LE SEDUZIONI
LE VERGINI FOLLI
AMALIA GUGLIELMINETTI
LE SEDUZIONI
LE VERGINI FOLLI
Con prefazione di G. A. BORGESE
18º MIGLIAIO
TORINO-GENOVA
S. LATTES & C., Editori
Proprietà letteraria
Torino — Tipografia Vincenzo Bona (13881).
UNA POETESSA
Saffo dalle chiome di viola. Chi se l'immagina rediviva? I secoli l'hanno circonfusa in una nebbia leggendaria di ardente impurità. Immaginate dunque il suo spirito riemerso dall'onda Egea, trasmigrato verso un'ansimante metropoli moderna, vestito un'altra volta di membra giovanili e di panni che non ondeggiano intorno al libero corpo, come il peplo della fanciulla greca, ma lo stringono dentro una morbida guaina, come la moda di Parigi comanda. Non passeggia, circondata di alunne e coronata di fiori, sul margine delle rupi ascoltando il singulto del mare, ma solitaria e frettolosa, sepolta nell'ombra dell'immenso cappello piumato, sguscia nel trambusto crepuscolare della città rosseggiante sotto le lampade appena accese, prestando orecchio al confuso romorio delle cupidigie che si risvegliano nell'ombra. Brutta, come Giacomo Leopardi la pensò, ed amorosa della morte perchè respinta da un crudele Faone? No. Leopardi cercava ingenerosamente, per consolarsi, una compagna della sua miseria. Se gli occhi foschi e profondi di Saffo rediviva sogguardano dalle palpebre reclini, tutta la figura s'accende in un improvviso lampo di bellezza. Ma, se in fantasia l'accecate, se per un momento la considerate come una statua diserta dalla luce della sua passione e del suo dolore, ecco vi sorprende in quella femminilità non so che di troppo rude e mascolino ed aspro. Forse troppo larghe e potenti le mascelle, forse troppo secca e diritta la sagoma dall'occipite al tallone e troppo lunghe le dita ed un po' roca, come per un fremito perenne, la voce. Bella, ma di una bellezza aspra e funesta; immagine di nemica formidabile sebbene inerme, che soffre ella medesima della sua ostile solitudine, ma pur non sa piegarsi, e non vuole, ad amare come gli uomini vogliono essere amati. Abbandonandosi, minaccia; abbracciando, respinge. Ha un sorriso di felicità che sembra ghigno di scherno; se promette la fedeltà la sua promessa trema sulle labbra con la febbrile vibrazione della colpa. Non nasconde uno stiletto nella manica sinistra? E Faone non l'ama, quantunque ella lo cerchi con smisurato ardore. Ha paura. Non dello stiletto, ma dell'ardore con cui la donna l'ama. Preferisce le facili galanterie o i sonnolenti vincoli matrimoniali a questo vortice di fiamma, ove l'anima sua s'incenerirebbe. Passa oltre, desiderando e tremando. E passa oltre anche Saffo, non per osare il salto suicida dalla rupe di Leucade, ma per cantare, irridendo, un canto di selvaggia sfida e di crudele impudicizia.
Io non so, nè credo che a questa immaginazione corrisponda la persona di Amalia Guglielminetti. Io parlo della sua poesia. In una incredibile concentrazione fantastica, questa fanciulla ha vissuto la vita della peggiore femmina moderna; amante, attrice, adultera, cortigiana. Essa ha letto, al chiarore perverso d'una lampada incerta, i grandi romanzi francesi.
Romanzi letti con anima piena
di febbre, a notte, mentre in ombre il lume
ripeteva negli angoli ogni scena.
L'amata emersa dalle trine a spume
e l'amante a' suoi piedi, ebbro di lei,
si sprigionavan molli dal volume.
Illanguidiva i suoi grand'occhi rei
smaniosa d'amar la Bovary,
o con la barba a punta e con i bei
denti rideva fatuo Bel-Ami.
Ed ecco la lettrice si trasfigura in protagonista. Che cos'è la donna vera e vivente? Una costola strappata dal fianco di Adamo. Essa è la materia plastica, nella quale la volontà mascolina si foggia la figura visibile del suo desiderio. Ester, Medea, Alceste, Lalage. Beatrice, Laura, Francesca. Ogni grande poeta ha fabbricato nella solitudine del suo sogno il simulacro dell'amore e della bellezza, perchè le donne viventi gli s'affollassero con ansia dintorno imitandone le fogge ed i modi. Sanguinaria e frodolenta affermatrice del sesso e della razza nei libri biblici, crudele dominatrice, “urna di tutti i mali„, nella primitiva immaginazione greca, sale o decade alla funzione di schiava domestica in Roma, che fila la lana incuriosa degli intellettuali splendori in cui folgoreggiano le venali nipoti di Aspasia. Le figure contraddittorie della superdonna, della sposa e della cortigiana s'incrociano ancora indecise nell'antica poesia, ma le letterature moderne si dividono nettamente il còmpito. Sorge in Italia la donna angelicata, la radiosa creatura di perfezione che “al ciel conduce„, e si chiama Beatrice, ma subito dopo s'umanizza alquanto in madonna Laura. Rimane ai tedeschi l'eredità di Giuditta, di Medea, perchè l'indomabile e perfida eroina rinasca nella Crimilde dei Nibelunghi e seicent'anni dopo generi un'intera prosapia di meravigliose criminali nell'opera di Hebbel è di Ibsen, cui non da lontano somiglia quella di Wagner. La pura e devota compagna dell'uomo soffre tessendo corone di disperata fedeltà nel dramma e nel romanzo inglese; mentre la letteratura francese, sviluppando l'esile germe che Catullo aveva deposto nelle sue tenere ed irose odicine a Lesbia civetta e bugiarda, dimentica le sottili smancerie di Gianfredo Rudel, seppellisce le taciturne e pazienti compagne dei paladini, ed elabora alla perfezione quella che per antonomasia si chiama la donna moderna: quella che Molière inventò in Climena per vendicarsi della moglie, quella che si chiama Jacqueline in De Musset e Michelle de Burne in Maupassant, che percorre col nefasto fruscìo delle sue sete la scena di mille drammi e di mille romanzi e strappa come gocce di sangue le rime al cuore di venti poeti lirici. Questa donna non ha ancora trent'anni, ma li ha quasi, è ricca ed ha un marito ricco, non è bella, ma splende di una grazia irregolare e capricciosa, non ama, ma si dà; non abbandona, ma tradisce. Non sposa e non cortigiana, non dominatrice nè schiava, ma semplicemente anarchica, essa è la donna libera nella famiglia costituita, la creazione più singolare della Francia, un incomparabile strumento di piacere, un inimitabile oggetto di lusso, un detestabile arnese di tortura. Bergeret l'ha chiamata “la parigina„. Essa è parigina di nascita ed è il segreto e palese tormento di tutte le provinciali, francesi od italiane che siano.
