ANTON GIULIO BARRILI
Il Ponte
del Paradiso
RACCONTO
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1904.
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PROPRIETÀ LETTERARIA
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compreso il Regno di Svezia e di Norvegia.
Tip. Fratelli Treves.
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IL PONTE DEL PARADISO
I.
Spiacevole invito.
— Che idea! — esclamò la signora Livia, lasciandosi ricadere sulle ginocchia il suo ricamo turco, mentre con le pupille stravolte da un moto repentino di stizza andava cercando il soffitto a cassettoni dorati del suo salottino. — Invitare le Cantelli! Ed hanno accettato? da te? —
Raimondo sgranò tanto d'occhi, per guardar bene sua moglie.
— Non ti capisco; — diss'egli. — Accettare un invito da me, non è forse come accettarlo da te? Non siamo noi la stessa cosa?
— Per gl'inviti, no; — rispose asciuttamente la signora.
— Oh Dio! — riprese egli, sforzandosi di volgere il discorso alla celia. — Ci sono dunque delle eccezioni alla vostra santissima legge?
[pg!2] — C'è questa, mio caro; — sentenziò la signora. — Gl'inviti solenni, in una casa bene ordinata, li fanno marito e moglie coi loro nomi uniti in una formula unica. Nei casi ordinarii, e d'una certa confidenza, invita la signora, intendendosi annuente il marito. Alla fin fine, non è lei che governa la casa? —
Raimondo chinò la fronte con aria contrita.
— Vizio di forma, adunque; — conchiuse egli. — Puoi sanarlo tu, andando a far visita, e confermando l'invito.
— No, caro; guasterei. C'è poi la sostanza, che non mi va.
— E perchè, se è lecito saperlo? Quelle buone signore si ritrovano qui, lontane da casa loro, al Danieli. Un albergo, sia pur di prim'ordine, è sempre un'albergo; e in giorni come questi....
— Male! — interruppe la signora, che non voleva passarne una. — Perchè si ritrovano a Venezia per l'ultimo giorno dell'anno? Se ci penso, non è neanche stagione per addormentarsi qui, sulla “tacita Laguna„.
— Ne sai la ragione; — si provò a rispondere Raimondo colla usata dolcezza. — Il figliuolo che è qui al dipartimento navale....
— Per Natale e Capo d'anno potevano ottenergli una licenza, e portarselo a Milano; — ribattè la signora. — Si lascia così solo laggiù il capo di casa? E in giorni come questi (son tue parole), in giorni come questi, sacri al raccoglimento delle famiglie?
— Eh, ci avrà pure pensato, la signora Eleonora; — osservò pacatamente Raimondo; — avrà domandato e [pg!3] non avrà ottenuto. Del resto, che t'ho a dire? Comunque sia andata la cosa, poichè le signore Cantelli sono rimaste qui, a noi non rimaneva altro che fare il dover nostro; non ti pare? —
Una spallucciata fu tutta la risposta della imbizzita signora, che per non avere a dir altro si rimise attorno al suo ricamo turco. Se quello che andava facendo, mettendo punti su punti, era un versetto del Corano, diciamo pure che Maometto mandava a quel paese le povere signore Cantelli.
Raimondo, frattanto, anche a volersi contentare d'un gesto, non poteva fermarsi lì, col suo ragionamento avviato, che bisognava condurre alla fine.
— Pensaci, mia buona Livia; — soggiunse. — Si tratta della famiglia del mio corrispondente di maggior conto, e più che corrispondente, patrono. Ho grandi obblighi, e di antica data oramai, col banchiere Cantelli. Se le mie faccende hanno così prosperato, credi che ci ha avuto gran parte la fiducia e l'appoggio del signor Anselmo, di quel re dei galantuomini. Così, venendo al caso di stamane, mi è parso necessario, incontrando la signora Eleonora all'angolo della Piazzetta, di dirle che andavo appunto da lei, per invitarla, con la sua bella, figliuola e con quel caro ufficialetto di suo figlio, a fare il gran salto dall'anno vecchio al nuovo con noi. Ed ho anche insistito; confesso il mio peccato, che non mi pareva poi tale. Ora, mia buona Livia, quel che è fatto è fatto, e ci vorrà pazienza; soltanto mi duole che ti possa spiacere.
— Spiacermi! spiacermi! chi ha detto mai ciò?
[pg!4] — Ah, volevo ben dire! — gridò Raimondo, più che sollevato oramai, e disposto a ridere. — Possiamo dar da cena a ventiquattro.
— Sì, caro, invitando a caso, e male. Ma siamo alla vigilia, quest'oggi, ed io mi son tenuta scarsa nei biglietti d'invito, per non andare oltre i dieci. Ora vedi tu, signore e padrone, dove ci portano le tue novità. Tre Cantelli, e noi due, si fa cinque; il cavalier Lunardi sei; il signor Gregoretti sette.
— Poi la tua cara Galier....
— Eh! non me la rinfacciare, povera e cara anticaglia, che è piena di garbo, e più interessante, col suo brio, di tante e tante puppattole.
— Non nego, non nego; — si affrettò a dire Raimondo. — Con lei, dunque, si fa otto.
— E nove col suo nipote; — soggiunse la signora Livia; — e dieci col signor Ruggeri; e undici col maestro di musica, necessario per accompagnare al piano, se qualcheduno volesse cantare; e dodici....
— Ferma lì, per carità! — gridò Raimondo, con accento sbigottito. — Metti al dodici il mio amico Filippo. Non vorrei che toccasse il tredici a lui, poveraccio.
— Mettiamolo al dodici; — concesse la signora, con aria di somma indifferenza. — Al tredici andrà il povero signor Telemaco. Per fortuna, non ha da sapere a che numero ci casca. Verrà poi tua madre? Finora non c'è lettera, nè telegramma.
— Se non verrà, — disse Raimondo, trattenendo un sospiro, — avremo sempre sotto la mano il mio ottimo Brizzi.
[pg!5] — Invitalo dunque senz'altro.
— No, questo, no: non gli anticipiamo la noia. Tu sai bene che il mio eccellente segretario, il mio braccio destro, si ritrova piuttosto male colle cerimonie, e più volentieri passerà la gran notte con una mezza dozzina di amici al Cappello Nero. Avremo tempo a propinargli l'amaro calice domani, se sapremo che la mamma non viene. —
E represse, così dicendo, un altro sospiro. Ma non voleva esser triste; sopratutto non voleva parer tale.
— Che stravaganza, dopo tutto, questa superstizione del numero tredici! — ripigliò, facendo bocca da ridere.
— L'hanno tanti! — disse Livia.
— E credo che facciano un po' tutti per chiasso; — proseguì Raimondo; — come quel tale che mi diceva coll'aria e coll'accento più grave del mondo: quando si è in tredici a tavola, accade sempre questo, che uno dei tredici muor sempre, o presto o tardi, prima degli altri dodici.
— Bella novità! — esclamò la signora, non potendo trattenersi dal ridere.
— Ma è l'unica cosa che se ne possa inferire con certezza, non ti pare? — conchiuse Raimondo, felice di vedere rasserenata la sua parte di cielo. — Dunque tornando a noi, tutti i tuoi inviti son fatti?
— Sì.
— E non vorrai sanare il mio vizio di forma colle signore Cantelli?
— No, ti ho detto, guasterei. Oggi, poi, non me la sento di uscire. Quante cose ho da disporre, quante da [pg!6] ricordare, come padrona di casa! Sai che c'è da chiamare tutti i pensieri a capitolo, come altrettanti monaci in una abbazia? E in queste cose tu non potresti aiutarmi. Siete così disadatti voi altri uomini, a preparare un ricevimento!
— Vero; — disse Raimondo; — e aggiungi pure molte donne. Io anzi non ne conosco più d'una, per far tutto a quel dio. E te ne sono così grato! La mia casa è una reggia, e tu ne sei la regina.
— Ah! sì, bravo, due cerimonie! — esclamò la signora.
— Sempre, lo sai, come il primo giorno; — riprese Raimondo. — La mia felicità è così piena! Signore, dico a Dio più spesso che tu non ti possa immaginare, fate che non cessi, che non si diminuisca d'un punto. E tu, dolce Livia, ricordi un giorno, se mai c'è stato, nel quale io ti apparissi diverso dal primo in cui ci siamo conosciuti? —
Il pensiero di Raimondo era tenero nella sua sincerità; l'accento era impresso di passione profonda. La signora Livia si alzò lasciando cadere sul tavolincino il ricamo col quale da un pezzo si era venuta baloccando, e avvicinatasi a Raimondo, con un bel gesto di graziosa degnazione, si chinò a baciarlo sulla fronte.
— Fanciullone! — gli disse poi, rialzandosi tosto sulla vita. — Va al tuo banco, ch'è ora, e lasciami alle mie occupazioni.... regali. —
Raimondo aveva afferrate le mani di lei, e le baciava divotamente, l'una dopo l'altra, cercando di trattenerla, ad ogni tanto guardandola negli occhi con aria supplichevole, [pg!7] che pareva domandare un supplemento di grazie sovrane. Ma la regina aveva la sua dignità da conservare. Bene si lasciò tenere a bada parecchi minuti secondi; bene si accostò un tratto colla persona per esaudire la muta preghiera; ma subito si ritrasse, facendogli boccuccia, e si svincolò da lui per andare nella sala da pranzo, dove erano stati dianzi per far colazione, e dove i servi finivano appunto di sparecchiare. Quella era l'ora che madonna soleva scegliere per ragionare col Giovanni, il più antico servitore, come il più decorativo, dei signori Zuliani, decorato egli stesso del titolo di maestro di casa; e quel giorno, vigilia della gran cena di San Silvestro, doveva essere un colloquio importante al sommo, una specie di consiglio domestico, uno di quei consigli solenni, in cui si dimostra la sapienza delle padrone di casa, e i signori uomini di solito non capiscono un'acca.
