I MISTERI
DEL
CASTELLO D'UDOLFO

DI
ANNA RADCLIFFE

VOL. III

MILANO
Oreste Ferrario
Sotterranei Galleria Nuova, via Silvio Pellico, 6, scala n. 18
e Santa Margherita


IL CADAVERE
... la sua faccia, sfigurata dalla morte, era schifosa e coperta di livide ferite.
[Cap. XXVI]


SOMMARIO

[Capitolo XXII]

[Capitolo XXIII]

[Capitolo XXIV]

[Capitolo XXV]

[Capitolo XXVI]

[Capitolo XXVII]

[Capitolo XXVIII]

[Capitolo XXIX]

[Capitolo XXX]

[Capitolo XXXI]

[Capitolo XXXII]

[Capitolo XXXIII]

[Capitolo XXXIV]

[Capitolo XXXV]

[Capitolo XXXVI]

[Capitolo XXXVII]


CAPITOLO XXII

Montoni fece invano le più esatte ricerche sulla strana circostanza che lo aveva allarmato, e non avendo potuto scoprir nulla, dovette credere che qualcuno de' suoi fosse l'autore d'una burla così intempestiva. Le sue contese colla moglie, a proposito della cessione, divenendo più frequenti, pensò confinarla nella sua camera, minacciandola a una maggior severità se persisteva nel rifiuto.

Se la signora Montoni fosse stata più ragionevole, avrebbe compreso il pericolo d'irritare, con quella lunga resistenza, un uomo come il marito in cui balia ella trovavasi. Non aveva pure obliato di quale importanza fosse per lei la conservazione del possesso de' suoi beni, che l'avrebbero resa indipendente, caso avesse potuto sottrarsi al dispotismo di Montoni. Ma in quel momento aveva una guida più decisiva della ragione, lo spirito cioè della vendetta, che le faceva opporre la negativa alla minaccia, e l'ostinazione alla prepotenza.

Ridotta a non poter uscir dalla camera, sentì finalmente il bisogno ed il pregio della compagnia già sprezzata della nipote, perchè Emilia, dopo Annetta, era la sola persona che le fosse permesso di vedere.

La fanciulla s'informava spesso del conte Morano. Annetta ne sapeva pochissimo, se non che il chirurgo credeva impossibile la di lui guarigione. Emilia affliggevasi di essere la causa involontaria della sua morte. Annetta, che osservava la di lei commozione, l'interpretava a modo suo. Un giorno, essa le entrò in camera tutta affannosa e piangente. « Per carità, troviamo il modo di uscire da questo luogo infernale. Sappiate, » diss'ella, « che siamo alla vigilia di qualche brutta scena in questo maledetto castello. Quei signori tengono tutte le notti conciliaboli, ove si pretende che discutano affari importanti: inoltre, cosa significano tutti i preparativi che si fanno sui bastioni e sulle mura? E poi, quanta gente entra tutti i giorni nel castello con cavalli! e sembra che vi debbano restare, perchè il padrone ha ordinato di somministrar loro il bisognevole. Io ho saputo tutto da Lodovico, che mi ha raccomandato di tacere; ma siccome vi amo quanto me stessa, non ho potuto fare a meno di dirlo anche a voi. Ah! qualche giorno ci ammazzeranno tutti per certo.

— Non sai tu altro, Annetta?

— Come! Non basta tutto questo?

— Sì, ma non basta a persuadermi che ci vogliano uccider tutti. »

Emilia si astenne dal manifestare i suoi timori per non aumentare la paura della cameriera. Lo stato attuale del castello la sorprendeva e la turbava. Appena Annetta ebbe finito, la lasciò sola, per andare a nuove scoperte.

La fanciulla quella sera passò alcune ore tristissime in compagnia della zia. Si disponeva a coricarsi, quando udì un forte colpo alla porta della camera, prodotto dalla caduta di qualche oggetto. Chiamò per sapere cosa fosse, e non le fu risposto. Chiamò una seconda volta senza miglior successo: pensò che qualcuno dei forastieri giunti recentemente nel castello avesse scoperta la sua camera, e vi si recasse con cattive intenzioni. Inquieta, stette attenta, tremando sempre che il rumore si rinnovasse. Si fece invece coraggio; si avvicinò alla porta del corridoio tutta tremante, ed intese un lieve sospiro tanto vicino, che la convinse esservi qualcuno dietro l'uscio. Mentre ascoltava ancora, il medesimo sospiro si fece intendere più distintamente, ed il suo terrore aumentò. Non sapea cosa risolvere, e sentiva sempre sospirare. La sua ansietà divenne sì forte che risolse di aprire la finestra e chiamar gente. Mentre vi si accingeva, le parve udir i passi di qualcuno nella scala segreta, e vincendo ogni altro timore corse verso il corridoio. Premurosa di fuggire, aprì la porta, ed inciampò in un corpo steso al suolo. Mise un grido, e guardando la persona svenuta, riconobbe Annetta. Grandemente sorpresa, fece ogni sforzo per soccorrere l'infelice. Allorchè ebbe ripreso l'uso dei sensi, Emilia l'aiutò ad entrare in camera, e quando potè parlare la ragazza l'assicurò, con una fermezza che scosse fino l'incredulità dell'altra, di aver veduto un'ombra nel corridoio.

« Io aveva inteso strane cose sulla camera attigua, » disse Annetta; « ma siccome è vicina alla vostra, madamigella, non voleva dirvele per non ispaventarvi. Tutte le volte ch'io ci passava accanto, correva a tutta possa; e vi accerto inoltre, che spesso mi parve di sentirvi rumore. Ma stasera, camminando nel corridoio, senza pensare a nulla, ecco veggo apparire un lume, e guardando indietro scorgo una gran larva. L'ho veduta, signorina, distintamente, quanto voi in questo momento. Una gran figura entrava nella camera sempre chiusa, di cui, non tien la chiave altri che il padrone, e la porta serrossi immediatamente.

— Sarà stato il signor Montoni, » disse Emilia.

— Oh! no, non era lui, avendolo lasciato che altercava colla padrona nel suo gabinetto.

— Tu mi fai racconti molto strani, Annetta; stamattina mi hai spaventata colla paura d'un assassinio, ed ora vorresti farmi credere...

— Non vi dirò più nulla; ma però se non avessi avuta gran paura, non sarei svenuta, come ho fatto.

— Era forse la camera dal quadro del velo nero?

— No, signora, è quella più vicina alla vostra: come farò a tornare nella mia stanza? Per tutto l'oro del mondo non vorrei più traversare il corridoio. »

Emilia, commossa da questo incidente, e dall'idea di dovere esser sola tutta la notte, le rispose che poteva stare con lei.

« Oh! no, davvero, » disse Annetta, « io non dormirei ora in questa camera, neppure per mille zecchini. »

Emilia, rammentandosi d'aver udito gente sulla scala insistè perchè passasse la notte secolei, e l'ottenne con molta pena, e dopo che la paura di ripassare il corridoio ve l'ebbe persuasa.

Il dì dopo, Emilia, traversando la sala per andare sulle mura, intese rumore nel cortile e lo scalpito di molti cavalli. Il tumulto eccitò la sua curiosità. Senza andar più oltre, si affacciò ad una finestra, e vide nel cortile una truppa di cavalieri; aveano divise bizzarre ed armamento completo, sebben variato. Portavano essi una giacchetta corta rigata di nero e scarlatto; si avvolgevano in grandi ferraiuoli, sotto uno dei quali vide pendere dalla cintola pugnali di varia grandezza; osservò quindi che quasi tutti ne eran ben provvisti, e parecchi vi aggiungevano la picca ed il giavellotto; portavano in testa berretti all'italiana ornati di pennacchi neri; essa non si rammentava aver mai visti tanti brutti ceffi riuniti. Nel vederli si credette circondata da banditi, e le si affacciò subito alla mente che Montoni fosse il capo di questi birbanti, e il castello il loro luogo di riunione. Questa strana supposizione però fu passeggiera. Mentre guardava, vide uscire Cavignì, Verrezzi e Bertolini vestiti come gli altri; avevano soltanto i cappelli ornati di grandi pennacchi rossi e neri; quando montarono a cavallo, Verrezzi brillava di gioia; Cavignì pareva allegro, ma il suo contegno era riflessivo, e maneggiava il cavallo con estrema grazia. La sua figura amabile, e che parea quella d'un eroe, non era mai apparsa con tanto vantaggio. Emilia, considerandolo, pensò che somigliava a Valancourt, e per vero dire ne aveva tutto il fuoco e la dignità; ma essa cercava invano la dolcezza della fisonomia, e quella schietta espressione dell'anima che lo caratterizzava.

Comparve quindi Montoni, ma senza divisa. Esaminò scrupolosamente i cavalieri, conversò a lungo co' capi, e quando li ebbe salutati, la truppa fece il giro del cortile, e, comandata da Verrezzi, passò sotto la vôlta ed uscì.

Emilia si ritirò dalla finestra, e nella certezza di esser più tranquilla, andò sui bastioni: non vide più lavoranti, ed osservò che le fortificazioni parevano ultimate. Mentre passeggiava assorta nelle sue riflessioni, udì camminare sotto le mura del castello, e vide parecchi uomini, il cui esteriore accordavasi colla truppa partita poco prima.

Presumendo che la zia fosse alzata, andò ad augurarle il buon giorno, e le raccontò quanto aveva veduto; ma essa non volle, e non potè darle contezza di nulla. La riserva di Montoni verso sua moglie, a tal proposito, non era punto straordinaria. Però, agli occhi di Emilia, aggiunse qualche ombra al mistero, e le fece sospettare un gran pericolo o grandi orrori nel progetto da lui concepito.

Annetta tornò ansante, secondo il consueto; la sua padrona le domandò premurosamente cosa vi fosse di nuovo, ed essa le rispose « Ah! signora, nessuno ci capisce nulla. Carlo sa tutto, ma è riservato come il suo padrone. Qualcuno dice che il signor Montoni vuole spaventare il nemico; altri pretendono che voglia prender d'assalto qualche castello, ma ha tanto posto nel suo, che non ha bisogno certo d'andar a carpire quelli degli altri. Lodovico pare che ci veda più di tutti, perchè dice d'indovinare tutti i progetti del padrone.

— E che ti ha detto?

— Mi ha detto che il padrone.... che il signor Montoni è..... è.....

— Che cosa insomma? » disse la signora Montoni impazientandosi.

— Che il padrone si è fatto capo d'assassini, e manda a rubare per conto suo.

— Sei pazza. Come mai puoi tu credere?...

In quella comparve Montoni; Annetta fuggì tutta tremante. Emilia voleva ritirarsi, ma sua zia la trattenne, giacchè il marito l'aveva resa tante volte testimone de' loro diverbi, che non avevane più veruna soggezione.

« Che cosa significa tutto questo? » gli chiese la moglie; « chi sono quegli armati partiti testè e perchè faceste fortificare il castello? voglio saperlo.

— Evvia, ho ben altro da pensare, » rispose Montoni; « fareste meglio ad obbedirmi. Fatemi la cessione de' vostri beni senza tanti contrasti.

— Giammai! Ma quali sono i vostri progetti? Temete un attacco? sarò uccisa in un assedio?

— Firmate questa carta, e lo saprete.

— Qual nemico viene? » lo interruppe la donna: « siete voi al servizio dello Stato? Son io prigioniera fino all'ora della mia morte?

— Potrebbe darsi, » soggiunse Montoni, « se non cedete alla mia domanda; voi non uscirete dal castello se non mi avrete contentato. »

La signora gettò grida spaventose, ma li cessò poscia pensando che i discorsi del marito non fossero che artifizi per estorcerle la donazione. E glielo disse poco dopo, aggiungendo che il di lui scopo non era certo tanto glorioso quanto quello di servir lo Stato; che probabilmente erasi fatto capo di banditi, per unirsi ai nemici di Venezia e devastare il paese.

Montoni la guardò un momento con aria truce; Emilia tremava, e sua zia, per la prima volta, credè aver detto troppo. « Questa notte stessa, » diss'egli, « sarete trascinata nella torre d'oriente, là forse comprenderete il pericolo d'offender un uomo, il cui potere su voi è illimitato. »

La fanciulla si gettò ai suoi piedi, e lo supplicò, piangendo, di perdonare alla zia. Questa, intimorita e sdegnata, ora voleva prorompere in imprecazioni, ora unirsi alle preghiere della nipote. Montoni, interrompendole con una bestemmia orribile, si staccò aspramente da Emilia, che lo teneva pel mantello: cadde essa sul pavimento con tanta violenza, che si fe' male alla fronte, ed egli uscì senza degnarsi di rialzarla. Ella si scosse al pianto della zia, corse a soccorrerla, e trovolla tutta convulsa. Le parlò senza ricevere risposta, ma le convulsioni raddoppiando, fu costretta di andare a chieder soccorso. Traversando la sala, incontrò Montoni, e lo scongiurò di tornare a consolar sua moglie. Allontanossi egli colla massima indifferenza; finalmente, essa trovò il vecchio Carlo che veniva con Annetta. Entrati nel gabinetto, trasportarono la Montoni nella camera attigua. La misero sul letto, ed a gran stento poterono impedire dal farsi male. Annetta tremava e piangeva. Carlo taceva, e sembrava compiangerla.

