno una quantità di piccoli oggetti di valore.

Sammy Cole scosse la testa energicamente, rispondendo: — Lo escludo. Posso garantire che non lo ha fatto. Glielo avevo cacciato in testa ben chiaro: troppi pericoli, troppo facile esser presi, troppo facile lasciar tracce, e troppo difficile ricavare più della ventesima parte del valore che avete in mano. Neanche un paio di orecchini. Glielo avevo detto ben chiaro.

— Di che genere era il colpo grosso a cui stavi lavorando? Potrebbe esserci stata presa in mezzo?

— No, assolutamente. Io non ho confessato niente di quello, perché ero in coppia con un altro e non ho voluto tirarlo in ballo. I poliziotti non sono riusciti a tirarmi fuori niente, perché non sono un idiota. E soprattutto è impossibile che la faccenda entri in quella di Lola: né il mio collega, né l’altro con cui avevamo a che fare, la conoscevano o sapevano della sua esistenza. E lei sapeva molto poco di loro. Perché io le avevo parlato del colpo, ma senza particolari e senza nomi. Capito?

— Bene, Sammy, grazie — disse Sweeney. — Credo di non poterti essere utile in nulla, ma ti terrò informato. Ciao.

Procurò una viva sorpresa al ladruncolo, stringendogli la mano, e uscì dalla stanza, salutando con un cenno del capo il guardiano che aspettava fuori.

Un orologio nel corridoio lo informò che erano le otto e un quarto ed egli restò ad attendere fuori delle carceri l’arrivo di un taxi. Quando ne arrivò uno, vi salì e disse: — Division Street. Il numero lo cercheremo, mentre andremo in su per la strada: l’ho dimenticato. È un negozio che si chiama “Da Raoul”.

L’autista si mise a ridere. — Lo conosco. Il padrone è uno di quelli… Una volta voleva provare anche con me… Dite, ma voi non siete per caso… — si voltò a scrutare Sweeney. Poi riprese: — No, non siete voi — e tornò a occuparsi del volante.

V

Sweeney era fermo davanti alla vetrina di “Raoul”, intento in apparenza a osservare gli oggetti esposti, in realtà a scrutare nell’interno, al di sopra del basso fondale divisorio della vetrina. Due clienti, due donne, erano davanti al banco e insieme a Raoul stesso formavano tutta la popolazione del negozio.

Sweeney esaminò anche la vetrina e constatò che non era un caotico ammasso di oggetti a poco prezzo, come sono in genere quelle vetrine. Gli oggetti esposti erano pochi e abbastanza belli. Vi erano dei cani di porcellana cinese, curiosità del Messico, chincaglieria da sera di buon gusto, anche se vistosa, un paio di candelieri in ottone di forma squisitamente semplice; non c’era un solo oggetto che Sweeney avrebbe comperato, eccetto… eccetto forse i prezzi che non erano esposti. La sua opinione su Raoul salì di parecchi gradini.

Una delle clienti concluse il suo acquisto e uscì, mentre l’altra era evidentemente incerta, e Raoul, dopo averle offerto, a quanto sembrava, il suo aiuto, si appoggiava stancamente al banco.

Sweeney entrò nel negozio, e il proprietario gli si fece incontro con un sorriso propiziatorio, che si mutò in una smorfia, quando Sweeney si presentò. — Sono del “Blade” e vorrei parlarvi dell’affare di Lola Brent.

Raoul condusse Sweeney nel retrobottega, fuori della portata di orecchie indiscrete.

Sweeney chiese: — Quando aveva ottenuto l’impiego? Il giorno prima?

— Sì. Si erano presentati in molti in risposta all’annuncio sul giornale, il vostro giornale, il “Blade”. Aveva ottime referenze di un negozio di New York, e io non ho capito che erano false: era vestita bene e aveva una personalità attraente e simpatica. Inoltre, era libera, disposta a cominciare subito. Perciò le dissi di venire il giorno dopo.

— E venne a mezzogiorno?

— Infatti.

— Che cosa accadde, allora? L’avete pescata a rubare sugli incassi e l’avete buttata fuori?

— Non proprio così; l’ho già spiegato alla polizia.

Sweeney insisté. — Potrei farmelo raccontare da loro, ma preferirei di no, se a voi non è di troppo disturbo.

Raoul sospirò. — Dal mezzogiorno fin verso le tre siamo stati in negozio insieme. Non ci sono stati molti clienti, e io avevo occupato quasi tutto il tempo a mostrarle gli oggetti, i prezzi e tutti gli accorgimenti che le sarebbero stati necessari nel lavoro. Alle tre e un quarto circa sono dovuto uscire, per una faccenda personale. Al mio ritorno, le chiedo che cosa aveva venduto e lei mi risponde che c’era stato solo un cliente che aveva comperato un paio di portalibri da sei dollari. E infatti era l’unica cifra registrata alla cassa. Ma proprio allora vedo che manca qualcosa.

— Di che si trattava?

— Una statuetta, una figurina femminile, che costava ventiquattro dollari. Doveva essere al suo posto su quello scaffale — indicò con la mano — e siccome l’avevo vista messa di sbieco, proprio pochi minuti prima di uscire, l’avevo raddrizzata. Quindi la ricordavo in particolare. E ne ho notato la mancanza pochi minuti dopo essere rientrato. Su quel ripiano dovevano esserci tre statuine e invece ce n’erano solo due, avvicinate in maniera da nascondere il vuoto che si era formato tra di esse. Perciò domandai alla Brent se l’aveva spostata lei, ma lei negò anche di averla vista. — Sospirò. — Naturalmente era una situazione imbarazzante: io sapevo che non mi diceva la verità, perché, dato come si erano svolte le cose, ero certo che la statuina c’era al momento della mia uscita.

— Non poteva essere stata rubata da estranei?

— Quasi impossibile. Era alta venticinque centimetri e, per quanto fosse sottile, aveva le braccia tese in avanti e sarebbe stato molto difficile nasconderla sotto la giacca, mentre in una tasca non sarebbe mai potuta entrare. Non era assolutamente uno di quegli oggetti che vengono scelti dai ladruncoli soliti, ve lo assicuro. Inoltre, la Brent mi aveva detto che un solo cliente era stato nel negozio. Io non avevo alcun dubbio, signor… signor…

— Sweeney. Allora l’avete accusata di aver venduto la statuetta e di essersi tenuti i soldi?

— Che altro dovevo fare? L’ho avvertita che non avevo la minima intenzione di denunciarla e che l’avrei lasciata andare senza noie, se solo mi avesse permesso di perquisirla nella stanza del retro.

— Le avete trovato addosso il denaro?

— No. Ma quando ha visto che ero pronto sul serio a chiamare la polizia se non avesse confessato, ha ammesso il furto: i ventiquattro dollari, in un biglietto da venti e quattro da uno, li aveva nascosti in una calza. Un nascondiglio squisitamente femminile.

— Allora non l’avete perquisita?

— Ma sì che l’avevo fatto, avevo soltanto dimenticato quel particolare. Ma poi, dato che lei stessa aveva ammesso la sua disonestà, come potevo sapere se non aveva venduto anche qualcos’altro? Non potevo mettermi a inventariare il negozio; poteva per esempio aver venduto cinquanta dollari di chincaglierie e aver nascosto il denaro nell’altra calza o nel reggiseno o altrove.

— L’avete fatto?

— No. O almeno io non ho trovato altro denaro, fuorché pochi dollari nella borsetta, che sono propenso a credere anche ora che fossero proprio suoi. Era piuttosto restia a farsi perquisire, ma quando comprese i motivi della mia insistenza, si mostrò ragionevole e non era poi tanto ingenua da pensare che io volessi procedere alla perquisizione per… un qualsiasi altro motivo. Voi mi capite, credo.

— Capisco — rispose Sweeney. — Perciò, quando se ne andò, dovevano essere circa le quattro?

— Sì, non più delle quattro e un quarto, benché io non abbia guardato l’ora esatta.

— Se ne andò sola?

— Naturalmente. E tanto per prevenire la vostra prossima domanda, vi dico subito che non ho notato nessuno che l’attendesse fuori. Come era logico, sapendo che tipo era, la tenni d’occhio finché fu uscita dalla porta, poi non me ne occupai più, perciò non vidi che direzione prendesse. Deve essersi recata subito a casa, dato, a quanto mi risulta, che è stata trovata morta là davanti, alle cinque. Per arrivare a casa aveva almeno mezz’ora di strada da qui, attraversando il Loop, e forse anche di più.

— Tranne nel caso che prendesse un taxi o che qualcuno l’aspettasse per darle un passaggio.

— Sì, ma il taxi non è probabile, dati i pochi quattrini che aveva nella borsetta.

Sweeney annuì. — Anche il passaggio è difficile, poiché il suo amico doveva venire a trovarla in negozio alle sei, ma non poteva trovarsi nei paraggi già alle quattro e un quarto.

Le sopracciglia di Raoul si alzarono un poco. — Doveva venire a trovarla in negozio?

— Sì, per ritirare quel che lei aveva trattenuto sugli incassi.

— Veramente? La polizia non me lo ha detto.

Sweeney rise. — La polizia non va a raccontare alla gente le proprie storie. Ecco perché ho voluto parlare con voi invece che con loro. Comunque, vi è sembrato che Lola Brent mostrasse di riconoscere qualcuno dei clienti entrati in negozio quel pomeriggio, finché eravate presente?

— No, sono quasi assolutamente sicuro di no.

— Com’era la statuetta? Una figura femminile, a quanto ho capito, ma con o senza vestiti?

— Senza. Proprio senza, se mi capite.

— Credo di capire — rispose Sweeney — vi sono anche donne che riescono senza vestiti a essere più nude delle altre. È un dono di natura.

Raoul alzò al cielo le mani in gesto espressivo. — Non voglio assolutamente dire che quella statuetta fosse anche in minima parte pornografica o eccitante. Anzi, aveva un che di virgineo, in un modo tutto suo particolare.

— Questo mi confonde — replicò Sweeney. — Quante maniere esistono dunque di essere vergini? Credevo di sapere ormai tutto in proposito, ma…

Raoul sorrise. — Una stessa qualità può essere espressa in molte maniere. In questo caso particolare, la verginità era espressa attraverso il terrore, la paura, l’urlo. La verginità, o forse meglio la virginalità…

— Che differenza c’è? — interruppe Sweeney, ma rispose a se stesso per primo. — Aspetti, credo di aver compreso: una è una dote fisica, l’altra è spirituale. Giusto?

— Infatti. Possono coesistere oppure no. Molte donne sposate sono virginali, anche se non più vergini, perché non sono mai state toccate realmente: solo l’atto materiale si è verificato. Mentre, al contrario, una giovanetta che sia fisicamente virgo intacta può essere ben lontana dalla virginalità, se i suoi pensieri… mi seguite?

— Sì, ma ci allontaniamo dalla statuetta.

— Non molto. Volete vederla? Non quella venduta dalla Brent, ma la sua copia. Ne avevo ordinate due e mi piacevano tanto, che ne tenevo, e ne tengo ancora, una in casa mia, nel palazzo accanto. Ormai è ora di chiudere e… credetemi, signor Sweeney, non ho motivi reconditi…

— Grazie — disse Sweeney — ma non credo che sia necessario, perché la statua in sé non può aver nulla a che fare col delitto.

— No certamente, ma pensavo che vi interessasse su un altro piano. — Sorrise. — Vi dirò fra l’altro che è conosciuta col nome di «La statua che urla».

— Se me lo permettete, avrei cambiato idea — disse Sweeney — e vorrei conoscere questa statuetta, signor… Raoul è il vostro cognome?

— No, Reynarde, signor Sweeney, Raoul Reynarde. Scusatemi un momento solo… — Si recò ad avvertire la cliente che era l’ora di chiusura, e, dietro a lei, anche Sweeney uscì dal negozio, ad attendere che Raoul avesse spento tutte le luci. Percorsero un breve tratto di Division Street, poi entrarono in un palazzo e salirono al secondo piano.

— Non potrò trattenervi a lungo, signor Sweeney — si scusò Reynarde, mentre accendeva la luce nell’interno dell’appartamento — perché… aspetto un ospite. Però abbiamo il tempo di bere qualcosa. Posso prepararvi un cocktail?

— Sì, grazie, ma intanto dov’è la statuetta?

— Là, sul caminetto.

Lo sguardo di Sweeney, che era andato vagando per la stanza ammobiliata con eleganza raffinata, seppure un poco femminea, si fermò infine sulla statuetta, alta venticinque centimetri circa, sul marmo del caminetto. Attraversò la stanza per osservarla da vicino, e comprese allora che cosa aveva inteso dire Reynarde. La figuretta nuda aveva veramente un’aura virginale, ma lo si avvertiva solo in un secondo tempo: «La paura, l’orrore, l’urlo», aveva detto Reynarde, ed erano viventi non solo nel volto, ma nella contorta rigidità del corpo. La bocca era spalancata in un urlo silenzioso, mentre le braccia si tendevano avanti, con le palme aperte, a cercar riparo da un incombente orrore.

— Un oggetto squisito — disse la voce di Reynarde dall’altro lato della stanza, dove stava versando le bevande presso un piccolo mobile-bar di mogano, fornito anche di frigorifero. — Ed è fatta di una nuova materia plastica che non si distingue dall’ebano, se non la si tocca. La superficie è come quella dell’ebano. Ma se quella figurina fosse, come sembra, di ebano lavorato a mano e fosse un originale, avrebbe un valore enorme. — Fece un gesto circolare che indicava tutta la stanza. — Molti degli oggetti che vedete qui sono originali. Io li preferisco.

— Non sono d’accordo. Preferirei sempre una riproduzione di Renoir a un originale di una scuola d’arte qualsiasi. Ma è questione di gusti personali. Potreste procurarmi una di queste?

La voce di Reynarde risuonò proprio alle spalle di Sweeney. — Ecco il vostro bicchiere, signor Sweeney. Sì, credo che potrei trovarvi una «Statua che urla». La ditta che le fabbrica, una piccola azienda di Louisville, può averne qualche residuato. Di solito ne fanno poche centinaia di esemplari, quando si tratta di oggetti simili. Se però voi ci tenete davvero, posso vendervi questa. Pur essendo stata sul mio caminetto, è sempre virginale. — Rise da solo e proseguì: — Oppure, se vi sembra in questo modo di averla di seconda mano, potrei riportarla in negozio e vendervela là. È questo uno dei vantaggi di essere commercianti: io non arrivo mai in tempo a stancarmi di un oggetto d’arte o di un soprammobile, perché spesso mi trattengo degli oggetti del negozio qui in casa, finché ne sono sazio, e li scambio con altri. Penso che ormai quella creatura cominci ad annoiarmi. Alla vostra salute, signore!

Sweeney bevve senza neppure accorgersene, senza distogliere lo sguardo dalla statuetta e vuotando il bicchiere in un sorso. Poi disse: — Prima che cambiate idea, Reynarde… — Appoggiò il bicchiere sul caminetto e trasse dal portafoglio ventiquattro dollari. — Come mai le è stato dato quel nome? Siete stato voi o la ditta fabbricante?

Reynarde si morse le labbra. — Non so, non ricordo… però, sì! Il nome è arrivato dalla ditta fabbricante, ma non come nome ufficiale, è logico.

— Chi ha creato la statuetta? l’originale, s’intende.

— Non lo so proprio. La ditta è la Ganslen Art. Fabbricano molti portalibri e scacchiere, ma di quando in quando fanno anche questi piccoli lavori di scultura, che sono eccezionalmente belli per il loro prezzo. Volete che ve la incarti?

Sweeney rise. — Metterle le sottane? Mai. La porterò nuda per le strade.

— Un altro aperitivo, signor Sweeney?

— No, grazie. Credo che sia ora che la statuetta e io ce ne andiamo.

Prese in mano gentilmente la figurina, ma Reynarde disse: — Sedete un momento, signor Sweeney — e si adagiò per primo in un’ampia poltrona, benché Sweeney restasse in piedi. — C’è qualcosa che mi interessa, anche se non è per nulla affare che mi riguardi. Siete un sadico?

— Io?

— Voi. Mi ha incuriosito vedere come quella statuetta abbia esercitato un richiamo su di voi. È un vero inno al masochismo, e solo per un sadico può rappresentare un richiamo.