La signora Livia era sparita; ma Raimondo Zuliani, anche restando come si suol dire a bocca asciutta, era contento di sè e di sua moglie. Aveva vinta una giornata campale, invitando alla gran cena le signore Cantelli, che a sua moglie piacevano poco, e quella cara non era più in collera. Benedetta donna! che stranezza era la sua, di non poterle soffrire? Sì, certo, la signora Eleonora, con quella sua persona intirizzita, con quel suo fare sostenuto, con quella sua parsimonia di parole, non era la compagnia più allegra del mondo. Per questo, viva la faccia della contessa Galier, fosse pure con tutte le sue grinze, donde tra la cerusa e il belletto brillava e scoppiettava sempre l'arguzia, mentre era lei la prima a ridere degli sforzi inani che faceva allo specchio, per [pg!8] levarsi vent'anni di dosso! Ma quella Margherita Cantelli era tanto carina! E niente puppattola, come pareva che volesse gabellarla in un momento di stizza la sua Livia adorata; semplice, intelligente, buona e cortese, un vero angelo in terra. E poi, e poi, bisognava pensare che la signora Eleonora e la signorina Margherita erano la moglie e la figlia (rispettivamente, come si dice negli atti di partecipazione) del banchiere Anselmo Cantelli, col quale Raimondo Zuliani aveva obbligazioni infinite. Non erano state tutte rose, nei cominciamenti di Raimondo; ed anche più tardi, quando già poteva avventurarsi più in alto nel mare magno degli affari, non gli erano mancati i frangenti, nè i passi difficili; Milano allora, sempre confidente e magnanima, aveva sostenuto Venezia. Gratitudine, se ce n'è!
Egli era dunque contento del dovere compiuto, felice di vedere la sua Livia così presto rabbonita. Sempre a quel modo l'aveva egli amata, temendone un poco gli scatti improvvisi, servendola molto timidamente, come avrebbe servita la sua dama un buon cavaliere antico, memore di essere stato paggio, e sempre disposto a reggerle lo strascico della sua veste di castellana. Che veglia d'armi aveva fatta Raimondo Zuliani, cavaliere moderno, per conquistare la sua felicità! quante difficoltà aveva dovuto superare! Le più gravi gli erano anche riuscite più acerbe, poichè erano venute a lui dalla mamma adorata, che non vedeva di buon occhio la gente d'onde Livia nasceva. Come aveva lavorato di fine, il giovinotto, e con quanta pazienza, per levare certi dubbi, certi vaghi timori dall'animo di sua madre. La buona signora Adriana si era finalmente [pg!9] adattata all'idea di quelle nozze, che le spiacevano tanto. A che non si adattano le madri, povere madri, per far contenti i loro figliuoli? Solo in un punto non aveva saputo piegarsi, la signora Adriana, ricusando perciò di lasciare il suo ritiro di Belluno. Lassù non era nata, per verità; ma quello era omai diventato il suo nido, poichè ci aveva accasata una figliuola, e la consuetudine di parecchi anni le faceva amare quel nuovo soggiorno. Un po' freddo il paese; ma dove mai non fa freddo, d'inverno? Per contro, c'era abbastanza fresco in estate, ed ella si trovava benissimo in quell'antico palazzo dei Cappellari della Colomba, dove con qualche ritocco opportunamente fatto dall'amatissimo genero si poteva star come papi.
Così diceva ella ridendo. E un papa c'era nato diffatti, sebbene da papa non ci fosse vissuto. A Venezia la signora Adriana compariva assai raramente, appena quel tanto che bastasse a dimostrare che non dimenticava affatto la patria. Qualche volta era discesa per la vigilia dell'Ascensione, antica festa veneziana; qualche altra pel Capo d'anno, ma governandosi in modo che il fatto non passasse in consuetudine, e volentieri trovando la scusa nel rigore della stagione. Aveva promesso di scendere per quell'anno? Sì e no, dipendendo il fatto dalle circostanze, che sogliono sempre avere un gran peso sulle umane risoluzioni. Ma si dica pur tutto; la figliuola maritata a Belluno aveva già due amori di bambini; e quando si è nonne non si sa mai distaccarsi da quelle piccole anime, nella età in cui sono veramente belle, monde d'ogni colpa, se non d'ogni moccio. Ma questo [pg!10] è un guaio pei nasini rosei, ed anche un po' pei ditini grassocci; belle cosine che si lavano senza fatica, e gli angioletti tornano puliti a quel dio, da divorarli coi baci.
La signora Livia, dal canto suo, non incalzava molto con preghiere per far calare la mamma a Venezia. E non già per avversione che le ispirasse la vecchia, che sarebbe un dir troppo, ma perchè forse non si sentiva amata svisceratamente da lei, o forse perchè al tempo delle sue nozze con Raimondo l'aveva indovinata contraria. Del resto, se nel suo cuore c'era un risentimento, od altro di simile, lo dissimulava bene, come sanno le donne assai meglio di noi, perchè più di noi ci sono spesso costrette.
— Sai? — diceva ella al marito. — Non posso reprimere un senso d'invidia, pensando che tu l'hai, la tua mamma, e che io non ho più la mia. —
Così ragionata, la cosa poteva anche passare agli occhi di Raimondo. Un po' strana, a dir vero, la sua dolce metà, e alle volte neppur tanto dolce; ma egli l'amava così. Raimondo si era dato senza risparmio, alla cieca, come tutti gli uomini di profondo sentire, che il raziocinio e l'altre doti dell'intelletto debbono mettere intieramente a servizio di gravi occupazioni, di assiduo lavoro mentale. Gli affari comandano; sono una ferrea disciplina, gli affari; gelosi, imperiosi, prepotenti, se ne avessero modo, in quella guisa che distruggono ogni germe di pensiero nell'anima, asciugherebbero ogni vena di affetto nel cuore dell'uomo. E con molti, non c'è che dire, ne vengono a capo; comprimono, schiacciano, disseccano, trasformano, come accade nella trasmutazione [pg!11] di tanti tessuti organici, vegetali ed animali, in pietra o in metallo. Così il bel fiore dell'ideale, educato da una provvida bontà nel cuore più ruvido, si metallizza ancor esso, prendendo magari, per una certa affinità elettiva, la forma di una moneta da cento lire, nuova di zecca e fiammante. Fior di conio, dicono i numismatici; che bisogno c'è egli d'un fior d'ideale? Ma non tutti la pensano così, non tutti sentono a quel modo. E quando in certi cuori il bel fiore è ben vivo e tenace, le cure dell'assiduo lavoro, le prepotenti ragioni del tornaconto, possono comprimere fin che vogliono; sarà vana fatica, non varranno mai a schiacciarlo, non a disseccarlo, non a trasformarlo, non a farvelo diventare di metallo o di pietra; che anzi, imprigionato più strettamente, si fortificherà contro le dure invasioni, e per qualche spiraglio vi tramanderà gli effluvii più intensi. Raimondo Zuliani nel profondo dell'animo era fatto così; banchiere poeta; poeta senza far versi; poeta nella delicatezza e nella vivacità di un'indole tanto più forte ne' suoi scatti improvvisi, quanto più era ordinariamente compressa dalla necessità e dalla consuetudine; poeta nel culto dell'amicizia, poeta nella adorazione per la sua Livia, di cui era innamorato come il giorno che l'aveva conquistata, fra tante difficoltà, fra tanti contrasti, e non senza strappi dolorosi al suo cuore di figlio.
Delle sue nozze niun frutto era anche venuto; cagione d'intima pena per lui, specie se pensava alla mamma, che un amor di bambino avrebbe attirata più spesso e trattenuta più lungamente a Venezia, come quegli altri due la trattenevano, e troppo volentieri, a Belluno. Ma [pg!12] bisognava striderci. La sua Livia, del resto, non si dava pensiero di queste malinconie.
— Infine, — gli diceva, — che te ne fai, se mi ami? Se tu avessi quell'amor di bambino, come ti piace di chiamarlo, non dovresti spartire i tuoi sentimenti fra due? Un altro essere, ultimo venuto, comanderebbe in casa, tua. In quella vece, che cosa avviene? Tu non hai altro che me; mi amerai meglio. —
Questo era un argomento perentorio, davanti al quale bisognava deporre le armi ed arrendersi a discrezione.
— Sì, sì, hai ragione tu; — gridava egli tutto racconsolato. — Ma vedi? bisognerà dirmene spesso, di queste dolci parole. —
Nel fatto, la signora Livia non sentiva nessuna tenerezza pei bambini, e l'esserne senza poteva anzi parerle una benedizione del cielo. Pensava ella pure che con simili impicci al fianco, gioventù e bellezza ad un tempo si sciupano? Certe cose si sentono, anche confusamente, nell'anima, senza bisogno di pensarci su; e voi le potreste leggere espresse a chiare note di serenità e di contentezza sulla fronte di parecchie donne, se non a dirittura di molte. Strano, non è vero! Si è tanto detto e creduto che Dio abbia spirato in ogni donna il senso della maternità, quel senso arcano e ineffabile che in tutte si rivela, fin dagli anni più teneri, nell'amor della bambola! E questo pensava alle volte anche Raimondo Zuliani; ma oramai senza fermarcisi troppo.