Allorchè le convulsioni furono alquanto cessate, Emilia, vedendo che sua zia aveva bisogno di riposo, disse: « Andate, Carlo, se avremo bisogno di soccorso vi manderò a cercare; ma intanto, se ve se ne presenta l'occasione, parlate al signor Montoni a favore della vostra padrona.

— Oimè! » rispose Carlo; « ne ho vedute troppe! ho poco ascendente sul cuore del mio padrone. Ma voi, signorina, abbiate cura di voi stessa; mi pare che non istiate troppo bene. »

E partì scuotendo il capo. Emilia continuò a curare la zia, la quale, dopo un lungo sospiro, rinvenne; ma aveva gli occhi smarriti, e riconosceva appena la nipote. La sua prima domanda fu relativa a Montoni. Emilia la pregò di calmarsi e di star in riposo, soggiungendo: « Se volete fargli dire qualcosa, me ne incaricherò io. — No, » rispos'ella languidamente. « Persiste egli ancora a strapparmi dalla mia camera? »

La fanciulla rispose che non aveva detto più nulla, e fece ogni sforzo per distrarla; ma la zia non l'ascoltava, e sembrava oppressa dai pensieri. Emilia, lasciandola sotto la custodia della cameriera, corse a cercar Montoni, e lo trovò sulle mura in mezzo ad un gruppo d'uomini di ciera spaventevole. Egli si esprimeva con vivacità. Infine qualche sua espressione fu ripetuta dalla truppa, e quando si separarono, la fanciulla udì le seguenti parole: Stasera comincia la guardia al tramonto del sole. « Al tramonto del sole, » fu risposto, e si ritirarono.

Emilia raggiunse Montoni, sebbene ei paresse volerla scansare, ed ebbe il coraggio di pregare per la zia, e rappresentargliene lo stato ed il pericolo cui sarebbesi esposta la di lei salute in un appartamento troppo freddo. « Soffre per colpa sua, » rispos'egli, « e non merita compassione. Sa benissimo come deve fare per prevenire i mali che la attendono. Obbedisca, firmi, ed io non ci penserò più. »

A forza di preghiere, ella ottenne che la zia non sarebbe stata rimossa fino al dì seguente. Montoni le lasciò tutta notte per riflettere. Emilia corse ad annunziarle la dilazione. Essa non rispose, ma parea molto pensierosa. Intanto la sua risoluzione sul punto contestato sembrava cedere in qualche cosa. La nipote le raccomandò, come una misura indispensabile di sicurezza, di sottomettersi. « Voi non sapete quel che mi consigliate, » le rispose la donna. « Rammentatevi che i miei beni vi appartengono dopo la mia morte, se io persisto nel rifiuto.

— Io lo ignorava, cara zia; ma questa notizia non m'impedirà certo di consigliarvi un passo dal quale dipende il vostro riposo, e ardisco dire anche la vostra vita. Nessuna considerazione per un sì debole interesse, ve ne scongiuro, non vi faccia esitare un momento a cedergli tutto.

— Siete voi sincera, nipote?

— E potreste dubitarne? »

La signora Montoni parve commossa. « Voi meritate questi beni, cara nipote, e vorrei poterveli conservare: avete una virtù, di cui non vi credeva capace. Ma il signor Valancourt?

— Signora, » interruppe Emilia, « cambiamo discorso, di grazia, e non credete che il mio cuore capace di egoismo. » Il dialogo fini così.

Emilia rimase presso la zia, nè la lasciò che molto tardi.

In quel momento, tutto era tranquillo, e la casa pareva sepolta nel sonno. Traversando le lunghe e deserte gallerie del castello, Emilia ebbe paura senza saper perchè; ma quando, entrando nel corridoio, si rammentò l'avvenimento dell'altra notte, fu assalita da improvviso terrore, e fremè che un oggetto come quello veduto da Annetta non si presentasse innanzi a lei, e che la paura ideale o fondata non producesse il medesimo effetto su i di lei sensi. Non sapeva precisamente di qual camera avesse parlato la donzella, ma non ignorava che dovea passarvi dinanzi. Il suo sguardo inquieto procurava di distinguere nell'oscurità: camminava adagio e con passo incerto. Giunta ad una porta, udì un piccolo rumore; esitò, ma ben presto il suo timore divenne tale, che non ebbe più forza di camminare. D'improvviso, la porta si aprì, una persona, che le sembrò Montoni, apparve, rientrò prontamente nella camera e la chiuse. Al lume ch'era in essa, credette aver distinta una persona vicina al fuoco, in atteggiamento malinconico. Il suo terrore svanì, e fece luogo alla sorpresa: il mistero di Montoni, la scoperta d'un individuo ch'egli visitava a mezzanotte in un appartamento interdetto, e di cui si raccontavano tante cose, eccitò vivamente la di lei curiosità.

Mentre stava perplessa desiderando spiare i movimenti di Montoni, ma temendo d'irritarlo se ne fosse vista, la porta si aprì di bel nuovo e si richiuse per la seconda volta. Allora Emilia entrò bel bello nella camera contigua, e depostovi il lume, si nascose in una vôlta oscura del corridoio, per vedere se la persona che usciva fosse veramente Montoni. Dopo alcuni minuti la porta si aprì per la terza volta; la medesima persona ricomparve: era Montoni; egli guardossi intorno, chiuse e se ne andò. Poco dopo si sentì chiudere al di dentro. Essa rientrò nella sua stanza sorpresa al massimo segno. Era già mezzanotte: essendosi avvicinata alla finestra, intese camminare sul terrazzo sottoposto, e vide parecchie persone moversi nell'ombra; la colpì un rumor d'armi, ed una parola d'ordine detta sottovoce: allora si ricordò degli ordini di Montoni, e comprese che per la prima volta montavano la guardia nel castello; quando tutto fu quieto, se ne andò a riposare.


CAPITOLO XXIII

La mattina seguente, Emilia andò a trovare la zia di buonissim'ora; ella aveva dormito bene, e ricuperati gli spiriti e le forze, ma la di lei risoluzione di resistere al marito era combattuta dal timore. La fanciulla, temendo le conseguenze della sua caparbietà, fece di tutto per persuaderla, ma la signora Montoni, come vedemmo, aveva lo spirito della contraddizione; e quando se le presentavano circostanze disgustose, cercava meno la verità che argomenti da combattere. Una lunga abitudine aveva tanto confermato in lei questa disposizione naturale, che non se ne accorgeva più. Le ragioni di Emilia non fecero che risvegliare il suo orgoglio, anzichè convincerla; e non pensava se non a sottrarsi alla necessità di obbedire sul punto in questione. Se le fosse riuscito di fuggire dal castello, contava già separarsi legalmente, e vivere nell'agiatezza coi beni che le restavano. Emilia lo avrebbe desiderato quanto lei, ma non si lusingava d'un esito favorevole; le dimostrò l'impossibilità di uscire dalla porta, assicurata e guardata con tanta cautela; l'estremo pericolo di confidarsi alla discretezza di un servo, che avrebbe potuto tradirla per malizia o imprudenza; e la vendetta infine di Montoni, se avesse scoperto la trama...

Questa lotta di contrari affetti lacerava il cuore della zia, quando entrò d'improvviso il marito, e senza parlare della di lei indisposizione, le dichiarò venir a rammentarle quanto indarno essa tentasse di resistere ai suoi voleri. Le accordò tutto il giorno per acconsentire alla sua domanda, protestandole, in caso di rifiuto, che la sera medesima l'avrebbe rilegata nella torre di levante; aggiunse che molti cavalieri dovendo pranzare quel giorno istesso nel castello, essa farebbe gli onori della tavola colla nipote. La signora Montoni non voleva accettare, ma riflettendo che durante il pranzo, la sua libertà, sebben ristretta, avrebbe potuto favorire i suoi progetti, acconsentì; il marito ritirossi tosto. L'ordine ricevuto penetrava Emilia di maraviglia e timore; fremeva all'idea di trovarsi esposta a tali sguardi, e le parole del conte Morano non erano fatte per calmarla. Le convenne dunque prepararsi per comparire al pranzo, ma si vestì anche più semplicemente del solito, per evitare d'essere distinta. Questa politica non le riuscì, giacchè, quando tornò dalla zia, Montoni, rimproverandole il suo far dimesso, le prescrisse un abbigliamento più ricercato, adoperando a tal uopo gli ornamenti destinati pel di lei matrimonio con Morano. Adornata col miglior gusto e la massima magnificenza, la bellezza di Emilia non aveva mai brillato tanto. La sua unica speranza in quel punto era che Montoni progettasse meno qualche avvenimento straordinario, che il trionfo dell'ostentazione, spiegando agli occhi dei convitati l'opulenza della sua famiglia. Allorchè entrò nella sala, ov'era ammannito un lautissimo pranzo, il castellano ed i suoi ospiti erano già a mensa; essa andava a prender posto presso la zia, ma Montoni le fe' cenno colla mano; due cavalieri si alzarono, e la fecero sedere in mezzo a loro.

Il più avanzato in età di costoro era grande, aveva lineamenti caratteristici, naso aquilino, occhi incavati penetrantissimi; il di lui volto era magro e sparuto come dopo una lunga malattia.

L'altro, in età di circa quarant'anni, aveva fisonomia diversa; sguardo obliquo, ma volpino, occhi castagni, piccoli ed infossati, volto quasi ovale, irregolare e brutto.

Altri otto personaggi sedevano alla medesima tavola, tutti in divisa, ed avevano tutti un'espressione più o meno forte di ferocia, d'astuzia o di libertinaggio. Emilia li guardava timidamente, rammentandosi la truppa veduta il dì precedente, e si credeva circondata da banditi. Il luogo della cena era un'immensa sala antica ed oscura, illuminata da una sola finestra gotica altissima, dalla quale vedevasi il bastione occidentale e gli Appennini. Ella osservò che Montoni trattava con grand'autorità gli ospiti, i quali ricambiavanlo con dignitosa deferenza. Nel tempo del pranzo non si parlò che di guerra e di politica, di Venezia, dei suoi pericoli, del carattere del doge regnante e dei primari senatori. Finito il pranzo, i convitati, alzatisi, bevvero tutti alla salute di Montoni e alla gloria delle sue imprese. Mentre egli accostava la coppa alla bocca, il vino traboccò spumeggiando e ruppe il cristallo in mille pezzi. Ei faceva uso di quella specie di vetri di Venezia, i quali hanno la proprietà di rompersi allorchè ricevono un liquore avvelenato. Sospettando che qualcuno dei convitati avesse attentato alla sua vita, fece chiuder le porte, e mettendo mano alla spada, lanciò occhiate furibonde su tutti indistintamente, gridando: « Qui c'è un traditore! che tutti quelli che sono innocenti mi aiutino a trovare il colpevole. » I cavalieri proruppero in grida d'indegnazione, e sguainarono le spade. La signora Montoni voleva fuggire, ma il marito le impose di restare, aggiungendo qualche altra cosa che non fu intesa a motivo del tumulto e delle grida. Allora tutti i servi comparvero innanzi a lui, e dichiararono la loro ignoranza. La protesta però non poteva essere ammessa, essendo innegabile che soltanto il vino del castellano era stato avvelenato, per cui bisognava che almeno il dispensiere fosse stato connivente. Quest'uomo, con un altro, la cui fisonomia tradiva la convinzione del delitto, o il timore della pena, fu messo in ceppi e trascinato in un tetro carcere; Montoni avrebbe trattato nella stessa guisa tutti gli ospiti se non avesse temute le conseguenze d'un passo sì ardito: si contentò dunque di giurare che non sarebbe uscito neppur uno, prima che fosse dilucidato quest'affare. Ordinò aspramente alla moglie di ritirarsi, e ad Emilia di accompagnarla.

Mezz'ora dopo comparve nel di lei gabinetto; Emilia fremè vedendo la sua aria truce, gli occhi sfavillanti di rabbia e le labbra livide. « È inutile tenervi sulla negativa, » gridò egli furente alla moglie, « giacchè ho la prova del vostro delitto: non avete alcuna speranza di perdono se non in una sincera confessione; il vostro complice ha svelato tutto. »

Emilia fu colpita dall'atroce accusa. L'agitazione della zia non le permetteva di parlare; la sua faccia passava da un estremo pallore ad un rosso infiammato.

« Risparmiate i discorsi inutili, » disse Montoni, vedendola disposta a parlare; « il vostro contegno basta a tradirvi; or sarete condotta nella torre d'oriente.

— Quest'accusa, » rispose la moglie, che poteva appena articolar parola, « è un pretesto per la vostra crudeltà; sdegno di rispondervi.

— Signore, » disse vivamente Emilia, « questa orribile imputazione è falsa; oso rendermene mallevadrice sulla mia vita. Sì, signore, » soggiunse, « questo non è il momento di usar riguardi. Voi cercate ingannarvi volontariamente, al solo fine di perdere la mia povera zia.

— Se vi è cara la vita, tacete. »

Emilia, alzando gli occhi al cielo, sclamò: « Non c'è più speranza. »

Egli si volse alla moglie, la quale, rimessa dalla sorpresa, ne respingeva i sospetti con veemente asprezza. La rabbia di Montoni aumentava; Emilia, prevedendone le conseguenze, si precipitò ai di lui piedi, abbracciandogli le ginocchia e supplicandolo, piangendo, di calmare il suo furore; ma sordo alle preghiere della nipote e alle giustificazioni della moglie le minacciava fieramente amendue, quando fu chiamato. Uscì chiudendo la porta e portandone seco la chiave. Esse dunque si trovarono prigioniere. La Montoni guardava intorno a sè cercando un mezzo di fuggire. Ma come farlo? Sapeva pur troppo fino a qual punto il castello fosse forte, e con qual vigilanza guardato. Tremava di affidare il suo destino al capriccio d'un servo, di cui conveniva mendicare l'assistenza.

