L’ONOREVOLE


ACHILLE BIZZONI

L’ONOREVOLE

VOLUME UNICO

MILANO
SOCIETÀ EDITRICE SONZOGNO
14 — Via Pasquirolo — 14
1896.


Proprietà letteraria riservata

Milano. — Tip. della Società Editrice Sonzogno.



[INDICE]


L’ONOREVOLE

CAPITOLO I. Partenza!

Lo stridìo acuto, irritante, dell’avvisatore elettrico della stazione di Miralto annunziava imminente l’arrivo del diretto Milano-Roma, partito in ritardo di venticinque minuti, ritardo annunziato alla folla dei convenuti dal lungo sottoprefetto, al quale, colla dovuta ossequiosa deferenza, aveva riferito il capo stazione, che, deplorando vivamente la cronica inesattezza del servizio ferroviario, gli mostrò il telegramma del collega della stazione vicina.

La folla, pigiata sotto l’angusta tettoja, era divenuta silenziosa; ma al segnale stridente, come elettrizzata anch’essa, si rianimò. Scoppiarono grida unanimi: «Viva il nostro deputato! Viva il deputato di Miralto!»

Le bandiere delle associazioni politiche ed operaje si agitarono, galvanizzate esse pure dallo scampanellìo elettrico, la banda intonò (per modo di dire, perchè era maledettamente stonata) intonò per la centesima volta la marcia reale, e gli intimi del neo-eletto, i grandi elettori, le autorità, distinte nella confusione dal burocratico cappello a tuba, fecero ressa intorno all’onorevole, del quale ognuno si sentiva con compiacenza autore... protettore, in certo modo padrone. Non era la loro creatura?

Era tempo che l’entusiasmo riprendesse, perchè durante l’attesa, prolungata per il ritardo del treno, attesa di pochi minuti che parve un secolo, come un’atmosfera di ghiaccio erasi addensata su quella folla. Gli entusiasmi stancano, come ogni altra sovraeccitazione... Da tre giorni il popolo felice di Miralto non aveva fatto che entusiasmarsi, attingendo lena nelle osterie, le quali mai più, dall’ultima elezione, avevano avuto sì numerosi ed assetati clienti... E poi la giornata era sì funereamente triste! Non un raggio di sole per diradare il fitto nebbione novembrino... Il sole giova anche a riscaldare gli entusiasmi politici delle folle.

Il giovane deputato era soffocato dalla ressa; gli augurî, le felicitazioni, le strette di mano, le acclamazioni si incrociavano, si sovrapponevano, si confondevano fra il baccano infernale degli evviva e gli squilli stentorei degli ottoni, nei quali i bandisti, in costume da ussaro, con ardore degno di meno diabolica esecuzione, soffiavano accanitamente furibondi, rossi e paffuti come Eolo scatenante la tempesta. Tra gli evviva, le stonature strazianti, le felicitazioni, gli augurî, gli addìi, distinto lo stridìo insistente, irritante, del campanello elettrico, fra la folla distinto il lungo sottoprefetto trionfante, la cui statura arborea pareva accresciuta dall’alta tuba torreggiante.

Quasi tutta Miralto era accorsa alla stazione; fra gli intervenuti molti elettori avversarî, adoratori del successo, passati per la maggiore; pochi ritrosi eran rimasti alle loro case, sì che all’entusiasmo dei vincitori si mischiava quello dei vinti... miracolo non nuovo!

All’allegrezza universale non partecipava con eguale slancio il gruppo delle signore, mogli, figlie delle principali notabilità del collegio.

L’avreste detto un gruppo di Maddalene confortatrici di una sconsolata Maria. Mesto contrasto alla gioja universale, Adele Sicuri, la giovine sposa al deputato, non sapeva nascondere il dolore per la partenza del suo Giuliano, la prima separazione nei tre anni di matrimonio; non sapeva dissimulare i tristi presentimenti, irragionevoli, infondati, ne conveniva, ma più forti della ragione e della volontà, e la gazzarra, il baccanale politico celebrati in di lui onore, le parevano insulto.

La ridente luna di miele, allietata da un bimbo, pegno desiderato e adorato del più sereno degli amori, era violentemente turbata da due terribili rivali: la Politica, e l’Ambizione. Oh, gli orrori dell’accanita lotta elettorale! Quanti insulti, quante calunnie rovesciate sul capo del suo Giuliano, quanto fango rimestato e schizzato infino a lei, dal giornale avversario! Gli affissi insultanti e calunniatori, e lettere anonime... ricatti... E i terrori per dimostrazioni ostili o favorevoli... E ancor più doloroso, il mutamento di contegno di Giuliano, che da quindici giorni la lasciava negletta, irritandosi fino al furore ad ogni objezione di lei, supplicante in ginocchio l’abbandono della fatale candidatura.

Certamente essa aveva torto di contrariarlo con tanta ostinazione, lo ammetteva; d’altronde, non era una nuova prova d’amore? Non eran prove d’amore le lacrime che nell’ora triste degli addii non sapeva rattenere?

Giuliano l’aveva brutalmente accusata di egoismo, rimproverandola di frapporsi ostacolo alla sua carriera. Essa ne conveniva:

— Se l’amore è egoismo, sì, io sono la più egoista delle donne, perchè ti amo! Ti amo e ti voglio assolutamente mio e con me, sempre!

Quel mattino, rattristato anch’egli all’idea del distacco, era stato amorevole, ma, al momento di salire in carrozza per recarsi alla stazione, avvedendosi che Adele, a muta protesta, si era vestita a bruno, si indignò.

— Sei una sciocca od una pazza!

Quelle le ultime parole che le aveva rivolte, ed essa non voleva lasciarlo partire così, senza un’affermazione d’affetto, senza una completa riconciliazione, senza la promessa di un pronto ritorno. Come fendere la ressa che lo asserragliava? Come dirgli, davanti a tanti importuni, ciò che le traboccava dal cuore?

Pazza davvero, in quel momento, pazza di dolore, non rendevasi conto di ciò che avveniva intorno a lei, e fra il baccano dei dimostranti non udiva che lo stridere dell’avvisatore elettrico annunziante imminente l’arrivo del treno, imminente la partenza di Giuliano. Agonia dolorosa quanto quella del condannato a morte negli ultimi istanti della fatale toletta.

Lo squillo della cornetta del cantoniere, nel frastuono inavvertito da tutti, giunse distinto all’orecchio di Adele col lontano ruggito della locomotiva sbuffante. Si decise, ruppe la folla e si slanciò nelle braccia di Giuliano, commosso e non poco imbarazzato alla pubblica espansione di amore conjugale.

Non disse parola, chè i singhiozzi la soffocavano, e lui, a sua volta, ebbe una lacrima. Egli pure l’amava, egli pure nel momento degli addii, si sentiva infinitamente triste, invaso dal rimpianto delle interrotte dolci abitudini casalinghe fra i sorrisi del bimbo e l’amore infinito della sua Adele; punto da rimorso pel dolore che le cagionava, come da un senso di terrore, inspiratogli dall’ignoto della nuova esistenza ch’egli stava per affrontare. Non si erano ancor scambiata una parola, allorchè il diretto entrò in stazione con fragore d’uragano, trascinato dalla potente locomotiva dal pennacchio di fumo al vento, mastodonte d’acciajo dal barrito spaventoso, avvolta in una nuvola di vapore ruggente dalle valvole forzate.

I bandisti, vestiti da ussari, soffiarono con nuova lena negli ottoni stonati, gli evviva ripresero, dominanti il fracasso degli sportelli violentemente aperti e rinchiusi, il martellare dei guardafreni sulle ruote metalliche, sonore come campane. Chiasso disarmonico di ferramenta, di urla umane, che parevano bestiali, di squilli di trombe e tromboni, dominato dalla ruggente respirazione della locomotiva avvolta in nembi di incandescente vapore.

Era l’istante dell’addio supremo. Tre, tre soli minuti di fermata!... Partenza! Partenza! In treno!

Giuliano, riabbracciata la sposa, scambiate le promesse colle calde, supplicanti raccomandazioni di lei, baciatala un’ultima volta con affetto infinito, salì nel riservato, per la cortese previdenza del lungo sottoprefetto, destinatogli. Il conduttore chiuse brutalmente la portiera, il colpo secco ripercosse dolorosamente nel cuore di Adele, che si sentiva svenire. Alcuni rintocchi di campana, il fischio del conduttore, lo squillo della cornetta, l’ululato della locomotiva... Partenza! E il treno si mosse fragoroso come il carro di Giove; si mosse e sparì rapido, quasi visione.

Un sogno! Un triste sogno!