— Oh, finalmente! — diceva egli tra sè, — che cos'è questa maternità? Un istinto. E che cos'è un istinto? Un moto interno, naturale, involontario, irresistibile; [pg!13] impulso oscuro, adunque, una forza cieca, che ci accomuna, nell'adempimento di certe funzioni, ad ogni specie di animali. È della natura umana, o dovrebb'essere, il ribellarsi a questa forza cieca, per seguir la ragione. È chiaro poi, che se avessi figliuoli, io dimezzerei l'amor mio. Livia dice benissimo; lasciamo dunque l'istinto alle bestie. —
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II.
Pentiti, don Giovanni!
San Silvestro era venuto, ma solo soletto, portando sul Canal Grande, nell'antico palazzo abitato dai signori Zuliani, una lettera di Belluno. La signora Livia ci aveva azzeccato; lettera o telegramma che fosse, la mamma, come si soleva chiamare in famiglia la vecchia signora Adriana, avrebbe scritto di non potersi muovere. Ragione, o pretesto? Pareva una ragione, poichè la lettera parlava di un nipotino che era a letto colla rosolia; pareva un pretesto, poichè la lettera soggiungeva non trattarsi di cosa grave, bensì di una forma benigna, assai benigna, di quella inevitabile malattia da bambini. Ma infine, pretesto o ragione che fosse, il piccino voleva sempre la nonna al suo capezzale, e non c'era modo di spiccarsene. Raimondo lesse, e sospirò, com'era il suo fare; ma non aggiunse parola.
Così, anche su d'un altro punto, aveva ragione sua moglie; avevano corso il rischio di essere in tredici per la cena del capo d'anno. Bisognava ad ogni costo mettere il sequestro, sulla persona del signor Brizzi; e il [pg!15] sequestro fu messo quella mattina, appena Raimondo ebbe fatto ritorno al suo banco.
Il signor Brizzi era il segretario del banco Zuliani, il braccio destro di Raimondo, quello che faceva andare la macchina, e diciamo pure la zecca, poichè era una macchina da far quattrini. L'onestà certamente è la base d'ogni commercio; e quantunque molti ne facciano senza, non bisognerà credere che sia utile imitarli, perchè allora si fabbrica sulla rena, e le case generalmente non durano. All'onestà, per cui la casa Zuliani era omai proverbiale, il signor Antonio Brizzi, grande scritturale nel cospetto del Signore, aggiungeva una diligenza scrupolosa, una prontezza mirabile, una esattezza esemplare, per cui la macchina bancaria andava come un orologio: s'intende, come un orologio che va, e che va bene; due cose che non sono di tutti gli orologi.
Compiamo il ritratto morale del signor Antonio Brizzi, soggiungendo ch'egli era un vecchio scapolo. Ad ammogliarsi prima gli era mancato il tempo; e di ammogliarsi poi non era più tempo. E non se ne doleva; che anzi! Era uomo di gusti semplici, che la compagnia d'una donna avrebbe sempre un po' contrariati; si contentava di poco, non ispendendo la metà di quel che guadagnava, tanto che gli amici lo accusavano di essere omai diventato milionario, o giù di lì. “Soprattutto giù di lì„, rispondeva egli ridendo; “tanto giù, che più sotto c'è il Canale„. Unico suo spasso e suo unico sfoggio era il fare un po' lunga la fermata serale al Cappello Nero, dove faceva i suoi pasti, in compagnia di quattro o cinque amici, stagionati e senza famiglia come lui, coi quali si [pg!16] cambiavano due chiacchiere sul più e sul meno, framezzandole con qualche sorso di Murano, o di Valpolicella.
Non si stava già sulle cerimonie, con loro. Le cerimonie lo seccavano a morte, e per questo non si ritrovava bene in casa del suo principale, in quei ricevimenti sempre un pochettino solenni, o che a lui parevano tali; dove bisognava star sulla vita, fare il bocchino, gesticolar poco o nulla, e parlare in punta di forchetta, fra giovinotti inamidati, vecchi incerettati e signore infarinate. I giovinotti inamidati lo mettevano in soggezione, i vecchi incerettati gli facevano rabbia, le signore infarinate gl'incutevano un religioso terrore. Si trattava poi di una soltanto; chè la signora Livia, salvo in circostanze singolari, e veramente costretta dal suo ufficio di padrona di casa, non ne sopportava di più. Ma quella c'era sempre, buon Dio, come obbligata in chiave, e gli pareva una stonatura. Povera contessa Galier di San Polo, così amena, così facilona, e la prima a ridere delle sue infarinature ostinate! Ma il signor Brizzi era fatto così; si ritrovava male con le dame. C'era quella sola? Pagava per tutte.
Conoscendo l'umore del suo segretario, Raimondo Zuliani aveva dovuto attaccarlo col solito preambolo.
— So che vi dò noia, mio caro Brizzi; ma voi mi scuserete, perchè non posso fare altrimenti. Mia moglie conta su voi, questa sera; ed io, poi, anche conoscendo le vostre inclinazioni, debbo contarci come lei. Alla cena del buon augurio non potete, non dovete mancar voi, che siete il mio amico migliore. E poi, che volete? Si resterebbe in tredici, senza di voi; è dunque necessaria la vostra presenza.
[pg!17] — Allora al fuoco, e senza risparmio, come a Malghera; — disse ridendo il signor Brizzi.
Ridendo, sì, ma a denti stretti, e perciò non di gusto, come faceva al Cappello Nero. Li aperse bene, quella sera sul tardi, per maledire la falda e tutto il resto dell'abbigliamento cerimoniale, che aveva dovuto cavar dall'armadio. E nondimeno, quando ebbe finito di vestirsi, non era più tanto feroce. Uscito dal suo quartierino in vicinanza dei Frari, venuto alla riva e sceso in gondola, dopo aver gittata al gondoliere la frase “al palazzo Orseolo„, le sue invettive cominciarono a condirsi di qualche amenità; segno che quell'ottimo signor Brizzi si veniva bel bello rassegnando al suo fato.
— Ebbene, vecchia mia, — diceva egli, abbottonando su quella povera falda i due petti del suo palandrano, — sei contenta d'essere uscita dall'armadio, ove meritavi di restare fino alla mattina del giudizio universale? Con tante grinze, farai la tua bella figura! E tu, piastrone di tela batista, lustro e sodo come un piatto di porcellana, le vorrai bere, le tue goccioline di caffè e di liquori, non è vero? Strano! — soggiunse il signor Brizzi, accomodandosi meglio che poteva sui neri cuscini del felze. — Ci sono quei cari giovinotti, che non si macchiano mai. Forse per questo portano i baffi tirati all'insù, che paiono tanti gatti arrabbiati. E noi.... e noi, poveri vecchi, li portiamo voltati all'ingiù, come tanti Cinesi. Ecco il guaio! —
Il signor Brizzi, come abbiamo sentito da lui, era stato tra i difensori di Malghera. Fedele ai ricordi del patrio risorgimento, portava baffi e pizzo all'italiana.
[pg!18] A piè della gradinata del palazzo Orseolo approdava un'altra gondola, donde smontarono dopo il signor Brizzi altri due invitati di casa Zuliani. Tutti e tre, scambiata una stretta di mano, salirono, giungendo proprio gli ultimi all'appello. Nel gran salotto della signora Livia era già adunata, disposta in crocchi, secondo il caso o le affinità elettive, una fiorita compagnia; “le donne, i cavalier, l'armi....„; sì, anche l'armi, rappresentate da Federico Cantelli, nella sua severa uniforme di sottotenente di marina. Quanto agli “amori„ potevano essi mancare? Dove son donne e cavalieri, è più facile azzeccar gli amori che l'armi.
— Così tardi? — chiese amabilmente la signora Livia, stendendo la sua bella mano al signor Brizzi.
— Padrona, — rispose l'ameno segretario, inchinandosi, — abbia la bontà di scusare un povero villano, che non ha voluto venire con le mani vuote. Come vede, ho portato questi due forestieri. —
E contento della sua barzelletta, si trasse da un lato, per lasciar passare alla cerimonia dello shake-hand il cavalier Lunardi e il maestro di musica.
Raimondo respirò per sua moglie. Coi tre ultimi arrivati si era quattordici in punto. Ma non respirò il signor Brizzi, trovandosi là in mezzo a tante persone elegantissime, specie davanti a signore, con le quali non poteva già bastargli una frase in burletta, come quella che aveva finito di dire alla padrona di casa, e sua. Conosceva le signore Cantelli; era anzi stato una volta all'albergo per ossequiarle e mettersi ai loro ordini, quando erano arrivate a Venezia: ma si sentiva impacciato [pg!19] con esse, particolarmente colla signora Eleonora, sempre così contegnosa e così avara di parole. Benedetta la contessa Galier di San Polo, che poteva essere infarinata più del convenevole, se non del necessario, ma infine, viva la faccia sua tinta e ritinta, parlava sempre lei, e non c'era altra noia che di starla a sentire. Noia, poi! Si dice così per dire. La contessa era amenissima; colla sua parlantina avrebbe messo di buon umore un convento di trappisti.