Quando le donne si riconobbero in madonna Laura, ne vennero fuori i sonetti di Vittoria Colonna e di Gaspara Stampa; quando si riconobbero nelle candide spose shakespeariane, germogliarono le rime di Elisabetta Barret-Browning. Ma nessuna ebbe il coraggio di proclamarsi l'eguale di Beatrice Portinari. Ci voleva troppo orgoglio. E nessuna fin'oggi aveva osato di foggiare la sua femminilità secondo il modello della Parigina di Becque. Era anche più arduo, perchè l'orgoglio non bastava senza un'inconcepibile dose di umiltà, essendo la donna francese una creatura dell'amore e del disprezzo degli uomini.
Ecco ora Amalia Guglielminetti. La protagonista di Notre Cœur, ma più sensuale ed ardente, è uscita dalle pagine del romanzo, è divenuta poetessa, si canta e si confessa da sè, quale Guy de Maupassant invano l'amò. Poetessa di qual valore? Evitatemi la pena di tentare una comparazione. Costei è un'artista di tale strepitosa forza che bisogna lasciarla sola.
Le Seduzioni sono il romanzo autobiografico di questo tipo ideale di donna moderna. Romanzo senza intreccio; tutto quanto di momenti psichici, fissati in una settantina di strofe, ciascheduna di tredici versi ordinati in terzine.
La protagonista vive nel suo sogno di folle giovinezza, solitaria e superba, senz'altra gioia fuor di quelle che ad ogni ora le finge la sua voluttuosa immaginazione. Non vale piangere, v'è la Giovinezza, sua unica amica che l'accompagna e la consola.
Tenti la lode e mormori: — Sei bella!
e scherzi: — Hai sui capelli una corona...
e m'accarezzi come una sorella
finch'io non ti sorrida: — E tu sei buona!
Altre volte ella ha cantato pene d'amore, nei Canti della Giovinezza, nelle Vergini Folli, che attraverso l'aspra fatica del sonetto, in cui l'alunna di Vittoria Alfieri tormentava la sua cocciuta libertà subalpina desiderosa di classici freni, trasparivano i primi segni della futura perfezione. Aveva cantato la sua pura passione.
Io piangevo così note d'amore
come la cieca in sul quadrivio, volta
al sole, canta il suo buio dolore
e non s'avvede che nessun l'ascolta.
Ora non più; non più l'amore, ma l'indifferente ed ostile desiderio. La Primavera l'ha guarita:
Scossi da me l'antico e il nuovo danno
e balzai, folle di desii fugaci,
incontro al riso d'ogni bell'inganno:
gli risi coi notturni occhi: — Mi piaci!
Conosce ora il fascino degli occhi ignoti, che abbagliano con un vorace sguardo, conosce la gioia di mutare il vecchio laccio corroso con un nuovo laccio di fiori, e gli sguardi che son “come mani d'amanti, indugianti ignude entro un tesoro di feminee chiome„ e il silenzio adescante dei parchi solitarii e la tentazione delle gemme esposte nelle vetrine abbarbaglianti. Conosce la mano virile “lenta in ogni suo gesto, ma febbrile nella carezza quasi da far male„ e l'ebrietà dei profumi e la mollezza dei frutti rari e la frenesia del lusso e la soavità delle morbide stoffe iridate:
So l'ombra delle piume in cui la faccia
s'imbianca d'un languor di passione
in cui la bocca bella, benchè taccia,
parla parole di seduzione.
Sente il calore soffocato delle voci che chiamano dall'ombra, l'oscura nostalgia delle sere cittadine, il piacere di sferzare l'orgoglio dell'amante, l'impura gioia di concedersi per carità. Ecco, una donna incrocia col passo lento dei due amanti la sua rapidità leggera, e li saetta di sotto il ciglio basso. Egli segue con l'occhio e col desiderio la passante, ed esclama: Com'è bella! Essa lo lascia di scatto con un gran riso “d'ilare odio e di pietà beffarda„. Conversazioni astiose, congedi improvvisi, paci torbide, gelosie iraconde, menzogne voluttuose, capricci malvagi, avventure sans lendemain, ansie per la giovinezza che fugge, ricordi trepidi della purità conventuale, convegni notturni e letture proibite, desiderii dell'ignoto e languide convalescenze, segreti intimi e sogni inconfessabili: tutto il triste ed arido ed infecondo arrovellio d'una bella donna senza religione e senza cuore passa fissato in quadri di un'accecante intensità e d'una stupefacente bellezza d'arte:
Io non so chi tu sia: so che una sera
noi ci gettammo l'anima negli occhi
con l'impeto di chi brama e non spera.
La ripigliammo cauti, quasi tocchi
da un dubbio, e ancora la scagliammo a segno
come la freccia cui convien che scocchi.
Senza accostarci, senza altro disegno
che quello di guardarci ebbri d'amore,
ma disgiunti da un qualche aspro ritegno.
Così il male durò. Più tentatore
d'allora, a tratti, il tuo volto m'abbaglia.
Curiosità di te mi punge il cuore,
desiderio di te me lo attanaglia.
Mi dispiace il verso, retorico e convenzionale, che ho sottolineato; ma, nel rimanente, la passione convulsa è costretta dentro argini di tale granitica solidità, che i poeti, non le poetesse, son pregati d'imitare, se sanno. E così è tutto il resto; quando la protagonista legge l'ultima lettera d'amore:
Balenan lampi nelle ciglia chine
della lettrice, e quando un mal represso
desio irrompe in parole ebbre alla fine,
ella ne freme come d'un amplesso;
e quando nelle vie crepuscolari segue, quasi invidiando, la cortigiana imbellettata; e quando ripensa alle glorie ed agl'innumeri amori delle attrici, e quando, deridendo un corteggiatore troppo timido, riepiloga in quattro versi adamantini il suo glaciale disprezzo per se medesima e per il suo sesso:
Ciascuna donna è come una via nuova
che alcun percorra in notte senza luna:
molte sorprese il passegger vi trova;
ma le affronta affidato alla fortuna.
Pari e patta: anche una donna può considerare gli uomini come vili strumenti di piacere:
Poichè, se alcun le sue treccie ha disfatte
od impresse d'un morso la sua gola,
o lasciò le sue labbra più scarlatte,
ella è pur sempre quella che va sola.
