LE ORE INUTILI.


AMALIA GUGLIELMINETTI


LE ORE INUTILI

NOVELLE

MILANO
Fratelli Treves, Editori
1919

Secondo migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda.

Tip. Fratelli Treves, 1919.


[INDICE]


IL RITRATTO A PASTELLO.

Discutevano da quasi mezz'ora, il giovine schermendosi con parole vaghe e perplesse, la donna indagando con una ostinazione che diveniva a grado a grado impaziente. Finalmente egli disse:

— Hai ragione. Oggi io sono diverso, oggi io ti devo confessare qualche cosa di abbastanza grave e mi è mancato fino ad ora il coraggio di farlo. Devi darmelo tu questo coraggio, tu che sei una piccola donna forte, capace di affrontare sola la vita e tutte le sue sorde ostilità. Confortami tu, Ottavia, a parlare. Dimmi che sarai indulgente e clemente col tuo povero amico che ha paura, che ha paura di te.

Ottavia Dimauro che ascoltava, adagiata nell'angolo del divano giallo-oro, coi capelli neri sciolti sulla spalliera come un viluppo di serpenti foschi, con le spalle nude e i fianchi avvolti strettamente in una spirale di seta d'un color violaceo pallido che le scopriva i piedi rosei nelle babbucce orientali ricamate di perle, lasciò sfuggire una lunga risata non più gaia e non ancora beffarda, volgendosi a fissare Dino Altavilla, seduto accanto a lei, nell'altro angolo del divano giallo-oro.

— Mio povero amico, tu hai paura di me? Ci conosciamo ormai da due anni e mezzo ed è questa la prima volta ch'io ti scopro una sensibilità così tremebonda e che mi riconosco una così terribile forza. Che cosa dunque accade di tanto spaventevole?

— Spaventevole? — ripetè Dino Altavilla con un breve sogghigno. — Non esageriamo. Ho detto soltanto che si tratta di una cosa importantissima, la quale non mi giunge, d'altronde, improvvisa poichè la prevedevo da almeno sei mesi. È un fatto che, del resto, non ha nulla di spiacevole, tranne l'impressione, la prima impressione che tu ne potrai riportare. Ed è appunto ciò che mi costringe ad esitare tanto dinanzi a te, prima di decidermi a confessarti questa semplice realtà.

Ottavia lo lasciò parlare sino alla fine, attese ancora alcuni minuti, fissandolo con lo sguardo interrogativo, la confessione di quella semplice realtà e, constatando che il momento della rivelazione non era ancora giunto, si strinse nelle spalle con una piccola smorfia sdegnosa, poi s'alzò, mosse alcuni passi sul folto tappeto persiano che copriva interamente l'impiantito della vasta camera gialla.

Giallo era il broccato della coperta sul letto disfatto, gialla, incrostata di merletti di Venezia, la seta delle tende alle due finestre altissime, d'un chiaro giallino il legno di cedro dei mobili e le due poltroncine basse ai lati del tavolino da tè, e di un intenso oro caldo a riflessi di rame la grande cornice ovale che occupava la parete al disopra del divano, la cornice preziosa la quale racchiudeva un delicato pastello: il ritratto di Ottavia Dimauro.

Ella sollevò il capo e si fermò dinanzi a quell'altra se stessa, così somigliante pur nella leggera nebulosità del colore sfatto che le parve di vedersi in fondo ad uno specchio antico, un po' velato dalla polvere e dal tempo, oppure in fondo ad un'acqua stagnante in una luce di crepuscolo.

Scendeva difatti la prima ombra della sera dai vetri chiusi dietro le cortine leggere, e la violenza ardente di colore da cui traeva tanto risalto la particolare bellezza di quella donna bruna e pallida come un'andalusa, si fondeva ora dolcemente in un'armonia più discreta e più raccolta.

I larghi occhi neri di Ottavia fissavano i larghi occhi neri del ritratto che apparivano immensi e profondi nella penombra.

Era stato quello sguardo immenso e profondo, segnato con pochi tratti di colori da un pittore grande e modesto, ora morto, ad avvicinare quasi d'improvviso i loro destini in un amore durato oltre due anni e pieno di tumultuosa intensità di vita.

Dino Altavilla vi si era fermato dinanzi in una esposizione d'arte, lo aveva osservato contemplato meditato interrogato a lungo, per molti giorni, finchè si era risolto ad acquistarlo per giungere a conoscere, se veramente esisteva, la creatura umana a cui splendevano in volto quegli occhi.

Codesta creatura umana esisteva, era una giovane signora sola, che abitava una villa in una piccola città di provincia, dove il pittore, passando per svago un'estate, le aveva fatto, per proprio diletto, il bel ritratto a pastello.

Il permesso di venderlo ad un ammiratore sconosciuto che il ritrattista le chiese per iscritto, il gentile consenso della signora e una successiva lettera di ringraziamento di Altavilla gli porsero l'occasione di una corrispondenza cortese, a cui seguì ben presto un incontro e quando, poche settimane più tardi, il nuovo amico la pregò di venire ad ammirare il ritratto in una cornice e in un ambiente degni della bella opera d'arte e della bella opera umana ch'esso rappresentava, Ottavia Dimauro fu accolta in quell'appartamento lussuoso e misterioso, a terreno d'una villetta suburbana, dove ogni cosa era stata scelta e disposta con una sapiente cura d'amore.

Da allora ella vi era ritornata ogni settimana, vi aveva talvolta passato giorni e giorni, notti e notti, in quella completa libertà di esistenza che il suo stato di donna sola, separata da un marito ignobilmente vizioso, le concedeva.

— Io e quell'altra me stessa, lassù — diceva Ottavia, accennando al pastello chiuso nella sua cornice d'oro, — abbiamo passato qui dentro, in persona o in ispirito, quasi due anni e mezzo di vita, eppure mi accorgo in questo momento che, se le tue labbra, Dino, e le mie labbra si sono tante volte avvicinate, le nostre anime invece sono rimaste infinitamente lontane.

— Non è vero, non è vero. Perchè dici così? — mormorò egli corrucciato, afferrandola d'un tratto alla vita e piegandola riluttante verso di sè. — Non ti ho dato per oltre due anni tutto me stesso?

— Tutto, forse, meno la tua fiducia e la tua confidenza — ella rispose, rigida, negandosi per la prima volta alle sue carezze. — Da parecchi mesi c'è nella tua vita qualche cosa di molto importante e tu me lo nascondi per timore d'una mia sgradevole impressione. E questo si chiama, per te: dare tutto se stesso?

— Ottavia, non parlarmi con tanta asprezza, te ne prego — egli la supplicò, umile, baciando con avidità le sue mani che lo allontanavano.

Ella rise, ancora più aspra nell'ostentazione della gaiezza che nelle fredde parole e andò a guardarsi nel triplice specchio dell'armadio, seguendovi con gli occhi torbidi sotto le ciglia socchiuse ogni atteggiamento ed ogni moto del giovine, tuttora affondato nell'angolo del divano. Egli s'era stretto la tempia fra le palme e restava a fissare il suolo con lo sguardo assorto e la fronte corrugata. Balzò in piedi, come per incitarsi a una improvvisa risoluzione, e movendo alcuni passi le venne vicino.

— Ascolta.

Seduta in una delle basse poltrone presso il tavolino da tè, ella aspirava con una espressione di voluttà esagerata un mazzo di violette languenti in una coppa di cristallo verde. Non si mosse quando egli le fu accanto, non si mosse quando egli si inginocchiò ai suoi piedi, sorridendo con una tenerezza alquanto impacciata.