Più impacciato del nostro ottimo Brizzi appariva il signor conte Filippo Aldini. Che la presenza delle signore Cantelli mettesse in soggezione anche lui? Non era da credere. Filippo Aldini era un elegante inappuntabile, un giovinotto alla moda, rotto alla vita dei salotti; sebbene non frequentasse più molte case, come prima faceva assai volentieri, restava sempre quello di prima, nella bella padronanza di sè, dei suoi atti e delle sue parole, disinvolto e misurato ad un tempo, sobrio nel gesto, parco nella celia, ma pronto a scoccarla con aria tranquilla, che non pareva affar suo, come se avesse detta la cosa più semplice e più naturale del mondo. Non si confondeva mai; confondeva gli altri, piuttosto.
Perchè dunque appariva allora tanto diverso? Che fosse ammalato? Raimondo Zuliani, senza far tante indagini, notando solamente la novità della cosa, ebbe compassione di lui; e venutogli accanto, lo aveva tratto bel bello verso le signore Cantelli, a cui l'amico non si era ancora fatto vivo altrimenti, che con un rispettosissimo inchino.
[pg!20] — Posso io presentare il mio amico Aldini? — aveva detto Raimondo, facendo bocca da ridere.
— Ella sa bene, signor Zuliani, di averci già fatto questo regalo; — rispose la signora Eleonora con gran degnazione, e, cosa più insolita, abbozzando perfino un sorriso. — È vero nondimeno che incontriamo il signor Aldini piuttosto raramente.
— Lo incontrano! — esclamò Raimondo. — Non è egli dunque tornato a riverirle? Davvero davvero, non riconosco più il mio Filippo, il re dei cavalieri. —
Filippo Aldini sorrideva a stento, sudando freddo, e balbettando qualche frase scucita. La nessuna importanza sua.... il timore di essere importuno.... E frattanto si guardava attorno, come se cercasse soccorso. Da chi, povero Aldini, da chi? Ah, bene aveva pensato quel giorno di darsi ammalato! Sentiva allora che l'idea era buona. Peccato che gli fosse parsa ridicola, tanto che non ci si era fermato su, e non aveva scritto quel bigliettino di scusa a Raimondo, magari mettendosi a letto, per non esser colto in flagranti di bugia, dal più caldo, dal più prepotente degli amici! Si pentiva allora, si pentiva amaramente di non aver colta a volo l'idea, balenata nella mattina al suo spirito, come unica e vera àncora di salvezza che gli porgeva un buon genio.
Bisognava dunque discorrere; e Filippo Aldini si adattò a mettere qualche frase meno scucita di costa a quelle del suo amico Zuliani. Ma appena Raimondo non fu più là in sostegno, lasciò languire la conversazione, e ringraziò nel profondo dell'animo il cavaliere Lunardi, che si avanzava a riverire la signora Eleonora. Nè solamente [pg!21] lo ringraziò, ma subito ne prese occasione a ritirarsi in buon ordine, per andare a discorrere colla signora Galier. Là solamente si sentiva al sicuro.
La conversazione si era venuta animando. Ma qualche timido accordo al pianoforte ottenne il suo effetto. “Cascano i filinguelli al paretaio„, ha detto il poeta; tutti s'accostano al cembalo. C'è chi domanda una romanza dello Schubert, chi uno scherzo del Grieg, chi un minuetto del Boccherini. Il maestro di musica ha tutta questa roba sulla punta delle dita. Ma soprattutto c'è chi vuol sentire il re degli istrumenti musicali, la voce umana, specie se è voce di soprano, o di mezzo soprano. Del resto, in un salotto, son tutte voci di soprano sfogato. La padrona di casa non canta più, almeno così ella dice; e si capisce che dica così, per far figurare qualche graziosa invitata. Si pregherà dunque la signorina Cantelli. E la cara Margherita non si fece pregar molto. Pensava giustamente, la bellissima fanciulla, che tanto e tanto avrebbe dovuto dire di sì; il meglio era dunque di dirlo subito. Aveva una voce stupenda; cantò con metodo eccellente e con raro sentimento l'Ideale del Tosti, domandato dal cavalier Lunardi, il grande romantico della compagnia. La signora Livia si era appressata al cembalo per sentir meglio. Fu amabilissima; applaudì con ardore, e fece perfino un miracolo, simulando l'atto di abbracciare la gentil cantatrice.
— Tutto bene! — disse mentalmente Raimondo, stropicciandosi le mani in un angolo del salotto. — Così la mamma fosse venuta, che non avrei più nulla a desiderare! —
[pg!22] Ma non si può aver tutto, in questo povero mondo. E non potè aver tutto il cavaliere Lunardi, che dopo l'Ideale del Tosti, chiedeva già per grazia l'Amore, Amor del Tirindelli. Un uscio si era aperto, una portiera di broccato si era sollevata, ed appariva nel vano il colossale Giovanni in vistosa livrea, coi guanti bianchi come la neve; piacevole apparizione di granatiere rubizzo, che proferì poche parole, ma buone: “La signora è servita„.
La signora, la padrona di casa, doveva far l'obbligo suo. Fatto un cenno al marito, che offriva subito il braccio alla signora Cantelli, prendeva il braccio del signor Telemaco; un pezzo grosso della finanza, che siamo dolenti di non aver meglio specificato, ed ora, per far le cose a dovere, sarebbe un po' tardi. Poi volgendosi verso Filippo Aldini, gli disse a mezza voce:
— Signor Aldini, offra il braccio alla contessa Galier. —
L'Aldini s'inchinò col suo fare misurato, ed obbedì prontamente.
— Ah, che bel cavaliere! Ringiovanisco; — gridò quella graziosa matta della contessa, che non voleva esprimere a mezza voce il suo gradimento.
La signora Livia sorrise; poi si rivolse al Lunardi.
— Cavaliere, — gli disse, — offra il braccio alla signorina Cantelli. — E con un leggero ammiccar degli occhi ebbe l'aria di soggiungere: — È contento di me?
— A questo modo, — esclamò il cavaliere Lunardi, per fare il paio colla vecchia contessa, — ringiovanisco ancor io. —
[pg!23] La signora Livia fece un bel gesto d'invito a tutti gli altri, perchè volessero seguire la marcia come credessero meglio. Si era tutti amici vecchi di casa, perciò in gran confidenza; ed alcuni fecero l'atto, non ammesso dai manuali dell'etichetta, di offrirsi il braccio tra uomini. Il signor Brizzi, ad esempio, ci passò per signora, un po' stagionata a dir vero, accettando il braccio che gli offriva il Gregoretti, bel tipo di mattacchione, e alle sue ore anche poeta.
Si traversò un secondo salotto che già conosciamo, e si mosse di là verso la sala da pranzo, il cui uscio spalancato lasciava vedere tutto uno sfolgorìo di lampade di bronzo dorato e di candelabri antichi, tra i cui viticci venivano ad innestarsi, come frutti luminosi, le pere cristalline della luce elettrica. Al soffitto di legno, partito a cassettoni e rosoni, anch'essi dorati, si armonizzavano le credenze e le cristalliere di legno nero, intagliato a fogliami, a fiorami, a rabeschi, a mascheroni, a putti, a draghi, ad uccelli fantastici. Falso Cinquecento, sicuramente; ma anche falso sta bene, dà un nobile carattere alle case, parendo invecchiare con esse le famiglie troppo moderne, che si sono felicemente arrampicate a metterci il nido.
La tavola era uno splendore di cristallame, d'argenteria, di porcellana e di fiori. In vece del solito chemin de table, che è graziosissimo e può essere sommamente caro come lavoro di mani gentili, ma che è pure economico la parte sua, potendo andare in bucato, attraversava la tovaglia in linea diagonale un nastro enorme, artisticamente pieghettato e rigirato a onde, a staffe, a nodi, [pg!24] allacciando qua e là mazzi di rose fresche, di orchidee, di miosotidi, ed altre fioriture contro stagione. Quella era la novità ultimissima del buon gusto; così andava fatto, fosse pur condannato ad essere disfatto la mattina seguente. Buon lusso costoso delle cose destinate a perire! Ma la nave degli Zuliani aveva il vento in poppa, e dispiegava liberamente tutta la sua velatura.
Contegnosi da principio e parchi di parole, i nostri commensali si animarono gradatamente, al saltar dei turaccioli, all'acciottolìo dei piatti, al cozzar dei bicchieri. Il chiacchiericcio si diffuse da un capo all'altro della tavola: si stava bene, si andava anzi di bene in meglio; si aprivano i cuori, si snodavano le lingue. Il cavaliere Lunardi fu garbatissimo colla signorina Margherita, che con un interlocutore sessagenario poteva essere più loquace, mostrando tesori di senno, di cultura e di grazia. Amenissima poi la contessa Galier, tra l'Aldini, che non si mostrava più tanto impacciato, e il signor Brizzi, collocato suo cavalier di sinistra. Così aveva disposto la padrona di casa, per compensarlo di quel sacrifizio, di quel tradimento dovuto fare al suo Cappello Nero.
Intanto questo appariva in casa Zuliani, questo era evidente, tra tanti fumi del vin del Reno, di Borgogna, di Xères, di Caluso e d'altri siti; che i vecchi erano più animati, più allegri, perfino più arguti dei giovani. Nessuna maraviglia; forse è perchè i vecchi hanno meno tempo davanti a sè, in paragone dei giovani, e fanno profitto di quel poco che avanza. Quanto a dedurne che sia per maggiore esperienza della vita, non ne credete niente; e vecchi e giovani son tutti ragazzi ad un modo.
