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[Copertina]
OTTONE DI BANZOLE
(ALFREDO ORIANI)
FINO A DOGALI
MILANO
LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
C. CHIESA & F. GUINDANI
LIPSIA e VIENNA. F. A. Brockhaus—BERLINO. A. Asher e C.
PARIGI. Veuve Boyveau—NAPOLI. Ernesto Anfossi
1889
[Occhiello]
FINO A DOGALI
[Frontespizio]
OTTONE DI BANZOLE
(ALFREDO ORIANI)
FINO A DOGALI
MILANO
LIBRERIA EDITRICE GALLI
DI
CHIESA & GUINDANI
LIPSIA e VIENNA. F. A. Brockhaus—BERLINO. A. Asher e C.
PARIGI, Veuve Boyveau—NAPOLI. Ernesto Anfossi
1889
[Verso]
PROPRIETÀ LETTERARIA
Milano—Stabilimento Tip. E. Trevisini—Roma
DON GIOVANNI VERITÀ
Casolavalsenio, 25 dicembre 1885.
I.
Sono caduto il giorno tre di questo mese nel pomeriggio. La giornata era fosca. Grosse nuvole oscillavano nel cielo sotto la pressione di un vento troppo alto per essere sentito. L'aria, ancora più calda che umida, bagnava tutte le piante come di un sudore malato.
Nella caduta non ero solo, ma fortunatamente fui solo ad azzoppirmi.
Ed ecco come avvenne.
Non so bene se raccontando questo ubbidisca alla ridicola ed inesorabile vanità, che ci spinge a farci centro del mondo e a trovare nella compassione o magari nel disprezzo della gente un sollievo ai nostri dolori. Soffrire non è nulla, e sarebbe forse invidiato, se tutti dovessero accorgersi delle nostre sofferenze e stimarci più di prima, e sopratutto più di sè stessi. La nostra personalità afflitta nel corpo cerca compensi nell'anima e, poichè questa vale più di quello, tira a credere e a far credere che gli spasimi fisici abbiano, per chi patisce e per chi vede patire, valore morale.
Invece non hanno significato che per la patologia.
Avvenne così.
La sera al caffè piccolo e fumoso, pieno di braccianti, dove vengo a passare la prima parte della notte quando villeggio a Casola, alcuni gruppi di giovinotti, vantando mandati di Società Operaie, erano venuti a scongiurarmi di rappresentare Casola ai funerali di Don Giovanni Verità. Il Municipio, dominato da tutte le bigotterie e le imbecillità proprie dei contadi, non osava andare a Modigliana. L'arciprete, il priore, i grossi elettori montanari sempre padroni, avrebbero urlato d'indignazione se Casola fosse stata ufficialmente rappresentata alle esequie di un prete, che aveva avuto il torto di salvare la vita a Garibaldi. Giù nella folla, invece, alcuni vecchi garibaldini e molti giovani socialisti strepitavano incolleriti da una inerzia che avrebbe reso Casola ridicola presso tutti i comuni della provincia. Infatti i paesi di val di Senio, val di Lamone e val di Santerno avevano aderito o si preparavano a mandare rappresentanti e bande musicali ai funerali dell'ultimo prete rivoluzionario. Nel caffè il puzzo del carbone, il fumo delle pipe, il sito degli abiti, il fiato del vino bevuto, la veemenza delle parole e dei gesti mozzavano il respiro. La marea dello sdegno saliva.
Tutti i piccoli e fanatici odii municipali soffiavano in questa questione, della quale nessuno capiva la vera importanza. In fondo a tutti gli elogi prodigati al vecchio prete si sentiva ancora una diffidenza, quasi un disprezzo che non osava analizzare sè stesso, ma che vibrava ad ogni ironia lanciata alla sua memoria da qualche scettico o avvinazzato. Don Giovanni era morto affermandosi prete, ma ricusando di smentire la propria vita politica per ricevere i sacramenti. I giornali della sera erano tutti pieni di commenti alla sua dichiarazione.
Io stavo leggendola. Non era gran cosa e non palesava nè un gran carattere nè una grande mente. Analizzandola attentamente molti sospetti ne venivano alla riflessione. Al capezzale di quel povero e semplice prete una fiera battaglia doveva essere scoppiata fra coloro, che mandati dal vescovado avrebbero voluto dal cappellano garibaldino una abiura di tutta la sua vita, e gli altri, rappresentanti officiali o officiosi del partito radicale, che dopo essersi serviti di Don Giovanni come di una catapulta per battere i molti bastioni del clericalismo paesano, avrebbero forse preteso da lui una dichiarazione d'incredulità.
Avevo finito di leggere i giornali e ascoltavo distrattamente i discorsi. In essi nè commozione nè sentimento vero. Molti vantavano il coraggio e l'abnegazione di Don Giovanni, nessuno lo stimava buon prete.
—Se ti fossi trovato in punto di morte, chiesi al custode del camposanto, tremulo per le sbornie di gioventù smesse un po' troppo tardi e ora vecchio bonario agitato tratto tratto da impeti liberaleschi: avresti chiamato Don Giovanni?
Egli si fermò di soprassalto. La gente non ci aveva udito, ma la mia domanda lo aveva percosso nel petto come una piattonata di sciabola.
Agitò la testina calva e rossa, troppo rossa ai pomelli, gittando intorno un'occhiata diffidente.
—Filomena! gridai alla caffettiera: porta un bicchiere di acquavite a
Venanzio.
Questa cortesia lo decise. Abbassò il volto, si strinse nelle spalle e coll'aria di chi confessa un secreto, che tutti sanno ed approvano ma niuno osa rivelare:
—Uhm! Io ho già deciso da un pezzo di chiamare il canonico.
E alludeva all'arciprete diventato canonico in Imola, già annunziato per vescovo, prete signorile e fanatico precisamente all'opposto di Don Giovanni.
Io sorrisi rivolgendomi per rispondere a un gruppo di giovani, che mi avevano già circondato.
Volevano andare a Modigliana collo stendardo della società operaia, poichè il Municipio rifiutava la propria bandiera, ma sempre per l'onore del paese avrebbero preteso un oratore. Io, convinto di molti libri stampati e di parecchie orazioni politiche, solo letterato del villaggio, dovevo prestarmi al loro bisogno. Ricusai. Non avevo e non dissi buone ragioni a ciò: ringraziavo dei complimenti. Essi insistevano esagerandoli; a Modigliana sarebbero convenuti d'ogni parte d'Italia rappresentanti, e quella era bene una circostanza propizia per me e per Casola. Un certo orgoglio paesano vibrava nelle loro frasi; la bontà delle loro intenzioni rendeva simpatica una insistenza già cortese di per sè stessa, e nulla meno una secreta inesplicabile ripugnanza m'impediva di acconsentire. Un non so quale terrore, un presentimento di sventura m'involgeva la coscienza.
Lo compresi più tardi.
Dovetti accondiscendere. Allora avrebbero voluto che prendessi meco in biroccino lo stendardo della società operaia per non portarlo essi sulle spalle faticando pei monti. Feci loro riflettere che la bandiera lunga come una partigiana, dal fodero vivace, sul mio biroccino rosso e piccolo tirato da una rozza veemente e semistorpia, avrebbe reso ridicolo in me il rappresentante, al quale tenevano tanto; mentre a una svolta di strada la punta della lancia avrebbe potuto cavare un occhio a qualche cittadino. Sorrisero e ne convennero.
Io sarei partito l'indomani, essi nella notte in drappello a traverso i monti.
E i discorsi proseguirono. Un vecchio garibaldino d'umore faceto e poetico, che aveva conosciuto Don Giovanni in una campagna con Garibaldi, si pose a raccontare degli aneddoti. In uno di essi, il più piccante, generale e cappellano avevano amato in comune una monaca della carità, gran signora francese, che avrebbe così trovato modo di sfogare con loro il proprio entusiasmo eroico e il proprio sentimento religioso. Il garibaldino leggermente avvinazzato narrava, inventando, i particolari più scabrosi dell'avventura; il pubblico credeva e commentava, dimenticando il riserbo di poco prima e giudicando finalmente Don Giovanni per uomo di coraggio, fortunato nell'essersi fatto un nome col salvare Garibaldi, ma di nessun ingegno e pessimo prete.
Non uno solo nel caffè che lo ammirasse e lo amasse.
Un altro lo paragonò a un prete del paese morto non era guari di apoplessia e vissuto sempre ubbriaco. Il paragone parve esatto. Nullameno qualcuno dei giovani socialisti protestò più per dovere che per sentimento; secondo lui Don Giovanni non era stato un vero prete, ne conveniva, ma tutti gli altri preti non erano veri uomini.
E la discussione deviò.
Sulle dieci tornai a casa. Un amico insisteva ancora per accompagnarmi a Modigliana; avevo acconsentito.
Quando fui solo seguitai a pensare a Don Giovanni. Avevo inteso il suo nome fin da ragazzo nei racconti di famiglia, lo avevo poi letto sovente nei giornali, udito sulle bocche del popolo ad ogni circostanza della epopea garibaldina, ma non avevo visto Don Giovanni che una sola volta.
Ed era stato a Faenza in un Comizio per la morte del Generale.
Il Comizio si teneva nel teatro Comunale. La sua sala piccola ma elegante malgrado alcuni capitali difetti di architettura, male illuminata da poche finestre aperte nei fianchi del palcoscenico, aveva in quel pomeriggio un'aria malinconica e quasi solenne. Una folla bruna e fremente, a volta a volta chiassosa, lo riempiva, lo stipava oscillando, vibrando, sollevandosi, abbassandosi in movimenti ritmici che la facevano assomigliare ad un'inondazione. Tutti i palchi ceduti buono o malgrado dai proprietari erano zeppi di uomini e di ragazzi, che si ammucchiavano sui parapetti, s'ammonticchiavano dietro sui sedili, avvolti nell'ombra cupa della tappezzeria mostrando talvolta la faccia biancastra per un raggio che cadeva di sbieco. Una ondulazione li faceva ogni tanto curvare la testa verso la platea per rialzarla poco dopo verso il loggione con atto curioso ed insieme pauroso. Gli abiti a festa erano generalmente scuri, i cappelli a cencio. Le fisonomie in tale luce non si coglievano, ma si sentiva come una fisonomia generale, un fondo di lineamenti, che rimaneva fermo in quella mezza tenebria e faceva che tutti si rassomigliassero: e, doloroso a confessarsi, l'aspetto del popolo non era bello. Tutte quelle faccie chine, strette, che sembravano toccarsi nella luce scialba filtrante dagli invisibili finestroni laterali del palcoscenico, avevano perduto il rilievo della propria individualità per non parere più che un allineamento di chiazze, nelle quali un giallore di carta pecora sembrava mettere un'ultima verità di malattia. I visi così spiattellati non conservavano che gli occhi, i capelli e le barbe: qualche sorriso o qualche urlo in un angolo aprendo una bocca lasciava brillare fugacemente una bianchezza di denti entro una oscurità più piccola e più densa; molte cravatte rosse mettevano sulle vesti certe righe di sangue che il balenìo bianco delle fibbie di acciaio sui cappelli, simile a un balenìo d'armi, avrebbe potuto a una fantasia troppo eccitabile spiegare sinistramente. La folla strepitava scherzando con tale veemenza che sembrava di minaccia. E non vi erano o non si vedevano signori. L'impressione era di una immensa plebe, sciaguratamente vestita a festa e quindi anche più brutta, che aveva tutto inondato con un senso feroce di conquista. La gente cacciatasi nei palchi non vi si poteva calmare, inebbriata di quella specie di sfregio fatto intenzionalmente ai padroni assenti, troppo timidi per difendere i propri palchi, mentre il Municipio, vile al solito in faccia alla folla, aveva persino ceduto i palchi non suoi.
Le vanterie dell'assalto rimbalzavano da palco a palco ora che tutti erano rivoluzionalmente occupati. Molte mani gesticolavano per aria in segno di trionfo o agitavano cappelli: parole oscene scoppiavano, affermazioni superbe di monelli che gremiti nel palco della Prefettura e della Giunta municipale vi assumevano con grazia scimmiesca atteggiamenti gravi di magistrati, ma per lanciare subito altre urla di gazzarra, ricomponendosi a un rimbrotto inaspettato, accendendo tutti i razzi di un riso inconscio e strepitoso, pel quale l'aspettazione di quanto deve succedere vale più di quanto succederà. Poi le figure accigliate e le pose impettite dei ribelli importanti sempre in agguato per cogliere una circostanza nella quale mostrarsi e che disseminati nei palchi col piccolo cappello floscio sull'occhio sogguardavano con occhiate brevi di padroni, assorti in un raccoglimento di oratori che si dispongano ad improvvisare, o vigili in una curiosità d'impresarii che temano per il proprio spettacolo. Fra di essi brillavano a forza di medaglie le vanità legittime, ma appunto per questo meno simpatiche, dei veterani garibaldini col cappello sormontato da penne, affettanti nell'orgasmo di tutti una boria che la grandezza dei fatti compiuti poteva certamente giustificare, ma che la semplicità eroica del loro modo non consentiva; e questi fra la nuova folla dei giovani rivoluzionari, ai quali Garibaldi non piace più, sembravano dispersi, talvolta incoraggiati da sorrisi, tal'altra rattenuti dal sarcasmo di una occhiata o di una parola.
A mano a mano che il teatro si stipava, cresceva il rumore. Il primo ordine dei palchi, quantunque gli usci ne fossero aperti, era stato invaso dai parapetti; la gente arrampicatasi sul basamento vi si era lanciata strepitando, cadendo a grappoli sui sedili, brancicando le tendine, strappando e ridendo. Pareva una festa. Agli altri ordini, i primi arrivati s'erano chiusi nei palchi e ricusavano d'aprire agli ultimi. Pochi o nessuno fra i proprietari invece aveva però osato far questo o, facendolo, aveva ceduto il posto d'onore a qualcuno della plebe come a un parafulmine che dovesse difenderlo in caso d'uragano nella platea o nel loggione. Quindi rintronavano pugni negli usci, urla di minaccia e di scherno. I conquistatori già calmi nel diritto fondamentale della proprietà, l'occupazione, sentendo percuotere sulle porte si voltavano dai parapetti con sorrisi di sprezzo o guardavano per le griglie e, se per caso era un proprietario diventato coraggioso per curiosità, si consultavano sul caso e finivano quasi sempre per aprire. Ma il proprietario doveva restare nel fondo del palchetto. Tra il frastuono della gente che strepitava per strepitare, così ingannando il tempo dell'attesa, si coglieva l'insistenza di certe voci, ed erano di compagni che dispersi nell'impeto dell'ingresso in teatro tentavano invano di riunirsi, giacchè abbandonando il proprio posto si era bensì sicuro di perderlo, ma non già di riguadagnarne un altro.