Con questa feroce dichiarazione si conchiude il poema. Al quale seguono taluni sonetti, più duri, più faticosi, meno precisi, lampeggianti anch'essi di tali bellezze che basterebbero da soli a rivelare un artista di prim'ordine; ma che, pubblicati in coda al poema, impallidiscono. Viceversa, non vale la pena di accennare alle strofe deboli e sbagliate che s'incontrano qua e là come isole di pigrizia in questo lucido fiume di poesia. Trapiantate in un mediocre volume di versi, le cose brutte della Guglielminetti vi farebbero esclamare balzando dalla seggiola: c'è qualcuno qui dentro.
Annie Vivanti? Ma Annie Vivanti scherza col peccato, e si diverte un mondo a piroettare con biricchina indecenza per scandalizzare i seminaristi. Annie Vivanti è licenziosa; ma l'impudicizia della Guglielminetti è rigidamente vereconda. Perchè la corruzione fatta d'immaginazione più che di costume, e non di costume, è tragica, non è frivola. Annie Vivanti somiglia ad Olindo Guerrini; Amalia Guglielminetti somiglia alla cupa sensualità di d'Annunzio. Intendiamoci bene: somiglia a d'Annunzio per la materia. Ha letto l'Intermezzo, il Trionfo, la Laus Vitae (ricordate? “altre, pallide e lasse, — riarse d'amore sino — alle midolle — perdute il cocente — viso entro le chiome — con le nari come — inquiete alette, — con le labbra come — parole dette, — con le palpebre come — le violette„). Anch'ella adora le quattro divinità celebrate nella Laus: Volontà, Voluttà, Orgoglio, Istinto. E nessun'altra. Gli somiglia pure nella forma, perchè la Guglielminetti, italianissima e classicissima, così classica che pare impossibile in una donna tanta precisione d'immagine, di parola e perfin d'ortografia, si ricollega al più recente maestro. Ma gli somiglia, a mo' d'esempio, come d'Annunzio somiglia a Carducci: per parentela di discepolo a maestro, non per identità d'imitatore a modello. La sua vorticosa originalità ha inghiottite ed eliminate tutte le influenze. E ne è balzato alla luce un miracolo di poesia.
La forma del verso, del periodo, della terzina è, se volete, un po' troppo generica ed accademica; perfin troppo perfetta. Questa è la principale colpa della Guglielminetti. Ma l'anima che vi spira dentro è tutta sua e tutta nuova: l'amarezza del piacere, il fremito penoso del desiderio instancabile, la fosca penombra del sogno illecito non trovarono mai una espressione così austera nella sua impudicizia, così solenne nella sua futilità. Verranno i moralisti e le caste amiche a lamentarsi che tanto ingegno non sia messo al servizio del pudore e non produca libri da additarsi a modello di “composizione italiana„ negli educandati. La Guglielminetti non perderà il tempo a rispondere che la lascivia pornografica e ridanciana può essere indegna dell'arte, non la lascivia passionale, che, essendo dolorosa, esce purificata dalle sue stesse fiamme. Non ripeterà l'oziosa autodifesa di Marziale: lasciva nobis pagina... — i nostri scritti sono impudichi, la nostra vita è pura — ; poichè l'opera d'arte dev'essere accettata o respinta com'opera d'arte, e non malignamente travisata in un documento autobiografico.
Essa è ben degna di riconoscere se medesima e di percorrere la sua via.
G. A. Borgese.
Da “La Vita e il Libro„. Editore Bocca. Torino.
LE SEDUZIONI
LE VERGINI FOLLI
Le Seduzioni
QUELLA CHE VA SOLA
le seduzioni
Colei che ha gli occhi aperti ad ogni luce
e comprende ogni grazia di parola
vive di tutto ciò che la seduce.
Io vado attenta, perchè vado sola,
e il mio sogno che sa goder di tutto,
se sono un poco triste mi consola.
In succo io ho spremuto ogni buon frutto,
ma non mi volli sazïare e ancora
nessun mio desiderio andò distrutto.
Perciò, pronta al fervor, l'anima adora
per la sua gioia, senza attender doni,
e, come un razzo in ciel notturno, ogni ora
mi sboccia un riso di seduzïoni.
dolcezze
Questo m'abbaglia un attimo e scompare,
disperso in lieve polverio di fuoco
che cade dietro i monti o dentro il mare.
Solo una meraviglia di bel gioco
e uno sprazzo di luce entro i miei occhi
ne resta, che si spegne a poco a poco.
Ma sembrami talora che mi tocchi
una mano leggiera e di dolcezza
viva l'anima chiusa mi trabocchi.
E se cerco chi mai quella carezza
tentò nell'ombra con la man furtiva,
sorprendo la mia folle giovinezza
che sorridendo, muta, mi seguiva.
la giovinezza
Giovinezza, a te sola io m'accompagno.
Tu sai tacere quando son serena,
sai parlare quand'io aspra mi lagno.
Sai ammonirmi con la voce piena
di blandizia: — Ma piangere che vale?
Meglio cantar con voce di sirena.
Mi baleni negli occhi un riso eguale
al tremore d'argento d'una stella,
meravigliando d'ogni mio gran male.
Tenti la lode e mormori: — Sei bella!
e scherzi: — Hai sui capelli una corona...
E m'accarezzi come una sorella
finch'io non ti sorrida: — E tu sei buona!
CIÒ CHE FU
l'antico pianto
Quindi prosegua per cammini ombrosi,
a fior di labbro modulando un canto
che per me l'altra notte mi composi.
Poichè talor non piango io il mio pianto,
lo canto, e qualche mia triste canzone
fu come il sangue del mio cuore infranto.
Tempo fu che le mie forze più buone
stremai in canti a' piedi d'un Signore
che m'arse di ben vana passïone.
Io piangevo così note d'amore,
come la cieca in sul quadrivio, volta
al sole, canta il suo buio dolore
e non s'avvede che nessun l'ascolta.
l'antico desiderio
Seduzïone più d'ogni altra forte,
prima d'ogni altra e più cruda fu quella
per cui l'invito io ti sorrisi, o Morte.
Per cui il desiderio che flagella
la prima volta, sgomentò di muto
stupor la mia verginità novella.
E mi conobbi mani di velluto
per le carezze lunghe, e per i nomi
cari una voce dolce di lïuto.
E sentii nella mia bocca gli aromi
d'un frutto al morso cupido maturo.
Ma l'acre impurità de' sensi indomi
mortificai con il mio orgoglio puro.
l'antico male
Mortificai la mia anima schiava,
ma sotto cruda sferza di sarcasmi
l'incatenata più s'umilïava,
più inseguiva per vane ombre fantasmi
dolci d'amore, come chi per sete
succosi frutti col desio si plasmi.
E fatta a me nemica, con inquete
pupille e voce roca e gesto asprigno
snudavo l'ansie e le viltà segrete.
Freddo disdegno chiuso in freddo ghigno
m'oppose: — Donde vieni? E chi sei tu?