Frattanto intesero gran tumulto e confusione nella galleria; alle volte si sentiva il cozzar delle spade. La provocazione di Montoni, la sua impetuosità, la sua violenza, facevano supporre ad Emilia che le armi sole potessero finire l'orribile contesa. La zia aveva esaurite tutte le espressioni dello sdegno, e la nipote tutte le frasi consolanti. Tacevano amendue in quella specie di calma, che succede nella natura al conflitto degli elementi. Le circostanze di cui Emilia era stata testimone le rappresentavano mille confusi timori, e le sue idee succedevansi in tumultuoso disordine; fu scossa dalla sua meditazione sentendo battere alla porta, e riconobbe la voce di Annetta.

« Mia cara signora, aprite: ho molte cose da raccontarvi, » diceva sottovoce la povera ragazza. — La porta è chiusa, » rispose la padrona. — Sì, lo vedo, signora, ma per carità apritela. — Il padrone ha portato seco la chiave. — O beata Vergine! che sarà di noi? — Aiutaci ad uscire, » disse la Montoni. « Dov'è Lodovico? — Nella sala grande cogli altri, che combatte valorosamente. — Combatte! e chi sono gli altri? — Il padrone, tutti quei signori, e molti altri. — C'è qualche ferito? » disse Emilia con voce tremante. — Sì, signora, ce n'è qualcuno disteso in terra immerso nel sangue. Gran Dio! fate ch'io possa entrare, signora; ah! eccoli che vengono; mi ammazzano sicuramente. — Fuggi, » disse Emilia, « fuggi; noi non possiamo aprirti. »

Annetta ripetè che venivano, e fuggì.

« Calmatevi, zia, » disse Emilia, « per pietà, calmatevi; essi vengono forse per liberarci. Chi sa che il signor Montoni non sia già vinto.

— Eccoli, » gridò la zia, « li sento venire. »

Emilia alzò gli occhi languenti verso la porta, spaventata al maggior segno. Fu messa la chiave nella serratura; la porta si aprì, ed entrò Montoni seguito da tre satelliti. « Eseguite i miei ordini, » disse loro accennando la moglie; essa mise un grido e fu trascinata via sul momento. Emilia cadde priva di sensi sur una sedia: allorchè rinvenne, si vide sola, e guardando per tutta la stanza con occhi smarriti, sembrava interrogare ogni cosa sul destino della zia. Finalmente, si alzò per esaminare, quantunque con poca speranza, se la porta era libera, e la trovò aperta. Si avanzò timidamente nella galleria, incerta ove dovesse andare. Suo primo desiderio fu di ottenere qualche notizia sul destino della zia. Scese nel tinello. A misura che si avanzava, sentiva da lontano voci irate: le facce che incontrava pei numerosi anditi e la confusione che regnava aumentavano il di lei spavento. In fine arrivò nella stanza che cercava, ma non c'era alcuno. Non potendo più reggersi in piedi, si riposò un momento. Riflettè che avrebbe invano cercata la zia nell'immenso laberinto di quel castello, che pareva assediato dai briganti. Pensò dunque a tornare nella sua camera, ma temeva d'incontrarsi in que' feroci, quando un sordo mormorio interruppe il cupo silenzio; il rumore cresceva: distinse qualche voce e sentì passi che s'accostavano. Si alzò per andarsene ma venivano appunto per l'unica via ch'ella potesse seguire: pensò dunque di aspettare che fossero entrati. Udì gemiti, e vide poco dopo comparire un uomo portato da quattro. Atterrita a questo spettacolo, ebbe appena forza bastante per tornare alla sua camera senza poter conoscere chi fosse l'infelice circondato da quella gente, che nella confusione non l'aveano veduta.

Il suo affetto per la zia diveniva sempre maggiore; si ricordava che Montoni l'aveva minacciata di chiuderla nella torre di levante, ed era probabile che tal castigo avesse soddisfatto la di lui vendetta. Risolse dunque, nel corso della notte, di cercare una via per recarsi a quella torre. Sapeva bene che non avrebbe potuto efficacemente soccorrere la zia, ma credè che nel suo tristo carcere sarebbe stata sempre una consolazione per lei l'udire la voce della nipote. Alcune ore passarono così nella solitudine e nel silenzio, e parve che Montoni l'avesse obliata del tutto. Appena fu notte, vennero appostate le sentinelle.

L'oscurità della camera rianimò il terrore di Emilia. Appoggiata alla finestra, fu assalita da mille idee disgustose. « E che! » diceva ella; « se qualcuno di questi banditi, col favor delle tenebre, s'introducesse nella mia camera, cosa avverrebbe di me? » Poi, ricordando l'abitante misterioso della camera vicina, il suo terrore mutò oggetto. « Non è un prigioniero, benchè resti nascosto in quella stanza; non è Montoni che lo chiuda per di fuori, ma è l'incognito stesso che si prende questa cura. » Facendo tutte queste riflessioni, si ritirò dalla finestra, ed accese il lume. Si affrettò quindi ad assicurare alla meglio l'uscio della scala. Questo lavoro l'occupò sino a mezzanotte. Tutto era quieto, nè si udiva che i passi della sentinella sul bastione. Aprì la porta con cautela, e vedendo e sentendo una perfettissima calma, uscì; ma appena ebbe fatti pochi passi, vide un fioco chiarore sui muri della galleria. Rientrò in camera, e chiuse la porta, immaginandosi che forse Montoni andasse a fare la sua visita all'incognito. Dopo mezz'ora circa uscì di nuovo, e non vedendo nessuno, prese la direzione della scala di tramontana, immaginandosi di poter ivi più facilmente trovare la torre. Si fermava spesso, ascoltando con paura il fischiar del vento, e guardando da lontano attraverso l'oscurità dei lunghi androni. Finalmente giunse alla scala che cercava, la quale metteva in due passaggi diversi. Esitò alcun poco, e scelse quello che conduceva in una vasta galleria.

La solitudine di quel luogo la gelò di spavento, e tremava perfino all'eco de' propri passi. D'improvviso le parve sentire una voce, e temendo egualmente d'avanzarsi o di retrocedere, rimase immobile, osando appena alzar gli occhi. Le parve che quella voce proferisse lamenti, e venne confermata in quest'idea da un lungo gemito. Credè potesse essere sua zia, e si avanzò verso quella parte. Nulladimeno, prima di parlare, tremava di confidarsi con qualche indiscreto che potesse denunziarla a Montoni. La persona, qualunque fosse, pareva afflittissima. Mentre titubava, quella voce chiamò Lodovico. Emilia allora riconobbe Annetta, e tutta lieta si accostò per risponderle.

« Lodovico! » gridava Annetta piangendo; « Lodovico!

— Son io, » disse Emilia, tentando aprir la porta, « Ma come sei tu qui? Chi ti ha rinchiusa?

— Lodovico! Lodovico!

— Non è Lodovico; sono io, è Emilia. »

Annetta cessò di piangere e tacque.

« Se tu puoi aprir la porta, entrerò, » disse Emilia; « non temer di nulla.

— Lodovico! oh Lodovico! » gridava Annetta.

Emilia perdeva la pazienza, e temendo di essere scoperta, voleva andarsene; ma riflettè che la ragazza potrebbe aver qualche notizia sulla zia, o almeno avrebbe potuto indicarle la strada della torre. Ottenne infine una risposta, benchè poco soddisfacente. Annetta non sapeva nulla della padrona, e scongiuravala soltanto di dirle cosa fosse stato di Lodovico. Emilia rispose non saperlo, e le domandò come mai si trovasse rinchiusa là entro.

« Mi ha messo qui Lodovico. Dopo esser fuggita dal gabinetto della padrona, io correva senza saper dove: lo incontrai nella galleria, ed egli mi ha confinata in questa camera, portando via la chiave, affinchè non mi accadesse alcun male. Mi ha promesso di tornare quando tutto sarà quieto. Ma è già tardi, e non lo veggo venire; chi sa che non l'abbiano ucciso? »

Emilia si rammentò allora l'individuo ferito da lei veduto trasportare nella sala, e non dubitò più che non fosse Lodovico, ma nol disse. Impaziente di saper qualcosa della zia, la pregò d'insegnarle la strada della torre.

« Oh! non vi andate, signorina, per l'amor di Dio, non mi lasciate qui sola.

« Ma, Annetta cara, » rispose Emilia, « non creder già ch'io possa restar qui tutta notte. Insegnami la strada della torre, e domattina mi occuperò della tua liberazione.

— Beata Maria! » disse Annetta; « dovrò dunque star qui tutta la notte? Morirò dalla paura e dalla fame, non avendo mangiato nulla dopo il pranzo. »

Emilia potè a stento contener le risa a queste espressioni. Infine ne ottenne una specie di direzione verso la torre orientale. Dopo molte ricerche, giunse alla scala della torre, e si fermò un istante per fortificare il suo coraggio col sentimento del dovere. Mentre esaminava quel luogo, vide una porta in faccia alla scala. Incerta se questa la condurrebbe dalla zia, tirò il chiavistello e l'aprì. Si avvide che metteva sul bastione, e l'aria le spense quasi il lume. Le nubi agitate dai venti stentavano a lasciar vedere alcune stelle, raddoppiando gli orrori della notte. Rinchiuse la porta e salì.

L'immagine della zia, pugnalata forse per mano istessa del marito, venne a spaventarla; e si pentì d'aver osato recarsi in quel luogo. Ma il dovere trionfò della paura, e continuò a camminare. Tutto era calmo. Finalmente le colpì gli sguardi una striscia di sangue sulla scala; le pareti e tutti i gradini n'erano aspersi. Si fermò sforzandosi di sostenersi, e la sua mano tremante lasciò quasi cadere il lume. Non sentiva nulla; quella torre non pareva abitata da anima viva. Si rimproverò mille volte di essere uscita; temeva sempre di scoprire qualche nuovo oggetto d'orrore; eppure, prossima al termine delle sue ricerche, non sapeva risolversi a perderne il frutto. Riprese coraggio, e giunta alla torre, vide un'altra porta e l'aprì. I fiochi raggi della lampada non le lasciarono vedere che mura umide e nude. Entrando in quella stanza, e nella spaventosa aspettativa di ritrovarvi il cadavere della zia, vide qualcosa in un canto, e colpita da un'orribile convinzione, restò alcun tempo immobile. Animata quindi da una specie di disperazione, si accostò all'oggetto del suo terrore, e riconobbe un vecchio arnese militare, sotto al quale erano ammucchiate armi. Mentre si dirigeva alla scala per uscire, vide un'altra porta chiusa di fuori con un catenaccio, e dinanzi alla quale si vedevano altre orme di sangue: chiamò ad alta voce la zia, ma nessuno rispose. « Essa è morta! » sclamò allora; « l'hanno uccisa; il suo sangue rosseggia questi gradini. » Perdè tutta la forza, depose il lume, e sedette sulla scala. Dopo nuovi inutili sforzi per aprire, scese per tornare alla sua camera. Appena fu nel corridoio, vide Montoni, e spaventata più che mai, si gettò in un angolo per non incontrarlo. Gli sentì chiudere una porta, l'istessa ch'ella avea già notato. Ne ascoltò i passi allontanarsi, e quando l'estrema distanza non le permise più di distinguerlo, entrò in camera e coricossi.

Già biancheggiava l'alba e le palpebre d'Emilia non eransi ancora chiuse al sonno; ma alfine la natura spossata diè qualche tregua alle sue pene.


CAPITOLO XXIV

Emilia restò in camera tutta la mattina, senza ricevere alcun ordine di Montoni, nè vedere altro che gli armati i quali passeggiavano sul bastione. L'inquietudine sul destino della zia la vinse finalmente sull'orrore di parlare a quel barbaro, e decise di recarsi da lui per ottenere il permesso di vederla.

L'assenza troppo prolungata di Annetta provava inoltre ch'era accaduta qualche disgrazia a Lodovico, e ch'essa era tuttavia rinchiusa. Emilia risolse dunque d'andar a vedere se ella fosse ancora nella stanza, e d'avvertirne Montoni: suonava il mezzogiorno. I lamenti della meschina si sentivano all'estremità della galleria: deplorava il proprio destino e quello di Lodovico; quando intese Emilia, la supplicò a liberarla subito, perchè moriva di fame. La padroncina le rispose che sarebbe andata immediatamente a chiedere la sua liberazione; allora la paura della fame cedè pel momento a quella del padrone; e quando la fanciulla la lasciò, essa la pregava con calore a non iscoprir l'asilo ove nascondeasi: Emilia si avvicinò alla gran sala, ed il tumulto che udì, gl'individui che incontrò rinnovaronle gli spaventi. Però pareano pacifici: la guardavano con avidità, talvolta le parlavano. Traversando la sala per recarsi nel salotto di cedro, ove teneasi d'ordinario Montoni, scorse sul suolo spade infrante e gocce di sangue: quasi quasi credea vedere un cadavere. Avanzandosi, distinse un mormorio di voci, che la fecero titubare se dovesse o no inoltrarsi. Cercava invano cogli occhi qualche servitore per farsi annunziare, ma non ne compariva alcuno. Gli accenti ch'ella intendea non esprimevano più la collera, e riconobbe la voce di parecchi convitati della sera precedente. Mentre si disponeva a bussare, comparve lo stesso Montoni; sorpreso, lasciò conoscere nella sua fisionomia tutti i vari moti dell'animo. Emilia, tremante, stavasi mutola. Montoni le domandò con severità che cosa avesse inteso del loro colloquio. Essa lo accertò di non essere venuta coll'intenzione di ascoltare i di lui segreti, ma per implorare la sua clemenza per la zia e per Annetta. Montoni parve dubitarne, la fissò con occhio indagatore, e l'inquietudine che provava, non poteva nascere da frivole ragioni. Emilia lo scongiurò di lasciarla andare a visitare sua zia: egli rispose con un sorriso amaro, che confermò i suoi timori, e le fece perdere il coraggio di rinnovargliene la preghiera.

