ADOLFO ALBERTAZZI
PARVENZE E SEMBIANZE
LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D'AQUINO
CHI DI GALLINA NASCE.....
GREGORIO LETI SPIRITO SATIRICO — PUNIZIONE
MOLTO RUMORE PER NULLA — SICUT ERAT......
I NOVELLATORI E LE NOVELLATRICI DEL “DECAMERONE„
LA NOVELLA DI FIORDILIGI
BOLOGNA
DITTA NICOLA ZANICHELLI
(Cesare e Giacomo Zanichelli)
MDCCCXCII
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Proprietà letteraria riservata
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INDICE
- [LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D'AQUINO]
- [CHI DI GALLINA NASCE....]
- [GREGORIO LETI SPIRITO SATIRICO]
- [PUNIZIONE]
- [MOLTO RUMORE PER NULLA]
- [SICUT ERAT....]
- [I NOVELLATORI E LE NOVELLATRICI DEL DECAMERONE]
- [LA NOVELLA DI FIORDILIGI]
[pg!1]
[LIBERALITÀ DI MESSER BERTRAMO D'AQUINO]
[pg!3] La corte di Carlo primo d'Angiò dopo la strage di Tagliacozzo e poscia che da un colpo di scure fu troncata l'adolescente baldanza di Corradino di Svevia, fioriva di nobili donne e baroni e cavalieri e splendeva in magnificenza di conviti, danze, tornei e feste mai piú vedute.
Ad una di tali feste messer Bertramo d'Aquino, che tra i cavalieri del re aveva lode di singolare valore e cortesia, conobbe la moglie di messer Corrado, suo amico di molti anni, la quale era bellissima donna e si chiamava Fiola Torrella; e cominciando egli subito a vagheggiarla, in breve se ne innamorò di guisa che non [pg!4] poteva pensare ad altro. E giacché madonna Fiola, non per freddezza di natura o per amor del marito o per sincerità di virtú, ma per diffidenza degli uomini e timore di scandalo e troppa stima di sé medesima, gli si mostrava aspra e fiera, messer Bertramo si perdeva ogni dí piú nel desiderio di lei e per lei giostrava, faceva grandezze, vinceva ogni altro cavaliere in gentilezza e liberalità.
Tutto invano: madonna era sorda alle sue ambasciate, gli rinviava lettere e doni, non gli rivolgeva pure uno sguardo. Ond'egli, che oramai non sperava piú nulla, nulla piú le chiedeva; e non sentendo alcun bene se non in vederla, triste e sconsolato, ma sempre con destrieri nuovi e mirabili, passava tutti i giorni sotto alle finestre di lei e ogni volta poteva vederla la salutava umilmente: essa moveva altrove i begli occhi.
Un amico, il quale vantava grande esperienza in conoscer le donne, confortava Bertramo: — O madonna ha un altro amante, ciò che non sembra da credere, o finirà con innamorarsi di voi —. E Bertramo per mezzi [pg!5] sottili ebbe certezza che Fiola non aveva altro amante; ma ella non cedeva, anzi diveniva piú rigida; sí che quell'amico esperto assai delle donne avrebbe dovuto ricredersi se la fortuna, impietosita delle angoscie del cavaliere, non avesse trovata una strana via per aiutarlo.
Certo giorno messer Corrado condusse la moglie e una gaia compagnia di cavalieri e di dame alla caccia del falcone in una villa che aveva poco lungi da Napoli; e poi che con loro fu stato in piú parti senza molta fortuna, giunto a una valletta, la quale pareva fatta dalla natura per cacciarvi, disse tutto allegro: — Ora vedrete se il mio sparviero sa spennacchiare! — I cani si misero presto sulla traccia delle starne e levandone un bracco un fitto drappello, egli fe' il getto e gridò: — Guardate! — Lo sparviero, che era ben destro, scese di furia sulle starne frullanti e le disperse; una ghermí e stracciò e inseguí le altre, come un soldato valoroso che piombi sur una schiera di nemici e abbattutone uno fughi e persegua i rimanenti. [pg!6] — Come Bertramo d'Aquino, mio capitano, a Tagliacozzo — disse messer Corrado; e per dar ragione del confronto tra il suo caro sparviero e l'amico assai caro, narrò di questo le belle prodezze quando l'avea veduto irrompere impetuoso nel furor della mischia.
— Certo — aggiungeva — non è alla corte e fuori chi uguagli Bertramo in piacevolezza di parlare, grazia di modi e generosità e magnificenza d'animo; e anche il re gli vuole gran bene. — E di Bertramo proseguiva a narrare piú geste e vicende.
Madonna Fiola ascoltava attenta il marito e le lodi al cavaliere che aveva posto ardentissimo amore in lei le pungevano l'animo di compiacenza, quasi lodi fatte alla sua bellezza, se la sua bellezza aveva potuto accendere senza misura uomo cosí perfetto; e come le lusinghe della vanità nelle donne possono tutto, anche piegare a sensi miti le piú proterve, ella rivolgeva nel pensiero quante pene aveva sostenute Bertramo; quanto acerba noncuranza gli aveva dimostrata, e le pareva d'aver fatto male. [pg!7]
Potenza d'Amore! Essa già sentiva che meglio che una durezza superba e una fredda virtú soddisfaceva il suo orgoglio l'innalzare a sé il piú ammirato dei cavalieri, senza piú timore alcuno d'abbassarsi a lui; nella esuberante sua giovinezza già serpeva un desiderio vago di consolazioni nuove e di nuove gioie suscitate e acuite, per lo spirito e per i sensi, dalla forza della passione e dalla fatalità della colpa. Perché era fatale che amasse Bertramo d'Aquino, se fino a quel giorno inutilmente aveva voluto resistergli. Tutto quel giorno pensò a lui; né sí tosto fu di ritorno a Napoli che si pose al balcone bramosa che egli, come soleva, passasse di là a riguardarla; e con suo conforto lo vide giungere all'ora usata. Ratteneva il bizzarro puledro e per quetarlo gli passava la mano su 'l collo scorso da un tremito: salutò la dama, la quale smorta e palpitante risalutò e parve sorridere, e a lui s'allargò il cuore e chiari la faccia in subita allegrezza.
Cosí Bertramo fu pronto a scrivere una lettera a madonna Fiola scongiurandola di [pg!8] commuoversi a misericordia e di procurargli agio a parlarle; e n'ebbe risposta: a lei era grato l'amore di lui, ma per l'onor suo e del marito ella non poteva promettere e concedere cosa che le chiedesse. Riscrisse egli assicurandola che voleva solo parlarle e che in ciò solo poneva la salvezza della sua misera vita; ed ebbe risposta: venisse, ma a parlare soltanto, una prossima sera (e Fiola diceva quale) in cui Corrado, di ritorno da una caccia lontana e faticosa, sarebbe andato a dormire per tempo.
Ecco finalmente la sera del convegno; limpida sera estiva. Bertramo s'era dilungato assai fuori della città quasi ad affrettare, ad incontrare l'ora invocata e troppo lenta a discendere; e quando le ombre confusero le cose e le stelle si specchiarono nel mare pensò: — Di già Fiola m'aspetta —; ma non tornò a dietro, ma senti vivo il piacere d'essere atteso, egli che dell'attesa aveva patita tutta la pena. Pure il maligno compiacimento fu breve e se ne dolse; rivolse il cavallo e gl'infisse gli sproni nei [pg!9] fianchi: via, di aperto galoppo e di piena gioia, come all'assalto!
Intanto Fiola, visto che ebbe il marito addormentato nel profondo sonno della stanchezza, consegnò due lenzuoli di tela finissima alla piú fida delle sue donne, che andasse a distenderli su 'l molle letticciolo composto entro una casupola in fondo al giardino per riposarvi nel tempo piú caldo; ed essa corse a socchiudere la porta dalla quale doveva entrare l'amante. Ascoltò: nessuno. Allora dalle aiuole e dalle macchie si die' a raccogliere le piú belle rose e strappandone i gambi riponeva le corolle e i petali freschi in un cestello che recava al braccio: anche vi metteva fragranti vainiglie e gelsomini, e quando il cestello fu colmo lo porse alla fante e le disse: — Spargi questi fiori su le lenzuola e acconcia ogni cosa; e poco dopo che messere sarà venuto, fanne cenno d'entrare. — E stette ad attendere.
Ma alla mente di lei, che con la fantasia si spingeva da un pezzo a pregustare le voluttà del suo dolce amore, balenò a un tratto il dubbio non stesse per cadere [pg!10] nella vendetta di messer Bertramo, il quale troppo duramente e troppo lungamente aveva fatto soffrire; non dovesse, se messer Bertramo mancasse per inganno al convegno, esser fatta gioco di lui. E se egli non era dell'animo che suo marito le avea dipinto, non poteva ella, con acerbo dolore e vergogna, divenire la favola non solo di lui, ma de' suoi amici e di tutta la città, ella, la virtuosa donna di messer Corrado? Onde si vedeva accomunata dalla colpa e dallo scherno a quante dianzi spregiava, e si doleva d'esser caduta della sua casta fierezza e malediceva al mal concepito affetto.
Ma ascoltò: — Eccolo! —, e rapida e lieta fu incontro al cavaliere che entrava e gli aperse le braccia sorridendo e sospirando: — Ben venuta l'anima mia, per cui sono stata tanto in affanno! —
Messer Bertramo la strinse forte: — Mercé dunque del suo grande amore; pietà, o madonna Fiola, dei suoi lunghi travagli! — Le parole di lui erano ardenti non meno che gli sguardi di lei, e a lui pareva che ella avesse [pg!11] una luce intorno il capo biondo, e a lei sembrava ch'egli fosse ebbro d'amore.
Sedettero sotto un arancio fiorito scambiando piú baci che motti, e come Fiola pensava — Or ora la fante ci dà il segno d'entrare —, messer Bertramo, il quale nelle avide strette la sentiva tutta desiosa e del suo bel corpo indovinava i segreti mal difesi dalla veste sottile, poco piú tempo attendeva a godere del piacere ultimo e sommo. Ma meravigliandolo assai una tale accondiscendenza in Fiola, egli volle conoscere prima da lei perché fosse stata tanto rigida seco e qual cagione l'avesse indotta da poco a dargli un conforto sí grande.
Ella rispose: — Io non v'amava; ma mio marito, un giorno che eravamo alla caccia insieme con molti cavalieri e gentildonne, osservando un nostro bravo falcone precipitare addosso a una brigata di starne e scompigliarle tutte, si sovvenne di voi e disse che come il falcone alle starne aveva visto far voi ai nemici nella battaglia. E recò prove del vostro valore e di voi asseriva che nessuno poté mai superarvi in cortesia [pg!12] e liberalità. Allora io ammirando l'animo vostro mi pentii subitamente d'avervi fuggito quasi mala cosa, e ora vi dono co 'l mio cuore tutta me stessa. —
Udite le parole della donna, messer Bertramo stette alquanto silenzioso e raccolto in sé medesimo per improvvisa concitazione di pensieri e di affetti diversi; poi, con uno sforzo che parve e fu supremo, perché egli rifiutava il bene non di quella sera, ma della sua giovinezza, ma della sua vita, si levò in piedi e disse:
— Non sarà mai ch'io offenda vostro marito se egli mi ama cosí e se ha tanta fede in me! — E tolte di seno alcune bellissime gioie, le porse alla donna pregandola di serbarle per sua memoria: — Per memoria di voi, voi datemi ora un ultimo bacio. —
Madonna Fiola Torrella turbata molto, chi sa se per nuova ammirazione dell'animo nobilissimo del gentiluomo o piú tosto per vivo rammarico del perduto piacere, lo baciò sulla bocca, e messer Bertramo, senza piú toccarla, le disse addio e partí. [pg!13]
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Sterne giungeva di rado al luogo per cui si metteva in cammino; io a ciò che mi propongo. Questa volta intendevo esaminare in confronto della dura semplicità e brevità onde Masuccio narrò primo il fatto di messer Bertramo[1], la prolissità e la pompa svenevole con la quale Gianfrancesco Loredano secentista rifece e allargò, trasportandone i personaggi ai suoi tempi, questa storia d'amore[2]; ma invece, non so come e perché, la fantasia condusse me pure a rinnovare e a diffondere l'antica novella, e adesso, su 'l punto d'incominciare il raffronto, ristò chiedendomi: A che cosa gioverebbe il mio studio?
Veramente gli eruditi non si fanno sempre questa dimanda. [pg!15]
[CHI DI GALLINA NASCE....]
[pg!17]
[I.]
Il dí che in Firenze per frenesia di Francesco De' Medici era imposta su 'l capo di Bianca Cappello la corona di granduchessa, in Bologna Ercole e Alessandro Bentivogli facevano “dinanzi a casa loro correre a' cavalli dei Monari dodici braccia di grossogron et una berretta di panno in segno d'allegrezza„; ma Pasquino domandava al conte Ulisse Bentivogli, il quale da tre anni era marito a Pellegrina figliola di Bianca e di Pietro Bonaventura:
Si Cosmi titulos Virgo foedavit Hetrusca
Quid faciet meretrix, heu, peregrina tibi?[3],
[pg!18] e nella interrogazione epigrammatica rideva una profezia. Spiace per altro non conoscere tutti i miracoli di cotesta contessa, che, se vera la storia, un'ultima colpa condusse a perire in età di trentaquattro anni piú miseramente di sua madre.
Il matrimonio del Bentivoglio, celebrato con gran pompa a Bologna il 24 agosto 1576 — recando la sposa allo sposo una dote di trentamila scudi e una beltà ancor puerile ma già meravigliosa[4] —, era stato “di poca soddisfazione al paese„; onde il conte avea presa dimora a Firenze. Pure il 23 febbraio 1578, in occasione d'una breve gita di Bianca e Pellegrina a Bologna, “la prima nobiltà della città, sí di cavalieri che di dame„ era mossa ad incontrarle, “per rispetto al Granduca, per essere la detta Bianca sua cosa„[5]; cosí come ad onore della figlia non piú d'una concubina, ma d'una granduchessa, il 22 dicembre 1583 furono incontro ai coniugi Bentivoglio, di ritorno per qualche mese alla patria, “quarantaquattro carrozze di dame e gran numero di cavalieri a cavallo, oltre li cavalli [pg!19] leggieri; et il Bentivoglio era a man destra di Pirro Malvezzi, non ostante che fosse senatore e de' collegi„[6]. Nell'aprile dell'anno appresso Pellegrina si recò di nuovo a Firenze per assistere alle nozze di Vincenzo Gonzaga e di Eleonora De' Medici, e solo il 13 febbraio 1588, ma questa volta per sempre, riprese ad abitare in Bologna.
Con la fresca e fosca rimembranza della morte di sua madre si contenne allora in vita solinga? No, ché sentiva bisogno di distrazioni; e a primavera di quell'anno medesimo ebbe voglia, lasciando il marito a casa, di fare una scappata a Venezia in allegra compagnia di dame e gentiluomini; e ad autunno, nella venuta de' duchi mantovani, si compiacque d'apparire per grazia e per fasto la prima gentildonna che fosse in Bologna a quel tempo[7].
Ma se delle qualità vere della persona e credute dell'animo suo avevano pure in Firenze diffusa l'ammirazione Francesco de' Vieri detto il Verino, dedicandole il [pg!20] Discorso della grandezza et felice fortuna d'una gentilissima et gratiosissima donna qual fu Madonna Laura[8], e maestro Fabrizio Caroso offrendole tra i balli di sua composizione una “cascarda„ con a tema musicale un sonetto che comincia:
Luci beate ove s'annida Amore,
Vivi raggi del sol, dolci facelle
Che le piú gelide alme e le piú belle
Infiammate di santo e pure ardore[9]
quegli che di lei ci lasciò il piú ingenuo ricordo fu il poeta bolognese Cesare Rinaldi.
Nel 1590 egli le porgeva la terza parte delle sue rime dicendole: “L'esser piaciuto a V. Eccellenza Ill.ma di favorire talora le sue rime della vista, della voce et del giudicio suo, ripieno di tanta acutezza et accortezza insieme, onde mostra la perfetta cognizione che ha di ogni bella virtú, mi ha facilmente indotto a credere che parimente non debba sdegnare di riceverle se nello uscir fuori a scorrere il mondo in istampa, non meno create di dentro che segnate di fuori del suo Ill.mo Nome, ora ritornano tutte insieme nelle sue onoratissime mani, donde sono partite, non altrimente [pg!21] che si faccia, come dicono, il fiume Meandro, il quale favorito da tanti canori et bianchissimi cigni alle sue rive con le loro meravigliose armonie, pare che nello scorrer il paese, ritorcendo il suo corso et raggirando, colà se ne ritorni donde partí, quasi allettato dalla dolcissima soavità dei cigni, come.... (coraggio, che il periodo finisce adesso e finisce bene!).... come le mie rime da quella di V. Ecc.za Ill.ma, veramente umano et candidissimo cigno in ogni virtú et regal costume„[10].