Ed io invocai gemendo quel benigno
sonno per cui non v'ha risveglio più.
la guarigione
Ma alle porte del ciel spiò il domani
madonna Primavera, vïolette
sciolte recando nelle cave mani.
E colei che soffriva si godette
un poco di quel riso mattinale
che vestiva di fior tutte le vette.
E un'erba o un fiore buono pel suo male,
mossa a pietà, la bella maliarda
forse le insinuò sotto il guanciale.
Come un'inferma in cui vita riarda
a poco a poco, io errai quasi leggiera
per gli orti rosa, quasi già gagliarda
cantando: — Grazie, monna Primavera!
incertezze
Pure, ancora di qualche trafittura
tremavo, a guisa di convalescente
ch'ogni indizio del suo male impaura.
Non ben certa di me, trepidamente,
il mio silenzio intimo ascoltando,
mi premevo sul cuor le mani intente.
M'indagai, mi scrutai, mi dolsi, e quando
m'avvidi in qual tenacità d'affanno
esasperavo un dubitar sì blando,
scossi da me l'antico e il nuovo danno
e balzai, folle di desii fugaci,
incontro al riso d'ogni bell'inganno,
gli risi coi notturni occhi: — Mi piaci!
NUOVI INCANTI
l'ingannatore
Bevvi a piccoli sorsi la menzogna,
come un filtro che induce fantasie
fascinatoci al cuore di chi sogna.
In ogni cosa io scoprii malie
nuove. Talvolta perseguii la traccia
di un dolce incanto per malcerte vie.
Non riguardai l'ingannatore in faccia,
per non tremar di oscura diffidenza
nell'amoroso cerchio di sue braccia.
Quegli blandiva: — Niuna sapienza
che insegni vale un bel gioco che finga.
E mi versava in cuore una sua essenza
fatta d'ombra, d'amore e di lusinga.
occhi ignoti
M'inebbriai di sguardi fuggitivi,
rapidi come il balenio di fiamma
che guizza a notte per i cieli estivi.
Conobbi dentro ignoti occhi la gamma
torbida della muta cupidigia,
che ravvolge ne' suoi vortici il dramma.
V'opposi un mio disdegno d'alterigia,
godendo di passar fra la schermaglia
senza recarne su di me vestigia.
Ma pur conobbi l'attimo che abbaglia,
colsi a volo la lucida scintilla
che scatta in fondo a un ciglio, come scaglia
d'oro, e in un altro sguardo risfavilla.
le nuove attese
Attimi di bellezza, quando intera
l'anima sopra un volto s'appalesa,
siccome l'ostia dentro la raggera!
Tutta raccolta nell'incerta attesa
d'un qualche bene che sarà, che forse
non sarà mai, fra due dubbi sospesa,
già ignara d'ogni male che la morse,
per la nuova catena che la tenta
ella discioglie quella in cui s'attorse.
E mentre intorno a' suoi polsi s'allenta
il laccio che il suo pianto già corrose,
l'illusïone, dolce anche se menta,
glie n'offre un altro tenero di rose.
INCITAMENTI
mollezze
Alle catene molli offrir per poco
le mani, benchè sia leggiadro incanto,
è per il chiuso cuor ben nuovo gioco.
Ma lunga schiavitù già gli fu tanto
grave d'affanni, ch'esso cerca il riso
fugace, quel che non ritorna in pianto.
Cerca in amore un bel razzo improvviso,
un breve incontro di due eguali gesti,
di labbra mute nel languor del viso.
I desideri giova tener desti
fin che il buon tempo dell'amor seduce.
Prima ch'esso in un'ombra alta s'arresti
berrò la sua meravigliosa luce.
i doni
Assai doni di gioia e assai di grazia
sono offerti a chi vede ed a chi sente
col bel fervor di un'anima non sazia.
Nulla si nega a chi, senza nïente
chiedere, con il suo sogno conquista
tutto e v'imprime il suo suggello ardente.
Così, il ciel più divino il buono artista
dentro una tela piccola racchiude,
per goderne egli sol, puro egoista.
O ardor degli occhi che somiglia un rude
gesto di preda, o sguardi che son come
mani d'amante, indugïanti ignude
dentro un tesoro di feminee chiome!
avidità di vivere
Avidità di vivere, tu ieri
non vorace così mi strazïasti,
e avrai domani morsi anche più fieri.
I desideri tuoi, via via più vasti,
temon che a farli spiriti di gioia
giovinezza col suo fervor non basti.
Temono ch'essa troppo presto muoia,
e tagli loro i belli artigli e l'ali
il tempo con la sua fredda cesoia.
E m'incitano ardendo: — I beni e i mali
tentar bisogna. Vivere si deve.
Ama e combatti e odia e piangi e sali.
La vita è chiusa nel tuo pugno breve.
INDUGI
fascini
Colei che a un riso di seduzïoni
tutta sola sen va, volgesi e gode
or dei fascini belli ed or dei buoni.
Talora si sofferma e una sua lode
sorridendo susurra, ma sì piano,
che niuno fuor del suo silenzio l'ode.
Ascolta il mare urlar tragico un vano
suo amore, oppur gioisce in numerare
gl'intrichi delle vene in una mano.
Sosta in ansia d'attesa al limitare
d'un vecchio parco, oppur s'abbaglia al gioco
d'arcobaleno delle gemme rare
sotto rovesci calici di fuoco.
al mare
Al mare getta un dì sogni ed amori
come l'altra sua amante solitaria
gli getta fra due nubi fiori ed ori.
E ride con la sua anima varia,
mentre le spume in favolosi aprili
fioriscon gigli fatti d'acqua e d'aria.
Ella getta nel mar tutti i monili
dei quali, per piacere a sè, si para
la stoltezza dei cuori giovanili.
E ride ancora, ma con bocca amara.
Sul bene ch'ella non possiede più
sembran le spume i fiori d'una bara
e un poco di sè stessa è ormai laggiù.
una mano
Fu caro, un giorno, a quella che va sola
sentirsi preso da una mano il cuore
e averne un riso in bocca e un pianto in gola.
Era una mano ambigua, di pallore
femineo, di linea virile:
mano bella di dolce ingannatore.
Lenta in ogni suo gesto, ma febbrile
nella carezza, quasi da far male,
forte alla stretta da parere ostile.
Forse in sue vene un fluido mortale
fluiva ed ella con labbra voraci
lo suggeva, e un sapor torbido, eguale
a un acror di veleno era nei baci.
vecchio parco
Quasi in ansia d'attesa ora io m'attardo
presso il cancello d'un antico parco,
fra sbarra e sbarra acumino lo sguardo.
Certo, qualcuno apparirà nell'arco
verde-cupo che intrecciano le piante
laggiù, ove s'apre nell'azzurro un varco.