Molti invece si drizzavano gettando un grido, tentando un gesto nello spasimo di attirare l'attenzione della folla, e vinti dalla penombra che spesso non li lasciava più nemmeno riconoscere, dalla agitazione di tutti che non badava ancora ad alcuno, ripiombavano sopra sè stessi con certi atti di scoraggiamento, nei quali osservando da vicino si sarebbe forse notato del rancore.
Al quarto ordine ammirabile per disegno, uno dei più belli dell'architettura italiana, coi vani dei palchi quasi in quadro, i parapetti bassi bassi, i tramezzi nascosti da statue di eccellente stile decorativo, la folla si era stipata a piramidi, gli uni sulla schiena degli altri, di maniera che i primi appoggiati col petto sul davanzale sembravano dover soffocare, ed invece ciarlavano. Altri sporgevano temerariamente col busto e avevano gesti da nuotatori guardando in basso, o aggrappati agli stipiti accennavano di passare da palco a palco sullo spessore dei cornicioni, o afferrati ad una statua vi facevano un'oscena macchia nera. Un'immensa allegria saliva dalla fitta platea, s'insinuava nei palchi, scorreva per le corsie, gorgogliava, ricadeva straripando dal loggione. La moltitudine disoccupata e sovrana di sè, non avendo nulla a fare e niuno cui obbedire, sentiva istintivamente la comicità della propria situazione; cominciavano già le ironie al comizio eccitate dai significati che la varietà dei palchi attribuiva agli invasori. In quello del Prefetto, un gruppo di ragazzi, più numeroso e compatto del Consiglio Comunale, rappresentava, momentaneamente il Governo: nell'altro della Giunta un'orda di beceri sghignazzava intorno ad un piccolo borghese ingenuamente repubblicano, capitato al comizio come in duomo e che spaventato dal baccano aveva presa la più mortificata delle fisonomie. La platea se ne era accorta, e rideva. Nel palco della deputazione teatrale due lavandaie, le sole donne che si vedessero al comizio, ne rappresentavano apparentemente anche la sola pulizia.
—Sei brutto! tuonò improvvisamente un vocione, e si vide un gesto indicare un ometto calvo, dalla faccia ignobile e cadaverica, che occupava in un palchetto del secondo ordine il posto della più bella signora del paese.
Tutti capirono a volo l'allusione del confronto, ed applaudirono.
Egli comprese, arrossì, avrebbe voluto fuggire, ma i compagni lo rattennero fischiando.
—Viva Garibaldi!
—Viva Mazzini!
—No, viva la comune!
—Viva Garibaldi e la rivoluzione sociale!
—Viva Garibaldi!
E questo nome dominava, riuniva tutti gli evviva. Una frase, nella quale si distinse solo la parola carabina, suonò e si perdette nel frastuono del loggione. Poi si intesero fuori lontano degli squilli di fanfara e un fremito corse in tutte le persone, che si voltarono istintivamente alla porta. Il corteo, che avrebbe dovuto formare il vero comizio, si avvicinava e il teatro era già pieno.
E dalla porta tutti gli sguardi si riportarono sul palcoscenico. Una scena calata in fondo lo lasciava in tutta l'ampiezza del suo vano. A sinistra una luce filtrante da un vicolo per gli aperti finestroni lo illuminava melanconicamente. La tela, che lo chiudeva in fondo, rappresentava una parete di camera aristocratica colla porta tutta ornata di goffi rabeschi: due ritratti degli antenati comuni a tutte le commedie, un cavaliere del secolo passato in cappellaccio piumato e bavarina bianca, e una dama scollacciata, in abito rosso orlato di merletti bianchi, lo fiancheggiavano; e al di sopra della porta un piccolo quadro chiuso in una povera cornice dorata rappresentava Garibaldi. Il Generale era dipinto colla berretta in capo, avvoltolato nell'immenso mantello cilestro. La sua testa rimasta bella attraverso le falsificazioni di tutti i ritratti si distingueva male, e nullameno tutti la riconoscevano e a tutti quella nobile e semplice fisonomia faceva la stessa impressione. Non uno degli schiamazzatori che, voltandosi al palcoscenico ed incontrando quello sguardo immaginario, non smettesse di vociare colto da un senso affettuoso e pauroso di rispetto. Sotto al ritratto del Generale, più innanzi verso la ribalta, una lunga tavola coperta di un vecchio tappeto mezzo lacero, prestato dalla generosità del Municipio, aspettava il Comitato del comizio: una poltrona interrompeva a mezzo la fila delle sedie imbottite promettendo nel Comitato un personaggio, che nessuno ancora conosceva. La poltrona era di un rosso sbiadito e bisunto.
Chi mai l'avrebbe occupata?
Questa domanda, che mi rivolgevo mentalmente, la sentii ripetere più volte intorno a me.
Sulla tavola quattro candelabri d'argento a tre branche cariche di candele steariche, che sgocciolavano sotto il vento delle finestre imitando la fiamma delle torcie, non accrescevano per nulla la luce al palcoscenico. Pochi individui vi passavano ancora, forse incaricati della polizia del comizio, faccendieri vestiti anch'essi a festa e tutti superbi di occupare momentaneamente la scena destinata agli oratori e ai principi del Comitato.
Gli squilli della fanfara si avvicinavano sempre; la moltitudine si era calmata improvvisamente.
Dal mio palchetto di secondo ordine, già abituato alla poca luce della sala, non perdevo una fisonomia della moltitudine. Il grosso e bel lampadario solito ad illuminare il teatro era scomparso dietro il zodiaco della vôlta lasciando libera in giro la vista dei palchi. L'aria era calda, la gente già in sudore si asciugava le fronti.
—Viva Garibaldi!
—Viva l'Eroe! s'intese dal loggione.
In quel momento le fanfare entravano nell'atrio del teatro, e una colonna compatta, irresistibile sfondando la folla accalcata sulla porta della platea, si dilatava dentro la sala in torrente. Il corteo era arrivato. Quasi contemporaneamente dalle quinte a destra del palcoscenico irruppe un'onda di bandiere. La musica era cessata forse per la impossibilità di mantenere le bande allineate nelle corsie, ma le ultime note dell'inno garibaldino vibravano ancora nell'aria. Un immenso fremito corse nel teatro. Tutti quegli stendardi dalle lancie dorate, dai colori vivaci ondeggianti, che sfilavano e s'accalcavano sotto il ritratto del Generale, benchè appartenenti a pacifiche società operaie, parvero parlare a tutti di battaglie; e i sibili della seta, i riverberi delle frangie, l'addossarsi dei gruppi che per la esiguità dello spazio si scomponevano entrando l'uno nell'altro mentre i vessilli oscillavano, le trombe finalmente arrivate lanciavano gli ultimi trilli e la luce intercettata da tutto quel tumulto si velava, sembrarono comunicarlo alla folla. Le bandiere erano così alte e folte che il loro panneggiamento copriva tutto lo sfondo intorno al Generale. Le fantasie s'infiammarono, i cuori batterono. A tutti sembrò che quel ritratto si animasse. Le memorie delle cento battaglie vinte, degli eroismi prodigati, ripalpitarono in fondo a tutte le coscienze, mentre una bontà di commozione dolorosa e superba, riavvicinandole, traeva un urrah irresistibile da tutti i petti.
La figura di Garibaldi saliva fra le bandiere in una luce tragica di crepuscolo.
Tutte le miserie e le ridicolaggini inseparabili da un comizio popolare erano scomparse: egli solo restava, e la dolcezza del suo occhio azzurro che nessuno vedeva e tutti sentivano, la semplicità epica del suo abbigliamento così simile alla sua vita e alla sua morte, sollevarono da tutti i cuori come un immenso peso.
Ma improvvisamente si fece un gran silenzio.
Garibaldi era morto, quelli erano i suoi funerali!
Forse fu illusione, ma mi parve che tutti fossero impalliditi; certo tutti istintivamente si erano levato il cappello.
Nessuna voce, nessun evviva osava rompere la solennità di quel rispetto.
Intanto mutamente, compostamente, il Comitato del comizio si disponeva intorno alla tavola.
Quindi al rilassarsi di quella tensione troppo forte s'intese nel teatro il sommesso rumorio della gente che si accomodava quanto meglio poteva per assistere a una lunga ed interessante rappresentazione. Tutta la platea, poichè ne erano state levate le panche, stava in piedi così densa che nemmeno un grano di miglio cadendovi, secondo il vecchio proverbio, avrebbe toccato l'assito; nei palchi la ressa s'era acquetata subitamente: appena qualche moto provocato dalla positura insostenibile di uno spettatore vi si coglieva e cessava. Volsi un'occhiata in giro. Tutto il teatro rigurgitava. La folla, impossibile a credersi e a descriversi, era raddoppiata: al quarto ordine molti individui si reggevano alle statue. Ercole aveva un cappello nero sulla testa, Nettuno ne teneva un altro sul tridente.
Si aspettava.
A fianco della gran tavola un'altra più piccola era occupata dalla stampa: intorno al Comitato seduti, stretti, incredibilmente stretti, tutti gl'invitati e i rappresentanti delle società romagnole democratiche stipavano il palcoscenico. Molte teste espressive spiccavano, molte medaglie lucevano sui petti. Cercai cogli occhi Giuseppe Cesare Abba, eroica e gentile figura di troviero diventato poi lo storico della spedizione di Marsala, la sua prima campagna di giovinetto: ma non lo vidi. L'anno dopo egli solo parlò del Generale, alla commemorazione della sua morte, in un discorso che fu un canto di allodola interrotto da strida di aquila.
I rettori del comizio sembravano agitati. Alcuni erano calvi, altri canuti, nessuno aveva sembianza di soldato, tranne l'ultimo a sinistra, un fornaio, bella figura di littore romano, tozzo ed energico, che non potendo restar seduto era venuto a postarsi presso l'ultima bandiera e gladiatoriamente atteggiato pareva quasi pronto a brandirla al primo impeto di rivolta. Vicino alla poltrona centrale occupata da un signore ventruto, il sindaco giallo, sottile come una distinzione scolastica, floscio si accasciava sul tavolo cercando fra alcune carte che erano forse telegrammi. Alla sua sinistra la testina viva, oramai bianca ai capelli e tutta rossa al viso di un medico toscano, vecchio democratico dalla frase violenta e dall'accento gentile, si torceva vivacemente parlando con chi le stava dietro.
Degli altri le fisonomie svanivano nella penombra.
E il comizio cominciò colle solite agghiaccianti formalità.
Ma quando uno degli oratori si trasse leggermente in disparte e col braccio spinse innanzi una figura nera, recalcitrante, e con enfasi di voce gridò:
—Ecco Don Giovanni Verità, il salvatore di Garibaldi!
La scossa nel pubblico fu così violenta che produsse come un tuono.
Primo il Comitato si era levato, e dietro lui tutti gli invitati avevano fatto altrettanto. Le bandiere salite più alto del ritratto del Generale squassavano guerrescamente e tutti dalla platea, dai palchi, dal loggione, protesi coi cappelli in mano gesticolando, urlavano con un impeto, uno scroscio irrefrenabile ed onnipotente. La violenza dell'urrah era tale che quasi vi si sarebbe sospettata della collera. Cresceva sempre, saliva di tonalità arrivando allo spasimo dell'impotenza, mentre le voci meno robuste strozzate dallo sforzo rantolavano o guaivano e nei gesti cominciava come un tremito di disperazione. Ma l'urrah aumentava ancora, come un vento che sollevava tutti i cappelli, investiva le bandiere, agitava le fiamme dei candelabri, ruggiva nella penombra dei palchi, s'ingolfava nelle corsie, urtava nella vôlta e, riabbassandosi, strisciava su tutti i palchi, e tutti vi sorgevano per lanciarsi nella sala, di cui la folla sollevata da un conato incomprensibile si premeva contro il parapetto del palcoscenico e stava per soverchiarlo.
In quell'urlo nessuna parola era possibile, nessun gesto intelligibile.
Poi tutte le bandiere, alte dinanzi al ritratto del Generale, quasi sventolanti al vento di quell'ululo oceanico, si abbassarono contemporaneamente come per istinto colle lancie verso la testa del prete, scoprendo il ritratto del morto Generale.
Erano gli stendardi di cento vittorie, che si chinavano a toccare la veste del prete che aveva salvato il vincitore. Non si videro più che la testa del Generale olimpicamente sorridente e la testa del prete curva come le bandiere, quasi nel dolore di averlo invano salvato, poichè alla fine il Generale era morto.
Perchè dunque applaudire? Garibaldi era morto!
Le bandiere sempre più chinate parevano cadere, il volto del prete piegato sul petto si era coperto di un pallore cadaverico.
Era la festa della morte.
Garibaldi era morto, Don Giovanni non tarderebbe molto a morire.
Lo osservai.
Benchè tutti fossero ritti intorno alla tavola, la sua figura spiccava singolarmente. Non era nè molto alto nè molto grosso, ma si sentiva ancora in lui una vigoria senile, che rendeva facilmente credibili tutte le avventure eroiche della sua gioventù. Il suo soprabito nero da prete non differiva quasi più dagli abiti degli altri signori del Comitato, ora che la testa china tristamente sul busto gli nascondeva il collare.
Capelli grigi e duri la coprivano così che la chierica vi si distingueva appena. Una profonda commozione lo sopraffaceva. La bufera dell'applauso passando sopra la sua testa, pareva piegarla senza scuoterla, mentre le bandiere curve al pari di lui sotto lo sguardo del Generale in una tragica stanchezza ubbidivano forse al medesimo irresistibile senso di morte, che l'entusiasmo soldatesco di quella ovazione non vinceva più.
Io lo osservavo.
Le sue mani ossute, brune dal sole di tutta una vita di caccia, e più scure in quella penombra, tremavano sul cappello da prete posato ingenuamente sul tavolo: lo sforzo come di un singhiozzo represso gli sollevava a volta a volta le spalle. Improvvisamente con atto affaticato, disperato di naufrago, sollevò la testa.
