I MISTERI
DEL
CASTELLO D'UDOLFO

DI
ANNA RADCLIFFE

VOL. IV

MILANO
Oreste Ferrario
Sotterranei Galleria Nuova, via Silvio Pellico, 6, scala n. 18
e Santa Margherita


Funerali della Signora Montoni.
I lineamenti feroci, le bizzarre fogge di quegli scherani...
Cap. XXVIII


SOMMARIO

[Capitolo XXXVIII]

[Capitolo XXXIX]

[Capitolo XL]

[Capitolo XLI]

[Capitolo XLII]

[Capitolo XLIII]

[Capitolo XLIV]

[Capitolo XLV]

[Capitolo XLVI]

[Capitolo XLVII]

[Capitolo XLVIII]

[Capitolo XLIX]

[Capitolo L]

[Capitolo LI]

[Capitolo LII]

[Capitolo LIII]

[Capitolo LIV]

[Capitolo LV]

[Capitolo LVI]


CAPITOLO XXXVIII

Bianca, che intanto trovavasi sola, non vedea l'ora di riveder la nuova amica, per dividere seco lei il piacere dello spettacolo della natura. Non aveva più nessuno cui esprimere l'ammirazione e comunicare le sue idee. Il conte, accortosi del di lei dispiacere, fece ricordare ad Emilia la visita promessa, ma il silenzio prolungato di Valancourt inquietava tanto la fanciulla, che fuggiva la società, ed avrebbe voluto differire il momento di riunirvisi fin quando non fosse calmata la sua ansietà. I Villefort la sollecitarono però così vivamente, che non potendo spiegare il motivo che l'attaccava alla solitudine, temè il suo rifiuto non avesse l'aria del capriccio, ed offendesse quegli amici dei quali voleva conservare la stima. Ritornò dunque al castello di Blangy; l'amicizia del conte la incoraggì a parlargli della sua posizione relativamente ai beni della zia ed a consultarlo sul modo di rivendicarli: non eravi dubbio che la legge non fosse in suo favore. Il conte la consigliò di occuparsene, e le offrì perfino di scrivere ad un avvocato di Aix per averne il parere. L'offerta venne accettata; le garbatezze che riceveva giornalmente in quella casa, l'avrebbero resa ancora felice, se avesse potuto esser certa che Valancourt stava bene e l'amava sempre. Aveva già passata più d'una settimana al castello senza riceverne notizie; sapeva benissimo che se Valancourt non fosse stato dal fratello, era molto dubbio che la sua lettera pervenisse, ed intanto l'inquietudine, il timore che non poteva vincere turbavano continuamente il di lei riposo. Le passavano per l'idea i tanti casi, che potevano essere divenuti possibili dopo la sua cattività nel castello di Udolfo; talvolta era colta da tanto timore, o che Valancourt non esistesse più, o che non esistesse più per lei, che la compagnia istessa di Bianca le diveniva insopportabile. Passava ore intiere sola nella sua stanza, quando le occupazioni della famiglia le permettevano di farlo senza inciviltà.

In uno di questi momenti di solitudine, aprì una cassettina contenente le lettere di Valancourt, e qualcuno dei disegni fatti in Toscana; ma questi ultimi oggetti l'interessavano poco. Cercava in quelle lettere il piacere di rammentarsi una tenerezza, che aveva formato tutta la sua consolazione, ed avevale fatto qualche volta obliare ogni affanno; ma esse non producevano più l'istesso effetto, aumentando invece le sue angoscie. Pensava, aver forse Valancourt potuto cedere alla forza del tempo e della lontananza. Oppressa da tai dolorosi pensieri, appoggiò la testa sulle mani, lasciando libero sfogo alle lacrime. In quel momento, Dorotea entrò per avvertirla che il pranzo sarebbe stato anticipato di un'ora. Sussultò Emilia, ed affrettossi a raccogliere le carte; ma la vecchia notò le sue lagrime e la sua agitazione.

« Ah! signorina, » esclamò essa, « nella vostra fresca età avete anche voi affanni? »

Emilia si sforzò di sorridere, ma non poteva parlare.

« Oimè! cara fanciulla, quando avrete i miei anni, non piangerete per inezie. Certo non dovete affliggervi per qualcosa di serio?

— No, Dorotea, » rispose Emilia, « nulla d'importante. »

Dorotea, chinatasi per raccogliere qualcosa, esclamò improvvisamente; « Cielo! che vedo? » Cominciò a tremare, e si abbandonò su d'una sedia.

— Cosa avete veduto? » disse Emilia guardandosi intorno.

— È ella stessa, » disse Dorotea, « è lei precisamente com'era poco tempo innanzi la sua morte... Questo ritratto, oh Dio! dove l'avete trovato? È la mia cara padrona, è lei stessa! » E gettò sul tavolino la miniatura trovata da Emilia tra le carte che il padre le aveva ordinato di bruciare; era lo stesso ritratto, sul quale l'aveva una volta veduto piangere. Rammentandosi a tal proposito le circostanze della sua condotta, che l'avevano tanto sorpresa, l'emozione di Emilia fu tale, che non ebbe la forza d'interrogare Dorotea: tremava delle risposte che avrebbe potuto riceverne, e potè appena domandarle s'era certa che quello fosse il ritratto della marchesa.

« Ah! signorina, » rispose la vecchia, « come mi avrebbe colpito in questo modo, se non fosse l'effigie della mia padrona! O cielo, » soggiunse quindi riprendendo la miniatura, « ecco i suoi begli occhi azzurri, e quello sguardo così affabile e lusinghiero! Ecco la sua espressione, quando aveva pianto sola per qualche tempo! Ecco quell'aria di pazienza e rassegnazione, che mi squarciava il cuore e me la faceva adorare!

— Dorotea, » disse Emilia, « io prendo per la vostra afflizione un interesse maggiore che non potete supporre. Vi domando di non negarvi a soddisfar la mia curiosità, che non è frivola. »

Sì dicendo, ella rammentossi delle carte, fra le quali aveva trovato il ritratto, e si convinse quasi che fossero relative alla marchesa di Villeroy. Ma la supposizione le fece nascere uno scrupolo. Temeva che fosse precisamente il segreto che suo padre aveva voluto nasconderle, e pareale di mancare al suo dovere cercando di penetrarlo. Qualunque fosse la sua curiosità sul destino della marchesa, è probabile che vi avrebbe resistito tuttavia, se fosse stata certa che quelle terribili parole rimastele impresse appartenessero all'istoria di quella dama, o che le particolarità che poteva confidarle Dorotea potessero entrare nel divieto di suo padre. Ma ciò che sapeva Dorotea poteano saperlo molti altri, e non era presumibile che Sant'Aubert avesse il progetto di nascondere alla sua figlia ciò ch'essa poteva sapere in altra guisa. Emilia ne concluse che se quelle carte erano relative alla marchesa, non versavano su d'un oggetto che Dorotea potesse spiegarle; per cui, bandito ogni scrupolo, cominciò ad interrogarla.

« Ah! signorina, » disse la vecchia, « la è un'istoria dolorosa, ed ora non posso raccontarvela; ma che dico? Non ve ne parlerò mai. Son molti anni ch'è accaduta, questa disgrazia, e non ho mai più parlato della signora marchesa se non con mio marito. Egli stava in questa casa come me, e sapeva soltanto da me certi dettagli che gli altri ignoravano. Io assisteva la padrona nell'ultima sua malattia, e ne seppi più che non il marchese istesso. Santa donna, quanto era paziente! Quand'essa morì, credetti morir con lei.

— Dorotea, » la interruppe Emilia, « potete esser certa che quanto mi dite non uscirà mai dalla mia bocca. Vi ripeto che ho ragioni per cercar schiarimenti in proposito, e m'impegno coi più sacri giuramenti a non rivelar mai i vostri segreti. » Dorotea parve commossa dalle parole di lei; la guardò tacendo, e poi soggiunse: « Mia bella signorina, la vostra fisonomia mi parla a vantaggio vostro. Voi somigliate tanto alla mia cara padrona, che mi par di vedermela innanzi agli occhi. Se foste sua figlia, non potreste rammentarmela meglio di così. Ma l'ora del pranzo si avvicina, e voi dovete andare ad unirvi alla famiglia che vi attende.

— Promettetemi prima di aderire alla mia domanda, » disse Emilia.

— E voi, signorina, spero che mi direte in qual modo quel ritratto è caduto nelle vostre mani, ed i motivi della vostra curiosità a proposito della mia padrona.

— No, Dorotea, » replicò Emilia ravvedendosi. « Ho ancor io ragioni particolari per tacere, almeno fin quando non ne sappia qualcosa di più. Ricordatevi che non vi prometto nulla, e se volete compiacervi di contentar la mia curiosità, non dovete farlo coll'idea ch'io possa soddisfare la vostra. Ciò ch'io non voglio rivelare, non interessa me sola, altrimenti avrei meno riguardo a parlarne, e voi non potete narrarmi quanto desidero, se non confidando nel mio onore.

— Ebbene, madamigella, » disse Dorotea, dopo averla per qualche tempo fissata, « voi mostrate tanto interesse; quel ritratto, e la vostra fisonomia in particolare, mi fanno pensare che potete sì realmente prenderne, ch'io vi confiderò cose non mai dette ad altri tranne a mio marito, sebbene molti ne abbiano sospettata una parte. Vi descriverò la morte della marchesa, e vi dirò le mie idee in proposito. Ma promettetemi per tutti i santi... »

Emilia, interrompendola, le promise solennemente di non rivelar mai, senza suo consenso, quanto le avrebbe detto.

« Odo la campana che chiama a pranzo, » disse la vecchia, « io non posso più trattenermi.

— Quando potrò dunque rivedervi? »

Dorotea riflettè, e riprese:

« Per non dar sospetto, verrò da voi allorchè tutti dormiranno.

— Benissimo, ricordatevi di non mancare.

— Sì, sì, me ne rammenterò. Ma temo di non poter venire stanotte, essendovi il ballo della vendemmia, e quando cominciano non ismettono fino a giorno. Io soglio assistervi, e non voglio mancarci... »

Emilia affrettossi a scendere. La sera, il conte e la sua famiglia, eccettuate la contessa e la Bearn, andarono a passeggiare onde partecipare alla gioia dei contadini. La festa si faceva in un'aia intorno alla quale erano appesi lumi agli alberi, da cui pendeva a festoni l'uva matura. Sotto una pergola vedeansi imbandite tavole copiosamente provviste di pane, vino, frutta e cacio. I suonatori, seduti appiè degli alberi, parevano partecipare dell'allegria prodotta dai loro strumenti. Un fanciullo suonava il cembalo e ballava solo, e co' suoi gesti, veramente ridicoli, raddoppiava le risa ed il brio di quella festa campestre.

Il conte gioiva di que' piaceri cui aveva contribuito la sua liberalità. Bianca prese parte al ballo con un gentiluomo del vicinato. Dupont venuto a visitare il conte a tenore della sua promessa, desiderava danzare con Emilia, ma ella era troppo trista, per prender parte a tanto brio. Questa festa le rammentava quella dell'anno precedente, gli ultimi momenti del padre, ed il caso terribile che l'aveva troncata. Piena di tali rimembranze, si allontanò insensibilmente, internandosi nel bosco; i suoni addolciti dalla musica tempravano la sua malinconia; la luna diffondea attraverso le foglie una luce misteriosa; immersa ne' pensieri, senza accorgersi della distanza si ritrovò nel viale, in cui la notte dell'arrivo di suo padre colà, Michele aveva procurato di trovargli un asilo. Il viale era sempre deserto e selvaggio come allora.

Considerando il luogo, si rammentò le emozioni ivi sofferte allo scorgere la figura ch'erasi dileguata fra gli alberi, ed ebbe qualche paura; tornò tosto indietro, in quella udì un rumor di passi, e fu raggiunta da una persona, che riconobbe per Enrico, il quale le manifestò qualche sorpresa di trovarla così lontana: essa gli disse che il piacere di passeggiare al chiaro della luna l'aveva fatta involontariamente inoltrare in quel viale. D'improvviso, udì un'esclamazione d'un uomo che seguiva Enrico a poca distanza, e le parve riconoscere Valancourt; era lui stesso. L'incontro fu quale si può immaginarlo tra due persone sì care l'una all'altra, e separate per tanto tempo. Nell'ebbrezza del momento, Emilia obliò tutti i suoi affanni: Valancourt stesso pareva obliare che esistessero nel mondo altri fuor di lei, ed Enrico, attonito, li considerava in silenzio.