— Ascoltami, cara.

— Ti sei deciso a rivelarmi la semplice realtà?

Ella sogghignò sollevando il viso dalle violette languenti, poi sospirò a lungo sbattendo le palpebre come se si destasse da un sogno, e la crudeltà del suo sogghigno contrastava così singolarmente con lo smarrimento voluttuoso degli occhi che il giovine, chino alle sue ginocchia, ne tremò di desiderio e quasi di rancore..

— Ebbene, — egli confessò con finta semplicità, — fra dieci giorni prendo moglie.

Ottavia tornò a chinare il viso sulle viole e tacque per un lungo momento.

Quando lo sollevò, esso rassomigliava stranamente al ritratto a pastello nel colore sfatto delle gote e delle labbra, nell'ombra che riempiva l'incavo degli occhi. Sulla bocca pallida si disegnava lo stesso sorriso di prima, ma quasi contorto in una piega amara.

— Davvero? — ella disse con un piccolo sussulto delle spalle.

— Sì, — susurrò Altavilla, prendendole i polsi. — Ecco la notizia che non avevo il coraggio di darti. Essa non è poi così spaventevole come pareva. Non è vero?

— Difatti.... — ella mormorò ambiguamente, guardando i propri polsi ch'egli stringeva fra le sue dita, quasi perchè ella non gli sfuggisse.

— Difatti — il giovine ripetè. — Questo non muterà nulla di ciò che è stato e di ciò che è fra di noi. Io sposo mia cugina, la solita cugina imposta dalla volontà dei cari genitori ai soliti figlioli docili, tranquilli e morigerati come me. Mia cugina è giovane, ricca e non ha nulla di particolarmente ripugnante perchè io rifiuti la sua mano.

— E tu, naturalmente, non la rifiuti — ella concluse, scotendo il capo più volte, quasi per convincere lui e se stessa di questa inoppugnabile verità.

— È evidente — ammise il giovane, alzando lentamente le spalle, come a soppesarvi la lievità del giogo a cui esse si assoggettavano con tanta docile calma.

— Nemmeno se, accettando la mano di tua cugina, tu dovessi perdermi per sempre?

La domanda inattesa giunse dopo una prolungata pausa di meditazione e vi succedette un'altra pausa piena di stupore.

— Ciò che tu dici è assurdo — le osservò il giovine, più sgomento di quanto non volesse apparire.

— Sarà assurdo, ma è l'espressione più semplice e più vera del mio pensiero, — ribattè con una risoluta e pacata fermezza la donna. — Mi sei appartenuto esclusivamente per oltre due anni, o almeno io ebbi di questo esclusivo possesso l'assoluta convinzione. Non posso e non voglio condividerti consciamente con un'altra donna, sia pure tua cugina, sia pure una moglie che ti è imposta dalla parentela. Ti prego, anzi, ti impongo di scegliere fra lei e me, ossia di rinunziare definitivamente all'una o all'altra.

Dino Altavilla l'ascoltò in piedi, a ciglia corrugate, torcendo la bocca in una espressione di tedio irritato.

— Io non vedo affatto la necessità di correre ad un ultimatum di questo genere — tentò di scherzare con qualche ironia — e di creare un dramma di una situazione così semplice. Esistono infiniti uomini che posseggono insieme una moglie tollerata e un'amante adorata, senza essere costretti a rinunziare all'una o all'altra. Sono queste le vicende più comuni della società moderna.

— Ebbene, le vicende più comuni della società moderna non fanno al caso mio, e non le accetto — proruppe aspramente Ottavia, alzandosi d'impeto ed incominciando a ravviarsi con gesti nervosi i capelli dinanzi allo specchio dell'armadio.

Il giovine girò la chiavetta della luce e la camera gialla parve riempirsi di uno sfolgorante sole meridiano sotto il quale la bellezza appassionata della donna splendette di un così meraviglioso risalto che egli tremò di perderla per sempre con altre imprudenti parole.

— Tronchiamo questo colloquio, cara. Non parliamo più di simili cose spiacevoli. È meglio ch'io me ne vada e che ci rivediamo più calmi, domani, — le susurrò nel collo tentando, senza riuscirvi, di baciarla. — A domani, dunque. Addio.

Ella non si volse neppure. Continuò ad appuntarsi nei capelli le forcine di tartaruga che teneva fra i denti e quando ne tolse l'ultima stirò le labbra ad un sogghigno amaro, ripetendo come un'eco spenta il saluto dell'amante:

— Addio.

Lo vide sparire dietro la portiera di damasco giallo e allora soltanto s'abbandonò tutta sul divano, e chiuse gli occhi in un'espressione di spasimo disperato.

— Addio, addio, addio, — gemette tra aridi singhiozzi, torcendosi sotto la violenza dello strazio, premendosi sul cuore dolente le mani rattratte. — Addio, addio.

Poi balzò in piedi e si guardò attorno smarritamente, come per salutare un'ultima volta le cose familiari che sapevano il suo amore, che lo avevano per tanto tempo accolto e tutelato benigne.

Il ritratto a pastello le ricambiò il suo sguardo accorato, la fissò con quegli occhi immensi e profondi che rassomigliavano ai suoi, ch'erano i suoi, parve dirle con taciturna angoscia: — E io resterò qui sola mentre tu andrai lontano. Quest'altra te stessa rimarrà qui, vedrà forse un amore che non sarà più il tuo, assisterà a una gioia e a un dolore che ti saranno ignoti, soffrirà dell'inganno e del tradimento e non potrà non guardare, non potrà chiudere i suoi occhi immensi e profondi. Dovrà vedere, sapere e sarai tu che vedrai e saprai.

Allora Ottavia Dimauro salì sul divano giallo, sciolse il cordone d'oro che assicurava alla parete il quadro e lo discese cautamente, cautamente lo depose a terra, sul tappeto persiano.

Il cristallo terso e sottile che proteggeva la figura scintillò sotto la luce intensa delle lampade ed ella posò il piede su quegli occhi che la guardavano ancora, ve lo premette con tutto il suo peso, con tutta la sua forza. Il vetro cedette scricchiolando, le fenditure s'allargarono in forma di raggi sino alla cornice, e la donna s'inginocchiò, ne tolse un primo frammento lungo e acuminato come un pugnale, poi un secondo e un terzo. Scoperse i colori tenui e sfatti del pastello, mise a nudo l'intero ritratto già gualcito e già martoriato dal suo piede, liberò dalla loro trasparente custodia quegli occhi che la guardavano ancora, interrogando.

Ma non si fermò nella sua opera di distruzione. Strappò dalla cornice il cartoncino ovale segnato dalla mano del grande maestro morto e con le dita convulse, tuttora inginocchiata sul tappeto, ella lo lacerò in due, in quattro, in innumerevoli lembi e li disperse al suolo, con un piacere acre, con un sorriso di blanda follia diffuso sul volto, col petto e le tempia pulsanti di un battito febbrile.

Quindi s'alzò, sedette sfinita sul divano e contemplò quella rovina con un senso di commiserazione così profonda per se medesima e per il suo amore che un'onda di pianto le salì dal cuore straziato.

Ma quando sollevò le mani per ricoprirsene il volto e premersi le palpebre brucianti di lacrime, s'avvide che le sue dita sanguinavano, ferite dai frammenti acuminati del cristallo, s'avvide che sui chiari disegni del tappeto, sul broccato giallo del divano, sulla vestaglia di seta violacea erano cadute le stille intensamente vermiglie del suo sangue, come tanti piccoli segni visibili della sua sofferenza, come le stigmate palesi del suo dolore.