***

La stazione divenne come per incanto silenziosa, la folla ammutolita si dileguò lentamente, il disarmonico plotone di ussari si sciolse, le bandiere arrotolate, malinconicamente riposte nelle fodere di tela cerata, rincasarono ognuna per vie diverse, quasi vergognose.

La contessa Adele stava tuttavia sulla piattaforma, sventolando il candido fazzoletto, ultimo saluto al suo Giuliano, già troppo lungi per avvertirlo, per poter rispondere.

Il treno scomparso, sprofondato nella fitta nebbia che avvolgeva ogni cosa, sorretta dall’amica Stella Gabelli, la contessa Adele, come instupidita, lo sguardo intento, rimaneva immobile, muta.

Le signore le si fecero d’attorno consolatrici; Adele le ringraziò gentile, con sorriso infinitamente mesto, ed accettato il braccio lungo dello sperticato e galante sottoprefetto, si avviò verso il piazzale della stazione, ove l’attendeva la carrozza. E il sottoprefetto a mo’ di conforto e di incoraggiamento:

— Si faccia animo, signora contessa. La separazione non durerà più di un mese. La Camera si prorogherà per le ferie di Natale... Si faccia coraggio, ne faremo presto un piccolo sottosegretario di Stato... E poi, chissà, soggiunse sorridente, col tempo, fors’anche un ministro. La stoffa c’è del ministro, e nel nécessaire d’ogni moglie di eccellenza vi è un diploma di collaressa dell’Annunziata... Col tempo, vedrà!...

Adele, ben poco lusingata dai lieti augurî, ringraziò e salì in carrozza colla sua amica, scambiando un saluto ed un ringraziamento banale, di convenienza col galante e lungo rappresentante del governo.

— La scioccherella! pensò il sottoprefetto, quando la carrozza fu lontana.

— La grulla! aveva susurrato la maggioranza delle dame e damigelle intervenute alla stazione. Invece di essere felice... E poi, si rappresentano in pubblico tali scene? C’era da credere che il conte Giuliano si avviasse al supplizio!

— Tutte moìne... aveva ripreso qualcuna.

— Chi ti accarezza più che non suole... con quel che segue, mormorò la matura sottoprefettessa nell’orecchio del segretario di suo marito. Troppe lacrime, per essere sincere.

— Per altro, rispose l’elegante e giovane burocratico, la contessa era pur bella stamattina! Il nero le si adatta a meraviglia, il pallore l’assomigliava ad una Madonna, ad una Madonna veramente bella. Perchè ve ne sono anche di brutte, vi sono tanti pittori di pessimo gusto! I capelli biondi, l’aureola!

— Quali entusiasmi, signor segretario!

— Ammirazioni! Ammirazioni! Non entusiasmi. La bellezza della contessa è modesta nel suo splendore mistico. Non colpisce, ma si rivela a poco a poco, come se, circonfusa da veli, ogni giorno se ne togliesse uno. Non si può imaginare nulla di più perfettamente bello, ad onta del contrasto bizzarro, fra l’austerità severa dello sguardo profondo e la gentilezza, fin troppo infantile, de’ lineamenti.

— E non è entusiasmo, la sua ammirazione espressa con tanto calore?

— Ammirazione, le dico, pura e semplice ammirazione. Ella sa che, se sono segretario di terza classe, non fu per elezione mia. Dovevo essere un Tiziano, un Tintoretto, un Giulio Romano, un Raffaello qualunque, da strapazzo, s’intende, ed invece non sarò che un Codronchi, un Municchi, un Calenda... se pure la saprò durare fra gli scarabocchî. Così volle lo zio. Tra la fame, tirocinio dell’arte, e l’assegno mensile dello zio, mi sono arreso vilmente, vilmente prostituito. Ma, a dispetto dell’ufficio, l’ammirazione del bello mi è rimasta. I puttini pensosi della Madonna di Dresda di Raffaello sono meno ammirabili della testina bionda della contessa, tutta innocenza, sorridente nei lineamenti, con tanta malinconìa da predestinata nello sguardo. Si direbbe che, come gli angioli di Raffaello, legga nell’avvenire i giorni tristi della passione... La settimana santa, il Calvario, la croce. Le assicuro, signora, che se fossi il conte Giuliano, se avessi le sue sessantamila lire di rendita e un tesoro come la contessa Adele, aspetterei per darmi alla politica i sessant’anni sonati... molto sonati...

— Se tutti la pensassero come lei, che cioè fra l’amore e la politica vi sia incompatibilità, la Camera sarebbe un Senato elettivo.

— No, un Parlamento di scapoli e di male ammogliati. Del resto, le contesse Sicuri sono tanto rare e così scarsi i fortunati come il conte Giuliano, che i candidati al Parlamento sarebbero sempre troppi anche fra i soli ammogliati.

— Le saranno soltanto ammirazioni, signor segretario; ma, ammirazioni entusiastiche. Del resto, soggiunse la sottoprefettessa, mi pare che ella esageri decantando la beltà modesta della contessa Adele. Modestia apparente; la civetteria si rivela fin nella scelta delle amiche. Certe cose non sfuggono a noi donne. Bionda, predilige la signorina Gabelli, perchè è bruna. Il contrasto fra i due tipi giova alla bionda, senza suscitare raffronti pericolosi per la contessa. Ne convenga, signor Guglielmi.

— Un Beato Angelico ed un Murillo, signora! Il Murillo può essere, anzi lo è certamente, più perfetto, e sopratutto meno ingenuo nella fattura. Ma, quanta mistica poesia nelle madonne bionde del buon frate di San Marco, angelico davvero. Del resto, dice bene lei, signora prefettessa, i raffronti sono impossibili, due creature divine. Ma, ella lo sa, noi giovani da ammogliare, mio zio lo vuole, non prediligiamo le signorine. È una anomalia costante, soggiunse baciando galantemente la mano alla prefettessa, nel mentre esalava semiserio un sospiro, che voleva essere una dichiarazione impertinentemente umoristica.

— Ohè! ohè! signor segretario, sclamò ridente il sottoprefetto, sopraggiunto dopo aver preso commiato dalle alte notabilità, rispettive consorti e figlie. Mi pare che ella faccia la corte a mia moglie.

— È nelle mie mansioni, signor prefetto.

— Sotto... sottoprefetto, riprese il lungo funzionario.

— Per poco, signor commendatore, dopo le due splendide vittorie elettorali riportate nei due collegi della sottoprefettura di Miralto, l’elmo da generale è assicurato.

— Lo crede? chiese il lungo funzionario, lusingato dall’augurio e porgendo il braccio alla moglie. Lo crede? Sarebbe tempo. Ma, pur troppo, a battaglia finita nessuno pensa più a noi poveri impiegati, eternamente allo sbaraglio. Se il ministero avrà la maggioranza, bene quidem; se no, saremo in balìa alle rappresaglie dei successori; in ogni modo alla berlina delle interrogazioni, delle interpellanze, degli oppositori. Se poi la giunta delle elezioni ci invalida, ci si arrischia anche il posto. Il meno che ci possa toccare, una traslocazione rovinosa ed umiliante. Signor Guglielmi, avrebbe fatto meglio davvero a seguire la sua vocazione. Meglio dipingere quadri, che essere in quelli della magistratura amministrativa; meglio creare personaggi sulla tela, del fabbricare deputati.

Guglielmi, il giovane segretario, assentiva distratto: evidentemente il suo pensiero batteva la campagna. Gli è che in fondo in fondo della via Vittorio Emanuele, ove sorge il palazzo della sottoprefettura, al cui limitare erano giunti, aveva visto arrestarsi la carrozza della contessa Sicuri e scenderne le due giovani donne: il Beat’Angelico ed il Murillo.

— A proposito, signor Guglielmi, riprese il sottoprefetto congedandosi, si ricordi che mia moglie l’ha invitato a pranzo per domani. Dopo la fiera lotta, checchè avvenga, è doveroso celebrare la vittoria.

Il segretario ringraziò salutando profondamente. La sottoprefettessa rivolgendosi al marito:

— È innamorato cotto della contessa, e finirà per comprometterla.

Per conto suo Guglielmi pensava:

— Il sottoprefetto ha paura! Fatto è che più scandalosa elezione di questa credo non vi sia stata mai! Da una mano croci di cavaliere, dall’altra decreti di destituzione di sindaci e scioglimenti di Consigli comunali. Con tutt’e due poi un mercimonio indecente di voti. Ah, non io, nei panni del conte Giuliano, avrei sciupato tanti quattrini, per dovermi separare poi da quella sublimità di donna...

Il segretario sospirò, sbirciando le finestre del palazzo Sicuri, senza poter nulla intravedere dietro le cortine delle socchiuse finestre.