Era un bel volto nero di contadino dai lineamenti angolosi, livido in quel momento e nullameno impresso d'una grande aria di bontà. La fronte naturalmente bassa erasi alquanto alzata in un principio di calvizie, che pel colore più bianco della pelle la cingeva come di una benda; l'arco dei sopraccigli vigoroso e sporgente ombrava senza nasconderlo il suo sguardo scintillante di cacciatore. Tutto il volto raso e rugoso tremava di una commozione, che metteva come un sorriso in tutti i suoi lineamenti modellati robustamente sulle ossa. Gli zigomi erano sporgenti, il mento quasi quadro come negli uomini capaci di forti azioni, gli occhi rotondi, il loro colore non si distingueva, acuti e vibranti come quelli di un falco. Ma la sua bocca colle labbra di un rosso cupo di mattone lasciava vedere i denti ancora bianchi a traverso un sorriso timido, che i fremiti di quel trionfo scomponevano ad ogni istante.
Stava piegato, ma era naturalmente un poco curvo.
Le sue spalle larghe e quadre si erano leggermente incurvate col peso degli anni; nullameno ognuno di quel popolo osannante avrebbe potuto ancora salirvi senza piegarle maggiormente. Garibaldi vi era montato per guadare un fiume rigonfio e lo avevano portato asciutto ed incolume all'altra riva. Era stato in una fosca notte di temporale scelta abilmente dall'eroico prete.
Se ne ricordava egli in quel momento, mentre tutta Faenza applaudiva e tutta l'Italia fremente e l'Europa stupita ripetevano il suo nome raccontando l'epico aneddoto di quella notte? Quando nel buio di quella tempesta notturna, al mattino della quale era così facile essere sorpresi e fucilati, giunti in riva al torrente aveva imposto a Garibaldi, l'intrepido marinaio invano recalcitrante, di salirgli sulle spalle colle semplici e superbe parole:
—Generale, voi conoscete il mare, ma io conosco il mio fiume! e si era lanciato nell'ombra entro l'acqua furiante: aveva egli pensato che verrebbe un giorno, nel quale tutto il mondo lo ringrazierebbe, e che la storia scriverebbe il suo nome sulla pagina breve e luminosa degli eroi di questo secolo?
Lo guardavo attentamente: ebbene, giurerei che anche allora egli era semplice ed ingenuo come in quell'istante nel quale rischiando la propria vita si era appena accorto del pericolo. Nessun orgoglio, nessuna spavalderia gli venivano da quel trionfo, nel quale tutti ingrossavano forse la voce per la speranza di farsi notare. La teatralità di quella scena antipatica malgrado la sincerità della commozione generale gli sfuggiva interamente; il suo volto restava tranquillo, le sue mani non facevano un gesto, mentre il suo orecchio sembrava non udire alcuno dei mille complimenti che i più vicini gli susurravano.
Tutti gli invitati del palcoscenico si erano stretti intorno a lui: nessuno osava toccarlo con una mano, ma le spalle e i volti si premevano sul suo. L'umiltà della sua posa umiliava quella gente tanto a lui inferiore e così superba del proprio strepito. Se tutti non volevano essere ringraziati, tutti avrebbero almeno preteso che egli sentisse per un minuto la sincera grandezza di quel trionfo meritato da tutta la sua vita.
Una profonda emozione s'era impadronita del mio animo.
Era dunque vero che tutti gli eroi fossero semplici e tutte le feste volgari? Nessun popolo per quanto buono o ingenuamente commosso, stringendosi colle lagrime della riconoscenza o col singhiozzo dell'entusiasmo intorno ad un eroe, non giungerebbe dunque mai a toccare la sua anima, poichè nella meraviglia universale per la propria azione questi sentirebbe la bassezza della umanità e l'insufficienza di ogni grandezza individuale?
L'umanità è dunque ben piccola se gli eroi sono così grandi!
Ma Don Giovanni alzò finalmente il capo. Il semicerchio delle bandiere si era stretto in quel tumulto intorno ai capi della tavola, cosicchè una arrivava quasi a toccarlo colla lancia dorata. Egli la vide, corse collo sguardo su tutte le altre, che gli si appuntavano quasi al petto, cercando ansiosamente il Generale.
Garibaldi era là, vestito come nelle battaglie, sorridendo come da vivo in faccia alla morte, come un immortale per cui le follie della gratitudine o della sconoscenza non hanno più valore, buono ma altero, ora che il genio della sua vita, compiuta l'opera, era salito nella storia.
—Viva Garibaldi! tuonò la moltitudine, che comprese per istinto quello sguardo di Don Giovanni.
Don Giovanni si volse, aperse la bocca, fece un gesto vivace, urlando forse un viva Garibaldi che non s'intese e ricadde seduto, quasi intendendo così di scomparire nella gloria del generale che aveva salvato, dell'amico che aveva perduto.
Il comizio proseguì.
Molti oratori parlarono commentando la vita di Garibaldi, ma il popolo restava freddo, malgrado la voglia che tutti avevano di commuoversi e di applaudire. I discorsi male concepiti, peggio pronunciati, fors'anco poco intesi passavano nel silenzio del pubblico come un mormorio insignificante. Le bandiere ritte intorno al ritratto del Generale non squassavano più, l'inno dell'epopea garibaldina era cessato da un pezzo. I suonatori borghesemente vestiti non si discernevano nella folla.
Al banco della stampa i giornalisti scrivevano con atteggiamenti e velocità di copisti.
E appena un oratore finiva ne sorgeva un altro: parevano una nidiata di pulcini uscenti dal pollaio per pigolare intorno al cadavere di un'aquila.
Che ne sapevano essi di quest'aquila, che aveva visitato tutte le terre, valicato tutti gli oceani, gridato vittoria sull'albero di cento navi, sulle torri di cento fortezze, sulla cima di cento bastioni, sulle Alpi e sulle Cordigliere, sul Campidoglio e sull'Etna, aspettata e conosciuta da tutti i popoli? Che ne sapevano essi di quest'aquila così tremenda e così mite, così indomabile e così mansueta, che figlia delle aquile romane e napoleoniche aveva lacerato l'aquila bicipite d'Asburgo fra gl'inni di tutti i poeti e gli anatemi di tutti i papi, mentre al suo strido i falchi della plebe rispondevano esultando dai tetti e i gallinacci della borghesia fuggivano chiocciando per i cortili a riparare nelle stalle?
Che ne sapevano essi?
Quale dei molti garibaldini accalcati nel teatro aveva una coscienza chiara ed intera della epopea cui aveva preso parte? Chi aveva capito il significato delle sue battaglie così piccole militarmente e delle sue vittorie moralmente così grandi?
In questo secolo che comincia con Napoleone e si chiude con de Moltke, perchè Garibaldi un soldato quasi di ventura che comandò sempre pochi battaglioni, un ignaro che dalle scuole non apprese nulla e alle scuole non lascia nulla, che veniva non si sa donde e andava dove pochi, oggi egli morto, sanno ancora: che predicava la pace in mezzo alle battaglie, creava una nazione con una piccola orda di armati, fondava una monarchia affermando una repubblica, regalava libertà ai popoli e reami ai re, conquistava una patria agl'italiani e perdeva la propria, rovinava il papato in faccia al mondo e assicurava la repubblica francese contro l'Impero germanico, moriva a Caprera nudo e povero come lo scoglio al quale nudo e povero aveva approdato: perchè Garibaldi che i centurioni degli eserciti stanziali deridevano, che i ministri spregiavano, che i popoli stessi sembravano abbandonare, perchè morendo diventava così incredibilmente grande e soverchiava Napoleone e Moltke, e tutti dall'America adolescente all'Asia decrepita, dall'Europa ancora centro della civiltà all'Africa ancora teatro della preistoria, dall'Australia che essendo una terra non è ancora potuto diventare un paese; perchè tutti dalle steppe della Russia dove un vero dispotismo schiaccia alle officine d'Inghilterra dove una falsa libertà assassina, dalle foreste germaniche ancora dominate da castelli feudali ai monti spagnuoli ancora ammalati di conventi cattolici, dalle isole che il mare fece libere e altere alle immense valli continentali tuttavia ombrate da millenarie monarchie; perchè da tutti i poveri, da tutti gl'infelici, da tutti i poeti, da tutti i prodi, da tutti i lavoratori, da tutti i pensatori, da tutti i giovani che anelano alla vita non conoscendola, da tutti i vecchi pronti ad abbandonarla avendola troppo conosciuta, scoppiava il medesimo sentimento, erompeva il medesimo urlo: Garibaldi non può essere morto, non deve essere morto, non è morto: evviva Garibaldi!
Forse appunto perchè era morto allora allora, nessuno poteva anco riconoscerlo bene.
Pochi sono gli occhi capaci di abbracciare tutto un paesaggio trascorrendolo, meno ancora gl'ingegni così larghi da comprendere tutto un fatto nel quale abbiano vissuto ed agito.
Come ogni vero grand'uomo, Garibaldi è un immenso viluppo di contraddizioni, che la sua anima unificava, ma nel quale gli altri si perdono analizzando.
Gli oratori del comizio non vi si smarrivano nemmeno perchè non vi arrivavano.
Nessuno di loro si chiedeva il significato della nostra risurrezione, il perchè l'Italia e la Grecia dopo diecine di secoli riapparissero nel mondo col nome di nazione, mentre nella storia come nella vita non vi sono e non vi possono essere risorti. Quali idee riapportavano dunque la nuova Italia e la nuova Grecia? Come dalle sue generazioni decrepite, per replicate infusioni di sangue barbaro e di idee civili, era sorta un'altra gente? Quale secreto veniva essa a rivelare? Dov'erano i segni della sua nuova vita, i testimoni della sua legittimità? Nell'attuale civiltà, che mischiando tutti i popoli ha fusi tutti i caratteri, certo è ben più difficile il distinguere le nazionalità spirituali che non nella storia antica ancora senza unità apparente e tutta occupata dall'antagonismo delle razze onde era composta: ma poichè la storia è una tragedia, nella quale ogni popolo è un personaggio che deve avere qualche cosa a dire o a fare, bisogna pure riconoscerli tutti sotto pena di non comprenderne alcuno.
L'Italia moderna deve avere quindi alcuni uomini grandi diversi da quelli che formarono l'Italia antica, perchè nella storia non vi sono duplicati e ogni grande vi è fatalmente originale. Quali erano dunque le figure veramente nuove dell'ultima Italia? Da quali caratteri derivava la loro originalità? La nostra rivoluzione figlia del 89 perchè aveva tardato mezzo secolo a prodursi e che cosa aggiungeva ai principii che l'avevano creata, al disegno storico nel quale entrava? Conchiusa entro la monarchia costituzionale dei Savoia, la più vecchia, la più abile se non sempre la più illustre e generosa delle case dinastiche d'Italia, non aveva certamente avuto origine monarchica, mentre tutti gli eroismi di pensiero e di azione, coi quali aveva trionfato, sembravano aspirare a una forma più alta e più pura di governo: e nullameno una piccola monarchia montanara, della quale le ultime tradizioni erano meno che gloriose, l'aveva costretta nel proprio àmbito, coordinando il suo impeto e profittando delle sue vittorie, logorando il suo entusiasmo e organizzando i suoi bisogni, uccidendo il suo ideale e rianimando i suoi interessi.
Se la forma monarchica aveva vinto sulla repubblicana, la vittoria era legittima, poichè nella storia i deboli e quindi i falsi non vincono mai; non pertanto questa vittoria poteva bene non aver creato la forma definitiva della rivoluzione, se alla morte di Garibaldi, il vinto volontario, i vincitori non osavano fiatare e tutto il popolo si levava altero in faccia alla monarchia, che aveva seppellito nella volgarità di un immenso trionfo artificiale il proprio re.
Vittorio Emmanuele dormiva sotto la vôlta del Panteon, deformato a tempio cristiano, in un silenzio di abbandono che i passi della guardia d'onore rompevano soli; ma Garibaldi vigilava ancora sullo scoglio di Caprera e Mazzini intendeva dai colli di Staglieno, mentre Cavour che li aveva entrambi avversati e battuti, riposava quasi dimenticato nel santuario di Superga.
Questi, forse il più destro e profondo politico di questo secolo, afferrando subitamente l'antitesi di una temporanea necessità monarchica nel moto repubblicano, vi aveva soverchiato le due massime figure, senza riuscire vincendo a mettere nel proprio governo un'anima schiettamente rivoluzionaria e moderna. Tutti, aderenti e ripugnanti, avevano sentito nella fatalità di questo processo che la repubblica era immatura, ma che la monarchia non poteva essere longeva. Quindi gl'interessi sopraffecero i sentimenti, Garibaldi riparò a Caprera e Mazzini rimase nell'esilio. Ma in essi solo era la vitalità e la legittimità della nuova Italia.
Italiani come l'Italia non ne aveva più avuto dopo Dante e Michelangelo essi furono mondiali: nel piccolo moto nazionale riassunsero tutti i principii dell'evo moderno, vincendo in Italia le loro vittorie appartennero a tutto il mondo. La rivoluzione del 89, che dopo l'Impero napoleonico la Francia non aveva potuto continuare fuori di sè stessa, ridivenne per opera loro universale. Se l'Italia non avesse prodotto Mazzini e Garibaldi non sarebbe risorta: essi furono i rappresentanti della sua terza giovinezza che ricominciava un'era nuova pel mondo. Quindi tutti i popoli se li appropriarono. Ogni moto liberale della prima metà di questo secolo si fece nel loro nome, per tutte le sconfitte ci fu del loro sangue, in tutte le vittorie ci fu del loro genio. La razza latina che aveva fatto la rivoluzione in Francia con Danton e distrutta l'Europa feudale con Napoleone, creava l'Europa liberale con Garibaldi e con Mazzini; mentre il suo antico genio dell'impero insegnava a tutti con Cavour la disciplina necessaria alla rivoluzione per riuscire feconda nelle inevitabili transazioni storiche. Ma Cavour ebbe molti rivali in questo secolo, benchè nessuno di loro potesse poi forse vantare risultati simili ai suoi, e Gladstone in Inghilterra, Bismark in Prussia, Frère Orban nel Belgio, Gambetta in Francia mostrarono nelle combinazioni parlamentari e diplomatiche un ingegno e una scienza certo non inferiore alla sua.