E con una struggente malinconia ella pensò che queste vi sarebbero rimaste.

I MUGHETTI DEL PROFESSORE.

Il professore Biagio Valenzi, dottore in lettere e filosofia, vide un giorno nella vetrina d'una fioraia un leggiadro cestello di mughetti di serra e si fermò ad osservarli con raccolta ammirazione pensando alla sua giovane allieva, la signorina Diana Vallebella.

Egli non sapeva con esattezza perchè quei fiori dalla tinta così delicatamente pallida, dalla forma così gentile, raggruppati con grazia armoniosa nel leggiero cestello dorato, richiamassero alla sua memoria la snellezza elegante, la biondezza rosea, l'arditezza ingenua della fanciulla alla quale egli commentava tre volte per settimana i grandi maestri della letteratura e i memorabili avvenimenti della storia.

Nondimeno, poichè egli era un poeta sentimentale, non ostante gli occhiali a stanga e la corpulenza un po' goffa dei suoi quarantaquattro anni, risolvette d'offrire alla piccola Diana l'omaggio di quei fiori che tanto le rassomigliavano ed entrò nel negozio elegante della fioraia.

I mughetti di serra avevano un prezzo piuttosto esorbitante per le sue magre finanze di insegnante governativo, ma il professore non s'indugiò dinanzi a considerazioni d'ordine così prosaico e, acquistati i fiori, diede l'indirizzo di Diana Vallebella e li mandò a destinazione senza un biglietto e senza una parola.

— Ella comprenderà prontamente che il dono non può venirle che da me, — rifletteva il professore dirigendosi a lento passo verso il Liceo, dove i suoi cinquanta tumultuosi alunni lo attendevano per discendere con lui negli infernali gironi danteschi.

E quando terminata la lezione egli s'avviò finalmente verso il lontano villino Vallebella, dall'altro lato della città, già sorrideva con la larga faccia troppo florida, pregustando i vivaci ringraziamenti e le meravigliate esclamazioni di Diana, ferma in estatica ammirazione dinanzi al cestello dei suoi mughetti deposto sulla tavola delle riviste nello studio.

La vedeva venirgli incontro col suo elastico passo sportivo e stringergli tutte e due le mani con quella nervosa energia che nessuno avrebbe sospettato in una personcina così smilza e flessibile, rimproverandolo amabilmente con la sua grazia un po' monellesca di farle la corte nel modo più riprovevole per la sua serietà di professore.

Ma allorchè il domestico lo introdusse nella chiara stanza arredata all'inglese, dove Diana ascoltava tre volte per settimana le sue conversazioni letterarie, non vi scorse traccia di fiori nè sulla tavola delle riviste, nè sulla scrivania.

La sua allieva si fece anzi aspettare dieci minuti e quando apparve lo salutò quasi freddamente e si dispose con gesti annoiati e nervosi a prendere i consueti appunti della lezione. Il professore doveva parlare quel giorno di Leopardi e s'era preparato un appassionato commento sulla poesia Amore e Morte, il quale avrebbe fatto piangere di commozione la più scettica delle anime femminili.

Senonchè, dinanzi alla svogliatezza irrequieta di Diana egli non osò, o gli parve inopportuno, richiamare fra di loro quelle parole di sconsolata amarezza amorosa che dovevano farli insieme vibrare di esaltato consentimento.

Diana, dal canto suo, abbreviò con un pretesto la lezione e lo accommiatò con un saluto distratto che lo riempì di timore e di tristezza.

— Ho creduto di renderle un omaggio e invece l'ho offesa, — rifletteva desolato Valenzi, camminando pel viale deserto che lo riconduceva al centro della città dov'egli abitava. E con quella mitezza di cuore che stonava alquanto con l'apparenza ruvida della sua persona, finì con l'ammettere che Diana aveva ragione di ritenersi offesa di quel dono, il quale era certo un atto di eccessiva famigliarità, indelicato e scorretto.

Ma, tornato dopo due giorni al villino Vallebella, trovò la fanciulla completamente mutata. Ella portava alla cintura un mazzolino dei suoi odorosi mughetti e gli corse incontro a mani tese con gli occhi sfavillanti.

— Segga, professore, e parliamo di poesia. Ma niente Leopardi, niente malinconie! Oggi mi sento più gaia di un'allodola e sono disposta soltanto ad ascoltare cose liete.

— Me ne rallegro signorina.

— Se ne rallegri, se ne rallegri pure. Vede questi mughetti?

— Li vedo.

— Ebbene, ne ho ricevuto un cestello pieno, un dono squisito che è una meraviglia, un gioiello, un amore.

— Oggi stesso?

— No, ieri l'altro, poco prima della sua lezione. Per questo mi aveva trovata così preoccupata ed irascibile.

— Non capisco.

— Com'è tardo a capire, caro professore! L'altro giorno io ignorava chi m'avesse inviato quei fiori e sebbene me ne fosse balenato un vago dubbio, tuttavia l'incertezza mi rendeva irrequieta e nervosa.

— Ed ora?

— Ora io so da chi mi viene quel dono e ne sono felice.

— E come avvenne la scoperta?

— In un modo molto semplice. L'ho indovinato io stessa e il donatore troppo discreto non può più smentirmi.

— Quel donatore timido è certamente un poeta intinto di sentimentalismo.

— È un artista, questo sì. Ed ora, professore, incominciamo a discorrere di letteratura.

— Come vuole, signorina.

Dopo un'ora di dotta conversazione Valenzi uscì dal villino Vallebella accompagnato al cancello del giardino dalla sua stessa allieva, la quale gli pose anche all'occhiello, con una grazia deliziosamente inquietante, prima di lasciarlo, al momento del saluto, alcuni profumatissimi mughetti.

— Questa ragazza è un enigma. Sa o non sa che fui io a inviarle quei fiori? — egli si chiedeva per via, meditando a capo basso. — Sa o non sa?

Durante alcune settimane egli continuò a rivolgere a se stesso questa domanda senza poter giungere ad una logica risposta, e continuò ad osservare con occhio indagatore la sua alunna la quale, con un avvicendarsi capriccioso di benevolenze confidenti e di inquietudini taciturne, di gaiezze vivaci e di irose malinconie, sconvolgeva oggi i suoi giudizi di ieri, apparendogli ogni giorno quel piccolo enigma vivente che lo turbava sempre più.

Egli s'accorgeva ora di correre alla sua lezione in casa Vallebella con un'ansietà rimasta fino allora ignota alla sua tempra solida ed alla sua chiara serenità di curioso, e ogni volta la speranza di sciogliere il mistero che lo agitava nell'intimo gli metteva nell'anima un oscuro tremore.

Finì un giorno per confessare tristemente a se stesso che per colpa di quel cestello di mughetti mandato a destinazione come un omaggio della poesia alla bellezza, egli si era a poco a poco innamorato nella maniera più ingenua della sua allieva.

Con la sua grave maturità, coi severi studi, coi suoi titoli accademici, si sentiva il cuore oppresso e la gola stretta come un adolescente alla sua prima avventura dinanzi alle incoerenti bizzarrie di quella ragazza di vent'anni che nascondeva un segreto d'amore. E si chiedeva senza posa trepidando: — Sa o non sa? Ama me, o ama un altro?