— Vero è, pensò ravvedendosi, che altri sono i criterî di un... di un ammiratore platonico di quelli del marito. Piove!... Giornataccia uggiosa! Bisogna rincasare.

Preso pretesto dalla pioggia, ripassò sotto le note finestre, senza sorprendere neppure il fremito di una cortina. Era invero una ben triste giornata! di quelle che i felici abitanti dell’Italia meridionale conoscono per eccezione.

Tempo inglese! Un fitto nebbione avvolgeva la valle del Po, dalle falde delle Alpi a quelle dell’Appennino. Oh, la immensa tristezza delle lugubri giornate, senza orizzonte, senza un lembo d’azzurro, senza raggio di sole. Giornate da spleen, da sospiri, da lacrime. Gli abitanti delle grandi città, nel loro lavorìo senza posa, non hanno il tempo di avvedersi del tempo che fa... Piove? Pigliamo l’ombrello!

Nella farragine degli affari, dei piaceri, se non si tratta di gite alla campagna, di garden-party, di corse, di partite di caccia, le variazioni atmosferiche non contano... Gli amanti felici si amano meglio nella penombra nebbiosa che li isola dal mondo esteriore. Felici col bel tempo e colla pioggia. Il loro cielo, tutto d’azzurro, se lo portano seco, i loro orizzonti, finchè si amano, sono con tutti i tempi sereni. I gaudenti anticipano le emozioni della vita notturna nei loro rovinosi ritrovi. D’altronde, la poesia della nebbia e della pioggia non l’ha inventata Ossian; essa esiste, è reale, vera. Nulla di più lieto di certe piovigginose giornate autunnali, passate nell’affettuosa intimità della famiglia, raccolta intorno all’ampio camino patriarcale, nel quale arde l’enorme ceppo attizzato dal babbo, che distratto lo martella insistentemente colle molle, mentre la massaja si dà attorno affaccendata, instancabile, e la vecchia nonna narra ai bimbi intenti le tradizionali panzane, e i bracchi stesi a terra dormenti, col muso fin sugli alari, sognano caccia, abbajando sommessamente dietro una selvaggina imaginaria, e il grillo stride, rallegrato dalle vampe e dai tepori del focolare. Nei castelli aristocratici e nell’aristocratico salotto cittadino della signora, hanno pure il loro fascino quelle giornate, che per eccezione costringono i fortunati al calmo raccoglimento domestico.

Ma per chi ha una spina in cuore, per coloro che soffrono nell’abbandono, per chi trepida nelle incertezze angosciose sul destino dei cari lontani, pel viaggiatore attristato dall’amarezza degli addìi, la mestizia è raddoppiata dalle tristezze della natura.

In quella giornata da sospiri e da lacrime, più cupa la desolazione della contessa Adele, più tormentosi i presentimenti ed i vaghi terrori del conte Giuliano, il quale, rapido, come travolto dall’uragano, s’allontanava dalla nativa Miralto, dalla sposa e dal bimbo adorati, precipitando a tutto vapore nell’ignoto che attendevalo a Roma.

CAPITOLO II. Finalmente solo!

L’onorevole Giuliano Sicuri al partire del treno stette lungamente allo sportello, sventolando egli pure il fazzoletto; quando la stazione di Miralto scomparve allo sguardo, dileguandosi nella nebbia, rialzato il cristallo, si lasciò cadere affranto sul sedile, sclamando:

— Finalmente solo!

Poi, come punto da rimorso, soggiunse:

— Povera Adele!

Quel poco lusinghiero finalmente non era stato pronunziato all’indirizzo della sposa, bensì della folla degli acclamanti importuni.

— Finalmente solo!

Da quindici giorni di agitazione febbrile, non un minuto di raccoglimento, e fu con un senso di infinita soddisfazione che finalmente si sentì liberato da’ suoi cari elettori, assai più caldi negli entusiasmi della vittoria, che non nei cimenti della lotta e nel concorso alle urne.

Infatti l’eletto aveva superato di un centinajo di voti appena il candidato radicale.

Per una candidatura improvvisata era già un bel successo!

Successo? Il neo deputato sorrise con amarezza. Successo? L’appoggio e le violenze del Governo, le migliaja, le molte migliaja di lire profuse negli ultimi giorni della battaglia, la fondazione di un giornale, l’Onesto, passività permanente, ventimila manifesti affissi fin sugli alberi, in aperta campagna, la dedizione completa al ministero, la sconfessione piena delle vagheggiate utopie politiche giovanili, l’abbandono degli antichi amici, rotta la calma dolce della onesta esistenza vissuta nell’adorazione della sua Adele e del bambino, tutto ciò per gli sbaragli e le malsane agitazioni della carriera parlamentare.

Fu una follìa! Se dovesse ricominciare ci penserebbe due volte, tanto più che la vittoria non fu completa. I reclami degli elettori avversarî potrebbero essere accolti dalla giunta delle elezioni. In tal caso, l’onta e lo scorno della proclamazione dell’avversario, o l’annullamento colle ansie tormentose, le angoscie, le brighe umilianti di una nuova, rovinosa lotta elettorale.

Qual demone lo invase?

Pensoso stette a riguardare dal cristallo appannato la fuga vertiginosa dei campi, che al rapido passaggio del treno sembrava precipitassero in abissi invisibili.

I gelsi nani, le quercie, i pioppi giganteschi denudati del loro fogliame, Briarei fuggenti colle braccia al cielo in atto di maledire, gli sfilavano innanzi come fantasmi, fantasticamente veloci. Corteo infinito, fiancheggiato dalla filata interminabile dei pali telegrafici inseguentesi senza posa per abbattersi al suolo, quali raggi di una immensa ruota della quale non veggasi che la sommità. Tratto tratto, ad interrompere la desolante monotonia, un casello di cantoniere, sparito appena intraveduto, qualche stazione di terz’ordine, negletta dall’aristocratico diretto, che senza rallentare l’attraversa ululante.

Cinque minuti di fermata a Voghera e la corsa fu subito ripresa. Frattanto abbujava.

Il tramonto di una giornata di nebbia non si descrive, è il funerale della natura; nulla di più rattristante, e le fantasticherie del conte Giuliano si facevano tetre; ormai gli pareva indubitabile l’annullamento della propria elezione, avvenuta realmente in condizioni troppo scandalose, ne conveniva.

— Come ritornare a Miralto dopo tale affronto? Bisognerà esulare, sarei lo zimbello del collegio. Il giornale avversario, il Ventriloquo, mi metterà in ridicolo ad ogni numero... Le minaccie di processi per corruzione... E colle recriminazioni dei nemici, le condoglianze degli amici! Andremo a vivere a Milano... Giuro di non ricaderci mai più! Addio politica. Vivremo felici... Felici?!

«Si potrà essere felici, dopo un sì grave disastro morale?

«No! no! Il dado è tratto, sono deputato e deputato sarò, dovessi mettere il mondo sossopra. Se la giunta annullerà l’elezione, rimarrò sulla breccia, al mio posto di combattente... La vedremo! Sarò rieletto, dovessi rovinarmi, dovessi costruire a spese mie gli argini ed i ponti promessi dal Governo per favorire la mia candidatura. Meglio la rovina economica del fallimento morale!........ E dire che soltanto venti giorni fa non ci pensavo neppure!

***

Il rimpianto dell’onorevole Sicuri si apponeva al vero; l’idea della deputazione non gli era mai frullata pel capo, neppure nelle fantasticherie giovanili di gloria, anche allorchè il suo amico, più che amico fratello, un fratello maggiore... di vent’anni, allorchè Ettore Ruggeri, vigente lo scrutinio di lista, fu l’eletto della minoranza, Giuliano non sentì alcuna velleità parlamentare per l’avvenire. È vero, bensì, che il deputato Ruggeri alle prime delusioni si era ritirato dalla Camera, non volendo saperne altro di rielezione. La prova gli era bastata ed i consigli suoi al giovane amico non furono certo incoraggianti a tentare la sorte delle urne, allorchè Giuliano avrebbe coi trent’anni raggiunta l’eleggibilità.

Il destino volle altrimenti. Sullo scorcio dell’ottobre, il conte Sicuri ricevette la visita del sottoprefetto, il quale, scusandosi dell’ora indebita, le nove del mattino, disse dovergli fare una comunicazione di somma importanza.

— Una comunicazione di somma importanza a me? chiese meravigliato Giuliano.

— Precisamente, a lei... Non si impensierisca. Le sono buone notizie, tanto che non volli tardare a comunicargliele. La fortuna vien dormendo, ed io ho sollecitato per recargli la buona novella al suo svegliarsi, soggiunse con fare malizioso lo sperticato funzionario.

