IN FACCIA AL DESTINO
In faccia al destino
ROMANZO
DI
ADOLFO ALBERTAZZI
MILANO
Fratelli Treves, Editori
Quarto migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.
Milano, Tip. Treves — 1921.
IN FACCIA AL DESTINO
PARTE PRIMA.
I.
Ero da pochi giorni a Valdigorgo, e già deluso nel tentativo estremo per cui mi ero trasportato da Molinella, alla casa dell'amico Moser, alle Prealpi.
Non avevo avuto la speranza che l'aria di lassù mi purificasse lo spirito; soltanto avevo pensato che la famigliarità con gente di cuore potrebbe scuotermi il cuore. Tre anni innanzi, quando combattevo i primi fieri assalti del nemico insorto in me, non avevo attinto lassù, nuove forze alla resistenza? là non avevo provato il sollievo di lunghe tregue?
Claudio Moser con animo aperto e affetto antico; Eugenia, sua moglie, con la bontà che io non sapevo paragonare se non alla bontà di mia madre; le figliole — Marcella e Ortensia — soavi e liete; il piccolo Mino, instancabile al trotto delle mie ginocchia, quante volte parlandomi nella memoria mi avevano chiamato a loro, come in porto e a rivivere!
Ma invano! Avevo fatto invano il lungo viaggio! Fortunatamente, se io ero a tal punto da non sentire più nulla e da rincrescere agli altri oltre che a me stesso, fortunatamente io avevo trovato la famiglia Moser in condizioni diverse: Claudio, sovraccarico di faccende, s'assentava interi giorni; la moglie, non era ancora in piena convalescenza d'una malattia quasi mortale; Marcella, da brava massaia diciannovenne, s'intratteneva a diriger la casa; Ortensia, assisteva la madre; e il fanciullo, prossimo ormai all'età della discrezione, preferiva, al trotto delle mie ginocchia, tamburi, pifferi e schioppi.
— Qua sei il padrone tu — mi aveva detto Moser. — Fa quel che vuoi per annoiarti più o meno, secondo la tua filosofia.
Pur troppo io non volevo nulla: soltanto restar solo. Dal dì dell'arrivo non avevo più varcato il cancello. Mi appartavo nel giardino a giacere e a sonnecchiar ignaro.
Così indifferente ero divenuto, che non mi ero accorto della differenza delle cose intorno; non avevo riconosciuto i vecchi alberi, non osservate le nuove piante e le recenti aiuole, quasi fossero per me luogo e paesaggio nuovi ma senza novità, o vecchi e sempre uguali, e sempre visti uguali.
E non per intimo impulso, ma come per inerzia, salivo ogni dì, alle ore solite, dall'inferma. Ne' suoi occhi freddamente io scorgevo un velo di rassegnazione se la fede di guarire le venisse meno; e al suo orecchio le mie parole giungevano fredde, perchè non confortavano, ma soltanto confermavano una cosa certa alla mia scienza: la guarigione. Nè a vederla così emaciata mi veniva fatto di ripensarla quale era ancora in salute, tanto bella e fiorente una volta! Quanti anni innanzi? Non più di quattordici. Allora io, ero appena laureato; essa aveva Marcella di cinque o sei anni e Ortensia piccolina. Che bellezza a vederla con la fanciulletta a lato e quell'angiolo biondo in braccio! Una bellezza materna. E come Eugenia era bella allora, io ero baldanzoso e ambizioso. Rapito nel mio sogno di scienza e di gloria, appena mi accorgevo di quel fiore di donna; e non l'invidiavo all'amico. Restavo chiuso nella mia camera quasi tutto il giorno a studiare; non mi distraeva la delizia del luogo; non mi rimproverava la cortesia della buona signora, a cui tenevo sì povera compagnia.
Talvolta, nella passeggiata avanti desinare per andar incontro a Claudio, Eugenia, come senza volere, ingenuamente, mi aveva detto di essere troppo racchiuso in me stesso, richiamando la mia attenzione alla vita esterna, ai bei tramonti, al bel paesaggio; e che soggezione era in lei se io mi inducevo a discorrere delle mie idee e dei miei studi! Mi ascoltava avvolgendomi del suo sguardo; lo sguardo che abbelliva ora Marcella. Per la via chi ci vedeva sogguardava forse malignamente: Eugenia non aveva ombra di alcuna malizia; e quando incontravamo Moser ed essa sorrideva e s'accendeva di gioia, oh allora io mi compiacevo che neppur l'ombra di un pensiero sinistro offendesse, entro di me, l'amore e la gioia di Claudio! Non avevo avuto mai, non ebbi mai per Eugenia un pensiero di profanazione; sempre ebbi per lei una devozione affettuosa e pura.
Ma ora quasi mi pareva naturale che Eugenia fosse così intristita e smunta, quasi fosse stata sempre così. A udirla narrare adagio e piano della sua malattia e delle pene de' suoi, mi pareva d'ascoltare un racconto non più doloroso; mi pareva naturale che nello sguardo di Marcella passasse l'ombra di tante angosce; naturale che Ortensia poggiasse il capo accanto al capo della madre e che le rosee guance e le guance emaciate stessero insieme un poco sul cuscino bianco, e che le labbra vive di sangue ricercassero a quando a quando, come per riscaldarla, la fronte esangue.
Finchè un giorno, mentre Ortensia usciva dalla stanza, dissi senza intenzione di recar piacere, senza intenzione alcuna:
— Sono belle, Eugenia, le vostre figliole.
La madre non negò. Affermò:
— Sono buone.
Io tacqui, parendomi naturale che la madre, non io, che pure le conoscevo, ne avvertisse la bontà e che io tacessi.
Ma quello stesso giorno, avanti desinare, Ortensia mi sorprese laggiù, sotto i tigli.
Disse scherzosa: — Riverisco! — e s'inchinò.
— Chi t'ha svelato il mio rifugio? — domandai a mezza voce. (Ubbidendo a Moser proseguivo a dar del tu alle signorine, tuttavia bambine agli occhi del padre....)
— Lo sapevo — ella rispose. Poi aggiunse franca: — E voglio saper tutto, tutto!
— Che cosa?
— La mamma lo dice da un pezzo: Sivori è mutato. Si può sapere cos'ha?
Quantunque ardita innanzi a me, Ortensia m'interrogava con un sorriso incerto; col dubbio manifesto che non le rivelerei il mio segreto, e col rammarico che neppur lei, la mia «piccola amica» d'una volta, meriterebbe tal confidenza. Dubitava d'un mistero. E io, che non sapevo che dirle:
— Sono stanco — dissi; e la guardai in modo da toglierle il sospetto del mistero.
— Stanco fin di parlare?
— Sì....; non d'ascoltare, però. Parla tu.
— Santa pazienza! Parlare? Ma di che, con lei?
Frattanto siede nell'erba e s'abbandonò non scomposta, reclinando il capo a un tronco, e chiese:
— Che debbo dirle? Su! presto!
Ma io non avevo ancora parlato ch'essa si rialzò d'un tratto a seder meglio.
E fermando al petto un grosso mazzo di margherite:
— È stanco anche dei fiori?
Non risposi.
Allora venne a pormi due margherite all'occhiello della giacca, mentre ripeteva: — Sivori non è più lui! non è più lui!