« Per Annetta, » diss'egli, « andate a trovar Carlo, che le aprirà. Lo stolto che l'ha rinchiusa non esiste più. »

Emilia, fremendo, rispose: « Ma la mia povera zia, signore, per pietà, parlatemi della mia zia...

— Se ne ha cura, » soggiunse Montoni: « non ho tempo di rispondere alle vostre vane domande. » E volle lasciarla. Emilia lo trattenne scongiurandolo di farle sapere ove fosse sua moglie; d'improvviso intesero la tromba, ed un rumore confuso di uomini e di cavalli nel cortile. Montoni corse subito fuori. Emilia, nell'incertezza di seguirlo, affacciatasi alla finestra, le parve distinguere i medesimi cavalieri veduti partire pochi giorni prima, e, scorgendo accorrer gente da tutte le parti, stimò bene di rifugiarsi nella sua camera. La maniera e le espressioni di Montoni quando aveva parlato di sua moglie, confermavano in parte i di lei sospetti. Stava assorta in que' cupi pensieri, quando vide entrare il vecchio Carlo.

« Cara signorina, » le diss'egli, « non ho potuto prima d'ora occuparmi di voi. Vi porto frutti e vino, chè dovete averne bisogno.

— Vi ringrazio, Carlo, » diss'ella; « avete forse ricevuto quest'ordine dal signor Montoni?

— No signora, » rispose il vecchio; « sua eccellenza ha troppe occupazioni. »

La fanciulla rinnovò le sue domande sul destino della zia: ma mentre la trascinavano via, Carlo era dall'altra parte del castello, e da quel momento non ne sapeva più nulla. Mentr'egli così diceva, Emilia lo guardava attenta, e non poteva comprendere se parlasse per ignoranza, o dissimulazione o timore di offendere il padrone. Le rispose laconicamente sulla zuffa della sera prima, accertandola nel tempo stesso che gli alterchi erano finiti, e che il castellano credeva essersi ingannato sospettando degli ospiti. « Il combattimento non ebbe altra origine, » soggiunse Carlo, « ma mi lusingo di non rivedere mai più un simile spettacolo in questo castello sebbene vi si preparino cose strane. » Essa lo pregò di spiegarsi. « Ah! signora, » diss'egli, « non posso tradire il segreto, nè esprimere tutti i miei pensieri in proposito; ma il tempo svelerà tutto. »

Essa lo pregò di aprire ad Annetta, indicandogli la stanza ove la meschina si trovava rinchiusa; Carlo le promise di soddisfarla; mentre partiva, gli domandò chi fossero i nuovi arrivati: la sua congettura si verificò: era Verrezzi colla sua truppa.

Scorse più di un'ora prima che Annetta comparisse. In fine arrivò piangendo e lamentandosi.

« Chi l'avrebbe mai preveduto, signorina? Oh! caso terribile! Oh! povero Lodovico!

— L'hanno proprio ucciso? » le chiese commossa Emilia.

— No; ma fu ferito gravemente. Ecco perchè non poteva venire ad aprirmi; ma ora comincia a star meglio.

— Cara Annetta, mi rallegro molto nel sentire ch'egli esiste. »

Appena la giovine fu alquanto calmata, Emilia la mandò a far ricerche sulla zia, ma non potè averne notizia alcuna.

I due giorni susseguenti passarono senza verun caso notevole, e senza ch'ella potesse saper nulla della zia. La sera del secondo giorno, in preda al suo dolore, ed assalita da funeste imagini, per iscacciarle, si affacciò alla finestra, considerando i tanti astri fulgidissimi e scintillanti nell'azzurro empireo, che tutti seguono una determinata via senza confondersi nello spazio. Si rammentò quante volte col diletto padre ne avesse osservato il corso. Queste riflessioni finirono a destare in lei quasi egualmente dolore e sorpresa. Pensò ai tristi eventi succeduti alle prime dolcezze della vita, alle ultime scosse, alla sua presente situazione in terra straniera, in un castello isolato, circondata da tutti i vizi, esposta a tutte le violenze, e le pareva d'essere illusa da un sogno prodotto dall'immaginazione alterata, nè poteva persuadersi che tanti mali non fossero ideali. Pianse al pensiero di quanto avrebbero sofferto i di lei genitori, se avessero potuto prevedere le sventure che l'attendevano.

Alzò gli occhi al cielo, e vide il medesimo pianeta osservato in Linguadoca la notte precedente alla morte del padre; desso trovavasi al di sopra delle torri orientali. Si rammentò i discorsi relativi allo stato dell'anime, e la melodia intesa, e della quale la sua tenerezza, a dispetto della ragione, aveva ammesso il senso superstizioso. All'improvviso, i suoni d'una dolce armonia parvero traversar l'aere; rabbrividì, ascoltò qualche minuto in una penosa aspettativa, sforzandosi di raccogliere le idee e ricorrere alla ragione. Ma la ragione umana non ha impero sui fantasmi dell'immaginazione, più che i sensi non abbian mezzi per giudicare la forma dei corpi luminosi, che brillano e tosto si estinguono nell'oscurità della notte.

La sorpresa di lei a quella musica sì dolce e deliziosa, era per lo meno scusabile, essendo già molto tempo che non udiva la menoma melodia. Il suono acuto del piffero e della tromba era la sola musica che si conoscesse nel castello di Udolfo.

Allorchè si fu un poco rimessa, cercò assicurarsi da qual parte venisse il suono. Le parve che partisse dal basso del castello, ma non potè precisarlo. Il timore e la sorpresa cedettero tosto al piacere di un'armonia, che il silenzio notturno rendeva ancor più interessante. La musica cessò, e le idee di Emilia errarono a lungo su questa strana circostanza; era singolare udir musica dopo mezzanotte, allorchè tutti dovevano essere al riposo, e in un castello ove da tanti anni non erasi inteso nulla che vi somigliasse. I lunghi patimenti avevanla resa sensibile al terrore, e suscettibile di superstizione. Le parve che suo padre avesse potuto parlarle con quella musica, per ispirarle consolazione e fiducia sul soggetto ond'era allora occupata. La ragione le suggerì però questa congettura esser ridicola, e la respinse; ma, per un'inconseguenza naturale della fantasia riscaldata, si abbandonò alle idee più bizzarre: rammentò il caso singolare che aveva posto Montoni in possesso del castello; considerò la maniera misteriosa della scomparsa dell'antica proprietaria; non si era mai più saputo nulla di lei, ed il suo spirito fu colpito da paura. Non eravi nessun rapporto apparente tra quell'avvenimento e la melodia, eppure credè che queste due cose fossero legate da qualche vincolo segreto.

Finalmente si ritirò dalla finestra, ma le tremavano le gambe nell'accostarsi al letto. Il lume stava per estinguersi, ed ella fremeva di dover restare al buio in quella vasta camera; ma vergognandosi tosto della sua debolezza, andò a letto pensando al nuovo incidente, e risoluta di aspettare la notte successiva all'ora istessa per ispiare il ritorno della musica.


CAPITOLO XXV

Annetta venne da lei la mattina senza fiato. « Oh! signorina, » le disse con tronche parole, « quante cose ho da raccontarvi! Ho scoperto chi è il prigioniero, ma non era il prigioniero; è quello chiuso in quella camera, di cui vi ho parlato, ed io l'aveva preso per un'ombra!

— Chi era quel prigioniero? » chiese Emilia, ripensando al caso della notte scorsa.

— V'ingannate, signora, non era prigioniero niente affatto.

— Chi è dunque?

— Beata Vergine! come son rimasta! L'ho incontrato poco fa sul bastione qui sotto! Ah! signora Emilia, questo luogo è proprio strano. Se ci vivessimo mill'anni, non finirei mai di stupirmi. Ma, come vi diceva, l'ho incontrato sul bastione, e certo pensava a tutt'altro che a lui.

— Queste ciarle sono insopportabili; di grazia, Annetta, non abusare della mia pazienza.

— Sì, signorina, indovinate? chi era mo; è una persona che voi conoscete benissimo.

— Non posso indovinarlo, » rispose Emilia con impazienza.

— Ebbene, vi metterò sulla strada. Un uomo grande, col viso lungo, che cammina con gravità, che porta un gran pennacchio sul cappello, che abbassa gli occhi quando gli si parla, e guarda la gente di sotto le ciglia negre e folte! Voi l'avete veduto mille volte a Venezia; era amico intimo del padrone. Ed ora, quando ci penso, di che aveva egli paura in questo vecchio castello selvaggio per chiudervisi con tanta precauzione? Ma adesso prende il largo, ed io l'ho trovato poco fa sul bastione. Tremava nel vederlo; mi ha fatto sempre paura; ma non voleva che se ne accorgesse. Allorchè mi è passato vicino, gli ho fatto una riverenza, e gli ho detto: Siate il ben venuto al castello, signor Orsino.

— Ah! dunque era Orsino?

— Sì, signora; egli stesso, colui che ha fatto ammazzare quel signore veneziano.

— Gran Dio! » sclamò Emilia; « egli è venuto a Udolfo! Ha fatto benissimo a star nascosto.

— Ma che bisogno c'è di tante precauzioni? Chi potrebbe mai immaginarsi di trovarlo qui?

— È verissimo, » disse Emilia, ed avrebbe forse concluso che la musica notturna veniva da Orsino, se non fosse stata certa non aver egli nè gusto, nè talento per quell'arte. Non volendo aumentare le paure di Annetta parlando di ciò che cagionava la sua, le domandò se fossevi alcuno nel castello che sapesse suonar qualche istrumento.

« Oh, sì, signorina, Benedetto suona bene il tamburo, Lancellotto è bravo per la tromba, e anche Lodovico suona bene la tromba. Ma ora è ammalato. Mi ricordo che una volta...

— Non avresti tu intesa una musica, » disse Emilia interrompendola, « dopo il nostro arrivo in questo luogo, e segnatamente la notte scorsa?

— No, signora; non ho inteso mai altra musica, fuor quella dei tamburi e delle trombe. E quanto alla notte passata, non ho fatto altro che sognare l'ombra della mia defunta padrona.

— La tua defunta padrona? » disse la fanciulla tremando; « tu sai dunque qualcosa? Dimmi tutto quello che sai, per carità.

— Ma, signorina, voi non ignorate che nessuno sa cosa sia accaduto di lei: è dunque chiaro che ha preso l'istessa strada dell'antica padrona del castello, della quale nessuno ha saputo più nulla. »

Emilia, profondamente afflitta, congedò la cameriera, i cui discorsi avevano rianimato i terribili di lei sospetti sul destino della zia, ciò che la decise a fare un secondo sforzo per ottenere qualche certezza in proposito, dirigendosi un'altra volta a Montoni.

Annetta tornò di lì a poche ore, e disse ad Emilia che il portinaio del castello desiderava parlarle avendo un segreto da rivelarle. Quest'ambasciata la sorprese, e le fece dubitare di qualche insidia; già esitava ad acconsentire; ma una breve riflessione gliene dimostrò l'improbabilità, e arrossì della sua debolezza.

« Digli che venga nel corridoio, » rispos'ella, « e gli parlerò. »

Annetta partì, e tornò poco dopo dicendo:

« Bernardino non ardisce venire nel corridoio, temendo di essere veduto. Si allontanerebbe troppo dal suo posto, e non può farlo per adesso. Ma se volete compiacervi di venire a trovarlo al portone, passeremo per una strada segreta ch'egli mi ha insegnata, senza traversare il cortile, e vi racconterà cose che vi sorprenderanno assaissimo. »

Emilia, non approvando quel progetto, negò positivamente di andare. « Digli, » soggiunse, « che se ha da farmi qualche confidenza, l'ascolterò nel corridoio quando avrà il tempo di venirci. »

Annetta andò a portar la risposta, ed al suo ritorno disse ad Emilia: « Non ho concluso nulla, signorina; Bernardino non può in verun modo lasciare la porta in questo momento; ma se stasera, appena farà notte, volete venire sul bastione orientale, egli potrà forse allontanarsi un minuto e svelarvi il suo segreto. »

Emilia, sorpresa ed allarmata al tempo stesso dal mistero che colui esigeva, esitava sul partito da prendere; ma considerando che forse l'avvertirebbe di qualche disgrazia, od avrebbe da darle notizie della zia; risolse di accettare l'invito. « Dopo il tramonto del sole, » disse, « io sarò in fondo al bastione orientale; ma allora sarà appostata la sentinella; come farà Bernardino a non esser veduto?