Aveva inteso dire che le giovinette si sentono attratte di preferenza verso uomini maturi, forse per quella legge di contrasti e di compensi che guida la cecità dell'amore e a cui un filosofo sottile diede l'esattezza attraente d'una formula. Ma quale realtà umana si nascondeva sotto quelle argomentazioni letterarie? Ed era questo veramente il caso particolare di Diana Vallebella?

Con alcune domande egli avrebbe potuto conoscere la verità. Bastava che la interrogasse ancora una volta sul supposto donatore dei fiori e che la costringesse abilmente a rispondere, senza dissimulare il suo pensiero.

Esitò ancora per qualche tempo, con una specie di strano pudore, finchè risolse un giorno di troncare le sue incertezze da cui non gli veniva che danno, rintracciando coraggiosamente il vero, anche col pericolo di andare incontro a una delusione.

Ma la sua allieva gli evitò queste difficili indagini, partecipandogli una sera, all'improvviso, una notizia inattesa.

— Professore, fra poco saremo costretti a troncare le nostre piacevoli lezioni.

— E perchè, signorina?

Ella aveva pronunciato con gaiezza, sebbene con una leggiera intonazione di rammarico le parole che annunziavano un prossimo commiato, ma Valenzi sentì che la propria voce tremava mentre egli mormorava con un sobbalzo trattenuto la domanda ansiosa.

— Perchè sono fidanzata, caro professore. Mi sposerò fra un mese e mezzo.

Valenzi inghiottì qualche cosa che lo stringeva alla gola e rispose con un sorriso penoso:

— Ne sono lieto, veramente lieto. E chi è dunque l'uomo fortunato che mi rapisce la più gentile fra le mie allieve?

— L'uomo fortunato è un giovane artista non ancora celebre, ma che lo sarà certamente un giorno. È il pittore Fulvio Albanesi, quello che ha lo studio in questa stessa casa all'ultimo piano.

— Non lo conosco, — mormorò Valenzi, crollando lentamente il capo e trattenendo a denti chiusi un sospiro.

— Nemmeno io lo conoscevo alcune settimane or sono. Conduceva una vita molto ritirata e laboriosa. Veniva a studio la mattina presto e se ne andava la sera tardi. Mammà diceva che era un giovine molto serio e papà che pagava puntualmente la pigione. Io lo guardavo spesso, nascosto dietro le cortine della finestra perchè mi piaceva molto, ma egli sembrava ignorare persino la mia esistenza. Finchè un giorno, al principio di marzo....

— Al principio di marzo? — ripetè Valenzi trepidamente, rammentando che proprio in quei giorni egli le aveva mandato i malaugurati fiori.

— Sì, ai primi di marzo io ricevetti un bellissimo cestello di mughetti di serra, assolutamente anonimo e subito immaginai che il donatore così discreto di quei fiori non poteva essere che il giovine pittore dell'ultimo piano.

— Ed era lui?

— Era lui. Rimasi tutto un giorno tormentata dall'incertezza, ma il domani lo attesi sulle scale e, fingendo di averlo incontrato a caso, gli chiesi la cortesia di farmi visitare il suo studio, soggiungendo di non essere mai penetrata nello studio di un pittore. Egli rispose schermendosi con timidezza, osservandomi che la sua casa era povera d'opere e poverissima d'arte, ma invitandomi tuttavia ad entrarvi quando mi piacesse. Allora, senz'altre divagazioni, io lo ringraziai del suo omaggio silenzioso, lodando la gentilezza e il profumo del suo cestello di mughetti e soggiungendo ch'esso era stato per me un dono squisito, degno di uno squisito artista come lui.

— E che cosa rispose lo squisito artista?

— Tornò a schermirsi timidamente, negando con aria di mistero d'essere lui stesso il colpevole di simile arditezza, ma alle mie insistenze finì col tacere, lasciandomi comprendere che non aveva osato manifestarmi in altro modo la sua ammirazione appassionata e che quei fiori mi portavano tacitamente le parole oscure che occupavano il suo pensiero, ma ch'egli non avrebbe mai ardito rivolgermi. Ed ecco come cominciò il mio fidanzamento, caro professore, ecco per quale via io sono giunta alla felicità.

Valenzi non rispose subito. Si pulì con cura gli occhiali che gli parevano annebbiati di un vapore grigio ed aperse e richiuse due o tre volte un libro deposto accanto a sè sulla scrivania.

— Che cosa debbo fare? — si chiedeva frattanto. — Rivelare la sottile ipocrisia e lo scaltro opportunismo di quel giovine pittore che s'era valso d'un gesto di grazia altrui per arrivare a quella deliziosa creatura e per concludere con abilità un eccellente matrimonio? Egli se ne sentiva sdegnato come d'una beffa e umiliato come d'una profanazione, ma comprendeva ch'era ormai troppo tardi per scoprire alla fanciulla la verità. A che cosa avrebbe essa ormai servito? Diana era innamorata di quel giovine e dinanzi all'amore non c'è nulla di più dolce che l'inganno, nulla di più odioso che il vero.

— Professore, ella che è poeta scriverà un sonetto per le mie nozze?

Diana gli stringeva le mani sorridendo di quel suo bel sorriso luminoso che lo abbagliava, mentre egli in piedi dinanzi a lei prendeva commiato con un volto atteggiato a grave serietà.

— No, signorina. La mia musa non ha sufficiente dimestichezza con le caste gioie d'Imene, — rispose alquanto ironico il professore Biagio Valenzi. E subito soggiunse più sereno: — Le faccio però un augurio da poeta.

— Ossia?

— Ossia che la sua felicità non abbia mai a trovarsi faccia a faccia con la verità.

— Non comprendo.

— È meglio che non comprenda.

Giunsero insieme al cancello del giardino, in silenzio, un poco oppressi entrambi dalla oscurità grave di quelle parole, poi il professore si chinò a baciare per la prima volta la mano della sua allieva, quella piccola mano ch'egli stesso, senza saperlo, aveva offerto ad un altro.

Quindi varcò la soglia e se ne andò a capo chino, senza voltarsi.

DATEMI SOCCORSO.

— Lo sapevi pure ch'ero venuta per salutarti. Tutti ormai lasciano la città e mio marito doman l'altro mi accompagnerà egli stesso col bimbo, lassù, nella nostra villa sul lago.

— Dove tu ti diverti a lasciarti corteggiare da tutti gli sfaccendati eleganti che egli ti porta in casa.

— Ma che dici, Gustavo? Io compio il mio dovere di padrona e di ospite, ma, in realtà, nel segreto del mio cuore non amo che te, te solo. E tu lo sai.

— Io non so nulla. So soltanto che tu te ne vai e mi lasci qui a spremermi il cervello arido sulle pagine di questo romanzo che non mi riesce di condurre a termine, sebbene il mio editore lo reclami per la fine del mese. Tutto mi mancherà con la tua partenza. Anche il conforto del tuo sorriso, del tuo sguardo e dei tuoi baci che mi aiutavano a ritrovare me stesso nelle soste di questo faticoso lavoro. Ma non mi sorprendo. Voialtre donne non sapete amare, non sapete abbandonarvi all'onda travolgente di una passione, nel divino oblìo di tutto e di tutti. Per una metà vi concedete, e per l'altra metà rimanete attaccate tenacemente ai piccoli doveri della famiglia, della casa, della mondanità, alle stupide esigenze della vostra vita ristretta.

— Gustavo, te ne prego, non parlare così aspramente. Mi fai troppo, troppo male. Ricordati almeno che ti offersi un giorno di lasciare tutto quanto mi legava e di fuggire con te. Non hai voluto. Sono pronta a farlo domani, oggi stesso, se me lo chiedi.