Ed io scossi le spalle, impaziente:
— Parla d'altro!
— Cosa debbo dirle? Andiamo!
— Raccontami della tua vita in città, quest'inverno. Andavi a scuola?
— A scuola, io? a diciassette anni? Ho diciassette anni!
Ne pareva meravigliata essa stessa.
— E ne sai abbastanza?
— Di matematica, sì! Oh la maestra di matematica! Per tre mesi — siamo rimaste a Milano tre mesi — tutti i giorni quella seccatura! Io non ne azzeccavo una; le somme non tornavano, le moltiplicazioni peggio che peggio! Come sarà che da me i numeri non si lasciano moltiplicare? Basta; la maestra, poveretta, scuoteva la testa come una tartaruga e sospirava: «Non ha disposizione alla matematica!» Il guaio è che diceva lo stesso la maestra di francese, madame Duret. La conosce madame Duret? No? non la conosce? — (Rideva di gran gusto) —. Immagini un uomo vestito da donna, con una sottana di color malva corta corta, una mantellina nera, un cappello di fil di ferro, il fusto s'intende, ma con il velo e i nastri sossopra che lasciavano vedere il fusto; e un naso, oh che naso! Buona però, tanto buona, Madame Vous-vous?... Sa perchè io la chiamavo così, Madame Vous-vous? Perchè lei diceva: Bonjour, mademoiselle! E io: Bonjour, madame. Comment vous portez? Mi dimenticavo sempre, a posta, il secondo vous. E lei: portez vous! vous! Quelle étourderie!
— Eppoi?
— Eppoi cosa?
Non trovai altra domanda che intorno i divertimenti di lei, all'inverno.
Conversazioni? Ma che! non andavan da nessuno; non ricevevan nessuno. A teatro sì, qualche volta....; a opere o a commedie, di cui finsi ignorare l'argomento per non aver necessità d'interloquire e per lasciar dire a lei, chiacchierina agile e fervida. Nell'esprimere impressioni lontane e ancora sensibili essa aveva una prontezza insolita, e s'arrestava a quando a quando per esser confermata nel suo entusiasmo. Domandava: — Non è forse un bel dramma? Che bella musica, è vero?
Ma tosto io non le badai più affatto. Mentre proseguiva a discorrere, io, non so perchè, o perchè talora ella acuisse la voce al tono fanciullesco e da ciò fossi condotto a ripensarla ragazzetta, o perchè in quell'ora i suoi occhi avessero una luce più viva, o perchè la tinta rossa del tramonto mi rappresentasse, d'improvviso, un altro simile tramonto; non so perchè e come, io ebbi l'istantaneo presentimento d'un risveglio in me nel rinnovarsi d'un ricordo. La memoria, repentinamente e spontaneamente ridesta, mi ridiede in quello stato mortale una fugace coscienza di vita.
Non rammentavo un fatto che importasse, allora, alla mia esistenza; era anzi un fatto minimo che rivedevo e nel quale mi rivedevo con precisione e reintegrazione di circostanze, di azioni, di aspetti, di suoni. Con ogni senso percepii il ricordo.
E anche oggi lo riprendo e ripeto senza sforzo alcuno; in evidenza, per me, tragica, sebbene agli altri possa parere una futile rimembranza.
Un giorno d'autunno salivo al poggio dove una volta i frati del vicino convento riposavano dagli ozi della preghiera svagando l'occhio nel paesaggio intorno, ascoltando capinere e rosignoli, odorando effluvii di menta e di ginepro, bevendo aria vitale e dimenticando, paghi, che il paradiso è per dopo la morte. Ma quel giorno, a vespero, il dominio della mia solitudine era stato invaso; e da chi mi dichiararono alcune voci più alte fra il chiasso che mi giunse a mezza costa. Erano i miei amici; ragazzi e ragazze. Che facevano lassù? Quale nobile impresa? Volli sorprenderli. M'inerpicai di traverso; mi celai a spiare tra una macchia.
Ma bravi! ma bene! Non ci mancava nessuno. Le signorine Marcella Moser e Anna Melvi diricciavano castagne a colpi di pietra e parlavano sommesse; di contro, Guido Learchi, già studente di medicina, zufolava interrompendosi per sgridare, quale direttore all'opera, e finiva di comporre un forno con mattoni e sassi. Gli servivano da manuali Ortensia Moser e Pieruccio Fulgosi, affaticati a raccogliere il combustibile.
— Là!
— Nella siepe!
— Sotto al noce!
Furettavano dappertutto e per poco non mi scovavano.
Pieruccio più svelto di tutti ammucchiava foglie e fronde, che Ortensia recava a bracciate.
Guido protestava:
— Legna grossa e secca! Con questa non si fan bracie!
— Ecco! A te! prendi!
— Che uomini! Un'ora per fare un po' di fuoco! — gridava Ortensia.
E Learchi a bofonchiarla: — Meh! meh! meh!
Poi egli diede uno scapaccione a Pieruccio ordinando:
— Spicciati, tu! Altra legna! legna! dico legna!
Finchè annunciò: — Pronti! — e appiccò il fuoco. Un clamore d'applausi salutò le prime volute di fumo.
— Forza! Siete in ordine?
— Sì, ma non le bracie!
Quand'ecco Pieruccio venne da lungi con grida più alte:
— Legna grossa, signori! legna da carbone! — Si traeva dietro una panca.
— Da bruciare?
— Sei matto?!
— Bruciamola! Bruciamola!
— Non si può! Non è nostra! — protestava Marcella.
— È rotta!
— Bene! Va bene, questa!
— Bruciamola!
— No!
— Sì!
— Sì! Bruciamola!
Urtoni, strappi, scappellotti, strida.
E io piombai in mezzo alla mischia.
Allora! Dopo il breve silenzio della sorpresa:
— Eh! Chi si vede! Ben arrivato! Buona sera! — Sta bene? — Ma si accomodi! — Che cosa comanda? — Uh, che faccia!
Sostenendo io, quantunque a fatica, il cipiglio di severità, le tre signorine, raccolte insieme a braccetto per comune difesa, mi risero in faccia; mentre Guido ripeteva inchini e chiedeva:
— In che possiamo servirla?
Quieto solo lui, Pieruccio, mi attaccava un riccio nella giacca, alle spalle.
— Punto primo! — urlai (Oh in che imbroglio mi ero messo!) — Qui si è rubato!
— Nossignore! — S'inganna! — Non è vero!
— Lasciatelo dire!
— Si sono sbattuti i castagni!
— È falso! — Calunnia! — Calunnia! — Lasciatelo cantare! Ha invidia! — Si calmi....
— Questi ricci sono stati staccati dalle piante! Ho visto! Si vede!
— Uh!... Bugia! Li abbiamo raccolti in terra!
— Tutti? — interrogavo ora chi non mentiva mai: Ortensia.
— In terra! erano in terra!
Ma Ortensia rispose:
— Due soltanto....
— E chi li ha tolti?
— Io!
Sincera fino alla sfacciataggine. Tutti, tranne Pieruccio, il quale cheto cheto proseguiva l'addobbo al mio dorso, risero, e le dissero: — Brava!
Io urlai ancora:
— Punto secondo! È proibito mangiar castagne o cotte o crude prima di desinare.