Valancourt le fece tante interrogazioni in una volta, che non ebbe tempo di rispondergli. Seppe che la sua lettera eragli stata mandata a Parigi, mentre partiva per la Guascogna; e che finalmente avendola ricevuta era volato in Linguadoca. Giunto al monastero, d'onde ella aveva datata la sua lettera, con molto suo dispiacere trovò le porte chiuse per esser già notte. Credendo di non poter vedere Emilia se non il giorno dopo, tornava al suo alloggio, quando incontrò Enrico, da lui conosciuto a Parigi, e per caso infine si trovò presso colei che non si lusingava di vedere se non la domane.


CAPITOLO XXXIX

Emilia, Valancourt e Enrico tornarono insieme alla festa; quest'ultimo presentò Valancourt al conte; Emilia credette accorgersi che questi non lo riceveva coll'ordinaria cordialità, quantunque paresse che si fossero già veduti. Fu invitato a godere i divertimenti della sera: quand'ebbe fatti i debiti complimenti al conte, andò a sedere accanto ad Emilia, e potè parlarle senza riserbo. I lumi appesi agli alberi permisero alla fanciulla di considerare quel volto, di cui nella sua assenza aveva procurato di rammentarsi tutti i lineamenti, e vide con pena che non era più l'istesso. Brillava come pel passato, di spirito e di fuoco, ma aveva perduto molto di quella semplicità, ed un poco anche di quella franca bontà, che ne formava il carattere principale: era sempre però una fisonomia interessante. Emilia credeva travedere in lui un misto d'inquietudine e di malinconia. Egli cadeva talvolta in un'astrazione passeggera, e sembrava sforzarsi d'uscirne; tal altra guardava fiso la fanciulla, ed una specie di fremito pareva agitare la di lui anima. Ritrovava in Emilia la stessa bontà e beltà semplice che l'aveva sedotto allorchè la conobbe. Le guance erano un po' impallidite, ma la di lei dolce fisonomia, sebbene alquanto malinconica, la rendeva sempre più interessante.

Gli raccontò le più importanti circostanze di quanto erale accaduto dopo la di lei partenza di Francia. La pietà e lo sdegno penetravano a vicenda, Valancourt al racconto delle atrocità di Montoni. Più di una volta, mentr'essa parlava, egli alzossi dalla sedia e passeggiò agitato. Non parlò se non dei mali da lei sofferti, nelle poche parole che potè dirigerle, non intese ciò ch'ella gli disse, quantunque con chiarezza, del sacrifizio necessario dei beni della sua zia, e della poca speranza di ricuperarli. Il giovane che pareva agitato da qualche affanno segreto, la lasciò bruscamente; quando tornò, ella si accorse che aveva pianto, e lo pregò di rimettersi. « Le mie pene sono finite, » gli disse Emilia, « io sono sfuggita alla tirannia di Montoni. Vi ritrovo sano, lasciate adunque ch'io vi veda anche felice. »

Valancourt, più agitato che mai, rispose: « Io sono indegno di voi, Emilia, sono indegno di voi. » Tali parole, e più ancora l'espressione colla quale vennero pronunziate, afflissero vivamente Emilia. « Non mi guardate così, » le diss'egli stringendole la mano, « deh! non mi guardate così!

— Vi vorrei chiedere, » gli diss'ella con voce affettuosa e commossa, « di spiegarvi chiaramente; ma mi accorgo che in questo momento tal domanda vi affliggerebbe: parliamo di tutt'altro: domani forse sarete più tranquillo. Voi eravate una volta ammiratore della natura; vi rammentate il nostro viaggio dei Pirenei?

— E posso obliarlo? Fu quella l'epoca più felice della mia vita: allora io amava con entusiasmo tutto ciò ch'era veramente buono e grande. Promettetemi Emilia di non dimenticarlo mai, ed io sarò tranquillo.

— La mia condotta dipenderà dalla vostra, » disse Emilia, « ma possiamo essere ascoltati. Viene appunto madamigella Bianca; andiamole incontro. »

I due amanti, raggiunta Bianca, recaronsi dal conte, e si misero a tavola sotto una pergola, ove sedevano i più venerandi vassalli, e tutti stettero allegri, tranne Emilia e Valancourt. Quando il conte tornò al castello, non invitò questi a seguirlo; egli prese dunque congedo da Emilia, e partì. La fanciulla, tornando in camera, pensò a lungo alla condotta di Valancourt ed all'accoglienza fattagli dal conte, ed in mezzo a queste riflessioni, obliò Dorotea. La mattina era già inoltrata quando se ne ricordò, e pensando giustamente che la buona vecchia non sarebbe venuta, pensò a riposare.

La sera seguente, il conte incontrò a caso Emilia in un viale del giardino. Parlarono della festa, ed il discorso cadde su Valancourt.

« Quel giovine ha talento, » disse Villefort. « Lo conoscete voi da un pezzo?

— Da un anno circa.

— Mi fu presentato a Parigi, ed in principio ne fui contentissimo. » E si fermò.

Emilia tremava, desiderava saperne di più, e temeva di far conoscere l'interesse che vi prendeva.

« Posso io domandarvi, » soggiunse egli poscia, « da quanto tempo vedete il signor Valancourt?

— Posso io domandarvi, o signore, il motivo di questa interrogazione? » diss'ella; « e vi risponderò immediatamente.

— Sicuro io vi dirò i miei motivi. È chiaro che Valancourt vi ama, e fin qui non vi è nulla di straordinario, chè tutti quelli che vi vedono fanno altrettanto. Non ve lo dico per complimento, parlo con sincerità; ciò ch'io temo è ch'egli non sia amante preferito e corrisposto.

— Perchè lo temete voi, signore? » disse Emilia, cercando nascondere l'emozione.

— Perchè temo non ne sia degno. »

Emilia, agitatissima, lo pregò di spiegarsi meglio.

« Lo farò, » ripigliò egli, « se voi sarete convinta che solo l'interesse ch'io prendo per voi, mi ha indotto a parlarvene... Io mi trovo in una posizione delicata, ma il desiderio di esservi utile deve vincere tutto il resto. Volete voi aver la compiacenza d'informarmi in qual modo conosceste il signor Valancourt? »

Emilia raccontò brevemente come l'avesse incontrato, e pregò poscia il conte di spiegarsi.

« Il cavaliere e mio figlio, » le disse egli, « fecero amicizia nella casa di un loro compagno, ove l'incontrai io stesso. L'invitai a venire in casa mia: allora ignorava le sue relazioni con una specie di uomini, rifiuto della società, che vivono della risorsa del giuoco, e passano la vita nelle dissolutezze. Io conosceva soltanto qualche parente del cavaliere, e riguardava questo motivo come sufficiente per riceverlo in casa mia. Ma mi accorgo che voi soffrite... troncherò questo discorso.

— No, signore, » gli disse Emilia; « vi supplico di continuare.

— In breve seppi, » soggiunse il conte, « che le sue relazioni l'avevano trascinato in una vita di dissipazione da cui pareva non aver nè il potere, nè la volontà di ritirarsi. Perdè al giuoco grosse somme; questo vizio divenne per lui una vera passione, e si rovinò. Ne parlai con interesse ai di lui parenti, i quali mi assicurarono che le loro ammonizioni essendo state inutili, erano stanchi di farne. Seppi in seguito che pe' suoi talenti era stato iniziato nei segreti della professione del giuoco, e che aveva avuta la sua parte in certi ignominiosi profitti.

— È impossibile, » sclamò Emilia; « ma perdonatemi, signore, non so quel che mi dico; perdonate al mio dolore: io credo, e debbo credere che foste male informato: il cavaliere ha senza dubbio nemici che hanno esagerato questi rapporti.

— Vorrei crederlo, ma nol posso; mi son deciso a parlarvene soltanto per l'interesse che prendo alla vostra felicità, e dietro mia piena convinzione. »

Emilia taceva, e rammentavasi le parole di Valancourt, che avevano scoperto tanti rimorsi, è sembravano confermare i detti del conte; non aveva però il coraggio di convincersene, ed il suo cuore era oppresso dall'angoscia. Dopo una lunga pausa Villefort soggiunse:

« Mi accorgo dei vostri dubbi, e li trovo naturali; è giusto ch'io vi dia la prova di quanto ho detto, eppure nol posso senza esporre qualcuno a me sommamente caro.

— Cosa temete, signore? » disse Emilia; « se posso prevenirlo; affidatevi al mio onore.

— Mi affido senza dubbio all'onor vostro, ma posso io fidarmi egualmente del vostro coraggio? Credete voi di poter resistere alle preghiere di un amante corrisposto, che, nel suo dolore, vorrà sapere il nome di chi lo priva della sua felicità?

— Non sarò esposta a questa tentazione, signore, » disse Emilia, con nobile fierezza, pur reprimendo a stento le lagrime; « non potrei continuare ad amare una persona che non posso più stimare, e perciò vi do la mia parola d'onore.

— Vi dirò dunque tutto; la convinzione è necessaria alla vostra futura pace, e la mia intiera confidenza è il solo mezzo per procurarvela. Enrico, il figlio mio, è stato troppo spesso testimone della cattiva condotta del cavaliere: vi fu quasi trascinato anche lui, e si abbandonò a mille stravaganze; ma riuscii a preservarlo dalla perdizione. Giudicate ora, signora Emilia, se un padre, a cui l'esempio del cavaliere ha quasi traviato l'unico figlio, non abbia un titolo bastante per avvertire quelli ch'egli stima, di non affidare la loro felicità in tali mani. Ho veduto io stesso il cavaliere impegnato nel giuoco con tai persone, che fremo al solo rammentarle; se ne dubitate ancora potete informarvi meglio da mio figlio.

— Non dubito, o signore, dei fatti dei quali foste testimone, o che affermate, » disse Emilia, soccombendo al suo dolore; « il cavaliere si sarà forse abbandonato ad eccessi nei quali non cadrà più; se aveste conosciuto la purità dei suoi primi principii, potreste scusare la mia attuale incredulità.

— Aimè! quanto è difficile il credere ciò che ci affligge! ma non voglio consolarvi con false speranze... Noi sappiamo tutti quale attrattiva abbia la passione del giuoco, e quanto sia difficile il vincerla. Il cavaliere si correggerebbe forse per un certo tempo, ma tornerebbe ben presto a ricadere nella funesta sua inclinazione. Temo la forza dell'abitudine, temo anzi che il suo cuore sia già corrotto. E perchè dovrei nascondervelo? Il giuoco non è il suo unico vizio; pare ch'egli abbia preso il gusto di tutti i piaceri vergognosi. »

Qui il conte ammutolì; Emilia, addolorata, sentendosi quasi mancare, aspettava ciò che aveva ancora da dirle. Villefort, visibilmente agitato, continuò: « Sarebbe una delicatezza crudele se persistessi a tacerlo; per due volte, le stravaganze del cavaliere lo trassero nelle carceri di Parigi, d'onde è uscito, a quanto mi fu accertato da persone degne di fede, la mercè d'una certa contessa notissima, e colla quale viveva tuttavia quand'io partii da Parigi. »

E cessò di parlare; guardando Emilia, si accorse che cadeva svenuta, e s'affrettò a soccorrerla. Passò qualche tempo prima ch'ella potesse riaversi: allora si trovò fra le braccia, non già del conte ma di Valancourt, il quale l'osservava con occhio smarrito, volgendole la parola con voce tremante. Al suono di quella voce tanto nota, Emilia aprì gli occhi, ma li rinchiuse tosto, e svenne di nuovo.

Il conte, con un'occhiata severa, fe' segno al giovane di allontanarsi. Questi non fece che sospirare e chiamare Emilia presentandole acqua. Il conte ripetè il suo gesto, e l'accompagnò con qualche parola; Valancourt rispose con uno sguardo risentito, ricusò di abbandonare il suo posto, finchè Emilia non fosse rinvenuta, e non permise ad alcuno di avvicinarsele; ma nell'istante parve che la sua coscienza l'informasse del soggetto dell'abboccamento del conte e di Emilia: i suoi occhi si accesero di sdegno, che fu tosto represso dall'espressione d'un profondo dolore: il conte, osservandolo, fu mosso a pietà più che ad ira. Emilia, ripreso l'uso dei sensi, si mise a piangere amaramente, ma facendosi coraggio ringraziò il conte ed Enrico, con cui Valancourt era entrato nel parco, e s'avviò al castello, senza dir nulla a quest'ultimo. Colpito nel cuore da tal condotta, egli esclamò: « Gran Dio! In qual modo ho io meritato questo trattamento? Che vi hanno detto per cambiarvi a tal punto? » Emilia, senza rispondere, ma sempre più commossa, raddoppiava il passo.