— Io non ti chiedo nulla. Vattene pure in villeggiatura, e divertiti e godi. Io rimango a soffrire in silenzio e in solitudine. Il mio dolore ti parlerà forse un giorno per mezzo di queste creature fittizie che escono con pena dal mio cervello tormentato. Addio.

Lo scrittore s'alzò dalla poltrona in cui giaceva sdraiato con gli occhi al soffitto e tese le due mani alla giovine signora sgomenta che s'appoggiava col dorso incontro al piano del largo tavolo da lavoro sparso di carte in disordine.

Ella gli premette invece sulla spalla le sue piccole palme inguantate e lo fissò negli occhi lungamente.

— Mi mandi via a questo modo, con un saluto così amaro e così gelido?

Egli si strinse nelle spalle e non rispose.

— Verrai domani a dirmi ancora una parola buona prima ch'io parta?

— Non so....

— Verrai a passare alcuni giorni od alcune settimane lassù in villa, presso quel lago che ti piaceva tanto, un tempo?

— Dovrò consegnare il mio romanzo innanzi tutto e forse non giungerò mai a finirlo. Conta su altri ospiti, non contare su di me.

— Quando ci rivedremo?

— Chi sa? Forse mai più.

Erano giunti passo passo nella grande anticamera deserta, dove alcune statue greche e un basso sarcofago di porfido si specchiavano nella lucentezza del pavimento veneziano, e Gustavo Ardenzi accarezzava il piede calzato di coturno d'una baccante, senza guardare l'amica che impallidiva alle sue parole crudeli.

— Ti aspetterò domani tutto il giorno, — ella sospirò a guisa di commiato.

— Forse inutilmente, — le rispose l'amico con un ultimo freddo sguardo, e richiuse adagio il battente, ritornò nel suo studio, s'abbattè sulla poltrona, trasse un lungo sospiro iroso, quindi si raccolse a meditare.

Era stato duro, era stato malvagio, ma non se ne rammaricava nè se ne pentiva. Quella donna lo amava: glie ne aveva dato prove sicure, eppure egli provava un acre, egoistico piacere nel ferirla così, senza ragione, nel pungerla di sospetti infondati e di accuse ingiuste, sfogando su di lei, docile e innamorata, i suoi nervi troppo vibranti di intellettuale raffinato e insodisfatto.

Ora lo irritava quella sua partenza per la villeggiatura mentre egli se ne rimaneva solo a lottare col suo assillante lavoro letterario che lo deludeva e lo inaspriva. E s'era compiaciuto, forse soverchiamente, di quella sua voce così tremante e supplichevole nell'ultimo saluto.

Tanto se n'era compiaciuto che gli pareva quasi di non amarla più, di sentirla già estranea al suo cuore e indifferente al suo desiderio d'amante.

Che cosa contava finalmente quella donna nella sua vita? E se anche l'avesse lasciata? Non ne esistevano al mondo tante altre più belle, più intelligenti, più appassionate?

Gustavo Ardenzi crollò sdegnosamente le spalle e andò a fumare una sigaretta presso la finestra aperta, la quale s'affacciava sopra un immenso parco folto d'ombre e sonante di gorgheggi.

— Ora mi pongo serenamente al lavoro, col pensiero libero da qualunque ossessione femminile, — rifletteva. — In fondo le donne sono i peggiori impacci allo svolgersi delle nostre facoltà superiori. Occorre eliminarle, per quanto è possibile, dalla vita del nostro spirito.

Buttò dalla finestra il residuo della sigaretta e si volse per sedere allo scrittoio riordinando i fogli sparsi e riprendendo la penna.

Ma in quel momento il campanello del telefono squillò acutamente e lo scrittore afferrò con mal garbo l'apparecchio ricevitore e se lo portò all'orecchio. Rimase un attimo in ascolto pensando:

— È lei, ancora lei — e sospirò con gli occhi al cielo, infastidito e insieme lusingato.

Invece una voce dal timbro maschile suonò nell'incavo.

— Parlo con Gustavo Ardenzi?

— Sì.

— Permette a un suo ammiratore sconosciuto di rivolgerle la parola?

— Dica rapidamente. Ho poco tempo a disposizione.

— Mi perdoni, la prego. Mi trovo in un momento così sconvolgente della mia vita che ho bisogno di comunicare la mia pena a qualcuno che mi comprenda, a un conoscitore d'anime, a un forte, a un consolatore come lei, per non restarne vinto e sopraffatto.

La voce lontana e ignota s'abbassò e tremò nell'apparecchio trasmettendo a colui che ascoltava la sensazione di un dolore intensamente sentito, di un affanno trepido, in attesa.

Ma colui che ascoltava attraversava l'ora dello scetticismo arido e freddo e non se ne commosse.

— Voi soffrite per una donna? — domandò con un lieve accento di ironica commiserazione.

— Sì, per una donna che mi ha lasciato, che ho supplicato con tutte le umiliazioni di tornare a me, e che attendo ormai da tre giorni invano. Sono all'estremo della mia resistenza, mi trovo ridotto a un miserabile brandello d'umanità. Ditemi voi, ve ne scongiuro, una parola che mi consoli e che mi sollevi; datemi la forza di attenderla ancora e di credere ancora in lei, datemi conforto, datemi soccorso, prima che....

Gustavo Ardenzi sbuffò d'impazienza e battè il piede in terra. Quella lamentela diventava troppo prolissa e la ragione di tutti quei gemiti, quei sospiri, quegli spasimi gli pareva così futile e così sciocca! E perchè confidare proprio a lui quelle troppo vane e troppo solite pene d'amore? Che importava a Gustavo Ardenzi se una donna si faceva aspettare dal proprio innamorato, e se costui smaniava nell'attenderla inutilmente? Che gli importavano i casi di quello sconosciuto?

Lo sconosciuto dovette sentire, attraverso al filo sottile che portava la sua voce, l'impazienza sdegnosa di colui che l'ascoltava, perchè s'interruppe d'improvviso quasi intimidito e timoroso.

— Voi siete un povero ingenuo od un povero illuso. Non ho altro a dirvi, — dichiarò Gustavo Ardenzi duramente, e troncò la comunicazione.

Quindi sedette allo scrittoio, afferrò la penna e si pose a scrivere.

Lavorò fino a sera e parte della notte a quel suo romanzo di violenta passione, egualmente lontano e staccato col pensiero dalla donna dolente ch'egli aveva angustiato con le sue amare parole e dal triste sconosciuto che invano aveva implorato da lui una consolante espressione di fede nella vita. Lavorò fino ad ora tardissima, chiuso in quell'egoistico cerchio di ardente cerebralità in cui lo scrittore s'isola con le creature del suo spirito sereno e s'apparta con esse in un suo mondo irreale, così vero tuttavia per la propria esaltazione che il mondo reale gli diviene invece fittizio e inesistente.

Quando si coricò era quasi l'alba e quando, dopo un sonno pesante e senza sogni, egli si destò suonavano a tutte le torri le campane del mezzogiorno.

Il cameriere gli portò il caffè e i giornali ch'egli aperse distrattamente e che percorse con lo sguardo svagato, qua e là, senza soffermarsi.

Ma nella cronaca della città un titolo più vistoso lo attrasse: — Un noto artista suicida per amore.

I fatti passionali interessavano sempre in lui lo studioso dell'umanità d'eccezione, ed egli lesse con attenta curiosità la narrazione minuta di quel dramma, avvenuto il giorno innanzi al tramonto.