Una piccola dama in guardinfante
del minuetto striscerà l'inchino
ridendo a qualche incipriato amante?
Seduzïone muta d'un giardino
chiuso su l'ombra morta delle cose
pel cui ritorno non v'ha più cammino,
pel cui sogno non nascono più rose!
perplessità
Ieri io indugiai su quel punto che sta
fra la saggezza e la follia, sospesa
fra l'una e l'altra in gran perplessità.
Amor sollecitava, aspro d'attesa,
esauste tutte le sottili frodi,
le insidie che trascinano alla resa.
Ma, su l'incerto limite, i custodi
spiriti della giovinezza chiara
mi trattenevan con più onesti modi.
Curiosità mi rise avida: — Impara!
il Desiderio: — Tenta! — m'incitò.
E all'una e all'altro la superbia amara
di quella che va sola disse: — No.
TENTAZIONI
le gemme
Seduzïone aspra di gemme e d'ori
sotto accesi convolvoli rivolti
a versarvi o a riceverne i fulgori.
Dietro il cristallo han palpiti raccolti
i tesori e colei che vi si attarda
sopra v'allarga i suoi grand'occhi stolti.
I solitari di bell'acqua guarda,
com'Eva guardò gli occhi del serpente
raggianti la promessa maliarda.
Riflette sotto il battito frequente
de' cigli la freddezza imperiale
degli smeraldi e l'iride sfuggente
che balena nel cuore dell'opale.
la meraviglia
Incatenata dalla meraviglia,
s'indugia ancora e il sangue dei rubini,
forse, il pallor del volto le invermiglia.
O perle opache, o bei fiori marini
che le regine attorcono in collane
su le grazie de' nudi alabastrini.
Dolci turchesi ed ametiste strane
prescelte ai fasti della liturgia,
gemme per dita sacre e per sovrane.
Gioie di nozze e prezzo di follia
ch'offre amore a far sazia la sua sete.....
Taluno che la riguardante spìa
esce dall'ombra e tenta: — Che scegliete?
cose maliose
Male si tende il lucido tranello.
Io ammiro, e per il mio spirito assorto
più del possesso il desiderio è bello.
Tutto mi piace. Con il volto smorto
d'ebbrezza aspiro essenze in rare fiale,
m'attira un frutto pendulo in un orto.
Qualche voce nel cuore mi fa male
tanto m'è cara, e qualche rosso occaso
m'incanta con un suo drago che sale.
Carezzo di mia man l'anse d'un vaso
che con arte foggiò greca fucina,
increspo l'onde morbide d'un raso,
o gioco con le spume d'una trina.
ELEGANZE
le essenze
Ora io mi dico: — Per ciascuna goccia
d'essenza una fiorita di corolle
offre la sua bellezza appena sboccia.
Carne di fiori d'un pallor sì molle
da sembrar carne di delizia, nata
in tepori di serra o in cima a un colle,
uccisa a sommo della sua giornata
e con lungo martirio, perchè tutta
si doni, all'ombra e al sole macerata!
Freschezza che si spreme e che si butta
poi che stillò l'umor di cui viveva.
Pura bellezza vegetal distrutta
per far più impura la bellezza d'Eva!
i profumi
Nel solco di profumo che si scava
talor fra il vario ansare d'una via
quasi un languor voluttüoso grava.
Ma il desiderio torbido si svia
dietro l'ignoto passo che pel vano
suo ardore allunga l'olezzante scìa,
sfogliando un fiore, o sminuzzando un grano
d'ambra, o stillando issopo e benzoino,
già con altri confuso e già lontano.
Fruscìo di seta, o palpitar di lino,
o sviluppo di chiome, come odori,
fiato che, quasi a notte da un giardino,
da tutto un corpo tepido vapori!
un frutto
Ma il frutto che sul ramo si matura
per la sete del suo coltivatore
ha la bontà della bellezza pura.
Non è vaghezza sterile di fiore
nato al piacer dell'occhio e dell'olfatto,
ma polpa e succo buono e buon sapore!
Semplice è il frutto. Un riso di scarlatto
sembra avvampar su la sua guancia tonda,
per chi sa quale suo gioir, d'un tratto.
Si dona, benchè un poco esso nasconda
il rossor dell'offerta tra due foglie.
Ma tutto splende, nudità gioconda,
nella man che si tende e che lo coglie.
le sete
Io so la rigidezza delle sete
garrule al passo. O vesti d'ave, bene
riposte in grandi scatole segrete!
So delle trine la mollezza lene,
l'onda dei veli donde emerge il viso
come da spume volto di sirene.
So l'iride in mille iridi diviso
perchè ogni donna la sua veste faccia
del colore più adatto al suo sorriso.
So l'ombra delle piume in cui la faccia
s'imbianca d'un languor di passïone,
in cui la bocca bella, benchè taccia,
parla parole di seduzïone.
SENSAZIONI
una voce
Una voce nell'ombra ha qualche volta
la morbidezza calda d'una cosa
tangibile. Non s'ode, non s'ascolta,
ma sul cuor che l'accoglie quasi posa
le sue parole ad una ad una, come,
quando langue, le sue foglie una rosa.
Se invoca piano, in ansia, un caro nome
par che vi tremi il mal represso ardore
d'un bacio non osato fra le chiome.
E di soverchia intensità essa muore
soffocata ed il pianto che l'assale
sembra il principio dolce dell'amore,
ed è l'inizio acerbo del suo male.
la sera
E quella che va sola ama sostare
a vespro sotto cieli d'alabastro
chiari ancora d'un lume che traspare.
Guarda l'ombra affinar d'un vïolastro
pallore i monti, e attraversare il cielo
l'ultimo raggio come un lungo nastro.
Poi, tutto andar sommerso dietro un velo
su cui ansa, sgomenta d'esser sola,
la prima stella, come un cuore anelo.
Stella solinga, amara è la parola
di chi ti dice: — Io sono come te! —
di chi presso la notte si desola
tanto, e non osa dirtene il perchè.
la libertà
Dono di gelo, libertà, che vali?
Io vago, tratta da tue aeree dita,
per tante strade, e tosto oblio per quali.
Vado, e non so che strana ansia m'incita
di luogo in luogo, sì che giunta a pena
già mi sospinge a nuova dipartita.
Nuova lusinga all'anima balena,
l'attira con la sua dolce menzogna
ov'è d'oro o di ferro la catena.
Chi t'ha perduta, o libertà, ti agogna.
Chi ti possiede non t'apprezza più.
D'averti, alata scorta, si rampogna,
e t'adopra a cercar la schiavitù.
insegnamenti
Ma amore in schiavitù più non mi vuole.