Poi, dopo essersi sdrajato in tutta la sua longitudine nella poltrona, cortesemente additatagli da Giuliano:

— Indovini di che si tratta! Gliela do in mille.

E stette sorridente col capo appoggiato allo schienale, in attesa che il suo Edipo sciogliesse l’enimma.

— Metterei inutilmente il cervello alla tortura, perchè davvero non riesco ad imaginare neppur lontanamente di che cosa possa trattarsi, rispose alquanto allarmato Giuliano, il cui volto esprimeva maggiore inquietudine che curiosità. Dica, signor sottoprefetto, dica senza tanti preamboli. Buona o cattiva, la notizia, preferisco saperla subito.

— Mi permetta prima una domanda.

Giuliano approssimò la sedia al sibillino funzionario, aderendo col gesto.

— Non ha ella mai pensato a portarsi candidato alla deputazione?

— Mai! D’altronde ho compiuti i trent’anni da tre mesi appena... Se mai, il tempo ce l’ho davanti a me.

— Ah, li ha compiuti! Meno male! Ella mi leva una spina dal cuore. Temevo fosse ineleggibile per l’età. Dopo nuova, lunga pausa il sottoprefetto riprese di scatto:

— Se le offrissi la candidatura di Miralto, garantendole con novanta probabilità su cento la riuscita, l’accetterebbe?

— Io?! sclamò Giuliano sbarrando gli occhi, al colmo della sorpresa. Io? Che le viene in mente, signor sottoprefetto? È impossibile! D’altronde non otterrei cinquanta voti.

— Non si preoccupi di ciò. Ai voti ci pensiamo noi.

— Lei sa ch’io sono amico del Bertasi, il candidato radicale; siamo compagni d’infanzia. L’atteggiarmi a di lui competitore, ora che la sua candidatura è posta con tante probabilità di riuscita, sarebbe una cattiva azione.

— In politica non vi sono amici, replicò sentenziosamente il funzionario, accavallando le lunghe gambe, che l’imbarazzavano più che mai, per il livello bassissimo della poltrona. In politica vi sono alleati od avversarî, alleanze o inimicizie temporanee. In politica non vi sono cattive azioni. Creda alla mia esperienza. Nella politica ci sto da trent’anni.

Giuliano, poco edificato dalle teorie del sottoprefetto, preferì non rispondere, ben deciso di non adottarle ad alcun patto. Si limitò a sorridere, diniegando del capo, come per dire: Ella non mi convince!

lì tentatore non si diede per vinto, levò dalla tasca in petto del burocratico palamidone un foglio che porse a Giuliano.

— Un telegramma di Stato diretto a lei, firmato dal ministro La Fossa. Ma, è cifrato, per me è peggio che arabo. Che ci ha a fare in tutto ciò il ministro d’agricoltura e commercio?

Il sottoprefetto gli presentò un altro foglio:

— Quello è il documento originale, questo ne è la traduzione.

Giuliano lesse:

«Commendatore Cerasi, sottoprefetto

«Miralto.

«Firmato decreto destituzione sindaco comune Roncallo per indebita ingerenza elettorale, avendo raccomandato candidato radicale.

«Urge contrapporre subito candidatura Sicuri, per informazioni assunte persona gradita. Intendasi prefetto. Garantisca nome mio deposito Stalloni, prometta intangibilità pretura, arginatura domandata.

«Ministro La Fossa.»

— Che vuol dire tutto ciò e come mai posso essere io gradito al Governo, io, che pur astenendomi dalle lotte politiche, ho sempre e notoriamente professate idee democratiche?... E come c’entra il ministro d’agricoltura in materia di elezioni?

Il funzionario tentatore non potè trattenere un sorriso di compatimento. Paternamente soggiunse:

— Si vede, signor conte, che ella si è completamente disinteressato della politica, altrimenti saprebbe che il ministero attuale è eminentemente democratico. I voti trionfali delle ultime sedute precedenti lo scioglimento della Camera, segnarono la ricostituzione della Sinistra. Il ministero è più radicale di lei, signor conte. Non badi agli uomini, veda i programmi, e il programma ministeriale è: non imposte, pareggio colle economie, democratizzazione della finanza, discentramento amministrativo, guerra ai moderati... Reazionarî, continuò il sottoprefetto per conto suo, i quali con astuta simulazione ostentano liberalismo maggiore di quello della nuova antica sinistra storica.

— In tal caso, perchè combattere con tanto accanimento il candidato Bertasi, il quale è pure un radicale; perchè destituire il sindaco di Roncallo, colpevole di averlo appoggiato?

— Apparenti anomalìe elettorali, le quali hanno la loro ragione, la loro logica, nelle anomalìe parlamentari. Se in alcuni casi è necessario tener conto de’ programmi e non degli uomini, in altri, viceversa, bisogna trascurare i programmi di quegli uomini, che ci sono o ci possono essere utili, e che apertamente o in segreto ci servono. Per un Governo intelligente il deputato non è che un voto. Il programma per gli elettori non conta, quando il voto sia assicurato al Governo. Vi sono radicali e radicali. Un eminente uomo di Stato li distinse in migliori e peggiori. Migliori quelli che votano per il Governo; necessariamente i peggiori sono gli altri, i quali, rinnegando le loro origini, non sdegnano votare colla opposizione di destra, contro il ministero.

— Io dovrei schierarmi coi migliori.

— Certamente! Con termine più moderno, ma non meglio appropriato, fra i legalitarî, un vivajo di sottosegretarî di Stato, un semenzajo di ministri. L’avvenire infatti deve essere dei legalitarî, continuò il sottoprofetto non senza lasciar trasparire un zinzino d’ironia. Pochi, ma buoni. Affermandosi radicali conservano la popolarità in piazza; ministeriali, hanno l’appoggio ed i favori del Governo; legalitarî, cioè nella legge e per la legge, sono benevisi a corte, garanzia il loro ossequio allo Statuto, legge fondamentale, alle istituzioni, alla dinastia.

— Dunque il competitore Bertasi?

— Dei peggiori! Votò colla destra contro il ministero nella passata legislatura, si ostina a dirne male ne’ proclami e nei discorsi; necessario, quindi, eliminarlo. Ecco perchè le propongo la candidatura di Miralto a nome del Governo.

— Del ministro di agricoltura, che mi pare dovrebbe entrare come i cavoli nelle cose elettorali.

— Ella è nell’errore. Anzitutto i depositi stalloni dipendono da lui, e per Miralto è questione di somma importanza. Il ministro La Fossa, poi, è uno specialista distintissimo in materia elettorale. Se non è ministro dell’interno gli è perchè quel dicastero, a cui era designato, se l’è voluto serbare il presidente del Consiglio; ma, le elezioni furono a lui affidate, sono da lui preparate. Egli è il perno su cui si aggira il suffragio universale, lui la molla della volontà del paese.

Il sottoprefetto sorrise ammiccando co’ piccoli occhî grigi sormontati dalle folte sopracciglia.

— Vede? il telegramma non passa neppure per la via gerarchica del prefetto! E se il ministro telegrafa direttamente a me, è perchè il ministro sa quello che si fa.

«Gli uomini dalle economie vorrebbero abolire le sottoprefetture!! Sarebbe come se nell’esercito si volessero abolire i sottotenenti ed i luogotenenti, per aver soltanto dei capitani. Se ne accorgerebbero il giorno della battaglia.... Le nostre sono battaglie elettorali.

«Col sistema rappresentativo, caro conte, i gregarî alla difesa delle istituzioni siamo noi... Combattiamo senza gloria e senza compensi... E di morti non ne lasciamo pochi... nelle crisi ministeriali.

Riscaldandosi, il sottoprefetto con un gran sospiro continuò:

— Ero alla vigilia di essere nominato prefetto; venne il 18 marzo 1876, e dalla Sinistra fui sbalestrato in Sardegna, poi in Sicilia; nomade per dieci anni come uno zingaro, sottoprefetto a vita, pure servo con eguale amore la Sinistra che mi ha rovinato... È vero, soggiunse con un sorriso maligno, che rovina anche l’Italia!

Il commendatore, avvedendosi di aver detto troppo e di aver dimenticata nella foga delle recriminazioni la sua missione, si arrestò osservando con trepidazione l’interlocutore, che a sua volta appariva turbato alle indiscrezioni del poco diplomatico ambasciatore.

Giuliano stava per parlare, quando il commendatore, sorgendo di scatto da sedere, si svolse in tutta la sua lunghezza ed in atto di congedarsi soggiunse:

— Signor conte, non sono tanto indiscreto da pretendere una risposta immediata. Rifletta; abbiamo tempo sino a domani. Venni io stesso da lei, ma è bene non mi vedano. Gli avversarî potrebbero indovinare lo scopo delle mie visite... La aspetterò al mio ufficio fino alle cinque pomeridiane... Ma, non più tardi di domani...