Il suicida era un pittore trentenne già molto apprezzato nel mondo dell'arte e ch'egli rammentava per aver acquistato in una esposizione, pur senza conoscerlo, un suo piccolo studio di testa femminile.

Con la brutale profanazione d'ogni segreto che la tragicità d'un suicidio permette, il giornale raccontava come il giovane fosse stato abbandonato un mese innanzi dalla propria amante, una bellissima mondana, la quale gli serviva spesso da modello e che il dolore d'averla perduta e l'inutile, spasmodica attesa del suo ritorno lo avevano spinto alla volontaria morte. La madre del pittore visitandolo verso sera allo studio lo aveva trovato al telefono intento a comunicare con qualcuno, e sembrandole abbastanza calmo se n'era andata senza sostare.

Venti minuti dopo il giovane si sparava al cuore un colpo di rivoltella e cadeva riverso ed esanime ai piedi dell'apparecchio telefonico.

Gustavo Ardenzi, giunto a questa parte della narrazione, si fermò a meditare con la fronte segnata da due profonde rughe e lo sguardo veemente fisso al suolo. Il vago dubbio che gli era balenato al principio della lettura si faceva a questo punto rodente certezza.

Lo scioglimento sanguinoso di quel dramma era dovuto a lui. La voce lontana che lo aveva implorato la sera innanzi al tramonto, il grido angoscioso che chiedeva soccorso ed al quale egli aveva freddamente, beffardamente negato aiuto era quello del giovine morituro che invocava da lui, esperto conoscitore d'anime, indulgente rivelatore delle umane miserie, una piccola luce di speranza o d'illusione per resistere al desiderio di morire.

La luce non era apparsa a rischiarare l'ombra della sua disperazione, il conoscitore d'anime, il rivelatore indulgente aveva risposto con uno sdegnoso motteggio; colei ch'egli attendeva attaccato tenacemente a un inganno estremo non sarebbe più tornata alle sue braccia protese, e la forza di vivere gli era mancata d'un tratto, la volontà della fine di tutto era sopravvenuta all'improvviso, come il bisogno d'una liberazione e d'un riposo, e il gesto tragicamente definitivo, che tronca ogni male ed ogni bene, era stato compiuto.

Lo scrittore, col capo fra le palme, rifletteva su quel triste caso umano del quale egli era stato involontariamente partecipe, e un'angoscia irosa verso se stesso lo mordeva, quasi col tormento sottile d'un rimorso.

Perchè non s'era piegato più fraternamente verso quell'afflitto, il quale gli dimostrava tanto abbandono di confidenza da aprirgli interamente il suo cuore, e tale illimitata fede da renderlo arbitro della sua vita e della sua morte?

Forse perchè la sua voce gli era giunta in un momento di arido scetticismo, nel quale il soffrire a cagione di una donna gli pareva una ridicola ingenuità d'illuso. Questo egli gli aveva seccamente dichiarato e, per quella ridicola ingenuità d'illuso, l'altro, ai piedi di quello stesso apparecchio che gli trasmetteva la beffarda risposta, s'era ucciso.

Un momento prima egli aveva ferito con parole ingiuste e crudeli la dolce amica che gli rimaneva da anni fedele, e mentre ella se ne andava sgomenta, con gli occhi e l'anima pieni di pianto sotto la minaccia di un abbandono, un altro uomo, più sensibile, più giovine, più puro, per lo stesso abbandono moriva.

Si poteva dunque sentire l'amore in modo e in misura così diversi? Quale strano essere era dunque una donna, perchè si potesse apprezzarla fino all'offerta della vita, o sdegnarla fino a volgerle duramente le spalle? E quale dei due sentimenti era più vicino alla verità?

Gustavo Ardenzi s'agitò per alcune ore in questo intimo dibattito, così appassionante per il suo spirito di scrittore e per il suo cuore d'uomo. Non scrisse nemmeno una cartella del suo romanzo, ma verso sera uscì di casa, passò da una fioraia ed ordinò una grande corona di rose, senza nome, per il giovane artista suicida.

Poi, passo passo, giunse fino alla casa della sua dolce amica fedele, e quando ella con ansia sbigottita gli apparve e gli sorrise timidamente, in silenzio, senza osare di manifestargli la sua meraviglia e la sua gioia ancora dubbiosa, egli le afferrò tutte e due le mani, ed incominciò a baciarle nelle piccole palme, avido, ad occhi chiusi, come un assetato che si ristori finalmente a una fresca fonte.

SCHERZI DI GUERRA.

Ieri l'altro la mia amica Rosalba Tranesi mi chiamò al telefono e mi pregò con la sua voce più ansiosa:

— Vieni un momento a casa mia. Debbo parlarti.

— Non potresti attendere fino a domani? Oggi non sono in vena di chiacchiere.

— No, cara, oggi, subito. Non si tratta di chiacchiere. Ho bisogno di chiederti un consiglio. Mi dibatto da alcune ore in un terribile dubbio.

— Nientemeno! Mi commuovi fino alle lacrime. Sarò da te fra un'ora.

Nella mia amica Rosalba vive la creatura assolutamente opposta a quella che vive in me. Ella è tanto bionda quanto io sono bruna, tanto dolce quanto io sono aspra, tanto fiduciosa quanto io sono diffidente. Ella riconosce la superiorità del mio buon gusto, com'io riconosco quella del suo buon cuore; ella tenta di mettere un po' di miele nel mio pessimistico amaro, com'io tento di insinuare un po' di fiele nella sua candida dolcezza. Cose perfettamente vane, ma che servono a mantenere fra di noi quel leggero e pur vivace disaccordo, necessario ad alimentare il nostro leale affetto, senza dover ricorrere a quelle vicendevoli perfidie che sono quasi sempre il sale delle femminili amicizie.

— Quali consigli mi vorrà chiedere? — meditavo lungo il cammino. — Forse è incerta nella scelta dei suoi abiti primaverili fra un modello di Drécoln ed uno di Paquin; oppure è perplessa sul miglior modo di trascorrere i prossimi mesi estivi e non sa decidersi fra una spiaggia marina graziosamente infiorata di mine subacquee, o una vetta di monte ridotta alla più spirituale rarità di viveri; oppure....

Interruppi le mie riflessioni perchè ero giunta frattanto ai cancelli del suo villino, ed a Rosalba la quale mi venne incontro silenziosa e mi ricevette nello studio di suo marito ch'era la stanza più appartata della casa, come quando voleva comunicarmi qualche cosa di importante e di segreto, domandai con qualche ansietà:

— Ma, dimmi, che cos'è accaduto?

— In questo momento nulla, ma ho il dubbio che mi sia accaduto nel passato qualche cosa di molto spiacevole.

— Un passato lontano?

— Di un paio d'anni.

— E te ne preoccupi ancora?

— Potrebbe ripetersi nell'avvenire.

— Questo è più grave. Ma, spiegati: di che si tratta?

— Ecco, — incominciò Rosalba, e andò ad assicurarsi che la porta fosse chiusa. — Ti ricordi di Frida Wok, quell'istitutrice di Monaco che tenni in casa mia per un anno e che partì alla nostra dichiarazione di guerra alla Germania? Mio marito la chiamava “l'ussero della morte„ perchè vestiva sempre di nero e portava come spilla di cravatta un piccolo teschio d'oro.

Rammentavo perfettamente quella ragazza alta e fulva, abbastanza seducente pur nelle linee dure del volto e nei chiari occhi di gatto. La incontravo quasi sempre in casa Tranesi e spesso in giro per la città, a piedi o in automobile coi due bimbi della mia amica e m'ero talvolta sorpresa di certe sue espressioni di serafica mansuetudine così in contrasto con la mascolinità del suo volto e con la voracità del suo sguardo.