[pg!25] In mezzo al chiacchiericcio generale, che già pareva un principio della confusione delle lingue, che è che non è, salta un turacciolo con formidabile scoppio; ne salta un altro, ne saltan parecchi; il vino di Sciampagna gorgoglia, ribolle, sfavilla, spumeggia nei calici di mussolina fusa in cristallo, o di cristallo fuso in mussolina, come vi piacerà. Era quello il momento solenne dei brindisi. E si capì allora perchè il Gregoretti, quel grazioso mattacchione, non avesse dato alla conversazione tutto ciò che avrebbe potuto e dovuto. Il disgraziato aveva un brindisi in corpo, e in versi, per giunta, in versi veneziani, scoppiettanti, sfavillanti come il vin di Sciampagna, che gli stava dinanzi, e di cui aveva sorseggiata la prima spuma quasi per prenderne ispirazione.
Si era fatto silenzio, vedendo nell'atteggiamento e nel gesto del personaggio la promessa del brindisi. E il Gregoretti incominciò, celebrando in graziose strofe i meriti straordinarii dell'anno allora allora finito. Il che era contro l'usanza, per verità; ma si sapeva bene che il Gregoretti non faceva mai niente a modo degli altri. A suo giudizio, l'anno andato meritava ogni lode, non avendo recato nessun dispiacere a lui, nè agli amici suoi; e questo era molto, anzi poco mancava che non fosse tutto. Sì, buon Dio, si poteva anche ammettere che non fosse stato nè carne nè pesce. Ma il suo successore, il neonato, non si sapeva ancora che diavolo sarebbe riuscito.
E il vecchio, poi, era anche finito bene: ci pensassero un pochino, i signori commensali; era finito stupendamente per tutta una gentile brigata, sotto l'incanto della [pg!26] bellezza accompagnata alla grazia. Occhi soavi, amabil sorriso.... E più avrebbe detto il poeta, perchè c'erano da enumerare i pregi a centinaia. Ma siccome il ritratto sarebbe stato poi sempre inferiore all'originale, egli prendeva consiglio da quei pittori da dozzina, che dopo aver disegnata e colorita con tutta l'arte che possiedono la figura del committente, gli pongono in mano una lettera, colla soprascritta bene in vista, per istruzione del pubblico. Il nome, di quella bellezza, di quella grazia incantevole, doveva egli proferirlo? Non era già pronto a scoccare, sulle labbra di tutti? Animo, via, lo dicessero pur tutti con lui, senza timore di guastargli la chiusa, lo dicessero tutti a gara, quel nome grazioso, “quel nome caro ai Veneziani„ della signora.... E qui una sospensione, che permetteva a tutti di prorompere in coro: “Livia Zuliani„.
La signora Livia Zuliani, udendo quella enumerazione di pregi femminili, e indovinando che col suo nome sarebbe andata a finire, si era fatta via via d'un bel colore vermiglio; a suo vantaggio, senza dubbio, perchè prima d'allora, diciamolo pure, con tutta la sua risoluzione di fare a mala sorte buon viso, era stata un po' verde.
Tra gli applausi e gli evviva dei suoi convitati, la bella nervosa, atteggiate le labbra al sorriso, levò il suo calice, accostandolo cortesemente a quello del suo poeta. Ed anche, sorridendo sempre e ringraziando, dovette ripetere la cerimonia con tutti.
Raimondo era in estasi: vedeva tutto vermiglio, come il volto della sua Livia. Ma non poteva star sempre lì, [pg!27] in contemplazione della propria felicità; da buon padrone di casa, doveva darsi moto, tener desto il fuoco della allegrezza ne' suoi convitati.
— L'anno vecchio ha ottenuto il suo elogio; — disse egli; — chi farà l'elogio del nuovo?
— Tu; — gli rispose il Gregoretti.
— Io? Non son poeta; e dovrei tesserlo in prosa.
— In prosa, da bravo; purchè sia prosa robusta.
— Se non sarà, non vorrete mica accopparmi; — conchiuse Raimondo, che già sentiva venir l'estro ad una seconda versata che i servi facevano in giro.
Levò allora il suo calice, e così prese a parlare, con intenzione d'esser solenne:
— Signore e signori, onde questa casa è onorata, auguro a tutti voi che il nuovo anno sia lieto, come furono a me i sette che lo hanno preceduto. Esaudisca egli il voto che gli esprimo.... — soggiunse l'oratore, ispirandosi d'un subitaneo pensiero, e versando sulla tovaglia un mezzo dito del suo vino, — .... il voto che gli esprimo libando a lui, come un sacerdote antico, con questo roseo dorato liquore.
— Bene osservato; il roseo dorato è una particolarità della vedova Clicquot; — disse il Gregoretti, guardando contro la luce il suo calice.
— La vedova, — rispose Raimondo Zuliani, cogliendo quella volta l'ispirazione dalle parole dell'amico, — la vedova è stata moglie; parliamo dunque del matrimonio. Non senza ragione vi accennavo i miei sette anni felici. A voi, scapoli impenitenti! aiutate con buone risoluzioni l'adempimento del voto che io ho formato poc'anzi, e il [pg!28] nuovo anno vi colmerà delle sue benedizioni. Chi vorrà dare l'esempio? Voi, amico Brizzi, non è vero?
— Me ne guardi il cielo! — gridò il signor Brizzi, facendo un gesto d'orrore.
— E perchè? — domandò Raimondo. — Vi conosco e vi stimo da gran tempo, mio caro, e so che non fate e non dite mai cosa su cui non abbiate pensato due volte. —
Il signor Brizzi si avvide di non aver pensato neanche una a ciò che gli era uscito allora di bocca. Era stato un grido dell'anima; e bisognava attenuarlo con qualche spiegazione.
— Perchè? — rispose. — È presto detto, il perchè. Renderei infelice la donna che avesse la cattiva ispirazione di accettar la mia mano. Son vecchio, sapete? son vecchio.
— Ma che? — entrò a dire la contessa Galier, che non voleva sentir parlare di malinconie. — Vecchio è chi muore.
— Signora contessa, la prego di credere che ho passati i cinquanta. Il matrimonio non è più fatto per me, salvo il caso di voler saldare insieme due cocci scompagnati. Con che gusto, poi? con che utile per la società? Pensiamo alla società, miei signori; è anche di moda. E concludiamo; il matrimonio è fatto pei giovani. —
Raimondo avrebbe volentieri abbracciato il suo segretario. Senza volerlo, senza pensarci neanche, quell'ottimo signor Brizzi gli dava la mano, tirandolo dov'egli intendeva per l'appunto avviarsi.
— E allora rivolgiamoci ai giovani; — ripigliò. — Auguriamo per esempio al conte Aldini la felicità ch'egli [pg!29] merita. Sei al momento buono, mio caro Filippo. È perchè i voti del capo d'anno sono privilegiati su tutti, io ti auguro con maggior fede una sposa degna di amore e di stima.... perchè non lo direi? come la mia.
— Raimondo! — esclamò la signora Livia. — Mi farete arrossire. —
E più avrebbe detto, tanto era seccata. Ma le bisognava rattenersi, star lei in riga, se non sapeva starci il suo signore e padrone. Ah, quella benedetta varietà di vini dei pranzi e delle cene solenni! Manda i fumi alla testa, snoda le lingue, fa dir sciocchezze agli uomini serii, troppe sciocchezze; e con una insistenza, poi, con una insistenza degna di miglior causa.
A farlo a posta, il suo signore e padrone insisteva.
— Ebbene, sì, che c'è egli di male? Viva la sincerità. Son tutti amici, qui, d'antica data, e strettissimi; gradiranno ch'io parli come penso. Sarebbe ipocrisia in me il tacer loro che sono felice. Credi a me, dolce amico; — soggiunse, volgendosi all'Aldini; — segui l'esempio di chi ti vuol bene. Io bevo intanto alla tua fidanzata. —
Filippo era sulle spine; e doveva mostrarsi tranquillo, accogliendo lietamente gli augurii dell'amico Raimondo.
— Senza conoscerla! — esclamò egli, tanto per dire qualche cosa.
— Eh, pensiamo se tu, almeno tu, non te ne sarai formato un'idea! — incalzò Raimondo. — Nella mente d'un giovinotto, o nel cuore, la futura compagna della vita c'è sempre, immagine vaga, da principio, ma che a [pg!30] poco a poco va prendendo i precisi contorni di una giovine e conosciuta bellezza. Dico bene?
— Ottimamente! — gridò il Gregoretti. — Dopo la prosa robusta, ci dai la prosa elegante, la prosa poetica.
— L'argomento ne franca la spesa; — rispose Raimondo, i cui occhi andavano come per incanto verso la signorina Margherita.
La fanciulla teneva i suoi molto bassi, avendo l'aria di voler aggiustare una piega della sua sopravveste. Ma intanto si era fatta un po' rossa, dal sommo della fronte fino alla radice del collo. E stava bene così, era più bella che mai, mettendo in mostra il volume dei capelli neri, ondati e lucenti, che sull'incarnato del viso luccicavano due volte tanto, con mobili riflessi turchini. Bella e divina creatura! Un poema, l'aveva dichiarata il Gregoretti, quella medesima sera, vedendola per la prima volta nel salotto della signora Zuliani. Perchè poi un poema? Ci sono tanti poemi brutti! e tanti altri mediocri!
