ADA NEGRI
ORAZIONI
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1918
SECONDO MIGLIAIO.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono
riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia,
la Norvegia e l'Olanda.
Tip. Fratelli Treves.
Indice
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[Alessandrina Ravizza]
(1846-1915).
Orazione detta nel Teatro del Popolo,
il 21 marzo 1915, in Milano.
Alessandrina Ravizza camminava un giorno lentamente per le vie di Milano, quando vide passare un carro funebre di terza classe, nudo di fiori, quasi vergognoso della sua povertà, seguìto solo da un prete.
Colui che riposava nella cassa greggia pareva non avesse avuto, nel mondo, nome, famiglia, affetti: nulla. Se ne partiva solo: solo, forse, aveva vissuto. Ma la tristezza di quell'abbandono anche dopo la morte gelava il cuore.
La Donna della Pietà si mise allora dietro il carro, e lo accompagnò, passo passo, fra la gente affrettata e indifferente, sotto la pioggia. Lo accompagnò al cimitero, vi restò fino a quando la terra fu gettata sulla cassa, a palate brutali e sorde. Chi la vide, pensò che fosse la madre o la sorella del morto.
L'una e l'altra era, sì: di quel morto, e d'ogni vivente.
E quando ella rifece, immobile nella bara, lo stesso cammino per andare a conoscere quel che in vita mai non aveva voluto conoscere: il riposo,—tutta una popolazione in dolore seguiva il suo corpo inanimato.
Confusa tra la folla, io venivo subito dietro il carro: di esso non appariva ai miei occhi che la parte superiore carica di ghirlande, oppressa sotto il peso di enormi masse di fiori. Ed a me sembrava che il feretro non fosse già condotto al camposanto dal pesante e misurato passo dei cavalli; ma che la folla intera lo portasse in trionfo sulle anonime spalle, sul proprio dolore offerto come un ultimo rendimento di grazie. Nell'ora solenne, sotto il cielo piovorno che toccava i tetti, le vie lungo le quali la Santa di Milano passò fra corone di vessilli eran trasfigurate in un solo viso, d'un pallore e d'una intensità non mai veduti. Grappoli umani, con gli occhi spalancati, senza parola, senza gesto, senza respiro, sporgevan dalle finestre, dai balconi, dalle cancellate dei giardini, dai vani delle porte, dall'alto delle soffitte. Con ondeggìi, con risucchi, con improvviso spalancarsi e rinchiudersi di gorghi, il corteo, fiume d'anime, invadeva le strade, allagava i sobborghi, inghiottiva nel suo lento avanzare ogni espressione di vita cittadina che fosse estranea all'immensità di quel cordoglio, alla magnificenza di quel rito.
Rito celebrato in silenzio.
Ma vi sono ammirevoli sinfonie di silenzio, ricche di accordi psichici profondi come baratri, violenti come raffiche: che dall'insensibile durezza delle pietre e degli asfalti salgono per la via delle anime a commovere l'aria sino alle stelle nascoste dietro le nubi.
La Santa di Milano ebbe, nella città ch'ella tenne tutta nelle mani per virtù di amore, le esequie che si convengono agli eroi.
Ma possiamo noi veramente, dinanzi ad una creatrice qual fu Alessandrina Ravizza, pronunciar la parola «dolore»?...
È, questo, un sostantivo comune, atto ad esprimere, da quando è viva l'umanità, una sensazione o un sentimento comune. Dolore, morte, dissolvimento, non esistono per le forze creatrici. Quando un segnacolo umano scompare così, non parte che per lasciar dietro di sè un irradiamento di luce, un sommovimento di coscienze, un vibrare di fluidi, un anelito di spiriti verso la grandezza e lo splendore degli orizzonti che esso medesimo rivelò.
Non dolore, dunque. Indegno di lei, indegno di noi.
Serenità: la consapevole e stoica serenità che fu, forse, la più ammiranda virtù di Alessandrina Ravizza: per la quale rifulse di stupendo equilibrio, pur nel vario tumulto d'una esistenza di battaglia.
Ed ecco, io l'ho dinanzi, quale mi apparve la prima volta che la vidi, or son molti anni: quale mi apparve, immutata, l'ultima volta che la vidi or son pochi mesi, nella Casa di Lavoro.
Il suo aspetto era quello di un essere che porti in sè stesso—e lo sappia—l'Assoluto della regalità.
Alta su tutto, la fronte: vasta bianca massiccia nell'aureola dei lievi capelli d'argento, dura infrangibile come fosse fatta di materia silicea, luminosa lontana come fosse fatta di materia astrale.
Dalla troppo grave pesantezza del corpo alla lentezza del gesto ieratico alle linee belle ma affloscite del viso, ogni particolare della persona straordinaria si riassumeva nella maestà di quella fronte.
V'era contenuto un mondo.
Fra lo sguardo di Alessandrina Ravizza e chi le stava dinanzi, fluttuava sempre una misteriosa immagine scôrta da lei sola: un sogno, una verità, l'ombra d'un sogno, l'ombra d'una verità.
Pareva assente, con quegli occhi astratti: era invece vicinissima, con la voce e la parola. Voce pacata e penetrante, parola che subito si insinuava nel segreto dell'anima, talvolta sfiorando con estrema delicatezza una gelosa ferita, talvolta (ove fosse necessario) diritta come un coltello, tagliando nel marcio, dando libero corso al pus velenoso, trovando immediatamente il nervo sensibile da far scattare, la colpa o la debolezza nascosta da estirpare, così come si estirpa una cisti.
Nel magnetismo di quell'energia consolatrice, un innumerevole popolo di miserabili senza legge, di donne senza focolare, di adolescenti sperduti, di pregiudicati dal libretto rosso, di maestri senza cattedra, di poeti senza fortuna, di cantanti senza scrittura, di vagabondi e refrattarî d'ogni risma, trovò il conforto di un'ora, il riposo di un giorno, la strada della salvezza, la redenzione della vita.
Nessuna miseria le fu estranea, sia del corpo, sia dell'animo, sia prodotta da singola fragilità o colpa dell'individuo, sia dallo squilibrio dell'assetto sociale. Ad ognuna ella oppose, serena, il suo insonne cuore, il suo coraggio senza limiti, il suo battagliero ottimismo, la sua vertiginosa passione di pietà e di giustizia, alla quale ben si sarebbe potuto consacrare il motto della salamandra: «Più ardo più godo». Condensare in poche pagine la sua storia, non è possibile; poichè ella visse non già una sola vita, ma mille e più di mille.
Dire che ella nacque a Gatskina, in Russia, nel 1846, da madre slava e da padre italiano (un Mazzini, che si era rifugiato colà durante il periodo delle guerre napoleoniche, divenendo funzionario dell'impero), non ha importanza, non può che far sorridere. L'individualità di Alessandrina Ravizza non è tale da restringersi fra le colonne dei registri dello stato civile, e la sua ombra si riflette sull'umanità, al di fuori del tempo e dei confini.
Fu slava, e latina. Dell'intelligenza slava possedette l'intrepida logica e la furia mistica: del temperamento latino, la morbidezza del tatto, il senso dell'equilibrio, l'ala della poesia.
Da tali elementi, fusi nel crogiuolo del più assoluto ardore di dedizione che mai avvampasse in creatura femminile, risultò il capolavoro umano ch'ella potè incarnare.
Scesa a diciotto anni in Italia, vi restò. Se ad una simile Donna si può dare una patria, fu certo quella che il suo cuore scelse, e fu l'Italia.
Come si era svolta la sua adolescenza? In virtù di quale causa intima od influenza esteriore aveva potuto affermarsi in lei un così originale concetto della vita, un'individualità di così complessa e potente freschezza?...
Di sè ella non parlava mai. Non esisteva che per gli altri. Ma, quasi senza volerlo, nel bizzarro racconto cui volle apporre un ancor più bizzarro titolo: «La nota della lavandaia», diede la chiave del proprio mistero psicologico nella tolstoiana figura della piccola Vera.
Dipinse sè stessa nella delicata adolescente russa, che sulla scorza degli alberi andava religiosamente incidendo la parola «verità». Si chiama, propriamente, Alessandrina, la piccola Vera ribelle al giogo ipocrita di una delle tante istitutrici di qualità, esperte nell'arte di torturare la fanciullezza: l'acerba creatura senza requie, che vorrebbe ragionare, mentre le impongono: Devi credere: che morrebbe di esaurimento e di schifo del mondo, se, per miracolo, non trovasse la salute del corpo e dell'anima nella pace campestre della fattoria di Yegor Mathewievich.
Suoi compagni, laggiù, sono Wianka, il pastore figliuolo di tutti, scoperto in terra, un'alba di Natale, fra le gambe sanguinose d'una vagabonda morta nel darlo alla luce, e allevato nella fattoria con il latte d'una capra; e il carrettiere Fedor, biondo colosso innocente, luminoso negli occhi, nei denti e nell'anima. Wianka è un selvaggio, Fedor un mistico. Entrambi sono analfabeti. Ella insegna loro a leggere; essi insegnano a lei come non si possa esser felici e buoni che al contatto della Terra Madre.