Candidissimo cigno in ogni virtú la figlia di Bianca Cappello? Ohibò!; e le rime son troppo “create di dentro„ co 'l nome di lei:
Cauto a gl'inganni Amor l'armi depose,
L'ale agli omeri strinse e le coperse:
Di pellegrino in forma ei mi s'offerse
E pellegrina idea nel cor mi pose.
Or vo pellegrinando....
A l'ombra di duo neri archi sottili
Due pellegrine stelle il mondo ammira....
Qual or io ti vagheggio,
Pellegrina gentil, misto in te veggio
Col celeste il mortai, col nero il bianco:
[pg!22]
(allusione, pare, alla sua bellezza):
Sotto l'oscuro velo
Scopro candor di Delo;
Sotto la spoglia frale
Scerno virtú immortale,
Ond'al mirar non è l'occhio mai stanco;
Miro e mirando i' godo, e 'n viso adorno
Scorgo la terra e 'l ciel, la notte e 'l giorno....
.... Quale al nascer di Palla alta e immortale
Versò dorato nembo
Sovra Rodi dal ciel l'eterno Giove,
Tali e piú care a te piovvero in grembo
Nel felice natale
Nove grazie d'amor, bellezze nove.
Folle chi mira altrove,
Che 'l bello è in te raccolto,
Vertú nel petto et onestà nel volto:
S'impresse a mille il tuo valor nel seno,
Quando coi pensier casti
Pellegrinasti, o Pellegrina, al Reno.
Qui ten vivi al tuo sposo onesta e bella
Sotto il soave giogo,
Qual Penelope fida al caro Ulisse....
Ma durante l'assenza del “caro Ulisse„, il quale nel 1595 fu con Antonio De' Medici alla guerra in Ungheria[11], il poeta dovette farse avvedersi come era fallace la virtú da lui cantata immortale e come la non fida Penelope sapeva intessere varie tele di colpe. [pg!23]
[II.]
Nell'estate del 1598 su la famiglia Bentivoglio passava con tragica ombra una strana sciagura, che quarant'anni di poi porgeva argomento a uno sciatto romanzo di Girolamo Brusoni: la tragedia, se tale quella sventura, era stata velata di mistero, e il romanzo La Fuggitiva[12] lasciando indovinare facilmente il nome dei personaggi e dei luoghi, parve ralluminarla; però esso ebbe, senza merito artistico, una grande fortuna. Ma quanta parte del lavoro fu imaginaria? Spoglio d'ogni particolare inutile e d'ogni sfogo di secentismo ne resta questo.
— Ulisse Bentivoglio, a festeggiare la recente nascita d'un figliolo, indisse una giostra nella quale il fratello di lui, Francesco, fu vinto solo da un incognito cavaliere: Flaminio Malvezzi, “giovinetto di mediocre fortuna ma di nobili spiriti„ e fatale amante di Pellegrina, che fino a quel dí “era rimasta indifferentissima degli amori„. Il valoroso Malvezzi presto ammalò di passione [pg!24] e la contessa durante un'assenza del marito lo consolò di baci; indi, in villa a Bagnarola, di qualche cosa di piú; e tanto andò la bisogna, come dice il Boccaccio, che l'adulterio venne a conoscenza della signora Isotta Manzoli, la zia del marito. Ma i consigli di questa dama prudente all'imprudente Pellegrina tornarono vani; vane le esortazioni di Filippo Pepoli, quando seppe anche lui la brutta faccenda, all'amico Malvezzi, per salvare l'onore del povero Bentivoglio; e alla fine una traditrice cameriera rivelò la tresca al suo innamorato, il figlio maggiore del conte! Il conte chiarito di tutto dal figlio dié incarico a suo fratello Francesco di ammazzargli o fargli ammazzare il Malvezzi e ripose la sorte della moglie in balía del granduca di Toscana. Onde meglio sarebbe stato per Pellegrina fuggire con l'altro suo amante, un Riario, che inutilmente gliene avea fatta proposta, perché un dí arrivò a Bagnarola Antonio De' Medici ad assassinarla. —
Poco nel romanzo e meno, ma peggio, nella storia. [pg!25]
“Questa donna — Pellegrina — non seppe contenersi nelle sue inclinazioni; il perché da' figliuoli mal sopportata, fu con motivo d'andare a spasso nelle valli d'Argenta sommersa in quell'acque per opera del figlio Francesco, che facendo nascere l'accidente da un meditato ripiego lasciò dar volta al legno ov'era, e la povera dama restò miseramente, senza verun aiuto, sommersa„[13].
Il drudo Flaminio Malvezzi trovò la morte nel 1629 militando in Fiandra sotto le insegne del marchese del Vasto[14]: il marito Ulisse morí nel 1618, già vedovo da undici anni della seconda moglie Virginia Olivi: dei cinque figli di Pellegrina, Giorgio era stato ucciso a Firenze nel 1611 dal cavaliere Lanfreducci[15]; Francesco, il probabile matricida, benché protonotario apostolico e cavaliere di Malta, fu decapitato a Roma in Torre di Nona il I dicembre del 1636 per mala vita e per aver offeso in satire il papa Urbano VIII[16]; Bianca, se non finí tragicamente, fu cagione di tragedia, sempre per quella necessità d'atavismo [pg!26] che l'esperienza fermò nell'adagio — Chi di gallina nasce convien che raspi. —
[III.]
Andrea di Bartolommeo Barbazza fu, chi credesse ai suoi ammiratori contemporanei, un grand'uomo. Per l'esperienza sua nelle “arti cavalleresche„ acquistò nome come padrino in duelli, maestro e giudice di campo in tornei e giostre, compositore di querele non solo fra concittadini ma sí fra ragguardevoli personaggi stranieri che ricorsero fiduciosi al suo consiglio; piú, quale cittadino benemerito ottenne sommi onori in patria, a Bologna, dove a venticinque anni, nel 1607, fu eletto degli “anziani„ e rieletto nella stessa carica nel 1616 e nel '28, e nominato senatore nel '46 e nel '51 gonfaloniere; piú ancora: egli ebbe lode di poeta “insigne„ e compose nientemeno che una “favola tragicomica boschereccia„, L'amorosa Costanza; una favola musicale, Atlante; un “intermezzo per musica„, Apollo e Dafne; [pg!27] un volume di “lezioni accademiche„ e non so quanti sonetti stampati qua e là per le raccolte[17]. Ma il gran fatto della sua vita fu in partecipare alla liberazione di Giambattista Marini incarcerato a Torino e la grande opera sua in difender l'Adone: egli fu protettore e amico del piú famoso poeta del secolo XVII!
Tra le molte è memorabile questa lettera che il Marini gli aveva scritta a Bologna dopo lo spavento della pistolettata del Murtola: “Veramente io confesso di dover non meno alla memoria che V. S. serba di me et al zelo che mostra alla mia salvezza, che alla protezione della fortuna, che con particolar privilegio mi liberò di sí grave pericolo.... Son vivo, sig. Barbazza, e godo piú di vivere nella grazia di V. S. che nella luce del mondo; et credami che vive un suo servidore prontissimo a spendere in suo servigio quest'avanzo di vita in quel fervore di volontà che si richiede a tante obbligazioni. Io pensava di venire in persona a servirla et a godere le delizie del carneval bolognese, ma questo disturbo [pg!28] mi ha impedito.... Delle mie poesie non ho che mandare a V. S., perché tutti i pensieri mi son fuggiti dal capo al romor delle archibugiate. Le Muse son come gli usignuoli, i quali se mentre stanno a cantar sopra un arbore sentono lo scoppio del cacciatore, sbalorditi dalla paura non vi tornano a trescar per un pezzo....„[18].
Non è meraviglia dunque se il Barbazza di ritorno di Francia co'l cardinale Ferdinando Gonzaga, del quale a trent'anni era divenuto maestro di camera e co'l quale aveva viaggiato anche in Spagna; il Barbazza, che da Caterina De' Medici aveva ricevuto in dono una collana d'oro e la croce dell'ordine di San Michele, e in Torino riceveva omaggi come poeta e diplomatico egregio, s'adoperò affettuosamente a salvare il poeta dalle calunnie e dalla prigione. Per amore del Barbazza il Gonzaga s'uní con l'ambasciatore d'Inghilterra a impetrar il perdono del duca, e il Marini libero e grato chiamò Andrea “difensore della sua riputazione„[19].
E che meraviglia se piú tardi il letterato [pg!29] bolognese assalí l'autor dell'Occhiale nelle Strigliate a Tommaso Stigliani, che stampò co'l leggiadro pseudonimo di Roberto Pogommega?[20] Peccato che “per accidente„ rimanesse fuori da esse Strigliate questo Sonetto “molto galantissimo„, come fu detto dall'Aprosio che lo riferí nella sua Biblioteca:
Mentre, Stiglian, vo' pel tuo Mondo in busca
E in lodarti il cervello mi lambicco,
Trovo che 'l naso in ogni buco hai ficco
Onde tanto saver non ha la Crusca.
È il tuo stil piú piccante di lambrusca
E del tuo Mondo novo assai piú ricco,
Onde pien di stupor tutto m'incricco,
Ché il tuo splendor l'istesso Apollo offusca.
Han le tue rime cosí nobil metro
Che qualora con esse altrui scorreggi
Mi raccapriccio ed ascoltando impietro:
Che se canti d'amore o se guerreggi,
O se rompi agli eroi su 'l fronte il pletro
Nell'armonia con gli asini gareggi.
[IV.]
Nel 1613 Ferdinando Gonzaga rinunciando al cappello cardinalizio e assumendo nome e potere ducale concesse ad Andrea Barbazza l'ufficio di cameriere segreto [pg!30] e l'onore di intimo consigliere. Ma presto il poeta sentí noia della corte di Mantova, e poiché aveva trentadue anni e nell'amor delle muse non trovava tutti i conforti che sono nell'amor delle donne, venne a Bologna a prender moglie: una figlia del conte Ulisse Bentivoglio Manzoli e di Pellegrina Bonaventura, quella tal signora famosa per errori e bellezza, pareva fatta per lui. E la sera del 23 aprile 1614 fu conchiuso il matrimonio con rogito del notaio Ercole Fabrizio Fontana, e tre giorni dopo la contessina Bianca Bentivoglio e il cavaliere Andrea Barbazza, testimoni i conti Battista Bentivogli e Alessandro Barbazza, si giurarono fede eterna nella chiesa di San Martino Maggiore[21].
Né alla solennità delle nozze mancò l'omaggio della poesia in forma d'un portentoso sonetto epitalamico dell'immortale Marini:
Vide Tebe due soli a le nefande
Opre crudeli, allor che 'l fier Tieste
Le mense formidabili e funeste
Colmò di sozze e tragiche vivande.
[pg!31]
E due ne vide ancor Roma la grande,
Quando l'esequie dolorose e meste
Pianse di lui, ch'or nel seren celeste
Fatto lucida stella, i raggi spande.
Ecco or su 'l picciol Reno a gli occhi nostri
Non minor meraviglia il Ciel produce,
Non d'orror ma d'onor prodigi e mostri.
Coppia, ov'arde valor, beltà riluce,
Tu quasi un sole a noi doppio ti mostri,
O de la fosca età gemina luce[22].
In Bianca riluceva la beltà della nonna e della madre; era un angiolo, e ce l'attesta una lista di “motti„ pubblicati anni dopo e ricopiati poi dal Ghiselli, nella quale essa per un verso solo ebbe lode piú grande che tutte le belle gentildonne bolognesi del tempo suo. Giacché poco importa che a Francesca Sampieri convenisse dire:
Santi i costumi son, sante son l'opre,
e a Laura Pepoli:
Alma real degnissima d'impero,
e ad Orsina Leoni Magnani:
Al tuo presumer ben s'agguaglia il merto.
Non stimo grave danno non aver veduta Isabella Angelelli
Nelle ruine ancor bella e superba;
[pg!32] forse fu piena di grazia Benedetta Pinelli Ercolani
Oh quanto è ritrosetta, oh quanto è schiva!,
e furon forse desiderabili Imelda Lambertini,
Primavera nel volto e nella testa,
e Pierina Legnani:
Bruna sei tu ma il bruno il bel non toglie;
dovette anche recare certa consolazione piegare a soavi atti donne come Costanza Cospi,
Un sí bel viso, un cuor di tigre e d'orsa!;
Aurelia Marsili,
Beltà ch'asconde un cuor ritroso e schivo;
Laura dall'Armi,
Mirata de ciascun passa e non mira,
e la contessa Bianchi
Campeggiar d'occhi e fulgorar di sguardi;
né dovettero spiacere le carezze di Ginevra Isolani
Oh bella man che mi trafigge il cuore!;
ma quale de' gentiluomini bolognesi non avrebbe ceduto magari l'amore di tutte per [pg!33] l'amore della sola Bianca Bentivogli Barbazza
Alli spirti celesti in vista eguale —?[23]
Dicono che Bianca Cappello ebbe i capelli biondi e gli occhi neri (io non ricordo la tela in cui la ritrasse il Bronzino); il poeta Rinaldi pareva ammirare in Pellegrina Bonaventura il candore della carnagione nel lume dei neri occhi e nel riflesso dei capelli neri; a Bianca Barbazza, rassomigliante in questo alla madre piú che alla nonna, fu pure attribuita la vivacità del “nero e del bianco„ in altra serie di “motti„, parte satirici e parte laudatori. Eccone alcuni:
Piombino da muratore — Virginia Ricordati Maranini
Il zibellino — Dorotea Albanesa Bulgarini
La mula del papa — N. Simoni Peppia
Il guardo soave — Diana Barbieri Rinieri
Il parapetto — Caterina Caccialupi Alamandini
La Ninfa — Livia Rossi Fantuzzi
La modesta — Camilla Beri Bandini
La tramontana — Camilla Orsi Leoni
La buona — Camilla Orsi Ghisellieri
La favorita — Doratrice Oro Gambari
La matrona — Silvia Orsi Sampieri
[pg!34]
La pensosa — Valeria Lambertini Guidotti
La buona notte — Claudia Fantuzzi Paltroni
Il delfino, La cassa di noce — Camilla Fantuzzi Bandini
Il buondí — Clementina Orsi Ercolani
Il falcone — Orsina Foscherari Favi
L'Armida, Il Giardino d'Amore — Lodovica Amorini Campeggi
La parlatrice — Olimpia Guerrini Ghiselli
La splendida — Ippolita Campagni Ghiezzi
Il bianco et il nero — Bianca Bentivogli Barbazzi[24].
Ma le sembianze di Bianca Bentivogli meritaron ben altro che l'insulsa indeterminatezza di questi attributi! Ella, “sole di beltà„, come la chiamò il Malvasia nella Felsina pittrice, per arte di Guido Reni si rivide immortale in figura d'una Cleopatra che Andrea Barbazza acquistò, non so l'anno, e Antonio Bruni credette di rendere in rima:
.... Non sembra in tela espressa,
Perché il pittor l'avviva, amor l'ancide;
Le dà spirto il pennel, l'angue l'uccide[25].
Cosí dunque, con lieve sforzo di fantasia, possiamo imaginare Bianca nell'effusione di tutto il giovanile splendore a quella festa che né pure un anno dopo le sue nozze, al carnevale [pg!35] del 1615, fu data nel palazzo del Podestà, e che per magnificenza d'apparati e vestiari e novità d'invenzione e per la nobiltà dei cavalieri che vi tornearono — con essi anche il Barbazza e il fratello di Bianca Alessandro — parve meravigliosa e degna d'imperituro ricordo[26].
Ne era venuta l'idea a parecchi gentiluomini i quali avendo ricercato una sera, come solevano di frequente per passare le ore, “qual fosse la piú espedita via d'acquistare la grazia dell'amata donna„, né essendo riusciuti ad accordarsi sulle varie proposte, avevan risoluto di rimettersene al giudizio delle armi. Detto, fatto; e per l'operosità in ispecie di Gabriele Guidotti, che inventò favola e macchine, curò l'allestimento del teatro e instruí i cavalieri, il 2 marzo a un'ora di notte tutta l'eletta società di Bologna poté convenire all'atteso divertimento.