E senza lasciar tempo a Giuliano di aggiungere parola, si accommiatò, accompagnato fin sullo scalone dall’ospite, che non seppe formulare un rifiuto immediato o reciso, come avrebbe voluto.

— Avrò modo domani! pensò.

Per conto suo il commendatore Cerasi se n’andò punto contento di sè.

— Lo affrontai troppo brutalmente prima, ho chiacchierato troppo dopo. Se avessi insistito per una risposta immediata, sarebbe stata negativa. La notte porta consiglio e domani si arrenderà a discrezione. Lo conosco il conte, l’incertezza in persona... Ha gli occhi azzurri come le bambole di Parigi; tutti così gli uomini dagli occhî cerulei.

«Se rifiuta, è un disastro. Ove trovare altro candidato che possa avere la minima probabilità di riuscita?

Rientrando, il sottoprefetto fu affrontato dalla sua metà.

— E così?

— Il tuo candidato non sembra entusiasta della nostra proposta.

— Rifiuta?

— Oggi avrebbe rifiutato... Non gliene ho lasciato il tempo... Domani assentirà.

— Se ne parla a sua moglie, vi si opporrà. La conosco quella smorfiosa. Cadrà in isvenimento al solo accenno di dover separarsi per un giorno dal suo Giuliano. Bisognava strappargli subito l’assentimento, subito e per iscritto.... Già, ti ci sarai preso a rovescio. Per farti merito gli avrai mostrato il dispaccio del ministro... Bisognava parlare in nome di un gruppo di elettori, l’assentimento del Governo doveva venir dopo.

Il lungo funzionario chinò il capo senza osare replica; la sottoprefettessa misurò con sguardo compassionevole in tutta la gigantesca statura il marito:

— Un uomo politico tu? Decisamente di uomini politici non ci siamo che noi donne! Morirai sottoprefetto. L’avrai voluto, bene ti sta!

— Ti dico che accetterà, credilo a me. Alla contessa non ne parlerà. Se avesse avuto realmente intenzione di rifiutare non avrebbe aspettato fino a domani. La proposta di una candidatura non è mica di quelle che si buttano via così a cuor leggiero, quando si hanno trent’anni ed i quattrini per sostenerla.

— È ciò che vedremo... E se accetta, il signor Bertasi l’avrà a fare con me, sclamò la sottoprefettessa alzando il pugno in atto di minaccia contro un nemico invisibile. Io sarò una lavandaja; ma lei sarà un candidato bocciato!

Il domestico annunziò pronta la colazione, i due conjugi passarono nella sala da pranzo e si assisero al desco meditabondi. Dopo un istante la sottoprefettessa ruppe il silenzio.

— E se non accetta?

— È a ciò che pensavo anch’io.

— Subito un altro candidato! Bisogna trovarlo.

— È presto detto! Di candidati pronti ce n’è a carra. I candidati possibili sono rari come le mosche bianche. Un candidato ricco, per di più, perchè il Governo non può o non vuole spendere. E poi, lo sai, a Miralto, escluso il radicale, non può riuscire che un nemico del Governo: a noi occorre un legalitario. Il conte Sicuri colla sua indole mite, le costanti incertezze è un legalitario nato... Gentiluomo, non sarebbe ingrato verso di me se ottenessi di farlo eleggere. Il candidato ideale.

— Ora lo dici. Tu non ci avresti pensato, dovevo trovartelo io.

Il sottoprefetto chinò il capo sul piatto, non osando contraddire la consorte, messa di malumore dalla incertezza.

***

In quella stessa ora Giuliano mentiva, la prima volta, alla sua Adele.

Per appagarne la curiosità sulla visita mattutina del sottoprefetto, le disse trattarsi di una serata di beneficenza organizzata dalla moglie di lui...

Giuliano aveva arrossito e si era impappinato raccontando la fiaba.

Adele non insistette; ma, fissando gli occhioni cupi in quelli di Giuliano, che abbassò lo sguardo, parve gli dicesse:

— Perchè tenere segreti con me?

Muto rimprovero e perdono ad un tempo.

— Vi sono affari nei quali noi donne non dobbiamo immischiarci, pensò. Pure, quale necessità di mentirmi? se la sottoprefettessa avesse voluto raccomandare la imaginaria serata si sarebbe rivolta a me. Ci vediamo tanto di frequente.

Ben presto Adele seppe la verità; non da Giuliano. Dalle amiche, dai famigliari, chè tutta Miralto era tappezzata da manifesti raccomandanti la candidatura di suo marito.

Quindici giorni dopo, il presidente dei presidenti delle sezioni elettorali proclamava eletto il conte Giuliano Sicuri.

In quella breve lotta, lotta dell’ultima ora, erano rimasti sul terreno, col candidato Bertasi, quattro sindaci, tre consigli comunali al completo; in compenso erano state largite cinquanta croci di cavaliere della corona d’Italia, decretata l’arginatura tanto invocata dai miraltesi, ed una benefica pioggia di biglietti di banca aveva confortato molte miserie e rallegrato tutti gli osti del collegio. Qualche coltellata la sera precedente l’elezione, ma neppure un morto. Pochi vetri rotti, pochi perchè l’intervento de’ carabinieri fu pronto ed energico. Non un arrestato fautore del candidato del Governo; la legge è eguale per tutti, specialmente nel periodo elettorale!

La vendetta della sottoprefettessa era compiuta, e quanto accanita la lotta, altrettanto clamorosa la vittoria, sì clamorosa che gli entusiasmi parvero universali... Ma, quale strascico di odî nei sopraffatti, al successo ribelli!

CAPITOLO III. In viaggio.

Il diretto 61 che portava seco il deputato Sicuri arrestavasi a Novi per congiungersi col treno proveniente da Torino. Giuliano stava componendosi il letto per la notte, già fitta ed ancor più fitta per la densa nebbia, allorchè alcuni viaggiatori, inavvertito il cartello appeso alla maniglia della portiera, fecero atto di salire nel di lui compartimento.

— Riservato! disse Giuliano.

— Riservato! gridò il conduttore.

— Accidenti ai deputati, sclamò uno dei viaggiatori di cattivo umore e, indispettito, gettò a terra le due valigie che portava a mano. Sono cinquecento ed ingombrano tutti i treni come so fossero diecimila!

— Viaggiano a ufo! soggiunse un altro.

Il conduttore pose fine ai piati de’ malcontenti, chiudendo rumorosamente la portiera del riservato, ed appollajando alla meglio i sopraggiunti in un altro carrozzone.

— Vedono, che c’è posto per tutti! soggiunse.

Giuliano non si era per nulla irritato alle apostrofi scortesi... Anzi sorrise lusingato. Finchè era rimasto a Miralto non si era reso conto della sua nuova situazione. L’elezione gli era sembrata un sogno. Da quel momento si sentì realmente deputato, come se la giunta dell’elezione lo avesse già convalidato.

Quell’incidente mutò corso alle idee tetre che gli avevano ingombrato il cervello fin là. Sdrajandosi lungo il sedile fra gli scialli:

— Deputato, mormorò... Deputato!

Se la cortina non fosse stata tirata sul cristallo della lampada, un testimonio avrebbe potuto sorprendere sulle labbra di Giuliano un sorriso fatuo di soddisfazione.

— Uno dei cinquecento! Cinquecento appena su trenta milioni di abitanti! La più alta magistratura, colla carriera spalancata a tutti gli onori, a tutte le cariche... Perchè no? Col tempo ministro! Presidente del Consiglio... Pochi hanno incominciato presto come me... Povera, buona, gentile Adele! Ministressa... Rinverrà dalle sue ubbie!

«La Camera è sovrana, ognuno di noi rappresenta una frazione della sovranità in Parlamento; inviolabili, onnipotenti nei nostri collegi; rispettati, riveriti, temuti dalla burocrazia. Emanazione diretta del suffragio universale, quale posizione sociale più elevata della nostra? E poi i larghi orizzonti, l’esistenza gaja e animata della capitale, invece di intristire nella noja, fra i pettegolezzi di una piccola città di provincia... E dire che fui incerto nell’accettare... Al primo discorso mi imporrò... Al primo discorso! Un brivido gli corse per l’ossa... Il primo discorso!

L’artista di teatro esordiente, il giovane avvocato alla vigilia della sua prima arringa, il liceale al suo ultimo esame per il passaggio all’università, il laureando alla tesi finale da pronunciarsi nell’aula magna dell’ateneo, sono certamente meno preoccupati del deputato neo eletto al pensiero del suo primo discorso alla Camera.

Quanti ingegni fallirono in Parlamento alla prima prova! Quanti non osarono tentarla, schierandosi nel grosso battaglione dei deputati muti, comparse che votano.