— È appunto ciò che gli ho detto, ed esso mi ha risposto aver la chiave della porta di comunicazione fra il cortile e il bastione, per la quale egli si propone di passare; che quanto alle sentinelle, non ne mettono alcuna in fondo al bastione, perchè le mura altissime e la torre di levante bastano da quella parte per guardare il castello, e che quando sarà oscuro, non potrà esser veduto all'altra estremità.

— Ebbene, » disse Emilia, « sentirò ciò che vuol dirmi, e ti prego di accompagnarmi stasera sul bastione: intanto di' a Bernardino di esser puntuale all'ora indicata, giacchè potrei ancor io esser veduta dal signor Montoni. Dov'è egli? Vorrei parlargli.

— È nel salotto di cedro, a parlamento con altri signori. Io credo che voglia dare un banchetto per riparare il disordine dell'altra notte: in cucina sono tutti occupatissimi. »

La padroncina le domandò se aspettavano nuovi ospiti. Annetta non lo credeva. « Povero Lodovico! » diss'ella; « sarebbe allegro come gli altri se fosse ristabilito! Il caso però non è disperato: il conte Morano era più ferito di lui, e intanto è guarito e se n'è tornato a Venezia.

— Come facesti a saperlo?

— Me l'han detto ier sera, signorina; mi sono scordata di contarvelo. »

Emilia la pregò di avvertirla quando Montoni fosse solo. Annetta andò a portar la risposta a Bernardino, che l'aspettava impaziente. Il castellano intanto fu così occupato per tutto il giorno, che Emilia non ebbe l'occasione di calmare i suoi timori sul destino della zia. Volse i suoi pensieri all'ambasciata del portinaio: si perdeva in mille congetture, e man mano che si avvicinava l'ora del misterioso colloquio, cresceva la sua impazienza. Il sole finalmente tramontò: sentì appostare le sentinelle, ed appena giunse Annetta, che doveva accompagnarla, scesero insieme. Emilia temeva d'incontrar Montoni, o qualcuno de' suoi. « Rassicuratevi, » disse Annetta, « sono ancora tutti a tavola, e Bernardino lo sa. »

Giunte al primo terrazzo, la sentinella, gridò: Chi va là? Emilia rispose, e s'incamminarono al bastione orientale, ove furono fermate da un'altra sentinella, e dopo una seconda risposta, poterono continuare. Emilia non amava esporsi così tardi alla discrezione di quella gente, impazientissima di ritirarsi, accelerò il passo per raggiunger Bernardino, ma non trovandolo si appoggiò pensierosa al parapetto. Il bosco e la valle eran sepolti nell'oscurità, un lieve venticello agitava solo la cima degli alberi, e tratto tratto si udivano voci nell'interno del vasto edifizio.

« Cosa sono queste voci? » disse Emilia tremante.

— Quelle del padrone e de' suoi ospiti che gozzovigliano, » rispose Annetta.

— Gran Dio! com'è mai possibile che un uomo sia così allegro quando forma l'infelicità del suo simile!... E la fanciulla guardò con raccapriccio la torre di levante presso cui si trovava: vide una fioca luce attraverso la ferriata della stanza inferiore: una persona vi passava col lume in mano; tale circostanza non rianimò le sue speranze a proposito della signora Montoni, poichè, avendola cercata colà appunto, non vi aveva trovato che una vecchia divisa e delle armi. Nulladimeno si decise a tentar di aprire la torre al di fuori, appena Bernardino si fosse partito da lei.

Passava il tempo, e costui non compariva. Emilia, inquieta, esitò se dovesse aspettarlo ancora; avrebbe mandata Annetta a cercarlo, se non avesse temuto di restar sola.

Mentre ragionava colla seguace della tardanza, lo videro comparire. Emilia si affrettò a domandargli che cosa voleva dirle, pregandolo di non perder tempo, poichè l'aria notturna l'incomodava.

« Licenziate la cameriera, signorina, » le disse Bernardino con voce sepolcrale, che la fece fremere, « il mio segreto non posso rivelarlo che a voi sola. » Emilia esitò, ma finì a pregare Annetta di allontanarsi alcuni passi; indi gli disse: « Ora, amico mio, son sola, cosa volete dirmi? »

Egli tacque un momento, come per riflettere poi, rispose: « Io perderei certo il mio impiego se lo sapesse il padrone. Promettetemi, signorina, che non paleserete a chicchessia sillaba di ciò che son per dirvi. Chi si è fidato di me in quest'affare me ne farebbe pagare il fio se venisse a capire ch'io l'avessi tradito. Ma mi sono interessato per voi, e voglio dirvi tutto. » Emilia lo ringraziò accertandolo della sua segretezza, e lo pregò di continuare. « Annetta mi ha detto nel tinello, quanto voi state in pena per la signora Montoni, e quanto desiderate essere informata del suo destino.

— È vero, se lo sapete ditemi tosto ciò che ha di più terribile; son parata a tutto.

— Io posso dirvelo, ma vi veggo così afflitta, che non so come cominciare.

— Son parata a tutto, amico, » ripetè Emilia con voce ferma ed imponente, « e preferisco la più terribile certezza a questo dubbio crudele.

— Se è così, vi dirò tutto. Già sapete che il padrone e sua moglie non andavano d'accordo; non tocca a me conoscerne il motivo, ma credo che ne saprete il risultato.

— Bene, » disse Emilia, « e così?

— Il padrone, a quanto pare, ha avuto ultimamente un forte alterco con lei: io vidi tutto, intesi tutto, e più di quel che possono supporre; ma ciò non riguardandomi, io non diceva nulla. Pochi giorni sono egli mi mandò a chiamare e mi disse: Bernardino, tu sei un brav'uomo, e credo potermi fidare di te... Lo assicurai della mia fedeltà. Allora, per quanto mi ricordo, mi disse: Ho bisogno che tu mi serva in un'affare importante. Mi ordinò ciò che doveva fare; ma di questo non dirò nulla, chè concerne soltanto la padrona.

— Cielo! che faceste? qual furia poteva indurvi ambidue ad un atto così detestabile?

— Fu una furia, » rispose Bernardino con voce cupa, e tacquero entrambi. Emilia non aveva coraggio di domandarne davvantaggio. Bernardino pareva temere di spiegarsi più particolarmente; alfine soggiunse: « È inutile riandare il passato. Il padrone fu troppo crudele, sì, ma voleva essere obbedito. Se io mi fossi ricusato, ne avrebbe trovato un altro meno scrupoloso di me.

— L'avete uccisa? » balbettò Emilia; « io dunque parlo con un sicario? » Bernardino tacque, e la fanciulla mosse un passo per lasciarlo.

— Restate, signorina, » ei le disse; « voi meritereste di lasciarvelo credere, giacchè me ne stimaste capace.

— Se siete innocente, ditelo tosto » soggiunse Emilia quasi moribonda; « non ho forza bastante per ascoltarvi maggior tempo.

— Or bene, la signora Montoni è viva per me solo; essa è mia prigioniera: sua eccellenza l'ha confinata nella camera di sopra del portone, e me ne affidò la custodia. Voleva dirvi che avreste potuto parlarle; ma ora... »

Emilia, sollevata a tai parole da inesprimibile angoscia, scongiurollo di farle vedere la zia. Egli vi acconsentì senza farsi pregar molto, e le disse che la notte seguente, allorchè Montoni fosse a letto, se voleva recarsi alla porta del castello, potrebbe forse introdurla dalla prigioniera.

In mezzo alla riconoscenza che le ispirava siffatto favore, parve alla fanciulla di scorgere ne' di lui sguardi una certa soddisfazione maligna, mentre pronunziava quest'ultime parole. Sulle prime scacciò tale idea, lo ringraziò di nuovo, e raccomandò la zia alla di lui pietà, assicurandolo che l'avrebbe ricompensato, e sarebbe esatta all'appuntamento indicato; quindi gli augurò buona sera, ed andossene.

Passò qualche ora prima che la gioia, eccitata in lei dal racconto di Bernardino, le permettesse di giudicare con precisione dei pericoli che minacciavano ancora la zia e lei stessa. Quando la sua agitazione si calmò, riflettè che la zia era prigioniera d'un uomo, il quale poteva sacrificarla alla vendetta o all'avarizia sua. Allorchè pensava all'atroce fisonomia del portinaio, credeva che il suo decreto di morte fosse già firmato; immaginando colui capace di consumare qualunque atto barbaro. Queste idee le rammentarono l'accento col quale le aveva promesso di farle vedere la prigioniera. Le venne mille volte in idea che la zia potesse esser già morta, e che lo scellerato era forse incaricato d'immolare anche lei all'avarizia di Montoni, il quale di tal guisa sarebbe entrato in possesso dei suoi beni in Linguadoca, che avevan formato il tema d'una sì odiosa contestazione. L'enormità di questo doppio delitto gliene fece alla fine respingere la probabilità; ma non perdè tutti i timori, nè tutti i dubbi ispiratile dalle maniere di Bernardino.

La notte era già molto avanzata, ed ella si afflisse quasi di non sentir la musica, della quale aspettava il ritorno con sentimento più forte della curiosità. Distinse lunga pezza le risa smoderate di Montoni e de' suoi convitati, le canzoni lubriche, e sentì finire ben tardi i loro rumorosi discorsi. Susseguì un profondo silenzio interrotto soltanto dai passi di quelli che si ritiravano ne' rispettivi alloggi. Emilia, ricordandosi che la sera precedente aveva intesa la musica press'a poco all'istess'ora, aprì pian piano la finestra, stando in attenzione della soave armonia.

Il pianeta da lei osservato al primo sentire della musica, non si vedeva ancora, e cedendo ad una impressione superstiziosa, guardava attenta la parte del cielo in cui doveva apparire, aspettando la melodia nello stesso momento. Alfine esso comparve, rifulgendo sopra le torri orientali. Emilia tese l'orecchio, ma indarno. Le ore scorsero in ansiosa aspettativa; nessun suono turbò la calma solenne della natura. Ella rimase alla finestra finchè l'alba non cominciò a biancheggiare le vette de' monti, e persuasa allora che la musica non si sarebbe altrimenti sentita, se ne andò a letto.


CAPITOLO XXVI

Emilia restò sorpresa il dì seguente udendo che Annetta sapeva la detenzione della zia nella camera sopra il portone d'ingresso del castello, e non ignorava neppure il progetto di visita notturna; che Bernardino avesse potuto confidare alla cameriera un mistero così importante era poco probabile, ma intanto le mandava un messaggio relativo al loro colloquio, invitandola a trovarsi sola, un'ora dopo mezzanotte, sul bastione, e aggiungendo che avrebbe agito secondo la promessa. Emilia fremè a tale proposta, e fu assalita da mille timori simili a quelli che l'avevano agitata la notte. Non sapea qual partito prendere: figuravasi spesso che Bernardino l'avesse ingannata; che forse aveva già assassinata la zia; ch'era in quel momento il sicario di Montoni, il quale voleva sacrificarla all'esecuzione dei suoi progetti. Il sospetto che la infelice donna non vivesse più, si riunì ai suoi timori personali. Infatti, lo zio sapeva che, in caso di morte della moglie senza avergli fatta la cessione de' suoi beni, li avrebbe ereditati Emilia; ned era improbabile ch'egli pensasse a sbarazzarsi anche di lei per entrar in tranquillo possesso di quelle tanto agognate sostanze. Alfine, il desiderio di liberarsi da tante crudeli incertezze, la decisero a non mancare al convegno.

« Ma come potrò io, » diss'ella, « traversar il bastione così tardi? Le sentinelle mi fermeranno, e il signor Montoni lo saprà.

— Bernardino ha pensato a tutto, » rispose Annetta; « ei mi ha dato questa chiave, incaricandomi d'avvertirvi ch'essa apre una porta in fondo alla galleria a vôlta, che conduce al bastione di levante; così non temerete d'incontrare gli uomini di guardia. Mi ha incaricato di dirvi inoltre che vi fa andare sul terrazzo sola per condurvi al luogo convenuto, onde non aprire la sala grande, il cui cancello cigola. » Questa spiegazione così naturale calmò Emilia.

« Ma perchè vuole egli ch'io vada sola?

— Perchè? glie l'ho domandato appunto. Perchè, gli dissi, non potrei venire anch'io? che male ci sarebbe? Ma mi ha risposto di no. Io volli persistere: fu inflessibile. Mi figuro però che saprete chi andate a vedere.

— Te lo ha forse detto Bernardino?