— Brrr! — Ha ragione! — Non gliene daremo nemmeno una! — Sì! una, perchè ne faccia la voglia! — Nessuna! Nessuna! — Poverino!...
Anna aggiunse: — La finisca! —; e la timida Marcella, anche lei: — La smetta!
A cui seguì stentorea la minaccia di Guido; la minaccia studentesca, piazzaiuola, anarchica, spaventevole:
— Abbasso i poliziotti!
— Abbasso!
Che fare? Chi mi salverebbe? Solo un incidente imprevedibile. Infatti Pieruccio, compiuta l'opera sua, mi punse d'un riccio a un polpaccio, e io mi gli rivolsi contro....
— Evviva! — Parve si scoprisse un monumento. Tal gioia fu a vedermi tappezzato a quel modo, che le signorine e il monello minore fecero, a mano a mano, catena; mi rinchiusero in un cerchio; mi rigirarono cantando in coro:
È arrivato l'ambasciatore,
Ulì, ulì, ulera!
È arrivato l'ambasciatore,
Ulì, ulì, ulà!
Intanto Guido sopperiva alla bisogna.
Punf! paf! Due castagne scoppiarono: Marcella e Anna mi presero a braccio; Ortensia mi ripuliva; Pieruccio accorse e si scottò le dita.
— Sia buono! — cominciarono a pregarmi i meno ingordi. — Non faccia la spia! Mangi con noi! — E mi convenne sedere al banchetto, complice o manutengolo.
Ma (approssimava il tramonto) dal fondo dell'anima io mi sentiva sorgere a poco a poco un'uggia che oscurava il sollazzo cercato con simpatia puerile; e in me avvertivo come uno sforzo a dimenticare la differenza dell'età fra me e coloro, e provavo come il rimpianto di quell'età, e mi chiedevo se a quindici anni io avessi avuto una giornata di così piena giocondità, di così assoluta spensieratezza. I compagni ridevano, motteggiavano, bofonchiavano, si eccitavano a vicenda, maggiori e minori, per esilarare ed esilararsi sempre più; e il giorno era per morire, nel modo dei giorni d'autunno.
Finchè, sazii, si levarono; avventarono nel fuoco quanto fogliame poterono raccogliere d'intorno, e dopo nuovi applausi ed evviva, a rincorse, strillando giù per il viale, tutti m'abbandonarono: un drappello di passeri che aveva spiccato il volo.
Si confusero le voci; echeggiarono forti; tornarono deboli; cessarono interrotte e furon riprese là in fondo, lontano, da un richiamo più alto; morirono.
Intanto il sole cadeva in un'onda di vivo sangue e i raggi che ne sprizzavano, colpendo il monte avverso, vibravano tra i faggi, gli abeti e i castagni della densa costa boschiva, sì che pareva, a fusti d'ametista e di zaffiro, una selva incantata, tutta fulgida d'oro, sfavillante. A nord i monti in cerchia dove non avevano luce o non ricevevan riverbero, annerivano; mancavano i profili e i contorni; scemavano e sfumavano le ultime vette; e dalla parte di mezzodì, sulla plaga che scampa alle due catene protese quasi per un impotente abbraccio, su per la pianura immensa aperta all'orizzonte, il cielo digradava dalle tinta di viola e un'opalina bianchezza, a un cilestre che diventava azzurro, a un azzurro che incupiva sempre più; finchè terra e cielo insieme terminavano nell'oscurità.
E silenzio. Non più voce alcuna; non una squilla. D'improvviso, come non mai, neppure in una notte serena lontano agli uomini e perduto sotto l'infinito; neppure in mezzo al mare ricordando la patria e cercando indarno un limite terrestre, io mi sentii allora, come non mai, solo. Non un grido, non un suono; oblio. E in quell'oblio d'ogni cosa viva per me, d'ogni mio pensiero, smarrendomi nella percezione dell'attimo, veramente io patii il senso di un superstite che scorgeva dall'una parte la cruenta morte del sole e dall'altra l'estrema illusione della vita, mentre da dietro incalzavano le tenebre, la morte precipitava; e avevo dinanzi l'infinito per rifugio, e tutte le mie forze vi tendevano quasi in un disperato ritorno per una disperata salvezza; e invano, chè una forza più valida mi avvinceva lassù: solo.
Cercai anche con incerti occhi il fumo che rimaneva del falò acceso dai ragazzi; e quel povero segno umano vaporava subito, svaniva; non altro a vederlo che quanto rimaneva d'un rogo con cui pochi mortali, già travolti nelle tenebra, avessero creduto placare il Dio o il fato inesorabile.
Non un suono, non un grido; morte. Ma allo smarrimento di me stesso, che volevo fuggire da me stesso e non potevo, mi seguiva a poco a poco una rassegnazione di schiavo, una prostrazione di vile, un impulso a pregare, una tentazione a piangere, un doloroso desiderio dei miei, che mi avevano preceduto nella morte e nell'ombra.
— Che fa quassù?
Mi voltai. Ortensia accorreva.
— È ora di pranzo — esclamò giuliva.
Ella ansimava per la corsa e per l'erta.
Ma arrestandosi d'un tratto, non attese più a me; rapita d'un tratto, più presto di me, con maggior impeto verso quella splendida agonia del giorno.
Quindi mutata in viso mormorò:
— Che tristezza, non è vero?
Io la guardai negli occhi. E vidi un'anima.
Non era strano che questo ricordo di tre anni avanti mi tornasse in mente ora, quando la mia mente ripugnava da ogni considerazione che non fosse il mio male presente e immenso?
Poi seguì al ricordo un'idea ugualmente strana: — per riprender la vita non mi gioverebbe tornar fra ragazzi quale un ragazzo? — Guardai Ortensia mentre chiacchierava.... Avevo visto un'anima.... Ma adesso Ortensia era sui diciassette anni; era una giovinetta; e come per tutte le altre della sua età, belle o brutte che siano, null'altro le ferveva negli occhi che la giovinezza.
Ancora deluso, in me svanì l'effetto di quel primo risveglio della memoria; scomparve l'idea che l'aveva seguito fugace al pari di un baleno; ripiombai nel vuoto.
— Ohe! Non risponde? — esclamò Ortensia quando fu stanca e, a una sua dimanda rimasta sospesa, s'accorse che non le badavo più. Aggiunse, malcontenta: — Mio Dio! che uomo!
Mi sembrò allora che la baldanza della giovinetta celasse un segreto timore; pensai ch'ella e forse altri dei Moser dubitassero di vedermi impazzire.
A confermarmi nel sospetto quella stessa sera, a desinare, Claudio si ricompose la barba come soleva in caso di pensieri molesti, e un po' oscurato nella faccia, di solito così serena, mi disse:
— Senti, Carlo: aut aut: o tu mi accompagni giù in pianura, tutti i giorni, a goderti con me trentacinque gradi all'ombra, o mi dai la tua parola....
— Ah! — interruppi — Eugenia ha detto anche a te che Sivori non è più quello?
Fu una dimanda aspra, con un sorriso amaro.
— Non c'entra Eugenia. Io, io, a ricordarmi che ho un amico a casa mia che s'annoia mortalmente e che per non annoiarsi è costretto a meditare su l'impossibile....
Scossi, annoiato, le spalle.