La rivoluzione italiana però rimase e rimarrà eternamente incarnata in Garibaldi e in Mazzini: Ercole e Prometeo, tanto maggiori oggi di quanto il mondo antico greco è inferiore al mondo moderno.
E il comizio finì freddamente.
Me ne ricordo: il pubblico era accigliato, quasi triste.
Aveva veduto il volto di Garibaldi in un ritratto, non aveva sentito l'anima di Garibaldi in nessuno di quei discorsi che avevano durato quasi due ore.
Don Giovanni era dileguato fra la folla.
Non lo vidi più.
Quella notte dopo la sua morte, ritornando dal caffè, pensai lungamente a Don Giovanni. La sua villica e schietta figura mi si presentava al pensiero in tutti i racconti della sua vita. Lo vedevo cinto di contrabbandieri trafugare ai confini della Toscana i rivoluzionari romagnoli, vestito di una piccola giacca col fucile sulle spalle: lo vedevo prete al letto dei malati, al banco degli sposi, agli altari delle chiese: lo ritrovavo cacciatore sui monti col gabbione sulle spalle, a sera innanzi la piccola casa curando gli uccelli nelle gabbie assistito dagli stessi monelli che lo aiutavano nel paretaio; lo seguivo nelle caccie alla lepre. Era un semplice e un forte. Alla mattina dissi che sarei partito per Modigliana.
L'amico che doveva accompagnarmi era un giovane signorile, fanaticamente liberale, che mi aveva spesso aiutato a ricopiare i libri che do alle stampe.
La giornata brumosa e fosca accennava a piovere. Nullameno, attaccammo il ronzino e partimmo. I monti in quella melanconia dell'autunno parevano più belli: i campi erano già seminati e i boschi cominciavano a perdere le foglie. Discendemmo a Riolo, dove molti che si disponevano a partire per Modigliana ci salutarono; erano tutti giovani eccitati che parlavano entusiasticamente di Don Giovanni. A poche miglia da Riolo calando verso Castel Bolognese ci trovammo davanti una lunga fila di biroccie cariche di legna: i birocciai, che al solito camminavano loro innanzi un cinquanta passi, si rivolsero al tintinnío delle nostre sonagliere, ma invece di ritornare ai loro cavalli per darci il passo seguitarono ciarlando. La strada non molto larga era quasi chiusa dalle biroccie. A sinistra le loro ruote rasentavano i mucchi della ghiaia preparata per l'inverno, a destra lasciavano un piccolo vano; misi il cavallo al passo, e riconoscendo inutile ogni appello ai carrettieri tentai di passare. Lo stretto era minimo ma sufficiente: però quando il mio cavallo arrivò colla testa alla groppa del cavallo da bilanciere della prima biroccia, questo si torse come per sferrargli un calcio. Il mio indietreggiò, una ruota scivolò dal ciglio della strada. Il cavallo, sentendosi tirare al petto dal peso del biroccino, si ritrasse di un altro passo; feci per saltare, era troppo tardi e rotolammo giù nel burrone. Non era molto profondo ed era il solo lungo la strada da Riolo a Castel Bolognese. Nel fondo alcune acacie vi ombreggiano una fontana che serve ai contadini dei dintorni, ma tagliate il giorno innanzi presentavano come tante cuspidi sui cespi. Cadendo dall'altezza di cinque o sei metri andai a battere col ginocchio destro, rattrappito, sopra una di quelle punte. La percossa fu così forte che quasi non la sentii, ma quando volli alzarmi, prevedendo che il cavallo rimasto a mezza costa nel primo sforzo per drizzarsi mi sarebbe rotolato addosso col biroccino, m'accorsi che la gamba non veniva.
—Mi son rotta una gamba, urlai al compagno che già stava in piedi incolume e sorridente.
—Che!
Il cavallo non si mosse. I birocciai avevano proseguito senza nemmeno voltarsi.
Quindi accorsero contadini dai prossimi campi.
Abbreviamo questo racconto che non può interessare alcuno. Per non svenire dallo spasimo mentre mi portavano di peso su per il pendio della strada, misi il labbro inferiore fra i denti e lo perforai senza accorgermene: fui trasportato nella casa più vicina. Il medico di Riolo, un amico, accorse prontamente e non constatò che una forte contusione al ginocchio, che parve impressionarlo: il mio compagno, prevedendo che il racconto della caduta sarebbe giunto a Casola spaventando sinistramente i nostri genitori, mi consigliò di ritornare alla villa invece di discendere a Faenza. Acconsentii. Il medico del villaggio giudicando la cosa leggiera non volle mettere nè ghiaccio nè sanguisughe sul ginocchio: al mattino una sinovite enorme era già determinata.
I dolori infierivano.
Feci telegrafare a Modigliana l'accaduto e attesi fra gli spasimi che ritornasse qualcuno a raccontarmi dei funerali.
Allora io stesso non credevo la cosa molto grave.
La notte seguente non dormii. L'indomani verso sera venne a trovarmi un gruppo dei giovani che dovevo rappresentare.
I funerali erano stati imponenti per concorso di popolo, ma scarsi di oratori e quel che è peggio infelici. Il sindaco di Ravenna, del quale è inutile ricordare qui il nome, goffa figura di zoccolante diventato poi deputato, aveva quasi asfissiato il pubblico con un discorso dei più lunghi e dei più grevi. La gente, mi raccontavano quei giovani, aveva ascoltato strabiliando le sue frasi mezzo pretine pronunciate a voce chioccia.
Nullameno i funerali erano stati belli, gli oratori non avevano potuto guastarli.
Quei giovani se ne andarono e rimasi solo.
II.
Colla morte di Don Giovanni Verità un gran problema religioso si presentava alla riflessione. Garibaldi condannato dal papa era stato salvato da un prete, cui non si era osato scomunicare. Perchè? Questo prete morendo ricusava di abiurare il carattere di tutta la sua vita e il clero dopo avergli amministrato i sacramenti abbandonava il suo cadavere al popolo, che lo portava in trionfo. Tutto il suo piccolo paese, tutta la provincia, tutta l'Italia era piena del nome dell'eroico sacerdote: le persone più disparate per opinione e per nascita, per educazione e per indole convenivano commossi intorno alla sua bara, dalla donnina usa a scongiurare col rosario i terrori dell'inferno al vecchio garibaldino cresciuto nell'odio della religione che aveva per lunghi secoli assassinato la patria, dal magistrato pedantescamente devoto al governo, al giovane ribelle fremente nell'entusiasmo delle prime negazioni. E ognuno riconosceva un prete in Don Giovanni. Certo le interpretazioni di tale parola oscillavano e nelle frequenti clamorose discussioni pochi riuscivano ad intendersi; ma da tutte il suo carattere sacerdotale usciva radiante in una luce di trionfo. Grosse questioni vi tempestavano attorno: le coscienze n'erano agitate.
Perchè tutti coloro che si vantavano di non credere nei dogmi cattolici ammiravano entusiasticamente in un prete un fatto che centinaia di soldati garibaldini avevano talvolta compiuto in circostanze più difficili? Perchè gli altri non meno numerosi, che si confessavano cattolici, s'intenerivano all'eroismo di un sacerdote che salvando Garibaldi aveva disobbedito al papa ed era morto appellandosi a Dio dalla sua autorità? Su quale sentimento idee così discordi convenivano e in quale idea concordavano sentimenti così opposti?
Questa sintesi, che nessuno sapeva formulare, Don Giovanni l'aveva realizzata nella propria vita.
Non so come fosse nato e credo inutile saperlo. Della sua infanzia, della sua adolescenza, della sua prima educazione in seminario nessuno si è mai occupato: nella sua vita vera, che cominciò più tardi, questi antecedenti sono quasi senza valore. Don Giovanni non fu nè un apostata nè un convertito. Nessuno di quei terribili drammi religiosi, che Renan ormai vecchio si compiace a rivelare, scoppiò nella sua anima. Era nato di popolo e popolo rimase, visse e morì.
Era forse un ignorante, senza dubbio un ignaro.
Nè poetici entusiasmi nè mistiche elevazioni lo trassero al sacerdozio.
Nelle povere famiglie plebee come nelle minime famiglie borghesi l'allevamento di un prete rappresenta ancora la più facile e la meno dispendiosa delle speculazioni.
I seminarii accettano e educano i giovinetti per tre o quattrocento lire all'anno: le parrocchie, incredibilmente numerose in Italia, consumano un numero stragrande di preti, poi vi sono tutti gli altri uffici sacerdotali più o meno lucrosi. Il ragazzo diventato prete esce generalmente di casa portando seco metà della famiglia; la sua parrocchia è una specie d'eredità capitata nella casa.
Quanto al sentimento e al carattere sacerdotale nè una parola nè un dubbio; si diventa preti come avvocato. Certo i due mestieri diversi esigono diverse attitudini, ma nell'economia domestica e nel concetto sono pari. Se un prete ammalato d'idealismo religioso pretendesse vivere come i primi cristiani, distribuendo ai poveri le proprie rendite, la sua famiglia griderebbe al furto e tutto il paese allo scandalo.
La poesia del sacerdozio è morta da un pezzo: negli stessi conventi, ove da ultimo fu ospitata, è talmente sconosciuta che persino nei libri che vi si scrivono non ne appaiono più traccie.
Don Giovanni sarà cresciuto come gli altri suoi compagni, indisciplinato e villano, ignorante e coraggioso perchè così la natura lo aveva fatto. Non so se fosse mai parroco, parmi che sì, certo servì nelle parrocchie. Il suo era temperamento di soldato, ma nullameno potè rimanere sempre prete senza soffrire e far soffrire. Era un semplice. Della meschina filosofia del seminario non aveva appreso nulla, della sua teologia fine, oscillante, piena di agguati pel ragionamento, tutta sparsa di casi somiglianti a trappole, aperta qua e là in prospettive metafisiche di una profondità perigliosa, illuminata da raggi mistici abbaglianti ed improvvisi, egli sapeva ancora meno.
Solo la morale evangelica, dura e semplice, lo aveva colpito.
L'aveva seguita senza discuterla e senza discuterla l'applicava. La tragedia così profondamente filosofica del cristianesimo per lui non era che un caso di sacrificio, tanto anormale nella grandezza che Dio solo aveva potuto compierla: non vi trovava altri significati. Accettava tutto il rito, tutti i Santi, le pene e i premi, le rivelazioni parziali dopo la massima di Gesù Cristo, le tradizioni, le autorità, i vizi commerciali insinuatisi nel culto, le deformità idolatriche, gran parte delle pretese politiche, perchè la sua natura fatta d'istinto ripugnava alla indagine e debole per troppa ignoranza soggiaceva all'immane peso di un sistema che abbracciava tutto il mondo da circa duemila anni.
Viveva. Avrebbe potuto agire sotto l'impulso di certi sentimenti, ma sopratutto lasciava vivere. Il pensiero era troppo alto per lui, l'azione non ancora matura. Ed era un prete come gli altri. Nato non ricco, non pensò mai ad ammassare. Aveva le abitudini di un contadino coi gusti di un cacciatore, nei quali fermentavano forse le sue forti attitudini guerresche. Incapace di sentire tanto l'idealità della Madonna quanto la tragica delicatezza di S. Francesco d'Assisi, la sua pelle e la sua anima si eccitavano nelle albe frizzanti sui monti, quando il sole sembra prorompere improvvisamente da un'onda rutilante di colori e la terra palpita e tutti gli animali esultano. Amava l'abito corto di cacciatore, le ore snervanti del meriggio nelle stoppie, i ritorni lenti a sera accompagnandosi coi braccianti che discendono dai monti, le stanchezze così sane e così buone che la caccia lascia nei muscoli e nello spirito, quando appena suonata l'avemaria si ha bisogno di dormire.
Quali erano le sue divozioni, poichè un contadino come lui deve averne avuto?
Non ho potuto saperlo, e questo sarebbe il dato più interessante della sua vita. Se in psicologia fosse permesso indovinare invece di dovere sempre osservare, affermerei che il suo santo prediletto fu S. Paolo, il suo evangelio preferito quello di S. Matteo. Il vigore, la precisione romana nei ragionamenti del primo, la sua fulminea conversione, l'indomato orgoglio soldatesco esplodente nelle concioni d'apostolo, la tendenza così moralistica del suo insegnamento, la bruscheria delle sue frasi ancora frementi di passioni mal dome, la sua effigie rimasta in tutti i secoli e in tutte le chiese colla spada in mano, quasi minacciando anche dopo la vittoria, dovevano piacere al suo spirito meglio capace d'intendere la religione nelle battaglie storiche che nelle origini metafisiche. Mentre il racconto austero e quasi fanciullesco di S. Matteo dipingente un Cristo tutto cuore, come un ideale diventato poi divino a forza di essere umano, blandiva certamente la parte più tenera della sua rozzezza, quel fondo di soavità malata e appunto per questo così facile ad inacidirsi, che la mancanza della donna, suicidio parziale del sesso, lascia in tutti i preti.
Don Giovanni potè forse amare Santo Stefano che in una piazza di Gerusalemme dopo la morte di Cristo moriva primo nel suo nome, araldo eroico e gentile di un esercito di martiri che dopo duemila anni passa ancora per la storia; e la sua figura bella di gioventù immacolata, incuorante con coraggio senza acrimonia i lapidatori a finirlo, gli avrà forse da fanciullo strappato urla d'indignazione. Ma la clorotica ed evanescente gracilità di S. Luigi Gonzaga, chiusa nell'invincibile egoismo del santo che si isola dal mondo e vive, pensa, opera, si consuma e muore entro al proprio sentimento, gli avrà senza dubbio ripugnato.
Nella sua natura la poesia non arrivava fino alla musica: la sua bontà poteva forse simpatizzare colla colpa, non ammirare una virtù chiusa nel fondo del cuore e vaporante solo del pensiero i proprii effluvi vivificatori.
I tempi politici della sua giovinezza ingrossavano.