Il despota gettò catena e sferza
e m'addottrina d'ilari parole.
— Quand'io v'incontro, — amabile egli scherza,
— la prima volta, molto vi torturo,
ma poco la seconda e men la terza.
L'antico male col recente io curo,
e il cuor v'agguerro sì che a poco a poco
possa affrontarmi, sempre più sicuro.
E poi ch'io osservo: — Assai perverso è il gioco, —
no, — ribatte — è saggezza salutare.
Quando il bimbo sentì l'ardor del fuoco,
molto di rado tornasi a bruciare.
OSTILITÀ
un rancore
Non so che sorda ostilità mi armasse
ieri contro di te. Forse un rancore
oscuro alla guerriglia acre mi trasse.
Pareva che un sottile aizzatore
incrudisse il mio riso ed il mio gesto,
accosciato nell'ombra del mio cuore.
Amore è il tuo avversario: non già questo
che a tratti or sì, or no, fra noi balena,
ma un altro, assai nel mio cuore più desto.
Quel che fu dono non offerto, pena
non detta, slancio trattenuto in me.
Il vampo di follia, la vita piena
in cui non mi travolse altri, nè te.
una carità
T'ostinasti a picchiare alle mie porte
con il tuo cuor nella tua mano a guisa
di pietra e a lungo mi chiamasti forte.
E m'ostentavi la tua faccia intrisa
di pianto, come un mendicante astuto,
per più carpir dalla pietà improvvisa.
Se a qualche carità, pregando aiuto,
tu mi forzasti, non imaginare
ch'io n'abbia al par di te molto goduto.
Labbra pietose si fan spesso amare,
più amare quando vinsero un ritegno
per addolcire il cuore di chi appare
dopo, ma tardi, d'ogni dono indegno.
OMBRE
doppio gioco
Mentre parliamo di comuni cose
leggere, tu via via a me t'accosti,
pieghi su me con ciglia curïose.
Quasi straniero ieri ancor mi fosti,
or ci avvicina fredda cortesia,
domani andremo per cammini opposti.
Tu t'inchini su me, come chi spia,
come chi è attratto a forza e intanto dici
cose vane con grazia e leggiadria.
Ma quando un gioco d'ombre tentatrici
scopri, io abbozzo un sogghigno involontario.
Tu indietreggi, e tra noi, fatti nemici,
ondeggia blando il conversar più vario.
gelosia
Non so dov'ella era nascosta: forse
in fondo all'ombra vacua degli specchi.
Non la vidi ma il suo riso mi morse.
Sottile mi vibrò dentro gli orecchi
con qualche nota di canzonatura,
parve squillar dietro gli arazzi vecchi.
Così sentii l'ignota creatura
di voluttà, la preda di lussuria,
colei che imprime la sua traccia impura
E di gelo restai sotto la furia
del desiderio, mi difesi fiera
contr'ella che rideva acre un'ingiuria,
e contro chi gemeva una preghiera.
un incontro
La donna che incrociò col nostro passo
lento la sua rapidità leggera,
ci saettò di sotto il ciglio basso.
Tu con l'occhio e il desìo la passeggera
seguisti. Ella sparendo ebbe nell'anca
una grazia perversa di pantera.
Subitamente io vacillai, sì stanca
che a te mi ressi. Mi pungeva il viso
quel sottil gelo che le labbra imbianca.
Ma già da nuova bramosìa conquiso,
tu comentavi ancor: — Che malïarda!
Di scatto io ti lasciai, con un gran riso
d'ilare odio e di pietà beffarda.
una prudenza
Tronchiamo l'ansia che incrudì già quasi
tra noi in febbre. Non ancor ci ha vinti
amore, ci irretì gioco di casi.
Non ancor per gli incauti labirinti
del male ci guidarono le crude
curiosità, ci attrassero gli istinti.
Ciascun di noi nel suo intimo chiude
buia tuttor quell'anima diversa
che solo scopre il desiderio rude.
Esso poteva smascherar perversa
o fiacca o vile questa sconosciuta.
Perciò quella che perdi, ancor sommersa
nell'ombra, per prudenza, ti saluta.
ONDEGGIAMENTI
la felicità
Ma quella che va sola ancora sa
tratto tratto pel suo vagabondare
trovar un'ombra di felicità.
Oh! ma un'ombra così lieve che pare
quella del pesco, quando primavera
gli fa una veste di rosette amare.
Certa non è se gioia era o non era,
e a sera lo domanda ella a sè stessa
sciogliendo adagio la sua chioma nera.
O voce che dicevi sì sommessa:
— Mi piaci! — o riso di perplessità,
o mano che non parla ma confessa,
eri o non eri la felicità?
incertezze
Forse non eri, perchè tanto triste
a notte, con il volto nel guanciale
io piansi molte lacrime non viste.
Non eri, perchè ancor di non so quale
spasimo, di non so che interïore
morso nel seno il cuore mi trasale.
Quasi per un gran male di languore
il sangue mi ristagna nelle vene,
come nei polsi inerti di chi muore.
Non eri. E chi su le mie ciglia piene
d'ombra, socchiuse sul pensiero vano,
chi senza passi e senza voce viene
così dolce a chinarsi e così piano?
qualche amarezza
Tu ieri con le tue pallide mani
per altre donne ancor sfogliavi rose,
per altre già ne sfoglierai domani.
Oggi la tua sottile arte compose
per me una lieve ghirlandetta molle
da scomporre con dita desïose.
Insieme noi sfacemmo le corolle
soavi per estrarne ogni dolcezza,
per gustarla con bocca un poco folle.
Pure, non so da chi, qualche amarezza
mi viene: forse dalla donna ignota
che sentirà domani la carezza
del tuo respiro sopra la sua gota.
la rivale
Ella m'è ignota, anche la sua effigie
m'è ignota, ma la imagino felina
nei gesti lenti e nelle iridi grigie.
Forse per via già mi passò vicina,
e in quel momento mi percorse diaccia
del brivido la scossa repentina.
Talor la vedo dietro la tua faccia,
la spìo ne' tuoi occhi e nel tuo riso,
sento la forma sua fra le tue braccia.
Allora su l'enigma del tuo viso
sfogo in carezze un'ira vïolenta,
fin che certa non sia d'avervi ucciso
quella parvenza sua che mi tormenta.
schermaglie
Sogghignare io potrei di te, dell'altra
donna lontana a cui forse ritorni,
toglierti a lei con sottigliezza scaltra.
Ma non voglio. Va pure. Verran giorni
soli a me sola e avran cappe di ghiaccio
e poi saranno di vïole adorni.
Ed io com'essi muterò. Ora faccio
ira a me stessa, perchè ho in gola un roco
lamento e solo per orgoglio taccio.