Tre ordini di gradini e tre ordini di logge accolsero gli spettatori: nei gradi a mezzodí le dame; di fronte a loro il cardinal legato Capponi e i magistrati; a destra e [pg!36] a sinistra i cavalieri. Nella scena dell'azione s'ergeva un tempio dorico circondato d'alberi; nell'alto, al principio, s'aprí una nube e apparve Giove in mezzo agli dei; e a lui Venere, con a lato il figliuolo cui accennava, chiese licenza di scendere in terra per soccorso e consiglio delle misere donne. Giove, manco a dirlo, assentí, e la nuvola si rinchiuse. Ed ecco uscire dal tempio un coro di sacerdoti, i quali si disponevano a sacrificare alla dea un leone un capro e un drago, quando a suono d'una musica sí dolce che — asserisce uno il quale l'udí, non io — “tutti gli spettatori sembrava ardessero del soavissimo fuoco d'Amore„, comparvero Venere e il figlio e l'amico di casa, Marte. Amore liberò le belve dall'imminente sacrificio:
E questo altar or sia — disse —
Il tribunale ove porrò la seggia
Per giudicar de' cori
Quali sian di pene e premi
Meritevoli ardori.
Un Amorino venne a querelarsi al picciolo Iddio di certa giovinetta che aveva [pg!37] abbandonato l'amante suo, ma poiché Venere difese la colpevole e poiché Marte, il quale aveva ragioni sue proprie di contraddizione alla dea, sostenne il cavaliere amante, bisognò trovare la fine del contrasto in particolari certami e in un generale torneo. Veramente ci fu ad intermezzo la comparsa della Gelosia in forma di larva orrenda con uno stuolo di “mostri neri ignudi alati„ e “con uno strepito di anime perdute„ in una voragine di fuoco; ma come la femmina maligna non riuscí a “mettere contagio nell'anima degli spettatori„ — asserisce uno spettatore, non io — posso risparmiarne la descrizione.
E siamo cosí al meglio dello spettacolo. Arrivano due tamburini, ventiquattro paggi con scudi, e sei staffieri con due azze, due picche e due mazze; e dietro loro i cavalieri padrini del mantenitore, Francesco Cospi e Giovan Gabriello Guidotti; poi infine il mantenitore di Venere, Alessandro Bentivoglio, “vestito di morello e d'argento; calza intiera con tagli di cordelle d'argento, foderate di tela d'argento e morella, e strascinandosi [pg!38] dietro lunghissimo manto di seta morella, ricamato di fiori d'argento e di vari colori, tempestato di grosse gemme e perle, con cimiero altissimo di piume in pomposa mostra„. Di contro a lui, in una pianura, sorge uno scoglio con sópravi una donna — la Terra! —, che esorta le donne ad amare e cantare le lodi di Amore e quindi se ne va, mentre giunge una testuggine (qualcosa come il cigno wagneriano) recando con i loro padrini i due cavalieri Florimanno e Ribano — Alessio e Giovanni Orsi —, i quali vengono a sostenere “che la virtú non è compagna d'Amore„. Ma mal per essi, giacché Candauro, ossia il Bentivoglio, li abbatte entrambi. E sparisce la scena e apparisce il mare in cui s'eleva Proteo a dire anche lui non so quali belle parole: indi due altri cavalieri arrivano per farsi vincere dal cavaliere di Venere. Seguono due altri condotti da Iride, dei quali pure avviene l'abbattimento, e poi....
“... udissi un rimbombo.... et il cielo incominciò a rosseggiare, e balenando e fiammeggiando in guisa che parea che egli [pg!39] veramente ardesse, e a poco a poco radunandosi tutte quelle fiamme in globi, formarono come nuvola di fiamme in mezzo della quale udivasi la voce di persona, che rassomigliava il Fuoco, e cosí diceva de' suoi cavalieri:
E questi miei di vive fiamme ardenti,
Fiamme, che il loro Amor, che l'altrui sdegno
Si nutre al cor cocenti,
Non troveran da te pace e pietade,
Rigida inesorabile beltade?
Io qui con lor, donne gentili, vegno
Per palesarvi solo,
Nel fiammeggiante lor tacito aspetto,
Qual sia la pena e 'l duolo
De l'infocato petto....
“Dopo le quali parole chiusasi la nuvola, continuamente spargendo raggi e faville di odorate fiamme, venne ad abbassarsi infino all'orizzonte, e quivi scoppiando con molti tuoni e baleni, espose fuori.... (oh meraviglia!).... il signor Andrea Barbazzi, cavaliere dell'ordine di San Michele e giovane di animo eguale alla grandezza del suo nascimento et di vero valore, et insieme il signor Ippolito Bargellini, non inferiore di generosità [pg!40] d'animo et di altezza di pensiero a chi si sia, i quali erano vestiti superbamente con calze intiere alla spagnuola, a tagli di cordelle d'oro e d'argento, foderate di tela d'oro ardente, con fiamme rosse, con le facelle di fuoco ardente in mano, cimieri altissimi fabbricati con piume rosse e fiori d'oro, a guisa di lingue di fiamme, che in forma di piramide ascendevano al cielo....„. “Li seguivano due gran Ciclopi ignudi, se non in quanto erano ricoperti vagamente in parte nel petto e nei fianchi da drappi dell'istesso colore del quale erano vestiti i primi; portavano due gran facelle nelle mani accese et pesanti martelli, et avevano un sol grand'occhio in mezzo la fronte; la faccia affumicata e rabbuffati i crini, e barba folta, sicché propriamente parevano Sterope e Bronte che venissero dalla fucina di Volcano e da gli incendii etnei ad accompagnare i cavalieri ardenti„. E tanti altri cavalieri successero che se ne composero squadre e, seguendo il torneo generale, gli eroi, sempre per divergenza d'opinioni intorno [pg!41] il miglior modo d'amare, “incominciarono con li stocchi in tal maniera a ferirsi che fecero impallidire i sembianti ed agghiacciare di gelata paura il cuore a molte di quelle bellissime dame„. Ma a conforto di esse si fé innanzi Amore a comandare tregua e quiete e a dar la sentenza pacificatrice:
Chi cerca, amando e oprando, amore e fama,
Merta il pregio d'Amore e sol ben ama.
[V.]
Può darsi che Bianca Barbazza vivesse parecchi anni rattenuta in onestà dalla trista rimembranza della madre sciagurata, ma alle amiche le quali ne invidiavano la bellezza, ai corteggiatori che non potevano sperare trionfi su lei, a tutta quella società che l'attorniava avida di pettegolezzi e di scandali dové poscia e finalmente recare conforto la voce d'un fatto sicuro: Bianca aveva per amante il marchese Fabio Pepoli e traeva una tresca con lui. Si riferiva il tempo e il luogo de' loro segreti convegni e nelle conversazioni [pg!42] e nei ritrovi si coglievano senza fatica le loro occhiate bramose e i sorrisi e gli accenni; e il Pepoli ardendo di violenta passione non avvertiva di procedere cauto, e la dama o non sapeva frenare l'impeto suo, o cieca anch'essa d'amore gli consentiva senza troppi riguardi. Forse solo il marito poeta non s'adombrava per la solerzia del marchese in servirgli la moglie e si spiegava ogni cosa con la libertà delle “convenienze cavalleresche„; ma i fratelli di lui, cui premeva intatto il “lustro„ della famiglia, osservavano bene e ascoltavano. Però il conte Guido Antonio trovandosi nell'estate del 1621 a certa festa di ballo, alla quale erano pure gli amanti o si discorreva di loro, disse abbastanza alto da essere udito: — Provvederemo! —[27]
I Barbazza non scherzavano e i loro bravi erano usi “di fare all'archibugiate ogni giorno„, onde Fabio Pepoli, messo in guardia, volle prevenire il compimento della minaccia con audace prontezza, e d'accordo con gli amici Aldrovandi, Vizani e Riari il 6 luglio su l'ora di notte venne in piazza [pg!43] san Domenico verso casa Barbazza: il luogo era deserto; solo, un po' lungi dalla porta, Guido Antonio se ne stava al fresco. E su lui precipitarono i giovani cosí all'improvviso che egli non fu in tempo a ritirarsi in casa e dové schermirsi male armato ma con cuor di leone: i colpi piovevano e uno lo feriva al capo; egli indietreggiava urlando, e indietreggiando stramazzò nella chiavica ch'era in mezzo della strada. Cosí fu salvo, perché gli assalitori persuasi d'averlo morto fuggirono e sfuggirono ai fratelli del conte giunti in soccorso. Guido guarí dopo poco della ferita e per attendere a sicura vendetta — ebbe il nome di vendicatore prudente — interruppe il romore dell'accaduto asserendo con tutti di ignorare chi l'avesse aggredito e dando a credere d'essere stato còlto in isbaglio.
Non passarono quattro mesi che Guido Antonio incominciò dal mover questione e dal ferire il conte Filippo Aldrovandi, compagno di Fabio Pepoli nella bella impresa contro di lui[28]: quanto al Pepoli, come malaccorto, avrebbe finito co 'l farsi [pg!44] egli provocatore. Infatti l'ultimo giorno di gennaio del 1622 in via San Mamolo, dove i cittadini carnescialavano al corso delle maschere, Fabio s'imbatté in Guido Antonio e susurrò qualche cosa all'orecchio d'un amico, né, ad un secondo incontro, disse piano queste parole:
— Conviene che m'imbatta sempre ad incontrare questa razza di b.... f...! —
— Quest'è troppo: andiamo! — disse allora il Barbazza a un suo confidente; e l'uno e l'altro furono in due passi a casa a mascherarsi da villani, e armati di terzette tornarono nel corso. Il satellite avrebbe dovuto sparar egli una archibugiata alle spalle del Pepoli quando gli tornasse appresso, ma al momento opportuno gli mancò il coraggio; il conte allora mirò rapido e sí dritto che colpi a morte il marchese; poscia si dileguò tra la folla in confusione per l'accaduto, corse a casa, depose gli abiti di maschera e tornato subito in San Mamolo venne alla farmacia della Pigna, dove giaceva il moribondo, e con voce ferma eppure compassionevole: — Che peccato — esclamò — che [pg!45] questo cavaliere abbia fatto una tal fine! —
Ma tosto Guido Antonio, Astorre, Romeo e Giacinto Barbazza con un loro zio, pei quali tutti oramai spirava mal'aria in Bologna, si nascosero in casa di Giambattista e Aldobrandino Malvezzi, loro fratelli uterini, e con l'aiuto di essi scalarono nella notte le mura della città e si diressero a rifugio in Piemonte. Troppo tardi l'indomani fu per ordine del Cardinal Legato pubblicata una grida che proibiva l'andare in maschera “sotto pena di galera et altre pene„ e furono chiuse le porte della città, ad eccezione di quelle di Strada Maggiore e San Felice, per le quali tuttavia non era concesso d'uscire “senza bollettino, sotto pena della vita„[29].
Fabio Pepoli, dopo ventiquattr'ore di strazio, spirava lasciando il dovere di vendicarlo ai fratelli suoi Guido e Giampaolo. I quali pregarono anzi tutto il Granduca di Toscana d'intromettersi ad accertare se i Malvezzi avessero per caso avuto parte nell'assassinio del loro fratello: [pg!46] il Granduca indusse il Legato Ubaldini a raccogliere prove che i Malvezzi non erano colpevoli; poi egli e il cardinale, per amore di pace, fecero giurare a Giambattista e ad Aldobrandino Malvezzi “su l'onore di veri cavalieri„, e il giuramento porre in scrittura di notaio, che “non avevano dato consiglio aiuto e favore alcuno, né con assistenza né con qualsivoglia altro modo ad eseguire l'assassinio di Fabio Pepoli„, e che mai avrebbero porto “consiglio, favore et aiuto ai signori Barbazza„, né avrebbero mai offesi i Pepoli o “tentato d'offenderli né per sé né per mezzo d'altri„[30]. Ma non giurarono, furbi!, di non aver aiutati i loro parenti a fuggire. I Barbazza scampati alla forca rimasero molti anni alla corte piemontese: Astorre, il quale ebbe su l'anima parecchi delitti, fu condannato a morte in contumacia, ma ottenne poi grazia nel 1659, “in riguardo alla sua grave età„, pagando quattro mila scudi[31]; e la pace fra le famiglie dei Barbazza e dei Pepoli non fu conchiusa che morti Guido e Giampaolo Pepoli e solo per [pg!47] intromissione dei príncipi di Savoia e di Toscana.
Quant'odio dall'amore di Bianca Bentivoglio!
[VI.]
E quanto misero il retaggio di Bianca Cappello; retaggio di colpe, di sciagure e drammi foschi! Ancora un mistero: la contessa Barbazza nei sette anni che trascorsero fra la morte del Pepoli e la sua morte, quetò forse, per sconcia avidità dei sensi, ricordi e rimorsi in nuovi amori, finché la frenò e a poco a poco l'uccise il veleno propinatole dai congiunti, o piú tosto patí ella sette anni interi, da prima la cupa fantasia rinnovandole giorno a giorno lo strazio di quella scena — a un colpo d'archibugio l'uomo amato cadere sanguinante e dolorare e gemere tra una folla di maschere — e poi, di pari, consumandola giorno a giorno la corrosione lenta della tisi, se non del veleno e della vendetta maritale? — “Il 15 ottobre 1629 morí Bianca Bentivoglio Barbazza [pg!48] d'una lunghissima e penosissima infermità, che a poco a poco l'andò struggendo; e non fu chi non dubitasse che non le fosse stato dato il diamante a causa della corrispondenza col marchese Fabio Pepoli„[32].
Troppo lasso di tempo sembra che fosse tra l'offesa e il castigo; ma pure un fatto aggraverebbe sopra Andrea Barbazza il sospetto di uxoricidio: egli compose e pubblicò una canzone, una canzone di ventinove stanze, in morte di sua moglie[33].
Da sí vasto ocean d'amari affanni
Ov'ondeggio caduto,
Deh! chi recando aiuto
Sia che mi tragga a riva? E chi consola
Naufrago il cor tra le miserie e i danni?
So ben che morte sola
Può dar fine al martir, posa al cordoglio,
Ma sol per piú morir, morir non voglio....
E nel secentesimo di questi e di quest'altri versi sarebbe bastevole e facile prova di ipocrisia e di mal tentato inganno:
Quando l'alma di lei che 'l Ciel mi diede
Dal casto vel si sciolse
[pg!49]
E 'l Ciel se la ritolse,
Privo restai de l'anima e del core,
Orbo di gioie e d'aspre cure erede;
Ond'è solo il dolore
Che mi sostiene e serba il petto vivo,
Benché de l'alma io sia vedovo e privo....
Se non che seguono altri versi per cui converrebbe supporre nel cavaliere Barbazza una perversa sottigliezza a coprire il suo delitto. Egli lamenta in un punto:
Vidi....
.... la beltà che tanto amai
Farsi preda a maligno
Umor, che di sanguigno
Foco sparse il bel volto e del bel petto
Tinse il candore, e chiuse agli occhi i rai
In cui visse il diletto
E col diletto Amor, ch'ha per fortuna
D'aver la tomba ov'ebbe in pria la cuna....;
No! Io sono docile alla commozione della poesia; io odio la malignità nella storia; io credo al diarista Galeati: “Il 29 ottobre 1629 (data certa) morí l'illustrissima signora contessa Bianca del conte Ulisse Bentivogli, di febbre etica„. E con pena sincera do fede a un povero marito che si duole, privo degli occhi languidi consolatori e preganti [pg!50] consolazione della sua moglie soave, cosí:
Quegli occhi, dico, a me sí dolci e cari,
Ch'ancor nel duol sepolti
In me vidi rivolti.
Quasi ad uopo maggior languidi e mesti
Pietà chiedendo in muti accenti amari....
Pietà! — gli aveva chiesto Bianca con i brividi del malore e del rimorso; ed Andrea le aveva perdonato, son certo, con gentile misericordia di poeta; né, lei seppellita, poté forse resistere a non piangere piú volte nella chiesa del Corpus Domini e a pregare spesso Santa Caterina de' Vigri, vicino al cui corpo incorrotto è la tomba dei Bentivoglio, che Iddio lo ricongiungesse alla pallida e tremula fiammella della sua Bianca.