— No, signora, non mi ha detto nulla. »

Per tutto il resto del dì, Emilia fu in preda a continue incertezze. Udì suonare la mezzanotte e titubava ancora. La pietà per la zia vinse alfine ogni ripugnanza: pregò Annetta di seguirla fino alla porta della galleria, e quivi aspettare il suo ritorno. Giunta colà, aprì, tremando, la porta, ed entrata sola e senza lume sul bastione, avanzossi guardinga ed attenta verso il luogo convenuto, cercando Bernardino attraverso le tenebre. Raccapricciò al suono di una voce rauca che parlava vicino a lei, e riconobbe tosto il portinaio, il quale l'aspettava appoggiato al parapetto. E' le rimproverò la sua tardanza, dicendole aver mancato più di mezz'ora. Le disse di seguirlo, ed accostossi al luogo ond'era entrato sul terrazzo. Quando la porta fu aperta, la tetra oscurità dell'andito, illuminato da una sola fiaccola che ardeva infissa nel suolo, la fece fremere; ricusò di entrarvi, a meno che non permettesse ad Annetta di accompagnarla. Bernardino si oppose, ma unì destramente al rifiuto tante particolarità proprie ad eccitare la curiosa pietà di Emilia per la zia, che riuscì a persuaderla a seguirlo fino al portone. Egli prese la torcia e andò avanti. In fondo all'andito aprì un'altra porta, e scesi pochi gradini si trovarono in una cappella diroccata. La fanciulla si rammentò alcuni discorsi di Annetta su tal proposito. Contemplava con terrore quelle mura senza vôlta e coperte di musco; quelle finestre gotiche dove l'ellera e la brionia supplivano da lunga pezza ai vetri, ed i cui festoni frammischiavansi ai capitelli infranti. Bernardino urtò in una pietra e proruppe in una bestemmia orribile, resa più tremenda dall'eco lugubre. Il cuore di lei si agghiacciò, ma continuò a seguirlo, ed egli voltò a destra. « Per di qui, signorina, » le disse, scendendo una scala che pareva addurre a profondi sotterranei. Emilia si fermò domandandogli con voce tremante ove pretendesse condurla.

« Al portone, » rispose Bernardino.

— Non possiamo andarci per la cappella?

— No, signora, essa ci condurrebbe nel secondo cortile, ch'io voglio scansare. »

Emilia esitava ancora, temendo egualmente di andare innanzi, e d'irritare colui ricusando di seguirlo.

« Venite, signorina, » diss'egli, giunto già in fondo alla scala, « spicciatevi: io non posso star qui tutta notte; non vi aspetto più. » Sì dicendo, andò innanzi, portando sempre la fiaccola. Emilia, temendo di restar nelle tenebre, lo seguì con ripugnanza. Giunsero in un sotterraneo, ove l'aria umida e grossa, i folti vapori oscuravan talmente la fiaccola, che Bernardino, per paura non gli si spegnesse, si fermò un momento ad attizzarla; nell'intervallo, Emilia osservò vicino a lei un doppio cancello di ferro, e, più lontano, alcuni mucchi di terra che parevano circondare una fossa da morti. Simile spettacolo in cotal luogo l'avrebbe colpita violentemente in ogni altro tempo, ma allora credè quella fosse la tomba della zia, e che il perfido Bernardino conducesse anche lei alla morte. Il luogo oscuro e terribile ove ritrovavansi giustificava quasi il suo pensiero, che sembrava adattato al delitto, e vi si poteva commettere impunemente un assassinio. Vinta dal terrore, non sapeva che risolvere, pensando come vana fosse la fuga, impedita dalla tenebria e dal lungo cammino, non che dalla sua debolezza. Pallida ed inquieta, aspettava che Bernardino avesse attizzata la fiaccola, e siccome la sua vista ricorreva sempre alla fossa, non potè a meno di chiedergli per chi fosse preparata. L'uomo volse vêr lei gli sguardi senza rispondere. Ella ripetè la domanda; colui, scuotendo la face, andò oltre, nè aperse bocca. La fanciulla camminò tremando sino ad un'altra scala, salita la quale trovaronsi nel primo cortile. Nel traversarlo, la fiamma lasciava vedere le alte e nere muraglie tappezzate di lunghe erbe sporgenti dalle commessure, e coronate da torricelle contrastanti colle enorme torri del portone. In quel quadro risaltava la tarchiata figura di Bernardino. Costui era avvolto in un lungo mantello scuro, sotto del quale appena si scuoprivano i suoi coturni, o sandali, e la punta della lunga sciabola che portava costantemente al fianco. Aveva in testa un berretto basso di velluto nero ornato d'una piccola piuma. I lineamenti duri esprimevano un umore burbero, astuto ed impaziente. La vista del cortile rianimò l'abbattuta Emilia, e nell'avvicinarsi al portone cominciò a sperare di essersi ingannata nelle sue paurose congetture; guardando inquieta la prima finestra sopra la vôlta, e vedendola scura, domandò se fosse quello il luogo ove trovavasi rinchiusa la sua zia. Essa parlava adagio, e Bernardino non parve intenderla perchè non le rispose. Entrarono nell'edifizio, e trovaronsi ai piè della scala d'una delle torri.

« La signora Montoni dorme lassù, » disse Bernardino.

— Dorme! » rispose Emilia salendo.

— Dorme in quella camera lassù, » soggiunse l'uomo.

Il vento che soffiava per quelle profonde cavità accrebbe la fiamma della torcia, la quale rischiarò vie meglio l'atroce figura di Bernardino, le vetuste pareti, la scala a chiocciola annerita dal tempo, e gli avanzi di vecchie armature che parean il trofeo d'antiche vittorie.

Giunti al pianerottolo, la guida mise una chiave nella serratura d'una stanza, « Potete entrar qui, » le disse, « ed aspettarmi: intanto vado a dire alla padrona che siete arrivata.

— È una precauzione inutile, chè mia zia mi vedrà volentieri.

— Non ne sono ben sicuro, » soggiunse Bernardino additando la camera. « Entrate, signorina, che io vado ad avvertirla. »

Emilia, sorpresa ed offesa in certo qual modo, non ardì resistere; ma siccome colui portava via la fiaccola, lo pregò di non lasciarla al buio. Ei si guardò intorno, e veduta una lucerna in sulla scala, l'accese e la diede alla fanciulla, la quale entrò, ed egli chiuse la porta al di fuori; ascoltò attenta, e le parve che, in vece di salire, scendesse la scala, ma il vento impetuoso che soffiava sotto il portone, non le permetteva di distinguere alcun suono; infine, non udendo verun movimento nella camera superiore aveva detto il custode che stava la Montoni, stette viepiù perplessa. Poco dopo, in un intervallo di calma, le parve sentir scendere Bernardino nel cortile, e di ascoltarne perfino la voce. Tutti i primieri timori tornarono a colpirla più forte, persuasa non fosse più errore dell'immaginazione, ma un avvertimento del destino che doveva subire: non dubitò che la sua zia non fosse stata immolata, e forse in quella medesima stanza ove aveano tratto anche lei pel medesimo oggetto. Il contegno e le parole di Bernardino a proposito della zia confermavano le sue idee lugubri. Stava attenta, e non sentiva verun rumore nè sulla scala, nè nella stanza superiore; accostatasi alla finestra munita di ferree sbarre, udì alcune voci tra il soffio del vento, ed al lume di una torcia che pareva essere sotto la vôlta, vide sul suolo l'ombra di parecchi uomini, tra cui una colossale, che riconobbe per quella del feroce custode.

Appena il di lei spirito si fu calmato, prese il lume per vedere se le fosse possibile di fuggire. La stanza era spaziosa, nè aveva altre aperture che la finestra e la porta per la quale era entrata: non c'erano mobili, all'infuori di un seggiolone di bronzo fisso in mezzo alla stanza, e sul quale pendeva una grossa catena di ferro, infissa alla vôlta. Lo guardò a lungo con orrore e sorpresa; osservò vari cerchi pure di ferro per chiudervi le gambe, ed altri simili anelli sui bracciuoli della sedia. Si convinse che quell'odiosa macchina era un istrumento di tortura, e che più d'un infelice, incatenato colà, doveva esservi morto di fame. Se le rizzarono i capelli al pensiero di trovarsi in siffatto luogo, e precipitossi all'altra estremità per cercarvi uno sgabello; ma non vide che una tenda oscura, la quale copriva intieramente parte della stanza. Attonita, stette a considerarla con ispavento: desiderava e temeva di sollevarla per vedere ciò che ricoprisse: due volte fu trattenuta dalla rimembranza dello spettacolo orribile che la sua mano temeraria aveva scoperto nell'appartamento chiuso; ma pensando che forse nascondeva il cadavere della zia assassinata, spinta dalla disperazione, l'alzò. Dietro trovavasi un cadavere steso sopra un lettuccio basso e lordo di sangue; la sua faccia, sfigurata dalla morte, era schifosa e coperta di livide ferite. Emilia lo contemplò con occhio avido e smarrito: ma il lume le cadde di mano; e cadde ella stessa svenuta a' piè dell'orribile oggetto.

Allorchè riebbe i sensi, si trovò nelle braccia di Bernardino, e circondata da gente che la trasportava fuori: si accorse di che si trattava; ma l'estrema debolezza non le permise di alzar la voce, nè di fare moto alcuno, e scese la scala. Si fermarono sotto la vôlta: uno di coloro, togliendo la torcia a Bernardino, aprì una porta laterale, ed uscendo sulla piattaforma, lasciò distinguere gran quantità di gente a cavallo. Sia che l'aria aperta l'avesse un poco rianimata, o che quegli strani oggetti la restituissero al sentimento del pericolo, la fanciulla gettò alcune strida e fece vani sforzi per isciogliersi da quei briganti.

Bernardino intanto chiedeva la torcia, alcune voci lontane rispondevano, parecchie persone si avvicinavano, e un lume comparve nel cortile; Emilia fu trascinata fuor della porta: ella vide lo stesso uomo che teneva la torcia del portinaio, occupato a far lume ad un altro, il quale sellava un cavallo in fretta, circondato da altri cavalieri dal truce aspetto.

« Perchè perdere tanto tempo? » disse Bernardino, bestemmiando ed avvicinandosi; « spicciatevi, fate presto, perdio!

— La sella è quasi pronta, » rispose l'uomo che l'affibbiava, e Bernardino bestemmiò di nuovo per siffatta trascuraggine. Emilia, che gridava aiuto con voce fioca, fu trascinata verso i cavalli, ed i briganti disputarono fra loro su quale dovessero farla montare. In quella uscì molta gente con lumi, ed Emilia conobbe distintamente, fra tutte le altre, la voce strillante di Annetta: scorse quindi Montoni e Cavignì seguiti da soldati. Non li vedeva più allora con paura, ma con isperanza, e non pensava più ai pericoli del castello, dal quale poco prima desiderava tanto fuggire.

Dopo una breve zuffa, Montoni ed i suoi sconfissero i nemici, i quali, in minor numero, e poco interessati forse nell'impresa ond'erano incaricati, fuggirono di galoppo. Bernardino sparve fra le tenebre, ed Emilia fu ricondotta nel castello. Ripassando dal cortile, la memoria di quanto aveva veduto nella stanza del portone rinnovò in lei i terrori primieri; e quando udì ricadere la saracinesca che la rinchiudeva ancora in quelle mura formidabili, fremè, ed obliando quasi il nuovo pericolo cui era sfuggita, non poteva comprendere come la vita e la libertà non si trovassero al di là di quelle barriere.

Montoni ordinò ad Emilia d'aspettarlo nella sala di cedro. Vi andò poco dopo, e l'interrogò con severità sul misterioso avvenimento. Sebbene lo riguardasse allora come l'assassino di sua zia, e potesse appena soddisfare alle sue domande, pure le di lei risposte poterono convincerlo non avere essa avuto volontariamente alcuna parte nella trama, e la congedò appena vide comparire la sua gente, che aveva fatto radunare per iscoprire i complici.

Emilia stette un pezzo agitata prima di poter riflettere sull'occorso. Il cadavere veduto dietro alla tenda stavale sempre innanzi agli occhi, e ruppe in dirotto pianto. Annetta gliene chiese il motivo, ma essa non volle confidarglielo, per timore di irritare Montoni.

Costretta a concentrare in sè tutto l'orrore di quel segreto, la di lei ragione fu per soccombere all'insopportabile peso. Quando Annetta le parlava, essa non l'udiva, o rispondeva fuor di proposito; sospirava, ma non versava lagrime. Spaventata dalla di lei situazione, Annetta corse ad informarne Montoni: egli aveva allora congedati i servi, senza avere scoperto nulla. Il commovente racconto che gli fece la cameriera sullo stato di Emilia, lo indusse a recarsi da lei. Al suono della sua voce, la fanciulla alzò gli occhi, un raggio di luce parve ravvivarne gli spiriti: si alzò per ritirarsi lentamente in fondo alla camera. Montoni le parlò con dolcezza: essa lo guardava con aria curiosa e spaventata, rispondendo sempre di sì a tutte le sue domande. Il di lei spirito pareva aver ricevuto una sola impressione, quella della paura. Annetta non poteva spiegar questo disordine, e Montoni, dopo inutili sforzi per farla parlare, ordinò alla donzella di restar là tutta notte, e d informarlo il giorno di poi del suo stato.

Partito che fu, Emilia si ravvicinò, e domandò chi fosse colui ch'era venuto ad inquietarla, Annetta le rispose ch'era il signor Montoni, ed essa, ripetendo replicatamente questo nome, si lasciò condurre al letto, e l'esaminò con occhio smarrito; volgendosi quindi tremando alla seguace, la scongiurò a non lasciarla, dicendo che dopo la morte di suo padre era stata abbandonata da tutti. Annetta ebbe la prudenza di non interromperla, e quando, dopo aver pianto molto, la vide infine cedere al sonno, l'affezionata ragazza, obliando ogni paura, restò sola ad assistere Emilia tutta notte.


CAPITOLO XXVII

Il riposo restituì le forze alla fanciulla. Svegliandosi vide con sorpresa Annetta addormentata su d'una sedia vicina e tentò di rammentarsi le circostanze della sera uscitele talmente dalla memoria, che non gliene restava traccia: fissava tuttavia gli occhi sopra la cameriera, quando questa si destò.