Ella ama le cose agresti, l'odore dei fieni, le belle mucche pezzate dagli occhi dolci, i contadini semplici come le mucche, il linguaggio del vento fra gli alberi, del silenzio nei prati, delle lunghe cantilene cantate da Fedor. Cerca, avida, in tutto questo, la verità: la cercherà, fatta donna, fuor d'ogni legge sancita, d'ogni convenzione chiaramente o tacitamente accettata, d'ogni forma sociale che stabilisca una regola e implichi una condanna per colui che non vi si assoggetti.
E si porrà all'infuori e al disopra di tutto.
E sarà Alessandrina Ravizza.
Sposetta ventenne, a Milano, ella divenne la «figlia del cuore» di Laura Solera Mantegazza. Le due fiamme arsero insieme. La mirabile organizzatrice che, prima in Italia, aveva introdotto il principio della cooperazione fra le operaie, e, vecchia ormai e malata, non aveva cessato un giorno di lavorare in fervida umiltà, lasciò, morendo, alla discepola, un legato: la Scuola Professionale Femminile, a pena fondata, se così si può dire, sulle basi di un tavolo, sei sedie, un nobile sogno, molta buona volontà—e, soldi, zero.
Il legato pesava; ma le giovani braccia eran forti.
Non v'ha di quel tempo chi non ricordi una straordinaria serata di beneficenza al vecchio teatro di Santa Radegonda, allora frequentatissimo. Serata che tutte le gazzette portarono alle stelle, che segnò un'epoca, che fu il sigillo dell'influenza morale e della popolarità di Alessandrina Ravizza. Vennero poi le «fiere annuali», vivacissime, indiavolate, attiranti tutta Milano, coronate con pazzi successi di simpatia e.... di cassetta.
Così la prima Scuola Professionale italiana per le fanciulle povere meravigliosamente fiorì.
Ecco, in un anno terribile, Milano sconvolta da una di quelle crisi industriali che gettano a mare un'intera popolazione. Con la miseria, con la disoccupazione, la crudeltà d'un inverno polare. Ed ecco Alessandrina Ravizza balzar fuori con le Cucine Economiche, e con le Cucine per gli ammalati poveri. Fondo di cassa: venti franchi. Cuoca, sguattera, aiutante, consigliera e socia: una rude popolana di Porta Garibaldi. Casa in cui le Cucine s'installarono: un bugigattolo di via Anfiteatro, covo di lôcch, rifugio di pregiudicati e di male femmine. Ma Alessandrina Ravizza non aveva paura dei lôcch, nè delle male femmine, nè dei budelli a doppia uscita, che puzzano di detriti e di delitto.
Il barabba classico, Togasso o Biscella, dai calzoni a campana e dal copricapo a visiera, calato sulla faccia tagliente come rasoio, si sberrettava davanti a lei, svegliando a scappellotti nella propria animaccia bislacca quanto vi poteva ancor dormire di cavalleresco. La donna da marciapiede si umiliava, serrando sul motto da trivio le labbra mal dipinte. Le lebbrose pareti, pratiche di vizio come vecchie lenone, si sbiancavano al passaggio di colei che non sapeva che cosa fosse paura. Compariva, illuminava, purificava. Nessuno toccò mai un capello alla «contessa del brœud», alla «sciôra Sandrina».
Possedeva l'immunità dell'amore.
Per riscossioni o invii di denaro, per missioni delicatissime, esigenti la più scrupolosa onestà, potè servirsi (anzi, servirsene fu la sua gioia) di certi avanzi di galera, da pregar Dio di non farceli incontrare ad un crocicchio, di notte. Ma quegli avanzi di galera si sarebbero lasciati ammazzare, per lei. Molti di loro fecero di meglio che morire: divennero, per lei, galantuomini.
Dopo l'insurrezione del 1898, l'ardentissimo appello d'una donna alle donne italiane apre una sottoscrizione di cinque centesimi a testa, per migliorare il vitto e le condizioni dei detenuti politici, chiusi in folla nelle prigioni. La stessa donna ottiene, dopo pazienti sforzi, che gli operai rivoluzionarî usciti dal carcere riprendano il loro vecchio posto nell'officina o nel laboratorio. La stessa, più tardi, non si dà pace finchè non riesce a far distribuire dal governo un'indennità di settantatrè mila lire ai ferrovieri licenziati in seguito alla famosa rivolta. Chi può essere?... Lei, sempre lei, Alessandrina Ravizza.
Mentre la sua opera sociale con tanta ampiezza si svolgeva, il suo appartamentino privato in via Andegari, nel centro più milanese di Milano, aveva l'aria d'un piccolo ministero. Gente e gente d'ogni classe, dalla signora in diamanti e pelliccia allo studentello in giacchetta logora, dal deputato all'operaio a spasso, dall'artista in altissima fama al ladro rilasciato dal carcere, riceveva udienza a quel dolce confessionale. Là ella rifulse nella sua inimitabile originalità. Là, ella fu «Sacha».
Penetrò il segreto di migliaia d'esistenze, trovò una consolazione per ciascuna, scoperse una via per tutte. Gli instabili, i decaduti, i depressi, gli inconsistenti, i vergognosi del proprio dolore, ebbero in lei quella che li comprese com'erano, li salvò nell'unico modo possibile, uno per uno e ciascheduno secondo la sua natura, il suo tormento, la sua necessità.
La mente sovrana di lei era un registro infallibile, nel quale ogni postulante stava fotografato, accasellato, distinto nelle più singolari caratteristiche del suo caso personale. Il documento umano fu la passione di Alessandrina Ravizza: sempre partì da esso per arrivare alla sintesi.
A Parigi, una sera d'estate del 1900, ella assisteva ad una lezione della novissima Università Popolare, inaugurata in quegli stessi giorni. E vide un grosso cocchiere di piazza, il quale, immobile presso la porta, con il mento appoggiato al pomo della frusta, beveva le parole dell'oratore con la medesima avida golosità con la quale avrebbe ingollato un bicchier di vino. La Donna pensò: Ecco. Fino a ieri, alla bettola. Oggi, alla scuola.
La visione del bravo brumista dal naso bitorzoluto divenne, da quella sera, ossessionante nel suo cervello sempre in ebullizione. Personificò, per lei, il popolo, che non solo necèssita di pane per il corpo, ma di fosforo per lo spirito. L'automedonte parigino assunse ai suoi occhi gigantesche proporzioni: fu, non più un uomo, ma una classe.
Immediatamente tornata in Italia, ella cominciò a darsi dattorno, a formare, con la forza dell'argomentazione e della fede, un compatto nucleo di zelatori, nel nome del chiaro avvento: l'Università Popolare in Milano.
Perchè in Parigi sì, in Milano no?...
Novembre: l'idea è divenuta metallo in fusione.
Dicembre: Enrico Annibale Butti—nobile artista, nobile cuore—tiene, nell'affollato salone dell'Albergo Milano, un eloquente discorso sull'argomento che ormai appassiona tutte le anime non vili.
Gennajo: altri oratori, altri e più efficaci discorsi: Luigi Gasparotto, Innocenzo Cappa.
Il denaro?...—Ma quando la Ravizza vuole, il denaro c'è. Non si sa bene da qual parte sgorghi; ma zampilla, ma splende, ma c'è. È il suo segreto, questo. Lo caverebbe dalle pietre.—Dunque, niente timore, e avanti!...
Primo di marzo del 1901: data memorabile. Nel teatro Olimpia, davanti ad un pubblico attento e raccolto come in un tempio, Gabriele d'Annunzio inaugura, con la lettura della Canzone di Garibaldi, l'Università Popolare di Milano.
Nell'opera bella Alessandrina Ravizza non fu, certamente, sola. I migliori fra coloro che io vorrei chiamare «costruttori intellettuali» furono con lei, per innalzare il monumento di coltura popolare del quale Milano va giustamente superba. Anni ed anni di vita intensa, di instancabile attività, ne fecero una delle più importanti palestre di pensiero della patria. I più illustri cultori dell'arte, della scienza, della filosofia, italiani e stranieri: professori e maestri più modesti di fama, pur non meno coscienziosi e ferventi, dissero, in quelle aule, la loro parola al lavoratore del ferro, del legno, della macchina, del cuoio, del libro.
La più nobile forma della fraternità.
La reale comunione degli spiriti.
Vennero ad ascoltare, a imparare, con gli operai, anche gli studenti, gli impiegati, i professionisti. E gli artisti, anche, vennero.
E, nella gioia del libero sapere, tutte le classi, là dentro, si cementarono.
E la Condottiera, che aveva posta la prima pietra, ne esultò; e il suo elastico spirito si volse ad altre mète.
*
Fondata un'opera, ella (ove se ne eccettui la Casa di Lavoro) possedeva il genio, ed anche la virtù, di lasciarla vivere di vita propria. Trasfuso in essa il germe fecondatore, additatone l'indirizzo ideale, costruitone lo scheletro dell'organismo, non le imponeva a lungo la propria presenza, la propria autorità, come un dogma o una catena. La dominava, l'incitava; ma dal largo e dall'alto. Le diceva: «Respira, muoviti, e lavora: non a me tu devi obbedire; ma all'idea che ti trasse dall'ombra, ed alla inevitabile legge dell'evoluzione».
L'opera, per Alessandrina Ravizza, apparteneva all'umanità, che aveva il diritto e l'obbligo di rinsanguarla, con la corrente sempre viva delle giovani forze.