Canzone, imponi al canto, al pianto freno:
Ben so ch'a me non lice
La mia cara Euridice
D'indi ritorre ove beata splende,
Ch'ivi affanno non ha di duol terreno.
Ma lieto amor l'accende
Che 'n Dio la stringe e con devoto zelo
Fa che m'inviti a rimirarla in Cielo.
Affettuoso uomo fu Andrea Barbazza: tanto vero, che per il bene che egli volle [pg!51] alla sua nuora impudica, Settimia Mandoni, le male lingue asserirono ottenesse il senatorato ed altri uffici mercè i favori di lei[34] tanto vero, che a sessantasei anni s'accese di Silvia Boccaferri, la quale egli, rimasto vedovo quasi vent'anni di Bianca Bentivogli, sposò in Santo Stefano il 30 maggio del 1648. [pg!53]
[GREGORIO LETI SPIRITO SATIRICO]
[pg!55]
[I.]
Non fu tutto merito e tutta colpa dello zio vicario se Gregorio di giovane scapestrato divenne uomo d'austeri costumi; d'incredulo cattolico fidente calvinista e di fanullone uno scrittore fecondissimo. Già nella fanciullezza e giovinezza prima troppo l'avevano fatto digiunare e dir pater noster e servir messe e baciar mani sporche di preti e di frati quelle due figure paurose del padre Merenda e di Don Grassi. Poiché da sua madre, Isabella Lampugnani, rimasta vedova di Geronimo Leti governatore d'Antea, era stato posto nel 1639 alla scuola de' gesuiti di Cosenza, ed egli, irrequieto [pg!56] scolaro e incomposto chiericuzzo, era cresciuto dai nove fino quasi ai vent'anni con l'oppressione e il fastidio addosso del Grassi per custode e del Merenda per precettore: tanta oppressione e tale fastidio che quando gli morí la madre e passò in Roma alla tutela dello zio don Augusto, “non poteva piú vedere né chiese né sacerdoti„[35].
Lo zio, il quale era un po' petulante, sí, ma in fondo un'ottima pasta d'uomo, e vagheggiava pe 'l nipote la fortuna medesima ch'egli aveva avuta nella prelatura, avvedendosene, con che sbigottimento s'imagini!, pensò dargli a maestro e guida di coscienza quello sciocco del suo cappellano; Non l'avesse mai fatto! Il cappellano si mise a mortificare Gregorio nelle confessioni frequenti e a gravarlo di sbadigliati digiuni e rabbiose recitazioni d'offici, e Gregorio, caduto dalla padella nelle bracie, prese con maggiore ardire a ridere per le strade in faccia ai preti e per le chiese ai santi; a dire qualche porcheriòla; a leggere libri proibiti e ad accarezzare le ragazze. Per dire la verità, che colpa avea lui se [pg!57] le donne vedendolo “fresco, sano, robusto e ben fatto della persona„, gli volgevano occhiate lusingatrici e se egli, piú tosto che ad attendere i beni del sacerdozio, si sentiva “inclinato a godere la dolcezza del maritaggio?„ Basta; còlta un giorno nella chiesa vescovile una bella e docile giovinetta e trattala pudicamente dietro un banco le diede solo sette baci, e poi, cosí per gioco, s'andò a confessare dal cappellano; e questi in penitenza gli ingiunse su 'l serio “di mangiare o almeno ben masticare sette fila di paglia della lunghezza ciascuna di un piede, per causa che la confessione portava sette baci„.[36] Era dunque l'esorbitanza d'una ridicola e proterva severità, e Gregorio stucco e ristucco piantò lo zio e si recò a Milano dai parenti della madre, presso cui stette due anni.
Ma pur troppo don Augusto Leti saliva rapido la scala degli uffici ecclesiastici, e divenuto vicario d'Orvieto con in vista la nomina a vescovo, volle ancora il nipote con sé. [pg!58]
Lo riebbe infatti, e cominciò ad esortarlo con paterna dolcezza che, non avendo beni sufficenti per vivere gentiluomo, si facesse prete o alla peggio soldato, e onorasse la famiglia nella maniera di suo padre. Gregorio scuoteva la testa: Né armi né brevario! Piú tosto medico o legale; ma lo zio vicario, che con ragione aveva poca fede nella scienza e nella legge umana, scuoteva egli pure il capo sospirando e scongiurando Iddio, e alla fine lasciò Gregorio libero di sé e della roba sua: chi avrebbe potuto frenarlo?
Il giovinotto lieto e avventato come un puledro che si senta le briglie su 'l collo, vagò alcun tempo per l'Italia e sprecò gran parte dei quattrini lasciatigli dalla madre; indi, com'era naturale, fece ritorno allo zio già vescovo in Acquapendente, che l'accolse tuttavia con bontà e con speranza di rimetterlo per la strada buona. Ma in Gregorio non c'era solo lo scapato, c'era l'incredulo, e che guajo per monsignor vescovo avere un nipote il quale non voleva piú comunicarsi! [pg!59]
— Gregorio, Gregorio — gli diceva —: se tu non pigli altra strada, o che tu morrai eretico, o che sarai processato in qualche inquisizione! —[37]
Quand'ecco un giorno di settembre del 1658 monsignor vescovo cerca il nipote e non lo trova; e una giovine, Antonia Ferretti, che il nipote di monsignore aveva fatta uscire di monastero con promessa di matrimonio, cerca l'amante e non lo trova: né lo zio seppe piú nulla di lui fino a che apprese ch'egli si perdeva in Bologna nell'amore d'una cantatrice; né la fidanzata ebbe piú altra notizia di lui fino al dí in cui le fu detto ch'egli era a Ginevra calvinista e ammogliato! Tutto vero; perché da Acquapendente Gregorio era corso ancora qua e là in cerca di vita allegra, e venuto a Bologna con la cantante e compiute chi sa quali pazzie, aveva poi considerato seco medesimo come seguitando di tal passo avrebbe in poco tempo dato fondo a quel po' di roba che gli rimaneva, e come il meglio gli sarebbe stato recarsi a Parigi per cercarvi fortuna alla corte. Cosí postosi [pg!60] subito in viaggio e giunto a Valenza, vi aveva ottenuta la protezione del marchese di Valavoir generale dell'armi francesi in Italia; s'era inteso con un capitano ugonotto a rilevare i mali della Chiesa di Roma, e poscia s'era invaghito di portarsi a Ginevra, luogo di paradiso per la libertà del governo e per la rettitudine del calvinismo che vi si professava. Rimasto a Ginevra alcuni mesi dopo fatta l'abiura e passato a Losanna, qua aveva stretta amicizia co 'l celebre medico Guerin, padre d'una ragazza bellissima diciottenne; e come il medico filosofo l'innamorava sempre piú della riforma, egli pian pianino innamorava di sé la figliuola di lui, la quale presa in moglie tre mesi dopo, s'era ricondotto in Ginevra.
Appena fu risaputo ch'egli abitava in quel covo di eretici, il povero zio e la povera Ferretti gli scrissero amorosamente che tornasse.
“Caro nipote, ritorna per darmi la vita e non permettere che uno zio, un vescovo di Santa Chiesa, uno che ti ha servito da padre, muoia da un colpo scoccato, se non [pg!61] dal tuo braccio, dal tuo cuore..... Se hai moglie conducila teco, perché tanto piú gloriosa sarà la tua conversione„ —[38].
— “Corre voce che siete già maritato, ma questo è dubbioso; ma quando vero fosse, credo di poter meritare il vostro amore nuziale quanto ogni altra, e voi sapete che gli maritaggi degli eretici qui si scancellano con l'acqua santa.... Venite dunque, caro mio bene, care mie viscere, caro mio cuore, per levare da qualche disperattione la vostra serva che vi desidera sposa„[39].
Preghiere vane: meglio dello zio vescovo, il babbo Guerin; meglio che Antonia era Maria; meglio che il cattolicismo, il calvinismo, e che Acquapendente, Ginevra; e per Gregorio Leti era cominciata una vita nuova di fede sincera, d'affetti domestici, di operosità e d'austerità di costumi.
Già: per religione e amor della moglie il libertino d'una volta diventò e si mantenne rigido custode di sé stesso e ammonitore della morale negli altri; di che dan fede le molte sue lettere a chi caduto in fallo l'andò [pg!62] richiedendo di consigli e di protezione, e accertano le prove di virtú ch'egli dié in assai circostanze pericolose. Ed io credo, non con molta ammirazione, ch'egli riuscisse a resistere pure ai vezzi di quella singolare donnina che dal Sainte-Beuve fu chiamata la Manon Lescaut della corte di Luigi XIV; di quella singolare donnina che ora lusinga la mia fantasia, tarda ricercatrice di celebrate beltà, con la bizzarria e la grazia e il sorriso ond'ella nella vita breve passò per tante colpe e vicende.
[II.]
Sidonia di Lenoncourt, orfanella del marchese di Mariole, a quattordici anni vinse la volontà del Re Sole negando di sposare un fratello del ministro Colbert; ma poiché un marito le bisognava, si cesse in moglie a un nipote del maresciallo di Villeroy, il marchese di Courcelles. E fu gran male: la notte stessa delle nozze il marchese volgare e cattivo l'avvertí ch'ei “pretendeva fosse per riuscir piú savia della madre„; [pg!63] ella si ribellò all'insulto e non “si consumò il maritaggio„, e poi inacerbitosi il dissidio, un bel giorno, quando la gente diceva tuttavia che “la signora Courcelles non aveva ricevuto dal marito che il nome„, Sidonia s'indusse a fuggire. Ahi che il marito la raggiunse tre miglia fuori di Parigi e la “ritenne piú stretta„![40] Ma come la giovine meditante vendetta acerba ebbe la ventura d'accendere della sua bellezza nient'altri che il Louvois, il famoso rivale del Colbert, e s'avvide che se essa avesse consentito all'innamorato, l'indegno marchese avrebbe assentito in silenzio (troppo onore che il ministro Louvois si accontentasse di sua moglie!), oh allora ella, per riuscire a un supremo trionfo, adoperò sagacia e fascino e ogni arte a sedurre proprio un cugino di suo marito, il bel cavaliere di Villeroy, e riuscí infatti a strapparlo dalle avide braccia della principessa di Monaco. La corte in cui una somma ipocrisia velava una somma corruzione, si levò a scagliar pietre su la fortunata e audace peccatrice, e gl'intrighi della principessa di Monaco e la rabbia del Louvois [pg!64] la fecero rinchiudere in quel convento medesimo delle Figliuole di Maria dove gemeva per odio maritale l'“illustre„ avventuriera Maria Mancini, la nipote del cardinal Mazarino.
È naturale che la Mancini accogliesse in amicizia l'allegra compagna di sfortuna, e come il sangue bolliva nelle loro vene e bisognava sfogassero contro qualcuno il desiderio vivo della ribellione, s'accordarono subito in far ammattire quelle povere monache che avevano l'obbligo di custodirle. Quante birichinate facevano mai e di che gusto rideva in apprenderle la maestà di Luigi XIV!
Versavan l'inchiostro nelle pile dell'acqua benedetta; s'aizzavano contro di notte, pe 'l dormitorio, de' cagnolini e urlavan tiäut (il grido dei cacciatori di cervi); riempivano d'acqua delle grandi casse perché sfuggendo e trapassando a poco a poco il piancito andasse a sgocciolare sui letti delle suore nel piano di sotto; snervavano le suore vecchie, scelte per accompagnarle a passeggio, in lunghissime e rapide corse; e cosí via. E che [pg!65] bene si volessero quelle due... — come dire? — aristocratiche sgualdrinelle, provarono l'una all'altra una sera che udendo rumore di cavalieri attorno il convento di Chelles, dove erano state trasportate dal chiostro delle Figliuole di Maria, e credendo la Mancini fosse il marito suo che venisse con compagni a rapirla, s'aiutarono in fretta a nascondersi; e poiché nella grata del parlatorio era un buco, apertovi giorni innanzi per dare ingresso a un pasticcio di lepre, allargarono il buco e, con che stento Dio ve 'l dica, passarono attraverso di quello. Ma l'allarme fu falso; e però esse si disposero zitte e chete a rientrare per la via medesima onde erano uscite. La Courcelles rientrò con discreta fatica; la Mancini invece rimase piú d'un quarto d'ora tra due ferri della grata che la stringevano alle costole in guisa da non consentirle né di procedere né di retrocedere: tira e tira, finalmente la Courcelles l'ebbe a sé oramai svenuta del tutto.
Se non che a pena ottennero licenza d'uscire libere s'inimicarono acerbamente; né ciò poteva non accadere per la conformità [pg!66] degli animi e delle voglie, la quale le condusse ad innamorarsi entrambe d'un uomo medesimo: il giovane Cavoy. Tira e tira, anche questa volta la vittoria fu per Sidonia; e Maria andata un giorno al palazzo dell'odiosa amica (pur nel seicento le signore congiunte da un odio cordiale non ripugnavano dal farsi visita) e ricevuto l'annunzio che madama non era in casa mentre alla porta stava in attesa la carrozza del Cavoy, si vendicò rivelando la tresca al signor di Courcelles. Cosí il marchese, che faceva un po' la corte alla Mancini, fu costretto a sfidare con un pretesto qualunque il dolce amatore di sua moglie[41].
La notizia del duello, per cui il Cavoy si buscò una non piccola ferita ad un braccio, giunse tosto all'orecchio del re, il quale, fiero in castigare i duellatori, comandò che i due cavalieri, invano accorsi a pregarlo di perdono, fossero condotti alla Conciergerie e la loro colpa fosse sottoposta al giudizio del parlamento. I rivali allora a convincere che s'eran battuti non per odio, ma per “casuale rancontro„, e che anzi si [pg!67] volevano il piú gran bene del mondo, si ridussero a dormire nella medesima camera; traditore e tradito mangiarono e giocarono insieme; e furono assolti[42].
Non sfuggí per contro a pena aspra Sidonia; alla pena di sofferire nel castello di Maine la sorveglianza della suocera vecchia e malevola. Che fare a dispetto di questa? Peggio di prima! Con chi? Con qualcuno — e per darsi buon tempo trovò un paggio del vescovo di Chartres, un giovine cosí valoroso in distrarla, che delle sue distrazioni ella ebbe presto segni visibili addosso. Inutile dunque sottrarsi; e il marchese si richiamò al parlamento: convinta adultera, ella fu condannata a perpetua clausura co 'l capo raso. Ma rimaneva tuttavia una speranza in appellarsi al tribunale della Tournelle, e ciò fece Sidonia; e frattanto riuscí a fuggire dal carcere con uno strattagemma assai semplice[43].
La sua cameriera, la quale aveva licenza d'entrare e di uscire dalla prigione, finse un doloroso mal di denti e per due giorni si mostrò ai custodi co 'l viso tutto [pg!68] fasciato e nascosto tra i veli in modo che appena le si vedevano gli occhi: il terzo giorno la padrona usci in vece e in veste della cameriera; né alcuno s'avvide di quell'inganno prima che ella con la carrozza gli abiti e i denari d'un antico amante si fosse messa in sicuro. La serva fedele venne condotta fuori del regno, e Sidonia, scampando alla caccia del tristo marito, si recò a Digione, e da Digione a Ginevra, dove una mattina, nell'osteria dei tre Re, presentò una lettera commendatizia a un noto scrittore calvinista: Gregorio Leti.
— “Non crediate, signor Leti — gli disse la procace e sagace marchesa —, che io sia qui per male affare: la ragione è che il mio marito mi vuole et io non lo voglio„.
Poverina! E che occhi, mio Dio!; che voce, che bocca, che guancie, che.... Lasciamolo dire al Leti stesso: “oh che poppe! (certe cose si vedevano per indulgenza della moda) oh che mammelle!„; e, a raccogliere la descrizione di tutto il resto in un'espressione sola, “che Paradiso terrestre!„[44] [pg!69]
Ma il Leti era scialbo pittore, né alcuno ritrasse meglio madame di Courcelles che madame di Courcelles: il ritratto ch'essa si fece è opera di cesello ardito arguto graziosissimo.