Sweeney lo guardò pensieroso. — No, io non sono sadico, ma capisco il vostro punto di vista riguardo al richiamo esercitato dalla statuetta. Però non posso rispondere. Nel momento in cui l’ho vista, ho sentito che avevo bisogno di possederla, ma non ho la minima idea della ragione.

— Forse come oggetto artistico?

— No, perché è ben fatta, con gusto e abilità, ma non è grande arte ispirata.

Reynarde sporse le labbra. — Forse qualche associazione mentale nel subcosciente?

— Potrebbe darsi — rispose Sweeney. — In ogni caso, grazie e arrivederci. Debbo andare.

Reynarde lo accompagnò alla porta, inchinandosi leggermente alla sua uscita. Mentre la porta si chiudeva dietro di lui, Sweeney si domandava perché aveva voluto quella statuetta. E anche perché si era seccato che Reynarde cercasse di scoprire i motivi del suo acquisto. Osservò la statuetta che teneva in mano e rabbrividì leggermente, non nel corpo, ma nello spirito. Non era bella né sensualmente significativa. Perdiana, Reynarde aveva ragione: poteva attrarre solo un sadico o comunque uno che fosse anormale. Eppure lui, Sweeney, aveva speso ventiquattro dollari per portarsela a casa. Era ubriaco di nuovo?

No, non lo era; anzi, la nebbia della sua mente si andava diradando, ed egli colse in un lampo una sensazione che avrebbe potuto costituire quell’associazione di idee cui aveva alluso Reynarde. Ma la nebbia calò di nuovo sul suo cervello. Bene, il lampo però sarebbe tornato, e Sweeney, sospirando, cominciò a scendere le scale. Incontro a lui saliva un bel ragazzo, biondo, roseo e ricciuto, che incrociandolo scrutò con curiosità la statuina di Sweeney, ma non fece commenti e si fermò a suonare il campanello di Reynarde.

Sweeney continuò a scendere e uscì nella sera punteggiata di cento luci, nell’aria calda e umida. Si diresse a ovest, poi a sud, per Dearborn Street, domandandosi fino a quando avrebbe resistito a camminare; quanto avrebbe resistito senza mangiare e senza dormire. La nausea tornava ad assalirlo, e il pensiero del cibo era sempre disgustoso, ma era un supplizio a cui doveva sottoporsi. Quando fu in Chicago Avenue, entrò in un piccolo ristorante lindo e simpatico e sedette al banco. Un uomo in grembiule bianco, che ricordò a Sweeney un chirurgo, gli si accostò dall’altra parte del banco, rimanendo in attesa degli ordini, mentre i suoi occhi fissavano affascinati la statuetta nera che Sweeney aveva deposto sul banco davanti a sé.

— Ehi, puoi procurarmi un pranzo proprio speciale? — disse Sweeney.

— Se abbiamo quello che volete, lo possiamo preparare.

— Pane — spiegò Sweeney. — Due fette di pane bianco, solo, senza burro. Non troppo fresco, ma neppure stantio. Con la crosta. E su un piatto bianco. Credo che riuscirò a mangiarlo. Il pane, s’intende, non il piatto. Puoi farmelo?

— Domanderò al cuoco. Anche caffè?

— Nero, carico. In una tazza.

Sweeney chiuse gli occhi per concentrarsi su un pensiero, così da evitare di prestar attenzione agli odori del ristorante, ma riuscì solamente a concentrarsi sugli odori. Quando udì il rumore del piatto e della tazza che gli venivano posti dinanzi, aprì gli occhi. Bevve un sorso di caffè bollente e cominciò a spilluzzicare una fetta di pane. Bene, pareva che andasse giù e fosse disposta a rimanerci.

Aveva quasi finito la seconda fetta, quando ritornò il cameriere. Si appoggiò al banco contemplando la statuetta e disse: — È una di quelle cose che prende, quando la si guarda. Da chi l’avete avuta?

— Da una fata — rispose Sweeney. — Quanto devo?

— Quindici cents. Sapete a che cosa mi fa pensare questa statua? Allo Squartatore. — Sweeney quasi si affogò col caffè; poi depose la tazza sul piattino con precauzione. Il cameriere non aveva notato nulla e continuava: — Voglio dire: a una donna attaccata dallo Squartatore. Nessuna donna sarebbe così spaventata se la rapissero semplicemente, ma con un pazzo che la insegue con un coltello in mano e magari la spinge in un angolo…

Sweeney si alzò lento in piedi, prese dal portafoglio cinque dollari e li mise sul banco, dicendo: — Tienti il resto — poi, afferrata saldamente la statuetta, uscì dal ristorante. Per la seconda volta nella giornata, un’automobile evitò per miracolo di investirlo mentre lui attraversava la strada. La nebbia era scomparsa; ora sapeva qual era l’associazione d’idee e sapeva perché aveva voluto «La statua che urla». Avrebbe potuto comprenderlo al momento in cui Reynarde aveva accennato all’attrazione della statua per un sadico; e certo lo avrebbe compreso allora, se la sua mente fosse stata chiara. Ma adesso tutto era trasparente come il gin. Un’ora o due prima di venir uccisa, Lola Brent aveva venduto «La statua che urla», e la sua morte non era collegata al suo furto sull’incasso, ma all’aver venduto lei la statua. L’acquirente era stato evidentemente un pazzo sadico, che l’aveva aspettata fuori dal negozio e l’aveva seguita fino a casa. Per lui era stata una fortuna miracolosa che Lola fosse scacciata e dovesse andare subito a casa, dove l’aveva aggredita nello stretto passaggio. Chissà se l’avrebbe comunque uccisa, nel caso che fosse uscita regolarmente all’ora del tè?

Se la mente era finalmente limpida, il corpo era ridotto a brandelli. Affrettò il passo, perché adesso poteva e doveva dormire.» E doveva arrivare a casa prima di cadere a terra.

VI

La mattina seguente era venerdì ed era quasi mezzogiorno quando Sweeney si svegliò. Dopo essere rimasto sveglio a letto, per qualche minuto, si alzò a sedere e mise fuori i piedi: la testa non gli faceva male, ma a parte quello, non aveva altro che andasse bene. La stanza sembrava piena di nebbia, ma riuscì a mettere a fuoco la sveglia e vide che erano le undici e quaranta. Cioè aveva dormito dodici ore.

Sopra al giradischi, sulla metà che non si poteva aprire, spiccava una statuetta alta circa venticinque centimetri, tutta nera. Rappresentava una fanciulla nuda, con le braccia tese a difendersi dallo Squartatore, la bocca aperta in un eterno urlo silenzioso. Il corpo, che in riposo sarebbe stato bello, era leggermente contorto e irrigidito nel terrore. Solo a un sadico sarebbe piaciuta, e Sweeney, che non lo era, distolse gli occhi con un brivido. Ma il contemplare «La statua che urla» lo risvegliò e lo fece ricadere nell’incubo, spingendolo a desiderare di bere, spingendolo a ricordare con nostalgia il torpido stato di indifferenza in cui ancora si trovava due giorni prima, un giorno e mezzo prima. Gli faceva desiderare di tornare indietro di nuovo. Perché no, del resto? Aveva un mucchio di denaro: non poteva dunque uscire a bere un bicchiere e poi un altro e così via?

Il caldo entrava a ondate dalla finestra spalancata, e Sweeney era coperto di sudore mentre respirava affannosamente. Si alzò in piedi con un gesto inconsapevole per respingere la nebbia e il caldo, e prese un accappatoio nell’armadio. Attraversò l’atrio fino al bagno e rimase a sedere sul bordo della vasca a guardare l’acqua scendere, acqua quasi gelata. L’entrarvi lo risvegliò: trasse un gran respiro e si lasciò scivolare giù fino al collo, così che il freddo cancellasse il calore del suo corpo e la nebbia della sua mente.

Il calore, pensava, è ciò che l’uomo vuole, è quello per cui vive, per cui lavora, finché ne ha troppo… e allora il freddo è un elemento meraviglioso. Per esempio, il pensare di dover giacere per l’eternità in una gelida tomba, d’inverno è una previsione spaventosa, mentre d’estate… Ma quella era pazzia. Come il pensare a Lola Brent, tanto innamorata di un ladro da diventare disonesta per aiutarlo.

E aveva venduto una statuetta nera a un uomo che, con lo sguardo, aveva confrontato lei e la sua statua… Sweeney bestemmiò. Che cosa importava a lui di quella ballerina scomparsa, che ormai era sottoterra? Ci sarebbe finita comunque, fra cinque o fra cinquant’anni. La morte è una malattia incurabile, che nasce insieme con gli uomini e con le donne e prima o poi li vince. L’assassino non uccide mai, in realtà, soltanto anticipa i tempi, uccidendo sempre qualcuno che è già sulla via della morte, che è già vinto. E, nella realtà, l’assassino non fa mai male alla vittima che uccide, ma a quelli che l’amavano e che debbono continuare a vivere. L’uomo che aveva ucciso Lola, aveva fatto molto più male a Sammy Cole che a lei. Se lui, Sweeney, fosse arrivato a odiare intensamente Doc Greene e avesse voluto fargli male nel modo peggiore…

Balzò a sedere nella vasca. Forse…? Ma no, era sciocco. Certo poteva esserci chi odiasse Doc Greene con tale forza da volerlo colpire uccidendo Iolanda, ma allora gli altri delitti restavano insoluti. Lola Brent, Stella Gaylord, Dorothy Lee. Nessun essere umano (dotato di facoltà «normali», ma, d’altra parte, qual è la normalità?) era concepibile che odiasse quattro uomini diversi al punto di ucciderne le quattro amanti. E poi, quella soluzione lasciava fuori il sadismo e la statua, mentre «La statua che urla» era la chiave. Invece di riadagiarsi nell’acqua, Sweeney uscì e si asciugò rapidamente. Mentre finiva di farlo, guardava il piccolo rigurgito dell’acqua mentre la vasca si vuotava. E gli venne la domanda: ho commesso un assassinio? Non è forse una vasca d’acqua, quando è piena, un’entità? Un ente che ha, se non la vita, per lo meno un’esistenza propria? Ma allora la vita nel corpo umano è come l’acqua in una vasca: non può darsi che attraverso la canalizzazione delle arterie e delle vene essa scorra verso una specie di lago Michigan e poi forse in un oceano, quando viene tolto il tappo di chiusura alla vasca? Eppure anche così è un assassinio, perché anche se l’acqua continuerà a esistere, quella data vasca non esisterà mai più, non vivrà mai più.

Cancellò l’evidenza del delitto sciacquando la vasca e tornò in camera sua. S’infilò soltanto un paio di calze e le mutande, più che sufficienti, con quel caldo, fino al momento in cui sarebbe uscito.

Qual era la seconda? Stella Gaylord, la ragazza di Madison Street. Poteva procedere in ordine cronologico. Il delitto di Lola Brent era avvenuto due mesi prima; quello della Gaylord dieci giorni prima. Mise la pila di giornali su una seggiola, accanto al letto, così da raggiungerli facilmente, e accomodò il cuscino contro la spalliera. E perché non avere un po’ di musica? Lo aiutava sempre a concentrarsi e, per qualche strana ragione, gli restava meglio impresso quel che leggeva, se lo leggeva con un accompagnamento musicale. Acquistava maggior vivezza. L’uso della musica in questo senso era l’unica novità che avessero scoperto i produttori cinematografici.

Esaminò gli album dei dischi, cercando quello che avrebbe potuto accompagnare l’assassinio di Stella Gaylord. Qualcosa di maestoso e misterioso, forse. Esitò sulla Sagra della primavera, ma proseguì. La Morte e Trasfigurazione di Strauss? La Patetica? No, meravigliosa, ma troppo potente. La sua mano tornò indietro alla Morte e Trasfigurazione. Sistemò i dischi e diede il via al giradischi, poi si sdraiò sul letto e prese il primo giornale di dieci giorni prima, con il resoconto della morte di Stella Gaylord.

Era in prima pagina, in alto a destra, un titolo in neretto, su una colonna:

IN UN VICOLO, RAGAZZA UCCISA A COLTELLATE.

Sweeney lesse il pezzo che seguiva e trovò che, data l’assoluta mancanza di particolari, avrebbero potuto anche mettere il titolo e basta. Oh, c’erano il nome della donna e l’indirizzo (West Madison Street) fra la State Street e la Dearborn. Il cadavere era stato rinvenuto alle tre e mezzo del mattino e, stando alle dichiarazioni del medico che aveva esaminato il corpo, la donna era morta da meno di un’ora. A quanto si poteva constatare, non si era trovata traccia di furto, e la vittima, con un divertito stupore da parte di Sweeney, evidentemente non era stata aggredita violentemente. La polizia sospettava che vi fosse in circolazione un pazzo omicida, sebbene il caso della Brent sembrasse dimenticato e non se ne facesse parola. Il numero seguente riproduceva una fotografia della Gaylord, ma se ne poteva ricavare soltanto l’impressione che doveva essere una bella ragazza. Vi era qualche altra notizia su di lei, compreso l’indirizzo del locale di West Madison Street dove lavorava a percentuale. Là era stata vista viva per l’ultima volta, quando ne era uscita, sola, alle due del mattino, un’ora prima che il suo cadavere venisse ritrovato. Per la prima volta l’assassinio di Stella veniva collegato con quello della Brent e si suggeriva la possibilità che uno stesso maniaco le avesse colpite entrambe. Nei giornali dei giorni successivi erano riportati alcuni particolari nuovi, ma la vicenda non aveva avuto alcuno sviluppo.

Sweeney si raddrizzò per fermare il giradischi e in quel gesto la vista della statuetta gli rammentò qualcosa che doveva fare. Infilò l’accappatoio e si recò al telefono nell’atrio.

Riuscì a farsi dare in pochi minuti dal centralino interurbano la Ganslen Art Company a Louisville, nella persona del suo direttore generale, Ralph Burke.

— Questo è il “Blade” di Chicago — disse Sweeney. — Pare che si sia venuti a scoprire un collegamento tra una delle vostre statuette e un assassinio, su cui si vanno facendo ricerche. Si tratta di una giovane donna atterrita e qualcuno di voi l’ha battezzata «La statua che urla».

— Ah, sì, certamente; ora la ricordo. Cosa vorreste sapere?

— Potete dirmi quante copie ne sono state vendute e in particolare quante nella città di Chicago?

— Non molte, che io sappia. Non è stato un oggetto di grande successo, tanto che non l’abbiamo neppure inclusa nel catalogo. Abbiamo fatto una prova con dodici dozzine, ma ci sono rimaste quasi tutte invendute. Ne abbiamo dato un campione a tutti i rappresentanti sei mesi fa, e qualcuno ne ha piazzato alcuni esemplari. Se attendete un minuto al telefono, posso guardare quante ne sono state vendute a Chicago. O volete che vi richiami io più tardi?

— Aspetto in linea — rispose Sweeney.

Non era trascorso più di un minuto che la voce del direttore risuonava al telefono. — Ho tutto qui con me. Per fortuna registriamo separatamente ogni articolo. Dunque… ce ne sono state soltanto due vendute a Chicago. Due sole ed entrambe a un negozio che si chiama “Da Raoul”. Tutt’insieme ne abbiamo vendute una quarantina. Volete i dati precisi?

— No, grazie — disse Sweeney — ditemi invece, per favore, che cosa ne farete delle cento statuette che vi rimangono?

— Ce ne libereremo l’anno venturo, con lotti misti di merce. Se un cliente ci ordina, per esempio, una dozzina di figurette varie a nostra scelta, le paga alla metà del prezzo di listino e noi ci liberiamo così dei residui e dei fondi di magazzino. Ci perdiamo, naturalmente, ma è sempre meglio che buttarle via.

— È evidente — disse Sweeney. — Ricordate chi ha trovato il nome «La statua che urla»?

— Il nostro contabile: per lui è una mania cercare dei nomi che accompagnino gli articoli, perché dice che lo aiuta a ricordare gli articoli stessi. — Il direttore fece una risatina. — Ogni tanto ne azzecca qualcuno a meraviglia: mi ricordo per esempio…

— Mi piacerebbe quasi ordinarvene una copia — lo interruppe Sweeney. — Ma torniamo alla statua. Chi l’ha disegnata o scolpita o modellata?

— Un tale che si chiama Chapman Wilson. Artista e scultore che vive a Brampton, nel Wisconsin. L’aveva modellata in creta.