Io la chiamavo dantescamente la tedesca lurca.

— Me ne ricordo. Ebbene? — la incitai con curiosità.

— Ebbene, dalla Svizzera dove andò a rifugiarsi, costei continuò a scrivermi di quando in quando, raccontandomi in un cattivo italiano, imparato in pochi mesi, le sue varie vicende, parlandomi di certi suoi piccoli allievi russi ai quali non può voler bene come ai miei figli, e sospirando in ogni lettera, regolarmente aperta dalla censura, la fine della guerra e la gioia di poter ritornare in casa mia.

— Non mi pareva tanto tenera quand'era qui — osservai, ricordando qualche suo scatto nervoso subito represso dalla consueta soavità.

— Faceva il suo dovere. Null'altro. Però da alcune ore mi tormenta il sospetto che qualche volta abbia esorbitato dalle sue semplici funzioni d'istitutrice.

— Ossia?

— Mi è giunta stamane una lettera che non riesco a comprendere. Eccola. — E Rosalba trasse dalla tasca del suo golf di seta azzurra una busta aperta, invasa per metà dal bollo della censura e la battè più volte con un gesto impaziente sull'orlo della scrivania come per disperdere l'ombra misteriosa che pareva avvolgerla.

— Perchè non riesci a comprenderla? — domandai, meravigliata di quegli irrequieti preamboli, così poco in armonia col carattere della mia amica.

Questa sollevò il seno in un lungo sospiro, crollò il capo, chiuse gli occhi per un momento e rispose con voce grave:

— Perchè è una lettera d'amore.

— Che dici?

— Una lettera d'amore, indirizzata a me, ma scritta evidentemente per un'altra persona, per un uomo che forse non conosco, o che forse conosco troppo bene.

— Scusami, cara. Ma tu sei ancora più incomprensibile della tua lettera.

E glie la strappai dalle dita, l'apersi e percorsi con lo sguardo attento le due pagine e mezza che la componevano, mentre Rosalba seduta di fronte a me, col gomito sul ginocchio e il mento sulla palma, seguiva ogni espressione del mio viso, quasi per cogliervi il silenzioso commento del mio pensiero.

Lo scritto incominciava con le parole: “Mio dolce amor„, che certo alla alemanna pesantezza della signorina Frida erano sembrata la apostrofe più poetica e più patetica per rivolgersi ad un amante lontano, quindi rievocava con alcuni errori di grammatica e molti d'ortografia, una certa gita in automobile, un primo bacio furtivo durante un ritorno al chiaro di luna e parecchi deliziosi convegni “laggiù„, in un luogo non definito da più precise indicazioni, terminando con abbracci e carezze, proteste e raccomandazioni, espressi nella effusione del commiato parte nel suo linguaggio e parte nel linguaggio dell'amante, per modo che ne risultava una conclusione alquanto babelica, ma forse perciò ancora più esasperante per i memori nervi ai quali era destinata.

Restituii la lettera a Rosalba in un perplesso silenzio, sorridendo entro me stessa ad una mia maligna supposizione, ma sollevando con lentezza stupefatta le spalle come chi si sente sperduto fra gli oscuri meandri di un enigma indecifrabile.

— Che ne pensi? — domandò ansiosa la mia amica.

— Non penso nulla e capisco soltanto che questo sfogo erotico-sentimentale è giunto a te per errore. Tuttavia, non mi posso persuadere che quella donna sia stata così imprudentemente distratta da chiudere in una busta indirizzata a te la lettera scritta per un amante.

— È ciò che anch'io mi ripeto da alcune ore senza giungere ad una conclusione, — confermò Rosalba alzandosi e passeggiando inquieta pel vasto studio di suo marito, con gli occhi fissi ai fiori mostruosi del tappeto e una ruga sulla fronte, come se riflettesse profondamente.

Meditammo entrambe con una taciturna intensità d'alcuni minuti, finchè io scattai in piedi esclamando:

— Ho capito: è la censura.

— La censura?

— Certo. Quella busta fu aperta da una mano profana e letta da una persona alla quale tornava del tutto indifferente che la signorina Frida Wok scrivesse una lettera di gratitudine a te ed una lettera d'amore a.... ad un altro. L'importante per il censore era che non contenesse notizie di carattere politico e guerresco. La signorina Frida dev'essere una cattiva tedesca perchè desidera la fine della guerra per tornare nella casa dei suoi nemici, o meglio dei nemici della sua nazione, coi quali ella si trova in perfetto accordo. Sono questioni d'ordine affettivo di cui la censura non si interessa o se ne interessa così poco e così male che con la più noncurante sbadataggine confonde i destinatari e dirige alle amiche le parole d'amore ed agli innamorati le parole di amicizia. A meno che il censore non sia uno psicologo malvagio, o un autore di commedie fallito, o un marito geloso, il quale si diletti di queste confusioni per far nascere complicati drammi familiari.

Non appena ebbi pronunciato questi apprezzamenti me ne pentii, perchè Rosalba mi spalancò in faccia le sue iridi azzurrine e mormorò sgomenta:

— Ma allora, credi veramente anche tu che quella lettera fosse destinata a....

S'interruppe ansando, quasi intimorita dalle parole stesse che stava per pronunciare, interrogandomi con lo sguardo.

— A chi? — la incoraggiai, sorridendo con un simulato candore.

— A mio marito — ella finì in un soffio di voce.

Irruppi in una gioconda risata, protestando con energia:

— Ma tu sogni, mia cara. Io non pensavo affatto a tuo marito e sono ben lontana dal supporre che un uomo il quale ha la fortuna di possedere una piccola moglie come te, abbia potuto distrarsi con una ragazza stipendiata, con quella walchiria da strapazzo che ti è, sotto tutti gli aspetti, infinitamente inferiore.

— Ne sei certa? — dubitò Rosalba, non per anche persuasa dalla mia impetuosa eloquenza.

— Metterei la mia destra sul fuoco, come Muzio Scevola, — insistetti porgendo la mano con gesto drammatico. — D'altra parte, esiste un semplice mezzo per assicurarsi della verità.

— Quale?

— Se tu hai ricevuta la lettera destinata all'innamorato di Frida Wok, l'innamorato di Frida Wok ha ricevuta evidentemente la lettera destinata a te. È chiaro?

— Chiarissimo. Ma non vedo come....

— Ecco. I due brani di prosa furono scritti nello stesso giorno, quindi se sono giunte a tuo marito le espressioni di riconoscente affetto uscite per te dalla penna della signorina Frida, come sono giunte a te le espressioni teneramente infiammate della signorina Frida per l'ignoto amatore, ciò significa....

— Continua, te ne prego, ma un po' più concisamente. Tu mi stordisci con questi giri di frase.

— In poche parole: se tuo marito ha ricevuta la lettera, l'amante di Frida è lui, se non l'ha ricevuta è un altro.

Vidi l'amica mia correre all'apparecchio telefonico posato sul piano della scrivania e afferrare il ricevitore scattando: — Ora glie lo chiedo.

Le tolsi di mano dolcemente l'ordigno e le parlai con soavità.

— Calmati, cara. Si tratta di cose troppo delicate per affidarle ai fili aerei e alle molte orecchie di questo strumento loquace. È tardi. Fra poco tuo marito rientrerà e si potrà allora interrogarlo con abilità e con discrezione, costringendolo a rivelare, senza nemmeno avvedersene, la verità qualunque essa sia.