« Accordatemi pochi minuti di colloquio, » le diss'egli avanzandosi al di lei fianco, « ve ne scongiuro: io sono infelice. »

Quantunque avesse parlato sottovoce, il conte lo intese, e replicò che Emilia era troppo indisposta, onde poter parlare con alcuno, ma che ardiva accertare ch'ella avrebbe veduto il signor Valancourt il dì seguente se fosse stata meglio. Il giovane arrossì, guardò Villefort con fierezza, quindi Emilia con espressione di dolorosa sorpresa, poi raccogliendosi alquanto, soggiunse:

« Ebbene, verrò, signora; approfitterò del permesso del signor conte. »

E fatto un leggiero inchino, si allontanò.

Appena rientrata nel suo appartamento, Emilia fu agitata da mille pensieri rammentandosi il racconto di Villefort. Talora credea che avessero falsamente accusato Valancourt, parendole impossibile che quel carattere sì franco e leale avesse potuto avvilirsi e cadere sì basso. Tal altra dubitava perfino della buona fede del conte, supponendolo spinto da motivi segreti a rompere la sua relazione con Valancourt; ma, riflettendoci, respingeva di poi siffatto pensiero. In ogni modo sentiva il peso della sua sventura. In mezzo al tumulto de' contrari affetti, si rammentò la semplicità dimostrata da Valancourt la sera precedente. Se avesse potuto dar ascolto al cuore, ne avrebbe sperato bene. Non poteva risolversi ad allontanarsi da lui per sempre, prima di avere acquistata una prova più convincente della sua cattiva condotta.

Infine deliberò di tornare al convento per passarvi due o tre giorni. Nello stato in cui si trovava, la società le diveniva insopportabile. Sperava che la solitudine del chiostro e la bontà della badessa l'aiuterebbero a riprendere qualche impero su sè medesima, ed a sostenere lo scioglimento che pur troppo prevedeva. Le pareva che sarebbe stata meno afflitta se Valancourt fosse morto, o s'egli avesse sposato qualche rivale. Ciò che la riduceva alla disperazione, era il vedere l'amante disonorato e coperto d'obbrobrio, costringendola così a strapparsi dal cuore un'immagine sì lungamente adorata.

Le triste riflessioni vennero interrotte da un biglietto di Valancourt, il quale, dipingendo il disordine dell'anima sua, la scongiurava di riceverlo quella sera medesima, anzichè la mattina. Provò essa tanta agitazione, che non ebbe la forza di rispondere: desiderava vederlo, per uscire da quello stato d'incertezza. Recatasi dal conte, gli domandò consiglio. Villefort le rispose che, se credeva avere forza bastante da sopportare questa scena, credeva utile ad ambedue di accelerarla.

La fanciulla rispose all'amante che acconsentiva a vederlo, e procurò in seguito di raccogliere le forze ed il coraggio di cui aveva tanto bisogno per sostenere un colloquio che doveva distruggere le sue più dolci e care speranze.


CAPITOLO XL

Allorchè vennero ad avvertire Emilia che Villefort desiderava vederla, s'immaginò che vi fosse Valancourt. Nell'avvicinarsi al gabinetto del conte, la sua emozione divenne sì forte, che, non osando mostrarsi, si trattenne in sala per riaversi. Rimessasi alquanto, entrò, e trovò Valancourt seduto presso il conte. Si alzarono ambidue, e quest'ultimo si ritirò.

Emilia stava cogli occhi bassi, non potendo parlare, e respirando appena. Valancourt le sedette vicino; sospirava, e taceva. Finalmente, con voce tremante disse: « Desiderai vedervi stasera per uscire almeno dall'orribile incertezza in cui mi piombò il vostro cambiamento. Alcune parole del conte mi hanno spiegato qualcosa. Mi accorgo che ho nemici, invidiosi della mia felicità, accaniti a distruggerla; e m'accorgo parimente che il tempo e la lontananza indebolirono i vostri sentimenti per me. »

Queste ultime parole furono pronunziate colla massima commozione, ed Emilia non potè rispondere.

« Quale incontro è il nostro? » esclamò Valancourt alzandosi, e camminando a gran passi per la stanza; « quale incontro, dopo una sì lunga e barbara separazione! » Tornò a sedere, poi soggiunse: « Emilia crudele, voi non mi parlate? » Si coprì la faccia come per nascondere l'agitazione, e prese la mano di lei, che non seppe ritirarla. Essa non potè trattenere le lacrime: tutta la sua tenerezza tornò. Il giovane se ne accorse, un raggio di speranza gli surse nell'anima.

« E che! voi mi compiangete? » diss'egli; « voi mi amate ancora! Siete sempre la mia Emilia! Soffrite ch'io creda alle vostre lacrime.

— Sì, vi compiango, ma debbo io amarvi? Credete voi di essere tuttavia quel medesimo stimabile Valancourt ch'io amava pel passato?

— Che voi amavate pel passato? » sclamò egli. « L'istesso, l'istesso... » Si fermò un istante per la gran commozione, e continuò dolorosamente: « No, non sono più lo stesso, io son perduto: non son più degno di voi. » E si coprì di nuovo la faccia. Emilia era troppo colpita da una confessione tanto sincera per poter rispondere. Lottava contro il suo cuore, e sentiva il pericolo di fidar troppo nella sua risoluzione in presenza dell'amante. Le premea di por fine ad un colloquio sì penoso per entrambi. Ma, quando pensava che probabilmente sarebbe stato l'ultimo, mancavale ogni coraggio per non sentire più che il dolore e la tenerezza.

Valancourt intanto, divorato dai rimorsi e dall'affanno, non aveva forza, nè volontà di esprimersi. Sembrava appena sensibile alla presenza di Emilia, e non faceva che piangere.

« Risparmiatemi, » gli disse la fanciulla, « il dispiacere di riparlare dei dettagli della vostra condotta, che mi obbligano a troncare la nostra relazione; bisogna separarci, ed io or vi vedo per l'ultima volta.

— No, » esclamò Valancourt, « il vostro cuore non può essere d'accordo col labbro; non potete pensare a respingermi per sempre da voi.

— Bisogna separarci, » ripetè Emilia, « e per sempre; la vostra condotta ce ne impone la necessità.

— È la decisione del conte, ma non la vostra; ed io saprò con qual diritto egli si frappone tra noi. » Ed alzatosi, percorrea a passi precipitosi la camera.

— Disingannatevi, » disse Emilia non meno commossa. « La decisione è mia, il mio riposo lo esige.

— Il vostro riposo esige che noi ci separiamo per sempre! » sclamò Valancourt. « È vero ch'io sono decaduto dalla mia propria stima: ma come avreste potuto rinunziare così presto a me, se non aveste già cessato di amarmi, o se non aveste ceduto alle suggestioni d'un altro?... No, Emilia, voi non vi acconsentirete, se mi amate ancora, e troverete la vostra felicità nel conservare la mia.

— Come potrei essere scusabile, » rispos'ella, « se io vi affidassi il riposo della mia vita? Come potreste consigliarmelo, se vi fossi cara?

— Se mi foste cara? è egli possibile che dubitiate dell'amor mio? Ma sì, avete ragione di dubitarne, poichè io son meno disposto all'orrore di separarmi da voi, che a quello d'avvolgermi nella mia rovina. Sì, son rovinato, e rovinato senza risorsa; sono oppresso dai debiti, e non so come pagarli. »

Sì dicendo, gli occhi di lui erano smarriti e pieni di disperazione. Emilia fu costretta di ammirare la sua franchezza, e parve essere per qualche minuto in lotta con sè medesima.

« Io non prolungherò, » diss'ella alfine, « un abboccamento il cui esito non può essere felice. Valancourt, addio.

— No, voi non partirete, » gridò egli imperiosamente, « non mi lascerete così prima che l'animo mio abbia raccolta la forza necessaria per sopportare la mia perdita. »

Emilia, spaventata dal suo disperato dolore, gli disse con dolcezza:

« Riconosceste voi stesso la necessità di separarci; se volete farmi vedere che mi amate, perchè opporvi?

— Io era uno stolto quando vi confessava... Emilia, è troppo: voi non v'ingannate sulle mie colpe, ma il conte è la barriera, e non sarà a lungo l'ostacolo della mia felicità.

— Ora voi parlate veramente da stolto: il conte non è vostro nemico, Valancourt; gli è mio amico, e questa sola considerazione dovrebbe bastare per farvelo riguardare come vostro.

— Vostro amico! » disse vivamente Valancourt; « da quanto tempo è egli tale, per farvi obliare così presto l'amante? È egli vostro amico colui che vi suggerì di preferire Dupont? Dupont, che voi dite avervi ricondotta dall'Italia? Dupont, ch'io dico avermi rapito il vostro cuore? Ma io non ho diritto d'interrogarvi. Siete padrona di voi stessa; ma quel Dupont non trionferà a lungo della mia sciagura. »

Emilia, più spaventata che mai dal furore di Valancourt, gli disse:

« In nome del cielo, siate ragionevole; calmatevi; Dupont non è vostro rivale, ed il conte non è suo difensore; voi non avete altri nemici che voi stesso, e mi convinco sempre più che non siete quel Valancourt che ho amato tanto. »

Egli non rispose; coi gomiti appoggiati sul tavolino, stava silenzioso. Emilia era muta e tremante, e non osava lasciarlo.

« Infelice! » esclamò egli poco dopo; « io non posso lagnarmi senza accusarmi! Perchè fui io trascinato a Parigi? Perchè non seppi difendermi dalle seduzioni che dovevano rendermi disprezzabile per sempre? » Voltosi quindi vêr lei, le prese la mano, e le disse affettuosamente: « Emilia, potete voi sopportare l'idea della nostra separazione? Potete voi abbandonare un cuore che vi ama come il mio? Un cuore che, malgrado i suoi errori, apparterrà a voi sola? » La fanciulla non rispondeva se non colle lacrime. « Io non aveva, » soggiunse egli, « un solo pensiero che volessi nascondervi non un piacere, nè un desiderio, ai quali voi non poteste prender parte. Queste virtù potrebbero appartenermi tuttora, se la vostra tenerezza, che le aveva alimentate, non fosse cambiata senza rimedio; ma voi non mi amate più: quelle ore felici passate insieme si presenterebbero alla vostra immaginazione, e non potreste pensarvi con indifferenza. Non vi affliggerò oltre, ma prima ch'io parta, permettetemi di ripetervi, che qualunque possa essere il mio destino ed i miei patimenti, non cesserò mai d'amarvi teneramente. Io parto, Emilia, vi lascio per sempre. »

La di lui voce s'indebolì, e cadde sulla sedia nel massimo abbattimento. Emilia non poteva nè uscire, nè dirgli addio. Tutte le di lui follie erano quasi cancellate dal suo spirito, e non sentiva più che dolore e pietà.

« Ditemi almeno, » disse Valancourt, « che mi vedrete un'altra volta. » Il cuore di lei fu in certa qual guisa sollevato da tale preghiera. Si sforzò di persuadersi che non doveva negargliela; ma provava nondimeno qualche imbarazzo pensando ch'era in casa del conte, il quale avrebbe potuto offendersi del ritorno di Valancourt; finì ad acconsentirvi a patto che non avrebbe considerato il conte come nemico, nè Dupont come rivale; allora egli partì talmente consolato dalle ultime parole di lei, che perdè il primiero sentimento della sua disgrazia.

Emilia tornò in camera per ricomporsi e nascondere le orme delle lacrime: ella ebbe però difficoltà a calmarsi, non potendo bandire la rimembranza di quest'ultima scena, nè l'idea di rivedere Valancourt, giacchè quest'ultimo abboccamento sembravale dover essere più terribile del precedente. Il giovane le aveva fatta grand'impressione, malgrado quanto aveva saputo. Pareale impossibile ch'egli avesse potuto depravarsi al punto che le si voleva far credere, ed avrebbe ceduto forse alle lusinghiere persuasioni del suo cuore, senza la prudenza di Villefort, il quale le rappresentò il pericolo della sua situazione, e la poca speranza che poteva offrire un nodo la cui felicità doveva consistere nel ristabilimento d'un patrimonio scialacquato, e nell'obblìo delle più viziose abitudini; e' fu perciò afflittissimo, ch'ella avesse condisceso ad un secondo colloquio.

Quella notte Emilia non potè chiuder occhio.