Per questo il nome di lei si trova legato ad una quantità d'istituzioni. La sua versatilità fu sfaccettata al pari di un prisma; ed ogni faccia rifletteva il sole. Al rapidissimo balenar dell'idea succedeva, pur rapidissima, immediata, l'azione: ottenuto l'intento, il lungimirante spirito si volgeva ad altro.
Ma quel che sorse per volontà di lei, conservò, e conserva—convien dirlo—l'indelebile impronta della sua originalità spirituale. Ovunque passò, lasciò una traccia: ovunque la fiamma del suo gran cuore splendette, un rogo di passione si accese.
V'era una chiesa in via Lanzone, un'antica chiesa longobarda senza più altare, annessa al piccolo ospedale sifiliatrico dai leggiadrissimi portici, che ora il piccone abbattè.
Alessandrina Ravizza la riconsacrò, ma scuola, per bambini luetici e donne perdute. Io la vidi colà sorridere nell'esercizio d'una pietà per molti inutile—per lei tanto più necessaria quanto più vana.
Gli scrostati affreschi della vôlta parevano attendere ritmi di preghiere: e che altro non erano, se non preghiere, le canzoncine dei bimbi?... Un Cristo di gesso tendeva da un alto zoccolo le braccia: Lasciate i pargoli venire a me.—Sull'assito che celava l'abside, il giovanissimo pittore Mario Moretti Foggia aveva dipinti a tempera inverno con neve, primavera con fiori, estate con mèssi, autunno con frutti. Dappertutto, rose in fasci, seggioline e tavolinetti di candido ferro smaltato. Bianchezza, innocenza. Tutta quella leggiadria l'aveva voluta lei, per loro: per i piccoli condannati.
Appunto per questo: perchè eran condannati senza aver commesso nulla di male.
Pietà inutile?... Esiste forse, la pietà inutile?...
Si stringevano intorno a lei, i fanciulli convalescenti (ma non guariti) dell'inguaribile malattia per la quale padre e madre si vorrebbero (ma non si possono) maledire: per la quale gli zelatori della selezione umana imporrebbero, nel nome della salute pubblica, una mortale iniezione di morfina: i frutti d'alberi marci, destinati alla piaga purulenta, alla cecità tentennante, alla follia degenere: a divenire null'altro che cenci nel mondo il quale non richiede, non esige che forza.
A lei guardavano, ed erano consolati: per lei imparavano a leggere, a scrivere, a conteggiare; e avevan libri, giocattoli, fiori, alberi di Natale scintillanti dì lumi e di doni. E cantavano i cori in cui si dice che la vita è bella. E ne ebbero gioia.
E gioia ebbero, con essi, le sventurate che dalle corsie dell'ospedale sifiliatrico entrarono nella Chiesa-Scuola, accolte con chiara e semplice tenerezza: compitarono sui libri parole di grazia: si sentirono, la prima volta nella vita, circondate di rispetto: videro forse per la prima volta, negli occhi della Purificatrice, che il cielo era azzurro anche per loro.
Tolto l'altare; ma sempre quello, nei secoli, il Vangelo: sulle labbra della Ravizza ardente così da distruggere la carne malata e mettere a nudo i cuori che l'ascoltavano.
La chiesa fu lasciata intatta, a storica memoria; ma dell'ospedale non esistono più, ora, nemmeno le pietre. Sorgono a quel posto un ginnasio e un liceo, per l'adolescenza bella e sana, che dovrà rinvigorire la muscolatura d'Italia.
La via mutò nome. Tutto cambia.
Ma le tristi inferme e gli ancor più tristi fanciulli dalle vene guaste furono, con la loro diletta Scuola-Laboratorio, trasportati in luogo più arioso e più adatto alla moderna igiene, nel Padiglione Dermatologico di via della Pace; e affidati alle cure della più degna discepola di Alessandrina Ravizza: Bambina Venegoni, che da lei ricevette la lampada accesa, e sa che nelle sue mani non si spegnerà.
*
Alessandrina Ravizza fu la prima donna che, in tempi ormai già lontani, riuscì, con abito non religioso, a varcar le soglie delle carceri, per compiere ufficio di carità materna verso i giovinetti pei quali ancora non esisteva la condanna condizionale; e che, per crimini in cui, certo, la loro acerba responsabilità non aveva gran parte, venivano ammassati in luridi cameroni, dove i più esperti in corruzione riuscivano a rovinare i più ingenui.
Una nota di cronaca, breve e brutale, l'aveva spinta al difficile passo: un precoce delinquente di quattordici anni s'era suicidato in carcere, appiccandosi ad una sbarra della feritoia. Tutta l'adolescenza abbandonata fra il marciapiede, la bettola e la prigione, si concentrò, per lei, in quel piccolo suicida.
Travide in un lampo il bene da compiere: si considerò investita del còmpito di riparazione che la società doveva a quei deviati: andò, come sempre, fino in fondo.
Fu la più bella delle sue gesta di carità.
Passò le giornate in compagnia di adolescenti criminali, nella penombra piena di brividi delle prigioni: ebbe con loro i dialoghi lapidarii che il cuore non scorda più, udì da loro le verità corrosive che brucian le labbra di chi le dice e il volto di chi le ascolta. Penetrò, con il proprio istinto psicologico che non fallava mai, nell'intimo di quelle animule, pozzi profondi d'acqua avvelenata. Decifrò, con acuta avidità scientifica, la nevrosi del futuro barabba. Ricevette, da bocche quasi infantili e già decrepite, rivelazioni straordinarie sulle speciali leggi, sulla disciplina feroce della società sotterranea.
Ma non le bastò.
Seguì fuor del carcere, nella vita, i suoi piccoli delinquenti. Mostrò loro il bene, come si apre una finestra a chi asfissia, come si indica una sorgente di fresca acqua a chi è arso da troppo calore. Li convinse con il genio della persuasione. Fu la mamma, solo e divinamente la mamma. Li amò, li capì, li difese, se li contenne nel cuore, li considerò come usciti dal suo proprio grembo—sterile come quello di quasi tutte le donne destinate alla maternità cerebrale.
Nel libro dal vero «I miei ladruncoli», nel quale ella riuscì a raccogliere, con sobria efficacia, molti preziosi documenti di criminalità infantile, narra lei stessa in qual modo potè scoprire le trame di una vera e propria associazione a delinquere fra ragazzi, chiamata la scuola del furto: con inviolabili articoli di statuto, leggi senza scappatoie, tenebrose lotte intestine, e un re: el re di lader.
Era costui Pasqualino, detto Lino, detto anche el Schisc, vagabondo di mestiere, alloggiato la notte nel principesco Albergo del Verde, quando il verde c'era: Piazza Castello, seconda panca a sinistra del viale: oppure, nel cavo tronco di un albero secolare, presso il dazio di Porta Tenaglia.
Nel raggio d'influenza di colei che, con subitanea, selvaggia passione, egli chiama «la mia mamma», el re di lader si ravvede, rinuncia al cattivo potere: senza per questo, s'intende, tradire i suoi compagni, e sicuro del complice silenzio di Alessandrina Ravizza.
E vorrebbe, sì, lavorare: entrare nella Nave-Scuola del Garaventa, dove tanti discoli furono accolti, e trovarono la salute del corpo e dell'anima nella disciplina del Maestro, nell'alito salso del mare.
Ma si ammala, orrendamente, di tigna.
La casa di cura, dunque, invece della Nave-Scuola. E la cuffia di pece, e le pinze martirizzanti.
Solo?... Ah, no. La sua «mamma» è con lui. Si è, per restargli accanto, isolata dal mondo, assoggettandosi al rigore di un'assoluta segregazione.
Chi ripeterà le parole pronunciate in tante ore d'oscuro e accettato supplizio, fra la madre senza macchia e il figlio d'anima, delinquente e tignoso?...—Aiutami tu, Santo Francesco: canta per me uno de' tuoi più innocenti fioretti.
Lo Schisc, sovrano volontariamente decaduto da un regno di rapina, appoggiava, seduto su di uno sgabello, in grembo a lei la testa umiliata dal ripugnante male, fasciata di bende antisettiche.—Ma il male era bello, e le bende una corona.—Conversavano essi, sottovoce. Forse, dei piccoli complici sparsi pei budelli tentacolari della metropoli, senza dimora fissa, senza stato civile, con un solo terrore: quello della questura. Quanti!...
Quel dall'occhio: malaticcio, senza parenti, nato dal rigagnolo per generazione spontanea, macchiato sotto l'orbita destra da una ributtante piaga, della quale egli approfittava per vivere di mendicità, riducendosi a dormir la sera all'Osteria delle Due Sedie,—una per la testa e l'altra per i piedi, il tutto a due soldi.
Gonin, la spia: Rico, il vicerè, rivale e nemico acerrimo dello Schisc: piccola belva dalla bassa fronte capelluta, dall'occhio torbido feroce, carne da galera, non privo d'una certa diritta linea nell'innata crudeltà.
El fiœu de nissun: un altro abbandonato, bello ed aristocratico nei lineamenti e nel tratto, come (e forse lo era) il figlio d'un patrizio.
Quel dalle smorfie: borsaiuolo audacissimo, di agilità rocambolesca, Gavroche del vicolo milanese, funambolo del ladroneccio, ammaestratore di rane e di gamberi con grande spavento delle serve del Verziere, clown dalla scarna mobilissima maschera, atta ad ogni più buffa e più tragica trasformazione.