—.... un amico che non lavora come me, all'antica, più con le gambe che con la testa, ma un uomo moderno, che lavora solo di cervello e che è venuto da me per riposarsi e non può, perchè non ha distrazioni e non ne vuole, io ci patisco, perdio! me ne dispiace molto! Sforzati a cacciare il malumore....
(Sorrisi a udirmi attribuire soltanto del malumore....)
—.... Devi darmi la tua parola che uscirai dal covo, ti muoverai, andrai in paese, alla fabbrica, da qualche parte insomma, purchè quando torno a casa non ti veda con quel muso da Spinoza!
— Sta tranquillo! — feci io —; non medito; non mi annoio: mi riposo. L'aria di Valdigorgo basterà per guarire un po' di stanchezza....
— Sicuro che dovrebbe bastare!...; ma intanto il tuo muso da Spinoza offende Valdigorgo, offende questo paradiso terrestre, offende me!
Mino chiese: — Babbo, chi è Spinoza?
Claudio lo conosceva solo di nome; tuttavia rispose pronto e feroce:
— È un bravomo senza giudizio come Sivori! Se diventassi uno Spinoza anche tu, ti strozzerei! E voi, — aggiunse rivolto alle figlie — perchè dimenticate la consegna di non lasciare a Sivori un minuto di quiete? Tormentatelo, talpe!; fategli tutte le birichinate che vi verranno in mente!...
Marcella si scusò dicendo che temevano disturbarmi. Più ardita, Ortensia mi fissò un istante e promise che lei e Mino mi avrebbero scovato da per tutto e me ne avrebbero fatte delle belle.
II.
La mattina dopo mi incamminavo al di là del cancello per la via montana a cercar un nuovo e più sicuro nascondiglio. Ma troppo tardi! Ortensia mi raggiunse di corsa.
— Andiamo a salutare Giovannin?
Andammo là, presso il muricciolo di fronte alla villa, dove ogni mattina Giovannino il cieco veniva, con lo sgabelletto sotto il braccio, l'organetto in una mano e il bastone nell'altra. Ivi, accanto al muro, sedeva ad aspettare l'elemosina mentre riprendeva dallo sfiatato strumento l'«addio, mia bella, addio!»; e intanto borbottava e sorrideva, nessuno sapeva a chi.
Per gli occhi aperti e immoti non vedevano le spente pupille; non aspetto di cielo e di campagna o di persona tornava alla memoria di quel povero diavolo. Giovannin sorrideva, ma d'un sorriso cieco anch'esso, come per una insistente contrazione delle labbra, o per ebetudine; finchè non sopravvenivano i monellacci. Allora, giù l'organetto e su il bastone! S'alzava in piedi, ad armarsi anche dello sgabelletto, quando i nemici l'assalivano troppo da presso; e alle beffe rispondeva con parole oscene, che anch'egli aveva apprese. Senza dubbio però quell'omicciattolo dalle gambe rachitiche e storte, dalla testa enorme, su cui non bastava il cappello elemosinato, dalla fronte nera di schianze per botte contro i muri, dal dorso informe nel gabbano non proprio, dai piedi perduti in mostruose scarpe, quel miserabile aveva talvolta consolazioni per le quali sorrideva in altro modo, con un barlume di pensiero e di sentimento.
Ortensia gli chiese:
— Sai chi sono?
Subito egli, tutt'allegro:
— Ortensia di Claudio!
Fin da bambine Ortensia e Marcella gli recavano i dolci e le frutta.
— Mi vuoi bene?
— Come a Dio!
La ragazza ruppe in una risata esclamando: — Troppo! troppo! — Ma quel troppo rispondeva a una elemosina più copiosa del solito.
Scambiate poche altre parole col cieco, Ortensia mi chiese:
— Va a spasso?
— Sì.
— Buona passeggiata!
Nient'altro ella disse; non dimostrò intenzione d'accompagnarmi, nè fece alcun accenno alle raccomandazioni paterne della sera innanzi. Fosse nel suo contegno delicatezza spontanea, o suggerita dalla madre, le scorsi in viso il sincero augurio che la passeggiata mi facesse bene. Quasi che camminando io potessi fuggir da me stesso!; quasi che io potessi non riferir la mia miseria a ogni cosa che trattenesse il mio sguardo, a ogni persona che incontrassi! Mi confrontavo a Giovannino. Ero forse men cieco di lui io che vedevo senza lume di ragione l'infinito universo e nell'infinito universo vedevo senza un perchè l'atomo del mio corpo, l'attimo della mia esistenza? Ma Giovannin almeno or s'adirava, or sorrideva. Io invece non sentivo nulla, più nulla! Oh, non potendo amare, se avessi potuto odiare! Odiare con la voluttà del despota che uccide e distrugge, con lo scherno del misantropo che nega ai credenti e agli illusi la possibilità d'esser felici! Odiare il gregge matto che pasce e si riproduce nei pascoli opimi o fra i triboli, e bela invocazioni alla felicità! Odiare l'umanità che trovò il telegrafo e perdè Dio; che rintraccia bacilli mortiferi e patisce il raffreddore; che proclama fratellanza e perfeziona la guerra; che va in chiesa e s'uccide per amore; che scrive poemi e pute!
Ma neanche odiare potevo! Nulla! Per me al mondo non c'era più nulla! Solo quel vuoto enorme entro di me.... — Buona passeggiata! — Voleva forse l'augurio che divagassi lo sguardo per i noti luoghi e ricuperassi altri ricordi?
Ebbene: mentre salivo alla strada dell'antico convento, sulla porta della prima casupola, trovai, di poco mutata, la pallida fanciulletta che un giorno, con gli occhi nel mistero, m'aveva dimandato: — Li fa la gatta i gattini?
Ed ecco da questo ricordo derivarne, non so come, un altro: di una faccia puerile anche più pallida. Era tra le memorie della mia gaia vita di studente l'impressione che provai un giorno, quando su la tavola anatomica vidi un compagno spolpare le gambe d'un bambino. Tranquillamente m'ero esercitato in più d'un cadavere.... Eppure la vista di quel bambino...., che impressione! Or dunque ascoltai se questo ricordo mi rinnovasse il senso penoso di quell'impressione antica. No. Rimase un ricordo del tutto mentale; non sentivo più nulla; e la pallida ragazzetta, riconoscendomi, stupì che non le dicessi nulla.
— Buona passeggiata! — Poco oltre, a una seconda casupola, intravvidi il calzolaio socialista, che, un giorno, alla mia richiesta se pensasse di non dover più tirar lo spago nella sua repubblica sociale, aveva tratto dalle ginocchia una logora ciabatta, e mostrandomela aveva risposto:
— Invece che rappezzare di queste, cuciremo scarpe nuove!
Così il ciabattino concepiva le sorti progressive dell'umanità! Ma a rivederlo, ecco un altro ricordo: nelle sorti progressive dell'umanità io ci avevo creduto più di lui! Una fede più grande io avevo avuta!
Ah i bei tempi quando dallo studiare il male in questo o in quell'uomo ero risalito a studiar la vita di tutti gli uomini; dalla medicina alla storia, dalla storia all'antropologia, alla biologia, alla psicologia, etcetera, e avevo distrutto dei e religioni, filosofi e sistemi, per conquistare positivamente Dio!
Bei giorni anche quando avevo visto morire i miei con sereno dolore, con nobile rassegnazione alla necessità della vita!