— “Confesserò che se non sono una gran bellezza sono tuttavia una delle piú amabili creature che si possan vedere: nell'aspetto e nei modi non ho cosa che dispiaccia e tutto in me par fatto per innamorare; e le persone piú dissimili d'indole e di animo si trovano d'accordo nel dire che non si può vedermi senza volermi bene. Sono alta, con figura mirabile, con bei capelli bruni, proprio come convengono a rilevare la freschezza e la bellezza della mia carnagione, la quale per altro ha qua e là dei segni non radi di vaiolo. I miei occhi sono grandi, né celesti né neri, ma di certa tinta fra le due singolarmente piacevole, e nel tenerli un po' socchiusi, per abitudine, non per affettazione, do al mio sguardo una tenerezza e vaghezza senza pari. Ho il viso d'una regolarità perfetta: è vero che non ho la bocca molto piccola, ma non l'ho [pg!70] poi mica tanto grande. Qualcuno afferma che nelle proporzioni giuste della bellezza io difetterei per il labbro inferiore un poco troppo sporgente; ma io credo mi facciano questa censura perché non possono farmene altre, e perdóno a quelli che dicono ch'io non ho la bocca del tutto regolare, se per loro è un difetto che mi dà un'ineffabile grazia e una vaga vivacità nel riso e nei moti del viso.
“J'ai enfin — nella traduzione il ritratto perde, tardi me n'avveggo, colore e finezza — j'ai enfin la bouche bien taillée, les lèvres admirables, les dents de couleur de perle; le front, le joues, le tour du visage beaux; la gorge bien taillée; les mains divines; les bras passables, c'est à dire un peu maigres; mais je trouve de la consolation à ce malheur par le plaisir d'avoir les plus belles jambes du monde. Je chante bien sans beaucoup de méthode; j'ai même assez de musique pour me tirer d'affaire avec les connaisseurs. Mais les plus grand charme de ma voix est dans sa douceur et la tendresse qu'elle inspire; et j'ai enfin [pg!71] des armes de toute espèce pour plaire, et jusqu'ici je ne m'en suis jamais servie sans succès. Pour de l'esprit, j'en ai plus que personne; je l'ai naturel, plaisant, badin, capable aussi des grandes choses, si je voulais m'y appliquer. J'ai des lumières et connais mieux que personne ce que je devrais faire, quoique je ne la fasse quasi jamais —„.[45]
Gregorio Leti, adunque, rapito d'ammirazione, ma pur senza sospetto o desiderio di ricadere nelle antiche voglie, alloggiò la marchesa in casa d'una signora per bene e la introdusse nella miglior società ginevrina; e come l'accompagnava egli per tutto, forse tratto dalla vanità lusingata — per vederla “era cosí grande il concorso nelle strade che ci voleva mezz'ora a far cento passi„, — anche si accese un pochino di lei. Tuttavia capí presto che un abito nero e semplice non poteva reggere in confronto alle “casacche di velluto e alle spade d'oro e d'argento„ delle quali fu ressa intorno a Sidonia, e richiamatosi ancora a sé medesimo riprese i “libri e gli scartafacci„ [pg!72] ch'aveva banditi e continuò la vita di Filippo II.[46]
Intanto madame di Courcelles trovava impunemente e liberalmente offeriva il piacere di agevoli amori e dominava in sovranità di grazie e di spirito tutta Ginevra. Regina, con mutabilità fanciullesca accarezzava e incrudeliva: un capitano del reggimento d'Orléans assunto tra gli altri ai suoi baci e poi abbattuto quand'era piú folle di gioia con inganni e disprezzo, si vendicò dando a leggere le lettere di lei agli amici; e fu una copia di queste lettere che Chardon de la Rochette rinvenne e diede alle stampe nel milleottocentotto.
Ma d'improvviso Sidonia lasciò la Svizzera, riprese la via di Parigi, si fece rinchiudere in carcere. Era morto il marchese marito ed ella sperava, anzi sapeva per certo che con la prigionia volontaria avrebbe meritata “una sentenza onorevole che le riacquistasse, diceva cosí per dire, la riputazione, e, quel che le importava davvero, una gran parte della sua dote„[47].
Gregorio Leti, il quale forse non pensava [pg!73] piú a lei, trovandosi a Parigi nell'agosto del 1679 ricevette una letterina proprio di lei, che tutt'allegra lo pregava d'una visita “non piú corta d'una giornata„; ricordasse che altra volta le aveva insegnato essere opera di pietà visitare i prigionieri; di piú, venisse a consolarla della morte di suo marito, alla qual consolazione la troverebbe “molto ben disposta„[48].
Il Leti, che pure era disinvolto, che pure in gioventú aveva baciate le ragazze in chiesa, rispose con una misera lettera impacciandosi a scherzare intorno la prigionia di madama e alla libertà delle donne francesi, e a dichiarare, tra molte lodi iperboliche e proteste d'affetto, che non acconsentirebbe alla visita domandata. Onde a ragione la marchesa gli riscrisse chiamandolo “debole d'animo„, e burlandolo come uomo il quale “stava chiuso in casa fino a sedici ore di ventiquattro per scriver la vita dei morti„, e con un cuore “piú piccolo di quello d'un polpastrello negava di soffrire la clausura di dodici ore con una dama in anima e in corpo.„ [pg!74]
Insomma, non cedere al desiderio e allo spirito di lei era impossibile; ma Gregorio, dibattuto fra la necessità di non parere ridevolmente timido e il dubbio di non poter resistere alla tentazione, volle prima porre in sicurezza la sua continenza con una seconda lettera: “Di grazia, Madama, diciamo la cosa come passa, senza mascherarla: crede ella che sia una buona opera d'andare a visitarvi in prigione? Bagatelle!, anzi si corre pericolo d'entrar, come l'apostolo Pietro, santo nel pretorio di Pilato et uscirne carico di colpe. E se una serva ebbe tanta forza con un povero vecchiarello, che farà una gran dama, di tanta grazia e di tanta beltà, con uno che gode ancora il vantaggio della virilità? Madama, la bellezza in una dama è un dardo de' piú acuti et una saetta delle piú fiere, et ivi farà la piaga maggiore dove piú dura troverà la pelle„[49].
Cosí io penso che Sidonia di Lenoncourt dové seguire d'un'occhiata compassionevole il Leti uscente dalla sua gaia prigione e ch'ella dové mormorare scrollando le [pg!75] spalle fra dispettosa e annoiata: “Quant'è sciocco questo grande scrittore!„
[III.]
Perché egli era già divenuto in fama di grande scrittore, e le sue opere levavan rumore in tutta Europa: già avvolto di carezze e di minacce, di ossequi e di calunnie, aveva sperimentato, quantunque invano, come il dire la verità o quel che gli sembrava la verità, fosse travagliosa impresa. Ginevra, dove, quasi in seconda patria, era stato ricolmo d'onori, dove, primo italiano il quale ne fosse parso degno, era stato fatto “cittadino borghese„, non fu piú luogo per lui dopo che ebbe dato di cozzo nell'“odio teologico„ di quei “predicanti„; e perché Luigi XIV lo lusingava di promesse se accettasse la nomina di suo storico, nel 1680 si portò con la famiglia in Parigi. Ma nella prima sua visita al ministro Colbert capí che al re non piaceva uno storico calvinista, e com'egli dichiarò che non sarebbe andato mai dal padre La Chaise, il quale [pg!76] aveva ricevuto incarico di rimetterlo nel “giron della Chiesa„, il ministro incollerito l'avverti “che il re avrebbe trovato presto la maniera di farvelo andare„. Cosí il Leti, che, sia detto a sua lode, rinunciava a un lauto stipendio per non rinunciare ai suoi princípi, s'allontanò incontanente da Parigi e a Calais s'imbarcò per l'Inghilerra.[50]
Ed ivi Carlo II l'accolse con molta degnazione, gli donò mille scudi e gli diede incarico di scrivere la storia del regno inglese; grave compito per altri che per il Leti, il quale la condusse a termine in breve tempo. Ma per avervi dette, al solito, cose che era meglio tacere, e sopra tutto per aver fatta certa profezia, “che se non si portava impedimento acciò non cadesse in successore cattolico la corona, si sarebbero viste tragiche scene di dentro e di fuori„, gli furon conceduti appena dieci giorni per uscire dal regno.
Si rifugiò allora ad Amsterdam; e là finalmente trovò tutta la libertà che desiderava; ebbe l'ufficio di storiografo per gli [pg!77] Stati dell'Aja; ricevette onori piú che altrove: ivi chiudeva il secolo decimosettimo stampando la sua centesima opera e cominciava il secolo decimottavo lavorando, in età di settant'anni, quattordici ore al giorno intorno la Vita di Carlo V, la quale finí poco prima della vita sua, nel 1701.
Fibra di ferro ebbe costui!; e benché anche adesso l'Italia non manchi di chi dà troppo a stampare, non avrà piú mai, speriamo, chi, per riuscire a comporre cento volumi, resista come il Leti a scrivere tre opere per volta consumando in ciascuna due giorni della settimana, e in ogni settimana faticando tre giorni dodici ore e tre altri, sei. Veramente, a differenza di molti instancabili scrittori odierni, non mancava d'ingegno; e nelle storie procedendo audace sin fuori della giustizia e feroce nelle satire sin fuori dell'onestà, commoveva e seduceva moltitudini di lettori. Né è strano che molti, pure cattolici, gli volessero gran bene, perché egli fu nella vita quale nelle opere: aperto, e cosí naturalmente arguto e ardito da movere incontro anche a gravissimi pericoli [pg!78] con sangue freddo e con motti ridevoli.
Quando si trovava a Ginevra gli giunse un giorno questo avviso di Giuseppe Corso, libraio romano provveditore della casa Panfili: — Signor Gregorio, perché l'amo, la sua vita mi è cara: il Signor Principe Camillo Panfili, ch'è persuaso già che V. S. sia autore della Vita di donna Olimpia sua madre, ha giurato di spender cento mila doppie per farla pugnalare —; ed egli, gettato l'angoscioso biglietto nel fuoco, “acciò con questo se n'estinguesse la memoria, e preso un gran foglio di carta — e reale di piú, per fargliela costar piú cara alla posta —„ rispose all'amico: — Signor Gioseppe, il Signor Principe Camillo è troppo benigno e troppo economico per spender cento mila doppie per farmi pugnalare, se con dieci potrebbe farlo due volte. —[51]
In Londra, essendo la corte in tempesta per colpa della sua storia, corse a lui, una sera alle dieci, il fratello di sua moglie, il quale atterrito l'avvisò da parte di milord Cernis che il duca di York aveva dato ordine [pg!79] di assassinarlo: nel nome di Dio, guardasse la sua persona!
— “E per questo vieni tu a svegliare il mio sonno?„ — gridò egli al cognato; e pieno d'ira lo coprí d'ingiurie; poi messolo fuori della camera riprese a dormire mentre quelli della famiglia stavano in pianti. L'indomani non fu loro possibile impedirgli di uscire, e agli amici che incontrandolo meravigliati gli ripetevano sotto voce il consiglio di lord Cernis, il Leti rispondeva ridendo: — “Il signor duca ha il cuore troppo augusto per risentirsi con la morte e con la prigionia della morsicatura d'una mosca„. — E cosí fece ogni volta che gli riferirono una vendetta imminente.
Per tanta spontaneità e vivacità di spirito; per la facilità sua a cogliere, l'attitudine ad imaginare, la capacità a rendere tipi diversi in azione sarcastica, Gregorio Leti fu certo uno scrittore di satire singolare nel seicento e per noi degno di molta considerazione. È vero che ai nostri giorni niuno s'occupò di lui convenientemente, forse perché le sue satire derivano in gran parte la materia da [pg!80] pasquinate che si possono conoscere per altra via; forse perché feriscono le colpe dei papi e la corruzione de' sacerdoti alti e bassi con un fine religioso o politico di cui oggi è troppo difficile avvertire la sincerità e l'importanza; forse, piú tosto, perché appariscono in gran parte libelli osceni. Infatti — contraddizione curiosa! — il calvinista riformato pur ne' costumi è sconcio scrittore; ma, e come avrebbe potuto battere i peccati de' preti senza essere tale? Del resto, altri vegga il danno ch'egli poté recare alla moralità: a me basta dare a vedere ch'egli ebbe forza e vena satirica e che meglio la rivelò appunto nelle composizioni piú lubriche.
E meglio fra tutte, parmi, tant'è spietato e giocondo e acuto per rappresentazione di tipi, in quella intitolata.... — mal titolo, e bisogna coraggio, o pudibondo lettore, — Il Puttanismo romano.[52]
[IV.]
Nell'agosto del 1666 sembrava che la santità di Alessandro settimo (Fabio Chigi senese) [pg!81] si disponesse davvero ad esaudire coloro che lo desideravano morto e ad accontentare in ispecial guisa le donne, cui gran mali eran venuti dal suo pontificato — “la nazione senese ha per una certa ragione d'istinto naturale.... diretta e implacabile l'antipatia contro il sesso muliebre„ —, e il 20 di quel mese stesso per Roma corse lieta la voce che il papa traeva gli ultimi respiri. Onde in quel dí “si videro le patriarchesse del bordello„ e molte loro emule dell'aristocrazia “con sollecita e esatta diligenza girar in diverse pratiche, stringersi in diversi negoziati e proponere diversi trattati per vedere in ogni modo possibile di far succedere l'elezione del nuovo Pontefice in alcuna creatura loro, o almeno in alcuno delli soggetti che per ragione di genio.... sapessero essere aderenti al loro partito e se ne fussero potute liberamente fidare....„
Come s'affaccendavano a ricercare le compagne per le ville intorno la città e ad inviare avvisi a quelle ch'erano a Frascati e nei luoghi vicini. Rintracciatesi, si composero [pg!82] in gruppi e ciascun gruppo scelse un nome di cardinale da proporre a pontefice.
Cosí “Madonna Angela Sala, serenissima decana del bordello, con il suo squadron volante s'adoprava.... per l'inclusione del cardinale Spadino detto Santa Susanna„, che “aveva gagliardamente assicurata la loro fede„; Nina Barcarola in vece, nella quale era riconosciuta da molte una certa superiorità, essendo ella tutta cosa di Ravizza prelato possente in Vaticano, chiedeva voti per il Celsi protettore del suo Ravizza e seduceva ad aiutarla Nina Pandolfina, Nina delle Cannuccie, Maria Vittoria delle Masse; tra le dame, quella detta la Regina “si faceva avanti con la nominazione d'Azzolino Maldachino„, ma la duchessa Mattei, per ragioni d'igiene, preferiva il Bonelli, “non ostante la sua ispida e irsuta fisonomia„: l'Adrianella infervorandosi per il Rospigliosi, “vecchio nel mestiere, faceto nella conversazione, libero nel tratto„, contrastava colla principessa di Rossano, a cui solo l'Odescalchi pareva un “soggetto [pg!83] degno e un uomo di buona volontà„. Altre sostenevano altri, ed era facile capire che senza un lungo conclave non sarebbero riuscite ad accordo. Però il giorno 22 centoquattro donnine condotte da Angela Sala vollero raccogliersi a congresso, sole, senza le dame, nella via delle Vaschette.
Ma l'adunanza ebbe principio non buono, perché gli “affezionati assistenti„ di quelle signore “con cotal impeto fecero ressa alla porta, che, non volendo l'un cedere.... luogo all'altro„, vennero alle mani e si maltrattarono: il canonico Scotti restò tutto pesto; l'abate Pizzisio perdette il naso; il cardinale Acquaviva patí una stretta funesta alle reni; monsignor Assarini n'usci tutto spelato, e peggio ancora, monsignor Altemps cadde all'indietro e la sua testa, che non si fracassò per miracolo, s'enfiò ad un enorme bernoccolo. Pur le “conclaviste„, ottenuto finalmente il silenzio, incominciavano la discussione, quand'ecco, recando nuova cagione di rumore, entrare con fare “sprezzante ma disinvolto„, assai dame, le quali pretendevano aver parte [pg!84] al congresso; né fu picciol merito della Regina se furono accolte in non trista maniera. Anzi la Regina, la quale era parlatrice larga e forbita, dopo aver proposto e fatto stabilire che da quel dí in poi “tanto le dame quanto le.... (quel tal nome che ha assonanza con dame) andassero al pari e senza alcuna immaginabile distinzione, e che.... (quello stesso nome al singolare) e dama volesse dire l'istesso„, mise in campo l'elezione di Azzolino o di Maldachino. Ella si teneva certa che il primo concederebbe:
1.º una bolla che dichiarasse lecito ai religiosi d'andare.... “senz'alcun disturbo o pericolo„ a.... fare visite piacevoli;
2.º “la facoltà„ alle donne maritate o libere “di cavarsi la fantasia„, immuni “da vergogna e da pena, quando e quanto loro paresse„;
3.º l'espulsione da Roma di tutta la “genia de' monsignori senesi„;
4.º.... — Ma questa io non la dico —.