Valancourt intanto era in preda all'angosce della disperazione. La vista di Emilia aveva rinnovata l'antica fiamma, indebolita solo leggermente dall'assenza e dalle distrazioni d'una vita tumultuosa. Allorchè, ricevendo la sua lettera era partito per la Linguadoca, sapeva pur troppo che le sue follie l'aveano rovinato, nè pensava di nasconderlo all'amante; si affliggeva solo del ritardo che la sua condotta potrebbe cagionare al loro matrimonio, nè prevedeva come tale informazione avrebbe potuto indurla a rompere ogni loro legame. Oppresso all'idea di questa eterna separazione, lacerato dai rimorsi, attendeva il secondo abboccamento in uno stato quasi di delirio; ma sperava però sempre di ottenere a forza di preghiere qualche mutamento nella di lei risoluzione.

La mattina le fece domandare a che ora avrebbe potuto riceverlo: quand'essa ricevè il biglietto, era col conte, che approfittò del nuovo pretesto per riparlarle di Valancourt. Vedeva la disperazione della giovine amica, e temeva che il coraggio l'abbandonasse. Emilia rispose al biglietto, ed il conte ritornò sul proposito dell'ultima conversazione. Egli parve temere le tentazioni di Valancourt, e le disgrazie alle quali si esporrebbe per l'avvenire, se non resisteva ad un dispiacere presente e passaggiero: queste ripetute ammonizioni potevano sole premunirla contro gli effetti della sua affezione, ed ella risolse di seguire i di lui consigli.

Giunse alfine l'ora dell'abboccamento: Emilia si presentò sostenuta nel contegno, ma Valancourt, troppo agitato, restò qualche minuto senza poter parlare; le sue prime frasi furono preghiere, lamenti, rimproveri contro sè medesimo; in seguito le disse: « Emilia, vi ho amata, e vi amo più di me stesso; son rovinato per colpa mia, ma intanto non posso negare ch'io preferissi trascinarvi in un'unione infelice, anzichè soffrire, perdendovi il castigo che merito... Io sono un infelice, ma non voglio più esser un vile; non cercherò più di smovervi dalla vostra risoluzione colle istanze d'una passione egoista. Io rinunzio a voi, Emilia, e cercherò di consolarmi, pensando che, se sono disgraziato, voi potete almeno esser felice. Non ho, è vero, il merito del sacrifizio, e non avrei mai avuta la forza di farvi libera, se la vostra prudenza non l'avesse esigiuto. »

La fanciulla procurava di rattenere le lagrime, e stava per dirgli: « Voi parlate ora come facevate una volta. » Ma restò in silenzio.

« Perdonatemi, Emilia, » ripigliò egli, « tutte le inquietudini che vi ho cagionate. Pensate talvolta al povero Valancourt, e ricordatevi, che la di lui sola consolazione sarà di sapere che le sue follie non vi resero infelice. »

Le lagrime sgorgarono in copia dagli occhi di Emilia, la quale si sforzò di farsi coraggio e por fine ad un colloquio che aumentava la loro comune afflizione. Valancourt la vide piangere mentre si alzava; fece un nuovo sforzo per contenere i propri sentimenti, e calmare quelli di Emilia.

« La rimembranza di questo doloroso momento, » le diss'egli, « sarà in futuro la mia salvaguardia. L'esempio e la tentazione non potranno più sedurmi. La memoria di quel pianto che versate per me, mi darà la forza di superare ogni pericolo. »

Emilia, alquanto consolata da tale assicurazione, rispose:

« Noi ci separiamo per sempre; ma se la mia felicità vi è cara, ricordatevi ognora che nulla vi potrà maggiormente contribuirvi colla certezza che voi riacquistaste la vostra propria stima. »

Valancourt le prese la mano, aveva gli occhi lagrimosi, e l'addio che voleva pronunziare veniva soffocato dai singulti. Dopo qualche momento, Emilia, tutta commossa, disse:

« Addio, Valancourt, possiate essere eternamente felice! Addio, » ripetè nuovamente volendo ritirare la mano; ma egli la teneva stretta fra le sue, e la bagnava di lacrime. « Perchè prolungare questi momenti? » continuò ella, con voce inarticolata; « essi son troppo penosi per noi.

— Troppo, sì, troppo, davvero, » sclamò Valancourt, lasciandole la mano, e abbandonandosi sulla sedia, celossi la faccia. Dopo un lungo intervallo, durante il quale Emilia piangeva amaramente e Valancourt lottava contro il suo dolore, egli si alzò di nuovo, e prendendo un accento più fermo, disse: « Io vi affliggo, ma l'ambascia che provo dev'essere la mia scusa. Addio, Emilia, voi sarete sempre l'unico oggetto della mia tenerezza. Pensate qualche volta all'infelice Valancourt, almeno per compassione, se non per istima, giacchè cosa sarebbe per me il mondo intiero senza di voi e senza la vostra stima? Cara Emilia, addio per sempre. »

Le baciò la mano, la guardò per l'ultima volta e fuggì precipitosamente.

Emilia restò nell'atteggiamento in cui l'aveva lasciata, col cuore così oppresso, che poteva appena respirare; udì il rumore dei di lui passi indebolirsi mano mano. Fu scossa da tale stato dalla voce della contessa che parlava in giardino. Allora versò lagrime che la sollevarono, e così, ripreso vigore, ebbe la forza di recarsi alla sua camera.


CAPITOLO XLI

Torniamo a Montoni, la cui sorpresa e rabbia per la fuga di Emilia fecero tosto luogo ad interessi più urgenti. Le sue depredazioni eransi talmente moltiplicate, che il senato di Venezia, malgrado la sua debolezza e l'utilità, che all'occasione avrebbe potuto ritrarre da Montoni, non volle sopportarle più a lungo. Fu decretato pertanto di distruggere le di lui forze e punire il suo brigandaggio. Un grosso stuolo di milizie accingevasi a marciare contro il castello di Udolfo. Un giovane ufficiale, animato contro Montoni dal risentimento di qualche ingiuria particolare, o fors'anco dal desiderio di distinguersi, chiese udienza al ministro che dirigeva quest'impresa. Gli rappresentò che Udolfo era un forte situato in un luogo troppo formidabile per essere preso d'assalto. Un corpo di truppe non poteva avvicinarvisi senza che Montoni ne fosse avvertito. L'onore della repubblica si opponeva al piano d'assediare quel castello con un esercito regolare. Bastava un pugno di gente risoluta, ed era probabilissimo d'incontrare ed attaccare Montoni ed i suoi fuori delle mura, ovvero avvicinandosi al castello colla cautela compatibile con pochi soldati, sarebbe stato facile trar vantaggio da qualche tradimento o negligenza, per penetrare d'improvviso nell'interno.

Il piano, seriamente meditato, fu affidato allo stesso ufficiale che l'aveva concepito. Dapprincipio egli usò l'astuzia; si accampò nei dintorni di Udolfo e procurò guadagnarsi l'assistenza de' vari condottieri. Non ne trovò neppur uno che non fosse pronto a tradire un padrone imperioso, per assicurarsi così il perdono del senato. Informatosi del numero delle truppe di Montoni, seppe che i suoi ultimi successi le avevano aumentate d'assai. Non iscoraggitosi per questo, appiccò intelligenze nell'interno della piazza, che gli procurarono la parola d'ordine, e mescolatosi colla sua gente ai seguaci di Montoni, potè introdursi nel castello e sorprenderlo, mentre un altro stuolo de' suoi, dopo una lieve resistenza, faceva cedere le armi alla guarnigione. Tra le persone prese con Montoni, trovavasi Orsino: avendo saputo, dopo l'inutile sforzo fatto per rapire Emilia, che quello scellerato aveva raggiunto Montoni ad Udolfo, Morano ne aveva avvertito il senato. Il desiderio di prendere quest'uomo, autore dell'assassinio d'un senatore, fu uno dei motivi che fecero accelerare l'impresa, il cui successo riuscì gradito tanto, che, malgrado i sospetti politici e l'accusa segreta di Montoni, il conte Morano fu rimesso in libertà. La celerità e facilità di questa spedizione prevennero il chiasso e le dicerie, sicchè Emilia, in Linguadoca, ignorò la disfatta e l'umiliazione del suo crudele persecutore.

Il di lei spirito era sì oppresso da tanti affanni, che verun sforzo della sua ragione, valea a superarne l'effetto. Villefort non risparmiava alcun mezzo per consolarla. L'invitava spesso a passeggiare con lui e colla figlia, e tenevale acconci discorsi sperando sradicare gradatamente il soggetto del suo dolore e risvegliare in lei nuove idee. Emilia, vedendo in lui un vero amico, il protettore della sua gioventù, lo prese ad amare con affetto figliale.

Il di lei cuore si apriva con Bianca come con una sorella. La bontà e semplicità di questa fanciulla compensavala abbastanza della privazione di qualche vantaggio più lusinghiero. Passò qualche tempo prima che Emilia potesse distrarsi tanto dal pensiero di Valancourt, per ascoltare l'istoria promessale dalla vecchia Dorotea, la quale in fine, premurosa di narrargliela, glie ne fece sovvenire, e Emilia l'aspettò l'istessa sera.

Infatti, dopo mezzanotte, giunse Dorotea, e dopo pochi minuti di riposo cominciò così il suo racconto: « Sono ormai venti anni che la signora marchesa arrivò in questo castello. Quanto era bella allorchè entrò nella sala ov'eravamo riuniti per riceverla! Quanto sembrava felice il signore marchese! Chi l'avrebbe potuto indovinare! Ma che dico? Signora Emilia, mi parve che la marchesa fosse un poco afflitta. Lo dissi a mio marito, ed egli mi rispose che sbagliava: non glie ne parlai più, e tenni per me le mie osservazioni. La signora marchesa aveva all'incirca la vostra età, e, come l'ho spesso notato, vi somigliava moltissimo. Il signor marchese diede feste splendide, e pranzi così magnifici, che da quel tempo il castello non fu mai così brillante. Io allora era giovine ed allegra quanto chicchessia. Mi rammento che ballava con Filippo il cantiniere; era vestita in gran gala. Vi giuro che faceva la mia figura. Il signor marchese allora mi osservava. Ah! egli era pur allora il bravo signore. Chi avrebbe potuto mai supporre che lui...

— Ma la marchesa cosa faceva? » interruppe Emilia.

— Ah! sì, è vero. La marchesa mi pareva che non fosse felice. Io la sorpresi una volta a piangere. Allorchè mi vide, si asciugò gli occhi sforzandosi di ridere. Non osai domandarle che avesse, ma la seconda volta che la trovai in quello stato, glie ne chiesi il motivo, e parve offendersene. Non le dissi più nulla, ma però indovinai qualcosa. Pareva che il padre l'avesse costretta a sposare il marchese per le sue ricchezze. Essa amava un altro signore, grandemente invaghito di lei. M'immaginai dunque che si affliggesse d'averlo perduto, ma però non me ne ha parlato mai. La mia padrona procurava di nascondere le sue lacrime al marito. Io la vedeva spesso dopo i suoi trasporti di dolore, prendere un'aria tranquilla quand'egli entrava. Il mio padrone divenne d'improvviso pensieroso e severo colla moglie, la quale se ne afflisse, senza però lagnarsene mai. Allora parve disposta a tornare di buon umore, ma il marchese era così salvatico, e le rispondeva con tanta durezza, che fuggiva piangendo nella sua stanza. Io ascoltava tutto nell'anticamera. Povera signora! qualche volta credeva che il marchese fosse geloso: la mia padrona, benchè ammirata da tutti, era troppo onesta per meritare il più lieve sospetto. Fra tutti i cavalieri che frequentavano il castello eravene uno che mi pareva fatto per lei. Egli era così gentile, così galante! Ho osservato sempre che, quando veniva in casa il signor marchese era più malcontento del solito, e la padrona più pensierosa. Mi venne allora in idea che fosse quello il gentiluomo amante e riamato da lei, ma non ho potuto mai assicurarmene.

— Quale era il nome di quel cavaliere? » disse Emilia.

— Non posso dirvelo, signorina, perchè non conviene. Una persona morta poco tempo fa mi ha assicurato che la marchesa non era in buona regola la moglie del marchese, avendo ella prima sposato segretamente il cavaliere che amava. Non ardì confessarlo al padre, uomo brutale, ma non è verosimile, ed io non l'ho mai creduto. Come vi diceva, il marchese era quasi fuori di sè, allorchè quel cavaliere veniva qui. Il trattamento che faceva del continuo alla moglie la rese alfine infelicissima. Non voleva più che vedesse alcuno, e la costringeva a vivere affatto isolata. Io l'ho sempre servita: vedeva i suoi patimenti, ma ella non se ne doleva mai. Dopo un anno di questa vita, la padrona si ammalò: credei da principio che il suo male derivasse dagli affanni; ma, ohimè! temo molto che quella malattia non avesse un motivo più terribile.