La Romagna, terra di ribellioni, era tutta agitata da idee liberali ancora torbide ed incerte. Il governo papale discendendo la propria parabola millenaria era arrivato al di sotto del ridicolo nell'impotenza, oltre la nausea nella corruzione; la sua stessa religione, così robusta storicamente per guerre durate e battaglie vinte, sembrava ed era profondamente malata. Il clero romagnolo, numeroso come le cavallette, non aveva nè coraggio nè capacità politica, nè valore intellettuale. Dominava tutte le attività della vita pubblica e una invincibile anemia lo esauriva: senza idee e senza passioni, gli erano rimaste le abitudini delle une e i vizi delle altre. Oppugnando l'immenso sviluppo della civiltà moderna, non ne sapeva nulla: vantava il proprio passato, e lo ignorava; a corto di ragioni, non sentiva più la poesia; accattone di aiuti assassini da tutti gli stranieri, non sapeva e non poteva esercitare sui popoli una autorità che non trovava in se stesso.
Questo periodo di storia religiosa e civile oggi conchiusa non fu ancora abbastanza studiato.
Don Giovanni lo visse.
Persecuzioni minute e ridicole inferocivano. Si imprigionava senza processo, ma non si osava uccidere nemmeno condannando a morte: nei pochi casi di esecuzione capitale il governo si rivolgeva all'Austria, della quale stipendiava le truppe, e l'Austria fucilava colla ipocrita ragione di una ribellione militare. L'epoca dei grandi inquisitori era passata. Quel governo moribondo, incapace di saper morire, non sapeva nemmeno ammazzare. Ma in fondo è la medesima cosa ed esige le stesse facoltà.
Don Giovanni, uomo fra un clero che di virile non gli era rimasto che il sesso, era troppo avveduto per dividerne gli ultimi morbosi capricci. La forza della sua natura mantenuta dalla rozzezza della razza e da una vita incessantemente rimescolata fra persecutori e perseguitati, fra una gente che anelava alla libertà come alla prima delle virtù, e una casta che pretendeva ancora la servitù verso sè medesima come primo dovere verso Dio, lo fecero istintivamente tenere per un dì coloro, che volevano essere uomini ed italiani contro gli altri, suoi compagni o superiori, che non essendo nè l'uno nè l'altro pretendevano imporre la propria incapacità come un divino ideale.
Ma prete campagnolo e cacciatore, optando per il popolo contro il governo, non vide sciolto alcuno dei grandi problemi, che prima di lui avevano perduto tanti illustri sacerdoti e dovevano seguitare a perderne altri ancora.
La modestia delle sue brame e delle sue idee gli aveva sempre impedito di comprendere le necessità avviluppate e profonde del potere temporale. Non avendo nè a salire nè a discendere per restar prete, il suo buon senso di villano gli suggeriva fatalmente una equazione fra sè stesso e il papa. Perchè questi non potrebbe restare papa senza regno, se egli poteva rimanere parroco senza i poderi della parrocchia? Dio era buono e l'umanità infelice; Cristo l'aveva redenta, lasciandola nel dolore come in un aroma che le impedisce di putrefarsi. Tutto il resto era rito, culto, bisogno di rappresentazione e di traduzione per la povera gente: il cristianesimo non era che il sacrificio di Dio per tutti e che ognuno doveva ripetere per sè e per gli altri.
Come il cristianesimo erasi sviluppato nel mondo vincendolo? Per lui il problema era facile: il cristianesimo era vero. Perchè dal pontificato era sorto il papato? Necessità di tempi e di disciplina. Perchè il cristianesimo lacerato sempre dalle eresie aveva finito per scindersi in cattolicismo e in protestantesimo? Egli l'ignorava. Secondo lui il cattolicismo avendo ragione ne aveva abusato, il protestantesimo poteva aver torto, ma il suo errore non provava nè malvagità di mente nè corruzione di cuore. E non ci pensava oltre.
Il vangelo bastava a tutti e a tutto.
Le condizioni presenti della religione, nella quale doveva agire come prete, gli erano sconosciute. I curati, i canonici, i vescovi che aveva conosciuto ne sapevano quanto lui. Le loro interpretazioni dei vangeli, ormai vecchie quanto i vangeli stessi, avevano perduto nella monotonia di una troppo lunga ripetizione ogni significato. Il sacerdote le sviluppava straccamente dall'altare al popolo ascoltante nella invincibile indifferenza di chi non può aspettarsi più nulla da una spiegazione. Nessuna virtù, nessun ideale luceva più. La Chiesa che aveva tanto canonizzato nel passato, aveva perduto il profumo e il senso della santità: il clero non era più che un'immensa amministrazione religiosa, nella quale i conventi rappresentavano ad un tempo i magazzeni e le caserme.
Un vasto e freddo disprezzo li avvolgeva.
Nella campagna e nelle piccole città italiane, sprovviste di cultura, rito e culto testimoniavano soli della religione. Le anime quetatesi dopo la tormenta del rinascimento in una inerzia appena sollecitata dai minuti bisogni quotidiani della vita, non aveva più nè aspirazioni nè ricordi, nè ideali politici, nè sogni religiosi. Si viveva chiusi entro la cerchia del paese grande quanto tutto il resto del mondo ignorato. L'educazione dei seminarî e dei conventi troppo prolungata aveva portato i proprii frutti uccidendo tutte le arti colla rettorica e tutte le scienze colla teologia.
Se qualche intelletto spinto da una irresistibile forza intima sorgeva, le fiacche curiosità paesane lo circondavano; ma rimaneva a loro in mezzo applaudito ed incompreso, triste e solitario.
Tutte le classi erano disgiunte, mentre il clero più unito per uniformità di tendenze e d'interessi, che compatto, bastava a dominarle.
Ogni piccolo Stato italiano isolandosi per istintiva diffinanza inceppava le comunicazioni. I suoi soldati incapaci di guerra non erano che sbirraglia, la sua politica interna una tutela di convento quando la prigionia e la pena di morte vi si praticavano ancora, la sua politica estera una laida servitù verso l'Austria ultimo impero feudale cinto di feudatari più grossi degli antichi e più abbietti dei cortigiani moderni. Fra essi il Pontefice, immemore della grande epoca papale, vantava ancora nei molteplici brevi un impero universale, tremando pel rifiuto di un reggimento di croati. Nelle Università le vecchie lampade non rifornite mandavano più fumo che luce: il commercio viveva del piccolo contrabbando alle innumerevoli frontiere interne.
L'Italia desta dai cannoni di Napoleone I, poi rialzata da uno strettone della sua mano terribile, sembrava rimorta con lui.
Il suo ultimo poeta aveva conchiuso nel 5 Maggio l'inno a Napoleone colle supreme parole dei funerali.
Nullameno l'Italia viveva ancora e intorno a lei l'Europa grandeggiava.
Nella tempesta di mille questioni poste dalla rivoluzione francese il problema religioso soverchiava. La rivoluzione avendo l'aria di sopprimerlo colle feste della Dea Ragione lo aveva invece rianimato. Il cristianesimo attaccato teoreticamente dagli enciclopedisti, lacerato dai frizzi di Voltaire, aperto dalle potenti invettive di Rousseau, soffocato dalle prime scoperte della nuova scienza, impicciolito dalla recente sicura conoscenza di tutto il mondo fisico, quasi soppresso dalla rivoluzione alla quale si era opposto come vecchio alleato della feudalità, aveva trovato come sempre la propria salvezza nella persecuzione. La rivoluzione per ricacciarlo dal campo della politica entro i suoi confini naturali l'aveva seguito oltre ai medesimi nel campo chiuso delle coscienze. Allora il cristianesimo fuggente si era rivoltato resistendo. Moltissimi de' suoi preti seppero morire; i suoi credenti trovarono con lui nel fondo della propria anima l'energia di tutti i dolori e di tutte le speranze. Parvero ritornati i primi tempi dell'apostolato.
Invece delle catacombe la religione abitò nei boschi. Le case ebbero altari; all'eroiche superbie dell'ateismo si contrapposero le miti ma inflessibili resistenze della fede.
Poi Napoleone, disciplinando la rivoluzione nell'impero per portarla in tutto il mondo, sospese la persecuzione religiosa. Al rombo dei suoi cannoni vittoriosi le campane risposero con squilli di trionfo e le chiese si aprirono al culto, mentre tutta l'Europa vinta da una apparente conquista si schiudeva alla libertà. Chateaubriand, che avendo invano cercato giovinetto il passaggio del polo era tornato esule della rivoluzione a Londra per seguir poi tutta la vita il fantasma della regalità, scioglieva nel Genio del Cristanesimo, libro futile e meraviglioso, l'inno della nuova religione pacificata colla nuova libertà.
Le coscienze respirarono. La religione si rialzò avendo perduto nella breve persecuzione gran parte dei falsi ornamenti procacciati nei lunghi secoli della sua tirannide. Roma oscillando sotto la protezione violenta di Napoleone, fra una repubblica fugace e una fuga del Pontefice, trovò alcuni accenti tragici de' suoi primi secoli: la libertà rivoluzionaria alleandosi istintivamente alla libertà religiosa nel nome della libertà di pensiero resistette al nuovo impero. Si potè essere orgogliosamente cattolici come dianzi si era stati superbamente giacobini. Dio confessato da Robespierre all'ultima ora, quasi nel presentimento della morte, sfolgorò nelle chiese fra i Tedeum della vittoria: Cristo prima odiato come tiranno ritornò a capo dei nuovi martiri, martire più antico e più bello di loro. Un vasto sentimento patetico prodotto dai massacri della rivoluzione, alimentato dalle carneficine dell'impero, poetizzato dai sacrifici di quanti erano morti e morivano ancora su rovine fumanti, sostenuto dalle energie della nuova vita creò nella politica, nell'arte, nella religione un mondo nuovo di figure e di realtà.
La religione, ritornando di moda nei costumi, imperò nei libri.
Un moto di reazione la sospinse così in alto amplificandola che un'altra reazione scoppiò, e la scienza, prima complice, poi vergognosa degli eccessi della rivoluzione, e quindi ritiratasi in faccia alla nuova ovazione cristiana, si ripresentò austera per contraddirla.
Da Chateaubriand a Victor Hugo rimasto cristiano attraverso le meravigliose metempsicosi della sua poesia, tutta una legione di scrittori e di artisti agitò il problema religioso: l'ateismo cedette al pessimismo, che fu ancora una contropprova della religione. Le imprecazioni di Lord Byron, le maledizioni di Leopardi espressero il dolore di non potere più credere pur conoscendo le bellezze della fede, mentre l'ateismo vero del secolo antecedente, vissuto nella calma della propria sicurezza, non aveva nè bestemmiato nè sofferto. Lamartine e Manzoni rinnovando la lirica della Chiesa superarono forse gl'inni più belli dei suoi primi tempi: De Maistre e De Bonald sentendo la necessità del nuovo impero religioso vollero mantenerlo colle ragioni dell'antico, e quegli reclamò il dispotismo del papa, questi l'assolutismo del re; Ballanche conservò nel nuovo ardore religioso la vecchia placidezza platonica, mentre madama Staël, fondando con Chateaubriand il romanticismo francese, preparava la più grossa falange di scrittori cristiani apparsa nella storia. Le nuove generazioni arrivavano tumultuando, raggiando.
La Germania quasi sconosciuta nel commercio letterario compiva nella calma di una fecondazione così enorme che oggi appena, dopo cinquant'anni, si è potuto calcolarne le opere e i risultati, la rinnovazione della filosofia e della scienza, dell'arte e della politica. Se la Francia aveva agito, la Germania aveva pensato: pensiero ed azione parvero combattersi un momento nella forma conquistatrice della rivoluzione francese, ma stavano già per fare la pace. Il soffio religioso seguitava a purificare l'aria dalle impurità rivoluzionarie sconvolgendo molte teste. Alessandro di Russia ne ammalò a Pietroburgo; il pontefice ammalò in Roma del vecchio morbo vaticano. Roma che avrebbe potuto conquistare il mondo col nuovo sentimento religioso largo e puro, pretese riprenderlo colle vecchie armi del governo papale. L'avarizia del potere temporale e l'affetazione della tradizione divina la fecero contraddire al recente moto, e poeti, apostoli, scrittori, credenti, tutti furono violentemente assoggettati alla interpretazione vaticana.
Ma generati dalle persecuzioni e nati nella libertà, la loro maggioranza resistette. Roma, che doveva rappresentare la verità della libertà eterna contro la tirannia della libertà rivoluzionaria, divenne l'ultima cittadella del dispotismo, piena più di preti che di soldati, immensa officina di idoli e di catene governative. Per conservare le proprie provincie avversò ogni fortuna d'Italia, costretta ad invocare soccorso da cattolici e da eretici benedisse tutte le violenze e anatemizzò tutti gli eroismi; più vile che nella decadenza dell'impero romano smarrì il senso della sua eterna universalità per non conservare nella coscienza decrepita che il dolore delle ultime ferite e il terrore delle nuove libertà.
Allora, nell'urto del sentimento religioso colla religione, scoppiò la guerra fra il cristanesimo e il vaticanismo.
Da un lato una grande sincerità di idee, tratto tratto turbata da passioni individuali, e una istintiva sicurezza nella equazione della religione colla civiltà; dall'altro la forza di una organizzazione sviluppata in tutto il mondo, mantenuta dalla certezza della tradizione, stabilita sulla verità dei dogmi, raddoppiata dalla potenza della gerarchia, ma il tutto guasto dalla politica di un regno che avarizia e vanità tentarono sempre d'insinuare dogma fra i dogmi, paralizzato dalle antitesi fra il dato umano e il divino favorevoli alla corruzione dei costumi e alla confusione dei precetti. La nuova guerra religiosa arse pressochè in tutti i paesi.
Ma Roma, depositaria dell'unità e quindi inflessibile con ogni nemico, era sempre stata meno dura con coloro che uscivano dalla sua orbita, che contro quei ribelli i quali volessero mantenervisi. Nullameno, vincitori e vinti, nessuno aveva davvero avuto la nozione di un mondo più vasto che contenesse il cristianesimo. Il paganesimo al sorgere di questo era già una realtà dissolventesi nella putrefazione: quindi la nuova fede impossessandosi di tutto potè vantarsi di essere tutto, poichè i cristiani nelle loro più fiere battaglie non miravano che ad imporsi vicendevolmente ideali ed interpretazioni cristiane. Appena qualche setta filosofica rimasta prigioniera entro la conquista cristiana tentava rompere il confine e vi dispariva dispersa o trucidata.
Dopo circa duemila anni le condizioni erano mutate.