Se dalla nomina dell'Azzolino si ricavava tutto ciò, continuava la Regina delle [pg!85] dame, che importava s'egli era “una bestia cosí brutta„, se aveva “un viso cosí deforme, un tratto cosí rustico, una figura cosí mal fatta?„ Ma quando costui non soddisfacesse in alcun modo, ella garantiva questi altri vantaggi da un papa Maldachino:
1.º diverrebbero padrone d'andar dove loro piacerebbe, anche in palazzo con lui, e rimarrebbero libere d'ogni angheria;
2.º libere anche da quegli “scrocconi„ in mano dei quali dovevano stare durante le loro infermità;
3.º sarebbero istituite tra loro “le dignità civili e di Rota, Signatura e Camera„, ove entrerebbe una presidentessa a provvedere contro le impertinenze dei prelati;
4.º un concistoro vedrebbe di stabilire che i papi pigliassero moglie.
E se Maldachino è brutto, ricordate, — aggiungeva la Regina — che “le pere tanto sono piú buone quanto sono piú brutte„.
Già ella, conchiuso il suo lungo e bel discorso, s'era seduta, quando s'alzò l'Adrianella e “con volto ridente, benché non gran cosa, fatta una bella e graziosetta ma [pg!86] umil riverenza circolare„, cominciò a dire che quanto aveva promesso Sua Maestà tornava a solo utile delle.... signore pubbliche; che la confusione delle dame con esse non le piaceva affatto perché veniva a perdere “tutta la fatica et tutta la diligenza, che aveva usata in vita sua, di farsi stimar da dama se bene non fosse, e di esser creduta onesta se bene non era„, e che a lei bisognava soltanto un po' di dominio, il quale sperava dal Rospigliosi. Ma Eleonora la Barcarola l'interruppe: la signora Adrianella pensava troppo a sé, dove ella, che pure aveva fatto Ravizza quello che era, e molto avrebbe potuto attendere dal Celsi, acconsentiva alla proposta della Regina, desiderando il vantaggio di tutte le compagne sue. E l'Adrianella a rispondere poco a tono e a insistere che fidarsi dei Celsi e dei Ravizza era pazzia. Ma come Dio volle il battibecco tra lor due finí e si fece avanti la “reverenda madre decana„, la quale “dopo di aver fatto da trenta smorfie di conto, cominciò a dire il fatto suo....„. Costei, a differenza [pg!87] della Regina, discorreva balzellando e con la sguaiata bonarietà e smaccata gaiezza che è propria delle vecchie sue uguali.
Per lasciare comprendere di quanta esperienza era ricca si fece prima a raccogliere la storia della sua vita; poi vantò lo studio che poneva nel “formare„ e reggere le sue allieve, e citava fatti; poi, accorgendosi di andar per le lunghe prometteva di spicciarsi in due parole.... Ella, Ciccia dello struzzo venuta da Frascati e molt'altre avrebbero dunque preferito il cardinale Santa Susanna, in riguardo alla grande amicizia che le legava all'abate Bernardino nipote di lui, ma pur finivano con appagarsi del Maldachino. Maldachino?: “zitto zitto! — diceva a voce piú bassa e co 'l gesto di chi si prepara al racconto d'un bel caso; e rammentava come una volta lo vestirono da dama. Lo conosceva, insomma, per un buon ragazzo e non lo credeva “capace di distinguere il ben dal male.„
“Non aveva appena questa finito con altrettante smorfie, che incontanente ritornò [pg!88] a discorrere la Regina, e fatto prima un nobile et erudito ringraziamento alle pronte esibizioni della decana e.... stesasi ancora in un lungo encomio sopra le di lei qualità..., voltatasi alle altre....„ le richiese della loro opinione. “Datesi quelle giovinotte una guardata, scappò tra l'altre a parlare la prima Nina Fiorentina con un proemio di dicerie e di tratti poetici piacevolmente infilzati, che parve una pasquella che allora fosse uscita dalla cima di Monte Alcino o da Pistoia, e poscia fatto un esame generale a tutti li cardinali, e avendo ritrovato a chi il collare torto, a chi li calzoni corti, a chi il naso troppo piccolo, e chi troppo stretto in cintura, volando or qua or là, si posò alla fine sopra Bandinello. Al sentir tal nome saltò fuori la paesana sua, che era Margherita, e con uno strillo da disperata:
— Oh affè di Dio non si poteva dir meglio!; cotesto costí vogliamo al certo, signor sí!„ — Ma le altre gravemente tutte in coro:
— “È senese, nihil!, è senese, nihil!„ — (allusione alla forma di procedimento che “nelle cause de' miserabili„ seguiva ogni [pg!89] giorno “l'ignorantissima canaglia della Signatura di Giustizia„).
Escluso il Bandinelli; la principessa di Rossano adduceva le ragioni per cui le sembrava migliore l'Odescalchi, quando la fece ristare gran rumore di gente che veniva dalla parte di strada: era la signora Nina Stagnarina, la quale con un corteggio di sgualdrinelle entrava a lamentarsi di non aver ricevuto invito alcuno al conclave. Fu pronta a sgridarla la Rossano e a farla tacere ed uscire con ragioni molte e tali che io non ripeto perché sbigottiscono anche me; ma la principessa non poté subito riprendere l'interrotto discorso tanto le “conclaviste„ si lamentavano d'essere stanche, né ci volle meno del potere della Regina per ricondurle al silenzio. Finalmente la Rossano, con “un viso tra il brusco e il dolce, fatto all'usanza d'una pizza da un baiocco„, ebbe agio a ritesser le lodi dell'Odescalchi “un uomo da bene, uno spirito puro, un animo dotato di grandi virtú....„; — Un gesuita falso! — gridò la Brigidaccia impedendole di proseguire. Nuccia Belluccia, [pg!90] che aveva dalla sua Nuccia delle cannuccie, si levò poscia ad esprimere il suo desiderio di nominare “un buon fratone„, e fu tratto in ballo fra Silvio de' Vecchi.
Piú tosto poi il Celsi! — esclamava Nina Barcarola; e altre: — Meglio Santa Susanna! — Meglio il padre Caravita! —
Era tempo di por termine al diverbio, e ciò fece la Regina sospendendo il concistoro al modo stesso — questo paragone lo posso fare — onde ogni bravo presidente termina ogni consiglio tumultuoso, e dicendo che per quel giorno bastava essersi persuase della difficoltà della questione, e che in altra adunanza (la indisse per la settima prossima) sarebbero venute a deliberare ultimamente. E la Eleonora Adrianella, “la quale, per esser tra l'altre forse la piú astuta e la piú pratica delle cose del mondo, aveva in testa di far riuscire la regola che a fare il Papa ci vuole raggiro, e con ingannare il compagno si gira tutta questa macchina del prelatismo, si alzò a dire quattro barzellette per licenziare il conclave„, trovando pur modo di pungere un poco la fortunata Regina. [pg!91]
Ma allorché levatesi tutte in piedi stavano per andarsene, giunse d'improvviso Stecchino principe del bordello, il quale, “tutto affannato e afflitto, datosi di mano al cappello e fatta una riverenza a mezza luna con quelle sue gambe storte, cominciò a mezzo il congresso, con mille sospiri e quasi sommerso in un torrente di lacrime, ad ululare in questa maniera: Siamo rovinati, siamo spediti, oh poverini noi! Oh disgrazie della natura, oh malvagità delle stelle!: il Papa sta meglio! —
“Parve che a quelle misere, al suono di queste voci, uscisse l'anima e svanisse lo spirito„; e sola ad una rimase la forza di interrogarlo. Ah! — egli si era introdotto in Palazzo e già aveva saputo che “mancavano pochi minuti alla comune felicità, quando una straordinaria allegrezza di quei matti di là dentro lo aveva fatto cadere negli abissi delle miserie„.
E cosí avvenne che tutte quelle signore se n'uscirono piangendo e lamentando dal luogo ove eran entrate piene di letizia. — Ma io dubito molto che questo riassunto [pg!92] possa lasciare in chi mi legge la vivace ed efficace impressione che il piccolo libro lasciò in me, nauseato lettore di cose del seicento.
————
In proposito del qual Puttanismo vo' riferire un'altro aneddoto non inutile anch'esso alla conoscenza del Leti e dei suoi tempi.
Nel 1675, a Ginevra, fu spedita a Gregorio Leti una lettera da certa Suor Agnese Mansola, la quale godeva rinnovarglisi nella memoria come colei che già molt'anni innanzi aveva servita da cameriera la sorella di lui, a Milano, e da lui stesso, quando la chiamavano ancora Bellottola, aveva ricevute non poche carezze. Ed essa gli raccontava che morta la sua prima e buona padrona era stata traviata da un marchese e poi da un abate romano, il quale l'aveva indotta a recarsi a Roma, ove in breve era divenuta cortigiana famosa acquistandovi il pomposo nomignolo di [pg!93] Regal meretrice. Ma in quell'anno del giubileo il Signore le aveva tócco il cuore sí che aveva fatto dono di dieci mila scudi al monastero in cui s'era rinchiusa. — “Mi son riservati — ella finiva — cento scudi romani, ch'è il salario ricevuto dalla sua signora sorella, e della metà ne farò dir messe per il riposo dell'anima di questa e dell'altra preghiere al Santo Spirito per la sua conversione, oltre alle mie preghiere particolari„.
Il Leti rispose: “.... Di lei non ne avevo inteso parlar minima cosa dalla morte in poi della mia sorella, né mai avrei pensato che Bellottola di Milano fosse fatta la Regal meretrice di Roma, della quale ne avevo inteso far conti tali, che aveano dato la volontà all'autore del Puttanismo di Roma d'infilzarvela dentro con gratiose maniere vantaggiose a tal sua professione.... Le dirò intanto che per una nuova convertita il mentir cosí sfacciatamente mi dà da pensare. Mi scrive d'aver abbandonato il peccato, in luogo di dire ch'è stata dal peccato abbandonata. La mia sorella è morta sono appunto trent'anni: quattro di servizio, son trentaquattro, e ventuno [pg!94] che aveva quando entrò a servirla, son cinquantacinque; et intanto si loda d'aver abbandonato il peccato? Anzi doveva scrivermi che per dispetto al peccato, che l'aveva abbandonata erano quindici anni (giacché in Italia, passati li quarant'anni, si mandan le donne al diavolo), aveva presa la risoluzione di far la penitente.... Non so comprendere questo suo zelo di voler salvar la mia anima per gli obblighi che aveva alla mia sorella..... Perché non conservar meco quest'obbligo.... co'l farmi suo erede?; che senza scrupolo avrei ricevuta l'eredità„. E consigliandola d'impiegare i cento scudi romani, invece che in messe e in preghiere, in elemosine, conchiudeva: “Si ricordi talvolta che non è il giubileo che l'ha convertita, ma la sua età„.[53]
[V.]
Ma per tornare ad Alessandro settimo, egli morí davvero poco dopo l'imaginato conclave di quelle tali donnine, e della sua morte e del suo viaggio all'altro mondo [pg!95] Gregorio Leti seppe e narrò assai cose piacevoli. La qual satira — Il sindacato di Alessandro VII con il suo viaggio nell'altro mondo,[54] — è di quelle la cui essenza, tutta di pasquinate, trova disposizione in una tela semplice ma ingegnosa di fatti. Cosí mentre il morto pontefice è spedito dritto dritto in Purgatorio e là giú tenta invano di procedere come in vita, e solleva gran discorsi di sé, quassú in Roma passa dinanzi ai Conservatori e a Pasquino e Marforio, l'uno fiscale e l'altro scriba nel congresso, la moltitudine di coloro che hanno da significare i torti ricevuti da lui: monsignori e cardinali tristi, de' quali non è stata appagata abbastanza l'avidità e l'ambizione; preti miserabili, vittime dell'ingordigia dei maggiori; fidati impudenti rivelatori delle proprie per rivelare le colpe altrui; gentiluomini stranieri pieni di nausea per la politica e la corruzione di Roma: una fila lunga di persone, a cui non manca espressione; tra cui è anzi piú d'una macchietta a tratti rapidi e vivaci.
I conservatori ascoltano in silenzio il [pg!96] racconto delle piccole colpe o dei delitti nefandi; ma, per contro, discorrono assai Pasquino e Marforio, il primo strapazzando spesso i querelanti, e ammonendoli il secondo; e dando l'uno notizie e argomento di dispute all'altro: giacché lo scriba e il fiscale, quantunque siano i due amici che tutti sanno, non si trovano sempre d'accordo per cagione del loro carattere molto diverso.
Pasquino è sagace e senza paura e irascibile; Marforio, meno pronto di testa, meno sicuro d'animo, difficile ad infiammarsi: l'uno, quando è il caso e può, cerca di salvar capre e cavoli e s'imbroglia; e l'altro si stizzisce. “Tu sei nato per farmi crepare, Marforio, con queste tue procediture — dice Pasquino —, le quali servono a farti stimare un poco meno cattivo di me; ed in fatti tutti parlano di Pasquino: Pasquino qua e Pasquino là: le punture, le ferite, le maldicenze ed ogni sorta di mormoro s'applica a Pasquino; in somma non si parla, quando si tratta di mala vita, che di Pasquino; a tal segno che hanno dato titolo [pg!97] ad ogni sorta di satira, di pasquinate; ma di te non si parla che poco o niente, e sinora non s'è inteso mai dire marforiata. E perché questo? Perché io parlo con libertà; perché quello che ho nella bocca ho nel cuore, e nel cuore non resta che quello che va fuori dalla bocca; perché sono amico degli amici e nemico dei nemici; perché non faccio distinzione di qualità di persona, menando al pari i grandi con i piccoli....; ma tu, al contrario, vai sempre risarcendo quello che rompi e cerchi di rompere quello che mostri di risarcire..... Se io sapessi fingere come fai tu, non averei la testa rotta....„ —
Risponde Marforio ch'egli nacque non ai tempi in cui nacque lui, ma quando i piú “nascevano con due faccie, l'una ricevuta dalla natura nel luogo ordinario e l'altra dietro le spalle: non esser meraviglia se ritiene della natura propria a molti di quelli che è andato praticando.„ [pg!98]
Non meno piacevole e ugualmente intessuta di pasquinate è l'Ambasciata di Romolo ai Romani[55].
Gli annali sacri e profani di Roma, “già compiuti da parecchie autorità per ordine di Romolo„, erano letti ad alta voce in cospetto di tutti i numi, i quali con diversa commozione ascoltavano i grandi fatti e le grandi sventure dell'alma città, e la gloria a cui l'avevano innalzata con meravigliosa alleanza la fortuna e la virtú, e le ruine in cui l'avevano precipitata il papato, i barbari e Carlo quinto, allorché Mercurio si presentò tutt'afflitto alla suprema raunanza e, mancandogli la voce, spiegò la causa del suo dolore con fogli che dié a leggere a Romolo stesso. Contenevano tre poesie di rammarico in morte di Clemente nono; e dalla lettura loro Romolo ricevette tanto cordoglio che si mise a piangere, e cosí, con il capo tra le mani, a pensare i mezzi di salvezza per la sua città, su la quale minacciava di nuovo la tirannia del nipotismo.
Andar egli a riporvi le cose nello stato d'una volta in un tempo in cui “gli ecclesiastici [pg!99] non potevano soffrire altro dominio che il proprio„, era certo impresa troppo arrischiata: meglio spedire un ambasciatore che sotto apparenza di consolare il popolo romano per la morte del buon pontefice, ricercasse s'ei fosse disposto a vivere nel regime del paganesimo; e giacché agli ambasciatori conveniva fasto e nobiltà, gli parve ancor meglio inviarvi Remo suo fratello. E Remo con una lettera “credenziale„ per i Romani e con gli ammonimenti del fratello, e a capo d'una scelta comitiva, si mise subito in viaggio. Aveva di piú, per “non rincontrare in quei viluppi in che sogliono cadere bene spesso quei ministri che vanno a negoziare senza conoscere l'umore delle nazioni„, una memoria intorno “i costumi de' principali popoli d'Europa„. Nella quale tra le altre cose, era detto che:
in statura
il Tedesco è grande;
l'Inglese di bella presenza;
il Francese di bel garbo;
l'Italiano mediocre;
lo Spagnuolo spaventevole....