Eugenio: il pallido, floscio, spaurito Eugenio, che non aveva mai potuto imparare a rubar bene, perchè tremava sempre di paura; e al quale i compagni fischiavan sul viso, beffardi:
—Va là!... tu sei fatto per essere onesto!...
E gli altri?...
Oh, andare a cercarli. Poterli ritrovare. Poterli portar via, farne una colonia di coltivatori della propria terra, di contadini liberi e forti....
Sognavano, madre e figlio. Un sogno mirabile. Una casa immensa, con focolari accesi, con letti bianchi, con gaie tavole apparecchiate, con porte aperte, nella quale potessero venire accolti, in libertà, senza domande, senza connotati da registrare, senza rimproveri, senza sermone, i piccoli vagabondi figli di nessuno, nati non si sa dove, vivi non si sa perchè, costretti a dormire all'Osteria delle Due Sedie, all'Albergo del Verde o al Caffè dei Piedi Umidi: a rubar per mangiare: a finire, un bel giorno, in scatola o all'ospedale.
Anche i grandi, però. Anche i vecchi. Anche quelli macchiati di sangue. Tutti, con il fascio delle loro colpe, non più gravi, forse, dei loro dolori: con il marchio dei proprî delitti, non più orribile, forse, di quello delle ingiustizie che, sin dall'infanzia e già prima di nascere, hanno dovuto subire.
E senza sermone. Già. Lo Schisc disprezzava incommensurabilmente le prediche moraliste. «Hin tucc cialâd»[1], diceva. Egli l'aveva udita, la voce del miracolo. Sapeva la sua dolcezza.
O Madre!...
Nella cella di segregazione d'una clinica, dal martirio di un discolo infetto di tigna e dalla carità della Donna senza riposo, nacque il germe della Casa di Lavoro.
*
Vi è, in ogni vita di pensiero e d'azione, il periodo della sintesi. Si giunge, nella più varia e lussureggiante sinfonia musicale, al punto nel quale idee melodiche, accordi, dissonanze, sapienze d'ispirazione e di stile si raggruppano, aderiscono fra loro, fondendosi in un unico pieno d'orchestra,—culmine e coronamento dell'opera canora.
Alessandrina Ravizza, già avanzata negli anni, non stanca, no (poichè non lo fu mai), ma avente dietro di sè una foresta spessa e viva d'istituzioni da lei create, di umane esistenze per lei scavate dal terriccio impuro e deterse dell'indegnità,—compose in sè la propria sintesi, toccò il culmine della propria sinfonia vitale, entrando a dirigere la Casa di Lavoro.
Il vecchio sogno s'era fatto realtà, per volere e nella sede della Società Umanitaria, fondata in Milano dal filantropo Mosè Loria, al solo scopo di promuovere e aiutare le energie del popolo.
Spirito libero se altro mai ve ne fu, Alessandrina Ravizza non avrebbe potuto incanalare tanto impeto fattivo fra le strettoie d'un'istituzione di beneficenza propriamente detta, fosse pure opera sua: Casa A, Casa B, Casa C, disposta ad accogliere la tal classe di miseria, ma non la tal'altra: la tal classe di miseria, dico, ben riconosciuta, provata, vivisezionata, messa a protocollo, chiusa in prigione fra gli articoli d'uno statuto.
Sulla soglia, sempre aperta di giorno e di notte, della Casa di Lavoro, ella si trovò, per incanto, al suo posto ideale. Là ella fu, non solo una forza, ma un simbolo.
—Picchiate, e vi sarà aperto.
Il disoccupato picchiava, entrava, senza che alcuno gli chiedesse di quali strade fossero la polvere e il fango che gli imbrattavan le scarpe, o se in tasca avesse le sue carte in regola.
Gli bastavan, per essere accolto, i connotati della disperazione.
Nel palazzo di via Manfredo Fanti, grigio, severo, ma illuminato di verde dai centenarî platani del cortile, trovava letto, cibo, assistenza, lavoro. S'intende, il più semplice, il più adatto ad essere compiuto anche da mani inesperte, o avvezze ad altra fatica: casse d'imballaggio, attrezzi di legno, mobili rozzi, scatole di cartone, sacchetti per droghieri e farmacisti, buste, Pinocchi verniciati, lavori di copiatura. Ripartendo tre settimane dopo, egli andava quasi sempre verso un piccolo posto di guadagno, che Alessandrina Ravizza gli aveva potuto scovare, sconvolgendo mezza la città.
La valanga della disoccupazione anonima, abbattendosi contro di lei con illimitata diversità di provenienza, di sostanza, di espressione, di sentimento, la colpì in pieno cuore solo per saggiarne la resistenza bronzea, e farne meglio vibrare tutte le corde dell'energia.
Là ella decifrò l'inedito della miseria umana, lo condusse a divenir materia degna di salvazione.
Uomini senza patria, capaci di molto bene e di molto male, in perpetuo pugilato con la civiltà che non li vuole e ch'essi non sanno comprendere: giramondo, che non osano mostrare la fedina criminale: nemici inconciliabili della burocrazia: rifiuti degli uffici di collocamento: perseguitati dalla mala sorte, pei quali la robustezza dei muscoli è una ironia, l'abilità al lavoro un soldo fuori corso, l'ingegno un pericolo, il diploma uno straccio inutile,—costituirono intorno ad Alessandrina Ravizza, nella cittadella di via Manfredo Fanti, una specie di cenciosa guardia del corpo, sempre diversa e sempre l'uguale.
Ella li penetrò fino al midollo, li assaporò nella loro infetta sostanza di dolore, li saturò della sua dolcezza, li rimandò raddrizzati e consolati. Chi collaborò con lei fra quelle mura afferma che ella giornalmente compiva miracolo.
Figure d'indimenticabile pallore, di sinistra aridità, di significato eterno passarono dì là, bevvero alla sorgente, scomparvero: il Professore: il Pretespretato: il vecchio Profeta: la Rondinella sarda.
Il libro di memorie «Sette anni nella Casa di Lavoro» dalla Ravizza lasciato inedito, e pubblicato per cura della Società Umanitaria dopo la sua morte, documenta in quanto è possibile, nella loro crudità, quelle esistenze misteriose, sporcizie vagabonde, deformità morali e fisiche, trascinate fra la strada e l'asilo notturno: rughe più taglienti delle cicatrici, confessioni più taglienti delle rughe.
Ma si possono documentare le sabbie delle spiagge, le acque dei mari?...
Quando fu necessario—per dare immediato soccorso—violare disposizioni burocratiche, dare un graffio a qualche regolamento statutario, Alessandrina Ravizza lo fece, impavida.
Diceva:—Questo non mi riguarda. Chi soffre non deve aspettare. Chi soffre può morire.
E andava avanti.
Le casse di risparmio, le banche non esistevan, per lei, che sotto forma di fulgide cornucopie, pronte a versar piogge d'oro sulla testa dei nullatenenti.
E fu gaia, fra tanti spasimi: la sua risata sana, gagliarda, omerica, agiva come un tonico, squillava come una diana.
Ai potenti della terra, associazioni o individui che fossero, re di corona o di censo, governi di stato o monopolii di denaro, si rivolse da uguale ad uguale. Le sue richieste, le sue raccomandazioni avevano assai volte il tono sicuro ed alto del creditore che reclama il dovuto. Per un lurido straccione dalle scarpe slabbrate ella avrebbe forzate le porte delle reggie. Non ricevette mai un no. Appariva investita d'un diritto divino: portava sul petto la croce di guerra della miseria.
In fondo, a somiglianza della massima parte de' suoi patrocinati, anch'essa era una fuoruscita. Aveva il loro sangue nelle sue vene.
Nessuno meglio di lei comprese ed amò i vagabondi per i sentieri dell'utopia, i ribelli alle solite quattro pareti con le solite quattro sedie intorno alla tavola, i sognatori per i quali la strada è preferibile alla casa, la scorciatoia alla strada, il bosco alla scorciatoia, le stelle dei cieli ai comignoli dei tetti: gli evasi dall'equilibrio comune, i rappresentanti del libero istinto, che non conosce nè accetta catene.
Ma al disopra del normale ella s'innalzò, in un senso elevatissimo di moralità e di poesia: per creare, non per distruggere: per l'ideale d'una nuova filosofia della vita, in un benessere umano senza coercizioni: per bisogno di più largo volo, di più chiara luce, di più serena bellezza.
Uomini e donne d'ogni partito onoreranno colei che a nessun partito appartenne. Vorremo noi chiamarla anarchica?... No: nemmeno. Chi oserà classificarla?... Fu Alessandrina Ravizza.
Non ebbe, prima di lei, il mondo una che le somigliasse: non verrà, dopo di lei, quella che la possa sostituire.
Non conobbe limiti, nè per sè nè per gli altri. Arrivò dove volle, ottenne quel che le parve giusto, combattè e vinse sola per il diritto di tanti, come se avesse un esercito di arcangeli al suo comando.
L'umanità le fu croce da portar sulle spalle: la resse cantando, con serenità splendente, con l'appassionata letizia della vocazione.