— Il primo discorso! Mi affiaterò ben bene. Lo pronunzierò solo quando sarò ben sicuro di me!

La vaporiera frattanto, muggendo, ansando con frastuono di terremoto si inabissava nelle viscere dell’Appennino, per sbucare pochi minuti dopo nel versante opposto, dalle alture della ridente valle Polcevera.

Quale spettacolo gli si presentò improvvisamente!

Dall’opaco, umidiccio nebbione, lasciato addietro, a Mignanego, a Ronco, nella valle Scrivia, colla rapidità di un mutamento di scenario in un ballo del Manzotti alla Scala, era passato alla più serena e tepente fra le notti autunnali.

— Ecco finalmente il cielo d’Italia! pensò Giuliano, mentre abbassava il cristallo per ammirare dalla vertiginosa altezza del superbo viadotto il panorama della valle, con magnifici palazzi e ville, ingemmati da miriadi di lumi, giù, giù, fino a Sampierdarena ed al mare.

In quella stagione, a quell’ora, era luminosa la terra quanto il cielo tempestato di stelle.

Nuove importune gallerie, entro le quali precipitavasi la vaporiera, e nuovi incanti di vedute all’uscita dalle tenebrose caverne.

Sampierdarena!... Nuovamente un tunnel, poi ad intervalli, fra i fitti edificî costrutti alla spiaggia, la vista della Superba e del porto splendente, come per una festa veneziana notturna; la foresta fitta degli alberi de’ navigli, e il treno entrava trionfalmente in stazione.

Venti minuti di fermata! Ne approfittò Giuliano recandosi al telegrafo e sul modulo presentatogli dall’impiegato scrisse:

«Ex deputato Ettore Ruggeri — Montecitorio,

«Roma.

«Arriverò domattina 6.35. Aspettoti colazione albergo Quirinale. Abbraccioti.

«Giuliano.»

Appena il tempo di correre al ristorante per trangugiare, bruciandosi il palato nella fretta, una tazza di caffè, di ritornare al riservato, rispettato stavolta senza proteste, ed il treno, uscito a ritroso dalla tettoja cieca, si sprofondò nuovamente nelle tenebre di una galleria, saturata di fumo, come il cratere di un vulcano in eruzione rumoreggiante. Alla stazione Brignole; l’aria aperta e daccapo il sereno, il mare, il cielo scintillante, il porto illuminato, le strida de’ piroscafi manovranti, il faro della vecchia lanterna dagli sprazzi di luce intermittenti, inutile guida ai naviganti, in quella notte luminosa.

I pensieri di Giuliano si facevano ridenti, pure parve pentito di aver spedito il telegramma.

— Quale necessità, pensava, di telegrafare proprio a lui! L’avrei egualmente riveduto alla Camera, ritardando la paternale che mi farà certamente per il mio programma ministeriale. Ormai non c’è rimedio!

E si riavvoltolò fra gli scialli, per cadere in letargo, che non era sonno, dormiveglia rassomigliante al sopore prodotto dall’hascis, una specie di sonnambulismo, colla percezione vaga della realtà.

Dormiva, sognava avendo coscienza del suo essere.

Sognava le cose più bizzarre: lui ritto al suo banco di deputato, difendendo eloquentemente la propria elezione contestata, e il presidente che imponevagli silenzio, scotendo un’enorme campana che rintoccava a morto. L’aula gremita di colleghi rumoreggianti, spaventosamente sfigurati... come l’Uomo che ride di Vittor Hugo. Un incubo orribile! I due ritratti marmorei di re, sovrapposti al banco presidenziale, movevano il capo a guisa di figurine chinesi, e Giuliano non comprendeva, se per assentire o diniegare. E su, su, presso la tettoja, fra le nuvole, come Madonna aerante in un quadro rappresentante il martirio di un santo, la visione della sua Adele, però, non benedicente e promettente la beatitudine nella eternità, le gioje del paradiso, come le Madonne dei quadri sacri; pallida, corrucciata, era la più commovente e squisita imagine del dolore.

Con uno sforzo di volontà, Giuliano si sottrasse all’incubo opprimente rizzandosi in piedi. Riavendosi, infinita la gioja al pensiero che non era stato che un sogno.

Abbassato il cristallo, si riaffacciò allo sportello respirando a pieni polmoni la brezza notturna.

La vaporiera correva a precipizio sulle alture dominanti il golfo della Spezia. Il mare era fosforescente come il cielo tutto azzurro e argento.

— È il caffè preso a Genova che mi ha dato l’incubo, pensò, tentando dissipare il malessere morale lasciatogli dal sogno.

Preferiva farne colpa al caffè, per non convenire dello stato d’animo suo, ingombro di incertezze e di tetri presentimenti.

La successione continua, importuna di buje e fumose gallerie, lo costrinse a ritirarsi rialzando il cristallo; ma, temendo nuovi sogni, tolse il paralume alla lampada disponendosi a leggere i giornali comperati alla stazione di Genova.

Il Parlamentare di Roma intonava inni entusiastici di vittoria per conto del Governo, riuscito trionfante nella prova elettorale; fra le elezioni governative, citata quella di Miralto, e l’eletto, conte Giuliano Sicuri, dal giornale era già ascritto al gruppo dell’Estrema dissenziente, con molti altri nomi di noti democratici.

— Aveva ragione il sottoprefetto, pensò Giuliano, il solo gruppo che mi conveniva era il dissenziente legalitario. Il nostro programma è democratico quanto quello degli intransigenti, non fa una grinza, una sola divergenza; noi voteremo per il Governo ed essi voteranno contro; del resto, egualmente liberali, egualmente democratici, non abbiamo differenza che di metodo. Come mai Ruggeri potrà accusarmi di incoerenza se con me vi sono tanti tribuni celebrati fra i più strenui difensori dei diritti del popolo?

«Incoerenti gli altri, i quali sedendo in un Parlamento monarchico, combattono le istituzioni, in virtù delle quali sono investiti dell’altissimo mandato e le instituzioni giurarono osservare, difendere.

Tranquillata la coscienza coi sofismi del commendatore Cerasi, passò all’altro grande giornale romano. L’Ordine recava fra le ultime notizie un telegramma da Miralto, col quale molti elettori non firmati protestavano indignati contro le mene del candidato battuto, ex deputato Bertasi, «il quale va raccogliendo, anzi estorcendo, nel collegio firme di protesta contro le pretese ingerenze governative in favore dell’elezione del conte Sicuri.»

Il telegramma soggiungeva:

«Nessuna elezione fu più spontanea e meglio accolta di questa. Lo provano i sinceri, quasi unanimi entusiasmi salutanti la vittoria del nostro deputato, il quale rappresenta per davvero tutta la parte sana della popolazione del collegio.

«Se la prevalenza dei voti non fu grande, lo si deve al partito del disordine, che estorse voti colle minaccie nelle campagne terrorizzate, come oggi le firme a protesta contro il risultato dell’elezione.»

Giuliano raggiò di gioja alla lettura, come se non avesse già prima conosciuto, colle origini, il testo del dispaccio. Ma il giornale avrebbe potuto rifiutarsi alla pubblicazione; ormai era impegnato ed era da credere lo avrebbe sostenuto anche davanti la giunta delle elezioni.

— L’Ordine, gli aveva detto il sottoprefetto, è un alleato indispensabile, onnipotente: fa la pioggia ed il bel tempo. Nulla avviene contro e senza di lui... E poi, con chi sa essere generoso, aveva soggiunto il lungo funzionario, sottolineando con un cinico sorriso la raccomandazione, è anche fedele. Bisogna però avere la cura di non lasciarsi sorpassare da altri in generosità. Il Parlamentare, invece, è temibile per il male che può fare, troppo eclettico, non ha influenza seria; non ha amici, perchè ha tradito tutti, ma non è per questo più facilmente abbordabile alle piccole borse. Sull’amico non potendo contare, bisognerà cercare di non averlo nemico... questione di quattrini...

— All’Ordine mi recherò domani, pensò Giuliano, al Parlamentare porterò una carta da visita, come agli altri giornali tutti. Poi, vedremo! Ah! se Ruggeri volesse ajutarmi. Mi accuserà di apostasia e se ne laverà le mani. Lo conosco, il testardo!

Fantasticando sottosegretariati e portafogli, si riaddormentò per non svegliarsi che ai primi crepuscoli dell’alba, i quali illuminavano il deserto preannunziante la capitale.

Il deserto da Grosseto a Civitavecchia, da Civitavecchia a Roma.

Pure quale spettacolo ai bagliori dell’aurora, la sterile, monotona pianura!