— E ve l’ha mandata?

— No, l’ho comperata io da lui a Brampton. Sono io che mi occupo degli acquisti, durante i molti viaggi che faccio apposta nel corso dell’anno. Abbiamo un certo numero di artisti dai quali acquistiamo modelli ed è molto più pratico andare di persona nei loro studi a vedere che cos’hanno, piuttosto che avere qui in magazzino un monte di roba, di cui la maggior parte si dovrebbe poi rimandare indietro. «La statua che urla» l’ho comperata da lui un anno fa, insieme ad altre due figurine. Per le altre ho indovinato perché si vendono benissimo.

— Questo Chapman Wilson… ha copiato la statua dal vero o come?

— Non saprei; non gliel’ho domandato. L’originale era in creta, della stessa misura delle nostre copie, circa venticinque centimetri. Ho accettato il rischio di prenderla perché era diversa dal solito. L’insolito può avere un magnifico successo oppure essere un fallimento. È il rischio che corriamo noi.

— Non sapete nulla su Chapman, personalmente?

— Non molto. È piuttosto stravagante, ma quasi tutti gli artisti lo sono.

— È sposato?

— No. O almeno credo di no. Non gliel’ho domandato, ma non ho mai visto in casa sua una donna o qualche traccia femminile.

— Mi avete detto che è stravagante: potrebbe essere addirittura uno psicopatico?

— Credo di no. È un poco svaporato, e basta. La maggior parte della sua produzione è graziosa e normale e si vende benissimo.

— Grazie mille — disse Sweeney — credo di non avere altro da chiedervi. Arrivederci. — Si segnò le unità telefoniche, per sistemare i conti con la signora Randall, e tornò in camera.

Seduto sull’orlo del letto, guardava la statuetta nera: era stato più fortunato di quanto non avesse sperato. Soltanto due statuette erano state vendute a Chicago ed egli ne aveva una davanti agli occhi. L’altra… forse in quel momento la guardava lo Squartatore.

La fortuna degli irlandesi, pensò Sweeney: si occupava del caso da un giorno e aveva una traccia per cui i poliziotti avrebbero dato un occhio. Inoltre, si sentiva pronto per il compito che lo aspettava. Provava perfino un certo appetito, e sarebbe probabilmente riuscito quel giorno a inghiottire un intero pasto. Si tolse l’accappatoio e, appendendolo a un gancio, si stirò piacevolmente. Si sentiva più grande e sorrise alla statuetta, pensando: “Tu e io, piccola, siamo di un passo avanti alla polizia e tutto quel che dobbiamo fare è di trovare la tua sorellina”.

La statuetta continuò nel suo silenzioso urlo di terrore, e il sorriso di Sweeney disparve: in qualche angolo di Chicago, un’altra statuetta stava urlando come la sua e con miglior motivo. Era un pazzo armato di un coltello a possederla, un essere dalla mente contorta e dal rasoio diritto e affilato. Un essere che non avrebbe mai voluto che Sweeney lo scoprisse. Mentalmente Sweeney si scosse per allontanare quel pensiero e si voltò verso lo specchio sopra il lavabo, passandosi una mano sulla faccia. Doveva farsi la barba: nel pomeriggio avrebbe conosciuto Iolanda, se Doc Greene manteneva la parola. Aveva idea che l’avrebbe mantenuta. Stese in fuori la mano per osservarla: sì, era abbastanza ferma perché potesse farsi la barba col rasoio affilato senza tagliarsi. Prese sulla mensola il sapone da barba e il pennello, immerse questo nell’acqua bollente e si insaponò abbondantemente la faccia. Poi cercò il rasoio: non c’era, non era là dove sarebbe dovuto essere. La mano gli era rimasta a mezz’aria, sopra alla mensola, in una immobilità gelida, come l’urlo della statuetta, finché, con uno sforzo meditato, la ritirò. Chinandosi in avanti guardò con la massima attenzione e la massima incredulità un segno sul lieve strato di polvere che copriva la mensola, un segno identico alla forma del rasoio.

Ripulì con cura la faccia dal sapone con una salvietta bagnata e si vestì. Poi scese al piano inferiore. La porta della signora Randall era socchiusa. Lei lo chiamò. — Entri, signor Sweeney.

Sweeney si fermò sulla soglia. — Quando avete spolverato in camera mia, l’ultima volta?

— Be’… ieri mattina.

— Vi ricordate di aver visto… — Stava per domandarle se avesse scorto il rasoio al suo posto, poi si rese conto che non doveva domandarlo. Che la donna lo ricordasse o no, il segno fresco sulla polvere indicava che il rasoio era stato ancora là dopo il passaggio dello strofinaccio per la polvere. Allora cambiò la domanda. — È andato qualcuno in camera mia, ieri sera o ieri pomeriggio, dopo che ero uscito?

— No, perché? Non che io sappia con certezza, perché non c’ero. Sono stata al cinema. Vi manca qualcosa?

— Niente di valore — disse Sweeney — forse l’ho preso io quando ero ubriaco, l’ultima volta che sono entrato. Già… e voi non siete più andata in camera mia da ieri mattina?

— No. Anzi, uscite oggi? Vorrei rifarvi il letto e, se andate fuori, posso salire subito.

— Fra pochi minuti avrò sgombrato il campo. Grazie.

Tornò in camera e chiuse la porta, poi, acceso Un fiammifero, esaminò minutamente il segno sulla polvere: sì, c’era un velo lieve di polvere anche sulla forma del rasoio, un velo che aveva metà dello spessore di quello intorno. Quindi, dopo la spolveratura, il rasoio era rimasto ancora là: doveva essere stato asportato nel tardo pomeriggio o nella serata precedente.

Sedette in poltrona e cercò di ricostruire se avesse visto il rasoio quando era rientrato con la statuetta, o anche prima, quando era salito a cambiarsi gli abiti. Non ricordava di averlo visto, ma non lo aveva nemmeno cercato, perché si era sbarbato con il rasoio elettrico di Goetz, nella camera di Goetz.

Mancava forse qualcos’altro? Andò al cassettone e aprì il primo dei cassetti, dove conservava i piccoli oggetti vari. Tutto sembrava intatto, finché gli venne in mente un temperino a due lame che si sarebbe dovuto trovare dentro il cassetto. Ma che adesso non c’era.

Non mancava niente altro: vi erano in bella vista dei gemelli d’oro, che valevano tre o quattro volte il temperino. Vi era una spilla da cravatta con uno zircone, che a un ladro sarebbe potuto anche sembrare un diamante. Ma dal cassetto era stato sottratto solamente il temperino. E dalla stanza soltanto il rasoio.

Sweeney guardò la statuetta e capì quali dovessero essere i suoi sentimenti.

VII

Il rasoio lucente scivolava sulla gola di Sweeney, scendendo sotto il mento per grattare gentilmente all’insu, asportando schiuma e peli e lasciando una superficie morbida e liscia. Infine risalì sulla faccia.

— Prendete l’affare dello Squartatore — diceva il barbiere, mentre puliva il rasoio su una salvietta e lo riportava sulla faccia. — Ha messo in subbuglio la città e ieri sera mi ha anche fatto fermare dagli agenti.

Sweeney grugnì in tono interrogativo.

— Perché avevo con me un rasoio, il migliore che ci sia in commercio, uno Swatty; lo tengo a casa perché qui potrebbero anche portarmelo via e perciò ogni volta mi porto a casa un rasoio, e nessuno ha mai avuto niente da dire. L’ho messo nel taschino della giacca e la punta si vedeva, e guarda tu se un poliziotto non mi ferma per la strada e comincia a far domande. Per fortuna che potevo dimostrare di essere un barbiere, altrimenti mi avrebbe portato dentro senza discussioni. Ma ci è mancato proprio poco. Anche perché tutti dicono che lo Squartatore deve essere un barbiere. Ma non lo è di certo.

Il rasoio grattò nel contropelo e Sweeney domandò: — Come fate a saperlo?

— Le gole. Un barbiere che diventasse matto taglierebbe le gole: tutto il giorno si hanno davanti delle persone con la gola nuda ed esposta e il mento all’indietro e uno non può fare a meno di pensare come sarebbe facile e… insomma, capite!

— Capisco. Anche voi avete provato qualcosa del genere — rispose Sweeney. — Spero che oggi non abbiate di questi impulsi.

— No, non abbiate paura — ridacchiò il barbiere — ma certe volte, così a un tratto… sapete com’è, vengono certe idee in testa…

— A voi! — replicò Sweeney. Il rasoio grattò ancora.

— Una delle tre ragazze che ha ammazzato — continuò il barbiere — lavorava a pochi passi da qui, nel locale all’angolo.

— Lo so — disse Sweeney — stavo andandoci. La conoscevate voi?

— L’ho vista diverse volte, abbastanza da riconoscerla quando hanno pubblicato la fotografia sul giornale. Ma non vado in quei locali molto spesso, coi miei incassi. Senza accorgersene uno si trova con cinque o dieci dollari di meno fra le mance, il bere e il resto. Non che io non sia pronto a spendere cinque o dieci dollari per ottenere qualcosa di più di una «conversazione» con una donna, dato che di chiacchiere ne sento abbastanza tutto il giorno! I seccatori che si siedono su questa poltrona! — E picchiettando sulla faccia di Sweeney un panno umido e caldo, continuò: — Ma, in ogni caso, lo Squartatore adopera un coltello invece di un rasoio. Si potrebbe certo usare anche un rasoio in quella maniera, ma mi pare che debba essere troppo difficile tagliare così profondamente come fa lui, perché si dovrebbe sfilare il manico per avere una buona presa nel tagliare e allora sarebbe quasi impossibile portarlo con sé. Anche perché, se qualcuno lo vedesse, sarebbe come una confessione. Io credo che adoperi un temperino, e di misura piccola, che possa essere portato tranquillamente: uno di quelli importati prima della guerra, con la lama di vero acciaio, in modo da essere affilata come una lama di rasoio. Debbo tagliarvi i capelli?

— No — rispose Sweeney.

— Voi che cosa credete che usi lo Squartatore? Un coltello o un rasoio?

— Mah… — rispose Sweeney, alzandosi. — Quanto vi devo? — Pagò e uscì nel torrido sole di agosto, dirigendosi verso l’indirizzo che aveva letto sul giornale. Il locale aveva un aspetto scintillante: le scritte al neon, di un rosso malinconico nel sole, proclamavano che quello era il locale di Susie, dove le vetrate esagonali erano riparate all’interno da pesanti tende, e portavano in mostra pudiche fotografie rappresentanti impudicissimi esemplari di femminilità. Se ci si provava, dai vetri sfaccettati si poteva anche guardare nell’interno. Ma Sweeney non provò: spinse addirittura la porta ed entrò. C’erano fresco e oscurità, e mancavano i clienti. Un barista ciondolava ozioso dietro il bar, all’estremità del quale sedevano due ragazze, vestite una di rosso e l’altra di paillettes biancodorate. Nessun bicchiere appariva davanti a loro, e tutti si voltarono a scrutare Sweeney, quando entrò.

Egli sedette su uno sgabello a metà del bar e posò sul banco un biglietto da cinque dollari. Subito il cameriere si avvicinò, e la ragazza vestita di rosso si preparò a scendere dal proprio sgabello. Il cameriere la superò in velocità e Sweeney fece in tempo a chiedergli whisky e selz, prima che quella, ormai sullo sgabello vicino a lui, esclamasse: — Ciao.

— Ciao — rispose Sweeney. — Sola?

— Questo devo dirlo io, tocca a me. Mi puoi offrire da bere, se vuoi.

Sweeney annuì, mentre il barista stava già riempiendo il bicchiere, per poi allontanarsi discretamente e lasciarli in solitudine. La fanciulla in rosso rivolse a Sweeney un sorriso luminoso. — Sono felice che sei venuto. È stato sempre un mortorio oggi, da quando sono arrivata. Andiamo a sederci in uno dei salottini? Mi chiamo Tess, te lo dico, così ci siamo presentati. Su, andiamo in un salottino, e Joe ci porterà…

— Conoscevi Stella Gaylord?

Troncando la frase a metà, la ragazza fissò Sweeney, e domandò: — Non sei un altro poliziotto, vero? Qui pullulavano, dopo quanto è successo a Stella.

— Allora la conoscevi — disse Sweeney. — Bene. No, non sono un poliziotto, sono un giornalista.

— Uno di quegli altri. Posso bere, per piacere?

Sweeney assentì, e il cameriere, che non si era recato poi molto lontano, accorse subito a versare.

— Parlami di Stella.

— Parlarti come?

— Tutto quello che sai. Pensa che io non abbia mai sentito parlare di lei. Tanto più che, agli effetti pratici, veramente non ne ho sentito parlare, perché non ho lavorato al caso, quando è avvenuto. Ero in vacanza.

— Oh, e adesso ci stai lavorando?

Sweeney sospirò: doveva soddisfare la curiosità della ragazza, prima che lei potesse soddisfare la sua. — Non per il giornale — disse — debbo scrivere la storia per una rivista di cronaca nera e romanzi gialli. Non solo di Stella, ma di tutto il caso dello Squartatore. Ma la potrò vendere solamente quando il caso sarà risolto, perché gli editori non si occupano di casi rimasti insoluti. Però voglio essere pronto a scriverla subito e voglio avere tutti gli elementi, non appena il caso sarà risolto.

— Oh, vedo. E pagano bene per racconti come questo, non è vero? Quanto c’è per me?

— Un altro bicchiere — disse Sweeney, con un cenno al barista. — Senti, sorella, io andrò a parlare con almeno cinquanta persone che abbiano conosciuto Stella e Dorothy e Lola e anche con i poliziotti e con i giornalisti che si sono occupati della faccenda. Non ti sembra che sarei in un bel pasticcio se dovessi distribuire a tutti un pezzettino del guadagno? Anche se il caso venisse risolto e io vendessi il racconto, ne uscirei senza un soldo per me, ti pare?

La ragazza rise. — Tentar non nuoce!

— Certamente no. E, tanto per informarti, ti dirò che se saprai darmi indicazioni per risolvere il problema, a te darò una fettina. Non conosci per caso l’assassino?

La ragazza assunse un’espressione dura. — Se lo sapessi, caro mio, lo saprebbe anche la polizia, perché Stella era una brava ragazza.

— Parlami di lei: qualunque cosa. Quanti anni aveva, di dove veniva, che cosa voleva, a che cosa assomigliava: tutto.

— Non so quanti anni avesse, credo fosse sui trenta. Veniva da Des Moines, e una volta mi ha detto che era arrivata cinque anni fa. Ma io la conoscevo solo da un mese.

— Sei stata tu a entrare qui, un mese fa, o lei?

— Io: lei c’era già da due mesi circa. Io prima ero da Halsted, che per tanti lati era peggio di questo, ma io ci facevo più affari. Però c’erano sempre guai, santo cielo, e io non li posso soffrire. Io vado d’accordo con la gente, se la gente va d’accordo con me. Io non comincio mai…

— Torniamo a Stella — interruppe Sweeney. — Che cosa sembrava? Com’era? Ho visto la fotografia sul giornale, ma non era molto chiara.

— Lo so, l’ho vista. Stella era molto carina. E aveva una bellissima figura; aveva anche cercato di fare l’indossatrice, una volta, ma bisogna avere degli appoggi. Era sui trent’anni, gli occhi azzurri, i capelli biondo-scuro. Avrebbe potuto tingerli, ma non voleva.

— Ma lei, dentro, com’era? — insisté Sweeney. — Che cosa voleva fare?

Il vestito rosso si strinse nelle spalle. — Che cosa cerchiamo di fare tutti quanti? Tirare avanti, no? E come faccio a sapere come era dentro? È una bella pretesa da parte tua! Cosa ne diresti di bere qualcosa?

— Subito — disse Sweeney. — La notte della sua morte, tu eri qui al lavoro?

— Sì. Ho già detto ai poliziotti quello che ne so.

— Dillo anche a me.

— Ha fatto un extra. Cioè dopo le due di mattina, perché qui si chiude alle due. Era un tale che è arrivato verso le dieci o le undici ed è rimasto a parlare con lei per più di mezz’ora. Non l’avevo mai visto prima e non l’ho più visto dopo.

— È venuto a prenderla alle due?