E non fece il processo alla vita. Amò la vita. La predilesse, l'incoraggiò, la benedisse in ogni singola manifestazione di carattere, di arte, di volontà, di amore. Amò l'amore, ne fece aria per il proprio respiro. Il processo, e senza quartiere, lo fece alle imposture sociali, ai tortuosi egoismi, alle spinitiche debolezze che la deformano, e imbavagliano e garrottano l'essere umano, avvelenandogli la gioia di esistere. Condannò senza appello la simulazione della vera vita: così grottesca e miserabile, quando pur non sia criminale.
Nulla d'impossibile: era il suo motto.
Qualcuno, parlando di lei con accorato rimpianto, ebbe a dire: Tutto ella diede, nulla chiese per sè.
Io non lo credo.
Quella Donna già vecchia, vestita d'una logora gonnella stinta e d'un meschino scialletto nero, povera—forse—come il più povero de' suoi disoccupati, possedette, fino al giorno della sua scomparsa, inesauribili tesori di ricchezza.
Possedette le anime.
Ed ella non chiedeva altro bene. Ne mangiò, ne gustò, a migliaia, a milioni, novella Santa Caterina da Siena. Trovò in esse il preziosissimo sapore che la metteva in perpetuo stato di ebbrezza spirituale. Ciascuna fu per lei il tesoro da scoprire con simpatia e meraviglia sempre fresca, benedicendo il Signore. Fetor di sangue guasto non la fece dare indietro, salsedine amara di lagrime non la scoraggiò, tenebra di coscienze brute attirò maggiormente il suo coraggio.
Piccola coi piccoli, grande coi grandi, formata d'una sostanza nervosa che più di sè donava più di sè si nutriva, maneggiò con passione e con arte infinita la materia umana, sopra tutto interessandosi al caso particolare, non trascurandone i più minuti elementi. Era la sua delizia, il caso particolare. Ne estraeva, a goccia a goccia, il succo intimo, la nascosta filosofia, voluttuosamente.
Diede, dunque, tutto; ma tutto volle ed ottenne in cambio, miliardaria dell'amore, epicurea delle anime.
Il carteggio di Alessandrina Ravizza?... Una biblioteca intera. Le sue memorie?... Un caleidoscopio di aneddoti più inverosimili del vero, fusi con elementi epici di primo ordine. Diede alla carità le ali della poesia, la spinse talvolta fino alla sublimità dell'assurdo. Per correnti senza tregua rinnovate, per bocche senza tregua aperte, l'umanità si assimilò a lei, ella all'umanità.
Ripercossa in un'innumere quantità di vibrazioni, la sua esistenza, che si rifiuta all'analisi, si rifiuta anche alla morte, rivive in fluido e in luce.
L'ultima volta ch'io la vidi, fu nello studio terreno della Casa di Lavoro, in un pesante pomeriggio d'agosto del 1914. L'aria pareva fuligginosa, ardeva di vampe nascoste, pesava come piombo.
Ella se ne stava immobile, formante un solo blocco con lo scrittoio, al posto che da tanti anni teneva. Vi sono creature sovrane che sanno costruirsi, nella propria carne caduca, il monumento: io vidi in lei, quel giorno, il suo monumento.
Per l'ultima volta mi isolai nella visione di quella fronte: dura infrangibile come fosse fatta di materia silicea, luminosa lontana come fosse fatta di materia astrale. Il mio cuore si curvò, fedelmente, in umiltà, davanti alla Portatrice di fiaccola.
Ma un'espressione non mai veduta di severità dolorosa era ne' suoi occhi.
Me le rannicchiai ai piedi, le misi la testa sulle ginocchia perchè mi accarezzasse, come soleva, i capelli.
Ella soffriva.
S'era in quei giorni scatenata la guerra delle nazioni. Bagliori d'incendî all'orizzonte, echi delle prime carneficine, odor di polvere, incubo. Valanghe di emigrati italiani, cacciati in furia dai paesi in armi, si riversavano sulle terre della patria, in treni merci, in carri bestiame, in un tormento canicolare di fuga. Bambini morivan per via, donne si sgravavano nei vagoni, mandre umane arrivavano sudicie, mute, inebetite, sperse: e i mariti non ritrovavano più le mogli, e le madri smarrivano i figli.
La guerra!... Vi era dunque nel mondo un male che Alessandrina Ravizza non poteva nè impedire, nè guarire?...
L'unica ragione che ella aveva data alla propria esistenza le si sbriciolava fra le mani, diveniva un mucchietto di cenere: fratellanza, uguaglianza, pietà, amore fra gli uomini, sforzi della scienza, serenità del lavoro, audacie dell'industria, sacrifici della bontà, le apparivano, in quel momento, foglie secche rapinate dalla raffica ciclonica.
E non si era che al principio.
E la sua anima profetica sentiva che quel cataclisma avrebbe sconvolto la terra.
Desiderò di morire, me lo disse sottovoce, con accento di calma disperata. Solo restava in piedi—con un titanico sforzo di volontà—restava in piedi colpita e malata, per fare argine alla piena, per ricevere ed aiutare i miserabili che da ogni parte la disoccupazione prodotta dalle prime crisi della guerra conduceva alla porta della Casa di Lavoro.
Ancora visse. A tempo per vedere il Belgio, violato e crocifisso, ergersi sulle vette della storia, nella più sublime delle immolazioni civili: l'Europa a fuoco e fiamme, le rovine al posto delle cattedrali, i cadaveri al posto delle seminagioni. A tempo per ben discernere nella tormenta rossa, e, malgrado il suo orrore per il sangue, invocar la guerra contro i barbari, come la sola via di onore aperta all'Italia.
Ma nulla volle vedere più. In una pallida alba di gennajo, stesa sul letto d'una camera umile come una cella, volse in silenzio la testa contro il muro—e spirò.
Nevicava. Quanta neve!... Fitta candida impalpabile. Ali ali ali. E silenzio.
Per bocca d'una vecchia demente, protagonista del romanzo scritto da Alessandrina Ravizza più per liberarsi l'anima che per vera necessità di compiere un'opera d'arte, ella aveva un giorno gettato un grido che tutta la rivela e la riassume, nel suo tormento e nella sua fatica:
«Acqua, acqua!... Lavandaia, avete contato bene i fazzoletti, le camicie, le tovaglie, le lenzuola?... Facciamo la lista delle bugie convenzionali, dei delitti non puniti dal codice, delle ingiustizie sancite dal costume. Acqua, acqua!...»
Gemito di disperato desiderio!... Desiderio di purezza, di pulizia morale, di liberazione, per l'esistenza che l'uomo non chiese e gli toccò di subire!... Basteranno tutti i fiumi del mondo?...
Sia pace alla gola arsa.
Tutti i fiumi del mondo si gonfiarono e strariparono, sì. Ma in onde purpuree, bollenti e schiumanti.
Non acqua; ma sangue. Il migliore, il più giovine.
E noi non possiamo ancora, nella nostra sofferenza, giudicare se questo sia un bene od un male.
Ma, se è necessario che la lotta fra il bene ed il male continui ad equilibrare le forze dell'umanità, noi vogliamo illuderci che il lavoro compiuto in così vasto giro d'anni da colei che il genio del bene incarnò in santità di atti, non sia stato vano.
Per miracolo d'amore ella è ritta ancora al suo posto fra noi, immateriale, invisibile, ma presente, ma nostra. Con una scintilla caduta dal faro della sua fede, accendiamo nei cuori le lampade. Nel suo nome e nella sua immagine glorifichiamo in noi il sacrifizio volontario, la tenacia combattente, l'ottimismo vincitore, l'umanità che è senza numero, ma che in un sol cuore può essere contenuta.
Ed ognuno che porti impresso il segno della sua grazia, parlerà con lei, per conforto, nel segreto dell'anima, rivolgendole questa preghiera:
«Madre, fa che sempre, nella mia miseria, io possa discernere e soccorrere chi è più misero di me.
«Madre, fa che non mi manchi mai l'energia di vincere il mio male, per atroce che esso sia; e che dalla vittoria sopra me stesso sappia estrarre il farmaco che guarisca il dolore altrui.
«Madre, aiutami a dare, e fa ch'io non senta e non invochi altra gioia; e s'io resti nudo, vestimi del tuo ardore.
«Madre, fa che ad onta di tutto io viva in purità di amore come il bambino che recita il Padre Nostro—e ch'io muoia senza rimorso.»
Con questa preghiera l'invocherà ognuno che porti impresso il segno della sua grazia—ed ella risponderà.
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[Luigi Majno]
(1852-1915).
Orazione detta nell'Asilo Mariuccia
il 28 giugno 1916, in Milano.
Il quattordici dicembre del 1902, qui presente Luigi Majno, io stessa, con parole rese tremanti dal tremante cuore, salutavo il sorgere—per virtù e volontà di una fanciulla che aveva dovuto morire perchè l'Opera nascesse—dell'Asilo Mariuccia. Ne lumeggiavo gli scopi, ne additavo le ragioni ideali, dicendo fra l'altro, come se l'avvenire si rivelasse nitido ai miei occhi, che pure il pianto offuscava:
—L'Asilo Mariuccia non è ora—così Mariuccia volle—che la prima pietra d'un immenso edificio di rigenerazione, e non femminile soltanto.
Appoggiato ad uno stipite, conserte le braccia sul petto a comprimere il cuore, curva la testa granitica, il Padre Majno ascoltava: e il dolore per la Creatura morta e la fede nell'Opera viva si scolpivano sul suo viso.