« Ah, cara padroncina mi riconoscete? » sclamò essa.

— Se ti riconosco! Sicuramente; tu sei Annetta; ma come ti trovi qui?

— Oh! voi siete stata malissimo, in verità, ed io credeva...

— È singolare, » disse Emilia, procurando rammentarsi il passato; « ma parmi essere stata funestata da un sogno orribile! Dio buono! » soggiunse raccapricciando; « certo non poteva essere che un sogno. » E fissava sguardi spaventati su Annetta, la quale, volendo tranquillarla, le rispose: « Non era un sogno, no, ma ora tutto è finito.

— Essa fu dunque uccisa? » disse Emilia tremante. Annetta mise un grido; essa ignorava la circostanza che ricordavasi la fanciulla, ed attribuiva la frase al delirio. Quand'ebbe chiaramente spiegato ciò che aveva voluto dirle, Emilia si rammentò il tentativo per rapirla, e domandò se l'autore del progetto era stato scoperto. L'altra le rispose di no, sebbene fosse facile indovinarlo, e disse che doveva a lei la sua liberazione. « È così, signora Emilia, » continuò Annetta; « io era decisa ad essere più accorta di Bernardino, il quale non aveva voluto confidarmi il suo segreto; ma io mi era piccata di scuoprirlo. Invigilava sulla terrazza; ed appena egli ebbe aperta la porta, uscii per cercar di seguirvi, persuasissima che non si progettava nulla di buono con tanto mistero. Assicuratami che non aveva chiusa la porta internamente, l'aprii, e vi tenni dietro da lontano, aiutata dal chiaror della fiaccola, fin sotto la vôlta della cappella. Io ebbi paura di andare avanti, avendo sentito raccontare cose strane di quel luogo, ma temeva parimenti ritornarmene sola; e mentre Bernardino attizzava la torcia, vinsi ogni timore, vi seguii fino al cortile, e quando saliste la scala, scivolai pian piano sotto il portone, ove intesi un calpestìo di cavalli al di fuori, e vari uomini che bestemmiavano contro Bernardino, perchè tardava a condurvi; ma colà fui quasi sorpresa: il custode scese, ed io ebbi appena il tempo di schivarlo. Aveva sentito abbastanza per sapere di che si trattava, nè dubitai più che c'entrasse il conte Morano in quel progetto, benchè fosse partito. Corsi indietro al buio, obliando tutte le paure; eppure non farei un'altra volta lo stesso tragitto per tutto l'oro del mondo. Fortunatamente il signor Cavignì ed il padrone erano ancora alzati; in un batter d'occhio radunammo gente, e abbiam fatti fuggire i briganti. »

L'ancella aveva cessato di parlare, e Emilia parea ascoltare ancora. Finalmente, rompendo il silenzio, disse: « Credo sia meglio andarlo a trovare io stessa. Dov'è? »

Annetta domandò di chi parlasse.

« Del signor Montoni; ho bisogno di vederlo. » Annetta, rammentandosi allora l'ordine ricevuto la sera, si alzò immantinente, dicendo che incaricavasi d'andarlo a cercare.

I sospetti della buona ragazza sul conte erano fondatissimi; e Montoni, non dubitandone anch'esso, cominciò a presumere che il veleno mescolato col vino vi fosse stato messo per ordine di Morano.

Le proteste di pentimento da questi fatte ad Emilia allorchè fu ferito, erano sincere quando le fece, ma erasi ingannato anche lui. Aveva creduto disapprovare i suoi progetti, e si affliggeva soltanto del funesto loro risultato; quando però fu guarito, le sue speranze si rianimarono, e si trovò disposto ad intraprendere nuovi tentativi. Il portinaio del castello, lo stesso ond'erasi già servito, accettò volentieri un secondo regalo, e quand'ebbero concertato il ratto di Emilia, il conte partì pubblicamente dall'abituro ov'era stato a curarsi, e si ritirò colla sua gente a qualche miglio di distanza. Le ciarle sconsiderate di Annetta avendo somministrato a Bernardino un mezzo quasi sicuro per ingannare Emilia, il conte nella notte convenuta mandò tutti i suoi servi alla porta del castello, restando esso all'abituro per aspettarvi la fanciulla, cui si proponeva di condurre a Venezia. Abbiamo già veduto in qual modo andò a vuoto il suo progetto; ma le violente e diverse passioni dalle quali fu agitata l'anima gelosa di lui, son difficili ad esprimere.

Annetta fece l'ambasciata a Montoni e gli domandò un colloquio per la nipote: egli rispose che fra un'ora sarebbe stato nel salotto di cedro. Emilia non sapeva qual esito dovesse aspettarsi dall'abboccamento, e fremeva d'orrore alla sola idea della sua presenza; voleva parlargli del funesto destino della zia, e supplicarlo d'una grazia che ardiva appena sperare, di ritornare cioè in patria, giacchè la zia non esisteva più.

Mentre, combattuta da mille timori, rifletteva sulla prossima conferenza, e sulle probabili conseguenze che potea derivargliene, Montoni le fece dire non poterla vedere se non il giorno dopo: Emilia non seppe che cosa pensare di tal ritardo. Annetta le disse, che Verrezzi e la sua truppa tornavano per certo alla guerra: il cortile esser pieno di cavalli, ed avere saputo che il resto della banda era aspettato per prendere tutti insieme un'altra direzione. Quando fu notte, Emilia si rammentò la musica misteriosa già udita; vi attaccava tuttavia una specie d'interesse, sperando provarne qualche sollievo. L'influenza della superstizione diventava ogni giorno più attiva sulla di lei fantasia infiacchita; congedò Annetta, e risolse di restar sola per aspettare la musica. Andò diverse volte alla finestra invano; le parve avere intesa una voce, e dopo un profondo silenzio, si credè nuovamente delusa nella sua aspettativa.

Così passò il tempo fino a mezzanotte, ed allora tutti i rumori lontani che si facevano sentire nell'abitato, cessarono quasi nello stesso momento, e il sonno parve regnar dappertutto. Tornò alla finestra, e fu scossa da suoni straordinari: non era un'armonia, ma il basso lamento d'una persona desolata. Atterrita, stette ad ascoltare: i flebili lamenti eran cessati: si chinò fuori della finestra per iscoprire qualche lume: una perfetta oscurità avvolgeva le camere sottoposte, ma credè vedere a poca distanza, sul bastione, moversi qualche oggetto. Il debole chiarore delle stelle non le permetteva di distinguer bene: s'immaginò fosse una sentinella, e celò il lume per osservare meglio senza essere veduta.

Il medesimo oggetto ricomparve quasi sotto la finestra: essa distinse una figura umana; ma il silenzio con cui si avanzava le fe' credere non fosse una sentinella; la figura si accostò: Emilia voleva ritirarsi, ma la curiosità la spingeva a restare, ed in quell'incertezza l'incognito si pose in faccia a lei e restò immobile. Il profondo silenzio, la misteriosa ombra la colpirono talmente, che stava per ritrarsi, allorchè vide la figura muoversi lungo il parapetto e sparire. Emilia pensò qualche tempo a questa strana circostanza, non dubitando di aver veduto un'apparizione soprannaturale. Allorchè fu più tranquilla, si ricordò ciò che le avean detto delle temerarie imprese di Montoni, e le venne in idea d'aver visto uno di quegl'infelici spogliati dai banditi, divenuto loro prigioniero, e ch'egli fosse l'autore della musica misteriosa. Riflettendo però che un prigioniero non poteva passeggiare così senza guardia, respinse tale idea.

Credè in seguito che Morano avesse trovato il mezzo d'introdursi nel castello, ma se le presentarono tosto le difficoltà ed i pericoli di siffatta impresa, tanto più che se gli fosse riuscito di giunger fin lì, non sarebbesi contentato di stare muto a mezzanotte sotto la finestra, giacchè conosceva perfettamente la scala segreta, e non avrebbe per certo fatto quei lamenti da lei intesi. Giunse perfino a supporre, fosse qualcuno che volesse impadronirsi del castello; ma i suoi dolorosi sospiri distruggevano anche questa congettura. Allora risolse di vegliare la notte successiva per cercar di dilucidare il mistero, decisa ad interrogare la figura se si fosse di nuovo mostrata.


CAPITOLO XXVIII

Il giorno di poi Montoni mandò ad Emilia una seconda scusa, che la sorprese non poco.

Verso sera, il distaccamento che aveva fatta la prima scorreria nelle montagne, tornò al castello: dalla sua camera remota, Emilia sentì le frenetiche grida ed i canti di vittoria. Annetta venne poco dopo ad avvertirla che coloro si rallegravano alla vista d'un immenso bottino. Tal circostanza la confermò nell'idea, che Montoni fosse realmente un capo di masnadieri, e si fosse prefisso di ristabilire la sua opulenza assaltando i viaggiatori. In verità, quand'essa rifletteva alla posizione di quel castello fortissimo, quasi inaccessibile, isolato in mezzo a quei monti selvaggi e solilari, lontano da città, borghi e villaggi, sul passaggio dei più ricchi viaggiatori; le pareva che tal situazione fosse adattatissima per progetti di rapina, e non dubitò che Montoni non fosse realmente un capo di assassini. Il di lui carattere sfrenato, audace, crudele e intraprendente, conveniva molto ad una simile professione; amava il tumulto, e la vita burrascosa; era insensibile a pietà e timore; il suo coraggio somigliava alla ferocia animale: non era quel nobile impulso che eccita il generoso contro l'oppressore a pro dell'oppresso; ma una semplice disposizione fisica che non permette all'anima di sentire il timore, perchè non sente null'altro.

La supposizione di Emilia, quantunque plausibile, non era però abbastanza esatta: essa ignorava la situazione dell'Italia, e l'interesse rispettivo di tante contrade belligeranti. Siccome i redditi di parecchi Stati non bastavano a mantenere eserciti, neppure nel breve periodo in cui il genio turbolento dei governi e dei popoli permetteva di godere i benefizi della pace, si formò a quell'epoca un ordine di uomini ignoti nel nostro secolo, e mal dipinti nella storia di quello. Fra i soldati licenziati alla fine di ciascuna guerra, un piccolissimo numero soltanto tornava alle arti poco lucrative della pace e del riposo. Gli altri, talvolta passavano al servizio de' potentati in guerra; tal altra formavansi in bande di briganti, e padroni di qualche forte, il loro carattere disperato, la debolezza dei governi, e la certezza che al primo segnale sarebbero corsi sotto le bandiere, li metteva al coperto da ogni persecuzione civile. Si attaccavano spesso alla fortuna d'un capo popolare, che li conduceva al servizio di qualche Stato, e trafficava il prezzo del loro coraggio. Quest'uso fe' dar loro l'epiteto di condottieri, nome formidabile in Italia per un periodo assai lungo. Ne vien fissato il fine al principio del secolo decimosettimo; ma sarebbe quasi impossibile indicarne con precisione l'origine.

Quando non erano assoldati, il capo d'ordinario risiedeva nel suo castello; e là, o ne' luoghi circonvicini, godevano tutti dell'ozio e del riposo. Talvolta soddisfavano i bisogni a spese dei villaggi, ma tal altra la loro prodigalità, allorchè dividevano il bottino, ricompensava ad usura delle loro sevizie, ed i loro ospiti prendevano alla lunga qualche tinta del carattere bellicoso. Montoni, spinto dalle grosse perdite al giuoco, aveva finito col farsi anch'egli capo d'una di queste bande; Orsino ed altri si riunirono a lui, e l'avanzo de' loro averi avea servito a formare un fondo per l'impresa.

Appena fu notte, Emilia tornò alla finestra, decisa di osservare più esattamente la figura, caso mai ricomparisse. Intanto perdevasi in mille congetture. Sentivasi spinta quasi irresistibilmente a cercar di favellarle; ma ne la tratteneva il terrore. « Se fosse una persona, » pensava, « che avesse progetti su questo castello, la mia curiosità potrebbe forse divenirmi fatale; eppure que' lamenti, quella musica da me intesi son certo suoi, nè posson venire da un nemico. »

La luna tramontò, l'oscurità divenne profonda; ella intese suonare la mezzanotte senza vedere nè sentir nulla, e cominciò a formar qualche dubbio sulla realtà della precedente visione, per cui, stanca di aspettare invano, se ne andò a letto.

Montoni non pensò neppure il giorno seguente a farla chiamare pel richiesto abboccamento. Più interessata che mai di vederlo, gli fece domandare, per mezzo di Annetta, a qual ora potesse riceverla; egli le assegnò le undici ore. Emilia fu puntuale, si armò di coraggio per sopportar la vista dell'assassino di sua zia, e lo trovò nel salotto di cedro circondato da tutti i suoi ospiti, alcuni dei quali si volsero appena l'ebbero veduta, facendo un'esclamazione di sorpresa. Emilia, vedendo che Montoni non le badava, voleva ritirarsi, allorchè esso la richiamò indietro.

« Vorrei parlarvi da sola, signore, se ne aveste il tempo.

— Sono in compagnia di buoni amici pei quali non ho segreti; parlate dunque liberamente, » rispose Montoni.