Il cristianesimo invece di contenere la civiltà vi era contenuto. Il mondo si stendeva immenso oltre i limiti segnati dalla croce, la storia rivelatasi alla critica aveva mostrato le sorgenti di questa religione che si vantava al pari d'ogni altra discesa dal cielo. La sua teogonia, la sua teodicea, la sua cosmogonia, la favola della creazione, il romanzo di Eva, la tragedia di Adamo, l'odissea, dei suoi primi figli, il peccato e la redenzione, Mosè e Cristo, tutto era capito o almeno analizzato. Un altro sentimento religioso si librava sull'opera cristiana.
Il cristianesimo, che si era annunciato nel mondo combattendo la decadenza pagana, adesso era in lotta col progresso spirituale da lui medesimo preparato.
Se Voltaire aveva deriso invano i suoi difetti, Hegel lo uccideva trasportandolo nell'etere del più puro ideale mediante una simbolica, nella quale svanivano tutti i dati precisi della sua divinità.
Il cristianesimo aveva oramai preso il posto del paganesimo. Mentre le scoperte della scienza umiliavano i suoi miracoli e le altezze della nuova metafisica superavano le cime nebulose de' suoi misteri, un'altra poesia trovava voci più delicate e poderose di quelle echeggianti nelle prime catacombe, e gli ultimi eroismi dei rivoluzionari superavano gli eroismi dei martiri negli anfiteatri romani.
Il clero, una volta alla testa dei credenti, si trovava ora alla loro coda: la religione considerata per tanti secoli come la sintesi della civiltà ne ridiventava un frammento.
Bisognava risalire, rifare una poesia, ricomprendere tutte le scienze, raggiungere l'idealismo germanico, supremo sforzo del pensiero umano nella storia.
Roma ricusò affermandosi maggiore del mondo. Essa, che aveva tanto mutato e camminato, non volle più nè rinnovarsi nè muoversi, e dando alla propria estrema interpretazione cristiana la divina inflessibilità del testo, pretese nelle forme monarchiche della propria gerarchia tutta la verità della sua instituzione religiosa. Allora la battaglia si riaccese. Mentre gli ultimi increduli, scienziati e filosofi, accusavano il cristianesimo di decrepitezza, gli ultimi eretici gli ridonavano nell'entusiasmo di una fede piena di dottrina e di poesia un'altra gioventù.
Questo secolo, del quale si dice ancora tanto male e che il volgo addottrinato vanta come quello delle scienze, sarà forse annoverato nella storia fra i più fecondi per la religione. Tutte le letterature e le filosofie ne sono impregnate: mai tante voci, discordi di accento e di tono, si accordarono in maggiore eloquenza d'invocazioni tormentando i fantasmi divini per giungere all'orecchio di Dio. Preghiera e bestemmia lottando d'energia si fusero nel medesimo singhiozzo.
Vaticanismo e positivismo parvero assistere sdegnosamente immobili a questa nuova patetica demenza del sentimento religioso: l'uno nella certezza della fede, l'altro nella calma della incredulità. Il Vaticano era sicuro di Dio, il positivismo più che certo della natura.
Fra questi due estremi la vita proseguiva.
Il dissidio cattolico, cominciato nei credenti colle espressioni vaghe dell'istinto, ingrossò disciplinandosi per opera di grandi sacerdoti. Dalla Francia, dalla Germania, dall'Italia, da tutte le parti del mondo giungevano a Roma ammonizioni e minaccie, odi squillanti come fanfare di guerra, apostrofi fievoli come gemiti, superbe proposte di nuove conquiste, temerarie ingiunzioni di nuova povertà; e la poesia e la storia cristiana investigate sprigionavano ogni giorno nuovi profumi e nuovi raggi quasi ad annunziare l'avvento di un'altra idea religiosa.
I prelati splendenti nella vanità della porpora vigilavano intorno al pontefice come pretoriani diffidenti dell'imperatore ancora in debito dell'impero; il clero minuto disseminato nelle campagne viveva delle terre distribuitegli come gli antichi legionari romani mutati in coloni, ma non conservando dell'antica vita di legione che la servilità della disciplina.
Don Giovanni avrebbe dovuto essere uno di questi legionari.
Nella sua gioventù due illustri sacerdoti riempivano l'Italia del loro nome, Gioberti e Rosmini: entrambi eminenti filosofi, l'uno più eloquente, l'altro più dotto. Gioberti doveva poi tuffarsi nella politica per uscirne più grande tra l'urlo feroce di partiti nemici momentaneamente d'accordo nel maledirlo: Rosmini, compita l'opera enorme, isolato dalla diffidenza del clero, colpito dalla riprovazione di Roma, si spense più tardi nel silenzio tranquillo di un lago. Sulle prime furono i due massimi campioni del cattolicismo contro le nuove coorti scientifiche minaccianti da ogni parte d'Europa, ma trascinati troppo oltre dall'ardore della difesa vennero percossi dall'anatema.
Senonchè tutti i cuori e le menti religiose stettero o s'aggiunsero a loro. Mamiani e Manzoni, Grossi e d'Azeglio, Cantù e Balbo, Duprè e Capponi, poeti, storici, letterati, artisti, tutti seguendo le loro traccie finirono per incorrere nella loro condanna: qualcuno arretrò a tempo, ma se uno spavento improvviso gl'impedì di varcare il confine, la direzione del suo pensiero rimase nullameno palese. Tutti erano sospinti e sospingevano per una rinnovazione religiosa. Il vaticanismo rimaneva con un esercito senza generali, con molti combattenti senza eroi. Non pertanto resisteva superbo. Tutta l'energia degli assalti si fiaccava contro la sua inerzia. Lammenais stesso, impetuoso come Demostene, ampio come Cicerone, vi urtò ribellandosi, e fu vinto. La sua collera non bastò a scuotere il colosso. Ma coll'abbandono di Lammenais le defezioni aumentarono; Lacordaire, meno forte ma non meno facondo, sollevato dal soffio rivoluzionario andò a sedere fra la montagna nell'assemblea del quarantotto, e se la repubblica avesse durato il suo zelo papale si sarebbe forse esaurito; Gratry violentato fuggì, il padre Giacinto si rifugiò volgare fra il volgo, mentre la condanna che aveva sempre minacciato Chateaubriand colpiva Montalembert, e Renan giovinetto, destinato ad oscurare le loro due glorie di scrittori, emigrava dal seminario, pallido della grande tragedia di Cristo, che doveva più tardi raccontare nel più bello fra i romanzi di questo secolo. Il padre Curci scelto a prototipo del Gesuita moderno dal Gioberti nella sua astiosa e troppo spesso volgare polemica, dopo la diserzione del Passaglia e la riprovazione del Ventura parve rimasto solo come Ettore a difendere il Vaticano; ma più infelice dell'eroe troiano fu poi costretto a rifugiarsi nel campo dei nuovi greci per riparare ancora entro le mura abbandonate, raccogliendo l'infamia di due tradimenti, rivelando nell'incertezza della propria condotta, sempre inconseguente e sempre sincera, le terribili oscillazioni del nuovo spirito religioso che si agitava nel cattolicismo. E tutti i giorni recavano notizie di apostasie religiose, ed erano piccoli curati, oscuri canonici, predicatori esorbitanti dal pulpito, vescovi e porporati, che volendo trattare coi ribelli ne pigliavano il contagio. La maggior parte di essi rientrava nel campo al primo appello, ma il campo restava nullameno aperto a fughe e invasioni d'ogni sorta.
Libri e discorsi fumavano di sentimento religioso: il romanticismo, originalità e morbo della nuova letteratura, non viveva più che di religione, e se talvolta ne sformava le immagini o ne ricusava il culto, riconosceva tuttavia da lei ogni filosofia e ogni arte. Appena qualche pagano classico protestava solitario. Foscolo non piaceva più; Niccolini si faceva a stento perdonare il giacobinismo politico collo splendore di una lirica, che diventava a volta a volta drammatica per passione di patria; Guerrazzi non volendo essere cristiano aveva dovuto diventare biblico; la satira di Giusti mordendo il clero rispettava i dogmi; Mazzini stesso rovesciava la Chiesa per fondare una nuova religione; Cattaneo, positivista incompiuto, non osava tutte le massime del proprio sistema.
Lo scrittore preferito era Manzoni, non perchè artisticamente il migliore, ma come il più temperato fra tanto tumulto di religione e di bigotteria, di tradizione e di rivoluzione. Non commovendo alcuno e piacendo a tutti, al di sotto della passione e lontano dal vizio egli rappresentava meglio di ogni altro la vita del momento, calma ancora di un'inerzia secolare, ma riscaldata già dallo spirito che doveva poi sconvolgerla per rinnovarla. Non pertanto era l'ingegno più nuovo d'Italia, che vi portava la prima rivoluzione. Forse egli stesso non lo seppe, giacchè oggi solo si comincia ad intendere la sua vera originalità, cui l'armonia del suo temperamento artistico o la fiacchezza del suo temperamento umano tolsero di essere novatrice come quella di Hugo in Francia.
Persecutori e perseguitati, preti e rivoluzionari, governanti e ribelli, tutti parlavano il medesimo linguaggio vantando gli stessi ideali. La religione era una gloria e un ornamento cui niuno si ricusava, ma il clero esercitandola non era più fuso con lei come in passato. La padroneggiava senza possederla, presso a poco come l'Austria faceva coll'Italia.
Se i grandi spiriti religiosi coglievano nel cattolicismo i difetti derivati dalla sua organizzazione e dalla supremazia vaticana, il popolo sentiva vivamente nel clero la mancanza di religiosità; quindi credulo e beffardo accettava i dogmi e rideva dei precetti, si lasciava ammaestrare e spogliare, ricordandosi delle spoglie e dimenticando gl'insegnamenti.
I preti, mutata l'antica parola, infedeli, nella nuova di giacobini, minacciavano senz'ira e senza paura dagli altari sempre parati a festa: parlavano di rivoluzionari credendovi poco e non comprendendoli affatto. In fondo si tenevano sicuri e ridevano dei frequenti moti di ribellione come di un malcontento prodotto dalla inguaribile corruzione di tutti i tempi; pronti nullameno a combatterla col ferro e col fuoco. Ma se la teorica e il sistema inquisitoriale duravano, gli uomini erano mutati. Ai terribili asceti della tirannide, che avevano curvato con una mano il mondo dei fedeli alle proprie ginocchia respingendo coll'altra le ultime invasioni degli infedeli, erano succeduti preti nè credenti nè increduli nè scettici: ubbidienti al papa perchè i suoi ordini non imponevano sacrifici, simpatizzanti senza gratitudine cogli stranieri che guarentivano loro i beneficî delle antiche posizioni.
Le ultime grandi anime religiose, i veri discendenti dei grandi
inquisitori erano i sacerdoti condannati, i nuovi apostoli ribelli.
Èvvi davvero molta differenza fra lo spirito di Torquemada e quello di
Lammenais?
Don Giovanni, solo, nel piccolo paese di Modigliana, poco occupato nelle funzioni ecclesiastiche e sempre distratto dalla caccia, non sapeva nulla dell'immenso moto religioso che sollevava l'Europa, o intendendone qualche motto bizzarro a un pranzo di parroci ove capitassero professori di seminario, alzava le spalle. Tutte le eresie dovevano secondo lui finire a un modo. Perchè discutere tanto stiracchiando le parole? Sentire ed agire, ecco la verità: il sentimento viene da Dio e non falla, l'azione viene dal sentimento e lo realizza.
Allora i giornali erano pochi e i libri si fermavano quasi tutti nelle città.
Pochi leggevano, Don Giovanni non leggeva affatto.
Nella sua camera, dopo morto, entro una scansia tarlata e sverniciata non si sono trovati che cinque o sei libri, forse i medesimi che gli avevano servito in seminario. Per credere nella grandezza d'Italia e desiderarne appassionatamente la risurrezione non aveva certo avuto bisogno di leggere il Primato del Gioberti: le prove storiche della grandezza italiana l'avrebbero imbarazzato senza accrescere il suo orgoglio patriottico, mentre la sua conoscenza del clero gli avrebbe tolto di cedere alla illusione che dal papato potesse venire una vera rivoluzione nazionale.
Egli sentiva che il papa non poteva differire dal vescovo di
Modigliana, pel quale il paese non era che un vescovado.
Il cattolicismo, composto a quel modo, per diventare rivoluzionario avrebbe prima dovuto rinnovare sè stesso; ma don Giovanni ignorante pieno di buon senso ricusava d'inoltrarsi per così vasta e difficile questione.
Troppe cose per questo avrebbe potuto intendere e sapere. Roma non ostante i suoi abbominii in tutti i secoli, non aveva ancora mancato a sè medesima: pagani e barbari dopo averla inutilmente oppugnata erano caduti ginocchioni sotto le sue mura: le eresie lacerandola non erano riuscite a scinderla, l'antagonismo dei pontefici cogli imperatori o dei papi fra loro non l'avevano abbattuta; ad ogni disastro, ad ogni abbandono, quando tutto sembrava perduto, Roma risorgeva improvvisamente dominatrice più alta di prima.
Il suo clero talvolta tremendo, spesso corrotto, sempre abile, non aveva mai abbandonata la suprema direzione religiosa: irresistibile nelle blandizie e irrefrenabile nelle collere aveva fino al protestantesimo trionfato di pressochè tutti gli scismi. Lutero e Calvino gli avevano soli resistito trionfalmente, e nullameno Roma andava ancora riguadagnando con lenti ed assidui approcci le provincie della insorta Germania. Roma non aveva mai perduto.
Adesso nel suo regno peggiore che ai tempi del Petrarca e di Lutero, nella confusione del sacro col profano, affermava come ultima espressione religiosa la necessità del potere temporale.
Don Giovanni non vi credeva.
Le necessità di una religione secondo lui erano ne' suoi principii e non nelle sue forme: una religione incapace di vivere in ogni secolo, con tutti i governi, attraverso le più impari civiltà non era una religione. Che cosa importava al cattolicismo il potere temporale? Tutto il suo beneficio consisteva nel guarentire l'esercizio libero o magari capriccioso del culto nelle provincie pontificie; per tutto il resto del mondo quel minimo regno non aveva efficacia. Il papa, libero anche nella più crudele persecuzione, avrebbe sempre potuto dirigere tutte le coscienze interpretando i testi divini. Molti papi erano morti di martirio senza che la religione fosse stata ritardata nel suo sviluppo, offesa nel suo organismo. Una religione non deve temere per sè stessa, sotto pena di non essere più una religione: abitando le coscienze vi è inviolabile ed invincibile; nessuna tirannia saprebbe impedire un sentimento o distruggere un'idea. Una religione non può quindi temere che per il suo culto o pe' suoi membri. Terrori umani, interessi umani. Chiudendo i conventi o rovesciando le chiese forse che il cristianesimo perirebbe? Non era esso vissuto senza questi e quelli? Se il clero ritornasse alla povertà del primo apostolato, le sue predicazioni sarebbero forse meno efficaci? Se il papa invece di essere un re e un semidio fosse un prete come gli altri, eletto perchè santo fra i più santi, l'unità divina della religione ne andrebbe rotta?