— Più terribile! » sclamò Emilia; « ed in qual modo?

— Io ne dubito molto; vi furono circostanze strane davvero, ma vi dirò solo ciò che accadde. Il signor marchese...

— Zitto! Dorotea. »

La vecchia mutò colore. Ascoltarono tuttaddue attentamente, e udirono cantare.

« Mi pare di aver già sentita questa voce, » disse Emilia.

— L'ho intesa spesso anch'io, e sempre precisamente a quest'ora, » disse Dorotea con gravità. « Se gli spiriti possono cantare, certo questa musica non può venire che da loro. »

A misura che la musica si avvicinava, Emilia la riconobbe per l'istessa già intesa all'epoca della morte del padre. La custode soggiunse:

« Mi pare d'avervi già detto, signorina, che cominciai a sentire questa musica poco dopo la morte della mia cara padrona.

— Zitto, » disse Emilia, « apriamo la finestra ed ascoltiamo. » Ma la musica si allontanò insensibilmente, e tutto rientrò nel silenzio. Il paese intiero era avvolto nelle tenebre, e lasciava scorgere solo indistintamente qualche parte del giardino.

Emilia, appoggiata alla finestra, considerava quel tenebrore con rispettoso silenzio, ed alzava gli occhi al cielo adorando i decreti del Supremo Fattore. Dorotea allora continuò con voce sommessa:

« Vi diceva adunque, signorina, che mi rammentava della prima sera in cui intesi questa musica: ciò avvenne una notte poco dopo la morte della mia cara padrona. Non so per qual motivo non era andata ancora a dormire, e pensava dolorosamente alla marchesa, ed alla trista scena ond'era stata testimone. Tutto era tranquillo, e la mia camera era lontana da quelle degli altri domestici; in quella solitudine, e colla fantasia piena di tristi idee, mi trovava isolata, e bramava udire qualche rumore, giacchè sapete che quando si ode movimento, non si ha tanta paura. Io mi asteneva perfino dal girare gli occhi per la camera, temendo sempre di vedere la faccia moribonda della mia povera padrona, che mi stava presente: quando d'improvviso intesi una dolce armonia, la quale pareva essere sotto la mia finestra; non ebbi la forza di alzarmi, ma credei fosse la voce della marchesa, e piansi di tenerezza. Da quella notte, intesi spesso quest'armonia, la quale però era cessata da qualche mese, ma ora è tornata di nuovo.

— È strano, » disse Emilia, « che non siasi ancora scoperto il cantore.

— Oh! signora, se fosse una persona naturale, si conoscerebbe da molto tempo; ma chi può avere il coraggio di correr dietro ad uno spirito? E quand'anco avesse tal coraggio, cosa si scoprirebbe? Gli spiriti, come sapete, possono prender la figura che vogliono: ora son qui, ora son là, e poco dopo sono cento miglia distanti.

— Di grazia, riprendiamo l'istoria della marchesa, » disse Emilia; « informatemi del genere della sua morte.

— Sì, signora... Il marchese divenne sempre più burbero, e la signora peggiorava tutti i giorni. Una notte vennero a chiamarmi; corsi da lei, e fui spaventata dallo stato in cui la trovai. Qual cambiamento! Mi guardò in modo da muovere a compassione i sassi. Mi pregò di chiamar il marchese, che non si era fatto vedere per tutto il giorno, avendo cose segrete da comunicargli. Venne; parve afflittissimo di vederla così malata, e parlò poco. La mia padrona gli disse che si sentiva moribonda, e desiderava parlargli senza testimoni; io uscii, e non mi dimenticherò mai l'occhiata che mi lanciò in quel momento. Allorchè rientrai, dissi al padrone di mandar a chiamare un medico, immaginando che il dolore gl'impedisse di pensarvi; la signora rispose ch'era troppo tardi: ma egli pareva non crederle, e riguardare la sua malattia come leggera. Di lì a poco cadde in terribili convulsioni; urlava orrendamente. Il marchese fece partire un uomo a cavallo per cercar il medico. Io restai presso la marchesa, procurando di sollevarla. In un intervallo molto doloroso mandò a cercar di nuovo il padrone: egli venne, ed io voleva ritirarmi, ma ella desiderò che non m'allontanassi. Oh! io non mi scorderò mai quella scena. Il marchese perdeva quasi la ragione; ma la signora gli parlava con tanta bontà, e si dava tanta pena per consolarlo, che se mai egli avesse avuto qualche sospetto, doveva cancellarlo in quel momento. Sembrava oppresso dalla rimembranza de' suoi maltrattamenti, ed ella ne fu tanto commossa, che svenne fra le mie braccia. Io feci subito uscire il marchese, il quale corse nel suo gabinetto, e si gettò per terra, non volendo più veder nessuno. Quando la signora fu alquanto rimessa, chiese sue nuove, e disse in seguito che il di lui dolore l'affliggeva troppo, e che bisognava lasciarla morire in pace. Spirò nelle mie braccia colla dolcezza d'un angelo, giacchè la crisi violenta era già passata. »

Dorotea versò un torrente di lagrime. Emilia pianse con lei, intenerita dalla bontà della marchesa, e dalla rassegnazione colla quale aveva sofferto.

« Il medico giunse, » continuò Dorotea, « ma troppo tardi. Parve stupefatto nel vedere il cadavere della mia padrona, la cui faccia era divenuta livida e nera. Fece uscire tutti, e mi volse singolari domande a proposito della marchesa e della sua malattia. Scuoteva la testa alle mie risposte, e pareva giudicare sinistramente. Io lo compresi pur troppo, ma non comunicai le mie congetture se non a mio marito, che mi raccomandò di tacere: alcuni altri domestici ebbero però gli stessi sospetti che circolarono nel vicinato. Allorchè il marchese seppe che la signora era morta, si rinchiuse nel suo appartamento, e non volle vedere che il medico. Restarono insieme più di un'ora, e il dottore non mi parlò più della marchesa, la quale fu sepolta nella chiesa del convento. Tutti i vassalli assistettero piangendo al suo funerale, perchè era molto caritatevole. Quanto al signor marchese, io non ho mai veduto un'afflizione come la sua, e talvolta nell'eccesso del dolore perdeva l'uso dei sensi. Non restò molto tempo nel castello, e partì pel suo reggimento. Poco dopo, tutti furono congedati, tranne mio marito e me, nè l'ho riveduto mai più.

— La morte della marchesa pare straordinaria! » disse Emilia, desiderando saperne qualcosa di più.

— Sì, signora, fu straordinaria. Vi dico tutto ciò che ho veduto, e voi potete indovinar quel che ne penso; non posso dir altro per non diffondere ciarle che potrebbero offendere il signor conte.

— Avete ragione; sapete voi dove sia morto il marchese?

— Nell'Alsazia, a quanto credo, » rispose Dorotea. « Mi rallegrai molto quando seppi che arrivava il signor conte. Questo luogo è stato lunga pezza in una trista desolazione. Noi vi udimmo rumori straordinari, poco dopo la morte della padrona, ed io, con mio marito, ci ritirammo in una casuccia poco lontana. Adesso, signora Emilia, che vi ho raccontato questa tragica istoria, vi rammenterò la vostra promessa di non lasciarne traspirar nulla ad alcuno.

— Sarò fedele alla mia parola, » rispose Emilia; « ciò che mi narraste m'interessa assai più di quanto potete supporre. Vorrei solo pregarvi di nominarmi il cavaliere che, secondo voi, s'interessava tanto per la marchesa. »

Dorotea negò assolutamente di acconsentirvi, e tornò a parlare della somiglianza di lei colla marchesa.

— « Vi è un altro ritratto di questa, » soggiunse, « ed è in una delle stanze chiuse. Fu fatto prima del suo matrimonio, e voi le somigliate assaissimo. »

La fanciulla mostrò desiderio di vederlo, e Dorotea rispose che non aveva coraggio di entrare in quell'appartamento. Emilia le rammentò che, il dì innanzi, il conte aveva parlato di farlo aprire. La custode convenne allora d'andarlo prima a vedere con lei.

La notte era molto avanzata, e Emilia troppo commossa dal racconto inteso per visitare così tardi quel luogo. Pregò dunque la vecchia di tornare la notte seguente. Oltre il desiderio di vedere il ritratto, sentiva un'ansiosa curiosità di visitare la camera ov'era morta la marchesa, e che, secondo Dorotea, era rimasta nel primiero stato. La commozione che le cagionava l'aspettativa di una tale scena, era allora conforme allo stato del di lei spirito. Oppressa dal cambiamento della sua sorte, gli oggetti piacevoli aumentavano la sua malinconia in vece di dissiparla; forse aveva torto di piangere sì amaramente un infortunio inevitabile; ma veruno sforzo della ragione valeva a lasciarle scorgere con indifferenza l'avvilimento di colui che aveva già stimato ed amato con tanto trasporto.

Dorotea promise di tornare la notte seguente colle chiavi dell'appartamento, e si ritirò.

Emilia restò alla finestra, meditando tristamente sul destino dell'infelice marchesa, ed aspettando ansiosa il ritorno della musica notturna. La calma non fu turbata se non dallo stormir delle frondi agitate da lieve brezzolina. La campana del convento suonò mattutino, e Emilia se ne andò a letto cercando nel sonno l'oblio della dolorosa storia della marchesa di Villeroy.


CAPITOLO XLII

La notte seguente, all'istessa ora circa, Dorotea venne a prendere Emilia e portò le chiavi dell'appartamento della marchesa, che si trovava dalla parte opposta, al nord. Dovevano passare vicino alle stanze della servitù, e Dorotea desiderava sfuggire alle loro osservazioni. Volle dunque aspettare un'altra mezz'ora ond'assicurarsi che tutti i servitori dormissero. Era quasi un'ora dopo mezzanotte allorchè si misero in cammino. Dorotea andava innanzi e portava il lume; ma il suo braccio, indebolito dal timore e dalla vecchiaia, tremava sì forte, che Emilia, presa ella stessa la lucerna, s'offrì a sostenere i di lei passi mal sicuri. Bisognava scendere lo scalone, traversare gran parte del castello, e salire l'altro situato al nord. Non incontrarono nulla che alterasse vie maggiormente la loro agitata fantasia, e giunte in cima alla scala Dorotea mise la chiave nella serratura. « Ah! » diss'ella sforzandosi di girarla; « è chiusa da tanto tempo, che forse la ruggine non ci permetterà di aprirla. » Emilia però, più destra di lei, girò la chiave, aprì la porta, ed entrarono in una stanza antica e spaziosa.

« Dio buono! » disse Dorotea nell'entrare; « l'ultima volta che son passata da questa porta, io seguiva la salma della mia povera padrona! »

Traversarono una fila di stanze, e giunsero in un salotto adorno ancora con magnificenza.

« Riposiamo qui un momento, » disse Dorotea; « quella è la porta della camera, in cui è morta la padrona. Ah! signorina, perchè mi avete fatto venir qua? »

Emilia, vedendo la povera vecchia in uno stato compassionevole, la fece sedere e procurò di tranquillarla.

« Come la vista di questo appartamento mi richiama alla memoria l'immagine del tempo passato! Mi pare che fosse ieri. »

— Zitto! qual rumore è questo? » disse Emilia.

Dorotea, spaventata, guardò per tutta la camera; ascoltarono ma non intesero nulla. La vecchia allora riprese il soggetto del suo dolore: « Questo salotto era, al tempo della signora, la più bella stanza del castello. Era mobiliato all'ultimo gusto. Tutti questi mobili vennero da Parigi; quei grandi specchi sono di Venezia. Questi arazzi erano in ispecie ammirati da tutti; rappresentano essi un'istoria che si trova in un libro, di cui ora non mi ricordo il nome. »

Emilia si alzò per esaminarli. Alcuni versi in provenzale, in fondo ai medesimi, le fecero riconoscere la storia di Coriolano.

Dorotea essendosi alquanto rimessa, aprì finalmente la porta fatale. Entrarono in una camera cupa e spaziosa. La custode si abbandonò tosto su d'una sedia esalando profondi sospiri, e ardiva appena alzar gli occhi. Emilia osservò il letto ove dicevasi morta la marchesa. Era parato di damasco verde. Un gran panno di velluto nero lo cuopriva fino a terra. Mentre la fanciulla, col lume in mano, girava intorno alla camera: « Dio buono! » esclamò Dorotea; « mi par di veder la mia padrona distesa su quel letto, come la vidi per l'ultima volta. Ah! » soggiunse ella piangendo ed appoggiandosi al letto; « io era qui quella notte terribile: le teneva la mano; intesi le sue ultime parole, vidi tutti i suoi patimenti, e spirò fra le mie braccia.