Emilia senza aprir bocca, s'incamminò verso la porta, ed allora Montoni si alzò e la condusse in un gabinetto, chiudendone l'uscio dispettosamente. Essa sollevò gli occhi sulla di lui fisonomia barbara, e pensando che contemplava l'assassino della zia, compresa d'orrore, perdette la memoria dello scopo della sua visita, e non osò più nominare la signora Montoni. Questi finalmente le domandò con impazienza ciò che volesse da lui, « Non posso perder tempo in bagattelle, » diss'egli, « avendo affari di molta importanza. » Emilia gli disse allora che, desiderando tornarsene in Francia, veniva a domandargliene il permesso. La guardò con sorpresa, chiedendole il motivo di tale richiesta. Emilia esitò, tremò, impallidì, e sentì scemarsi d'animo. Egli vide la sua commozione con indifferenza, e ruppe il silenzio per dirle che gli premeva di tornare nel salotto; Emilia facendosi forza, ripetè allora la domanda, e Montoni le diede un'assoluta negativa. Resa allora ardita: « Non posso più, signore, » diss'ella, « restar qui convenientemente, e potrei chiedervi con qual diritto volete impedirmi di partire.

— Per volontà mia, » rispose egli incamminandosi verso la porta, « ciò vi basti. »

Emilia, vedendo che simile decisione non ammetteva appello, non tentò di sostenere i suoi diritti, e fe' solo un debole sforzo per dimostrarne la giustizia. « Fin quando viveva mia zia, » diss'ella con voce tremante « la mia residenza qui potea esser decente, ma or ch'essa non è più, mi si deve concedere di partire. La mia presenza, o signore non può tornarvi gradita, e un più lungo soggiorno qui non servirebbe che ad affliggermi.

— Chi vi ha detto che la signora Montoni sia morta? » diss'egli fissandola con occhio indagatore. Ella esitò; nessuno aveaglielo detto, ed essa non ardiva confessargli come avesse veduto nella stanza del portone l'orribile spettacolo che glielo aveva fatto credere.

— Chi ve lo ha detto? » ripetè Montoni con impaziente severità.

— Lo so pur troppo per mia sventura; per pietà, non parlatemene più. » E sentivasi venir meno.

— Se volete vederla, » disse Montoni, « lo potete; essa è nella torre d'oriente. » E la lasciò senza aspettare risposta. Parecchi dei cavalieri, che non avevano mai veduta Emilia, cominciarono a motteggiarlo su tale scoperta, ma Montoni avendo accolte siffatte celie con serio contegno, e' cambiarono discorso.

Emilia, intanto, confusa dell'ultime di lui parole, non pensò che a rivedere l'infelice zia, a ciò spronata dall'imperioso dovere. Appena vide Annetta, la pregò di accompagnarla e l'ottenne con grande difficoltà. Uscite dal corridoio, giunsero appiè della scala insanguinata; Annetta non volle andare più innanzi. Emilia salì sola; ma quando rivide le strisce di sangue, si sentì mancare, e fermossi. Alcuni minuti di pausa la rinfrancarono. Giunta sul pianerottolo, temè di trovar la porta chiusa; ma s'ingannava: la porta s'aprì facilmente, introducendola in una camera oscura e deserta. La considerò paurosa: si avanzò lentamente, ed udì una voce fioca. Incapace di parlare o di fare alcun moto, ristette: la voce si fece sentire nuovamente, e parendole allora di riconoscere quella della zia, si fece coraggio, si avvicinò ad un letto che scorse in fondo alla vastissima camera, ne aprì le cortine, e vi trovò una figura smunta e pallida; rabbrividì, e presale la mano che somigliava a quella di uno scheletro, e guardandola attenta, riconobbe madama Montoni, ma sì sfigurata, che i suoi lineamenti attuali le rammentavano appena ciò ch'era stata. Essa viveva ancora, ed aprendo gli occhi, li volse alla nipote. « Dove siete stata tanto tempo? » le chiese col medesimo suono di voce; « credeva che mi aveste abbandonata.

— Vivete voi, » parlò alfine Emilia, « o siete un'ombra?

— Vivo, ma sento che sto per morire. »

Emilia procurò di consolarla, e le domandò chi l'avesse ridotta in quello stato.

Facendola trasportare colà per l'inverosimile sospetto ch'ella avesse attentato alla sua vita, Montoni erasi fatto giurare dai suoi agenti il più profondo segreto. Due erano i motivi di questo rigore: privarla delle consolazioni di Emilia, e procacciarsi l'occasione di farla morire senza strepito, se qualche circostanza venisse a confermare i suoi sospetti. La perfetta cognizione dell'odio che aveva meritato dalla moglie l'aveva indotto naturalmente ad accusarla dell'attentato. Non aveva altre ragioni per supporla rea, e lo credeva ancora. L'abbandonò in quella torre alla più dura prigionia, ove, senza rimorsi e senza pietà, la lasciò languire in preda ad una febbre ardente, che l'aveva infine ridotta sull'orlo del sepolcro.

Le striscie di sangue vedute da Emilia sulla scala, provenivano da una ferita toccata, nella zuffa, da uno dei satelliti che la trasportavano, e sfasciatasi nel camminare. Per quella notte accontentaronsi coloro di chiuder bene la prigioniera, non pensando a farle la guardia. Ecco perchè, alla prima ricerca, Emilia trovò la torre deserta e silenziosa. Allorchè tentò d'aprire la porta della stanza, sua zia dormiva. Se però il terrore non le avesse impedito di chiamarla di nuovo, l'avrebbe alfine svegliata, e sarebbesi così risparmiati tanti affanni. Il cadavere osservato nella camera del portone, era quello del ferito da lei veduto trasportare nella sala dove aveva cercato un asilo, spirato sul tettuccio pochi dì appresso, e che doveva esser sepolto la mattina seguente nella fossa scavata sotto la cappella per dov'era passata con Bernardino.

Emilia, dopo mille interrogazioni, lasciò la zia un istante per andar in cerca di Montoni. Il vivo interesse che sentiva per lei le fece obliare il risentimento a cui l'esporrebbero le sue rimostranze, e la poca apparenza di ottenere quanto voleva chiedergli.

« Vostra moglie è moribonda, signore, » gli diss'ella appena lo vide; « il vostro corruccio non vorrà perseguitarla certo fino agli ultimi momenti. Permettete dunque che sia trasportata nelle sue stanze, e se le apprestino i soccorsi necessari.

— A che gioverà questo, s'ella muore? » disse Montoni con indifferenza.

— Gioverà, signore, a risparmiarvi qualcuno dei rimorsi che vi lacereranno allorchè sarete nella di lei situazione. »

L'audace risposta non lo scosse guari; resistè lunga pezza alle preghiere ed alle lagrime; al fine la pietà, che aveva assunto le espressive forme di Emilia, riuscì a commovere quel cuore di macigno. Si volse vergognandosi di un buon sentimento, e a volt'a volta inflessibile ed intenerito, acconsentì a lasciarla riporre nel suo letto, e assistere la nipote temendo insieme che il soccorso non fosse troppo tardo, e che Montoni non si ritrattasse, Emilia lo ringraziò appena, s'affrettò a preparare il letto della zia, aiutata da Annetta e le portò un ristorativo, che la ponesse in grado di reggere al trasporto.

Appena giunta nelle sue stanze, Montoni revocò l'ordine; ma Emilia, lieta di avere agito con tanta sollecitudine, corse a trovarlo, gli rappresentò che un nuovo tragitto diverrebbe fatale, ed ottenne che la lasciasse dov'era.

Per tutto il dì, essa non abbandonò la zia, se non per prepararle il cibo necessario. La signora Montoni lo prendeva per compiacenza, convinta di dover morire fra poco. La fanciulla la curava con tenera inquietudine: ormai non trattavasi più d'una zia imperiosa, ma della sorella di un padre adorato, la cui situazione faceva pietà. Giunta la notte, voleva passarla presso di lei, ma ella vi si oppose assolutamente, esigendo che andasse a riposarsi, e contentandosi della compagnia di Annetta. Il riposo per verità era necessario a Emilia, dopo le scosse e il moto di quella giornata, ma non volle lasciar la zia prima di mezzanotte, epoca riguardata dai medici come critica. Allora, dopo aver ben raccomandato ad Annetta di assisterla con cura e di andare ad avvisarla al minimo sintomo di pericolo, le augurò la buona notte e ritirossi. Aveva il cuore straziato dallo stato orribile della zia, di cui ardiva appena sperare la guarigione. Vedeva sè stessa chiusa in un antico castello isolato, lontana d'ogni ausilio, e nelle mani di un uomo capace di tutto che avrebbe potuto dettargli l'interesse e l'orgoglio.

Occupata da queste tristi riflessioni, Emilia non andò a letto, e si appoggiò al davanzale della finestra aperta. I boschi e le montagne, fiocamente illuminati dall'astro notturno, formavano un contrasto penoso collo stato del suo spirito; ma il lieve stormir delle frondi ed il sonno della natura finirono ad addolcire gradatamente il tumulto degli affetti, e sollevarle il cuore al punto di farla piangere. Restò così in quella posizione senza avere altra idea che il sentimento vago delle disgrazie che l'opprimevano; quando alfine scostò il fazzoletto dagli occhi, vide sul bastione, in faccia a lei, immobile e muta, la figura già osservata: l'esaminò attentamente tremando, ma non potè parlarle com'eraselo proposto. La luna rifulgeva, e l'agitazione del suo spirito era forse l'unico ostacolo che le impedisse di chiaramente distinguere quella figura, la quale non facendo movimento alcuno, pareva inanimata. Raccolse allora le idee smarrite e voleva ritirarsi, quando la figura parve allungar una mano come per salutarla, e mentre ella stava immobile per la sorpresa e la paura, il gesto fu ripetuto. Tentò parlare, ma le spirarono le parole sul labbro, e nel ritirarsi dalla finestra per prender la lampada, udì un sordo gemito; ascoltò senza osar di riaffacciarsi, e ne udì un altro.

« Gran Dio! » sclamò essa; « che significa ciò? » Ascoltò di nuovo, ma non intese più nulla. Dopo un lungo intervallo, riavutasi, tornò alla finestra, e rivide la figura. Ne ricevè un nuovo saluto, e intese nuovi sospiri.

« Questo gemito è certamente umano! Voglio parlare, » diss'ella. « Chi va là? » gridò poi sottovoce; chi passeggia a quest'ora? La figura alzò la testa, e s'incamminò verso il parapetto. Emilia la seguì cogli occhi, e la vide sparire al chiaro della luna. La sentinella allora si avanzò a passi lenti sotto la finestra, ove fermatasi, la chiamò per nome, e le domandò rispettosamente se avesse veduto passar qualche cosa. Essa rispose parerle aver veduto un'ombra. La sentinella non disse altro; e tornò indietro; ma siccome quell'uomo era di guardia, Emilia sapeva che non poteva abbandonare il suo posto, e ne aspettò il ritorno. Poco dopo lo sentì gridare ad alta voce. Un'altra voce lontana rispose. Uscirono soldati dal corpo di guardia, e tutto il distaccamento traversò il bastione. Emilia domandò cosa fosse; ma i soldati passarono senza darle retta.

Intanto essa si perdeva in mille congetture. Se fosse stata più vana, avrebbe potuto supporre che qualche abitante del castello passeggiasse sotto la sua finestra colla speranza di rimirarla e dichiararle i suoi sentimenti; ma tale idea non le venne, e quando ciò fosse stato, l'avrebbe abbandonata come improbabile, poichè quella persona, che avrebbe potuto favellarle, era stata muta, e quando ella stessa aveva detta una parola, la figura erasi allontanata d'improvviso. Mentre riflettea così passarono due soldati sul bastione, e parlando fra loro, fecero comprendere ad Emilia, che un loro compagno era caduto tramortito. Poco dopo vide avanzarsi tre altri soldati lentamente, ed una voce fioca; quando furono sotto la finestra, potè distinguere che chi parlava era sostenuto da' compagni. Essa li chiamò per domandar che cosa fosse accaduto; le fu risposto che il camerata di guardia, Roberto, era caduto in deliquio, e che il grido da lui fatto svenendo, aveva dato un falso allarme.

« Va egli soggetto a questi deliqui? » chiese la giovane.

— Sì, signorina, sì, » replicò Roberto: « ma quand'anco nol fossi, ciò ch'io vidi avrebbe spaventato anche il papa.

— E che cosa vedeste?

— Non posso dire nè cosa fosse, nè che cosa vidi, nè com'è scomparso, » rispose il soldato, rabbrividendo ancora dallo spavento. « Quando vi lasciai, signorina, poteste vedermi andar sul terrazzo; ma non iscorsi nulla fin quando mi trovai sul bastione orientale. Splendea la luna, e vidi come un'ombra fuggire poco lungi a me dinanzi; sostai all'angolo della torre dove avea vista quella figura: era sparita; guardai sotto l'antico arco: nulla. D'improvviso udii rumore, ma non era un gemito, un grido, un accento, qualcosa insomma che avessi inteso in vita mia. L'udii una sol volta, ma bastò; non so più che mi avvenne sino all'istante in cui mi trovai circondato da' compagni.

— Venite, amici, » disse Sebastiano, « torniamo al nostro posto. Buona notte, signorina.

— Buona notte, » rispose Emilia, chiudendo la finestra, e ritirandosi per riflettere su quella strana circostanza che coincideva coi fatti delle altre notti; essa cercò trarne qualche risultato più certo d'una congettura; ma la sua immaginazione era tuttavia troppo riscaldata, il criterio troppo offuscato, ed i terrori della superstizione signoreggiavano ancora le sue idee.