Un giorno anch'io saprò, ridendo un poco,
dire a colui che molto amore agogna:
— ti voglio bene! — dirglielo per gioco,
perchè gioisca della mia menzogna.
la menzogna
La menzogna è così cara talvolta:
sembra una donna di molt'arte esperta
che per bontà sa fingersi un po' stolta.
Le piace con la sua moneta incerta
che d'oro ha solo una sottil vernice
comprar le rose della gioia certa.
Se falsa è la moneta essa non dice.
Sembra d'oro e qualcuno illuderà
sol anche un'ora d'essere felice.
L'amor rifugge dalla verità,
rara parola ha col pensier concorde.
Man che carezza artiglio aspro si fa,
bocca che bacia spesso a sangue morde.
ORE FOLLI
il capriccio
E tu, Capriccio, genïetto rosa
che svolazzi con ali di farfalla
e un riso su la bocca desïosa,
talvolta io ti sentii su la mia spalla
lieve posare e un'avida parola
colsi, al riparo dell'aluccia gialla.
Fu qualche sera, quando d'una sola
fiamma bruciano i nostri occhi e le stelle,
e ci trema la voce, arida, in gola.
Qualche sera in cui sembran così belle
le labbra che si porgono e così
molle l'odor delle rose novelle,
ch'è duopo susurrare un dolce: — sì!
un cuore
Io intesi un cuore in fondo alla sua nicchia
a colpi sordi palpitare, in fretta.
Domandai: — È il mio cuore o il tuo che picchia?
Noi l'ascoltammo urtare nella stretta
sua cella, in ansia, come si dibatte
forzata in prigionìa la passeretta.
Ascoltammo con anime disfatte
dalla dolcezza i palpiti concordi
chiedendoci: — È il mio cuore o il tuo che batte?
Udimmo rallentare i colpi sordi
e tanto attenüarsi nel languore,
che sospirammo, come chi si scordi
di vivere: — È il mio cuore o il tuo che muore?
notte
Io vado nella notte alta al tuo fianco.
Non so da chi, non so da che atterrita,
spesso trasalgo e al tuo braccio m'abbranco.
Ascendiamo io non so quale salita
passo passo, e la notte è come un mare,
come un'onda nel mar la nostra vita.
Più non vedo il tuo sguardo tutelare
vigilarmi nell'ombra. Su qual traccia,
dove come perchè dobbiamo andare?
Verso qual meta? La paura diaccia
quasi nel seno il battito m'arresta...
Ma tu mi levi fra sicure braccia,
mi baci lento, mi susurri: — A questa.
chi ti vuole
Come non so, ma quando più son piene
di grazia le mie ore e il cuor d'oblio,
di volerti, non so come, m'avviene.
T'aspetto, a un tratto, ed il tuo passo spio
con tremor d'ansia e con fervor di fede,
con la nuca già offerta al tuo desìo,
al bacio che si sente e non si vede,
l'insidïoso, quello che propaga
dalla nuca il sottil brivido al piede.
E m'avviene di volgermi con vaga
meraviglia e di chiedermi: — Non c'è?
E poi, mentre la prima ombra dilaga,
premere a forza i miei singhiozzi in me.
oblio
Son qui raccolta in un oblio profondo
contro il tuo cuore. Credo che ancor siamo
nella vita, ma già fuori del mondo.
So che tu mi desideri e ch'io t'amo,
e tutto che oltre questo è gioia o pena
o bene o male noi dimentichiamo.
Ho il senso di volar su un'altalena
vertiginosa, come fanciulletta
balzavo nell'azzurrità serena.
Ne discendevo con la gola stretta
dal batticuore e con sperduti sguardi,
come or che tu m'avverti: — Il tempo ha fretta
di separarci, o amore. Andiamo, è tardi.
INQUIETUDINI
seguace
V'era qualcuno, un tempo, non veduto,
che ovunque mi seguiva, da vicino
senza stancarsi, con un passo muto.
La sera in qualche tacito cammino
parevami sentir sui miei capelli
rabbrividendo il suo profilo chino.
Forse eran molli ali di pipistrelli
che passavan su me con la prudenza
trepida di leggeri polpastrelli.
Io non sapevo, e m'affrettavo senza
paura, ma non più tanto leggera,
o volgevo con rapida movenza
gli occhi a scoprire dietro me chi v'era.
chi era
Lo seppi un giorno: or presso ed or lontano
me seguiva e la sua triste follia
l'uomo che amore flagellava invano.
Lo vidi ormare la mia stessa via,
sostare alle mie soste, con il volto
duro, e lo sguardo acuto di chi spia.
Egli andava col suo cuore sconvolto
pel desiderio fatto a sè tortura,
nulla godendo e disperando molto.
E non sapeva che la vana arsura
me pur struggeva, che un'angoscia eguale
fustigava la mia anima oscura,
ch'io pur morivo dello stesso male.
un grido
Fui per chiamarlo: — O mio fratello, vieni!
Non piangere per me quello ch'io piango
per altri. Lascia ch'io ti rassereni.
Ti tergerò le lacrime ed il fango
con mani indugïanti in puri gesti.
— Non t'amo, — ti dirò, ma: — ti compiango.
Lascia che dal tuo incubo ti desti,
per risvegliarmi io pure a poco a poco,
fin che in noi di dolore orma non resti.
Fui per dire: — Ed allor ci parrà un gioco
degno di riso questo mal vorace...
Ma in lui o in me non so che grido roco
negò: — Non voglio! Il mio soffrir mi piace!
DESIDERI
vortice
Noi ci fissammo, con un folgorio
d'occhi tenace. Io so che in quel momento
il cuore ti tremò del tremor mio.
Eravamo seduti con il mento
nella mano, in un'ombra di veranda,
in qual tempo, in qual giorno, io non rammento.
Rammento che giungeva a ondate, blanda,
una lontana musica e che spesso
ripeteva un motivo di domanda.
A un tratto ci trovammo così presso
da provarne vertigini, e smarriti
impallidimmo del pallore stesso
come su un buio vortice che inviti.
un addio
Folle è lasciarci, tutti accesi ancora
di desiderio, ancor pronti a godere
di tutto ciò che l'un dell'altro ignora.
La volontà che tiene prigioniere
le nostre giovinezze le flagella,
per farle in solitudine tacere.
Ma più le volge incitatrice a quella
gioia non mai gioita, che la morte
pur ci farebbe nel suo riso bella.
Più dolce sorte è la comune sorte:
darsi con umiltà l'un l'altro, ciechi.
Abbandonarsi al vortice più forte
e dirsi dopo un breve addio, senz'echi.
l'ignoto
Io non so chi tu sia. So che una sera
noi ci gettammo l'anima negli occhi,
con l'impeto di chi brama e non spera.