— Non vi abbandonate a queste funeste rimembranze, » disse Emilia; « usciamo e mostratemi il ritratto di cui mi parlate.

— Egli è nel gabinetto, » rispose Dorotea, mostrandole un uscio. L'aprì, ed entrarono ambedue nel gabinetto della marchesa.

« Aimè! eccola là, » disse la custode, additando un quadro. « Ecco com'era allorchè giunse qui. Vedete bene ch'era fresca quanto voi. »

Mentr'ella continuava a smaniarsi, Emilia osservava attenta il ritratto, che somigliava moltissimo alla miniatura trovata fra le carte di Sant'Aubert: eravi soltanto una piccola differenza nell'espressione della fisonomia, e le parve riconoscere nel quadro un'ombra di quella malinconia pensierosa che caratterizzava sì forte il ritratto in miniatura.

« Vi prego, signorina, » disse Dorotea, « di situarvi presso questo quadro, affinchè io possa confrontarvi. »

Emilia la compiacque, e la vecchia rinnovò gli atti di sorpresa sulla di lei somiglianza. La fanciulla tornò a guardare, e le parve d'aver veduta in qualche parte una persona simigliante al ritratto; ma non potè rammentarselo bene. In quel gabinetto eranvi tuttavia molte cose d'uso della defunta, un abito, una sottana, un cappello, scarpe e guanti gettati là sul tavolino, come se li avesse cavati poco prima: eravi inoltre un gran velo nero ricamato; Emilia lo prese in mano per esaminarlo, ma si avvide tosto che cadeva in pezzi per vetustà; lo depose, e scorrendo il gabinetto, tutti gli oggetti le pareano parlar della marchesa.

Rientrata nella camera, Emilia volle vedere di nuovo il letto; osservando la punta bianca del guanciale che usciva di sotto al velluto nero, le parve scorgere un movimento. Senz'aprir bocca prese il braccio di Dorotea, la quale, sorpresa dall'azione e dal terrore di lei, rivolse gli occhi verso il letto, e vide il velluto sollevarsi ed abbassarsi; Emilia volle fuggire, ma la vecchia, cogli occhi fissi sul letto, le disse: « E il vento, signorina; abbiamo lasciato tutte le porte aperte. Vedete come l'aria agita anche il lume; è il vento sicuramente. »

Appena ebbe detto così, il panno si agitò con maggior violenza. Emilia, vergognandosi del suo timore, si riavvicina al letto, volendo assicurarsi se il vento solo le avesse impaurite: osserva attentamente, il velluto si agita ancora, si solleva e lascia vedere... una figura umana. Misero entrambe un grido spaventoso, e lasciando le porte aperte, fuggirono a precipizio. Allorchè giunsero alla scala, Dorotea aprì una camera, in cui dormivano due serve, e cadde svenuta sul letto. Emilia, abbandonata dalla sua solita presenza di spirito, fece un debole sforzo per nascondere alle donne stupefatte la vera cagione del suo terrore. Dorotea, riavendosi, si sforzò di ridere del suo timore; ma quelle serve, giustamente allarmate, non poterono risolversi a passare il resto della notte in vicinanza del terribile appartamento.

La custode condusse Emilia alle sue stanze, ove parlarono con più calma del caso strano. Quest'ultima avrebbe quasi dubitato di quella visione, se la vecchia non glie ne avesse attestata la realtà. Le domandò dunque se era ben sicura che qualcuno non si fosse introdotto segretamente colà: essa le rispose che le chiavi non erano mai uscite dalle sue mani, e facendo spesso la ronda, aveva più volte esaminata quella porta, e trovatala sempre chiusa.

« È dunque impossibile, » soggiunse ella, « che nessuno siasi introdotto in quelle stanze, e quando avessero potuto farlo, com'è probabile che abbiano scelto d'andar a dormire in un luogo così freddo e solitario! »

Emilia le fece osservare che la loro gita notturna poteva essere stata spiata; che forse qualcuno, per burla, le aveva seguite coll'intenzione di far loro paura, e che, mentre esaminavano il gabinetto, erasi nascosto nel letto. Dorotea convenne da principio che la cosa era possibile, ma si rammentò quindi che, entrando, aveva per precauzione levata la chiave della prima porta, e chiusala di dentro. Non eravi dunque potuto penetrare alcuno, e Dorotea affermò che il fantasma veduto non aveva nulla d'umano, ed era una spaventevole apparizione.

Emilia era molto commossa; di qualunque natura fosse quell'apparizione, umana o soprannaturale, il destino della marchesa era una verità incontrastabile. L'inesplicabile incidente accaduto nel luogo istesso dov'era morta, incusse ad Emilia un timore superstizioso. Scongiurò Dorotea di non parlare di quel caso a chicchessia, perchè il conte non fosse importunato da rapporti che avrebbero potuto spargere l'allarme in tutta la casa.

La vecchia acconsentì, ma si rammentò allora che l'appartamento era rimasto aperto, e non si sentì il coraggio di tornar sola a chiuderlo. Emilia, vincendo i suoi timori, le offrì di accompagnarla sino in fondo alla scala, ed ivi aspettarla. Rianimata da tale compiacenza, Dorotea andò nel modo proposto, e si contentò di chiuder la prima porta e poi raggiungere Emilia. Avanzandosi lungo l'andito che conduceva nella sala, udirono sospiri e lamenti che sembravano venire dal salone medesimo. Emilia ascoltò attenta, e riconobbe subito la voce di Annetta, che, spaventata dal racconto fattole dalle due serve, e non credendosi sicura che vicino alla padrona, andava a rifugiarsi da lei. Emilia cercò indarno di tranquillarla; ebbe pietà del suo spavento, ed acconsentì a lasciarla dormire nella sua camera.


CAPITOLO XLIII

Gli ordini precisi dati ad Annetta da Emilia, di tacere, cioè, sull'occorso, non produssero verun effetto. Il soggetto del di lei terrore aveva sparso un allarme così vivo tra la servitù, che tutti affermavano allora di aver sentito nel castello i rumori più straordinari. Il conte ne fu ben presto informato, e gli disser che la parte del nord era indubbitatamente frequentata dagli spiriti. Ne rise in principio, e mise la cosa in ridicolo, ma accorgendosi quindi che produceva confusione nel castello, proibì di parlarne sotto pena di castigo. L'arrivo di qualche amico lo distrasse intieramente, ed i suoi medesimi servi non avean tempo di parlare di quest'affare se non dopo aver cenato. Riuniti allora nel tinello, raccontavano del continuo istorie di morti, di maghi, di spiriti e d'ombre fino al punto che non ardivano più alzar gli occhi, tremavano tutti al più piccolo rumore, e ricusavano di andar soli in qualunque luogo della casa.

Annetta si distingueva raccontando non solo i prodigi, ond'era stata testimone, ma anche tutto ciò che aveva immaginato nel recinto del castello di Udolfo. Non obliava la strana scomparsa della signora Laurentini, che faceva una forte impressione sull'animo degli ascoltanti. Annetta avrebbe anche chiacchierato de' sospetti concepiti su Montoni, se il prudente Lodovico, allora al servizio di Villefort, non l'avesse sempre a tal punto interrotta.

Tra i forestieri venuti a visitare il conte nel suo castello, eranvi il barone di Santa-Fè suo amico, e il di lui figlio, cavaliere amabilissimo e sensibile. Egli aveva conosciuto Bianca a Parigi l'anno precedente, e concepita per lei una vera passione. L'antica amicizia del conte per suo padre, e le reciproche convenienze di cotesto parentado, aveanlo fatto internamente desiderare al conte. Ma trovando la figlia ancor troppo giovine per fissare la scelta della sua vita, e volendo d'altronde provar la costanza del cavaliere, aveva differito di approvare quest'unione, senza però toglierne la speranza. Or il giovine veniva col barone suo padre a reclamare il premio della sua perseveranza; il conte acconsentì, e Bianca non vi si oppose.

Il castello, così bene abitato, divenne ridente e magnifico. Il casino sulla riva del mare era spessissimo visitato da tutta la compagnia, che vi cenava quasi sempre quando permettevalo il tempo, e la sera finiva regolarmente con un'accademia di musica. Il conte e la contessa erano buoni filarmonici. Enrico, il giovine Santa-Fè, Bianca ed Emilia avevano tutti bella voce, ed il gusto suppliva alla mancanza del metodo. Parecchi suonatori di corni e strumenti a fiato, posti nel bosco, rispondevano con soavi armonie a quella che partiva dal casino.

In ogni altro tempo quei luoghi sarebbero stati deliziosi per Emilia, ma troppo oppressa allora dalla sua malinconia, trovava che nessun divertimento poteva riuscire a distrarla, e spesso l'interessantissima melodia di quelle accademie accresceva invece la sua tristezza. Preferiva perciò di passeggiar sola ne' boschi circostanti. La calma che vi regnava influiva sul suo cuore, e non tornava al castello se non costrettavi dall'assoluta oscurità. Una sera vi si trattenne più del solito: assisa su d'un masso, vide la luna sorgere sull'orizzonte a poco a poco, e rivestir successivamente della sua debole luce il mare, il castello ed il convento di Santa Chiara poco distante. Pensierosa, contemplava e meditava, quando d'improvviso una voce e la musica, già udita a mezzanotte, venne a colpirle l'orecchio. Il sentimento che provò fu un misto di sorpresa e terrore, considerando il suo isolamento. La musica si avvicinò; si sarebbe alzata per fuggire, ma i suoni parevan venire dalla parte per cui doveva passare, e tutta tremante ristette ad aspettar gli eventi; d'improvviso la musica cessò, e vide uscir dal bosco e passare una figura molto vicino a lei, ma così ratto, e l'emozione di lei fu si grande, che non distinse quasi nulla. Finalmente tornò al castello, risoluta di non venir più sola e così tardi in quel luogo.

Questo leggiero avvenimento produsse grand'impressione sul di lei spirito. Rientrata in camera, si rammentò sì bene l'altra circostanza spaventosa di cui era stata testimone pochi di prima, che appena ebbe coraggio di restar sola. Vegliò a lungo, ma nessun rumore venendo a rinnovare i suoi timori, andò a letto per cercar di gustare un po' di riposo.

Fu breve però; un chiasso spaventoso e singolare parve sorgere dal corridoio: s'udirono gemiti distinti; un corpo pesante urtò l'uscio che fu scosso dalla violenza del colpo: essa chiamò per sapere che fosse: non le fu risposto, ma ad intervalli udiva cupi gemiti. Il terrore la privò sulle prime della favella; ma quando intese strepito di passi nella galleria, gridò più forte. I passi fermaronsi al di lei uscio; ella distinse la voce di alcune fantesche, che pareano troppo occupate per poter risponderle. Annetta entrò a prender acqua, ed Emilia seppe allora come una donna fosse svenuta; la fece portare in camera per prestarle soccorso. Quando colei ebbe ricuperato i sensi, affermò che, salendo le scale per andar a dormire, aveva visto un fantasma sul secondo ripiano. Essa tenea la lampada abbasso a motivo dei gradini rovinati; sollevando gli occhi, scorse lo spettro, il quale dapprima immobile in un cantuccio, erasi poscia cacciato sulla scala, scomparendo alla porta dell'appartamento visitato ultimamente da Emilia. Un suono lugubre era susseguito a questo prodigio.

La fante tornò a scendere e correndo spaventata, era andata a cadere con un grido dinanzi all'uscio d'Emilia.

« Il diavolo senza dubbio, » disse Dorotea, accorsa al chiasso, « ha preso una chiave di quell'appartamento; non può essere altri; ho chiusa la porta io stessa. »

La fanciulla sgridò la donna dolcemente, e cercò di farla vergognare del suo spavento. La fante persistè a sostenere d'aver visto una vera apparizione. Tutte le altre donne accompagnaronla alla di lei stanza, tranne Dorotea, che Emilia trattenne seco. La vecchia, tutta paurosa, narrolle antiche circostanze in appoggio del caso occorso. Di tal novero era una consimile apparizione da lei vista nel medesimo sito; tal rimembranza aveala fatta esitare prima di salir la scala, ed avea accresciuta la di lei ripugnanza ad aprir l'appartamento del nord. Emilia s'astenne dall'esternare la sua opinione intorno a ciò; ma ascoltò attentamente la ciarliera, e ne risentì vie maggiore inquietudine.