I giorni si sovrapposero ai giorni, nella casa bianca chiusa nel pudore del suo giardino. Ognun d'essi portò con sè il proprio lavoro martellato di fatica, coronato di spine, ma palpitante di germi, come sempre il lavoro compiuto per necessità ideale.
Bimbe insidiate dalle più basse brutalità della miseria e del vizio, già vecchie prima di aver toccato l'adolescenza, trovarono qui, a poco a poco, sè stesse: fecero la divina scoperta della loro anima, quale l'innocenza della natura l'aveva creata.
Donne vi sono ora, rispettate e serene, che, per aver qualche tempo sostato nella dolce casa, rientrarono in dignità di vita, riamarono la gioia del lavoro, riuscirono a edificare intorno a sè la famiglia nella sua santità.
Maestre di scuola vi sono ora, che quanto di bene ricevettero da materni cuori nell'Asilo Mariuccia profondono in altre creature, avviandole per diritte strade di vita.
Gli anni si sovrapposero agli anni, e la piccola casa non bastò più. L'Opera domandò spazio. Ed ecco, il pronostico fu compiuto, le pietre si mossero, le muraglie si scostarono, il tetto s'innalzò, il rifugio s'ingrandì per la bellezza d'un più vasto amore.
Ma a render saldo un edificio di pietà umana non bastano le pietre: cemento d'anime è necessario. Mariuccia dal pallido viso appassionato, Carlottina dalle trecce d'oro vennero prime, sedettero, velate, alla porta, con le mani in croce.
Il Padre, che noi siamo oggi riuniti a commemorare nel tempio ch'egli aiutò a fondare e nel quale si svolse la parte più intima, gentile e, direi, pudica della sua attività,—il Padre Majno penetrò dopo, silenzioso, felice di riunirsi alle sue due figliuole, animando di sè le cose visibili e le forze invisibili.—E vi è rimasto, Lare benedicente.
Assai più degna parlerebbe di lui, in mia vece, un'autorevole voce virile. Ma tutti gli uomini validi in questo tempo sono a combattere; e gli occhi e gli animi dei rimasti son tutti rivolti in ansia verso le frontiere, ove giornalmente si rinnova il miracolo degli eroi.
Luigi Majno, cittadino del mondo per natura e per fede, tale miracolo non vide, ma lo invocò. Interventista della prima ora come Alessandrina Ravizza, non pensò neppure per un momento che la patria potesse rimanere spettatrice indifferente dell'aggressione germanica. Egli, che sempre era stato irriducibile avversario del militarismo e della guerra. Che aveva vissuto la più candida delle esistenze nella religione dell'Internazionale. Che come Socrate era sereno, e, come Dostojewski, come Tolstoï, non per sè vivo ma per l'umanità.
Ma già il Belgio era stato tradito, invasi i primi dipartimenti della Francia: già la rossa Walkiria impazzita calpestava nella corsa furiosa carne d'innocenti e d'ignari, sotto gli zoccoli in fiamme del suo cavallo. E il Padre Majno era divenuto cieco di sacra collera. Cieco dell'indignazione che a Gesù Cristo aveva fatto brandire la frusta nel tempio. Se egli avesse potuto vivere fino al maggio memorando, l'Italia avrebbe veduto il più mite de' suoi figli, il buono apostolo del disarmo, malgrado la già stanca età, partir volontario per la frontiera con saccapane, gamella e fucile, accanto a Guido Donati suo discepolo diletto, a Bissolati, a Gasparotto, a Mussolini, a Filippo Corridoni: e come Guido Donati e Filippo Corridoni, forse, cadere: non uomo di combattimento, ma uomo di giustizia, cadere: per la riconquista d'un bene ideale senza prezzo, del quale egli soffriva troppo di essere defraudato.
Ma Luigi Majno non ebbe bisogno di andare a combattere per essere ucciso dalla guerra.
Egli morì di dolore per aver dovuto accettare e proclamare, davanti alla feroce verità dei fatti, la necessità ineluttabile di passare, anche in questo secolo, attraverso la guerra per difender la pace.
Qui non v'è che una piccola donna a celebrare il Giusto e la complessa attività sua di giurista, di filosofo, di scienziato, d'uomo politico, d'uomo di fede.
Ma questa piccola donna, che ebbe la ventura di vivere alcuni anni della prima giovinezza nella dolcissima intimità della famiglia e del cuore di Luigi Majno, non vuole, non sa evocarlo che in luce di gioia perfetta.
In luce di gioia perfetta risorga dunque per noi il Majno di venti e più anni or sono: quando, nella pienezza della virilità, giunto alla più intensa espressione del suo pensiero e alla più chiara vetta del suo lavoro, circondato dall'affetto dei familiari, dalla devozione dei discepoli, egli pareva designato a raccogliere intorno a sè le forze migliori del suo partito; e sapeva imporre agli avversarî la più schietta forma del rispetto—quella che confina con l'amore.
Alto, robusto, massiccio, un poco tozzo il collo sulle spalle quadre, portava fiera la testa dalla gran fronte bionda, sovrastante a torre sulle profonde cavità degli occhi. Ma gli occhi azzurri e la fresca bocca erano di un bambino. Di un bambino, talvolta, nella quiete delle ore raccolte, l'accento e la voce.
Dolce casa!... Vasi di fiori, tralci di edere sorridevano alle finestrelle; quadri di giovini artisti, allora all'alba della fama, sorridevano dalle pareti. Vi si saliva per molte scale, le stanze eran basse come solai; ma quanta luce, quanta grazia, quante cose belle là dentro!... Folate di vento carico di pòllini, squilli di risa simili a campanellini d'argento vi portavano i tre fanciulli. Vi si beveva serenità, come a polla di acqua sorgiva. Intorno al placido pater-familias e alla donna dall'anima misteriosa, che già recava negli occhi il presenso delle tragedie future, un flusso e riflusso inesausto d'amici. I più bei nomi dell'arte di quel tempo. I più battaglieri campioni del pensiero, della politica, della scienza positivista. L'amicizia elevata a missione, l'amicizia eroica, quale Riccardo Wagner la fissa per l'eternità nelle note del dialogo fra Kurnevaldo e Tristano, sulla spiaggia dell'isola deserta. Giovinezza, speranza, discussioni eclettiche, ideologie fiammeggianti, dinamismo, sublimazione delle forze di vita.
Era l'alba dell'idea socialista. Gli operai cominciavano a comprendere il significato di due grandi parole: cooperazione: organizzazione.
Non esistevan più classi. Non più confini. Non più razze. Tutte le lingue si rispondevano, fondendosi in una sola favella di ricchezza favolosa. L'utopia era talmente bella che pareva di toccarla con le mani, di stringerla come realtà.—Benvenuto, fratello!...—Addio, fratello!...—Chi era nel mondo che ci fosse estraneo?... Gli spiriti si dilatavano fino a comprendere nella loro cerchia l'umanità, e tanta era la gioia che giovinezza ci sembrò eterna.
Luigi Majno costituiva la base ed il centro del cenacolo.
Lontano pareva se pur presente, assai volte, mentre i nervosi discorsi sfavillavano volteggiando intorno alla sua placidità sognatrice. Ma ad un tratto una sua frase piombava con taglio netto nel folto della conversazione, mettendo a nudo il muscolo d'un argomento, fissandolo in un paradosso o in una definizione tra il bonario e il corrosivo.
Egli dirigeva gli spiriti, senza che se ne avvedessero.
Accarezzando le ciocche ricciute di Mariuccia, color della castagna non ancor matura, o le seriche trecce bionde di Carlottina, volgeva pensieri d'armonia che poi sbocciavano sulle sue labbra di fanciullo, nella forma geometrica e nel gemmeo splendore dell'espressione definitiva.
Teneva lunghi colloqui di silenzio con un gatto che lo comprendeva, perfettamente, russandogli sulle ginocchia. Passava e ripassava, distratto, le dita nella tigrata pelliccia elettrica. E se all'improvviso usciva a dire una delle sue memorabili frasi, pareva ne avesse estratta l'ispirazione dalla taciturna sapienza dell'idolo felino dagli occhi verdi.
Infinite cose di bellezza lapidaria egli disse così, sospeso fra il sogno e la realtà.
Chi le raccolse?... Egli fu un socratico. Le qualità essenziali della sua natura lo portavano all'insegnamento, inteso nella sua purità religiosa.
Nominato professore di diritto e di procedura penale all'Università di Pavia, dal 1890 al 1894, là occupò veramente, ma, ahimè!... per troppo breve tempo, il posto che gli era dovuto dalla vita.
Giureconsulto di tal dottrina e di tali doti, che Francesco Carrara gli aveva preconizzato un magnifico avvenire, iniziò il suo corso con una prolusione che fu una memoranda battaglia, combattuta a visiera alzata nel nome del movimento positivista sperimentale, diretto a conquistar nuove strade allo studio del diritto: compreso non come arida teoria, ma come viva materia umana. L'innovatore apparve subito, ebbe nemici e satelliti.
Formò poscia, profondendosi in lezioni nelle quali la complessità e la sicurezza della preparazione scientifica, la vastità delle vedute e l'unità morale davano valore di convinzione alla novità del metodo, valentissimi discepoli.