La ripigliammo cauti, quasi tocchi
da un dubbio, e ancor la scagliammo a segno,
come la freccia che dall'arco scocchi.
Senza accostarci, senza altro disegno
che quello di guardarci ebbri d'amore,
ma disgiunti da un qualche aspro ritegno.
Così il male durò. Più tentatore
d'allora, a tratti, il tuo volto m'abbaglia.
Curiosità di te mi punge il cuore,
desiderio di te me lo attanaglia.
INFERMITÀ
la crisi
Il morbo s'iniziò fra due sorrisi,
in un languore, s'incrudì in un male
vïolento, toccò l'estrema crisi.
Parossismo d'amor cieco che assale
la pazïente e la travolge, quasi
ad uno stato di demenza eguale.
Dal cuor sconvolto irruppero le frasi
inconsulte ed il pianto acre. Il dolore
contorse i polsi dalla febbre invasi.
Da queste crisi stritolato il cuore
esce, come da macina esce il grano.
Fatto diverso, muto di stupore,
s'ascolta, balza, si ritrova sano.
la convalescenza
Sano, ma ancora un poco stanco, ancora
debole di quel grande struggimento
ch'ogni vigor di buon sangue divora.
Convalescenza, invermigliarsi lento
delle labbra già tinte di vïola,
ribalenar dello sguardo già spento!
La risanata, sola con sè sola,
resta, si guarda intorno: — Fui malata? —
dice, e ascolta suonar la sua parola.
Dice: — Ricordo! — e i grandi occhi dilata.
— Ieri un nemico m'ha contorto ed arso
le carni e il cuore. Assai m'ha strazïata!
Ma il mio male guarì. Egli è scomparso.
pallore
Oggi mi trovi pallida, ma sai
che un poco sempre io son pallida. È strano
come il mio volto non s'accenda mai.
Solo la bocca un fior di melagrano
sboccia sotto il tuo bacio, e il cuore pulsa,
— oh così forte! — sotto la tua mano.
Ma goda o soffra l'anima convulsa,
il marmo della fronte non confessa
gioia di amore o strazio di ripulsa.
Quando più sfatta io piego su me stessa,
più s'impietra la maschera del volto.
Ma allorchè cedo, dall'angoscia oppressa,
piango non vista il mio pianto raccolto.
VORAGINI
l'etèra
Io t'ho seguita, sotto i primi lumi
rossastri d'una sera cittadina,
pallida etèra grave di profumi.
E parvi la falena che s'ostina
intorno ad una lampada notturna,
sempre più attratta e sempre più vicina.
Curiosità di male, taciturna,
mi trascinò nell'orbita di quella
ch'era del male più goduto l'urna.
Colei che attira asseta arde e flagella,
l'ombre accendeva di sua rossa chioma,
e molle andando, alla falena snella
vampava della sua carne l'aroma.
multiforme
Tu hai mill'anime in una, o multiforme.
Innumeri tumultuano i cuori
dentro il tuo cuore piccolo ed enorme.
Ognuno sa com'odi e come adori,
avventuriera arguta della scena,
ognun sa come vivi e come muori.
O bramata dagli uomini, una vena
fragile del tuo polso assai più forte
li allaccia della più salda catena.
E quando ti atterrò sfatta la morte
dinanzi a folle cupide di te,
la voluttà su le tue labbra smorte
bevono nelle alcove d'oro i re.
l'abisso
Dissero: In questo punto ella gettossi
nel vuoto; agonizzò pochi minuti
laggiù, ove i sassi appaiono ancor smossi.
China, io sentii tutti gl'inviti muti,
gli assorbenti richiami degli abissi,
il vortice che afferra gli sperduti.
La vertigine tragica con fissi
occhi d'acqua verdognola ipnotizza
sotto capelli d'alighe prolissi.
L'oblio, dal fondo, svolgesi e si rizza
con le sue braccia d'ombra arcate a culla,
e con la bocca di vampiro vizza
sugge il male a chi piomba ebbro nel nulla.
PROFILI
un discreto
Troppo discreto. Amore non s'afferra
con timidezza trepida di gesti
ma con sagace strategia di guerra.
Quando ore ed ore mediti pretesti
a sfiorar con la tua mano la mia,
una pietà pensosa in me tu desti.
Più che languire di malinconia
o disperare di sconforto giova
spronar d'orgoglio l'anima restìa.
Ciascuna donna è come una via nuova
che alcun percorra in notte senza luna.
Molte sorprese il passegger vi trova,
ma le affronta affidato alla fortuna.
un pauroso
Mi temi: tale è la ragione oscura
per cui mi sfuggi armato di corrucci
mascherando di sdegno la paura.
Nè io posso, a evitar che tu ti crucci,
celar lo sguardo mio che ti fastidia
e t'inquieta in ombre di cappucci.
Io non tramo alla tua pace perfidia
di tranelli. Guerrier di buona scuola
sa che a fuggiasco non si tende insidia.
Pur: — fuggiasco — non è giusta parola.
Più somigli a un bizzarro palafreno
che spesso adombra e in pazza corsa vola,
ma ben s'ammansa con scudiscio e freno.
L'INVITO
l'attesa
T'aspetto qui. La casa è ancora quella
della mia infanzia, quella che mi vide
occhi innocenti sotto bionde anella.
La casa sa che tu verrai. Non ride
non palpita e non trema essa. Mi pare
di sentirtela ostile, aspra di sfide.
Non te che corri con le labbra amare
di sete a ricercar le mie, furtivo
ladro d'amore, ella sperò ospitare.
Troppo ella ha atteso, ritta sul suo clivo,
il dolce sposo che, per chiara via
giungendo, le annunciasse alto il suo arrivo
e sul suo cuore mi portasse via.
l'accoglienza
T'odia per questa la mia casa antica.
Da te delusa sotto il vecchio tetto
t'accoglierà con fronte di nemica.
Dirà: — Sviasti dal cammin più retto
colei ch'io prediligo e mal risponde
l'anima ingrata al mio vigile affetto!
Ridimi, o amor, le tue risa gioconde
perch'io non oda il lagno dell'offesa
garrir fra uno svettare ampio di fronde.
Vieni! Quel suo rimproverar mi pesa.
Forse ormai vivo del mio stesso errore.
Pure, io sento con lei che questa attesa
tradisce un suo e un mio gentile amore.
il saluto
Tu verrai una notte alta, di luna,
e prima di varcar le mute soglie
bacerai le mie dita ad una ad una.
Ti celerà la gran pianta che accoglie
l'ombra sopra la porta e la rabesca
con profili di rami erti e di foglie.
Nell'aria ondeggerà l'essenza fresca
de' fieni e odoreranno le mie chiome