[pg!100]
In amore:
il Tedesco non sa l'arte d'amare;
l'Inglese ama bene in pochi luoghi;
il Francese ama per tutto;
l'Italiano sa come bisogna amare;
lo Spagnuolo ama bene.
In scienza;
il Tedesco sa come un pedante;
l'Inglese come un filosofo;
il Francese di tutto sa un poco;
l'Italiano sa come un dottore;
lo Spagnuolo è profondo....
In ingiurie e benefici:
il Tedesco non fa né bene né male;
l'Inglese fa bene e male;
il Francese scorda il bene e il male che fa e che riceve;
l'Italiano serve con affetto e si vendica con ira;
lo Spagnuolo ricompensa il bene e il male.
In pasti:
il Tedesco è un briaco;
l'Inglese è un ghiotto;
il Francese delicato;
l'Italiano sobrio;
lo Spagnuolo scarso....
In costumi:
Il Tedesco è rustico;
l'Inglese crudele;
[pg!101]
il Francese cortese;
l'Italiano civile;
lo Spagnuolo disprezzante....
In magnificenza:
il Tedesco è magnifico in privato;
l'Inglese in mare;
il Francese nella corte;
l'Italiano nella chiesa;
lo Spagnuolo nell'armi.
In bellezza:
il Tedesco è come una statua;
l'Inglese come un angelo;
il Francese come un uomo;
l'Italiano come può;
lo Spagnuolo come un diavolo....
In presenza:
il Tedesco di rado ha bel garbo;
l'Inglese ha la vista né di savio né di matto;
il Francese un garbo stordito, et è in effetto;
l'Italiano ha la vista di savio et è matto;
lo Spagnuolo ha la vista di matto et è savio....
In matrimonio:
il Tedesco è padrone;
l'Inglese servidore;
il Francese buon compagno;
l'Italiano carceriere;
lo Spagnuolo tiranno.
[pg!102]
Le donne:
in Germania fanno risparmiare, ma sono fredde;
in Inghilterra sono regine e libertine;
in Francia dame e lascive;
in Italia prigioniere e cattive;
in Spagna schiave et amorose....
In viaggio:
il Tedesco viaggia per costume;
l'Inglese per capriccio;
il Francese per osservare i fatti d'altri;
l'Italiano per imparare;
lo Spagnuolo per necessità.
E Remo, da buon italiano, s'istruiva assai viaggiando di cielo in terra, tanta gente incontrava che gli dava a leggere satire e tanti l'accompagnavano per discorrergli delle tristi condizioni di Roma.
Meno male che giunto nella eterna città fu consolato dall'elezione d'un ottimo cardinale a pontefice: l'Altieri, che prese il nome di Clemente primo.
[VI.]
Quest'anima satirica di Gregorio Leti, anzi che infiacchirsi o addolcirsi, nella vecchiaia [pg!103] resistette e rincrudí, e oramai settantenne egli diede fuori quella Critica delle lotterie, per cui un ministro di Luigi XIV fu indotto a dire: “So bene perché il re di Francia ha fatto la guerra a tanti suoi particolari nemici, ma non so trovar la ragione che abbia possuto muovere il sig. Leti a farla a tutto il genere umano.„[56]
Infatti, giú botte da orbo a príncipi, ad ambasciatori, a generali; a tribunali, a senati, accademie, università, eserciti, nazioni; a nobili e a plebei; a ricchi e a poveri; a letterati e ad idioti; a religiosi di ogni chiesa e a increduli; a stampatori, a donne, a sé stesso.
E in tempi che per reo costume l'adulazione e la viltà ruinavano la società tutta, queste satire acerbe piacquero come opere sincere e forti; né fastidiscono oggi chi le riguardi; non foss'altro perché noi, gente temperata e morale, ripugnamo sí dalla maldicenza infamante e dagli scandali de' nostri giorni, ma ci volgiamo poi con certo gusto alla ricerca di vecchi scandali e infamie vecchie; vecchie, siano pure, di due secoli. [pg!105]
PUNIZIONE[57]
[pg!107]
Ammirata dell'opera fine e vivace delle miniature la signora aveva molte esclamazioni e troppe interrogazioni per ciascuna pergamena che le ponevo sott'occhio: — Che significa quest'allegoria? — Che festa solenne sarà questa a cui concorre sí lunga fila di dame e gentiluomini? — Chi è questa regina che scesa dalla carrozza a sei cavalli s'inginocchia dinanzi a un cardinale? — Che bel teatro, e quanta gente, e curiosi i comici in scena! Forse è un teatro di Bologna? — Sono scienziati o diplomatici costoro in grave radunanza?; — ond'io piú d'una volta mi confusi a [pg!108] rispondere o non risposi, ed ella levò a me gli occhi, ahi!, sorridenti, come le labbra, di sottile sarcasmo. Però quando fummo a una rappresentazione dello Studio ed ella accennandomi gli scolari — Come bellini! E come dovevano vivere lieti! — parve desiderare qualche notizia intorno ai loro costumi, e pure non sperarla da me, sentii giunta finalmente l'occasione a punirla un po' della curiosità sua e piú della sua malignità, e cominciai:
— Vivevano lieti, ed è piú facile trovar ricordi dei loro sollazzi e delle loro monellerie che dei loro studi. Cosí, se ai giovani capaci d'ogni gentile adoperare anche al principio del seicento veniva in premio l'amore, anzi tutto è da credere che le donne si disponessero a compiangerli allorché traevano la dolce pienezza dei suoni dal piú leggiadro degli istrumenti: il liuto. Sonavano pure il clavicembalo e la viola e cantavano a libro commovendo con diverse arie diversi affetti: l'arie lombarde accendevano l'animo all'ardire, le napolitane invece lo intenerivano, le francesi l'inacerbivano [pg!109] con veemenza, e le spagnole al contrario lo rendevano mansueto; l'arie toscane temperavano in cuore gli affetti. Ma giacché le donne furono sempre crudeli a pungere chi manchi di prontezza e sagacia nei discorsi, gli scolari del secolo decimosettimo cercavano con assai cura i motti arguti e le parole soavi, le quali avevano piú agio a profondere nei tardi giri e nei riposi frequenti della pavana. Per questo la pavana era sempre uno dei balli preferiti; ma a porre in mostra la grazia e l'agilità della persona tornavan meglio le gagliarde e ai giovani che, come si diceva allora, facevano professione di cappa e spada, conveniva esperienza di molti altri balletti, tra cui alcuni un po' licenziosi. Tale la nizzarda, per cui i ballerini movevano in fretta tre passi abbracciando la donna in guisa che pareva la baciassero; ed io, signora....
— Non c'era educazione in quei tempi!
— Veramente in conversazione riusciva non di rado piacevole certa grossolanità di atti e di parole, e, per esempio, una dama poteva punire con “una solenne pianellata„ [pg!110] l'innamorato troppo audace in richiedere, e quegli rispondere allegro: — “Buon destriero non teme calcio di cavalla„ —, ma poi la sottigliezza dei precetti a distinguere e rispettare i vari gradi delle persone era tanta che, stia certa, darebbe gran pena a noi oggidí. Il tormento peggiore era forse a girare in compagnia, perché passeggiando uno con persona degna di deferenza doveva sempre guardar di lasciarla alla parte piú onorevole, la quale cambiava nei luoghi diversi; e se in un giardino poteva essere determinata dalla vicinanza della porta d'ingresso, sotto un portico era invece dal lato del muro, e in una sala dalla disposizione degli usci e delle finestre. Per strada, in Lombardia camminava a piú onore colui che stava rasente il muro, dove nelle città di Toscana e a Venezia sempre colui che si teneva alla destra. E quando tre andavano insieme, in mezzo stava la persona di maggior grado, ma se i tre si sentivano uguali, ognuno, secondo l'usanza spagnola, prendeva il mezzo di tratto in tratto e di tratto in tratto passava alle [pg!111] parti e l'orgoglio di tutti era salvo. Bensí a spasso con un principe o con un gran personaggio non si penava, perché, rimanesse egli a destra o a sinistra, lo distinguevano tutti egualmente. A cavallo, in due o piú, d'estate riceveva onore chi precedeva; d'inverno, chi seguiva gli altri: in carrozza, il padrone secondava i gradi di coloro che l'accompagnavano con l'ordine dei posti; in camera, dinanzi al fuoco, faceva sedere il visitatore nel sito mediano; fuori o dentro la porta di casa.... La storia è lunga, lunghissima poi per gl'intrecci di regole e di eccezioni che il barocco galateo stabiliva riguardo agli incontri per via, i quali potevano essere tra maggiori, inferiori, uguali; in istrada “propria„ o “altrui„; tra persone a piedi e persone a cavallo; tra carrozze recanti signori e carrozze vuote.
Bisognavan riguardi non pochi anche ai conviti, in cui sarebbe stata offesa grande alla gravità e all'assennatezza dei commensali offrir loro ravanelli, cervella e sale; e pe 'l sale era anzi un proverbio: “Né moglie, né acqua, né sale a chi non te ne [pg!112] chiede non gliene dare„, quasi che essendo male educati o ignorando l'adagio si potesse offrire la moglie agli amici. Ma oggidí, signora....
— Non esca di carreggiata e parli un po' piú degli scolari.
— Contra pupillos omnia jura clamant; e alla “spupillazione„ — ciò era “la ricognizione d'un paio di guanti o d'una dozzina di stringhe di seta„ che i nuovi studenti pagavano a quelli della nazione o città ove andavano a studio, — conveniva acconsentire per amore o per forza: ai neghittosi erano rubati i ferraioli e svaligiate le camere senza misericordia. Uccellavano gl'incauti “pupillotti„ anche i bidelli, i quali avendo una ricompensa da ogni scolaro che si laureasse, conducevano al loro dottore piú discepoli che potevano. Visitare i lettori era dovere; piaceva gridar viva ad essi nelle scuole e fin per le strade. Ma piaceva anche a non pochi ridere, susurrare, sbadigliare, zuffolare, discorrere forte, stropicciare i piedi durante la lezione; onde i maestri erano costretti piú d'una volta a [pg!113] scendere di cattedra: si vendicavano pungendo con motti i disturbatori.
Per altro a quei tempi infelici non tutti i lettori erano uomini di profonda dottrina e molti si disprezzavano e mordevano a vicenda. Cosí ad uno che disse a un suo emulo: — “V'intendete di fagioli, non di leggi —„ l'avversario rispose pronto: — “Sí certo che m'intendo di fagioli, poiché non a pena vi vidi, che per tale vi conobbi.„ Ma se gli scolari studiavano meno d'adesso, non giocavano meno. I giochi del secolo decimosettimo erano molteplici e leciti e illeciti: tra questi, quello dei dadi; tra quelli, il lotto, la farinazio, il giretto e la morra. Gli scacchi e la dama dilettavano come giochi “d'ingegno„; d'“ingegno e fortuna„ lo sbaraglino, la primiera e gli altri di carte, per i quali giovavano certe norme fissate in proverbi come: “Sette e fante dalli a tutte quante„, e “ambasso fatti avanti un passo„, e “non si può far assi senza risicare„; d'“ingegno, fortuna e agilità„, la palla, il pallone e il maglio; solo d'agilità, ma piú convenienti [pg!114] “a soldati che a scolari„, la corsa ed il salto.
Se non che agli scolari del seicento piacevano altri giochi, e non badando che “si trovano molti fiaschi rotti con le vesti nove„ — il detto è d'allora — pericolavano a smarrire la “grazia dell'aspetto„ e a ingiallare: ma ai dí nostri, o signora....
— Su quanti libri avrà sudato vossignoria per apprendere tutte queste belle cose!; — e stanca rifinita allontanava da sé le pergamene maledicendole tacitamente.
Io volli compiere con la punizione la lezione: — Al signor Annibale Roero, nel 1604 non per anche laureato dottore e tuttavia occupato, com'egli scriveva, nel “viluppo delle legali materie„, parve bene rivolgere la sua esperienza e dottrina di scolaro all'università di Pavia in profitto di quelli che si disponessero allo studio del giure, e imaginando sé stesso a ricevere consigli e istruzione dal signor Saglijno Nemours, dalla signora Caterina Roero Nemours e dal conte Galeazzo Roero, per via di quattro dialoghi diede l'“idea del perfetto [pg!115] scolare„. E poiché non solo raccolse le norme seguendo le quali i giovani avvantaggiassero di piú nella scienza, ma stese ancora le regole a procedere saviamente e gentilmente, nel libro dello Scolare, tra le nobili sentenze di filosofi e di poeti e gli umili proverbi, tra gli aneddoti antichi e nuovi e i racconti di nuove burle, tra i motti ridevoli e le risposte avvedute, restano non poche notizie de' costumi ch'erano propri alla miglior società nel principiare del secolo decimosettimo. Signora, vuol leggere il libro curioso?
— Grazie: preferisco Daudet. [pg!117]
[MOLTO RUMORE PER NULLA]
[pg!119]
[I.]
Questa, a linee brevi d'umile prosa, la figurina di un giovane che a mezzo il secolo decimosettimo derivasse dalle mode francesi la virtú di piacere molto alle donne e piú a sé medesimo.
Di sotto il cappellaccio bigio, povero di falde e ricco di nastri e fiocchi a vari colori, l'onda dei capelli, naturali o finti, diffusa su 'l largo collare; diffusa su lo stomaco e sfuggente dall'apertura del farsetto di “gialdiccio„, la camicia sottile e candida; i calzoncini strettissimi, verdi, a liste di passamani, trattenuti da lucide stringhe sotto il ginocchio; e quindi le calze rosse o bianche [pg!120] (bianche ne' partigiani dei Francesi e rosse degli Spagnoli) a seconda dell'opinione politica. Ma al diavolo la politica!; e per seguire in tutto la moda di Francia, meglio che le scarpette coperte in punta da grandi rose di seta e d'oro, due stivalacci coi calzari a rovescioni su 'l collo del piede.
E come belle le mani senza guanti, la sinistra poggiata all'impugnatura della breve spada e la destra, con un grosso anello di giavazzo nero nell'indice e un anellino d'argento o di rame nell'estremità del mignolo, intesa talvolta ad appuntare i baffi rivolti in su a punti interrogativi! Le donne rispondevano con sorrisi, ma secondo una canzonetta, forse maligna, pretendevano troppo:
Con le donne d'oggidí
Ci vuol altro, per mia fé
Che portar raso o tabí!
Stracciato e nudo
Se 'n vada il drudo,
Ché amor vero, allor sarà
Se per vestir altrui si spoglierà![58]
Tuttavia i donnaioli non andavan nudi per strada, anzi, potendo, vestivano in conformità [pg!121] delle mode, che allora “variavano come la stagione„[59]. Però se è difficile seguire le vicissitudini delle foggie negli abiti degli uomini, i quali, per esempio, a distanza di pochi anni sostituirono ai calzoni stretti “bragoni scialacquati„, a mala pena si può cogliere la volubilità della moda femminile ne' suoi momenti piú singolari; e se è noto che a metà del secolo il guardinfante, ricoverto di lunghe gonne e sottogonne, era in uso comune ed utile a nascondere gravidanze legittime ed illegittime e piú d'una volta amatori furtivi, e in uso comune erano i corsetti a “basche„ con le maniche a sboffi e le ampie gollette di pizzo, non è poi facile rendere idea del come mutassero e rimutassero le forme secondarie e le cose minori d'una toilette compiuta. Anche accadeva troppo spesso che qualche dama vaga di novità apparisse vestita e acconciata in maniera diversa dalle altre e traesse tosto molte altre ad imitarla.
Cosí fece quell'una vista e ritratta da don Agostino Lampugnani, la quale portava [pg!122] in testa un cappello di feltro con la falda tenuta a rovescio da un fermaglio di gioie; alla persona, una casacca alla francese di seta colore incarnatino, intessuta d'oro con maniche corte e con fiocchi di camicia bianchissima fuori dei gomiti; una gonna all'inglese d'“ormesino cangiante„, succinta tanto da lasciar vedere le gambe coperte da calze di seta color porpora; nei piedi, scarpette di raso con un dito di tacco e con due gran rose pur esse di color porpora; nelle mani, guanti logori e stracciati per porre in vista numerosi e preziosi anelli; al collo, un monile di granati; a un solo orecchio, “un pendente d'odorata mistura nera„; e a sinistra del petto un pugnale e a destra un piccolo archibugio a ruota. Dio ne scampi dal rinnovamento di moda sí fatta!