Ma il paragone, antico oramai, doveva essere stato fabbricato nel tempo che di poemi, in Italia, si conoscevano soltanto i divini, quei tre che tutti sappiamo; dopo i quali, chiudi e sigilla, che il conto è fatto.
— Dunque, — ripigliò il Gregoretti, tenendo bordone a Raimondo, — vogliamo bere alla futura sposa del nostro Aldini? Egli è qui l'unico scapolo in età da pentirsi. Péntiti, don Giovanni! —
Eh, don Giovanni nel profondo del suo cuore non avrebbe chiesto niente di meglio. Ma lì per lì sentiva corrersi un brivido per l'ossa.
[pg!31] — Anche tu? — diss'egli volgendosi al Gregoretti, con aria tra confusa e seccata.
— Anch'io, sicuro, e tutti quanti siam qui, a volerti bene. Péntiti, don Giovanni! —
Filippo Aldini guardò intorno a sè, con occhi smarriti, come d'uomo in punto d'affogare. Tutti, col calice in mano, gli ripetevano la medesima frase. “Péntiti!„ diceva il Ruggeri; “péntiti!„ il signor Telemaco, che in verità non diceva nulla, ma consentiva col gesto, e nel gaio concerto delle voci pareva aggiungere la sua. Ma era dunque una congiura? un colpo premeditato?
— Lo senti? Te lo dicono tutti in coro; — gridò Raimondo Zuliani, ridendo a più non posso. — Péntiti, don Giovanni! —
E si rivolgeva, ciò detto, alla sua Livia, come per invocarne l'aiuto.
— Ma sì, — aggiunse allora la signora Zuliani, con la sua vocina sottile, e accompagnandone il suono con un moto grazioso della sua testina bionda, — perchè non si pentirebbe, don Giovanni? —
Filippo Aldini era fuori di sè dalla stizza. Ma egli sentì che a durarla ancora un tratto, sarebbe diventato ridicolo, con quella cera da funerale, in mezzo a tanta allegria che pareva volersi rovesciar tutta su lui. A farlo a posta, anche la padrona di casa si metteva dalla parte dei canzonatori.
Accettò dunque l'invito, come se fosse stato un comando; levò il suo calice, lo vuotò fino all'ultimo sorso, e rispose con accento risoluto:
— Sia, poichè tutti lo vogliono; mi pentirò. —
[pg!32] Ebbe naturalmente un applauso da tutti; e dopo l'applauso un premio speciale dal Gregoretti.
— Così va bene; — disse il poeta mattacchione. — Fin da domani metto la Musa in molle, e ti preparo l'epitaffio. —
Voleva dire l'epitalamio. Ma già la lingua incominciava a tradirlo.
[pg!33]
III.
Per l'amico del cuore.
Quella notte, anzi meglio, quella mattina, la signora Cantelli avrebbe voluto ritirarsi intorno alle due. Veramente, le rincresceva di dare il mal esempio; ma il suo Federigo doveva essere di buon mattino al suo posto, e bisognava concedergli almeno quattr'ore di sonno. Il signor Zuliani aggiustò le cose per bene, proponendo che Federigo andasse via solo, mentre per le signore, con tanti cavalieri presenti, non sarebbe mancato chi le accompagnasse al Danieli. In questo modo si guadagnò un'altr'ora allegra, illuminata dalla grazia, dal sorriso incantevole della signorina Margherita. Raimondo Zuliani era tutto raggiante di contentezza, ameno, festevole, attento ad ogni cosa che potesse occorrere per la felicità dei suoi ospiti; e ciò senza bisogno di scomodare sua moglie, che doveva lasciarlo fare, standosene regalmente seduta in trono, ossia, per chiamar le cose col loro nome, nell'angolo sinistro di un soffice canapè foderato di raso, accanto alla signora Eleonora.
[pg!34] Ma c'è un fine anche alle veglie notturne; e quando le signore Cantelli accennarono a prender commiato, Raimondo fu pronto a dar loro per cavaliere il conte Aldini. Mentre tutti incominciavano a mettersi in moto, la signora Livia ebbe agio di tirare il marito in disparte.
— Che idea è la tua? — gli bisbigliò. — Non doveva il signor Aldini accompagnare la Galier? tanto più che sono così vicini di casa?
— Capisco; — rispose Raimondo. — Ma la contessa ci ha il nipote, e quello può bastare. Credi tu che possa venire in mente a qualcheduno di rapirtela? Quanto alle signore Cantelli, potrebbe servire il cavaliere Lunardi? O il signor Telemaco? Mi paiono tutti e due morti dal sonno. Il Ruggeri è un po' sventato; e poi, ha veduto le signore per la prima volta stanotte. Il Gregoretti è un po' più allegro del solito. Ci ho pensato bene, mia cara; non c'è altri che Filippo. —
Del resto, era detta, e non si poteva tornare più indietro. “Voce dal sen fuggita. — Più rattener non vale„. Lo aveva sentenziato il Metastasio, in una di quelle sue ammirabili strofette per musica. Voleva la sua Livia sentir gli altri due versi? No, non ce n'era bisogno: li sapeva a mente, come l'avemmaria.
Per quella volta ancora comandava Raimondo, e l'Aldini accompagnò le signore Cantelli. Ci andò come la biscia all'incanto; ma ci andò, muovendosi in compagnia di Raimondo, che da qualche minuto non lasciava il suo braccio, quasi temendo che dovesse sfuggirgli. In questa guisa Oreste accompagnò il suo Pilade, fino al piè della gradinata, davanti alla gondola, dove ossequiò le signore [pg!35] Cantelli, ringraziandole del grande onore che gli avevano fatto.
La signora Eleonora mostrò di gradir molto la compagnia del conte Aldini. Margherita non mostrò nulla de' suoi sentimenti; ma certo era contenta. Come la gondola approdò alla Riva degli Schiavoni; la bellissima fanciulla accettò la mano che le tendeva Filippo per aiutarla a scendere; e Filippo sentì quella mano tremare un pochino nella sua. Una bella mano che trema, quante cose non dice?
Da quando si conoscevano? Da un mese, cioè dai primi giorni che le signore Cantelli erano capitate a Venezia. Viaggio e fermata lunga, tutto era stato per Federigo, che non poteva sperare una licenza per quella fin d'anno, dopo averne già ottenuto parecchie a brevi intervalli. Le mamme, per verità, ne vorrebbero una al mese, e si dolgono delle irragionevoli durezze della disciplina militare, che a sentirle loro non perderebbe nulla a essere più compiacente; ma è colpa loro, se han voluto i figliuoli ufficiali di terra o di mare. Ed anche a Venezia, così presso a Federigo, non potevano mica averlo sempre in compagnia: quel benedetto servizio aveva le sue esigenze quotidiane. Perciò altri doveva supplire alle assenze di Federigo, mettendosi a servizio delle signore Cantelli.
Naturalmente, c'era in prima riga Raimondo Zuliani, l'amico del banchiere Anselmo, e in continua relazione d'affari con lui. Ma anche Raimondo aveva le sue ore impegnate: poteva fare una visitina, ed anche a brevi intervalli, non già mettersi a loro disposizione per visitar [pg!36] chiese, palazzi e musei. Si sa, quando per una ragione o per l'altra si capita in una città ragguardevole, in una città storica, ricca di memorie, di capolavori, di meraviglie d'ogni genere, è obbligo di veder tutto, per mostrar poi alla gente di non aver viaggiato come bauli. L'arsenale lo avevano visto con Federigo, che era là come in casa sua, e ne faceva gli onori. San Marco, i Frari, la Salute e le altre chiese maggiori si potevano vedere via via nei giorni festivi, in occasione della messa. Ma il Palazzo dei Dogi, ma l'Accademia, il Museo Correr, i palazzi del Canal Grande, almeno i più singolari, i più celebrati, non si potevano visitare senza la compagnia di qualche amabile cicerone, che per l'appunto non fosse un cicerone di piazza.
Per questo ufficio il signor Brizzi, messo anche lui a disposizione delle signore, non parve a breve andare l'uomo più adatto; molto amabile, sicuramente, quantunque a modo suo, ma niente cicerone; ed egli, dopo tutto, era più utile al banco. O allora? Allora, quale occasione più favorevole dell'amico Aldini? Quello era proprio l'uomo, amabile che nulla più, cicerone perfetto, e padrone di tutto il suo tempo, non avendo niente da fare; condizione invidiabile, checchè si voglia argomentare in contrario.