Bei giorni quando la morte non mi faceva ancora ombra all'amore e delle donne amate per brev'ora non scorgevo lo scheletro, non mi chiedevo perchè e come era viva la carne che ne rivestiva lo scheletro!
Chi mi avrebbe mai detto in quei tempi di fede: Verrà il dì che proverai in te un male a cui non basteranno le docce, da te consigliate adesso a chi non ha la tua fede! — Altro che nervi esausti! Il cuore, il cuore era esaurito; e non di sangue; e a tal punto che...
Meglio ridere!
Al bivio presi la via del monte. Ci rividi Martino, cenciaiuolo e merciaiuolo, che scendeva con la biroccia e l'asino. Dei due, chi mostrava più segni del tempo trascorso nella mia assenza, non era l'asino, era Martino. Aveva la barba bianca e camminava curvo; non come una volta a lato alla biroccia, ma dietro. L'asino invece, tale e quale: nel pelo, nell'andatura, in tutto. E dei tre, il cenciaiuolo, l'asino ed io, chi più invecchiato? Io! Ma che cosa mai aveva meritato o demeritato dalla sorte in quei due anni l'onesto Martino? Così invecchiato mi appariva, che non potei non interrogarlo.
— Nessuno al mondo è felice come voi! — io gli dissi per ridere, per divagarmi.
Mi guardò e rise lui per rispetto; chè alle canzonature degli eguali rispondeva in altro modo.
— No? — continuai. — Vostra moglie non sta bene?
— Bene; grazie a Dio.
— Foste ammalato voi?
— Grazie a Dio, nossignore.
— E l'asino sta benone! Dunque è cresciuto il prezzo della mercanzia?
— No, no! Il percalle anzi si compra meglio; anche la tela. Ma.... — sospirò.
— Calato il prezzo degli stracci?
Scosse il capo guardandomi tuttavia incerto.
— Ah, capisco! Qualche disgrazia, forse, che non potete confidarmi....
Il poveretto, da uomo uso a longanimità, chinò la testa e tacque a lungo. Quindi si sfogò:
— Le par poco, a lei, lavorar vent'anni, da casa a casa, a stentare il soldo? Consumare le gambe; mangiar polenta, e non avanzarsi un soldo per....
Io lo prevenni:
— Per aprir bottega!...
— Non è vita da cani questa?
A parte la vita da cani; ah! ah! ecco il male di Martino! Una botteguccia nel villaggio gli avrebbe reso meno che il mestiere ambulante; e altra volta avevo cercato persuaderlo con argomenti e conti. Invano: la bottega era il suo sogno e il suo rovello. Più che la stanchezza di gambe e di pazienza e peggio che la polenta lo tribolava l'ambizione non soddisfatta. Affanno assiduo e pane quotidiano, per cui invecchiava, gli era un'ambizione insoddisfatta! Ma io perchè ero più invecchiato di lui? Ecco un altro ricordo: senz'aver avuto mai nè donna nè asino che mi volesse bene, o a cui io volessi bene, come Martino, io avevo avuto una assai più nobile ambizione. La gloria! la gloria! la gloria!
Quanto all'asino....
Il collo dimesso, le orecchie pendule e gli occhi sonnolenti, l'asino che io interrogavo per ridere, per divagarmi, rispondeva:
— Solita vita, caro signore! — Tritar fieno e paglia, nel sacco che gli dondolava al collo, strada facendo; brucare acacie, arrivandoci, e scorticare il prato quando aveva erba fresca; d'estate arrostarsi dalle mosche con la squallida coda o drizzare il pelo indosso l'inverno; grattarsi la schiena, nella stalla, contro il muro e fuori, in mezzo alla polvere, con ragli e gamba all'aria; dare il buon giorno, in suo modo, al padrone e tutto il giorno vagar con lui senza intromettersi a contratti e a diatribe. Neppur si curava, per ragioni sue intime, non meditate e non lamentate, delle asine in cui s'incontrasse: appena a primavera le salutava; ma d'un saluto fraterno, o d'un reciproco ingenuo poetico richiamo alla natura novella.
E poichè l'asino di Martino era anche utile al commercio e all'industria, forme e prove di progresso umano; poichè all'industria e al commercio senza dubbio è più utile un merciaiuolo che un filosofo; poichè, secondo filosofia, di me viveva meglio il cenciaiuolo, ma, secondo natura, del cenciaiuolo viveva meglio l'asino, fra i tre il più sapiente era dunque l'asino e fra i tre il più asino ero dunque io!
Ridere?... Ripensavo:
Interrogai la divinità, non mi rispose. Interrogai gli uomini, non seppero rispondermi. Interrogai le cose, mistero! Interrogai me stesso, e seppi che non posso sapere....
Dall'asino, tutt'al più, posso apprendere che per vivere non importa sapere; e un tempo mi sarebbe bastato opporgli: senza sapere che importa vivere? E adesso io vivo senza sentire!
— Addio Martino! Cerca fortuna, per la bottega....
Per me non c'era più alcuna fortuna, alcuna speranza!
Voglio dirla la cosa orrenda! Voglio dir tutto!
Ero arrivato a tal punto d'insensibilità che i miei morti — mio padre e mia madre!... — tornavano al mio pensiero, c'insistevano, ma io non ne avevo più il sentimento! Che io non pensassi nemmeno a mia madre morta quando nella morte scorgevo solo un fatto fisico, una trasformazione materiale, pazienza! Ma ora le ombre dei miei tornavano a me; e non parlavano più al mio cuore; come illusioni inutili! come niente! Ora io pensavo che la morte non fosse annientamento della coscienza, non fosse solo trasformazione della materia, nondimeno ogni affetto dei miei cari, anche ogni affetto dei miei cari era spento in me! Comprendete tutta la mia miseria?
Orribile! Se la scienza, non per effetto necessario ma per sola conseguenza occasionale, può avere condotto un uomo, un solo uomo, a tale estremo, sia pur maledetta la scienza!
— Buona passeggiata! — Proseguivo per l'erta via che congiunge Valdigorgo a Paviglio. Da Valdigorgo giungeva ancora, a quando a quando, un confuso murmure di voci e d'opere. Salivano donne fastidiosamente liete della vendita o della compera al mercato; transitavano carbonai e somieri: ai lati, ora spazi di campi, ora lembi di bosco, e verdi ripe, lente o scoscese; qua donne con le vesti succinte che ammucchiavano il fieno; là una mucca che pasceva, una pecora che sbucava da una macchia; più oltre una casupola nitida. Chioccolii nella fratta. Ma la vita che scorgevo e udivo intorno a me, no, non mi ridava l'anima! Tra due massi scaturiva un'acqua sorgiva che rigava d'una limpida vena un fossatello senza limo. Nè io avevo sete. Un birocciaio però, venendo con la biroccia carica di legna, lasciò procedere i muli, e gettatosi in ginocchio a terra, con la testa indietro e teso il collo, ricevette il zampillo nella bocca; avido, ingordo, d'un solo fiato. La gola riarsa si dilatava, palpitava al passar del liquido e della frescura.
Ristoro ineffabile! Splendevano gli occhi all'uomo quando si rialzò con un forte: — Ah!... — E riafferrata la frusta mentre si asciugava la bocca col dorso dell'altra mano, egli la fe' schioccare, e mandò da lungi un grido alle sue bestie.