— Non dubitare, che se mente me ne accorgo al primo sguardo — dichiarò Rosalba con severità corrucciata. — Mio marito non ha mai detto una bugia senza ch'io l'abbia letta sulla sua fronte, e se scopro che mi ha tradita con quella tedesca lurca prendo con me i miei figli e ritorno a vivere in casa di mia madre, com'è vero che sono una donna onesta.

S'aggirava per la stanza in preda ad un'agitazione iraconda e gelosa assolutamente inconsueta per il suo calmo temperamento, preparandosi ad assalire il povero Tranesi con le unghie e coi denti come una belvetta inferocita. Cercai di placarla con le parole suadenti.

— Ascolta, amica mia. Se tu aggredisci tuo marito appena entrato e gli scaraventi addosso le tue domande accusatrici, è naturale che egli, colpevole o no, si dimostri offeso e si rifiuti di parlare, oppure avvertito dal pericolo corra ai ripari e neghi, come sanno negare in questi casi non solo le donne, ma anche, ed assai meglio, gli uomini, per modo che tu te ne rimanga dopo con la tua incertezza ancora più oscura, col tuo tormentoso sospetto insoluto ed insolubile.

— E allora? — chiese Rosalba, già alquanto mansuefatta.

— E allora lascia che lo interroghi io.

— Tu?

— Ma sì, cara. Io sono in questa vicenda un'estranea, ed a parte il mio affetto per te e il dolore che proverei per un affronto fatto a te, non ho lo spirito intorbidato da alcuna passione e posso ragionare con lucidità, indagare con scaltrezza, giudicare serenamente, far subire insomma a tuo marito un piccolo esame di coscienza, durante il quale egli sarà costretto a confessare i suoi torti se ne ha, oppure a manifestarsi, quando lo fosse, innocente.

— Ma, — mormorò Rosalba incerta — tra moglie e marito, tu lo sai....

— Per carità, non citarmi la sapienza dei proverbi che sono stupidi vecchiumi, molesti e volgari come la polvere della strada che si attacca ai piedi di tutti i passanti. Ah, finalmente! Ecco l'automobile di tuo marito che giunge.

Osservammo dietro le cortine della finestra abbassate l'agile vettura grigia scivolare silenziosa nel giardino, percorrere la curva del viale, fermarsi davanti alla gradinata. Tranesi, con la fascia tricolore al braccio perchè fabbricava proiettili in un suo grande stabilimento metallurgico, lasciò il volante e balzò a terra.

— Non gli trovi una faccia da uomo infedele? — mi chiese Rosalba sottovoce.

— No. Piuttosto una faccia d'uomo enormemente affaccendato, — risposi atteggiandomi a una rigida gravità.

— Ora verrà qui nello studio a scrivere note nei suoi registri, come ogni giorno, — mi avvertì l'amica. E docilmente soggiunse: — Debbo lasciarti sola con lui?

— Sì, ma prima dammi la lettera incriminata.

Ella me la consegnò con atto rassegnato e si allontanò, ma dalla soglia si volse e con un ultimo sguardo implorante depose nelle mie mani i suoi destini.

Tranesi entrò dopo alcuni minuti cantarellando un'aria della Tosca, coi due pugni nelle tasche della sua giubba da casa, dal largo colletto scozzese, e mi s'inchinò profondamente alquanto sorpreso della mia presenza nel suo studio, senza la compagnia di sua moglie.

— Voi, amica mia?

— Io, amico mio.

— E Rosalba? Perchè vi ha lasciata sola?

— Era qui or ora. Si è assentata vedendovi giungere.

— Per quale ragione?

— Per non assistere ad una scoperta, o meglio, ad una conferma che poteva tornarle molto sgradevole.

— Mi duole di confessare la mia scarsa intuizione, ma non intendo, — egli confessò tutto sorpreso.

— Eccovi la spiegazione, — risposi porgendogli la carta denunziatrice. — Ella mi ha incaricata di consegnarvi queste pagine e di chiedervi una lettera che la signorina Frida Wok le ha scritto dalla Svizzera e che dev'essere giunta a voi per errore.

Tranesi non ritirò i fogli ch'io gli tendevo, ma si frugò in tutte le tasche sollevando con stupore le sopracciglia nella fronte già un po' calva.

— Ma sì, la cosa è abbastanza curiosa ed altrettanto oscura. Mi giunsero stamane allo stabilimento, naturalmente col visto della censura, tre o quattro pagine affettuose che quella buona ragazza, ora nostra nemica, scrisse evidentemente per mia moglie. Eppure l'indirizzo è tracciato con chiarezza e quella donnina dai capelli rossi sembrava tutt'altro che sbadata. Lo sbadato sono piuttosto io che non riesco nemmeno a ricordarmi il suo nome. Forse perchè io la chiamavo quasi sempre per ischerzo l'ussero della morte. Rammentate ancora?

— Rammento.

— Non so davvero spiegarmi la causa di questo sbaglio e sarei lietissimo se voi m'illuminaste.

Aveva finalmente rinvenuto in fondo ad una tasca della sottoveste i foglietti gualciti e me li porgeva ridendo e rievocando:

— Era forse un nome un po' funebre, ma stava bene a quel bel pezzo di tedesca sempre tutta in nero col teschio d'oro come ornamento. E inoltre sembrava quasi una profezia. Chi l'avrebbe mai detto in quei tempi d'alleanza che ci saremmo così presto voltati incontro reciprocamente i cannoni? Ma veramente non riesco a comprendere che cosa significhi questo scambio di lettere.

— Se permettete ve lo spiegherò io, — insinuai con un sorriso leggermente schernitore.

Il marito della mia amica mi considerò un momento non senza qualche trepidazione, poi mi s'inchinò con cerimoniosa disinvoltura:

— Davvero? Ve ne sarò molto riconoscente.

— Orbene, — incominciai con una ostentata gravità, — ciò significa che la censura con un abile gesto da giocoliere ha cambiato le buste e quindi i destinatari, ed ora la mia amica Rosalba, ossia vostra moglie è in possesso d'una ardente lettera d'amore che quella donnina dai capelli rossi vi ha scritto, ricordando le gite in automobile, i baci furtivi e i deliziosi convegni “laggiù„.

Tranesi spalancò gli occhi esterrefatti e picchiò il piede in terra con iracondia.

— E che c'entra la censura? Perchè s'immischia in questi affari privati?

— Perchè sieno puniti non soltanto i traditori della patria, ma anche i traditori della fedeltà coniugale, — sentenziai con una solennità alquanto beffarda, consegnandogli la busta che conteneva gli sfoghi erotici-sentimentali di Frida Wok. — Leggete, marito indegno, e tremate. Leggete, amante indimenticabile, e inteneritevi.

Egli afferrò le pagine nervosamente e le scorse con rapido sguardo, poi lasciò cadere la palma aperta sul piano della scrivania in atto crucciato ed iroso.

— Ma quella donna è pazza. Non si scrivono simili cose, specialmente quando devono passare sotto gli occhi di un terzo il quale poi si diverte a far pascere imbrogli pericolosi. Mia moglie ha dunque lette queste compromettenti sciocchezze?

— Le ha lette. Da capo a fondo.

— Ed è certa che furono scritte per me?

— Lo suppone. Le indicazioni non sono abbastanza precise per darle l'assoluta certezza.

— Ah! — esclamò con un sospiro di sollievo l'infedele, — lo suppone soltanto. Allora il male non è irrimediabile. Bisogna convincerla che....