— Doveva andare lei a trovarlo non so dove. Credo al suo albergo. — Si volse a guardare Sweeney. — Non è una cosa che facciamo per chiunque, ma qualche volta, se uno ci piace, perché no?

— Perché no? — ripeté Sweeney. — E poi con le percentuali che prendete qui non fate grandi affari.

— Non tanto da vestirci come ci vestiamo. E tutto il resto. Non è un gran posto, ma ce ne sono di peggio. Per lo meno possiamo scegliere quelli che ci piacciono e riceviamo venti o trenta proposte al giorno. — Gli sorrise con impudenza. — A quest’ora non succede spesso, però. Tu saresti il primo, quando ti deciderai.

— Se mi deciderò — disse Sweeney. — Ti ricordi quel tale con cui doveva incontrarsi?

— Praticamente no, perché non ho notato niente in lui. Dopo che era uscito, Stella tornò da me, che ero rimasta sola per caso per pochi minuti e mi accennò che avrebbe dovuto rivederlo dopo le due e mi domandò che cosa pensassi di lui. Bene, io l’avevo appena guardato mentre era seduto con lei e tutto quel che ricordavo era un tipo molto normale, vestito di grigio, mi pare. Né vecchio né giovane, né alto né basso, né grasso né altro di speciale, se no lo avrei ricordato. Non credo che lo riconoscerei, vedendolo.

— Non aveva la faccia rotonda e un paio di grossi occhiali?

— Non ricordo. Non potrei giurare di no. Ma ti dirò una cosa: nessun altro qui lo ha notato o ha qualche idea in merito. Questa è l’unica certezza che i poliziotti hanno tirato fuori da tutti. È inutile chiederlo a George al bar o a Emmy, la ragazza vestita di bianco. C’erano tutti e due, quella notte, ma non sanno niente più di me.

— Aveva nemici Stella?

— No, era una cara ragazza. Anche noi che ci lavoravamo insieme le volevamo bene, e anche il padrone, che è tutto dire. E, per risparmiarti la prossima domanda, ti dirò anche che non c’era nessun uomo veramente importante nella sua vita e non viveva con nessuno. Non che non andasse via qualche volta con una valigetta per due o tre notti, ma non viveva con qualcuno seriamente.

— Aveva una famiglia a Des Moines?

— Un giorno mi ha detto che i genitori erano morti, e se aveva altri parenti non ne ha certo mai parlato. Ma non credo che ne avesse di prossimi.

— Viveva nella West Madison, secondo l’indirizzo pubblicato. A pochi passi da qui, vero? Che cos’è, un albergo o una casa privata?

— Un albergo, il “Claremore”. Una porcheria. Posso bere un altro bicchierino?

Sweeney schioccò le dita verso il cameriere. — Anche per me, questa volta. — Spinse indietro il panama sulla testa. — Senti, Tess, mi hai detto che cosa faceva e cosa appariva. Ma che cosa era in realtà? Che cosa la interessava davvero, che cosa voleva?

La ragazza in rosso alzò il bicchiere scrutandone il contenuto. Poi, per la prima volta, fissò apertamente Sweeney. — Sei un bel tipo, tu. Credo proprio che mi piaceresti.

— Che esagerazione — rispose Sweeney.

— Mi piace anche il modo con cui dici così. Prendi in giro come un demonio, eppure… non so neanch’io che cosa voglio dire. Nel nostro mestiere si incontrano tutti i tipi di uomini e… — Rise leggermente e vuotò il bicchiere, poi continuò: — Immagino che se io fossi stata uccisa dallo Squartatore, ti saresti preoccupato di scoprire che cosa interessava a me, che cosa io volessi realmente. Avresti… oh, al diavolo!

— Ormai sei adulta, non una ragazzina — disse Sweeney — non te la prendere. Mi piaci anche tu, davvero.

— Sì, certo, certo. Io so bene quel che sono, perciò è meglio passarci sopra. Ti dirò quello che Stella desiderava: un istituto di bellezza. In una cittadina piccola, lontano da Chicago. Puoi riderci sopra, ma era per quello che risparmiava denaro, proprio per quello. Aveva già messo via un po’ di soldi, facendo la cameriera, e poi si era ammalata e aveva consumato tutto. Questo mestiere non le piaceva, come alla maggior parte di noi, ma ormai c’era da un anno e con un altro anno avrebbe avuto abbastanza da potersene andare.

— Aveva dei risparmi, dunque. Chi li ha presi?

La ragazza scrollò le spalle. — Nessuno, credo, a meno che non sia comparso qualche parente. Aspetta, che mi viene in mente qualcosa: Stella aveva un’amica che fa la cameriera in un posto vicino a dove è stata uccisa. È un ristorante che resta aperto tutta la notte, in State Street, un po’ più su della Chicago Avenue, dove lei andava quasi sempre a mangiare dopo le due. Io l’ho detto anche ai poliziotti che forse uscendo di qui sarà andata là a mangiare un panino prima dell’appuntamento con quel tale. O forse si è incontrata con lui al ristorante, invece che in albergo o in un altro posto.

— Non sai per caso il nome della cameriera?

Tess scosse il capo. — No, ma conosco il ristorante. È la terza o quarta porta dopo la Chicago Avenue, sul lato ovest di State Street.

— Grazie, Tess — disse Sweeney. — Adesso devo andare. — Guardò il denaro sul banco: tre dollari e qualche spicciolo di resto ai dieci da lui consegnati.

— Mettiteli sotto il materasso. Ci rivedremo, ciao.

Lei gli pose la mano sul braccio. — Aspetta, cosa vuoi dire? Che tornerai?

— Forse.

Tess sospirò e tolse la mano. — Bene, allora non tornerai, lo so. I ragazzi simpatici che mi piacciono non lo fanno mai.

Quando Sweeney uscì sul marciapiede, il caldo lo investì con una vampata ed egli esitò un momento prima di avviarsi.

Tutto quel che dalla strada era visibile dell’Hotel Claremore era una rampa di scale assolutamente inattraente. Sweeney si arrampicò per i gradini fino al sudicio pianerottolo del secondo piano, dove scorse un uomo brutto e tarchiato, che non si radeva la barba da almeno due giorni, intento a scegliere la posta su un banco. Alzò gli occhi su Sweeney e brontolò: — Pieno. Completo — poi tornò a occuparsi della posta.

Sweeney si appoggiò al banco in attesa, finché l’uomo rialzò lo sguardo. — Stella Gaylord viveva qua? — disse Sweeney.

— Dio Onnipotente, un altro poliziotto o un altro giornalista. Sì, viveva qua. E allora?

— Allora niente — rispose Sweeney.

Si volse a osservare il corridoio scuro, dove le porte perdevano la vernice, e le scale nude che portavano al pianterreno. Annusò l’aria e concluse che Stella Gaylord doveva desiderare davvero il suo negozio di bellezza per riuscire a vivere in una simile topaia.

Scrutò di nuovo l’uomo tarchiato, incerto se fargli un’altra domanda, poi decise di mandarlo all’inferno.

Voltò le spalle, scese le scale e uscì in strada.

L’orologio in mostra nella vetrina di un orefice accanto al portone gli disse che mancava un’ora all’appuntamento con Greene e Iolanda all’“El Madhouse”.

Gli ricordò anche che lui non possedeva più un orologio, così entrò a comperarne uno. Riponendo il resto nel portafoglio, domandò al gioielliere: — Conoscevate per caso Stella Gaylord?

— Chi?

— Ecco la fama cos’è! Lasciate perdere.

Appena fuori, si fece portare da un taxi in State Street: probabilmente la cameriera amica di Stella non sarebbe stata di servizio a quell’ora, ma poteva ottenerne l’indirizzo e forse altre informazioni.

Il ristorante si chiamava “Dinner Gong” e vi erano due cameriere dietro il banco, mentre un uomo in maniche di camicia, con l’aria del proprietario, stava al banco dei tabacchi, dietro a un registratore di cassa.

Sweeney acquistò delle sigarette, dicendo: — Sono del “Blade”. So che avete una cameriera che era amica di Stella Gaylord. Fa sempre il turno di notte?

— Parlate di Thelma Smith, vero? Se n’è andata una settimana fa. Aveva paura a lavorare in questi paraggi, dopo quel che era successo alla Gaylord.

— Avete il suo indirizzo?

— No. Voleva andarsene dalla città. È tutto quel che so. Parlava di New York e può darsi che sia andata là.

Sweeney tentò: — Stella è stata qui, quella sera?

— Certo. Io allora non c’ero, ma c’ero dopo, quando la polizia ha interrogato Thelma. E lei ha detto che Stella era venuta poco dopo le due a prendere un panino e un caffè e poi era uscita.

— Non disse a Thelma dove era diretta?

Il padrone scosse la testa. — No, ma è probabile che fosse qua vicino, se no non sarebbe arrivata da Madison Street a qui per un panino. I poliziotti pensavano che avesse un appuntamento in qualche albergo qua attorno, per la notte, dopo finito il lavoro nel locale.

Sweeney lo ringraziò e uscì. Era sicuro che non valesse la pena di rintracciare Thelma Smith; la polizia l’aveva già interrogata e, se nella sua partenza ci fosse stato qualcosa di sospetto, ci avrebbe pensato lei a rintracciarla.

Mentre attendeva il momento per attraversare la Chicago Avenue, si avvide di aver dimenticato di porre una domanda a Tess, così, attraversata finalmente la strada, le telefonò nel locale di Susie.

— Sono quel tale con cui parlavi una mezz’ora fa, Tess — le rammentò. — Mi è venuta in mente una cosa. Stella ti ha mai detto nulla di una statuetta… la figura di una donna, nera, alta circa venticinque centimetri?

— No. Dove sei?

— Mi sono perduto nella nebbia. Sei mai stata in camera di Stella?

— Sì, pochi giorni prima del… prima che morisse.

— Non aveva una statuetta come quella che ti ho detto?

— No, però aveva una statuetta sul comodino, bianca. Era una Madonna e mi ricordo che mi ha detto che l’aveva da molto tempo. Perché? Cosa vuol dire questa storia della statuetta?

— Probabilmente nulla. Senti, Tess, la frase: «La statua che urla» ti dice qualcosa?

— No. Che cos’è, un gioco?

— No, ma non posso dirti altro. Comunque, grazie. Ci vedremo qualche volta.

— Ci scommetto!

Uscendo dal negozio dove aveva telefonato, si diresse all’“El Madhouse”.

VIII

Lei aveva nella realtà l’aspetto che Sweeney le aveva attribuito nella sua mente, eccetto naturalmente il particolare che era vestita. Sweeney le sorrise e lei gli ricambiò il sorriso, mentre Doc Greene diceva: — Non la dimenticherete di certo, Sweeney. Da quando vi siete seduto, non avete smesso di fissarla.

Iolanda intervenne. — Non dategli retta, signor Sweeney. È un cane che abbaia e non morde.

Greene sogghignò. — Non dare di queste notizie a Sweeney, che mi attribuisce già delle origini bastarde, cara. — Fissò Sweeney attraverso le spesse lenti e dolcemente mormorò: — Io posso mordere.

— Se non altro — disse Sweeney a Iolanda — mi abbaia alle calcagna e non mi piace.

— No, Doc è carissimo, signor Sweeney. Scherza con voi.

— Sarebbe meglio che non scherzasse su di me. Doc, vi radete con un rasoio non di sicurezza?

— Se mi capita, sì.

— E in questo caso adoperate il vostro o quello degli altri?

Gli occhi di Doc si strinsero leggermente, dietro i pesanti occhiali. — Qualcuno ha adoperato il vostro?

Sweeney accennò di sì. — La vostra perspicacia mi confonde di nuovo. Sì, qualcuno ha preso il mio. E anche un temperino: erano gli unici due oggetti taglienti disponibili nella stanza.

— Per non parlare del vostro cervello, Sweeney. Quello ve lo ha lasciato. O era là anche lui, al momento del furto?

— Ho i miei dubbi, perché deve essere accaduto di sera, mentre ero fuori, piuttosto che quando ero addormentato. Lo deduco dal fatto che guardandomi allo specchio stamattina non ho visto nessuna sottile linea rossa sulla gola.

Greene scosse lento la testa. — Avete guardato nel posto sbagliato. Il nostro amico Squartatore ha una marcata preferenza per i visceri. Avete controllato?

— Non con particolare attenzione, Doc. Ma lo avrei notato quando ho fatto la doccia.

Iolanda rabbrividì e spinse indietro la sedia. — Temo di dovervi lasciare, signor Sweeney, perché debbo parlare con il maestro per un nuovo numero. Verrete a vedermi ballare, stasera? Il primo numero comincia alle dieci.

Gli tese la mano sorridendo, e Sweeney, restituendole il sorriso, strinse la mano fra le sue. — Complimenti, Iò. O posso chiamarvi Iolanda?

La donna rise. — Credo che mi piaccia di più. Lo dite in modo pieno di significato.

Si allontanò oltre l’arcata che portava dal bar alla sala. Il cane, che era rimasto sdraiato accanto alla sua sedia, la seguì. E altrettanto fecero i due poliziotti che avevano atteso seduti al tavolo vicino.

— È un vero corteo — osservò Doc Greene.

Sweeney, restando seduto, continuò a far cerchi sul tavolo con il fondo del bicchiere, finché, dopo un minuto, alzò gli occhi. — Salute, Doc. Non mi ero accorto che foste qui.

— Trovato qualcosa, Sweeney? Una traccia?

— No.

Greene sospirò profondamente. — Carissimo nemico del mio cuore, ho paura che non vi fidiate di me.

— E dovrei fidarmi?

— In un certo senso, solo quello che vi indicherò io. Cioè per quanto riguarda trovare lo Squartatore. — Si curvò avanti con i gomiti sulla tavola. — Per quanto riguarda Iolanda, no. Per quanto riguarda voi personalmente, no. Per quanto riguarda il denaro, no, benché questo argomento non abbia ragione di esistere tra noi. Ma per quanto riguarda lo Squartatore sì, potete fidarvi di me. Perché io starò in pena per Iolanda finché quello sarà in libertà. Preferirei addirittura che fosse ucciso, invece che preso, dato che ha osato toccarla.

— Con una lama fredda — disse Sweeney — e non con una mano ardente.

— Qualunque cosa. Comunque, è passato. Ma il futuro mi preoccupa: per ora ci sono due guardiani con Iò, in ogni momento, a tre turni di otto ore l’uno. Ma la polizia non continuerà così per l’eternità. Trovatemi lo Squartatore, Sweeney.

— E poi?

— Poi, potete andare al diavolo.

— Grazie, Doc. L’unico guaio è che voi siete talmente sincero, che non posso credervi.

Greene sospirò di nuovo. — Sweeney, non voglio che perdiate tempo a sospettare di me. Anche la polizia ci aveva fatto un pensierino, dato che non potevo fornire un alibi per l’ora in cui lo Squartatore attaccò Iolanda. Non so dove mi trovassi, salvo che ero nella South Side, con una cliente, una cantante del Club Cairo, fino a mezzanotte, e avevo piuttosto bevuto. Andai a casa, ma non posso provare quando ci sono andato e poi non lo so nemmeno io, quando.

— Tutto può essere — replicò Sweeney — ma perché dovrei crederci?

— Per la stessa ragione per cui ci ha creduto la polizia. Perché succede anche che io abbia dei solidissimi alibi per altri due degli attacchi dello Squartatore. Sono andato a cercare, e la polizia è andata a controllare quel che avevo detto io. Per il caso Brent, due mesi fa, non ho potuto trovare dov’ero: è passato troppo tempo ormai. Ma per il secondo… come si chiamava?

— Stella Gaylord.

— È stato nella notte del ventisette luglio e io mi trovavo a New York per affari, dal venticinque al trenta del mese. E la sera del ventisette per mia fortuna mi sono trovato anche con persone orribilmente rispettabili dall’ora del pranzo alle tre del mattino. E non perdete tempo a chiedermi cosa facevo io insieme con della gente rispettabile, perché non ha alcuna importanza. Lo ha controllato la polizia, potete chiederlo all’ispettore Bline. E il primo agosto, nel momento in cui è stata ammazzata la segretaria, quella Dorothy Lee, io ero qui a Chicago, ma, guarda caso, ero in tribunale a testimoniare in un processo per rottura di contratto contro un agente teatrale. Il mio alibi è stato avallato dal giudice Goerring, dal sergente, dal cancelliere e da tre avvocati, uno mio e due dell’avversario, tutti quelli che ho potuto trovare. Ora, se volete che io sia un mezzo Squartatore, al lavoro nel primo e nell’ultimo caso e in vacanza nel secondo e nel terzo, siete il benvenuto. Ma non siete poi così stupido neppure voi.