A me parve un uomo che avesse ricuperato la vita.
III.
Si vedrà poi il perchè io mi costringa a raccontare la mia storia. Non la racconto, certo, per voluttà di dolorose rimembranze — le spasmodie romantiche han stancato il mondo, — nè per dilettantismo letterario — bel gusto parere un letterato ai medici e un medico ai letterati! — No, no; il mio intento è non so se più umile o più alto.
Ma poichè la prima cagione di un lungo soffrire fu l'infermità che mi condusse a Valdigorgo, bisogna pure che io accenni un po' più chiaramente a quel che avevo.
Medico non senza qualche nozione di psichiatria, facilmente io avrei saputo definire in altri il mio caso. In costui — avrei detto — ci sono indizi sicuri di «lipemania», c'è «atonia della sfera psichica», c'è «malinconia lucida». Se non dimostra egli stesso gravi anomalie o asimmetrie somatiche, il suo albero genealogico deve annoverare individui colpiti da pazzia degenerativa: costui è candidato al manicomio o al suicidio. — Così avrei detto di un altro; ma di me mi ostinavo a pensare diversamente, e non solo perchè mi mancavano di quelle tali anomalie o asimmetrie gravi, e non solo perchè il mio albero genealogico, da quante generazioni ne conoscevo, non aveva fruttato mai pazzi o lipemaniaci.
Del mio male senza dubbio c'eran cause all'in fuori dell'ordine fisiologico. Quali cause, insomma? Vi dirò: immaginate un uomo che credè di poter volare al cielo.... — «il sapere» disse Shakespeare «è l'ala con cui si sale al Cielo» —, e immaginatelo quest'uomo precipitato dall'alto del suo sogno in un abisso buio e freddo, con addosso l'irrisione di tutto l'universo e di sè stesso. Non comprendete? Oh come manifestarvi allora, in poche parole, la mia miseria? Io ero vittima del mio orgoglio e mi ritenevo nientemeno che una vittima del secolo scientifico. Nell'immenso, stupendo progresso delle scienze nel secolo XIX avevo sorprese certe relazioni forse sfuggite a tutti, certe comprensioni sintetiche sfuggite a tutti nell'abuso dell'analisi; e poggiando su di esse avevo preteso di superare i limiti della scienza.... Il meglio della mia vita era stato sacrificato così, dolorosamente, ad apprendere la vanità de' miei sforzi. Eran stati lunghi anni di lotta. Avanti per la verità! avanti per la gloria!; e ogni giorno più dubitavo e soffrivo; finchè, al crollo del mio edifizio, caddi, vinto, nel nulla. Nel nulla!
Forse fu ingiusta l'imprecazione di un filosofo: «Scienza, perchè arricchisci la mente a scapito del cuore?»; forse ciò non è vero. Ma io, che non ero più uno scienziato o che, avendo violentato il potere della scienza, non lo fui mai, io più spaventosamente d'ogni altro dovevo pagare il fio della mia insania: il mio cuore era esaurito; non sentivo più nulla. Ecco perchè non giudicavo quest'apatia un semplice caso di «atonia della sfera psichica».
Non basta. Negli esauriti o neurastenici è frequente la tentazione della morte e, insieme, l'orrore della morte. Ed io pure, uomo divenuto inutile a tutti, a tutto e a sè stesso, io pure desideravo morire e non osavo. Ma in me non c'era un avvilimento inconsapevole: io avevo voluto dimostrare con modo e metodo positivo che al di là della trasformazione del nostro organismo in dissoluzione l'anima sopravvive....; e da quel tentativo di confermare con la scienza l'antica fede mi era rimasta l'apprensione dell'al di là. Ecco perchè non mi credevo semplicemente un neurastenico. Mi credevo invece caduto non per stanchezza ma per disperazione; e nello stesso tempo mi vedevo pessimista insanabile non per «depressione del tono vitale», ma per la certezza che eran stati vani i miei sforzi e sarebbero sempre vani gli sforzi della scienza a varcare i limiti di ciò che si definì l'inconoscibile.
Non importa dire in che errasse, o quanto, la mia diagnosi: importa vedere com'era grande la mia miseria. Consideravo in me effetti e fenomeni diversi da quelli ben noti alla psichiatria, e pur scorgendone la somiglianza con quelli, li consideravo più paurosi, d'un'entità vaga e più vasta; la mia miseria era quindi più grande che quella di un medico che scorga in sè stesso una malattia incurabile, con fenomeni fisiologicamente chiari, patologicamente certi, senza tenebrose estensioni....
Eppoi.... Eppoi, tiriamo innanzi!
IV.
Tra i pochi che venivano alla villa Moser c'era per me una sola persona nuova; l'ingegnere che Claudio aveva assunto a dirigergli la fabbrica di laterizi. La fornace che era stata principio alla fortuna di Moser e che aveva dato aumento al lavoro degli operai in Valdigorgo, era divenuta una delle più rinomate nell'Italia settentrionale; a vigilarne l'andamento non bastò più la sola attività di Claudio da quand'egli si fu addossato altre imprese.
E soli assidui alla villa, per lo più di sera, erano i Fulgosi, i Learchi e le Melvi: pochi, perchè Moser pretendeva libertà e pace almeno in casa sua, nell'asilo del suo riposo, sebbene anche qui piuttosto che riposare egli svariasse la sua alacrità.
Profittando della distanza dal paese (la villa era a monte e il paese tre chilometri a valle), Eugenia sapeva accontentare il marito conservando buone relazioni con le famiglie paesane più notevoli senza che queste potessero, come forse desideravano, turbar la pace di lassù. Non la turbavano essi, i villeggianti prossimi e vecchi d'amicizia e di consuetudine. Ma nell'infermità dei miei tristissimi giorni come eran noiosi, insoffribili per me anche quei pochi e vecchi conoscenti!
Primo, il cavaliere Fulgosi. Un uomo invidiabile; uno di coloro a cui il mondo serve di sfondo e cornice per la loro figura, per la loro apparenza. Pensionato d'uno di quegli uffici che rendon l'uomo uniforme, preciso e sciocco come un regolamento, a sessant'anni poco o nulla differiva da quel che era stato a trenta: sempre elegante, cioè vano; sempre amabile in società, cioè fatuo. A Valdigorgo chi poteva competere con lui? Unico a far toilette due o tre volte al giorno; unico a portar in tasca lo specchietto e il pettinino per considerare ogni mezz'ora se gli scarsi capelli, d'un biondo bianchiccio e d'un biondo sporco, celassero, ben disposti, le lacune dell'età, e se i baffetti rilevassero l'esili punte su e contro il profilo della barbetta, e se la cravatta, a colori sentimentali, conservasse sempre il giusto mezzo; unico a contemplar in sè medesimo ora il candor delle unghie o la forma delle scarpe, ora i gemelli o i polsini o le armoniche tinte delle calze di seta; ora l'orecchia del fazzoletto, gentilmente colorato, fuor della tasca, o il brillar degli anelli nelle scarne dita. Per parlare egli s'era adornato della fraseologia e dei motti dei giornalisti brillanti; spropositava spesso nella pronuncia delle frasi inglesi, ch'eran le preferite, e ripescava, per di più, qualche sentenza scolastica o classica.