E neppure risorga mai piú l'usanza che in certo periodo del seicento costrinse le signore a farsi salassare per derivarne pallore e magrezza e a mangiare una terra detta bolarmico per cui l'avorio dei denti rimanesse “incastonato d'ebano„: aberrazione [pg!123] di gusto, che ebbe forse a causa e scusa il rovello delle gentildonne al vedersi imitate ed emulate dalle umili cittadine nella profusione della biacca e del minio su 'l viso e su 'l seno. Odiose borghesi, le quali smaniavano di copiare le dame in tutto! Almeno al tempo in cui usavano i manti era come stabilito per legge che le gentildonne li portassero di seta e le “cittadine e mercadantesse di criniletto; e guai a quella di queste che si fosse arrischiata di portarlo di seta, perché era certa che le sarebbe stato strappato d'attorno„, e talvolta per mano delle dame medesime! “Usanza — aggiunge il Ghiselli —[60] che sarebbe da desiderarsi che fosse stata mantenuta, ché non si vedrebbe al presente quella confusione che produce quel trattamento, ch'accomunato a tutti piú non fa comparire quella bella distinzione fra le persone di diversa condizione; contro l'uso d'oggidí, nel quale piú non si conosce dalla suntuosità del vestire una dama da una moglie di uno speziale o di qualch'altro uomo di piú bassa condizione.„ [pg!124]
[II.]
Scrittori che deridessero e sferzassero le mode barocche e le costumanze corrompitrici abbondarono pure nel secolo decimosettimo, ma per arte e per ironia acuta e fremebonda, che fa rammentare il Parini[61], Gabriello Chiabrera superò tutti in due de' suoi sermoni e piú mirabilmente in quello all'amico Jacopo Gaddi:
Gaddi, ch'oggi sull'Istro e per li campi
Della fredda Lamagna ami battaglie
La gioventude, e sia disposta all'armi,
Negar non oso, e negherò via meno
Che dentro i dicchi della bassa Olanda
Si rimirino popoli feroci....
Dico che nella Fiandra e nella Francia,
E che dovunque il sol mostra i capegli.
Nascono destre da vibrare un'asta.
Da stringere una spada, ed avvi gente
Da piantar palme sulla lor Tarpea:
Tutto vi posso dir; bella fanciulla
Appiattar non si deve, e similmente
Però cosí parlai: ma d'altra parte
Forte contrasterò che né per Fiandra,
Né per dovunque il sol mostra i capegli,
[pg!125]
Gente leggiadra mirerai, che agguagli
La leggiadria dell'italica gente.
Chi muoverassi a contraddirmi? E dove
Calzar potrassi una gentil scarpetta?
Un calcagnetto sí polito? Arroge
I bei fiocchi del nastro, onde s'allaccia.
Che di Mercurio sembrano i talari.
Io taccio il feltro de' cappelli tinto
Oltre misura a negro; e taccio i fregi
Sul giubbon di ricchissimi vermigli.
Chi potrà dir de' collarini bianchi
Piú che neve di monte? Ovvero azzurri
Piú che l'azzurro d'ogni ciel sereno?
Ed acconci per via che non s'asconde
Il gruppo della gola, anzi s'espone
Alle dame l'avorio del bel collo?
Lungo fòra a narrar come son gai
Per trapunto i calzoni, e come ornate
Per entro la casacca in varie guise
Serpeggiando sen van bottonature.
Splendono soppannati i ferrajoli
Bizzarramente, e sulla coscia manca
Tutto d'argento arabescati; e d'oro
Ridono gli elsi della bella spada.
Or prendasi a pensar quale è a mirarsi
Fra sí fatti ricami, in tale pompa.
Una bionda increspata zazzeretta
Per diligente man di buon barbiere
Con suoi fuochi e suoi ferri; e per qual modo
Vi sfavilli la guancia sí vermiglia,
Che può vermiglia ancor parer per arte;
E chi sa? forse, forse.... O glorïosa,
[pg!126]
E non men fortunata Italia mia,
Di quella Italia che domava il mondo
Quando fremean le legïon romane!...
Nel sermone a Francesco Gavotti il Chiabrera feriva in vece le donne, dubitoso che per le vanità delle mode e per le pompe e i sollazzi, la loro onestà potesse restar “salda in piede„:
.... Io rimiro le donne oggi far mostra
Di sua persona avvolte in gonne tali,
Che stancano le man di cento sarti.
Men ricamato stassi infra le nubi
L'arco baleno: io tacerò dell'oro.
Oro il giubbone, òr le faldiglie, ed oro
Sparso di belle gemme i crini attorti.
Negletta fra' suoi veli appar l'Aurora
Sorta dall'Oceáno. Io già non nego,
Che assai sovente la beltà del viso
Fa tradimento alla mirabil pompa.
Or sí fatta donzella è non contenta
Di sua statura, ma levata in alto
Su tre palmi di zoccoli gioisce
Di torreggiare, e per non dare un crollo,
E non gire a baciar la madre antica,
Se ne va da man destra e da man manca
Appuntellata su due servi, ed alza
Il piede, andando, come se 'l traesse
Fuor d'una fossa; onde movendo il passo
È costretta a contorcer la persona,
[pg!127]
E a ben dimenar tutto il codazzo.
O Democrito antico, ove dimori?
Ove sei gito? A sí leggiadre usanze
Giungi carrozze da città, carrozze
Per la campagna, seggiole, lettiche,
Staffieri, paggi. Il padre di famiglia
I golfi passerà per mezzo il verno
Su frale nave mercatando, ovvero
Con l'armi in dosso seguirà l'insegne
Fra mille rischi, e ne' palazzi alteri
Serva farà sua libertate a' cenni
D'aspro signor, per adunar moneta;
E poi disperderalla in compir voglie
E soddisfar vaghezze della donna?
La donna darà legge? avrà la briglia
D'ogni governo in mano?....
Ci voleva proprio il coraggio d'Arcangela Tarabotti per sostenere che le donne del tempo di lei e del Chiabrera erano in tutto schiave agli uomini!
[III.]
Povera Tarabotti! A undici anni per volontà del padre suo, duro uomo di mare, era stata costretta a vestir l'abito di monaca nel convento di Sant'Anna in Venezia; a cambiare il bel nome di Elena in quello brutto [pg!128] d'Arcangela; a porgere un vóto quando in lei “diversa dalla lingua e dagli atti esteriori, altro intendeva la mente„. Cosí “fino alla consecrazione„ era rimasta “monaca di nome, ma non d'abito e di costumi; quello pazzamente vano e questi vanamente pazzi„[62]: consacrata, nella condanna della sua calda giovinezza; nello strappo pur dai sogni di quelle gioie che avrebbe voluto gustare, quante gliene suggerivano la fantasia ed i sensi; nella racchiusa e muta disperazione d'ogni bene, d'ogni conforto avvenire, aveva imparato a scrivere, la monacella, e aveva studiato assai per richiamarsi un giorno con le sue opere alla giustizia e alla pietà del mondo. E riuscita che fu a comporre La semplicità ingannata, La tirannia paterna e L'inferno monacale, le parve d'aver tratta per l'infelicità sua e per quella di mille altre sciagurate sue eguali, un'aspra vendetta della crudeltà dei genitori, di una barbara costumanza, di una legge fatta contro la natura per l'amore di Dio. Ai due ultimi libri non fu data licenza di stampa, quantunque s'adoprasse per essa Vittoria [pg!129] Medici della Rovere granduchessa di Toscana: il primo usci a Leida solo nel 1654 e fu proibito da papa Innocenzo decimo perché tra l'una citazione e l'altra di storia sacra, tra l'uno e l'altro ragionamento sconclusionato, erano scatti d'odio contro i parenti che sacrificavano le figliuole alla clausura.
— “Com'è possibile, o ingannatori, che chiudiate in seno un cuore cosí crudele, che soffra di tormentar il corpo delle vostre figliuole, che pur son vostre viscere, con perdita forse della lor anima....; e che con la loro procuriate di precipitar anco le vostre medesime negli abissi dell'inferno, come rei di colpa mortalissima, per aver violentata la volontà di quelle, alle quali Iddio l'ha conceduta libera?.... Voi, tiranni d'averno, aborti di natura, cristiani di nome e diavoli d'operazioni...., pretendete d'esser scrutatori di quei cuori che non si vedono se non da gli occhi di Dio, e disponete con pazza pretensione sino dell'arbitrio di quelle creature che pur anche stanno chiuse nell'alvo materno, senza aspettare ch'esse vi dichiarino a qual stato le inclini [pg!130] il loro genio, senza pensare quale iniquità sia lo sforzare l'altrui istinto„.
Questo e gli altri due libri passavano manoscritti di mano in mano, recando all'autrice lodi di scrittori famosi, che le si professavano divoti, e biasimi di frati maligni, che l'accusavano di farsi bella d'opere d'altri. Ma nel 1633 il cardinal Federico Cornaro patriarca di Venezia ebbe voglia di convertire al bene e alla rassegnazione la suora ventottenne divenuta oramai una ribelle pericolosa, e co' suoi consigli e rimproveri raggiunse l'intento: d'allora in poi Arcangela intese a scrivere cose buone: Il paradiso monacale; La luce monacale; La via lastricata per andare al Cielo; Le contemplazioni dell'anima amante; Il purgatorio delle mal maritate[63]. E si diede a compiere buone opere, tra cui piú la dilettava quella di maritar le novizze. Fra le sue lettere sono parecchie del tema di questa: “La novizza assolutamente non vuole il....; ella dice che quarant'anni son troppi per una giovanetta.... Per ella (!) è piú proporzionato un giovinetto bello, vivace et [pg!131] affaccendato, che un uomo sodo e mezzo buffalo, qual'è il vedovo propostole. V. S. Illustrissima sa il suo bisogno; provveda di cosa a proposito, se vuole la mancia....„
Anche doveva sdegnarsi se, come io credo le accadesse, qualcuno s'innamorava di lei: certo metteva in burletta un tal B... (fosse il frate Brusoni, che era e dicevano suo amico e che — vedremo pur questo — dopo averle fatti grandi servigi s'inimicò con lei?), un tal B., il quale forse temperando l'amore con lo scherzo, o piú tosto, ciò che non era strano in quei tempi, adombrando l'amore con versi oscuri e bizzarri, le inviava de' cosí fatti sonetti:
Lucido mio piropo! E quando mai
Potrò stemprarti in olocausto il core?
Tu rintuzzi del sol fulgidi i rai,
Oroscopo fatal del pronto ardore.
Io t'offersi la fede e già passai
Per smeraldi di fuoco al ciel d'Amore,
Sollecito amatore il pié portai
Sotto i vestigi tuoi ricco d'onore.
Circonciso mio lume, ahi ch'io t'adoro
Funerato fra bende oscure e nere,
E mentr'io t'amo piú languisco e moro!
[pg!132]
Vessillario son io di tue bandiere;
La fiamme mie velate alzo al martoro,
Solennizzando il cor vittorie intiere[64].
Ma benché pentita e ammalata la Tarabotti persistette ad amare, se non gli uomini, il mondo, e piú la sua fama di scrittrice. E quando a quarantasette anni si sentí vicina a morire scrisse alla amica Betta Polani: “Perché il peregrinaggio della mia vita è giunto alli ultimi confini di questo mondo, a voi, che siete stata assoluta padrona della parte piú cara di me stessa, mando li miei scritti, che sono le piú care cose ch'io abbia e che mi rincresca di lasciare. Direi che fossero bruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi. Le contemplazioni dell'anima amante, La via lastricata del Cielo, e La luce monacale sieno stampate, se cosí piace a voi; il resto sia gettato nel mare dell'oblio: ve ne prego in visceribus Christi.... Amatemi se ben morta, e addio per sempre„[65].
Oh s'ella avesse potuto trar seco nella tomba tutte le copie di quell'Antisatira in risposta al Lusso Donnesco del signor Francesco Buoninsegni, [pg!133] che per poco non le aveva sciupata ancora vivente quella celebrità a cui, approssimandola la morte, desiderava lasciare il suo nome per l'età sua e per l'avvenire!
Udite pettegolezzo, il quale, tanto era vano il seicento, parve rumore di gravi casi.
[IV.]
Nel 1638, alla stagione che il vin nuovo ribollisce nelle botti, venne voglia ai signor Francesco Buoninsegni, detto da un contemporaneo l'“Apollo di Siena„, di scrivere una satira “menippea„ contro il “lusso donnesco„, la quale dovea, credo, servirgli a un discorso nell'Accademia degli Intronati[66]. Egli cominciando con l'avvertenza dell'Ariosto:
Donne, e voi che le donne avete in pregio.
Per Dio, non date a questa istoria orecchia,
giocherellava a motti insulsi e con uno stile saltellante e barcollante, per sciocca simulazione [pg!134] d'ebbrezza, intorno la vanità delle donne e delle loro mode al tempo suo, e gli sembrava di pungere piú vivamente con questi che furon tenuti per sali finissimi.
— Si sa che mezzo di vittoria a quelle che “s'impiegano nelle onorate ambascerie d'amore„ son le promesse di gemme, oro e vesti, perché le donne cedono tutto al lusso e al vestire, che testimonia “la pena dell'antico peccato„. Ed è giusto indossino abiti di seta, la quale è “vomito d'un verme„, se esse sono “vermi i quali rodono il cuore degli amanti„, e se possono dirsi un “vomito delicato della natura„. Per le pianelle tutte dorate e sí alte che con la coda coprono una mezza donna di legno, potrebbero anche imaginarsi trasformate in alberi da un novello Ovidio; ma giacché i loro capelli, che sono posticci, non potrebbero divenir frondi, meglio è chiamarle il rovescio del colosso di Nabuccodonosor: hanno i piedi d'oro e il capo di legno. Anche, perché ai cenci che si legano in capo sormontano “un'attrecciolatura di perle orientali„, e perché le perle e il sale [pg!135] “escono da uno stesso padre„, consentite si affermi ch'esse dove non han sale mettono perle.
L'arguzia meriterebbe un castigo al signor Buoninsegni, ma egli né pure ha da temere pianellate dalle donne, le quali “hanno piú vigore nelle gambe per istrascinar le ingenti pianelle che forza per avventarle„; e però segue a burlare l'acconciatura alla moda del capo femminile rammentando un poeta:
I corpi delle donne
Che corrono alla festa
Con cosí ricche gonne,
Con tante gioie in testa,
Son cappanne di fieno
Coperte con pazzissimo lavoro
Di tegole, di perle e doccie d'oro.
Non basta: un paragone piú sottile, che fece fortuna, è tra le donne e un mazzo di carte. Di queste il matto da tarocchi risponde alla testa di quelle: quelle hanno i denari e li sciupano nelle gioie; le spade piccoline le portano tra i capelli e tengono uno spadino ai fianchi; nascondono i bastoni sotto i ciuffi; attaccano coppe alle borse dei [pg!136] mariti; e cosí via. Né il satirico scrittore smette di saltellare fino a che si ricorda essere inutile discorrere contro le donne, alle quali non bastano ad aprire gli orecchi, non che i consigli ed i frizzi, i lunghi e i gravi pendenti. —
Questa “satira menippea„ pervenne alle mani del padre Angelico Aprosio da Ventimiglia, dottissimo uomo ma di testa corta, il quale ne inviò copia al senatore Loredano affinché procurasse le fosse fatta una risposta da pubblicarsi con essa; e Giambattista Torretti, per preghiera del Loredano, al quale una moltitudine di scrittori s'inchinava come a un maestro e a un Mecenate, compose una Controsatira “modestissima„ e tale “che non mosse alcuno a scrivergli contro„[67]. Ma cinque anni dopo ad Arcangela Tarabotti, che nel monastero di Sant'Anna leggendo e scrivendo mitigava i tormenti delle memorie vecchie, dei nuovi desideri e dell'isterismo, fu recato da alcune dame il brutto scherzo del Buoninsegni; ed essa, la monacella che già aveva sostenuto contro un altro scrittore, in pseudonimo [pg!137] Orazio Plata, non essere le donne di natura inferiore agli uomini, divampò d'ira a scorgerle tanto schernite pei loro difetti e pei loro gusti.