E qui diciamo di lui tutto quello che occorre, per non averci a ritornare con cenni e notizie a spizzico, che paian venire di contrattempo, e intralcino ad ogni modo il racconto. Filippo Aldini era stato ufficiale di cavalleria, e in quella divisa era capitato quattro anni addietro alla guarnigione di Padova. Da Padova si è in [pg!37] un salto a Venezia, e di quei salti il tenente Aldini ne aveva già fatti parecchi. A Venezia, un bel giorno, che è che non è, prese la risoluzione di lasciare il servizio. Lo avevano forse attratto i cavalli di San Marco? Sia lecito immaginarlo, in mancanza di notizie più esatte. Quanto al servizio, lo poteva piantar lì senza scrupolo, non avendo egli presa la via delle armi coll'intenzione di percorrerla intiera. Era ricco, direte. No, non era ricco. Ricchissima era stata la sua famiglia, d'antico ceppo parmense; ricchissima sotto i cessati governi; ma in due o tre generazioni di oziosi aveva trovato il modo di andarsene a rotoli. Il mutuo e l'ipoteca, due invenzioni pestifere! Al conte Filippo Aldini, morto il padre e pagati i debiti della successione, restava appena una tenuta dell'alto Parmigiano, senza ipoteche, grazie al cielo, e che poteva rendere ancora un anno per l'altro le sue ottomila lire. Mettiamo tra restauri e miglioramenti un migliaio di lire: un altro migliaio all'agente, incaricato di riscuotere e di trasmettere; ne avanzavano ancora seimila. Solo com'era, modesto nelle abitudini, temperato nei desiderii, con seimila lire d'entrata poteva campare. Il vivere non era caro a Venezia; ed egli, poi, rinunziava necessariamente al cavallo. La sua esistenza trascorreva placida in apparenza, uniforme e cheta nei suoi andamenti, come una gondola sull'acque morte della Laguna. Giovine di bell'aspetto, intelligente, garbato, serio e discreto, piaceva alle donne, e non dava sui nervi agli uomini come tanti farfalloni vanagloriosi. Aveva le sue rimesse da Parma, pagabili presso il banco Zuliani, e da questa circostanza era nata la sua relazione con [pg!38] Raimondo, che aveva preso a volergli bene assai presto. L'amicizia è come l'amore; nasce come e quando le pare. Del resto, così serio e garbato com'era, l'Aldini non poteva non piacere a Raimondo, che se ne fece tosto un amico, e a breve andare un compagno inseparabile. Raimondo Zuliani aveva l'animo aperto e schietto; quando si dava, si dava intiero. Per contro, aveva l'amicizia invaditrice; l'amico era la cosa sua; se avesse potuto, ne avrebbe fatto il suo schiavo; per intanto lo considerava come il suo alunno, il suo pupillo, il suo fratello minore, a cui egli dovesse dar consiglio, indirizzo, protezione efficace.
Con questo suo modo d'intendere l'amicizia, non poteva certamente piacergli molto che l'amico suo, così ricco di belle doti, e così intelligente, non facesse nulla, non si occupasse utilmente di nulla. Filippo Aldini passava, sì, alle volte, qualche ora a dipingere, cieli e marine, casupole e barche di pescatori, su tavolette alte una spanna e larghe in proporzione; un grazioso talento, quello, per farsi merito con qualche famiglia di amici e di conoscenti, che gradisse il presente del bozzettino; ma ci voleva ben altro che quattro fregacci, tirati giù a punti di luna, per diventare un pittore, e metter l'arte a profitto. Leggeva, più spesso, leggeva anzi ogni giorno, riviste, trattati scientifici, romanzi e viaggi; ma a che gli serviva tutto ciò? Leggere le pubblicazioni più recenti, tenersi al fatto delle novità intellettuali, è una bellissima cosa, ma non può dirsi un lavoro; ci si nutre lo spirito, non ci si guadagna un soldo, e troppi se ne buttano via dal libraio. Raimondo [pg!39] Zuliani, che sapeva spendere, aveva anche imparato a guadagnare, e non ne perdeva mai l'uso.
Ma infine, egli faceva il banchiere, e i suoi cominciamenti erano stati modestissimi. Poteva forse applicare la sua regola al caso di Filippo Aldini? Anch'egli, finalmente, senza avvedersene, o senza scandalizzarsene troppo, cedeva all'autorità della massima volgare, che un nobile, barone o conte, marchese o duca che sia, non è tagliato pel lavoro fruttifero. Va bene che il lavoro nobilita; ma ciò significa che il lavoro è fatto per chi non è nobile ancora, potendo per contro levare la nobiltà, o per lo meno offuscarla, a chi già la possiede; ragionamento che va, o par che vada, a filo di logica, e non fa neanche una grinza.
Un'altra considerazione più seria aveva persuaso Raimondo, chetati i suoi dubbi, i suoi timori di fratello maggiore. Solo al mondo, e modesto nelle sue abitudini, con quelle seimila lire nette all'anno, l'amico suo poteva vivere e fare in società una discreta figura. Non giocasse; era il punto essenziale. Ma l'amico suo aveva in orrore le carte. Così il fratello maggiore uscì d'apprensione, e non pensò più alla utilità d'un proficuo lavoro; egli intanto mulinava altri disegni. Con quella gioventù, con quella bella presenza, con quel titolo, poi, con quel titolo, destinato ad avere il suo valore, specie se titolo autentico, non derivato dal motu proprio di chi ne fa pompa, non c'era caso che Filippo Aldini facesse un bel matrimonio, un matrimonio brillante? Il matrimonio brillante è quello in cui da una delle due parti entrano molti quattrini, a fortificare l'alleanza dei cuori. Raimondo [pg!40] Zuliani, che per sè non aveva preso un soldo di dote, ragionava così per una volta tanto, seguendo l'opinione dei più. Finalmente, si trattava della felicità di Filippo, del suo inseparabile amico, del suo fratello minore; senza contare poi questo, che, felice egli stesso nel matrimonio, avrebbe ammogliato l'universo mondo.
Ma dov'era la ricca erede da gittar nelle braccia del suo carissimo Aldini? Non la trovava lì per lì da nessuna parte, e molto meno a Venezia. Qualche grosso patrimonio esisteva ancora sulle Lagune, specie nel ceto patrizio, e le ragazze con una dote vistosa, o con vistose speranze, non ci mancavano davvero. Ma c'era un guaio, che alla perspicacia di Raimondo non doveva sfuggire. Si poteva egli credere che le famiglie patrizie, dai nomi illustri, risalenti alla “Serrata del Gran Consiglio„, sentissero il gusto di rinunziare alle alleanze tra loro, e il bisogno di accettare un “conte di terraferma„ con seimila lire d'entrata? Non di là, dunque, non di là, bisognava orientarsi, e molto saviamente Raimondo ne aveva smessa l'idea.
La sposa, per quel conte, doveva venir di lontano alla sua immaginazione sempre sveglia; e doveva venire dopo due anni d'attesa, due anni che infine gli erano serviti per conoscer meglio l'Aldini e per stimarlo di più; tanto in quei due anni l'amico suo aveva guadagnato ancora in serietà, rompendola asciuttamente con certe galanterie da vagheggino, e a grado a grado liberandosi da tanti perditempi del suo primo anno di vita veneziana. Ah, quella figliuola del suo collega di Milano; altro che dote patrizia! E dote e spillatico, e grandi [pg!41] speranze in vista; ci aveva da esser tutto senza risparmio. Il banchiere Anselmo era uomo da milioni; poteva guadagnarne ancora, sebbene avesse ristretta di molto la sua cerchia d'affari; ma appunto perchè l'aveva ristretta, non c'era da temere che ne perdesse. E infine, soltanto tra due figliuoli, Federigo e Margherita, andava spartito il suo patrimonio.
Ed era bella, Margherita, il che non doveva guastare; e dotata di un carattere d'oro, senza ombra di vanità, nè d'orgoglio per la bellezza sua, o per le ricchezze della sua casa. Se si fosse potuto combinare! E perchè no? Il banchiere Anselmo era venuto su quasi dal nulla; sua moglie del pari; e formavano una coppia virtuosa, a cui la ricchezza era stata una giusta ricompensa, ma non aveva offuscato il sentimento delle sue modeste origini. Se nutrivano ambizioni, queste potevano risguardare soltanto i loro figliuoli; e già se ne scorgeva un indizio nella carriera scelta da essi per Federigo. E per Margherita? Un titolo, senza dubbio, sarebbe andato benissimo, accompagnato a quel fiore di bellezza e di grazia. E il giovane che portava quel titolo, apparteneva ad una nobiltà di vecchia data; non era neanche un pezzente; non era un vizioso, ma un gentiluomo e un galantuomo a tutta prova. Come avrebbe detto di no il signor Anselmo, trovando un partito sotto ogni aspetto così conveniente? e soprattutto quando la signorina Margherita vedesse di buon occhio il conte Aldini? Ora, di questo il signor Raimondo non dubitava neanche. Gli dava noia piuttosto di non aver pensato prima a quella stupenda occasione, col rischio di lasciarsela sfuggire di [pg!42] mano. Ma a farlo a posta, non che sfuggirgli, l'occasione era venuta incontro al suo desiderio. Bisognava agguantarla pel ciuffo; e Raimondo era stato pronto ad allungare la mano.
Così, senza dir nulla ad alcuno, lasciando che ogni cosa andasse da sè, come l'acqua per la sua china, Raimondo aveva condotto all'albergo Danieli il conte Filippo Aldini, presentandolo come il suo migliore, anzi l'unico amico, quasi un altro sè stesso, alle signore Cantelli. Il giovinotto era stato ricevuto benissimo, con un fare alquanto impacciato, ma con evidente bontà, dalla signora Eleonora; con grazia semplice e schietta dalla signorina Margherita. Il discorso, naturalmente, era caduto sul gran numero di belle cose che c'erano da vedere a Venezia. E perchè la signora Eleonora aveva accennato ad una fermata piuttosto lunga, più che giustificata dal desiderio di trattenersi quanto più potesse col suo Federigo, il quale tra non molto doveva imbarcarsi per un viaggio assai lungo, il conte Aldini si prese amabilmente la briga di stendere a voce una specie di elenco, distribuito per settimane, delle gite che la signorina Margherita avrebbe potuto fare, osservando, senza troppo stancare la mamma, tutto ciò che offriva Venezia allo studio di una viaggiatrice tanto intelligente, e capace di gustare ogni cosa notevole nella storia, nell'arte, ed altresì nell'industria paesana. Questa, infatti, non andava trascurata, poichè l'industria era in Venezia una cosa tutta particolare, ed artistica al sommo.