Diresse menti e cuori, illuminò coscienze, temprò caratteri, formò energie di battaglia: fu ascoltato, seguìto, venerato, benedetto.
Creò (come sempre il Maestro di grande stile) con sè stesso gli altri.
Meschine ragioni di parte tolsero a lui la cattedra che l'autorità della sua parola onorava e avrebbe resa gloriosa. Il probo e mite cuore ne sanguinò, in silenzio; ma l'opera del Maestro continuò.
Alla sbarra e nelle assemblee. Nella casa. Nella strada. Fra gli amici, al tavolino d'un caffè. Ovunque, comunque. Difendendo un accusato in corte d'assise, un'idea in un comizio. All'unica missione lo portavano organicamente l'equilibrio mentale, la dirittura logica, e la facoltà di tutto assimilare per tutto rendere, con originalissima arte comunicativa. E dico tutto nel senso enciclopedico: perchè l'opulenta struttura del cervello di Luigi Majno e la sua sconfinata memoria comprendevano (chi lo conobbe sa che non esagero) lo scibile umano.
Per tal ragione, senza dubbio. Luigi Majno appartenne alla specie degli uomini superiori che, avendo esercitato in vita un'immensa influenza spirituale, continuante anche dopo la morte, pochissimo lasciano dietro a sè in quanto ad opera concreta, fissata in caratteri di stampa.
Quel conoscitore, adoratore, insonne inseguitore del libro, del libro per sè stesso in ogni lingua, edizione, materia, data, non affidò il proprio nome che ad un solo lavoro stampato: il Commento al Codice Zanardelliano, composto in parte durante i battaglieri anni del suo insegnamento nell'ateneo pavese.
Lavoro, tuttavia, che basta ad una fama di giurista. Ripeterò di esso il chiaro giudizio d'un avvocato che al Majno fu fratello d'anima, Eliseo Porro:
«Il Commento al Codice Zanardelliano è il risultato e il prodotto di tutta la probità scientifica e morale del Majno: è la somma di tutto un lavoro lungo, paziente, minuto di elaborazione, del quale lo scrittore presenta soltanto la sintesi: e per di più con una precisione di dati e di citazioni, la quale, mentre rende l'opera preziosissimo strumento di più ampie ricerche, la consacra compagna fidata sia del patrono e del giudice, che vi troveranno sempre una guida e un consiglio, sia dello studioso, che vi troverà con sobria ma scultoria esattezza discusse tutte le dottrine.»
Del Commento scrisse pure, fra i molti, il deputato Arnaldo Agnelli: «Esso tiene il giusto mezzo fra il lavoro di erudizione e quello di applicazione pratica».
Non v'ha studio d'avvocato nel quale il Commento non si trovi. Ogni donna dovrebbe leggerlo, per esserne grata all'autore; poichè in esso, ad un codice sapientemente ma esclusivamente composto da un uomo per gli uomini, si contrappone il moderno principio di difesa e di elevazione della donna, considerata come libero, fattivo, responsabile elemento civile e sociale.
Penalista d'indiscussa autorità, le sue arringhe nei tribunali furono modelli di abilità professionale, di chiarezza e rapidità oratoria.
Mai accettò di difendere una causa, se della bontà e necessità di essa non fosse convinto.
Nell'esercizio del suo ufficio di patrono, sempre si rivelò, per la profonda sincerità del metodo, discendente diretto del ceppo lombardo di Cesare Beccaria e di Pietro Verri.
Fissava la questione sulla tavola anatomica, la sviscerava, ne faceva sgusciare il nocciolo, lo rompeva coi forti quadrati denti, lo masticava. Voleva il fatto,—crudo: prendeva il toro per le corna, atterrandolo.
Indossata la toga, la mitezza evangelica di Luigi Majno spariva: balzava fuori il lottatore dai pugni di bronzo.
Disprezzava le disquisizioni teoriche e i periodoni altosonanti: di teoria gli bastava quel tanto che illuminasse la pratica. La passione di tutto imparare, in lui infrenabile, faceva sì che, dovendo egli, per esempio, studiare una causa commerciale, il suo cervello s'impadroniva d'ogni più minuta documentazione di quel ramo di commercio. Dovendo difendere un medico in una causa professionale, eccolo ingolfato sino agli occhi in trattati di medicina e chirurgia: non solo per maggior competenza nel processo, ma per fervore di curiosità.
Così divenne in ispirito, volta per volta e sempre su precise basi tecniche, industriale, ingegnere, farmacista, meccanico, armatore di navi, matematico, professore di belle arti.
Fu un sibarita del conoscimento. Studiò ed ebbe familiari, oltre al greco, al latino ed alle lingue moderne, l'arabo, il giapponese, il sanscrito. D'ogni lingua citava e sapeva a memoria i poeti. Maggiori e minori, li possedeva tutti, scavandoli fino all'osso per amarli meglio.
Per il proprio piacere di buongustaio s'ingolfò nei meandri dell'algebra superiore, corrispondendo in materia con il professor Pascal e con altri dotti. La sua casa, il suo studio, il suo solaio eran divenuti un emporio di libri. Ogni sera tornava con le tasche e le mani traboccanti di volumi, e con un mazzolino di fiori per farseli perdonare. L'edizione rara, l'esemplare unico: ebbrezze.
Tale orgiastica avidità di sapere si sarebbe potuta interpretar come uno splendido egoismo. Nulla di più falso. La dottrina bevuta a tutte le sorgenti si sprigionava poi, purificata, dal cervello «Majno» per il cervello di tutti. Chi, avendolo conosciuto e frequentato, può negare di avere imparato qualcosa da lui?... Anche ogni cosa morta diventava viva e feconda sulle labbra di quel socratico.
L'arguzia del Majno mordeva e segava; e pure quell'uomo non odiò mai nessuno. Sotto l'acido corrosivo di certi suoi giudizi la carne grillettava, come per ferro rovente; e pure chi potrà dire la delicatezza della sua bontà?... chi la purezza del suo cuore?... Chi il suo affetto per i bambini, la sua passione quasi morbosa per gli uccelli e per i fiori, ai quali egli parlava come ad amici, nella certezza che lo comprendessero?...
Quando mai egli rispose di no alla preghiera di un umile, di un disgraziato?... Filippo Turati lo chiamò, a ragione, «vittima delle vittime».
Vittima, se mai, per esserne il terribile difensore.
Ognuno di noi che abbia buona memoria ricorda il triste processo contro il cappellano confessore di un istituto per le bimbe abbandonate. Gli avvocati della parte civile, costituiti con il Majno in difesa delle piccole infelici, dopo le arringhe, per concorde volere, incaricarono il Majno stesso di parlare in replica.
Egli parlò: per oltre un'ora, con veemenza gladiatoria, con logica implacabile, con tale grandezza, che il colpevole ne fu schiacciato, l'uditorio ne rimase pallido e vinto. Non era un avvocato che arringava alla sbarra; ma un giustiziere che calava la mannaia. Fu una delle più memorabili vittorie forensi del Majno. Per ottenerla egli non aveva fatto che ascoltar lo spirito della giustizia: v'era da stigmatizzare una viltà, la più bassa delle viltà, compiuta su creature deboli e indifese: bastava.
L'oratore politico fu pari all'oratore giuridico: foggiato a spada e a maglio, preciso, sintetico: un semplificatore.
L'immensità della sua erudizione gli avrebbe concesso larghissimo campo di citazioni in ogni lingua e d'ogni genere. Ma egli le disdegnava. E apparve assai volte quasi schematico nel complesso de' suoi discorsi. La struttura geometrica del suo pensiero diveniva apparente rozzezza oratoria. Ma si può ben dire che il suo eloquio era ignudo perchè, ricco com'era di nervi, di muscoli, e di magra ma salda carne, nella sua bella forza poteva fare a meno di veste.
Caratteristico, in lui, il gesto delle mani che ne accompagnava in pubblico la parola. Così alto, vigoroso, spalluto, pareva raccogliesse gli argomenti necessarî all'arringa sulle punte delle dita chiuse a nodo: quasi che ogni dito significasse per lui un puntello polemico.
E agitava secondo le fasi del discorso i due stretti nodi dinanzi agli ascoltatori, senza scioglierli. Ma, giunto all'argomento principe, che li riassumeva tutti con irresistibile efficacia, lo cacciava fuori del fascio finalmente allargato delle dita, liberandolo e liberando sè stesso. Gesto e parola: fusione perfetta, inimitabile plastica oratoria.
Luigi Majno fu l'uomo solidale per eccellenza. Il periodo intensivo della sua vita non poteva quindi consistere che in una solenne affermazione di solidarietà; e fu dopo gli arresti in massa e durante i processi politici del Novantotto in Milano.
L'avvocato esperto in ogni sottigliezza dell'arte, il combattente politico, il fratello senza macchia e senza paura culminarono allora in dedizione sublime. L'atmosfera di purità morale che egli aveva creata intorno a sè, ponendolo al disopra d'ogni partito, lo aveva reso inviolabile, aveva fatto sì che fosse lasciato libero.
Non si toccava il Majno.