— C’è qualcosa di vero — ammise Sweeney, prendendo di tasca un foglio di carta e una matita. — Voglio occuparmi di un solo alibi. Nella sezione del giudice Goerring, avete detto? Dà quando a quando?

— La causa è stata chiamata alle tre e ha proseguito fin dopo le quattro. Prima di cominciare sono stato a discutere con gli avvocati per mezz’ora nell’anticamera dell’aula. Stando ai giornali, la Lee lasciò, viva, l’ufficio, alle tre meno un quarto, per recarsi a casa. Fu trovata morta in casa sua alle cinque, e la morte è stata fatta risalire a un’ora prima circa. Perdio, Sweeney, non avrei potuto combinare un piano di difesa migliore! Fu uccisa nel momento preciso in cui io stavo sul banco dei testimoni, a tre chilometri da lei. Vi basta questo?

— Lo accetto — continuò imperterrito Sweeney. — Come si chiamavano gli avvocati?

— Siete duro, Sweeney. Perché volete sospettare di me? Nello stesso modo potreste sospettare di Joe Blow, al bar, o dell’uomo vicino a lui!

— Perché qualcuno ha perquisito la mia stanza stanotte. Solo un rasoio e un temperino sono stati presi, e lame e rasoi si collegano con la faccenda dello Squartatore. Fino a ieri sera, soltanto un numero incredibilmente limitato di persone era al corrente del mio interesse per lo Squartatore. E voi eravate una di queste.

Greene rise. — E io come l’ho capito? Leggendo la storia che avete scritto per il “Blade”. Qual è la tiratura del “Blade”? Mezzo milione di copie?

— Scusatemi allora se sono ancora vivo — ribatté Sweeney. — Vi offrirò da bere per questo, Doc.

— Bourbon liscio. E ora, ditemi, avete trovato una strada buona?

Sweeney rispose solo dopo aver dato gli ordini al cameriere. — Non una traccia — disse e, puntando la matita sulla carta, continuò: — Come si chiamavano gli avvocati?

— Credevo che voi foste un segugio, Sweeney, ma invece siete un mezzo bulldog. Il mio avvocato è Hymie Fieman, nel Central Building. Gli altri erano dello studio Raenough, Dane e Howell. Dane, Charles Dane, mi sembra, e un giovane neofita che lavora nello studio, ma non è ancora socio della ditta, erano presenti alla causa. E il giudice era Goerring, G-o-e-r-r-i-n-g. È un repubblicano, perciò non si presterebbe a favorire uno squartatore.

Sweeney accennò di sì, con moderazione. — Vorrei uscire da quest’incubo e riflettere con calma. Sono nervoso come un gatto.

Spiegò il foglio di carta appallottolato e lo lisciò perfettamente. Poi lo appoggiò sulla mano destra aperta e volta in su. Il lieve tremito, ingrandito, si propagava agli orli del foglietto.

— Meno peggio di quanto pensassi. Scommetto che voi non riuscireste a fare di meglio. — Guardò Greene. — Scommetto cinque dollari.

— Non batterei mai un uomo al suo gioco — disse Greene — non ho neppure mai provato, ma voi mi ci attirate. Siete un relitto umano, e io ho nervi d’acciaio.

Greene prese il foglio e lo appoggiò in equilibrio sul dorso della mano. Tremò leggermente, ma molto meno che sulla mano di Sweeney.

Sweeney osservava molto attentamente il foglietto e domandò all’improvviso: — Doc, avete mai sentito parlare della «Statua che urla»?

La vibrazione agli orli del foglietto non mutò e, guardandolo, Greene disse: — Credo di aver vinto, Sweeney. Finita la scommessa?

Non ci fu risposta, ma Sweeney imprecò silenziosamente contro se stesso. L’uomo che aveva comperato la statuetta non poteva conoscere il nomignolo che le era stato attribuito nella ditta: Lola Brent, commessa nuova nel negozio, non avrebbe potuto dirglielo.

— Una statuetta nera, di una donna che urla.

Doc Greene alzò gli occhi dal foglio di carta, ma le vibrazioni di quest’ultimo non mutarono, per quanto Sweeney lo fissasse.

Doc appoggiò la mano sul tavolo. — Che cos’era? Un tranello?

— Lo era, Doc. Ma avete vinto la scommessa — disse Sweeney, porgendogli i cinque dollari. — Ne vale la pena. Avete risposto alla mia domanda, così adesso posso credervi.

— Avete detto «La statua che urla»? Non ne ho mai sentito parlare.

— Io non avevo ragioni sufficienti per credere alle vostre parole, Doc, ma posso credere a quel pezzo di carta…

— Intelligente, Sweeney. Uno scopritore di bugie casalingo… no, meglio, un segnalatore di reazioni. Mi tengo la vincita della scommessa, ma per berci qualcosa. D’accordo?

Sweeney annuì e Doc fece segno al cameriere. Poi mise i gomiti sul tavolo. — Allora voi mentivate: avete trovato una traccia. Vuotate il sacco, potrei anche aiutarvi.

— Non vorrei correre il rischio di trovarmi un taglio nel pancino.

— Mi sottovalutate, Sweeney. Credo che potrei trovarla, quella traccia, anche senza il vostro aiuto. E adesso ho proprio la curiosità di farlo.

— Provate.

— Benissimo. — Gli occhi di Doc apparivano enormi, con un potere ipnotico, dietro le grosse lenti. — Una statuetta nera, soprannominata «La statua che urla». E molte di queste statuette vengono messe in vendita nei negozi d’arte e di chincaglieria. Una delle ragazze uccise lavorava in uno di questi negozi, proprio nel giorno del delitto. Non ricordo più dove, ma sui giornali lo ritroverei. Se trovassi il padrone e gli domandassi notizie della «Statua che urla» mi servirebbe a qualcosa?

Sweeney alzò il bicchiere. — Vi ho sottovalutato davvero, Doc.

— E io voi, Sweeney, quando quasi mi ero convinto che non aveste trovato nessuna traccia. Alla vostra cattiva salute!

— Alla vostra!

Bevvero entrambi, poi Greene domandò: — Allora, devo andare a cercare il padrone del negozio o vuotate il sacco?

— Posso anche farlo. Lola Brent ha venduto una statuetta nera di una donna nuda, urlante, proprio poco tempo prima di venire uccisa. È una buona ragione per pensare che il suo cliente sia stato lo Squartatore, che l’abbia seguita verso casa e l’abbia fatta fuori. Probabilmente la statuetta lo aveva sconvolto: ha qualcosa che può influire su uno psicopatico.

— A voi piace?

— Non mi piace, ma la trovo affascinante. E fra l’altro è veramente ben lavorata. Ho svolto qualche indagine: a Chicago ne sono state mandate soltanto due. Io ne ho una, e lo Squartatore l’altra.

— La polizia lo sa?

— No, sono sicuro di no.

— L’avevo detto io, Sweeney. La fortuna degli irlandesi. In questo caso, la vostra fortuna la seguite da lontano o state per difendervene da vicino?

— Difendermi?

— Sì, con una rivoltella o un’arma qualsiasi. Se lo Squartatore, o un altro anche, fosse venuto a trovarmi per portarsi via la mia piccola armeria di temperini e rasoi, io metterei in moto l’artiglieria. Se lo Squartatore sapesse dov’è la mia camera, dormirei con una rivoltella sotto il cuscino, senza la sicura. O forse lo Squartatore sa tutto?

— Cosa vorreste dire?…

— Sì…

Sweeney sogghignò. — Volete il mio alibi? Bene, di due mesi fa non so niente, e non credo di poter ricostruire la serata. Quanto ai due successivi assassinii, ero in giro per una sbornia di quindici giorni. Solo Dio sa dov’ero e che cosa facevo, ma non sono stato sempre con Dio. Quanto alla notte scorsa, quando Iolanda è stata aggredita, sono arrivato sulla scena del delitto press’a poco nell’ora in cui è stato commesso. Come vi sembrano questi alibi?

Doc Greene emise un grugnito, e disse: — Ne ho sentiti di meglio e non posso ricordare di averne sentiti di peggio. Sweeney, come esperto di psichiatria, non mi sembra che siate lo Squartatore, ma potrei anche sbagliare. Lo siete?

Sweeney si alzò. — Che sia dannato se ve lo dico, Doc. Nel piccolo e piacevole scambio di cortesie che esiste tra noi, questo è un grosso punto a mio favore. E lascerò che voi cerchiate. Nel caso che io lo sia, grazie dell’avviso per la rivoltella.

Uscì, ed era ormai sera. Il mal di testa era scomparso e si sentiva di nuovo quasi un normale essere umano.

Scese per Clark Street senza pensare a dove si dirigeva e, in fondo, senza pensare a nulla. Lasciava la sua mente sola, e la sua mente lasciava solo lui, cosicché si accordavano perfettamente. Si udì canticchiare e, prestando ascolto alla sua voce con attenzione, riconobbe la Danza ungherese di Brahms. Smise di ascoltarsi e si dedicò invece a esaminare le immagini che passavano nella sua mente, constatando che erano immagini bellissime. Iolanda che sedeva di fronte a lui al tavolo, come era stata poco prima; Demonio, il cane, accovacciato ai piedi di lei, con un piccolo e assurdo cerotto sulla testa, risultato del colpo abile del poliziotto che gli aveva sparato attraverso il vetro. Sweeney ammirò nella sua mente la perfetta mira del poliziotto così sentitamente, benché non nello stesso modo, quanto ammirava l’immagine apparsagli in seguito: il corpo meraviglioso di Iolanda, illuminato dal cono di luce della torcia elettrica.

Sospirò e poi sorrise. Non aveva mai pensato che una donna potesse essere così splendida e ancora non riusciva a crederci. Recandosi all’“El Madhouse” per incontrare Doc e Iolanda, quasi aveva temuto una delusione, perché, dopo tutto, era stato proprio ubriaco quando aveva scorto la scena quaranta ore prima. Se la donna fosse stata nella realtà diversa da come egli l’aveva vista, gli sarebbe dispiaciuto, ma la delusione non lo avrebbe sorpreso. Invece, ecco, era più affascinante di quanto ricordasse, soprattutto nel viso. E c’era di più: un’aria di mistero la circondava e quasi emanava da lei, quaranta ore prima, che egli aveva attribuito interamente alle particolari circostanze verificatesi nell’atrio. Invece era così: un mistero circondava la donna, e Iolanda aveva qualcos’altro oltre al più bel corpo che Sweeney avesse mai contemplato.

Pensò: “Diomede, hai ragione”. E sorrise, perché sapeva con assoluta chiarezza che Diomede aveva ragione. Se una cosa la volete davvero, la otterrete. Ed egli era sulla strada per ottenerla.

Se anche aveva nutrito dubbi prima dell’incontro con Doc Greene, ora non ne aveva più. Nel caso che Iolanda fosse stata una quarantenne, grassa (e non era né l’una né l’altra) si sarebbe rotto la testa a domandarsi perché lui e Greene si odiavano con tanta forza. Quell’uomo gli era ripugnante in un modo addirittura fisico.

Se solo avesse potuto provare che Doc era lo Squartatore…

Ma c’erano i due alibi. La polizia li aveva accettati o, almeno, Doc Greene aveva raccontato che la polizia si era occupata di lui e aveva accettato gli alibi. C’era però un elemento che egli stesso poteva controllare, e che avrebbe controllato subito.

Attraversò Lake Street, dirigendosi al Loop, da “Randolph”, dove si riunivano i colleghi del “Blade”.

In quel momento non era ancora giunto nessuno di loro e, nell’attesa, Sweeney ordinò un whisky e soda. Scorgendo al banco il gerente del locale, Burt Meaghan, gli domandò: — Credi che verrà qualcuno dei ragazzi, dopo il lavoro?

— Sarebbe un’eccezione se non venissero. Dove siete stato per tutto questo tempo, Sweeney?

— Qua e là. A bere. Non te l’ha detto nessuno?

— Sì, l’ho sentito dire, e vi ho visto qua due o tre volte, la prima settimana, ma ormai non vi vedevo da qualche giorno.

— Non ci hai perso molto. Burt, conosci Harry Yahn?

— Di fama, non di persona. Io non ho conoscenze in ambienti così altolocati. Ha messo su un locale poco lontano di qui, che dirige di persona. Ed è interessato in qualche altro.

— Sono rimasto un po’ fuori dell’ambiente — disse Sweeney. — Come si chiama il locale che dirige lui?

— Sulla facciata c’è scritto “Tit-tat-toe”, ma solo sulla facciata di fuori. Volete entrarci?

— Non importa, posso riconoscere Harry quando esce. Avevo solo perso le tracce della sua attività.

— Non c’è da molto tempo: un mese circa. Scusatemi, Sweeney.

Si allontanò verso l’estremità del banco per occuparsi di un altro cliente. Sweeney continuò a disegnare cerchi sul banco col fondo del bicchiere, domandandosi se fosse necessario parlare con Yahn. Sperava di no, perché scherzare con Yahn era come mettere le mani su una sega circolare. D’altronde, presto avrebbe avuto bisogno di soldi e doveva trovarli da qualche parte. Degli assegni pagati da Wally, gli restavano ancora circa centocinquanta dollari, ma non sarebbero serviti a molto con il piano che aveva in mente. Si voltò, sentendo una mano appoggiarglisi sulla spalla: era Wayne Horlick. Sweeney esclamò: — Proprio quello che volevo vedere! E poi si dice della fortuna degli irlandesi!

Horlick gli sorrise. — È una fortuna che ti costerà dieci dollari, Sweeney. Sono contento di vederti: vale i dieci dollari.

Sweeney sospirò. — Da quando?

— Dieci giorni fa. Qui. Non ti ricordi?

— Ma certo — mentì Sweeney, dandogli il denaro. — Un bicchierino come interesse?

— Perché no?

Sweeney ingollò l’ultimo sorso del bicchiere che aveva davanti e ne ordinò altri due. — Se ti interessa, ti volevo parlare perché lavori al caso dello Squartatore.

— Già. Negli ultimi giorni, però: dell’affare Brent, di due mesi fa, non so nulla. Ho cominciato dal secondo, di Stella Gaylord.

— Hai tracce o idee?

— Nessuna traccia, Sweeney. E se ne avessi una, la direi subito alla polizia, con gioia e rapidità. Lo Squartatore non è un tipo che vorrei incontrare, tranne che al di là di alcune solide sbarre, come lo metterebbe Bline, dopo averlo preso. Lo sai che c’è una squadra speciale della polizia, distaccata per questo lavoro e diretta dall’ispettore Bline?

— Me l’ha detto Carey. Credi che lo prenderanno?

— Di sicuro lo prenderanno, se continua a sfregiare belle signore. Ma non ci riusciranno se si ferma adesso. Dimmi un po’, sei riuscito a parlare con la Lang?

— Sì, un’ora fa. Perché?

Horlick rise. — Perché me lo immaginavo, dopo aver letto il tuo pezzo di cronaca. Scritto bene, vecchio. Faceva venire l’acquolina in bocca anche a me e da quel momento ho cercato di vederla per un’intervista, ma non ci sono riuscito. Però immaginavo che ci saresti riuscito tu.

— Perché? — domandò con curiosità Sweeney. — Non perché io ho provato, ma perché immaginavi che io sarei riuscito dove nessun altro ce l’ha fatta?

— Per l’articolo che hai scritto! Lontana da me l’idea di lodare quel che scrive un altro, Sweeney, ma era un piccolo capolavoro classico di giornalismo. E quel che conta di più, valeva diecimila dollari di pubblicità per la signora, al di sopra e al di là di ogni pubblicità che potesse farle l’essere stata colpita dallo Squartatore e l’averla scampata, unica e sola, fra le vittime. Doc Greene deve amarti come un fratello.

Sweeney rise. — Certo, come Caino amava Abele. Dimmi, Horlick, sui vari casi è venuto fuori qualcosa che i giornali non hanno pubblicato? Io ho letto tutto di Lola Brent e di Stella Gaylord, ma non sono arrivato ancora alla terza, alla Lee.