Nella interminata distesa, che col mare si confonde, le ondulazioni del terreno vi sembrano marosi pietrificati dal tempo, forse dalla maledizione delle divinità bandite. La malaria sovrana e la desolazione. Alla spiaggia, sentinelle di pietra rovinanti, le torri medioevali poste in vedetta contro le scorrerie dei defunti Saracini... Un turrito castello e poi nulla... pochi alberi e l’orizzonte infinito. Nessuna traccia della operosità umana. Solo segno di vita, rare mandre di cavalli, di bovini guardate dal buttero dal brigantesco cappello acuminato, dalla lunga lancia; immobile, quasi statua equestre di un leggendario Gasparone.

Branchi di pecore, che brucando marciano lentamente, compiendo il loro annuo pellegrinaggio dalla montagna arida e brulla alla sterile pianura, e null’altro.

La vaporiera corre rapida, senza soffermarsi alle rare stazioni, nel deserto perdute, come oasi avvertite dal verde fogliame di pochi eucalipti malinconici; corre a precipizio salutata dai latrati dei cani, guardiani di greggi, dai febbricitanti cantonieri che con mano tremante reggono i guidoni d’avviso, accompagnata dallo sguardo attonito del bove dalle lunghe corna, filosoficamente ruminante.

Contrasto, un cielo cristallino, tutto azzurro, il mare scintillante come d’acciajo brunito e il sole roseo splendente dalle vette del lontano Appennino, festa di luce e di colori, sul cimitero desolato di ville e città, di portentosi ricordi.

Chi mai colla imaginazione potrebbe ricostruire ciò che fu quel deserto? Ove bruca la capra e nitriscono i puledri selvaggi, fra città monumentali, ferveva la vita degli accampamenti romani, là si addestravano le legioni, sorte al percotere del piede del consolo; là si apprestavano le spedizioni alla conquista del mondo.

E le spiaggie, ora inabitate, brulicanti, eran tutto un cantiere; da quelle spiaggie si sposavano al mare le galere rostrate vincitrici di Cartagine! Oggi neppur le rovine, che dico? neppur la leggenda di tanta grandezza. Da Civitavecchia al Tevere, neppure un rudero richiama l’attenzione del viaggiatore. Anche la leggenda esulò, colle popolazioni fuggenti la vendetta dei barbari. La leggenda si è spenta... Il pastore vi canta su ritmi orientali la Gerusalemme Liberata; i nomi soltanto delle località rammemorano qualche volta le grandezze antiche, non dal popolo ricordate, esumate pazientemente dall’archeologo.

La locomotiva al ponte mobile di San Paolo rallentò ululando con furore, onde preavvisare l’arrivo del treno, chiedere la via e provocare il segnale.

Il Tevere, Roma!

Giuliano ancor memore de’ studî classici, delle impressioni della sua prima visita en touriste nella Città Eterna, ebbe un palpito d’entusiasmo scorgendo da lungi, illuminate dal sole nascente, le mura dirute, le rovine sparse per la campagna, le lunghe file di archi dei ciclopici acquedotti, ossami della grande defunta; rottami dell’immenso naufragio, rigalleggianti dopo tanti secoli, protesta della morta contro il succedersi di nuove Rome, ricostrutta sulle e colle macerie de’ monumenti, dei templi, dai secoli, dal ferro dei barbari, dalle nuove divinità distrutti. Varcato il ponte in ferro, provvisorio da tanti anni, rovina anch’esso, il treno girò intorno alle antiche mura, e attraversata la via Appia, necropoli grandiosa, dominata dalla tomba di una donna, fortezza merlata, quasi a guardia delle tombe de’ Scipioni, il treno entrava trionfante in stazione.

CAPITOLO IV. Roma!!

Lo sportello si spalancò e, prima ancora che Giuliano avesse raccolti gli oggetti sparsi sui cuscini e nelle reti del compartimento, due facchini l’avevano invaso, impossessandosi l’uno delle valigie, ajutandolo l’altro a riporre nel portamantelli, alla rinfusa, ogni cosa, a serrarne le cinghie.

Sceso, Giuliano, fece un gesto di sorpresa, di lieta sorpresa da prima, turbata subito da una riflessione dispettosa. Fra gli scarsi aspettanti l’arrivo del diretto, aveva distinto la figura aitante e marziale dell’amico suo, Ettore Ruggeri. Appoggiato ad una vetrata delle porte arcate di uscita, Ruggeri non era in atteggiamento di attesa; piuttosto, all’aria distratta, uno sfaccendato entrato in stazione per ammazzare il tempo. Sembrava non si fosse nemmeno accorto dell’arrivo del diretto. Urtato dai viaggiatori che, carichi di valigie, seguiti dai facchini curvi sotto i bagagli, si affrettavano, pigiandosi all’uscita, Ruggeri, richiamato alla realtà, si trovò di fronte al giovane amico, che abbracciò con effusione.

— Dunque deputato tu pure, mio povero Giuliano? Toi aussi dans cette galère! E la tua Adele, il tuo piccino... e... e...

Ruggeri avrebbe voluto pronunziare un nome, si arrestò titubante...

Giuliano, che, in cambio dell’affettuosa accoglienza, aspettavasi una sfuriata di recriminazioni, si sentì sollevato da un gran peso e riabbracciò l’amico con maggiore affetto, riconoscente d’essere stato risparmiato.

— Tutti, tutti bene... Tutti! soggiunse accentuando con intenzione... Anche la signorina Gabelli. E tutti ti salutano e ti vogliono a Miralto con me, al mio prossimo ritorno.

— A Miralto!? ripetè Ettore, scotendo il capo, malinconicamente diniegando...

S’avviarono alla ricerca dell’omnibus dell’albergo del Quirinale.

— Siamo a due passi; puoi lasciare le valigie e lo scontrino del baule al conduttore; andremo a piedi se non sei troppo stanco.

— Non domando di meglio... La splendida mattinata! Un salto dalla nebbia nell’azzurro...

Ed al conduttore, collo scontrino, porse un telegramma.

— Fate portare il bagaglio al numero 11, che, come vedete, è stato destinato a me.

Passando il braccio sotto quello dell’amico, soggiunse:

— La mia Adele ha voluto che occupassi il numero 11, sai, il salottino e la camera da letto, a pian terreno, il nostro nido di sposi novelli. Dice che in quella cameretta la ricorderò più spesso. Capriccio gentile che mi sono affrettato a soddisfare... A proposito, le ho promesso di telegrafare subito. Le annunzierò, col mio arrivo felice, il tuo incontro fortunato.

— C’è un ufficio telegrafico qui di faccia, sotto i portici; la trasmissione sarà più rapida che dall’ufficio ferroviario; ti aspetterò al vicino caffè... Non dimenticare i miei saluti.

— Per tutti?

Ruggeri non rispose, e Giuliano, temendo di aver indispettito l’amico coll’insistenza importuna, tacque imbarazzato. Dopo una breve pausa:

— E tu, Ettore, hai voluto spingere la cortesia fino ad alzarti a queste ore provinciali, per venire ad incontrarmi. Davvero sono dolente di averti prevenuto del mio arrivo. Tu, tu, nottambulo, alla stazione a quest’ora!

— Oh, non mi devi ringraziamenti. Soffro d’insonnia, abito qui, in via Cavour, e il diretto di Milano mi sorprende spesso sotto la tettoja della stazione, ove vado a bere il caffè mattutino. Venti centesimi d’ingresso e posso illudermi di essere a mille miglia da Roma. Tutte le stazioni di ferrovia si rassomigliano, e trovo modo, essendo a due passi da casa mia, di convincermi di essere lontano da Roma, colla scelta fra il Cairo e Pietroburgo, fra Parigi e Londra, fra Londra e Calcutta.

«Più o meno grandiose, più o meno pulite (quella di Roma è certamente la meno) più o meno animate, le stazioni si assomigliano tutte, come i carabinieri, i negri, i preti ed i cani barboni.

«Viaggio senza muovermi, colla imaginazione riprendo le mie peregrinazioni, nelle spire di fumo della sigaretta rivedo lontani orizzonti, rievoco i ricordi de’ miei viaggi, fantastico di spedizioni future... Quanti drammi, quanti idillî si rivelano all’osservatore nel via vai dei viaggiatori di una grande stazione! Il bel romanzo che potrei scrivere se scrivere sapessi!

Giuliano sorrise... Dopo breve pausa, fissando in volto il vecchio amico, come per assicurarsi che parlava da senno, tanto gli pareva mutato dall’antico gioviale tutore:

— Scrivere! Non sai scrivere tu, che conti volumi a diecine?

— Scrivere! E chi non sa scrivere? Altro è la prosa da me scodellata alle società geografiche, narrazioni di viaggi, statistiche, osservazioni geologiche, etnografiche, idrografiche... altro un lavoro d’arte!