Da quella notte il terrore de' servi crebbe al punto, che gran parte di essi risolse d'accommiatarsi. Se il conte prestava fede ai loro timori, aveva cura di dissimularlo, e volendo prevenire gl'inconvenienti che lo minacciavano, impiegava il ridicolo ed i ragionamenti per distruggere quei timori e quegli spaventi soprannaturali. Nondimeno, la paura aveva reso tutti gli spiriti ribelli alla ragione. Lodovico scelse quel momento per provare al conte il suo coraggio e la riconoscenza pe' di lui buoni trattamenti. Si offrì di passare una notte nella parte del castello, cui pretendevano abitata dagli spiriti, ch'egli assicurava di non temere; e se fosse comparso qualche essere vivente, disse che avrebbe fatto vedere che nol temea egualmente.

Il conte riflettè alla proposta; i domestici che lo udirono si guardarono l'un l'altro muti per la sorpresa e la paura. Annetta, spaventata per Lodovico, impiegò lagrime e preghiere per dissuaderlo da tale disegno.

« Tu sei un bravo giovane, » disse il conte sorridendo; « pensa bene alla tua impresa prima di accingerviti, ma se vi persisti, accetto la tua offerta, e la tua intrepidezza sarà generosamente ricompensata.

— Eccellenza, » rispose Lodovico, « io non desidero ricompense, ma la vostra approvazione. Vostra eccellenza ha già avuto molta bontà per me. Desidero soltanto aver qualche arme per difendermi in caso di bisogno.

— Una spada non potrà difenderti contro gli spiriti, » disse ironicamente il conte, guardando i servi; « essi non temono nè porte, nè catenacci: un fantasma, voi lo sapete, passa tanto dal buco d'una serratura, come da una porta aperta.

— Datemi una spada, signor conte, » disse Lodovico, « ed io m'incarico di cacciare nel mar Rosso tutti gli spiriti che volessero attaccarmi.

— Ebbene, » rispose il conte, « avrai una spada, e di più una buona cena. I tuoi camerati avranno forse il coraggio di restare ancora per istanotte nel castello: certo è che almeno per questa notte il tuo ardire attirerà su di te tutti i malefizi dello spettro. »

Una estrema curiosità contrastò allora colla paura nello spirito degli uditori, i quali risolsero d'aspettare l'esito della temeraria impresa del loro collega.


CAPITOLO XLIV

Il conte avea ordinato che l'appartamento del nord fosse aperto e preparato, ma Dorotea, rammentandosi quanto ci aveva veduto, non ebbe coraggio di obbedire: nessuno dei servitori volle prestarvisi, ed esso restò chiuso fino al momento in cui Lodovico doveva entrarvi, momento aspettato da tutti con impazienza.

Dopo cena, il giovane seguì il conte nel suo gabinetto, e vi rimasero quasi mezz'ora; nell'uscire, il conte gli consegnò una spada. « Questa ha servito nelle guerre mortali, » diss'egli ridendo; « tu ne farai senza dubbio uso onorevole in una mischia affatto spirituale; e domattina sentirò con piacere che non resta più un solo fantasma nel castello. »

Lodovico ricevè la spada con un saluto rispettoso, e rispose: « Sarete obbedito, signor conte, e m'impegno da ora in avanti che veruno spettro non turbi ulteriormente il riposo di questa dimora. »

Recaronsi nel salotto, ove gli ospiti del conte aspettavano per accompagnarlo all'appartamento del nord. Dorotea consegnò le chiavi a Lodovico, e s'incamminò a quella volta in compagnia della maggior parte degli abitanti. Giunti a' piè della scala, parecchi servitori, impauriti, non vollero andar più innanzi, e gli altri la salirono sino al pianerottolo. Lodovico mise la chiave nella serratura, ed intanto tutti lo guardavano con tanta curiosità, come se fosse occupato di qualche operazione magica; e siccome egli non era pratico di quella serratura, Dorotea l'aprì pian piano; ma quando i di lei sguardi ebbero penetrato nell'interno oscuro della stanza, mise un grido e si ritirò. A questo segnale d'allarme, la maggior parte degli spettatori fuggirono a precipizio giù per la scala; il conte, Enrico e Lodovico, rimasti soli, entrarono nell'appartamento; Lodovico teneva in mano la spada nuda, il conte portava una lampada, ed Enrico un paniere pieno di provvisioni pel bravo avventuriere. Traversando quella fila di stanze, il conte restò sorpreso del loro stato rovinoso, ed ordinò al servo di dire il giorno dopo a Dorotea, d'aprire tutte quelle finestre, volendo far restaurare quel magnifico appartamento; indi gli chiese dove facesse conto di stabilirsi.

« Dicono esserci un letto in una stanza; è là che voglio dormire, se per caso mi sentissi stanco di vegliare. »

Giunti alla camera indicata, v'entrarono tutti: il conte fu colpito nel vederne l'aspetto funebre; accostossi al letto commosso, e trovandolo coperto col panno di velluto nero, sclamò: « Che cosa significa ciò? — Mi fu detto che la marchesa di Villeroy è morta in questo luogo stesso, e vi giacque sino all'ora del seppellimento. Quel velluto ricopriva per certo il feretro. »

Il conte non rispose nulla, ma divenne pensieroso; voltossi quindi verso Lodovico, gli domandò con serietà se realmente avrebbe coraggio di restar lì solo tutta la notte. « Se hai paura, » soggiunse, « non arrossire di confessarmelo; io saprò scioglierti dal tuo impegno senza esporti ai sarcasmi degli altri. »

L'orgoglio e qualche poco di paura parevan tenere perplessa l'anima di Lodovico. Finalmente l'orgoglio trionfò e rispose:

« No, signore, no, finirò l'impresa che ho cominciata, e sono commosso della vostra attenzione. Accenderò un bel fuoco nel camino, e spero passare bene il tempo colle provvisioni del paniere.

— Benissimo, ma come farai a difenderti dalla noia, se tu non potessi dormire?

— Quando sarò stanco, eccellenza, non avrò paura di dormire; ma in tutti i casi ho meco un libro che mi divertirà.

— Spero che non sarai sturbato; ma se nel corso della notte tu potessi concepire qualche serio timore, vieni a trovarmi nel mio appartamento. Confido troppo nel tuo giudizio e coraggio, per temere che tu possa spaventarti per qualche frivolezza. Domani io t'avrò l'obbligo d'un servigio importante. Si aprirà l'appartamento, e tutta la servitù sarà convinta della sua stoltezza. Buona notte, Lodovico; vieni a trovarmi di buon'ora, e ricordati ciò che ti ho detto.

— Sì, signore, me ne rammenterò. Buona notte, eccellenza; permettete che vi faccia lume. »

Accompagnò il conte ed Enrico fino all'ultima porta, e siccome qualche servitore, nel fuggire, aveva lasciato un lume sul pianerottolo, il contino lo prese, e augurò la buona notte a Lodovico, il quale rispose con molto rispetto, e chiuse la porta. Cammin facendo per tornare nella camera da letto, esaminò con iscrupolosa cura tutte le stanze per le quali doveva passare, temendo vi si potesse essere nascosto qualcuno per ispaventarlo. Non vi trovò nessuno. Lasciò aperti tutti gli usci, e giunse nel salone, la cui muta oscurità lo fece gelare. Voltandosi indietro a guardare la lunga fila di stanze percorse, nel procedere innanzi scorse un lume e la propria figura riflettuti in uno specchio; rabbrividì. Altri oggetti pingeansivi oscuramente; non si fermò a considerarli; avanzandosi ratto nella camera da letto, vide la porta dell'oratorio. L'aprì, tutto era tranquillo. Colpito alla vista del ritratto della defunta, lo considerò lungo tempo con sorpresa ed ammirazione. Esaminato quindi il luogo, rientrò in camera, ed accese un buon fuoco, la cui vivida fiamma rianimò il di lui spirito, che cominciava a indebolirsi per l'oscurità e pel silenzio. Non si sentiva allora se non il vento soffiare attraverso le finestre, prese una sedia trascinò un tavolino presso al fuoco, cavò una bottiglia di vino con alcune provvisioni dal paniere, e cominciò a mangiare. Allorchè ebbe cenato, pose la spada sul tavolino, e non essendo disposto a dormire, trasse di tasca il libro ond'aveva parlato. Era una raccolta di antiche novelle provenzali. Attizzò il fuoco, smoccolò la lampada, e si mise a leggere. La novella che scelse attirò in breve tutta la sua attenzione........

Il conte frattanto era tornato nel tinello ove tutti l'aspettavano. Ciascuno era fuggito al grido penetrante di Dorotea, e gli fecero mille domande sullo stato dell'appartamento. Il conte li beffò per quella fuga precipitata e la superstiziosa loro debolezza.

Quando la compagnia si fu separata, il conte si ritirò nel suo quartiere. La rimembranza delle scene onde la casa era stata il teatro, l'affannava singolarmente. Alla fine fu scosso da' suoi pensieri dal suono d'una musica che intese vicino alla finestra.

« Cos'è quest'armonia? » diss'egli al suo cameriere; « chi suona e canta a quest'ora sì tarda? »

Pietro rispose, quella musica aggirarsi spesso intorno al castello verso mezzanotte, e credere averla udita anch'egli altre volte.

« Che bella voce! » soggiunse il conte; « che suono melodioso è mai questo! sembra qualcosa di sovrumano. Ma ora si allontana... »

E fatto cenno al servo di ritirarsi, stette assorto un pezzo in dubbiosi pensieri.

Lodovico intanto, nella sua camera isolata, sentiva tratto tratto il rumore lontano di una porta che si chiudeva. L'orologio del salone, da cui era molto distante, suonò dodici colpi. « È mezzanotte, » diss'egli, e guardò per la camera. Il fuoco era quasi spento; l'alimentò con nuove legna, bevve un buon bicchier di vino, e avvicinandosi sempre più al caminetto, procurò di esser sordo al rumorio del vento che fischiava da tutte le parti. Infine, per resistere alla malinconia che gradatamente s'impadroniva di lui, riprese la sua lettura.

Dopo qualche tempo, depose il libro avendo sonno; accomodatosi alla meglio sulla sedia, si addormentò. Gli parve vedere in sogno la camera, ove si trovava realmente; due o tre volte si svegliò dal sonno leggero, sembrandogli scorgere la faccia d'un uomo appoggiata alla sua sedia. Quest'idea fece su di lui tanta impressione, che, alzando gli occhi, gli parve quasi di vederne altri che si fissassero nei suoi. Si alzò e andò a fare una visita scrupolosa della camera, prima di convincersi appieno non esservi nessuno dietro la sedia.


CAPITOLO XLV

Il conte dormì pochissimo, si alzò di buon'ora, e premuroso di parlar con Lodovico, corse all'appartamento del nord. La prima porta era chiusa di dentro, e fu perciò costretto a batter forte, ma nè i suoi colpi, nè la sua voce vennero ascoltati. Considerando la distanza che separava quella porta dalla camera da letto, credè che Lodovico, stanco di vegliare, si fosse profondamente addormentato. Poco sorpreso adunque di non ricevere veruna risposta, si ritirò e andò a passeggiare pe' boschi.

Il tempo era oscuro; i fiochi raggi del sole combattevano i vapori che sorgevano dal mare, ricoprendo la cima degli alberi dalle frondi gialleggianti per la stagione autunnale. La bufera era calmata, ma l'onde, sempre commosse, muggivano tuttora.

Emilia erasi egualmente alzata di buon'ora, ed aveva diretto i passi verso il promontorio alpestre dal quale scoprivasi l'Oceano. Gli avvenimenti del castello occupavano il suo spirito, e Valancourt formava eziandio l'oggetto de' suoi tristi pensieri; non poteva esserle ancora indifferente. La sua ragione le rimproverava sempre una tenerezza che sopravviveva nel suo cuore alla stima; rammentavasi l'espressione de' suoi sguardi allorchè l'avea abbandonato, l'accento con cui le disse addio, e se qualche caso aumentava l'energia de' suoi pensieri, struggevasi in amare lacrime. Giunta all'antica torre, si riposò su di un gradino mezzo rovinato, osservando le onde che venivano lentamente a frangersi sulla riva, cospargendo gli scogli dalla bianca loro spuma. Il monotono loro fragore, e le grige nubi che velavano il cielo, rendeano la scena più misteriosa ed analoga allo stato del suo cuore. Tale stato le divenne troppo penoso; si alzò, e traversando una parte delle ruine, guardando a caso su d'un muro vide alcune parole malamente scolpite colla punta d'un coltello; le esaminò, e riconobbe il carattere di Valancourt: le lesse tremando.