Horlick rifletté e poi scosse il capo. — Niente che io ricordi, o che valga la pena di essere notato. Perché? Ti interessa davvero? Oltre all’intervista che hai avuto? Perché quella non hai bisogno di spiegarmela.

Sweeney decise di attenersi alla bugia detta a Joe Carey. — Dovrei scriverci un giallo per un editore e il modo migliore per farlo è di avere tutto pronto in modo che, appena il caso viene risolto, io possa precipitarmi in velocità.

— È una buona idea, nel caso che riescano a risolvere il problema. E ci riusciranno se quello continua a squartare, perché non può aver sempre fortuna. Spero che Wally ti dia il caso, al posto mio: a me non piace. Vuoi che gliene parli?

— Ci pensa Carey, perciò è meglio che tu non lo faccia: Wally potrebbe insospettirsi se gliene parlaste troppo. Che cosa sai di Doc Greene?

— Perché? Vorresti attribuirlo a lui?

— Mi piacerebbe tanto. Anch’io gli voglio bene come a un fratello. Mi ha detto che la polizia ha avuto la stessa mia impressione, che lui aveva ottimi alibi per due dei delitti e che i poliziotti li hanno accettati. Ne sai qualcosa?

Horlick scosse di nuovo il capo. — Dev’essere stato per l’ultimo attacco dello Squartatore, contro Iolanda, naturalmente, in questi due giorni. No, Bline non mi ha accennato di aver indagato su Greene, ma credo, d’altronde, che abbiano indagato su chiunque fosse in qualche modo collegato con una delle quattro signore.

— Tu, personalmente, che impressione hai avuto di Greene?

— Mi dà i brividi, se è di questo che vuoi parlare.

— Esattamente di questo — disse Sweeney. — E perciò ti offro un altro bicchierino.

— Whisky.

— Bene, whisky per Horlick, Burt. Io questa volta rinuncio. — E rinunciò davvero, per quanto Horlick insistesse. Dopo mezz’ora si avviò verso casa.

Udendolo entrare, la signora Randall aprì la porta. — Signor Sweeney, un signore vuole vedervi. Siccome voleva aspettarvi, l’ho fatto entrare in salotto. Devo dirgli…

Un uomo piuttosto grosso avanzò dietro di lei, dicendo: — William Sweeney? Io mi chiamo Bline, ispettore Bline.

IX

Sweeney porse la mano e il poliziotto fece altrettanto, con scarso entusiasmo. Ma Sweeney finse di non notarlo. Disse anzi: — Volevo proprio incontrarmi con voi, capo, dato che ho sentito che vi occupate dello Squartatore. Volevo chiedervi qualcosa. Accomodatevi in camera mia.

Bline lo seguì per le scale, fino in camera, sedette nella sedia indicatagli da Sweeney, quella scricchiolante, che gemette sotto il suo peso.

Sweeney si accomodò sull’orlo del letto e, guardando il giradischi, disse: — Un po’ di musica, mentre parliamo, capo?

— Diavolo no, dobbiamo parlare, non cantare duetti. E spetta a me fare le domande, Sweeney.

— A che proposito?

— Potete già immaginarvelo. Per esempio, non credo che vi ricorderete dove vi trovavate nel pomeriggio dell’otto giugno, no?

— No, non lo ricordo. A meno che non fossi a lavorare. Ma anche in questo caso non saprei se mi trovavo a scrivere o se ero fuori per un servizio. Tranne che… forse, se ero a correggere le bozze delle ultime edizioni della sera e delle prime del mattino, potrei rintracciarle e ricordare quali mi sono passate sotto le mani.

— Non ve ne è passata nessuna: quel giorno non lavoravate. Ho già controllato al “Blade”.

— Allora tutto quel che posso dirvi è quel che ho probabilmente fatto, ma non sarà molto. Probabilmente ho dormito fino a mezzogiorno, ho passato la maggior parte del pomeriggio qui a leggere o ad ascoltare dischi, e probabilmente la sera sono uscito a bere qualcosa e a fare una partita. O forse sono andato al cinema o a un concerto. Quest’ultima parte potrei forse anche controllarla, ma non il pomeriggio, e credo che sia proprio il momento che vi interessa.

«Nessuna speranza nemmeno per la prossima domanda che state per farmi, capo. Il primo agosto. Sa Dio dove mi trovassi in quei due giorni, tranne la certezza che ero a Chicago. Che io sappia, nelle ultime due settimane non sono stato fuori città.»

Bline grugnì. Sweeney sorrise. — Soltanto, io non sono lo Squartatore. Vi garantisco che anche se non so dov’ero e che cosa facevo quando sono state uccise la Gaylord e la Lee, so di non aver ucciso la Brent, perché allora non ero ubriaco, per lo meno non tanto da non ricordare che cosa facessi. In nessun giorno di giugno. E so di non aver fatto il colpo contro Iolanda Lang, perché ricordo bene mercoledì sera: cominciavo a smaltire la sbornia ed era un vero inferno. Domandi a Dio.

— A chi?!

Sweeney aprì la bocca e la richiuse. Era inutile far portare il povero vecchio Diomede alla polizia, perché Diomede non era in grado di fornirgli un alibi per l’ora in cui Iolanda era stata colpita. Disse: — È un modo di dire, capo. Solo Dio potrebbe provare che cosa io facessi mercoledì notte. Ma fatevi coraggio, se lo Squartatore continua a squartare, forse per la prossima volta avrò un alibi sicuro.

— Sarà un grande aiuto.

— Nel frattempo, capo, e seriamente, perché siete venuto da me a chiedermi i miei alibi? È stato un uccellino a sussurrarvi una paroletta? O un certo Greene?

— Sweeney, sapete benissimo perché sono qua. Perché voi eravate davanti a quel maledetto portone nella notte di mercoledì. E probabilmente lo Squartatore era anche lui davanti a quel portone. Secondo le nostre supposizioni, aspettava alla porta del retro, poi è entrato e ha colpito la donna, mentre avanzava verso di lui. Ha sbagliato il colpo di pochi centimetri, e il cane gli è saltato addosso, così è dovuto scappare, chiudendo la porta senza la possibilità di un secondo tentativo. Che cosa può aver fatto dopo?

— Voi avete fatto la domanda — disse Sweeney. — Rispondete.

— Può essere uscito, naturalmente. Ma se ha seguito l’esempio di molti altri assassini pazzi, deve essere uscito sul marciapiede del retro ed essere venuto fin sul davanti della casa; quindi doveva trovarsi fra la gente raccolta all’ingresso, all’arrivo della polizia.

— E può darsi anche — aggiunse Sweeney — che abbia telefonato alla polizia dal bar all’angolo.

Bline scosse il capo. — No, abbiamo trovato chi ha fatto la chiamata. Un tale che era stato per ore al bar a chiacchierare con altri due. Uscì verso le due e mezzo e tornò indietro dopo pochi minuti, raccontando a quei due e al barista che in un atrio un po’ più giù stava succedendo qualcosa: c’era una donna per terra e un grosso cane che non permetteva a nessuno di aprire la porta ed entrare e che perciò gli sembrava bene telefonare alla polizia. Lo fece, poi lui e gli altri due andarono insieme sul posto e all’arrivo della pattuglia erano là. Ho parlato con tutti e tre, perché il barista ne conosceva uno e ci ha permesso di rintracciare gli altri. Secondo loro c’era una dozzina di persone davanti alla porta. Secondo voi è lo stesso?

— Quasi lo stesso. Certo non più di quindici.

— E i poliziotti, anche dopo aver riconosciuto la mano dello Squartatore, non hanno avuto abbastanza intelligenza da trattenere tutti. Dei dodici o quindici ne abbiamo individuato cinque. Se solo potessimo trovarli tutti…

— Chi era il quinto? — domandò Sweeney. — I tre che erano insieme, e io facciamo quattro. Chi altri?

— Uno che vive in quella casa. Dev’essere stato il primo a trovare la donna e il cane: tornava a casa e non è potuto entrare perché il cane gli saltava addosso ogni volta che cercava di aprire la porta. Altri passanti, vedendo quel che succedeva, si fermarono a guardare e quando arrivò il tizio del bar, quello che poi ci ha chiamato per telefono, si erano riunite sei o sette persone. Al suo ritorno insieme con i due amici, ce n’erano nove o dieci.

— Io probabilmente sono arrivato dopo — disse Sweeney — un minuto prima che giungesse la polizia. E, per rispondere alla vostra domanda, vi dirò che non ho notato nessuno tra la gente. Non sarei in grado di identificarne neppure uno. Tutto quel che ho notato è stato quanto c’era nell’atrio e l’arrivo dei poliziotti. Ma non identificherei nemmeno loro.

Bline rispose amaramente: — Non mi occorre che voi riconosciate i poliziotti, ma darei non so cosa per conoscere tutti quelli che erano là davanti. Invece di quei cinque, anzi quattro, che conosco.

— Non tenete conto di me?

— Non tengo conto di voi.

— Quali spiegazioni offre l’uomo che vive nella casa, quello che, secondo la sua versione, arrivò per primo sul posto?

— È piuttosto chiaro. Lavora di notte al “Giornale del Commercio” sulla Grand Avenue, è un tipografo. Ha segnato sull’orologio-controllo l’ora d’uscita, cioè l’una e tre quarti, e gli ci è voluto certamente tutto il tempo che ha detto per arrivare. Non avrebbe avuto il tempo di andare sul retro, aspettare e poi tornare davanti. Inoltre, ha solidi alibi per gli altri tre delitti, tutti alibi controllati da noi. — Aggrottò la fronte. — Così, dei cinque uomini che siamo riusciti a individuare nel gruppetto davanti alla porta, voi siete l’unico che non abbia un alibi. Comunque, qui c’è la vostra raccolta di lame.

Trasse di tasca una busta e la porse a Sweeney. Senza aprirla, Sweeney sentì con la mano che conteneva il temperino e il rasoio. Disse: — Potevate chiedermeli. Avevate un mandato di perquisizione?

Bline sogghignò. — Non volevamo avervi tra i piedi, mentre cercavamo e, quanto al mandato, ormai che cosa importa?

Di nuovo Sweeney aprì e richiuse la bocca. Sarebbe stato anche abbastanza matto da protestare, perché quella storia gli aveva fatto passare brutti momenti; d’altra parte, gli sarebbe stato utile, se non indispensabile, ottenere un aiuto amichevole da Bline, perché la polizia poteva fare ciò che a lui non era possibile.

Perciò, mitemente disse: — Potevate almeno lasciarmi un biglietto. Quando ho visto che mi mancavano quei due oggetti, ho pensato che lo Squartatore credesse che io fossi lo Squartatore. Ditemi, capo, che cosa sapete di quel Greene?

— Perché?

— Mi piace pensare che sia lui lo Squartatore, ecco tutto. Mi ha raccontato di avere alibi che voialtri avete controllato. È vero?

— Più o meno. Nessun alibi per la Brent, e quello per la Lee piuttosto insufficiente.

— Insufficiente? Credevo che si trovasse in tribunale con il giudice Goerring.

— I tempi non corrispondono al millesimo. Il suo alibi arriva sino alle quattro e dieci; la Lee è stata trovata morta verso le cinque, piuttosto dopo che prima. Il medico che l’ha vista alle cinque e mezzo ha dichiarato che doveva essere morta da un’ora circa, il che significa che è stata colpita verso le quattro e mezzo, venti minuti dopo che è finito l’alibi di Greene. In taxi, dal tribunale a casa di lei, potrebbe benissimo esserci andato lui.

— Quindi non ha alibi.

Bline ripeté: — Non a prova di bomba. Ma ci sono altri punti: lei lasciava il lavoro di solito alle cinque, mentre quel giorno è uscita alle due e tre quarti per andare a casa, perché stava male. Ammesso che Greene la conoscesse, e non c’è alcuna prova che fosse così, non poteva immaginare di trovarla a casa, precipitandovisi dal tribunale. Solo qualcuno che lavorava con lei poteva saperlo.

— O qualcuno che è andato all’ufficio o le ha telefonato.

— Vero. Ma Greene non ci è andato. E non avrebbe avuto il tempo di telefonarle, prima di correre da lei. — Bline corrugò la fronte. — Le probabilità diminuiscono.

— Credete? Supponiamo che Greene la conoscesse intimamente. Poteva avere un appuntamento a casa di lei dopo le cinque. La causa in tribunale finisce poco dopo le quattro e lui va ad aspettarla. Forse aveva anche la chiave ed è entrato ad attendere, pur non sapendo che sarebbe arrivata a casa prima perché stava male e che l’avrebbe trovata già là.

— Oh, è possibile, Sweeney. Vi ho detto che non era un alibi perfetto. Ma dovete ammettere che tutto questo non è molto probabile. Invece, è più che probabile che lo Squartatore l’abbia seguita fino a casa, vedendola per la prima volta in strada, quando è uscita dal lavoro. Nello stesso modo con cui probabilmente ha seguito Lola Brent dal negozio a casa. Non può essere stato ad aspettare la Brent fuori del negozio, per due motivi: primo, perché non poteva sapere che sarebbe stata licenziata in tronco e sarebbe andata a casa presto; secondo, perché lei viveva con un uomo, Sammy Cole, e non poteva essere sicuro di non incontrare proprio Sammy.

— Però — disse Sweeney — Lola non è stata ammazzata in casa, ma nel passaggio fra due palazzi. Certamente era stata seguita. E altrettanto è stato per Stella Gaylord, seguita fino all’imbocco del vicolo. Però lo Squartatore non ha usato sempre la stessa tecnica del pedinamento. La Lang non l’ha seguita a casa: l’aspettava fuori della porta.

— Lo avete proprio studiato questo caso, Sweeney?

— Perché no? È il mio lavoro.

— Per quel che so io, non vi è stato ancora affidato. O sbaglio?

Sweeney esaminò la possibilità di dare a bere a Bline la storiella del racconto giallo per una rivista e decise di non farlo, perché Bline avrebbe potuto chiedergli quale rivista e poi controllare.

— Non proprio, capo — rispose — ma mi è stato affidato l’ultimo scorcio del caso quando Wally Krieg mi ha incaricato di fare la cronaca della Lang. E per questo io mi ci sono immedesimato, pensando che quando tornerò al lavoro, lunedì, mi darà tutta la faccenda. Ho letto i resoconti dei giornali e mi sono posto alcuni problemi.

— Per vostro divertimento?

— Perché no? Mi interessava. Voi vi occupereste ancora della faccenda, anche se non ne foste più incaricato, no?

— Credo di sì — ammise Bline.

— E l’altro alibi di Greene, quello di New York? Come fila?

Bline sogghignò. — Siete proprio deciso a tirare Greene in mezzo al pasticcio?

— Voi lo avete conosciuto, capo?

— Certo.

— Questa è la ragione. Io lo conosco da un giorno e mezzo e ritengo che il fatto che viva ancora un uomo simile è un’ottima prova che io non sono lo Squartatore. Se lo fossi, sarebbe già morto.

Bline scoppiò in una risata. — Questo è un discorso a doppio taglio, Sweeney. Anche a Greene, a quanto pare, voi piacete come lui a voi. E anche voi siete ancora vivo. Ma, per tornare all’alibi di New York, noi lo abbiamo domandato alla polizia di laggiù, che lo ha controllato: Greene è stato effettivamente segnato all’albergo dal venticinque al trenta luglio, all’“Algonquin”.

Sweeney si chinò verso di lui. — È tutto qui il controllo? L’assassinio della Gaylord è stato il ventisette, e tra Chicago e New York ci sono in tutto quattro ore di aereo. Potrebbe essere partito di là la sera e aver fatto ritorno la mattina seguente.

Bline scosse le spalle. — Avremmo cercato ancora, se ve ne fosse stato motivo. Siate onesto, Sweeney: che cosa avete contro di lui, tranne che vi ispira antipatia? Anche a me, lo ammetto. Ma, a parte questo, conosce una sola delle donne aggredite: è già un alibi, per conto mio.

— Perché credete questo?

— Quando prenderemo lo Squartatore, scommetto che scopriremo che conosceva tutte le donne oppure che non ne conosceva nessuna. Gli assassini, anche quelli che sono pazzi, hanno questo sistema, Sweeney: non colpiscono tre ignote e una conosciuta, vi do la mia parola.

— E avete controllato…?