«Se sapessi esprimere ciò che fantastico, comporrei certamente un capolavoro.

Ed arrestando l’amico sulla soglia dell’ufficio telegrafico, non avvedendosi della di lui impazienza, desioso com’era d’inviare subito il saluto alla sua Adele, Ruggeri, come se avesse continuato il monologo interrotto dall’arrivo del treno, soggiunse:

— Tutta la vita sociale moderna mette capo alla stazione di ferrovia. Veicoli i treni di idillî felici, di drammi strazianti, di romanzi pazzi, di gioje, di speranze, di disinganni e dolori infiniti, a tutta forza di vapore delle caldaje ad alta pressione, precipitanti nell’ignoto. Se Lesage tornasse al mondo, non farebbe camminare più come un gatto il suo Asmodeo, sui tetti scoperchiati; lo porterebbe là, sotto la tettoja di cristallo.

Ed afferrando il braccio di Giuliano, quasi temendo gli sfuggisse:

— Non hai pensato, continuò coll’occhio smarrito, che fissava senza discernere, non hai mai pensato, allorchè vedi sballottati indifferentemente dai facchini inconscienti i sacchi delle corrispondenze postali, a ciò che quei sacchi contengono?

«Le urla strazianti di tutto un manicomio in rivoluzione, disperazioni forsennate, sospiri, lacrime, sangue. La cupidigia dell’avaro, le viltà dell’ambizioso, le illusioni dell’adolescente innamorato, i sospiri della fanciulla, baci di amanti, e adulterî, ed estremi addii di suicidi e delitti e inganni d’ogni sorta; menzogne, fors’anco verità ed espansioni felici. Ma, certamente, più sospiri e lacrime e sangue, di sorrisi e canti d’allegrezza.

Ruggeri, rimessosi a braccio dell’amico, lo rimorchiava lontano dall’ufficio telegrafico continuando:

— Milionari e miseri, tutti, come al cimitero più tardi, si danno ritrovo alla stazione. Carovane di emigranti che per vivere vanno a morire oltre all’Oceano,. esuli della fame; villaggi intieri di deportati dalla spietata tirannia dell’esattore, dalla rapacità dei ricchi. L’ignoto sorride loro e serenamente l’affrontano, incuranti dei disagi e dei disinganni che li attendono, certi che non vi può essere miseria di quella che fuggono maggiore. Vecchî, fanciulli, donne, spesso col sacro peso fra le braccia di un lattante, scortati qualche volta dal curato, pochi robusti lavoratori. Sui loro volti, corrugati dalle fatiche, dalle privazioni, dalla febbre, la rassegnazione. Se ne vanno lieti, senza un rimpianto per la patria matrigna. Se ne vanno curvi sotto il peso delle poche masserizie e dei loro cenci, colle loro superstizioni in cuore, dèi penati. Se ne vanno di treno in treno, caricati e scaricati come bestie da macello, se ne vanno, anelanti al mare, a Napoli, ove finalmente, se non furono traditi dall’agente, potranno imbarcarsi per... per l’autre rive! Ove sia e cosa sia non sanno...

«Convogli di mietitori, mietuti alla loro volta dalla malaria delle Maremme e della Campagna romana, ritornanti al loro natìo Appennino, non meno miseri, non meno infelici di quelli che partono, per non rivederli mai più, i sereni laghi lombardi, le alpi natali.

«Noi, credendo far opera civile, ci studiamo di togliere loro perfino la speranza nei compensi di una vita avvenire, la fede nel loro dio... Opera civile, ma crudele.

«Balzac redivivo completerebbe la sua Commedia Umana alla stazione di Roma, che ha il privilegio sulle altre d’essere visitata ogni anno da duecentomila fra turisti e pellegrini. Visitatori delle rovine pagane e della Mecca cattolica... Oh Balzac! Il grande libro che ti sarebbe serbato, se tu ritornassi al mondo!

Un gesto d’impazienza dell’amico richiamò il sognatore alla realtà:

— Oh Giuliano! sciamò ravvedendosi, l’insonnia mi esalta come l’alcool, ti trattengo e tu sei sulle spine per l’impazienza di telegrafare...

«Via, affrettati, guadagna il tempo che ti ho fatto perdere. Ti aspetterò laggiù, ai tavolini del caffè, sotto i portici... Vedi? Laggiù!

— Decisamente, Ettore non è piu riconoscibile, pensò Giuliano, mentre scriveva l’affettuoso saluto alla sua Adele.

Dopo brevi istanti raggiungeva l’amico sorseggiante distratto un gran bicchiere d’assenzio diluito nell’acqua.

— Come, ti sei dato a quel veleno? sclamò Giuliano scandalizzato.

— No, non allarmarti... Quando ho le idee tristi, l’assenzio le rasserena, ma non ne abuso. Col lotto, l’assenzio sostituisce per noi l’hascis degli orientali. Il lotto ti apre la speranza alle vietate ricchezze; nell’iridescenza opalina di un bicchiere d’assenzio, per poca imaginazione che tu abbia, puoi intravedere qualche cosa di meglio del paradiso di Maometto...

«Per altro, a te, felice, non consiglio tali rimedi eroici. Essi non valgono che per noi, veterani di una generazione del sentimentalismo morboso, figli di un secolo cominciato nel 1859, finito nel 1870. I tuoi vent’anni in meno ti mettono a riparo dalle nostre peripezie morali. Siete pratici voi; noi non siamo stati che dei sognatori.

«Colpa di Byron, di Musset, di Dumas e di cento altri sommi del secolo d’oro della letteratura francese. Tutta roba che voi disdegnate. Anticaglie! Per essere moderni bisogna parafrasare Orazio e Catullo.

«Eravamo de’ bohèmes e la maggior parte di noi ebbe il torto di rimanere tali. Voi siete nati nel secolo della ragione. Ci vogliamo bene, non ci comprendiamo!

Sì dicendo, quasi pentito della nuova espansione, stese con affetto la mano al giovane amico, che la strinse con effusione. Poi ravvedendosi:

— Tu non pigli nulla? Una tazza di caffè?

— Ora che non c’è pericolo di incubi, la prenderò volontieri, rispose Giuliano, passando la destra sulla fronte, come per scacciare l’importuno ricordo del sogno della notte... Ma, affrettiamoci, perchè, comprenderai, ho mille cose da spicciare.

— È giusto, sei stanco del viaggio, e ti trattengo. Gli è che mi pareva di avere tante cose da dirti... Ma, non ora... Tante domande da farti, sulla tua elezione improvvisa, sui misteri che l’hanno originata.... sugli amici di Lombardia. Oh, Giuliano, io non ti voglio amareggiare la vittoria... Ma, sai come ti qualificava jeri un giornale umoristico? Giuliano l’Apostata!

«E sai quanto durerà questo ministero?

«Forse tre mesi...

«Mi dirai che i ministeri passano e i deputati restano... Il destino ti salvi dalle viltà, dalle miserie di un deputato della maggioranza quand même.

Giuliano bevette il caffè senza rispondere; ed avviatisi, i due amici giunsero all’albergo del Quirinale, quasi senza avere interrotto il silenzio... Appena qualche scambio di osservazioni sulle nuove costruzioni della nuova Roma, sulle rovine nuove dell’Esedra, incompiuta, contrapposta alle millenarie rovine delle terme di Diocleziano.

— A mezzogiorno! disse Giuliano.

— Sì, ad un patto, che domani sarai tu il mio invitato. Ti condurrò sulle alture.... Dall’alto considererai meglio gli splendori e le miserie della città eterna.

CAPITOLO V. Il sottoprefetto Cerasi e l’amico Ferretti.

Il lungo funzionano di Miralto era stato veramente provvidenziale per il suo giovane protetto. Non solo gli aveva ottenuto il riservato della Mediterranea, favore eccezionale per un neo eletto, ed aveva tempestato i giornali ministeriali della capitale e della provincia di fervorini laudatorî del suo deputato; lo aveva anche munito del viatico di una dozzina di lettere di presentazione per alcune notabilità parlamentari. In gran segreto, per il giovane prelato, monsignor Arrighi, ed una per la contessa Morin, antica ninfa Egeria di un defunto ministro di destra, tuttavia influentissima. Protettrice un tempo dello stesso sottoprefetto, la cui carriera amministrativa, brillantemente incominciata, era stata spezzata il 18 marzo 1876 per l’avvenimento della Sinistra che non gli perdonò i precedenti, un po’ troppo clamorosi, nelle repressioni che illustrarono i ministeri Menabrea e Lanza... rose e fiori in confronto di ciò che la così detta Sinistra doveva fare di poi.