Con aria diplomatica discuteva troppo spesso in politica, poichè un'ambizioncella politica gli si era inacidita nel cuore, nè ancora aveva cessato di ripetere a se stesso: j'attends mon astre. Aveva il suo programma nel motto «ordine nella libertà e libertà nell'ordine» senza che paresse comprenderne egli stesso il pieno, solenne significato che pareva attribuirvi. Infatti questo amatore della libertà nell'ordine, questo amabile gentleman, era stato un tirannico capo-ufficio ed era adesso un petulante marito pensionato. Angustianti smorfie e tic nervosi gli opponeva la signora Fulgosi; ma apostrofandolo «imbecille» in casa, la moglie non mancava mai di chiamarlo «cavaliere» fuori. Ella portava a Valdigorgo la correttezza dei modi e la scorrettezza dei pettegolezzi e degli isterismi aristocratici. Il loro figliuolo, Pieruccio, nato certo in conseguenza di un litigio, manifestava, ora più che sedicenne, com'erano inconciliabili anche in lui la natura materna e paterna. Fastidioso e incoercibile per metà del giorno; compassato e affettato la sera, dopo la toilette; antipatico sempre.
Involontario riscontro ai Fulgosi facevano i Learchi. Egli, Learchi padre, era un risaiolo arricchito. Aveva dunque il diritto d'insegnare agli altri la maniera di viver bene. In tutto si sarebbe dovuto fare come aveva fatto e faceva lui. Ignorante e testardo; gran mangiatore e non minore bevitore e fumatore di pipa. Ligio alle pratiche religiose, vi tranquillava la coscienza; si assicurava con esse a star di là, anche meglio che di qua, e frattanto sorreggeva il perfetto egoismo cattolico dicendosi clericale «e me ne vanto». Sua moglie, la signora Redegonda, era buona di cuore e sempre ilare; ma di testa piccola. L'universo per lei consisteva nella cucina, dove esercitava molt'arte, e con ingenua rozzezza stupiva a ogni altra cosa che non fossero manicaretti, pasticci, dolci d'ogni sorta. Felici entrambi dell'aver maritata bene, a un ricco, la figliola, aspettavano per di più la consolazione di aver dottore il figliolo. E questi — Guido — poteva piacere o spiacere al pari d'ogni cuor contento.
Quanto alle Melvi, la madre non riusciva a nascondere a me l'ipocrisia e la malignità della paesana che non potè mai uscir di paese e che in paese vuol sembrar amica di tutti perchè invisa a tutti. Lingua iniqua! Ma quante esclamazioni, espansioni d'affetto! La bontà si sarebbe detto trasudasse da tutti i pori della sua piccola e grassa persona; la virtù in lei sembrava tanta da permetterle di congratularsi a ogni nuovo matrimonio che s'annunciasse o celebrasse a Valdigorgo, quando la rodeva l'invidia, la tormentava il dubbio di non poter accalappiare un marito per la sua Anna;, la sua Anna, irresistibile, per lei, di vezzi e più di carne. Ed Anna.... Che dire di Anna Melvi: come esprimere quel che io provo ora, scrivendo queste due parole?
Di rado tutti costoro, nei primi giorni del mio ritorno lassù, si eran trovati insieme alla villa. Di solito l'una e l'altra mamma saliva da Eugenia, e sol talvolta, quando Eugenia riposava, le ragazze e i giovani si erano raccolti nell'ampia sala a terreno, o nella terrazza, ai loro giochi di pegni, mentre Moser si divagava aizzando il cavalier Fulgosi contro il Learchi padre. Io per lo più avevo cercato scampo nella mia camera, col pretesto di dormire.
Ma venne la buona novella; il medico curante, pago della mia approvazione non che del buon effetto delle sue cure, annunciò che a giorni permetterebbe alla convalescente d'alzarsi.
Eugenia era in piena convalescenza. Ed io?... La sera della buona novella andavo per la casa cercando invano di raccogliere in me il senso di quella letizia che vedevo fuori di me. Non potevo fingere un piacere che mi sfuggiva; avrei voluto fuggire accusandomi quale un amico indegno; neppur mi commoveva la gioia di Claudio!
Egli fece portare due bottiglie nel salotto, per gli amici; e mi attendeva con Fulgosi e Learchi. Dovetti entrare.
— Lupus in fabula! — esclamò il cavaliere. — E Claudio: — Sentite questa! Quando eravamo all'Università a Bologna, io agli ultimi anni e Sivori ai primi, facevamo qualche scappata a caccia nelle risaie di Molinella. Ci accompagnava un omicciattolo, un falegname soprannominato il Biondo.... Ah! il Biondo! ma par di vederlo! Aveva uno schioppo che pareva un catenaccio; mirava chiudendo gli occhi, e non sbagliava un colpo. È vero?
Accennai di sì col capo; non celando la poca voglia di riudire aneddoti della mia biografia. Ma Claudio proseguì:
— Dunque mentre io e il Biondo stavamo alla posta delle anitre, e non pensavamo che alle anitre, quel bel matto lì (e accennava a me) era spesso colla testa nelle nuvole e metteva giù lo schioppo per guardare al libro che portava in tasca. Una bella maniera d'andare a caccia! Non si sarebbe accorto d'un rinoceronte quando leggeva. Ma un giorno che ritornavamo in barca — era d'autunno inoltrato — io gli prendo il libro e glielo scaravento in mezzo all'acqua. Cosa fa lui? Spicca un volo e gli va dietro alla pesca.
— Non fu così — interruppi fiaccamente.
— Così! Proprio così! Il Biondo è ancor vivo e sano, e sebbene sia il tuo fittavolo, adesso, è un galantuomo capace di testimoniare la verità.... Bene! noi sudammo a pescar lui, l'amico; lo tirammo su sporco e fracido come si meritava; e con la tremarella addosso. Io gli davo quanti pugni potevo, più per sfogare la rabbia che m'era venuta che per mantenergli la circolazione del sangue, e Sivori, lo credereste?, si lamentava: — Il mio libro!... Il mio libro... Non ho capito una cosa!... — Non vi dico altro! Quasi quasi si era affogato solo perchè non aveva capito una cosa!
— Non è vero! — brontolai. — Era un'edizione pregevole....
Nessuno mi badò. Ridevano tutti, e più di tutti rise il piccolo Mino, che era venuto in cerca di me. Non desiderando di meglio che sottrarmi alla filosofia del buon senso, chiesi al ragazzo che cosa voleva.
— Se mi comperi i burattini, ti racconto una bella favola.
Ripigliò Moser: — Sublimi poi erano le discussioni col Biondo falegname! Sivori sosteneva che ammazzare una quaglia era uno strappo all'anima universale, come diceva lui; il Biondo invece sosteneva che Domineddio non avrebbe creato le quaglie se non dovessero essere mangiate arrosto. Avevano così diversi punti di vista che Sivori con cinquanta colpi non strappava nulla, e il Biondo — lo confesso, lo ripeto — tirava meglio di me! Ma le quaglie chi le mangiava? chi le gustava di più? Ah quei bocconcini di anima universale! Altro che Spinoza eh, Sivori?