Chiaro dunque appariva che Valancourt aveva visitato quella torre, ed era anzi probabile che fosse stato nella notte precedente ch'era stata burrascosa, e quei versi descrivevano un naufragio: inoltre parea che non avesse abbandonato quelle rovine se non da poco tempo, chè il sole essendo sorto allora, non poteva avere scolpiti quei caratteri all'oscuro. Era dunque probabilissimo che Valancourt fosse nelle vicinanze.

Mentre tutte queste idee si presentavano con rapidità all'immaginazione di Emilia, tante emozioni la combatterono, che ne fu quasi oppressa; ma ebbe la prudenza di sfuggire un incontro pericoloso alla sua virtù, e s'incamminò in fretta alla volta del castello. Ricordandosi allora della musica già sentita e della figura passatale così vicino quella sera, fu quasi tentata di credere nella sua agitazione che fosse lo stesso Valancourt. Fatti pochi passi, incontrò il conte, che per distrarla dall'afflizione in cui la vide, le fece conoscere la risposta dell'avvocato di Aix, suo amico, a proposito della cessione dei beni della signora Montoni.

Ritornati al castello, Emilia si ritirò nella sua camera, ed il conte andò all'appartamento del nord. La porta n'era peranco chiusa. Il conte chiamò forte Lodovico, senza ricevere risposta. Sorpreso di tale silenzio, cominciò a temere non fosse accaduta qualche disgrazia all'infelice, o che la paura di qualche oggetto immaginario l'avesse fatto svenire. Cercò alcuni servitori, ai quali chiese se avessero veduto Lodovico, ma tutti risposero che, dalla sera precedente, nessuno erasi più avvicinato all'appartamento del nord.

« Egli dorme profondamente, » disse il conte, « è così lontano dalla porta d'ingresso, che non può sentire; bisognerà gettarla a terra. Prendete una leva e seguitemi. »

I servi rimasero muti e confusi; nessuno si movea. Dorotea parlò di un'altra porta che dalla galleria dello scalone metteva nell'anticamera del salotto, ed era per conseguenza assai più vicina alla camera da letto. Il conte vi andò, ma tutti i suoi sforzi furono inutili; per cui la fece atterrare. Esso entrò pel primo; Enrico lo seguì co' più coraggiosi, e gli altri aspettarono sulla scala. Regnava in quel luogo il più cupo silenzio. Entrato nel salotto, il conte chiamò Lodovico, ma, non ricevendo risposta, aprì egli stesso, ed entrò. Il silenzio assoluto regnante colà confermò i suoi timori; Enrico fece aprire le imposte d'una finestra, ma Lodovico non fu trovato, malgrado le più esatte ricerche nell'oratorio, nel letto, ed in tutte le altre stanze. Tutte le porte che comunicavano al di fuori, erano chiuse internamente come pure tutte le finestre. Lo stupore del conte fu inesprimibile; rientrò nella camera, ove tutto era al suo luogo. La spada stava sul tavolino, colla lucerna, un libro ed un mezzo bicchier di vino. Accanto al caminetto eravi il paniere con un resto di provvisioni, e legna col fuoco spento. Il conte parlava poco, ma il di lui silenzio esprimeva molto. Pareva che Lodovico avesse dovuto fuggire per qualche uscio segreto ed ignoto. Il conte non poteva risolversi ad ammettere una causa soprannaturale; e poi, quando anche vi fosse, quest'uscio segreto, come spiegare i motivi della sua fuga?

Villefort aiutò egli stesso a staccare il parato di tutte le stanze, per iscuoprire se nascondeva qualche apertura, ma tutto indarno. Egli si ritirò dunque dopo aver chiuso il salotto, e messasene la chiave in tasca. Diede ordini pressanti perchè si cercasse Lodovico fino ne' dintorni, e si ritirò con Enrico nel suo gabinetto, ove restarono un'ora circa. Qualunque fosse stato il soggetto della loro conferenza, Enrico da allora perdè tutto il brio, e diveniva grave e riservato allorchè trattavasi il soggetto che allarmava tutta la famiglia. La paura dei servi crebbe al punto che la maggior parte di essi partì immediatamente, e gli altri restarono finchè il conte non li avesse surrogati. Le ricerche più esatte sul destino di Lodovico furono inutili. Dopo molti giorni d'indagini, la povera Annetta si abbandonò alla disperazione, e la sorpresa generale fu al colmo.

Emilia, il cui spirito era stato vivamente commosso dalla strana fine della marchesa, e dalla misteriosa relazione ch'essa immaginava aver esistito fra lei e Sant'Aubert, era colpita in ispecie da un caso sì straordinario. Era inoltre afflittissima della perdita di Lodovico, la cui probità, fedeltà ed i servigi meritavano tutta la sua stima e riconoscenza. Desiderava trovarsi nella placida solitudine del suo convento; ma tutte le volte che ne parlava al conte, questi ne la dissuadea teneramente; ella sentiva per lui l'affetto, l'ammirazione ed il rispetto di una figlia; e Dorotea consentì alfine ch'ella l'informasse dell'apparizione da loro veduta nella camera da letto della marchesa. In tutt'altro momento avrebbe sorriso della di lei relazione, ma allora ascoltolla sul serio, ed allorchè ebbe finito, le raccomandò il più scrupoloso segreto. « Qualunque possa essere la causa di questi avvenimenti singolari, » disse il conte, « il tempo solo può spiegargli. Io veglierò con cura su quanto accadrà nel castello, ed impiegherò ogni mezzo per iscuoprire il destino di Lodovico. Intanto usiamo prudenza e circospezione. Andrò io stesso a passare una notte intiera in quell'appartamento, ma fintantochè ne determini l'istante, voglio che l'ignorino tutti. » La vecchia Dorotea gli raccontò allora le particolarità della morte della marchesa, che cagionarongli alta sorpresa.

La settimana seguente, tutti gli ospiti del conte partirono, eccettuato il barone, suo figlio ed Emilia. Quest'ultima ebbe l'imbarazzo di un'altra visita del signor Dupont, che la fece risolvere a tornar subito al convento. La gioia manifestata da quell'uomo appassionato nel rivederla, la persuase come non avesse rinunziato alla speranza di farla sua, Emilia però fu seco lui molto riservata. Il conte lo ricevè con piacere, glielo presentò sorridendo, e parve ritrarre buon augurio dall'impaccio in cui la vedea.

Dupont però lo comprese meglio, perdè d'improvviso ogni brio, e ricadde nel languore e nello scoraggiamento.

Il giorno seguente, nondimeno, spiò l'occasione di spiegare il motivo della sua visita, e rinnovò la domanda. Questa dichiarazione fu ricevuta da Emilia con visibile dispiacere: procurò di addolcirgli la pena d'un secondo rifiuto, coll'assicurazione reiterata della sua stima e amicizia. Più persuasa che mai dell'inconvenienza d'un più lungo soggiorno nel castello, andò subito ad informare il conte della sua volontà di tornare al convento.

« Cara Emilia, » le diss'egli, « vedo con dispiacere che incoraggite le illusioni pur troppo comuni ai giovani cuori: il vostro ha ricevuto un colpo violento, e credete non doverne guarir più. Cercate di respingere queste idee; scacciate le illusioni, e svegliatevi al sentimento del pericolo. »

Emilia sorrise forzatamente, e rispose: « So che cosa volete dire, o signore, e son preparata a rispondervi. Sento che il mio cuore non proverà mai un secondo affetto, e perderei la speranza di ricuperare ancora la pace e la tranquillità, se mi lasciassi trascinare a nuovi impegni.

— So bene che voi sentite tutto questo, ma so eziandio che il tempo indebolirà tale sentimento; io posso parlarvene in proposito, e so compatire i vostri affanni, chè conosco per esperienza cosa vuol dire amare e piangere l'oggetto amato, » soggiunse commosso assai; « giudicate dunque s'io debbo premunir voi contro i terribili effetti di un'inclinazione, che può influire su tutta la vita, e abbreviare quegli anni che avrebbero potuto esser felici. Il signor Dupont è uomo amabile e sensibile; vi adora da lungo tempo, la sua famiglia e le sue sostanze non son suscettibili d'alcuna obiezione. Or è superfluo aggiungere ch'io credo il signor Dupont capace di fare la vostra felicità. Non piangete, mia cara Emilia, » continuò il conte, prendendole una mano; « io non voglio indurvi a sforzi violenti per domare i vostri affetti, ma pregarvi solo a star lontana da tutte le occasioni, che possono rammentarvi gli oggetti della vostra tristezza, pensando qualche volta all'infelice Dupont, senza condannarlo a quello stato di disperazione da cui bramerei veder guarita voi stessa.

— Ah! signore, » disse Emilia, versando un torrente di lacrime, « non vorrei che i vostri voti a tal proposito ingannassero il signor Dupont, colla speranza ch'io possa accordargli la mia mano. Se consulto il cuore, ciò non accadrà mai, ed io posso sopportar tutto fuorchè l'idea che possa mai cambiar di pensiero.

— Soffrite ch'io mi faccia interprete del vostro cuore, » ripigliò il conte con un sorriso; « se mi fate l'onore di seguire i miei consigli sul resto, vi perdonerò l'incredulità sulla vostra condotta futura verso Dupont. Non vi solleciterò di restar qui più a lungo che non vi piaccia; ma astenendomi adesso dall'oppormi alla vostra partenza, reclamo dalla vostra amicizia qualche visita per l'avvenire. »

Emilia ringraziollo di tante prove d'affetto, e promise di seguire i suoi consigli, uno solo eccettuato, assicurandolo del piacere con cui profitterebbe del suo grazioso invito, allorchè Dupont non fosse più al castello.

Villefort, sorridendo di questa condizione, riprese: « Vi acconsento, il monastero è qui vicino; mia figlia ed io potremo venire spesso a vedervi. Se però qualche volta ci permettessimo di associare un compagno alla nostra passeggiata, ce lo perdonereste voi? »

Emilia parve afflitta, e non rispose.

« Ebbene, » soggiunse il conte, « non ne parliamo più; vi domando perdono d'essermi spinto troppo oltre. Vi supplico di credere che il mio unico scopo è un vero interesse per la vostra felicità e per quella del mio buon amico. »

La fanciulla scrisse alla badessa, e partì la sera del giorno seguente. Dupont la vide partire con rammarico; ma il conte cercò incoraggiarlo colla speranza che col tempo essa gli sarebbe stata più favorevole.

Emilia fu contentissima di trovarsi nel placido ritiro del chiostro, ove la badessa le rinnovò le maggiori prove di materna bontà, avvalorate dall'amicizia veramente fraterna delle altre monache. Sapevano esse di già l'avvenimento straordinario del castello, e la stessa sera, dopo cena, pregarono Emilia di raccontarne i dettagli; essa lo fece con circospezione, estendendosi assai poco sulla scomparsa di Lodovico. Tutte le ascoltanti convennero unanimemente a darle una causa soprannaturale.

« Fu creduto per molto tempo, » disse una monaca chiamata suor Francesca, « che il castello fosse frequentato dagli spiriti, e rimasi assai sorpresa quando seppi che il conte aveva la temerità di venire ad abitarlo. Credo che l'antico proprietario avesse qualche peccato da espiare. Speriamo che le virtù dell'attual possessore possano preservarlo dal castigo riserbato al primo, se realmente era reo.

— E di qual delitto lo sospettano? » disse una certa Feydeau, educanda.

— Preghiamo per l'anima sua, » rispose una monaca, la quale fin allora non avea aperto bocca. « Se fu reo, il suo castigo quaggiù bastò ad espiarne la colpa. »

Eravi nell'accento di tai detti un misto di serio e di singolarità che colpì Emilia. L'educanda ripetè l'inchiesta senza badare alle parole della monaca.

« Non oso dire qual fu il suo delitto, » ripigliò suor Francesca. « Intesi racconti strani a proposito del marchese di Villeroy. Dicono, tra altri, che dopo la morte della moglie partì da Blangy, e non vi tornò più. A quell'epoca io non era qui, e non posso dir nulla di preciso; la marchesa era morta già da molto tempo, e la maggior parte delle nostre suore non potrebbe dirne di più.

— Io lo potrei, » ripigliò la monaca che avea già parlato, e che si chiamava suor Agnese.

— Voi sapete dunque, » disse l'educanda, « le circostanze che vi fanno giudicare s'egli fosse colpevole o no, e qual delitto gli venisse imputato?

— Sì, » rispose suor Agnese; « ma chi potrebbe mai indagare i miei pensieri? Chi oserà mescolarsi ne' miei segreti? Dio solo è il suo giudice, ed egli è già al cospetto di quel giudice terribile.

— Vi domandava soltanto la vostra opinione, se questo discorso vi spiace, lo cambieremo subito.