In tal modo egli potè organizzar le difese di centinaia e centinaia d'accusati politici, giacenti nelle prigioni. Uccise, in quel tempo, stanchezza e sonno. Si moltiplicò. Dopo intere giornate di strenua fatica, vegliò intere notti per stendere atti, ricorsi, memoriali, o per copiar documenti di gravissima importanza. Non potendo in persona (trattandosi di processi militari) comparire alla sbarra, unì la cautela del patrono dietro le quinte a ricchezze incalcolabili d'abilità, di finezza, di penetrazione giuridica, di volontà devota. Illuminò e diresse gli ufficiali incaricati delle difese, proiettò in loro tutta l'energia del suo fluido.
Maestro!... Sempre.
Maestro in Dio, poichè Dio significa giustizia.
Dall'asperrima battaglia uscì vincitore, ingrandito di mille cubiti nella sua prodigata umanità: l'eroe vero del Novantotto fu lui.
Cessato lo stato d'assedio, restituita la calma al paese e la libertà agli imprigionati, Luigi Majno, primo cittadino di Milano, rifulse in luce piena, con l'azione liberatrice definitiva: non solo portata sugli uomini, ma altresì sulle istituzioni. Fu allora che la Società Umanitaria, stata sciolta per decreto dal Bava Beccaris, venne dal Majno sostanzialmente ricostituita e rinsaldata sulle reali basi, che ad essa aveva assegnate il fondatore magnifico.
Si giurava nel nome del Majno, simbolo d'integrità: la fede del popolo saliva a lui per innumerevoli vie. Fu in quel tempo il regno di Majno il Buono.
Primo in lista nelle elezioni amministrative comunali, quando il blocco dei partiti popolari conquistò il comune di Milano: eletto assessore della pubblica istruzione: quasi sindaco (e se realmente non lo divenne, fu per suo proprio reciso rifiuto), risanò l'ambiente scolastico, vi portò una fresca e vivida aereazione: così pura era in lui la poesia della scuola.
Tenne nobilmente una sola legislatura, come rappresentante in parlamento del secondo Collegio della sua città, conquistato per lui alla democrazia socialista: poi volontario se ne ritrasse. Alla sua monolitica individualità non potevano non ripugnare le vie traverse, le meschine ambizioni, i compromessi di Montecitorio.
Egli, del resto, amava troppo la sua Milano—dove fin da bambino aveva vissuto, e che gli somigliava. Nativo di Gallarate, lombardo puro sangue, troppo amava la vera Milano del pittoresco Naviglio, del grasso e rude dialetto portiano, della celia bonaria, della bontà senza fondo, dell'attività febbrile; e non sapeva e non poteva staccarsene, e fuor dell'ombra del campanile di Sant'Ambrogio era un pesce fuor d'acqua.
Nessuno, ch'io sappia, penetrò, gustò e seppe far gustare la poesia di Carlo Porta meglio di lui. Nessuno fu di lui guida migliore attraverso il dedalo e la storia delle antiche vie di Milano autentica, così ricche di gioielli architettonici e di opulenti giardini.
Fu, nelle piane e larghe linee della sua fisionomia morale, il veridico figlio della metropoli lombarda. La muscolosa nella lotta. La sanguigna nel godimento. La serena nel giudicare. L'inesauribile nel soccorrere.
L'uomo che, avendo potuto guadagnare e metter da parte centinaia di migliaia di lire, morì quasi povero per aver molto dato a chi ne aveva bisogno, fu schietto sangue e schietta carne della città prodiga nel donare per aiuto, con le mani finissime de' suoi patrizi, volitive tenaci intelligenti de' suoi industriali, nervee pensanti sensibili de' suoi professionisti, grosse carnose cordiali de' suoi esercenti, franche nocchiute massicce de' suoi operai.
Uno dei giorni in cui, nella sua qualità di primo cittadino milanese che tutti gli riconoscevano e che gli risplendeva sul petto come una croce d'onore, aveva accolto l'incarico di ricevere solennemente le rappresentanze dell'industria e del commercio francese, fu veduto in piedi nella carrozza che portava con lui gli amici di Francia. In piedi; e in gloria.
Proteso il gran corpo in avanti, radioso il volto, d'un bimbo gli occhi e il sorriso sotto le falde diritte del cappellaccio nero, mostrava con la destra trionfante il Duomo: il suo Duomo.
Fusi in lui, nel momento felice, l'ambrosiano di razza e l'apostolo dell'Internazionale.
Dinanzi alla sua bionda figura non vi fu forse chi non pensò ad Alberto di Giussano:
Batte il sol nella chiara onesta faccia,
nelle chiome e negli occhi risfavilla,
è la sua voce come tuon di maggio.
Sempre tuonò, quella maschia voce che martellava parole di verità, inchiodandole nel cuore di coloro che l'ascoltavano: dove fu una donna o un bambino da proteggere, una qualsiasi vittima da difendere, un'ignominia da smascherare, una viltà da schiaffeggiare, un vizio o un abuso sociale da bollare con ferro e con fuoco.
Eppure sapeva farsi così dolce, e,—forse ignorandosi—così sommessa ed implorante: la voce d'un piccolo: quando si raccomandava non fosse più toccata una certa finestra della casa, dove due tortore avevan fatto il nido, appoggiandolo ad un'imposta: quando, assopito in una poltrona, il padre susurrava come in sogno il nome dei figli: Mariuccia....—Carlottina....—Dinetto!...
Ma le figliuole partirono.
Prima fu quella che nel fiammeggiar dello spirito, nella profonda potenza dello sguardo più somigliava alla madre.
Seconda fu quella che al padre più somigliava nella florida grazia bionda, e pareva muoversi in un raggio di sole: e Carlottina era il suo nome, ma gli amici della casa la chiamavano Azzurra.
E con loro anche il cuore di Luigi Majno trasmigrò.
Ai funebri di Azzurra fu veduto egli camminare immediatamente dietro il feretro, con la compagna e il figlio superstite ai lati. S'aggrappava, con le tese mani, al carro: sicuro il passo ma la testa curva, curvo fra le spalle il collo sanguigno: simile ad un toro colpito alla cervice da un colpo di mazza, che non basti a farlo piombare a terra.
Da quel dolore non rinvenne più.
Ebbe ore di prostrazione così profonda da sembrare annientamento. Si isolava talvolta fra la gente, come un sonnambulo. Nella quiete della casa, a intervalli parlava da solo, sognando ad occhi aperti. E diceva, conversando con l'invisibile, parole grandi: parole misteriose, fili stellari congiungenti l'umano al divino.
Le udì, con tacita riverenza, la compagna fedele; e le custodisce nel cuore.
Ma la costanza e l'efficacia dell'opera sociale di Luigi Majno non rimasero arenate nella crisi. Continuò l'opera a scorrere, fiume benefico, diramantesi per cento canali a fecondar campi ed orti.
Presidente della Società Umanitaria. Consigliere della Congregazione di Carità. Presidente della Scuola del Libro e dell'Associazione degli Insegnanti. Presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati: della Biblioteca Popolare: dell'Istituto di Santa Corona. Rettore dell'Università Bocconi. Che cosa non fu Luigi Majno?... Quale istituzione di carità o di dottrina ebbe Milano, di cui egli non fosse capo venerato?...
L'esercito degli umili si accalcò sempre più intorno a lui, bevendogli l'aria per il respiro, mangiandogli il cuore. Agli umili sacrificò tempo, lavoro, facondia, fortuna, guadagno. Per un accattone che gli piacesse era capace di vegliar le notti e di mettere a soqquadro il tribunale. Nei rioni popolari i teppisti se l'additavano con rispetto: «Quel lì l'è el Majno». I monelli gli si attaccavano al lembo del pastrano, i vecchi merciaioli ambulanti gli raccontavan le loro disgrazie. Ma tale egli era anche davanti ai prìncipi: il più grande uomo come il più piccolo s'inchinava alla sua presenza.
Intensificò la propria attività nell'Asilo Mariuccia, e, di conseguenza, contro la tratta delle Schiave Bianche: mettendo al servizio della causa l'autorità del suo nome e della sua perizia—e la purezza della sua fede nella salvazione della donna considerata quale bestia irresponsabile, che si marchia a fuoco, si vende e si compra.
A tal perfezione morale era assunta la figura di Luigi Majno negli ultimi anni di sua vita, che egli era ormai divenuto l'arbitro supremo in ogni disputa, il consigliere il cui responso veniva accettato senza ribatter sillaba, il giudice dagli stessi avversarî invocato e obbedito.
La compattezza della sua compagine psichica entrava nel dominio dell'Assoluto: l'armonia da lui emanante equilibrava le forze contrarie. Majno il Buono era di tutti, in tutti, per tutti.
Ma si chiudeva il luglio del 1914 con la sorpresa terribile della guerra. Poche settimane appresso, il più vergognoso crimine che insudici la storia d'un paese era commesso dalla Germania. Luigi Majno s'era sentito tradire e martirizzar con il Belgio—e qui comincia il poema della sua passione.
La casta coscienza non resse al colpo. Si sgretolò, si staccò dal passato, blocco granitico da una parete di montagna. E rotolò, rotolò inesorabile, con tutto il suo peso, a schiacciare i responsabili.
La fede nel vincolo fra le nazioni, la base e l'armonia d'una costruzione giuridica fondata sulla più pura concezione del diritto, e quel senso universale di solidarietà che rendeva il Majno degno della cittadinanza onoraria d'ogni paese del mondo, tutto in lui fu calpestato e messo alla tortura.
Ed egli odiò come aveva amato: e quell'odio era, tuttavia, amore.