Risero di nuovo. Finchè Mino tirandomi per la giacca mi forzò ad appartarmi con lui in un angolo. Ivi solennemente prese a raccontare:
— «Castelli in aria».... Beppe andava per il bosco.
Intanto udivo Learchi sentenziare, vuotato il bicchiere:
— La filosofia sta nel seguir la volontà di Dio, ricordandosi però che lui dice: «Aiutati che t'aiuto!»; e quando la coscienza è tranquilla, tutto va bene a questo mondo!
— Il mondo bisogna farselo! — ribatteva Moser. — Farsi una, famiglia; lavorare per la propria famiglia e non pensare ad altro!
— Io sono fatalista — avvertiva il cavalier Fulgosi. — «Sua ventura ha ciascun dal dì che nasce....»
Tratto dall'astuccio il piccolo pettine, il cavaliere si pareggiò i baffi, si mirò allo specchietto; poi aggiunse che io ero uno di quelli nati apposta per far camminare il mondo.
— Senza filosofia, caro signor Learchi, il mondo non camminerebbe. È la scienza delle scienze, che innalza l'umanità. Excelsior!
— Il mondo andrebbe benone lo stesso! — urlava Learchi. — Religione, fede per sopportare i guai; e basta!
Mino tornò da capo:
—.... Beppe andava per il bosco, e trovò un pulcino. Lo portò a casa e lo mise a dormire nella stoppa. Beppe diceva: Quando il pulcino sarà grande, diventerà una gallina; e la gallina farà le ova e comprerò un'agnellina. E l'agnellina diventerà una pecorina, e la pecorina farà le ova....
Le ova della pecorina? Mi sovvenne delle mie opere. Il pulcino morto nella stoppa della scienza? Il mio ingegno!... Questa, questa, o esimio cavalier Fulgosi, questa è la morale della favola!
.... Non mi sarei dunque stancato mai d'interporre sempre, da per tutto, la mia accidia? Con stento ero entrato là nel salotto a udir parlar di me; con stento ascoltavo il ragazzo....; ma appunto perciò avrei dovuto avvertire un risveglio nella mia volontà. In me c'era già stato qualche mutamento notevole. Non seguirebbe questi mutamenti, sebbene lievi, una riscossa dell'anima? Come in un barlume riflettei su le mie impressioni e le mie azioni dei giorni innanzi.
Già Mino era riuscito a farmi guardar il mondo attraverso un vetro color rosa e a farmi dire con lui che così il mondo era più bello; mi aveva costretto a inventare e a narrargli una favola, che ora ricambiava con: «Castelli in aria» e con le ova della pecorina. Già la timida Marcella mi aveva veduto salir più spesso a trovar la madre e a sorprender lei nell'ansietà delle faccende domestiche, la cui importanza ironicamente esageravo. Ortensia poi aveva ripresa con me tutta la confidenza d'un tempo, di quando era la mia «piccola amica». Ah se avessero potuto immaginare che fatica mi costava tutto ciò! Ma intanto io mi domandavo perchè non approfitterei del loro aiuto a ricuperare il dominio della mia volontà. Volli restar con Mino; volli vedere che facevano gli altri.... Mi affacciai alla porta della sala dove la signora Fulgosi cominciava a tempestar un waltzer sul pianoforte; le ragazze e i giovani le facevan chiasso d'intorno. Quand'ecco tonò una voce gioconda.
Era l'ingegnere preposto da Moser a dirigere la fabbrica di laterizi.
— Arrivo! Pazienza! — egli rispose alle voci che lo chiamavano.
Ma prima corse a consegnar delle carte a Moser, a dargli notizie, a prender ordini. Di sulla porta io l'osservavo.
L'ingegner Roveni quando parlava d'affari era parco nelle parole, immobile, attento. Aveva risposte pronte. L'antipatia che mi separava da tutti gli estranei non poteva resistere contro di lui; anzi dal primo giorno che l'avevo visto non mi era spiaciuto quel giovane dalla fisionomia decisa: non bella per il naso breve un po' all'insù, ma abbellita da due folti baffi biondi; e dalla persona robusta e a mosse un po' dure, quasi di macchina non ben levigata e non in piena attività, eppure in un perfetto equilibrio di tutte le forze alla regola dell'arbitrio. Per una inesplicabile contraddizione non mi spiaceva quell'uomo, ambizioso, si vedeva, fin dal modo di camminare.
Passandomi accanto egli mi salutò con un franco:
— Buona sera, dottor Sivori! — e andò difilato a prender Anna Melvi per ballare il waltzer.
Io mi riaccostai agli uomini seri.
— Che fibra! — disse Claudio, che ora parlava di Roveni. — Tutto il giorno lavora per me e la notte studia per sè.
Aggiunse che Roveni s'occupava con passione in studi d'elettricità.
Quindi disse:
— Io penso con dolore al giorno che dovrà abbandonarmi.
Una risposta mi venne al pensiero e alle labbra: — «Hai un mezzo molto semplice per trattenerlo: dagli in moglie una delle tue figliole».
Ma sarebbe stato come dire a uno che possegga un tesoro: — dallo al tale —, o almeno sarebbe stato come proporre un sacrificio intempestivo; perchè nel sereno egoismo del suo amor famigliare, Moser non s'era ancora accorto che le figliole pervenivano all'età da marito. Perciò tacqui.
E feci bene. Rientrando poco dopo nella sala dove ballavano, scorsi d'improvviso che la maggiore delle sorelle Moser e la più adatta al Roveni (il quale era sui ventotto anni), aveva già disposto del suo cuore.
Sì: la timida Marcella...., con Guido Learchi.... Mentre con Roveni ballava Anna Melvi e Ortensia con Pieruccio Fulgosi, Marcella e Guido si dicevano meno parole con le labbra che cogli occhi; vedevano l'uno negli occhi dell'altra la propria felicità. Non ne mostravano meraviglia nè la Melvi madre nè la signora Learchi, che assistevano da presso il pianoforte. Meravigliato rimasi io; poi disgustato per un turbamento strano; poi, preso da una voglia anche più strana di ridere, ridere d'ironia. — Forse per rivivere vivendo con questi ragazzi dovrei fare all'amore anch'io? — mi chiesi; e fissai Guido ridendo.
Egli venne da me rosso in faccia, con l'indice al naso:
— Zzz.... zitto, per carità!
— Oh! credi che anche gli altri non abbiano gli occhi per vedere?
— Gli altri fingono di non vedere e non dicono nulla — rispose con voce dolente. Sorrideva anche lui, ma per timore. Ed io per spasso quasi crudele chiamai Marcella:
— Debbo dar retta a Guido?
Ella era divenuta più rossa di lui; si provava a fingere, a nascondersi.
— Perchè? che vuol dire?
— Debbo aiutarvi?
— Non so..., non capisco.... Mi lasci andare!
Invece la strinsi al braccio e le chiesi piano:
— Gli vuoi molto bene? —; e la guardavo negli occhi come per impedirle di sfuggirmi. Sentiva essa la punta della cattiveria nelle mie parole e nei miei modi apparentemente scherzosi? Ah io volevo distrarmi: volevo sottrarmi a me stesso: interpormi meschinamente alla vita che vedevo fuori di me, e che mi sfuggiva!
— Non è vero!...; non so.... Chi gliel'ha detto? — rispondeva la poverina, cedendo a poco a poco.
— E tua madre lo sa?