— Diavolo, certo che abbiamo controllato. Abbiamo fatto gli elenchi più completi possibile di tutti quelli che conoscevano tutte e quattro le vittime e abbiamo confrontato gli elenchi. Un solo nome è apparso su due liste e ciò è dovuto molto probabilmente a una coincidenza.

— Chi è?

— Raoul Reynarde, il padrone del negozio che ha scacciato la Brent il giorno dell’assassinio. È risultato che conosceva vagamente anche la Gaylord.

— Buon Dio, e come?

— Vedo che lo avete conosciuto — sogghignò Bline. — Ma perché non avrebbe dovuto aver contatti con la Gaylord? C’è un mucchio di gente che ha delle donne per amiche. Voi avete degli uomini per amici, no? Comunque, era una amicizia superficiale, a quanto è risultato sia dalle parole di Reynarde sia da quelle degli altri amici della Gaylord che sono stati interrogati.

— Ma allora poteva conoscere anche le altre due. Non è facile provare che non abbia incontrato…

— In uno dei casi, no, ma non possiamo interrogare Dorothy Lee. Abbiamo potuto solo fare domande ai suoi amici, e nessuno di loro aveva sentito nominare Reynarde. Potevamo, e lo abbiamo fatto, interrogare la ballerina: ma Iolanda Lang non ha riconosciuto né il nome, né la fotografia.

— Avete controllato anche gli alibi?

— Ottimi in due casi, specialmente quello della Brent. Non avrebbe potuto seguirla a casa, dopo averla licenziata, senza essere costretto a chiudere il negozio ed è invece evidente e provato che non lo chiuse.

Sweeney sospirò. — Allora cancelliamolo. Io propendo ancora per Doc Greene.

— Sweeney, siete un maniaco. Tutte le vostre ragioni sono che quell’uomo non vi piace. Ma non esiste altro punto a suo sfavore: abbiamo molti altri ben più sospetti di Greene.

— Volete alludere a me?

— Infatti, intendevo proprio voi. Vedete, non avete l’ombra di un alibi per nessuno degli omicidii. C’è il vostro estremo interessamento per tutta la faccenda e il fatto che voi siete psichicamente piuttosto sbilanciato, altrimenti non sareste un alcolizzato. E che, in uno dei quattro casi, vi abbiamo trovato sulla scena del delitto nell’ora del delitto stesso. Non sostengo che sia sufficiente per incriminarvi, però è più di quanto abbiamo raccolto su chiunque altro. Se voi non foste…

— Se non fossi?…

— Lasciamo andare.

— Capisco — rispose Sweeney — se non fossi un giornalista, volevate dire, probabilmente mi mettereste dentro e mi strappereste quel che so. Ma pensate che scriverò ancora sul caso e che non potreste trattenermi per molto tempo e, una volta fuori, le colonne del “Blade” farebbero un bel chiasso sull’ispettore di polizia incaricato del caso dello Squartatore.

Il sorriso di Bline fu piuttosto imbarazzato. — Immagino che sia quasi così Sweeney, ma dannazione, non potreste indicarmi qualche elemento per cancellarvi dalla lista dei sospetti e non farmi perdere tempo con voi? Ci deve pur essere modo di verificare dove eravate durante almeno uno degli assassinii.

Sweeney fece un gesto di diniego. — Vorrei che ci fosse, capo — disse, guardando l’orologio — ma ditemi voi quale. Io farò qualcosa di meglio: vi offrirò qualcosa da bere, all’“El Madhouse”. Il primo spettacolo comincia fra pochi minuti, alle dieci. Sapete che la ragazza stasera riprende a ballare?

— So tutto. Tranne il nome dello Squartatore. Stasera avevo già intenzione di andar là a dare un’occhiata. Andiamo pure.

Sulla soglia, voltandosi a spegnere la luce, Sweeney guardò la statuetta nera sulla radio, la sottile fanciulla nuda, dalle braccia tese a proteggersi contro un invisibile persecutore, mentre un silenzioso grido era raggelato per l’eternità sulle sue labbra. Le ammiccò e le inviò un bacio sulla punta delle dita, prima di girare l’interruttore e seguire Bline giù per le scale.

In Rush Street presero un taxi. Sweeney ordinò all’autista: — All’“El Madhouse” — poi si abbandonò sullo schienale per accendersi una sigaretta. Guardò Bline che, con gli occhi chiusi, si era sdraiato sul sedile, e gli disse: — Voi non pensate seriamente che io sia lo Squartatore, capo. Perché non vi abbandonereste così.

— Così come? — La voce di Bline suonava bassa e morbida. — Sorvegliavo le vostre mani e vi lasciavo credere di essere a occhi chiusi. Nella mia tasca destra c’è una rivoltella, puntata contro di voi, con la mano già pronta che la impugna. Potrei adoperarla più in fretta di quanto voi usereste il coltello, se accennaste a farlo.

Sweeney scoppiò a ridere.

E poi si domandò che cosa ci fosse di divertente.

X

L’“El Madhouse” era affollato e a Sweeney parve strano non averlo previsto. Con tutta la pubblicità che era stata fatta intorno a Iolanda Lang, Sweeney pensò che avrebbe dovuto immaginare la folla raccolta nel locale. Entrando, poté scorgere fermo alla porta interna il cameriere che allontanava i clienti. Sopra alle spalle del cameriere, vide che c’era un numero di tavoli maggiore del solito, addossati l’uno all’altro nel salone, e tutti erano affollati.

Un’orchestra di tre elementi, né buoni né cattivi, stava suonando in fondo al salone, e una donna con un sasso in gola cantava una complicata canzone che doveva essere il primo numero del programma. Dalla sala esterna, con il bar, era però impossibile scorgere il palcoscenico.

Sweeney grugnì disgustato, ma Bline lo prese sottobraccio e lo condusse verso un tavolo da cui si alzava in quel momento una coppia. Conquistarono le sedie e Bline disse: — Non abbiamo bisogno di entrare subito: lo spettacolo è appena cominciato e Iolanda non comparirà per altri quaranta minuti.

— Sa il diavolo come riusciremo ad arrivarci, là. A meno che… Iolanda stessa mi ha invitato a venire, e forse ha avuto più buon senso di me e mi avrà prenotato un tavolo. Vado a vedere; voi potete intanto tenermi il posto… — e fece il gesto di alzarsi.

— Sedetevi e state calmo — disse Bline — siete scortato dalla polizia e possiamo entrare là dentro quando vogliamo, anche se per noi dovessero mettere le sedie sopra i tavoli. Però non credo che lo dovranno fare; ho detto a uno dei ragazzi di riservarmi un posto e ci potremo aggiungere un’altra sedia per voi.

Afferrò al volo per un braccio un cameriere che passava, dicendo: — Mandami Nick, per favore, subito.

Il cameriere cercò di liberarsi. — Nick è occupato. Stiamo tutti diventando matti, stasera. Bisogna che voi…

La mano libera di Bline fece balenare per un attimo la piastrina d’argento dietro il bavero della giacca, mentre ripeteva: — Mandami Nick.

— Chi è Nick? — domandò Sweeney, mentre il cameriere svaniva tra la folla.

— È il gerente del locale, a nome di Yahn — sogghignò appena. — Non che io abbia proprio bisogno di vederlo, ma è l’unica maniera per ottenere da bere subito. Che cosa prendete?

— Whisky. Forse dovrò comperarmi anch’io una di quelle placche. È un buon sistema, se funziona sempre.

— Funziona — rispose Bline, e alzò gli occhi verso un uomo vivace e tarchiato che si avvicinava al tavolo. — Ehi, Nick. Tutto sotto controllo?

L’uomo tarchiato brontolò, in risposta: — Se non ci fossero tanti piedipiatti si starebbe meglio. Quattro poliziotti in sala portano già via posto abbastanza, e adesso arrivate anche voi!

— C’è anche Sweeney, Nick. Questo è Sweeney, del “Blade”, è venuto anche lui. Non puoi trovare una sedia in più anche per lui?

Nick sorrise e Sweeney a quel sorriso si aspettava che addirittura si fregasse le mani in segno di gioia. Invece si limitò a porgerne una a Sweene. — È tutto a vostra disposizione, signor Sweeney. Ho letto il vostro articolo. Ma ci è anche costato.

— Diavolo, e come?

— Greene. Ci sta facendo pagare bene l’importanza che ci dà la sua cliente. — Si volse ad afferrare al volo un cameriere, lo stesso che Bline aveva trattenuto poco prima. — Che cosa bevete, signori?

— Whisky e soda per tutti e due — disse Bline.

— Portane tre, Charlie, e in fretta — disse Nick al cameriere, poi aggiunse: — Un momento solo, vado a procurarmi una sedia. — Ne trovò una in qualche angolo e sedette al tavolo di Sweeney finché giunsero le bevande.

— E come fa Greene ad alzarvi i prezzi? Non ha un contratto la Lang? — domandò Sweeney.

— Certo che lo ha, per altre quattro settimane. Ma…

Sweeney lo interruppe brusco. — Greene mi ha detto per tre.

— Greene non dice la verità nemmeno per scommessa, anche quando non è necessario mentire, signor Sweeney. Se fossero state tre settimane, vi avrebbe detto quattro. Dunque, la ragazza ha il contratto fino al cinque settembre, ma c’è una clausola a parte.

— Come molti contratti — osservò Sweeney.

— Già. Secondo questa clausola, la Lang ha diritto a non lavorare se è ammalata o indisposta, e Greene ha ottenuto che uno dei medici dell’ospedale le rilasciasse un certificato secondo il quale per lo choc subito non dovrebbe lavorare per una o anche due settimane.

— Ma dovrebbe venir pagata nel periodo di interruzione?

— Certo no. Ma guardate quel che guadagnamo se lei lavora, guardate la gente che c’è stasera, ed è anche di quella che spende. Visto che Doc ci teneva per il collo, abbiamo dovuto offrire un extra enorme che le facesse dimenticare lo choc. Un extra… quel che Doc chiama un regaletto.

— Ma è in condizioni di ballare, stasera? — domandò Sweeney. — Perché ha veramente sofferto per lo choc, l’ho ben visto sulla sua faccia quando si è alzata nell’atrio.

— Non avete parlato della sua faccia, nel pezzo!

— Ma l’ho vista. Prima che il cane tirasse la cerniera del vestito. Di’, Nick, come mai sotto quel vestito non aveva neppure un paio di slip e un reggiseno? Non ho pensato di chiederlo prima, ma, a meno che la polizia non abbia cambiato le sue norme, avrebbe dovuto indossarli, per lo spettacolo.

— Non li aveva davvero? Credevo che voi aveste un poco esagerato per migliorare il pezzo.

— Dio m’aiuti se l’ho fatto — dichiarò Sweeney.

— Bene, può anche darsi. Noi qui abbiamo un bello spogliatoio con doccia, e mercoledì era una serata caldissima. È probabile che dopo l’ultimo spettacolo abbia fatto una doccia e non abbia voluto infilarsi nulla sotto il vestito per andare soltanto fino a casa a dormire. O qualcosa del genere.

— Se fosse stato qualcosa del genere, non sarebbe stata sola — notò Sweeney — ma qui usciamo dall’argomento. Non è un po’ presto perché ricominci a lavorare?

— No. Se anche ha avuto lo choc, le è passato con la notte di sonno. La graffiatura era proprio soltanto una graffiatura: ha un cerotto lungo sei pollici sopra la ferita, è quello che i clienti pagano per vedere. — Spinse indietro la sedia e si alzò. — Ora ho da fare. Volete entrare? C’è da aspettare ancora una mezz’ora, ma lo spettacolo non vi annoierà troppo.

La voce di un fantasista che raccontava spiritosaggini, giungeva dalla sala, e tanto Sweeney che Bline scossero il capo. — Quando vorremo entrare, vi chiameremo.

— Certamente, intanto vi manderò altre due bibite.

Se ne andò, riportando la sedia nel posto in cui l’aveva presa.

Sweeney domandò a Bline: — Iolanda fa un numero solo?

— Adesso sì. Prima del fattaccio ne faceva due. Un ballo vero e proprio come primo numero e poi il numero del cane. Ma Nick mi ha detto oggi pomeriggio che nell’accordo nuovo hanno deciso che farà solo il numero del cane in ogni spettacolo. Non che questo importi molto, perché avranno sempre una folla così a vederla, sia che faccia un numero o due. Arrivarono i loro bicchieri, e Bline, dopo aver contemplato il proprio per qualche istante, squadrò apertamente Sweeney. — Forse sono stato un po’ troppo rude con voi, stasera, Sweeney. In taxi, voglio dire.

— Sono stato contento che vi siate comportato così — rispose Sweeney.

— Perché? Così potrete attaccarmi sul “Blade” con la coscienza tranquilla?

— Non per questo. Per quanto ne so io, voi non meritate nessun attacco, per il modo con cui avete condotto l’inchiesta. Ma ora posso tenervi testa con la coscienza tranquilla.

Bline corrugò la fronte. — Non potete negare l’evidenza, Sweeney. Che cosa significa tenermi testa? — Si piegò in avanti, improvvisamente attento. — Avete forse notato qualcosa, ieri notte, in State Street, di cui non avete parlato nell’articolo? Avete riconosciuto forse qualcuno o avete visto qualcosa di sospetto? Se è così…

— No. Su questo ho detto la verità e nient’altro che la verità. Cioè, se occupandomi della faccenda e facendo i miei interrogatori e le mie ricerche ho messo le mani su qualcosa che voi non avete osservato, è affar mio. Almeno fino a quando io non abbia raccolto abbastanza da battervi nel risolvere il caso.

Bline disse: — Decidiamo subito e qui come stanno le cose. Mi date la vostra parola d’onore di rispondere sinceramente a una domanda?

— Se risponderò, sarà sinceramente. Purché la domanda non sia per caso se io sono lo Squartatore!

— No. Se lo siete, non posso aspettarmi una risposta sincera. Perciò vi pongo la domanda, supponendo che non lo siate. Ma, perdio, vi assicuro, Sweeney, che se non mi rispondete, “Blade” o non “Blade”, vi schiaffo dentro e vi faccio sputare tutto. E lo stesso succederà se mi raccontate una storia. Voi avete scoperto o presumete di scoprire chi sia lo Squartatore? Di vista o di nome, potete sospettare di qualcuno?

— No, con esattezza no. Tranne Doc Greene, e per lui non ho un briciolo di prove, se non che vorrei che fosse lui.

Bline si riappoggiò allo schienale della sedia, esclamando: — Allora, va bene. Ho tutto un gruppo di uomini alle mie dipendenze per questo lavoro e in più ho l’intero corpo di polizia pronto a dare una mano. Se voi avete trovato qualcosa che noi non abbiamo visto, è un vostro gioco. È facile che vi procuri un coltello nello stomaco, ma anche questo è affar vostro.

— Allora andiamo d’accordo, capo. E per queste parole amichevoli, specialmente riguardo al coltello, vi perdonerò di avermi sottratto rasoio e temperino, senza avvertirmi, e vi perdonerò di avermi fatto morire di spavento quando me ne sono accorto. Perché non mi avete lasciato un messaggio per spiegarmi la faccenda?

— Volevo vedere la vostra reazione, Sweeney. Se voi foste stato lo Squartatore, non trovandoli, vi sareste spaventato molto di più, avreste fatto un passo falso e vi avremmo preso. Sapete, Sweeney, ho deciso proprio che voi non siete lo Squartatore.

— Molto gentile da parte vostra, capo. Ma vi sfido a dirlo a tutti i vostri ragazzi. Perché, logicamente, sono stato seguito, finché pensavate che lo fossi.

— Oggi sì. Ieri non ci sono riusciti. Ma adesso credo che vi toglierò l’angelo custode, tanto più che ormai ne siete al corrente.

— Io vi suggerirei di passarlo a Doc Greene. Dite, non è stato per caso un discorsino di Doc a suggerirvi per la prima volta l’idea di sospettare me?

Bline sorrise. — Come vi volete bene voi due! E questa è già una risposta alla vostra domanda. Bene, ora che ne direste di entrare? Fra dieci minuti sarà il suo turno.

Trovarono Nick ed egli li guidò oltre il grosso cameriere che sorvegliava la porta. Mentre si facevano strada faticosamente negli stretti passaggi fra i tavoli, c’era di nuovo la cantante con il sasso in gola che sillabava la sua canzone. Non c’erano tavoli da tête-à-tête, pensò Sweeney, in una serata simile: ogni tavolo aveva almeno quattro persone, tranne quelli dove ce n’erano cinque o sei.