Don Giovanni si faceva talvolta queste domande e sorrideva bonariamente.
Senza sapere nè come nè quando nel suo spirito si erano venute profondamente differenziando chiesa e religione; questa era l'idea e quella il fatto, l'una veniva da Dio, la seconda era opera degli uomini. Certo Dio non aveva mai permesso che la sua Chiesa snaturasse la sua religione, e infatti dogmi e precetti erano rimasti inviolati, ma la chiesa conservandoli puri aveva troppo spesso bruttata sè medesima. Così per difendersi da giuste accuse aveva voluto imporre silenzio a tutti nel nome di Dio, e per resistere a più giuste critiche aveva preteso difendere in tutta sè medesima la divinità che era solo nel suo principio.
Di questo passo Don Giovanni sarebbe presto arrivato nel protestantesimo colla coscienza libera in faccia al testo della legge, ma il suo spirito inconsciamente disciplinato dal romanismo si arrestava. Poichè Dio aveva istituito la Chiesa per sviluppare la propria religione, solo attraverso di essa dirigeva e parlava. Tutti i mutamenti fatti fuori della Chiesa o contro la Chiesa non avevano durato e non durerebbero.
Inutile quindi ogni rivolta aperta, superba e vana ogni contraddizione. Nessuna grandezza di cuore o d'ingegno poteva essere maggiore di Roma. Bisognava adempiere la religione col cuore, lasciando che la Chiesa per l'intima virtù depostavi da Dio si correggesse.
Ma se la sua coscienza rifuggiva dagl'inutili eroismi della ribellione, ripugnava ancora più alle condiscendenze della servitù. Cristiano e prete, sentiva di non dipendere da altri che da Dio, del quale non era possibile fraintendere la legge senza perfidia della volontà, mentre la cornice lavorata dalla Chiesa per chiudervela non essendo mai stata santa non era nemmeno più bella.
Queste idee torbide gli si rischiaravano a mano a mano nell'azione.
Se domani il papa cessasse di essere re, non uno dei cattolici cesserebbe di essere tale: il re non era dunque necessario.
Gregorio XVI, il re d'allora, era crudele. Don Giovanni troppo ignorante per aver letto il Trionfo della Santa Sede, e stimare in lui il teologo, era troppo buon cittadino per non disapprovare il pessimo sovrano; ma quando per propiziarsi lo czar il papa riprovò i Polacchi morenti con disperato eroismo contro i Russi, Don Giovanni fu quasi per trascendere. Il potere temporale, che teneva schiava l'Italia, minacciava di mutarsi in ragione di schiavitù a tutti i popoli.
Non bastava soffrire, bisognava aiutare. Don Giovanni entrò nella vita politica chiamato dallo stesso strido di dolore, che lo aveva più volte condotto al letto dei moribondi.
Così rimase prete.
Niuno sulle prime se ne accorse. La rivoluzione che si compiva silenziosamente nel suo spirito, somigliava a quella che si veniva maturando in Italia e della quale gli affigliati sapevano poco, i governi nemici quasi nulla. Se Don Giovanni fosse stato un pensatore, si sarebbe gettato con violenza nelle nuove teoriche religiose per rovesciare il papato; essendo invece un uomo di cuore, discese nell'azione aiutando quelli che rischiavano la vita a preparare i combattimenti dell'indomani. Cacciatore sui confini della Toscana e della Romagna, le sue amicizie coi contrabbandieri iniziarono le sue relazioni politiche senza macchiare la sua austera probità, giacchè le leggi doganali dei piccoli governi che separavano allora l'Italia non gli erano mai sembrate vere leggi.
Quali fossero i suoi primi rischi di patriota sapranno forse i pochi vecchi amici superstiti, ma non ne fu ancora scritto. Se prete consentisse ad affigliarsi in una delle tante società secrete che allora riunivano colla loro disciplina i ribelli, lo ignoro; forse l'orgoglio del suo carattere indipendente e il suo abito sacerdotale glielo impedirono. Ma presto fra i congiurati della Romagna si seppe di un prete di Modigliana che aiutava, cimentando tutto sè stesso, a trafugare coloro che audacia di generose impazienze o perversa abilità di spie avevano compromesso. Modigliana, piantata fra i monti nel confine toscano, divenne rifugio e passaggio di congiurati, ed era sempre Don Giovanni che senza nemmeno conoscere il nome dell'uomo pel quale arrischiava la vita; giovandosi delle proprie non sospette abitudini di cacciatore andava di notte, a piedi o in biroccino, ai convegni, per ricondurne a casa propria profughi e proscritti. I contrabbandieri lo aiutavano spesso.
Intanto nelle apparenze della sua vita nulla era mutato malgrado la rivoluzione che gli si allargava nella coscienza.
La sua religione invece di contraddirli si accresceva di quegli atti patriottici.
Ma i tempi ingrossavano. L'eco delle vittorie di Garibaldi nell'America valicando l'oceano veniva a percuotere per tutti i monti d'Italia: le fantasie s'infiammavano, nobili orgogli e speranze anche più nobili s'alzavano nelle anime che la tirannide secolare non era riuscita a protestare. Mazzini esule, ma presente collo spirito in ogni terra, organizzava congiure, dava ordini, scriveva lettere, opuscoli, libri, agitando ogni sorta di questioni e riassumendole tutte in quella della libertà, eloquente come la tempesta, luminoso come un sole. Tutti ascoltavano e guardavano. La sua figura, cui la tragedia della patria dava una tragica espressione accresciuta dal mistero della sua vita privata e dalla ubiquità della sua presenza, sgomentava le anime fanciulle attirandole col fascino del pericolo; la lirica delle sue frasi e la religiosità del suo sentimento seducevano persino coloro, che la sua politica troppo chiara ed insieme tenebrosa minacciava.
I più giovani e i più intrepidi non parlavano più che d'insorgere.
Il disprezzo pei governi ancora più timidi che feroci fomentava il coraggio, mentre le satire del Giusti, i romanzi del Guerrazzi, le canzoni del Berchet infiammavano entusiasmi già esasperati dalle ridicolaggini delle persecuzioni papaline. Nella Romagna, Beozia d'Italia se il suo Monti fosse stato Pindaro, altrettanto scarsa d'ingegni che robusta di temperamenti, scoppiarono i primi moti, ma la nullaggine degli uomini che li dirigevano, impedì si diffondessero guadagnando nome nella storia. Il coraggio che sa insorgere e l'eroismo che sa morire, non bastano alla tragedia: solo l'ingegno, che potrebbe vincere diventa tragico quando gli avvenimenti lo sopraffanno e soccombe. L'ingegno mancò anche questa volta alla Romagna.
Nel settembre del 1845 per moti di Rimini una mano di armati raccolta a Bagnacavallo e a Faenza, scorrendo senza vera direzione le campagne, tentò una sollevazione. La guidavano Pietro Beltrami e Raffaele Pasi, gentiluomini entrambi, ignari ed ignoranti, che la chiarezza della nascita e la distinzione delle maniere aveva naturalmente designati capi. Del primo le cronache non seppero più nulla, del secondo narrarono che soldato aristocratico ed intrepido diventò poi generale e cortigiano. La sollevazione di un giorno dopo di essersi impadronito della dogana delle Balze, sul confine fra Modigliana e Faenza, si disciolse in una pacifica resa alle truppe toscane.
Don Giovanni che vestito da cacciatore aveva primo invaso la dogana, non riconosciuto o protetto dalle simpatie di tutti, non ne subì dopo il fallimento dell'impresa persecuzioni politiche. Oramai con quella insurrezione il carattere della sua vita si era determinato.
Egli voleva essere prete e patriota, giovando senza brillare. La vanità, così comune ai convertiti di ogni fede, non viziò mai la sua anima. Le contraddizioni del cattolicismo colla libertà, che allora s'affannavano a conciliarsi nel cattolicismo liberale, non erano ancora penetrate e non penetrarono mai nella sua coscienza; più cristiano che cattolico non sentì le antitesi, nelle cui soluzioni si smarrirono i più grandi spiriti del tempo.
Fallito quel tumulto, nessun rimorso lo turbò: forse un rammarico gliene rimase della inettitudine colla quale era stato promosso e condotto. Attese. Ma restando prete fra i preti, che colla fatuità degl'impotenti credendo di aver soffocato una terribile insurrezione insultavano al sogno di una Italia liberale, non divenne ipocrita. La rozzezza dei modi e delle abitudini, isolandolo dalle conversazioni inevitabili al suo ufficio sacerdotale, gli facilitarono il nobile riserbo nel quale si chiuse. Forse qualcuno lo sospettò, i più seguitarono a giudicarlo uno spirito bizzarro, un temperamento villico più appassionato di caccie che di processioni.
La maggior parte de' suoi amici insorti, dispersi per la Toscana, corrispondevano ora più sicuri con lui risparmiato dalla persecuzione.
Intanto i moti religiosi e rivoluzionari procedendo verso la libertà, preparavano la rivoluzione del quarantotto. Pio IX, cardinale imolese, eletto pontefice suscitò entusiasmi, dei quali oggi è impossibile rendersi conto. Il sogno del cattolicismo liberale parve avverato fra un immenso soffio lirico che sollevava popoli e pensatori. Tutti coloro, che da anni lavoravano a una rivoluzione guidata dalla religione subendo gli scherni dei veri rivoluzionari e le diffidenze dei veri cattolici, si credettero arrivati al trionfo. Pio IX annunziatosi con una amnistia, che implicava la condanna del suo predecessore, proseguì liberaleggiando: guelfi e ghibellini sospesero le ingiurie per unirsi in un coro di lodi che finì d'ubbriacarlo. Un'ira di guerra si univa al fervore della libertà; si parlò di crociata. Gli entusiasmi cavallereschi del romanticismo scoppiarono, mentre l'energie delle vecchie repubbliche e dei piccoli ducati riapparivano improvvisamente, come evocate dalla forza dei tempi nuovi. Era un tumulto di sentimenti eroici, un fracasso di frasi liriche. Bisognava credere, perchè fra poco si sarebbe dovuto agire. Mazzini ripiegando la bandiera repubblicana prima ancora di sollevarla al sole delle battaglie, scriveva a Carlo Alberto e a Pio IX, sfiduciato d'entrambi, sacrificando con magnanima accortezza politica alla necessaria illusione del momento ogni sincerità di pensatore e superbia di capo: Garibaldi, riempita l'America del nome italiano, attendeva un segnale per rivalicare l'oceano e seguitare in più splendido canto l'epopea delle proprie vittorie. Gli ultimi odii irreligiosi erano sopraffatti dal coro instancabile di speranze che cantava nelle piazze e nelle chiese, nei cuori dei giovani e nelle teste dei vecchi.
Solo qualche classico cresciuto nell'odio del romanticismo o della religione protestava tacendo. Niccolini colla chiaroveggenza del poeta penetrando oltre l'illusione del momento si ricusò ad un'opera, che fallita doveva lasciare discordie peggiori di quanto allora ne conciliava; e feroce fra tanta bontà di accordi si chiuse prigioniero volontario in fondo alla propria accademia per non uscirne che quando la commedia insanguinatasi nel dramma spirerebbe nella più tragica delle disperazioni.
Forse l'acrimonia del carattere e l'angustia dello spirito giacobino gli acuirono la naturale perspicacia dell'ingegno.
Ma i principi d'Italia, malgrado la nuova aria che li sollevava tant'alto, rimasero troppo più bassi che all'opera non fosse necessario.
Il meno tristo di tutti, Carlo Alberto, bizzarra fusione di Don Chisciotte e di Amleto, vano nelle speranze quanto vile nel dubbio, invocato capo concedeva la costituzione e correva a farsela perdonare dal confessore. Ambiva la conquista d'Italia e non osava arrischiare il Piemonte, odiava la libertà e languiva assetato di favore popolare. Nullameno, era il solo che ardisse desiderare se non un'Italia libera almeno una gran parte di essa riunita e compatta. Ma giovinetto, che aveva cominciata la vita col tradimento raddoppiandone l'infamia colla espiazione del Trocadero, doveva chiuderla vecchio con un abbandono che il popolo nella infallibilità dell'istinto chiamò traditore; mentre l'astro da lui aspettato con romantica vanagloria sul suo scudo immaginario di guerriero aveva duopo di altri dieci anni per apparire sull'orizzonte d'Italia e fermarsi chissà per quanto tempo sul tetto del castello savoiardo.
La guerra scoppiò prima che la confederazione dei principi italiani fosse stretta: quasi tutti tradirono. Il pontefice, che aveva promesso e poteva giovare più d'ogni altro perseverando, atterrito dalle altezze cui lo innalzava la rivoluzione, riprecipitò nel fango oramai secolare del proprio passato. Futile e rettorico nella vanità, fu abbietto e pedante nella paura. Così il sogno del cattolicismo liberale svaniva, mentre i sanfedisti ghignavano feroci aspettando dalle prossime disfatte il massacro degli avversari, e gli spiriti veramente rivoluzionari si gettavano alla testa della poca plebe non guasta dalle lautezze dei governi corruttori, per morire disperatamente nel nome d'Italia.
Il risveglio da tanti sogni fu violento. L'energia dell'odio subentrò alla effervescenza dell'amore. Carlo Alberto solo tenne il campo e rimase vinto senza gloria. Cattivo re, soldato nemmeno mediocre, spirito falsamente italiano, il disastro lo rivelò forse contemporaneamente a sè stesso e alla patria. Ridivenuto piemontese nella fuga abbandona Milano, abdica la corona e va a morire sulle sponde dell'oceano, perseguitato dalle maledizioni d'Italia, avvolto nel disprezzo dell'Europa. Allora gli altri spiriti italiani grandeggiarono, Cattaneo a Milano, Manin a Venezia, Guerrazzi a Firenze, Poerio a Napoli, Garibaldi e Mazzini dovunque.