Avevano appena cominciato ad attraversare la sala, che Sweeney si sentì afferrare per un braccio e, volgendosi, vide Bline piegarsi verso di lui, per dirgli a bassa voce, in modo che lui solo potesse udirlo: — Ho dimenticato di dirvi, Sweeney, di tenere gli occhi ben aperti qui dentro. Guardate tutte le facce e vedete se c’è qualcuno che ricordate di aver incontrato al portone in State Street. Capito?

Sweeney annuì. Poi riprese a seguire Nick, ma intento a scrutare il maggior numero possibile di facce lungo il percorso. Non che credesse di poter riconoscere una qualunque persona che avesse assistito insieme con lui allo spettacolo del mercoledì notte: tutto quel che aveva scorto fuori dell’atrio erano state delle schiene. Ma provare non nuoceva, e la supposizione di Bline, che lo Squartatore potesse essere venuto sul davanti della casa per unirsi all’altra gente, appariva ragionevole. E altrettanto gli sembrava ammissibile l’ipotesi che lo Squartatore fosse in quel momento in sala.

Nick li condusse a un tavolo dove erano già seduti tre uomini: c’era una sedia vuota, appoggiata a un angolo del tavolo. Disse: — Vi manderò un cameriere con un’altra sedia, potete stringervi un poco. Lo stesso da bere, voi due?

Bline accettò, dicendo: — Sedete, Sweeney. Voglio parlare a qualcuno dei ragazzi, prima di mettermi a posto.

Sweeney prese la sedia e osservò i suoi tre compagni, tutti intenti alla cantante e indifferenti alla sua presenza. Uno di loro gli era quasi familiare, ma gli altri erano sconosciuti. Guardò la cantante: non era spiacevole da vedere, ma avrebbe preferito non doverla anche ascoltare.

Prima che Bline tornasse, arrivarono la sedia e i liquori. Sweeney si scostò per fare posto al capo e Bline lo presentò agli altri tre. — Sweeney… Ross, Guerney, Swann. Novità, ragazzi?

Il giovanotto chiamato Swann rispose: — Quel tizio al tavolo d’angolo si è un po’ agitato, lo tengo d’occhio: è quello con il garofano all’occhiello. Ma forse è soltanto ubriaco.

Bline gettò un’occhiata nella direzione indicata, poi disse: — Non credo. Lo Squartatore non richiamerebbe l’attenzione su di sé vestendosi a quel modo e col fiore, per di più! Né penso che lo Squartatore vada in giro sbronzo.

— Grazie per questa opinione — intervenne Sweeney.

Bline si rivolse a lui. — Visto qualcuno che potrebbe essere stato al portone quella notte?

— Solamente il giovanotto davanti a me, che mi avete presentato come Guerney. Non era uno dei poliziotti intervenuti là?

Udendo il proprio nome, Guerney si era voltato. — Sì. Sono stato io a sparare al cane.

— Bel colpo — osservò Sweeney.

Bline disse: — Guerney è uno dei migliori tiratori del dipartimento. E anche il suo compagno, Kravich, che è al bar a guardare la gente che entra ed esce.

— Non l’ho notato.

— Ma lui ha notato voi. Quando siete entrato, l’ho visto scattare nella vostra direzione, poi, accorgendosi che io vi accompagnavo, si è fermato. Ero sicuro che non ve ne foste accorto.

— No, e ora silenzio… — pregò Sweeney. L’annunciatore era apparso sul palcoscenico (erano riusciti a ottenere un palcoscenico, per quanto piccolo, profondo otto piedi e largo dodici), per presentare in qualche maniera Iolanda Lang e la sua danza, ormai di fama mondiale, della «Bella e la Bestia».

Il discorsetto non meritava per la verità molta attenzione: l’annunciatore aveva rinunciato al suo spirito ironico ed era pateticamente idiota, pensò Sweeney. Cercò di non ascoltare l’orazione sul coraggio della brava, forte, piccola donna che si era alzata dal suo letto di dolore per obbedire al richiamo dell’arte e al desiderio del suo pubblico, per rivivere dinanzi a esso la più sensazionale e meravigliosa danza del mondo, con l’aiuto del cane più meravigliosamente istruito del mondo, il cane che era anche il più coraggioso, che aveva coraggiosamente salvato la vita della padrona, rischiando la propria, ed era anche stato colpito, ma coraggiosamente aveva… Sweeney non poté sopportare il seguito e disse a Bline: — Chi crede di presentare quell’imbecille? Giovanna d’Arco?

Bline sussurrò: — Ssst… — e Sweeney dovette prestare ascolto per altri quarantacinque secondi, poi, grazie al cielo, la storia finì: nulla può durare in eterno, nemmeno un presentatore con un’incredibile capacità drammatica. Le luci si abbassarono e la sala divenne silenziosa. Miracolosamente quieta come se le duecento persone trattenessero tutte il respiro. Avreste potuto udire distintamente lo scatto dell’interruttore, quando il riflettore si accese in fondo alla scala, proiettando sul palcoscenico un cerchio vivo di luce gialla. Tutti gli sguardi erano fissi su quel cerchio, a sinistra del palcoscenico. Un tamburo cominciò a battere in sordina e il suo ritmo costrinse Sweeney a rivolgere l’attenzione al trio orchestrale: non c’era più. Cioè, due terzi del trio erano scomparsi, il pianista e il sassofonista. Il batterista aveva abbandonato tutti i suoi strumenti e sedeva davanti a un solo grande tamburo, dal suono basso, con due bacchette dalle grosse teste imbottite.

“Bello” pensò Sweeney e si domandò se il merito di quell’innovazione andasse a Iolanda o al suo agente. Era un ritmo ossessivo, senza musica, poiché neppure il più rumoroso dei batteristi riuscirebbe a creare una melodia, con delle bacchette imbottite, fuori della portata dei suoi timpani e campanelli e piatti vari.

Il tamburo rimbombava con un lento crescendo, e la luce si oscurò del tutto: nell’oscurità avreste potuto cogliere l’ombra di un movimento, poi d’improvviso il cerchio giallo si riaccese luminoso, e Iolanda ne era al centro, immobile.

Era splendida, su ciò non esisteva possibilità di dubbio. L’immagine che Sweeney aveva conservato nella sua mente non era neppure vagamente esagerata. In quell’attimo pensò che Iolanda era la donna più bella che avesse mai visto e dal sospiro collettivo del pubblico comprese di non essere il solo a provare quella sensazione. Ma che cosa faceva, rifletté, una donna simile in un locale come quello, nella Clark Street di Chicago? Anche se non fosse stata capace di ballare…

Indossava un abito uguale a quello che l’aveva coperta nell’atrio, tranne che questa volta era nero e non bianco. Era anche meglio, notò Sweeney, nel contrasto di nero e bianco. Non aveva spalline e modellava carezzevole ogni curva del suo corpo.

Era a piedi nudi e l’abito era palesemente l’unico indumento che la copriva. Non portava né guanti, né bolero, né sciarpe, non vi era un passaggio graduale dal nero al bianco, alle spalle: sembrava che un lampo si sprigionasse, dall’abito alla carne.

Il tamburo batteva sempre.

L’avreste creduta una statua, e poi, tanto lenta che all’inizio non lo si notava, prese a muoversi, volgendo soltanto la testa.

E i vostri occhi dovevano seguire i suoi: allora vedevate anche voi, come lei, l’ombra accovacciata all’altro lato del palcoscenico: Demonio, il cane. Ma in quel momento non aveva più nulla del cane, era solo un demonio. Stava rannicchiato, le labbra tirate indietro in un silenzioso balenare di denti candidi, gli occhi gialli lucenti nell’ombra.

Il tamburo si abbassò fino a non udirsi quasi più. E in quel silenzio quasi assoluto, il cane ringhiò forte: fu lo stesso, preciso suono che Sweeney aveva udito due notti prima, che gli dava un brivido per la schiena e che glielo diede anche in quel momento.

Ancora mezzo accucciato, l’animale alzò una zampa rigida verso la donna, ringhiò di nuovo e si preparò a saltare.

Un improvviso movimento al tavolo costrinse Sweeney a distogliere lo sguardo dalla scena: nel medesimo istante la mano di Bline afferrava attraverso il tavolo il braccio di Guerney. Il poliziotto impugnava la rivoltella.

Bline mormorò rudemente: — Maledetto idiota, fa parte della scena. È istruito apposta per far così, non vuol farle del male.

Guerney bisbigliò in risposta: — Tanto per esser pronto. Nel caso che le saltasse addosso. Lo prenderei prima che le arrivasse alla gola.

— Metti giù quell’arnese, dannato imbecille, o ti butto fuori.

La rivoltella tornò lentamente nella fondina, ma Sweeney si avvide che la mano di Guerney restava appoggiata all’impugnatura.

Bline insisté. — Non fare il franco tiratore! Il cane le salta addosso perché è così nella scena, perdio!

La mano di Guerney uscì dalla giacca, ma rimase accanto al bavero. Gli occhi di Sweeney si volsero di nuovo alla scena, mentre un singhiozzo risuonava nel silenzio del pubblico. Era una donna al tavolo vicino al palco, che aveva emesso un grido strozzato.

Il cane spiccò un balzo. Ma anche la donna si era mossa di fianco e la bestia le passò accanto, una saetta scura, e si accovacciò di nuovo per ritentare il salto, mentre lei si riportava al centro della scena. Di nuovo, quando l’animale scattò, non c’era più. Sweeney si domandò se avrebbe continuato all’infinito così, ma non continuò: era l’ultima volta. Il cane, come se si fosse persuaso che non sarebbe riuscito a coglierla, si era accucciato in mezzo al palco, mentre lei gli danzava intorno, e la seguiva con lo sguardo.

La ragazza sapeva ballare; bene, se non magnificamente, e con grazia, seppure senz’anima. Il cane, senza più ringhii, si girava per non perderla di vista, coi suoi occhi gialli. Allora, presso la Bestia ormai domata, la Bella si inginocchiò e gli pose una mano sul capo: un ringhio ancora, ma la carezza fu tollerata.

Il tamburo riprese, a ritmo accelerato. E Iolanda si alzò con eleganza in piedi di fronte al pubblico, in mezzo al cerchio di luce gialla che già accennava ad abbassarsi, gradatamente, mentre il cane si alzava dietro di lei. Si sollevò sulle zampe posteriori, alto come lei, e mentre ricadeva a terra, i denti afferrarono il fermaglio della cerniera e tirarono.

L’abito nero cadde, all’improvviso, come quello bianco, ai suoi piedi.

Era incredibilmente bella, pensò Sweeney, benché fosse troppo coperta. Troppo coperta sul petto da una lievissima rete trasparente, a maglie larghe, diafana come l’aria, che sembrava accentuare invece che coprire la bellezza dei suoi seni; troppo coperta da un minuscolo cache-sex, che nella luce bassa poteva anche non esserci e alla cui esistenza si doveva credere per fiducia nella serietà della squadra del buon costume di Chicago; troppo coperta da un altro oggetto: un nastro adesivo nero di quindici centimetri, che si stendeva dall’ombelico al seno. E il contrasto di quel nero sul bianco accentuava la sua nudità, mostrandola ancora più nuda di quanto Sweeney l’aveva contemplata due notti prima.

Il tambureggiare pian piano si abbassò. Iolanda alzò le braccia, stendendo nel gesto i seni, e allargò le gambe; il cane entrò sotto quell’arco e rimase così, con la donna a cavalcioni sul dorso, e la sua testa si alzò per sfidare chiunque ad avvicinarsi a quella che era ormai sotto la sua protezione.

— Cerbero che sorveglia l’ingresso del paradiso — bisbigliò Sweeney a Bline.

— Che? — replicò Bline.

Il suono del tamburo andò ancora abbassandosi e la luce diminuì fino a scomparire. Quando si riaccesero le lampade in sala, il palcoscenico era vuoto.

All’improvviso riapparire delle luci, tutti balzarono in piedi: il pubblico applaudiva frenetico, ma Iolanda non riapparve, nemmeno una volta.

Superando il chiasso, Bline domandò a Sweeney: — Che cosa ve ne pare?

— Del ballo o di lei?

— Del ballo.

— È probabile che sia un simbolo, ma simbolo di che cosa, lo sa il diavolo! Credo che nemmeno il coreografo lo sapesse. Se pure c’è stato un coreografo. Secondo me, è una creazione di Doc Greene. È abbastanza intelligente e abbastanza di gusto… col suo temperamento italiano.

— Greene non è italiano — ribatté Bline. — Piuttosto penso che sia tedesco.

Sweeney si risparmiò la risposta perché Guerney si era voltato e Bline lo guardava minacciosamente. — Pezzo di cretino, per poco non ti toglievo la pistola per farti andare in giro senza…

Guerney arrossì. — Non avrei sparato, capo, se non…

— Se il cane non le fosse saltato addosso. E lo ha fatto, per due volte. Buon Dio, ma sarebbe stato un disastro, per noi!

Sweeney provò un certo dispiacere per il poliziotto e disse: — Se avessi sparato a quel cane, Guerney, ti avrei difeso!

Bline replicò: — E gli avreste fatto un gran bene!

La comparsa di Nick al loro tavolo risparmiò a Guerney ulteriori frecciate.

— Ancora qualcosa da bere, signori? — disse Nick. — Vi è piaciuto lo spettacolo? Certo che quel cane lo ha ammaestrato bene, no?

Sweeney osservò: — Certo che mantiene in simili circostanze un sangue freddo che io non saprei mantenere!

— Neanch’io — disse Guerney e accennò un principio di sorriso, ma, cogliendo uno sguardo di Bline, comprese di essere ancora in disgrazia. — Voglio dire che vorrei vedere chiunque… cioè, credo che saprei mantenerlo… Scusatemi. — E filò via in mezzo ai tavoli.

Nick si accomodò sulla sedia rimasta libera, annunciando: — Mi fermo un minuto finché torna. Avete osservato qualcosa di interessante durante lo spettacolo, capo?

Sweeney intervenne. — Tutto quello che non era coperto. Sapete, qualche volta penso che mi piacerebbe anche vederla senza nulla addosso.

Nick lo fissò. — Credevo, secondo il vostro articolo…

Sweeney scosse il capo con malinconia. — Guanti. Portava dei lunghi guanti, bianchi.

Bline brontolò: — Questo ragazzo è un maniaco, Nick. Cosa intendevi dire, domandandomi se avevo osservato qualcosa durante lo spettacolo?

Nick si chinò in avanti. — Solo questo: nel momento in cui la ragazza è ferma, davanti al pubblico, in mezzo al palco, mentre la luce si abbassa. Vedete, io non posso correre rischi cambiando lo spettacolo (non che importi, perché avrei la folla così, anche per sentir cantare Annie Laurie) ma sono preoccupato. Non vorrei che la ammazzassero, perché se lo Squartatore venisse qua, quello sarebbe il momento buono.

— Forse, ma in che modo?

— La sala è al buio, quasi per tutto il tempo. E se gli saltasse in mente di tirare fuori il suo rasoio, sarebbe difficile scoprire da dove è arrivato.

Bline restò pensieroso per qualche minuto, poi fece segno di no. — Mi sembra molto improbabile, Nick. A meno che non si tratti di un lanciatore di coltelli, gli occorrerebbero mesi per far pratica. E non credo che userebbe una rivoltella: quelli come lui si fermano su un’arma sola e su un solo modo di impiegarla. Non credo nemmeno che la ucciderebbe in pubblico, comunque. Secondo me, il pericolo vero è nel tempo che impiega per andare da qui a casa sua, o da casa a qui. E di questo ci stiamo già occupando.

— Per quanto tempo continuerete?

— Fino a che avremo preso lo Squartatore, Nick. In ogni caso, senz’altro finché lavorerà qui dentro. Perciò tu puoi stare tranquillo.

— Avete messo qualcuno a perquisire il suo appartamento, prima che ci entri lei?

Bline si seccò. — Senti, Nick, non vado a raccontare a nessuno quali precauzioni prendiamo e non prendiamo. Specialmente con un giornalista vicino che lo andrebbe a scrivere subito sul giornale, finendo col mettere in guardia l’assassino.