L'epopea si muta in tragedia, tutto fallisce, l'inesperienza dei generali paralizza l'entusiasmo dei volontari, le diffidenze gelose fra i capi disgiungono le forze restanti: poi le antipatie regionali sempre alimentate dai vecchi governi e male sopite nella gioia della prima fusione, infieriscono esasperate da rovesci che la vanità dei vinti accusa di tradimento. Non si pensa più all'unità, si ricalcitra persino all'unione. L'aristocrazia come classe rimane per codardo egoismo aderente ai governi abbattuti; il popolo grosso e minuto senza coscienza vera di libertà, poco uso alle armi e meno ancora ai sacrifici, subisce malgrado ogni fascino delle novità il prestigio delle antiche dinastie, mentre i preti lo riconfermano nel terrore della religione e le vittorie austriache gli riconsigliano la prudenza, colla quale da tanti anni resiste nella schiavitù. Le campagne peggio che indifferenti sono ostili alla rivoluzione; l'avarizia domestica e la bigotteria religiosa e politica v'imperversano al punto che un clero meno vile avrebbe forse potuto suscitarvi una contro-rivoluzione.
Solo la borghesia è rivoluzionaria, ma fiacca per abitudini, non pratica di governo, non facile alle armi, nutrita più di rettorica che di scienza, meglio atta a morire in un impeto di disperazione che a perseverare in una lotta disuguale di forze, incerta di scopi e di processi, si smarrisce. La sua parte più giovane e più numerosa accorre sotto le bandiere, mentre i suoi seniori ammalati di cattolicismo liberale non ardiscono proclamare davvero la rivoluzione. Si parla ancora di confederazione, le forme costituzionali imbrogliano gl'inesperti e favoriscono gl'ipocriti; in fondo si teme pel popolo e si rammemorano i giorni sanguinosi della rivoluzione francese. Manca il sentimento nazionale. Il problema della indipendenza si fraziona per ogni provincia, la parola repubblica confonde e sbigottisce. Si crede ancora che religione e libertà si accordino, che i principi patteggino leali coi popoli e il papato possa concordarsi volontario coll'Italia.
Non si sa nulla e manca tutto. La rivoluzione fallisce, ma spezzato il dramma, le sue energie si condensano nelle scene. Il Piemonte resiste come regno non ignaro d'invasioni, Venezia riassume morendo tutte le virtù della sua lunga vita, Roma assalita da tutta l'Europa riapre la storia immortale delle proprie guerre per scrivervi un'ultima pagina, che ne vale molti libri. A Napoli tradimento e massacro. I Borboni mentono ed assassinano, fedeli alla propria tradizione. A Milano l'insurrezione inerme, dopo aver trionfato d'un esercito per cinque giorni, sfinita più che vinta cede non patteggia: a Bologna i popolani insorgono e abbandonati abbandonano la rivolta; la Romagna freme, ma i suoi audaci sono tutti a Roma e i troppi codardi rimasti a casa seminano diffidenze preparando persecuzioni e condanne.
L'Europa è sossopra. Parigi, Berlino, Vienna tumultuano: la rivoluzione gloriosa e sanguinante è vinta dovunque, ma fra tutte quella d'Italia, allora forse la meno osservata, è la più significativa. Al principio della nazionalità essa congiunge il problema del papato. Per tutta la storia, dal più oscuro medio evo fino a Napoleone primo, nessuno aveva potuto risolverlo. L'Italia vi si accingeva. Il papato colpito da improvvisa quanto inesplicabile demenza aveva concesso una costituzione, che infirmava naturalmente il suo principio; quindi l'aveva tradita per non essere trascinato fuori della propria orbita, e la rivoluzione era scoppiata, uccidendo nel ministro papale l'ultima illusione di un accordo fra l'Italia e il Vaticano.
La repubblica romana doveva morire prontamente, ma bastava ad interrompere la vita millenaria del papato.
Quindi il dissidio religioso invelenì nelle coscienze liberali. I più coraggiosi nauseati dalle attitudini del pontefice, che fuggiva piuttosto che resistere e malediceva invece di compiangere, si gettarono nella rivoluzione oramai troppo male ridotta per trionfare, e bestemmiando cattolicismo e federazione invocarono come suprema necessità della patria gli esterminii del 93. I più arretrarono mascherando di pretesti religiosi la prudenza, che li faceva disertare una causa per la quale la sola onorevole speranza era di morire: i meno sognarono una reazione papale iniziante un governo più largo d'impieghi ai devoti e di stipendi alle spie.
La lunga servitù d'Italia pesava su tutte le coscienze come una fatalità; la rivoluzione sembrava perdere non per colpa degli uomini ma per ragione delle cose. L'Italia non poteva risorgere. Questa acquiescenza al destino o alla provvidenza, come allora si diceva, era favorita dal quietismo religioso e letterario a capo del quale splendeva il Manzoni: la rassegnazione cristiana e il pessimismo ultra mondano, che mette sempre nell'altra vita la soluzione di tutti i problemi, coprivano le viltà depositate nelle coscienze da troppi secoli di servitù, mentre l'educazione cattolica assoggettava coi suoi terribili dilemmi spiriti anche non volgari.
Quindi i pochi eccessi rivoluzionari, che falsavano la nuova libertà, bastarono a molti per abbandonarla, evitando loro di risolverne il problema nella coscienza. I rivoluzionari rimasero pochi ma intrepidi, i cattolici furono troppi ma quasi tutti vili, certo tutti inetti, aspettando dall'Austria più che da Dio la pacificazione d'Italia.
Il clero che negli antecedenti begli anni della letteratura cattolica liberale si era abbandonato a tutti i lirismi del sacrificio, rientrò frettolosamente nel secolare egoismo: nessuno osò scindere le questioni che il Vaticano fondeva in una sola. Pontificato, governo temporale, romanismo, cattolicismo, cristianesimo, tutto si confuse nell'anatema lanciato dal papa alla rivoluzione e rimase identico nella coscienza del clero. I vantaggi della sua posizione storica minacciati dalla rivoluzione gli tolsero la vista delle grandi riforme da lui stesso invocate, mentre l'emancipazione dello Stato dalla Chiesa proclamata altamente dai liberali lo guariva quasi istantaneamente dalla passione della libertà.
Immaturo per la propria riforma, il clero non poteva accondiscendere nella rivoluzione.
I suoi più grandi pensatori, riprovati da Roma, non avevano osato nemmeno nello sdegno della propria condanna precisare la riforma cattolica; imbarazzati fra loro nella parte dogmatica, non riuscirono che a maledirsi scambievolmente ponendo il problema della nuova costituzione ecclesiastica. Quindi le esigenze della libertà e della autorità sviandoli nel pensiero li esasperarono nel sentimento già atterrito dalla insurrezione e dal silenzio del popolo, fra cui predicavano. Invece di una riforma religiosa, questi domandava una rivoluzione politica. Il cattolicismo non era più un bisogno ideale dello spirito popolare: i suoi dogmi, la magnificenza della sua universalità non commovevano più, mentre la violenta interpretazione papale riassumendo tutto nel vaticanismo aveva già prodotto negli spiriti quell'indifferentismo beffardo e desolato, che Lammenais prima di ribellarsi aveva cercato di combattere con un fervore di fede pari allo splendore dell'eloquenza.
E a poco a poco i nuovi eretici trascinati dallo stesso spirito novatore erano saliti dal campo religioso nel filosofico, abbandonando la sicurezza dell'insegnamento cattolico, prono ma sodo, per smarrirsi non visti dal popolo fra la turba dei grandi pensatori, che cercavano già donde verrebbe la nuova religione.
Il problema del rinnovamento cattolico, intuito nella prima metà di questo secolo, non sarà veramente dibattuto che nel secolo seguente e risolto chissà in quale.
Certo prima di esaurirsi il cattolicismo, che sta rincorporandosi tutto il cristianesimo, deve produrre in sè stesso nuove interpretazioni e forme favorevoli alla espansione degli ideali, che oggi ancora contunde nella idolatria o deprava nella politica.
Il clero italiano fu come da moltissimi secoli al di sotto della propria posizione, il più vile di tutto il cattolicismo. La corruzione vaticana scemandogli il carattere religioso gli aveva tolto, e non gli ha ancora restituito, il carattere umano. Mentre l'Italia insorgeva contro l'Austria in una guerra d'indipendenza scevra di questione religiosa, e la rivoluzione assaltava il Vaticano scacciandone il papa per conquistare la libertà religiosa e politica, il clero non osò essere nè italiano nè cattolico combattendo l'Austria o schierandosi col pontefice. La viltà del Vaticano, che oppugnava l'Italia per conservarvi il minimo regno, si ripetè in tutte le parrocchie; i curati trepidanti pei proprii beni lasciarono a Dio l'ufficio di salvare il papa, e non uno di loro tentò di mettersi alla testa dei molti fedeli per difendere, ultimo crociato, la tomba degli apostoli, o salire almeno il pulpito per dire ai contadini che l'Austria tiranneggiando l'Italia aveva il medesimo torto dei settari insignorendosi di Roma.
Invece ripeterono a bassa voce la parola di Gesù altrettanto vera nella filosofia che falsa nella storia: date a Dio quello che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare; ma il nuovo Cesare stava a Vienna, e quanto a Dio, i suoi beni e i suoi diritti erano quelli medesimi delle parrocchie.
Sullo scorcio del secolo passato il clero francese morendo nella Vandea per il proprio re si era contemporaneamente battuto per la Francia contro gl'invasori, e la rivoluzione aveva dovuto stimarlo, e Napoleone poco dopo l'aveva riconfermato. Il clero italiano, ignobile ed ignaro, non volle morire nè per l'Italia nè per il papa, e visse a sè medesimo.
Ma il papa stesso, moltiplicando per tutta la superiorità del proprio grado l'antico errore di Pompeo, abbandonò Roma al primo scoppio rivoluzionario ricusandosi ad un pericolo di morte altrettanto improbabile che benefico alla religione. La prigionia di Pio VII era bastata a riscaldare gli animi religiosi dopo la rivoluzione francese, l'assassinio o la condanna di Pio IX avrebbero riaccesa in tutti gli spiriti la fiaccola della fede disonorando per sempre la rivoluzione.
Invece riparò nella più solida fortezza del peggior tiranno d'Europa, cingendosi di briganti contro i rivoluzionari. Mentre Garibaldi e Mazzini venivano a morire sulle mura di Roma, disperati di salvarla ma bagnandola del proprio sangue, come di un battesimo che la iniziasse a nuova vita, il pontefice nella feroce umiliazione di re, che non sa nè vincere nè morire, dimenticava il proprio carattere di padre universale per cacciare contro Roma quanti soldati la reazione trionfante in Europa poteva prestargli.
Ma la viltà del papa immortalata da Mazzini in una pagina rovente d'indignazione sparve nella viltà del clero; a tutti sembrò dovere la sua fuga, diritto la sua invocazione agli stranieri perchè lo rimettessero in trono. Senonchè quella fuga e quell'appello oltre le alpi provarono invece che principio e fatto di regno temporale erano esauriti. Quando un principio è incolume e un fatto è intero, coloro che lo incarnano non vi falliscono; l'energia della fede, il vigore della coscienza li sorreggono in ogni frangente; possono perdere non scappare, soccombere non prostrarsi. Il re che abbandonava Roma senza chiamare il popolo alle armi confessava di non esserne che il papa, e il mondo gli credette.
Quindi la sua fuga aperse nelle mura una breccia, che allargata dalla soldataglia cosmopolita del suo ritorno non si potè più sbarrare: vent'anni dopo Vittorio Emanuele, scoprendola, entrò e la chiuse. Questa volta Pio IX non fuggì da Roma perchè non ne era più il re, ed essendone il papa poteva sempre restarvi.
III.
In questo periodo così tumultuante di fatti, e di idee Don Giovanni non si mosse. Molti fra i congiurati, che lo avevano conosciuto nelle opere secrete, aspettavano forse di vederlo insorgere sulla montagna e alla testa di una compagnia fra contrabbandieri e cacciatori correre alla difesa di Roma. La Spagna era tutta piena in questo secolo di curati belligeri, talvolta grandi come generali, più spesso fieri come assassini.
La predicazione patriottica cominciata a Bologna dai padri Gavazza e Ugo Bassi infiammava il popolo alla guerra. Invece che nelle chiese, le prediche si facevano su per le piazze, dall'alto delle scalinate, fra una ressa di popolo piangente di ogni entusiasmo, giacchè l'effervescenza del sentimento patriottico permetteva qualunque eccesso di pensiero e di parola. Si declamava di guerra, di massacri, di trionfi, di perdoni: tutta la vecchia rettorica delle scuole piena di esempi romani e cartaginesi, quella dei seminari, l'altra più recente del romanticismo si mescolavano in una eloquenza ridicola e commovente, deforme e poderosa.
Nell'aria agitata da tante voci passavano a volta a volta i veri soffi della rivoluzione. Il popolo applaudiva strepitando ai due sacerdoti senza capire delle loro frasi che le parole di guerra. Il nemico scoperto era l'Austria, i nemici incerti tutti i principi, il papa e il clero, i nobili e i borghesi che quello schiamazzo atterriva, e i contadini che ascoltandolo lontani ne chiedevano la spiegazione ai parroci.
Il padre Gavazza, energica figura di tribuno ribollente di passioni e fors'anche volgare di vizii, piaceva più dell'altro, gracile poeta, che la letteratura aveva travolto e la rivoluzione doveva stritolare. Ad entrambi la stessa gloria e la medesima vanità prestò le forze ad uscire dagl'ordini; ma nessuno dei due sapeva bene ciò che volesse. Ugo Bassi additato alla reazione austriaca dal clero implacabile si confessò, abiurò e cadde, martire coraggioso e recalcitrante, per vivere nei ricordi del popolo che di lui non ricordò più che la morte; l'altro, più fortunato o più abile, vinta la rivoluzione, riparò all'estero e vi si convertì al protestantesimo, e tornò a predicarlo in Italia agli stipendi della società biblica, non ascoltato dalla borghesia, spregiato dal popolo, che stima poco coloro che mutano e non crede mai alle conversioni fruttanti danaro.
Don Giovanni, sacerdote al pari di essi, non li seguì nella breve e tempestosa predicazione. Differenze di indole e più ancora di testa glielo impedirono, salvandogli l'originalità oggi ancora più sentita che compresa.