E l'aveva tenuta a lungo sospesa alle sue enumerazioni, inframmezzate di giuste considerazioni, di sentenze [pg!43] argute o profonde, passando dall'industria antica alla moderna, che rinnovellava le bellezze dell'antica, ai musaici del Salviati, ai vetri filati di Murano, ai merletti policromi dello Jesurum. Raimondo, nell'atto di discorrere colla signora Eleonora, gongolava in cuor suo di sentire i due giovani chiacchierare con tanta animazione, come se già si conoscessero da un anno.
— Ed ora, — pensò egli, — il giovinotto farà la sua corte. Già, la paglia, messa accanto al fuoco, non può far che non bruci. —
In quella prima visita si era subito combinata una doppia gita insulare, a Murano ed al Lido; onde la necessità per Filippo Aldini di ritornare la mattina seguente al Danieli, per accompagnar le signore. Aveva fatto da cicerone artista a Murano, da cicerone paesista al Lido, trovando anche il tempo da far da cicerone erudito nell'isolotto di San Lazzaro, in quel celebre convento dei padri Mechitaristi e nella loro famosa biblioteca orientale. Due giorni dopo, faceva la sua terza visita, per condur le signore a vedere qualche palazzo sul Canal Grande; ma a questo giro storico ed artistico bisognava rinunziare, essendo la signora Eleonora leggermente infreddata e costretta perciò a star riguardata nella sua camera.
Filippo non ebbe dunque altro da fare che quattro ciarle di passata colla signorina Margherita. Voleva infatti congedarsi presto; ma non ne fece nulla, tanto la conversazione si era animata tra loro. Il discorso era caduto su Parma, dove Filippo era nato, e dove la signorina Margherita aveva passato alcuni giorni in quell'anno [pg!44] medesimo. Che bella città! Quante cose anche laggiù da ammirare! Margherita ricordava quel campanile alto alto, di fianco alla facciata del Duomo, quel campanile che si muoveva, oscillando visibilmente sulla sua base ad ogni rintocco della campana maggiore: poi quel battistero lì presso, così strano coi suoi fregi di marmo, tutti a rilievi di animali simbolici; e il ricco museo, coi bronzi di Velleia, e la biblioteca ricchissima, col Virgilio manoscritto, tutto di pugno del Petrarca, e la pinacoteca maravigliosa, coi capolavori del Correggio. Margherita possedeva un senso squisitissimo d'arte, tale da piacer sommamente a Filippo, che era mezzo pittore; e gli aveva notato, per esempio, nella Madonna detta di San Gerolamo, quella guancia della Maddalena, veduta in iscorcio, resa con tanta delicatezza di tocco, che nessuno, copiando, aveva potuto esprimere fedelmente, nè col pennello, nè col bulino, mai più. Finalmente, passando ad altro, gli aveva toccato della storia di Parma, della famiglia di lui, che vi era stata in grande onore nei secoli andati.
Ma come sapeva ella mai tante cose? La signorina Margherita appagò facilmente la curiosità di Filippo. Al babbo avevano proposta la compera di una tenuta sul territorio parmense, verso Montechiarugolo; ed egli, per andarla a vedere e risolversi, aveva condotta con sè la figliuola. Così ella aveva veduto, osservato, studiato tante cose; così del resto ella faceva, dovunque il babbo o la mamma la conducessero. Perciò aveva notato anche il palazzo Aldini, il quale del resto attirava facilmente gli sguardi, con quei due Telamoni di pietra che fiancheggiavano [pg!45] l'ingresso, sostenendo il terrazzino del primo piano.
— Ahimè! — sospirò Filippo, — il palazzo da gran tempo ha mutato padrone. Quel che possiedo ancora a Parma è in campagna.
— Lo riscatti; — disse Margherita. — È tanto caratteristico! e in una bella strada, presso Santa Lucia. —
Filippo non rispondeva altrimenti che con un mezzo sorriso.
— Ma sì, — incalzò la fanciulla. — Deve riscattarlo. La casa degli antichi è sacra; se per qualche cagione si è perduta, bisogna riaverla! E per riaverla non c'è che una cosa, volere.
— Crede Ella che basti?
— Per cominciare, sì; — rispose Margherita; — e “chi ben comincia è alla metà dell'opra„. Le cito un verso, che non so di chi sia; ma è tanto vero! Lo ripete spesso il mio babbo.
— Vedrò di volere; — conchiuse Filippo. — Ella mi fa riprendere amore al mio nido. —
E pensava frattanto con grata meraviglia alle rare doti di quella ragazza, alla sua serietà di carattere, alle sue cognizioni, alla grazia, alla nobiltà del suo spirito, veramente notevoli. Se alla prima visita egli aveva incantata coi suoi ragionamenti la signorina Margherita, alla terza ella incantava lui. Ma più incantato di tutt'e due sarebbe rimasto Raimondo Zuliani, se fosse stato là, dietro un uscio, a sentirli. — Si va a gonfie vele — avrebbe egli detto tra sè, non senza stropicciarsi le mani.
Ma non c'era; e quel giorno, sul tardi, quando Filippo [pg!46] Aldini si recò al palazzo Orseolo per fare la sua visita settimanale ai coniugi Zuliani dopo l'ora del pranzo, Raimondo non ebbe a saper nulla di quel colloquio, che a lui sarebbe riuscito così importante e piacevole. Egli dovette contentarsi di chiedere all'amico dove avesse quella mattina accompagnate le signore Cantelli.
— In nessun luogo; — rispose Filippo. — La signora Eleonora era infreddata, ed io mi sono ritirato in buon ordine. —
Era poco, era niente; ma Raimondo non aveva ragioni per desiderare di più.
— Ebbene, — entrò a chiedere la signora Zuliani, — che impressione le ha fatto la signorina Cantelli?
— Impressione! — ripetè Filippo, sconcertato.
— Sì, voglio dire come Le è parsa?
— Eh, non c'è male. —
Ma qui Raimondo aveva dato un balzo sulla scranna.
— Non c'è male! Non c'è male! Così te ne sbrighi, assassino? La signorina Margherita è un angelo. —
Filippo si strinse nelle spalle, non avendo da dire nè di sì, nè di no. La signora Livia, dal canto suo, si era creduta in obbligo di mettere un sordino alle volate del consorte.
— Per sua norma, signor conte, — diss'ella, — mio marito trova angeli dappertutto.
— Non dappertutto, — replicò Raimondo, — ma dove sono. E che io me ne intenda è già dimostrato, non ti pare?
— Questo vorrebb'essere un complimento.
— No, ma una verità sacrosanta. —
Così dicendo, il felice Zuliani batteva delicatamente [pg!47] della palma sulla candida mano di sua moglie. N'ebbe un sorriso, il meno che gli si potesse dare in premio della sua galanteria. L'idilio coniugale non giungeva certamente nuovo a Filippo Aldini, che garbatamente levò gli occhi in alto, pensando. Aveva ancor egli il suo piccolo idilio nell'anima; poteva dentro di sè vagheggiarlo. È questo il segreto di molti silenzi, e di molte distrazioni, nell'uomo.
Margherita era un angelo davvero, un angelo di bellezza e di bontà. Serena senza sforzo, modesta senza ostentazione come senza scioccheria, sapeva molto e non ne faceva pompa, neanche quando l'occasione potesse giustificare una certa solennità di discorso. Con tanta grazia penetrante, unita ad una così sfolgorante bellezza, colpiva al primo incontro, e colpiva in pieno; bisognava amarla senz'altro. Filippo aveva preso fuoco, necessariamente; ma si era anche saputo dominare, lì per lì, proprio in quel punto, e per le istesse ragioni che lo avevano fatto ardere, alle evocazioni gentili della sua città natale, della sua gente, del suo palazzo, che bisognava riscattare, fortemente volendo. Quel fuoco, a mala pena divampato, si era chiuso nel cuore di lui, per isforzo violento della sua volontà; doveva restar lì, vivo ma cheto, come quello che cova sotto la cenere. E cenere; ahimè, non ne mancava in quel cuore.
Fu ancora uno sforzo di volontà la sua risoluzione di non ritornare una quarta volta dalle signore Cantelli? Una simile risoluzione parrà strana, o non parrà, secondo che si consideri il caso di Filippo Aldini. Certo, quando s'incontrano donne come quella, che pareva un angelo a [pg!48] lui non meno che all'amico Zuliani, bisogna amarle senza misura, senza ritegno, da pazzi; e la cosa è chiarissima, perchè di quelle donne non se ne incontrano due nella vita. Ma ancora bisogna fuggirle; e questo non è meno evidente, chi si trovi nelle condizioni di Filippo Aldini. Buon sire Iddio! Se quella angelica creatura è ricca, troppo ricca per noi, non si potrebbe egli credere, nel mondo sciocco e cattivo, che si volesse fare un matrimonio d'interesse, il matrimonio brillante, che sorrideva, per utilità di Filippo, alla ferace fantasia di Raimondo Zuliani?
Il conte Aldini non ritornò dunque per la quarta volta al Danieli. O, per dire più esattamente, ci ritornò, colla ferma intenzione di non salire le scale, ma di chieder notizie della signora Eleonora, e lasciare un biglietto da visita, a prova della sua sollecitudine per la salute di lei. La signora, per fortuna, era ristabilita del tutto, e fuori, per l'appunto, in compagnia della figliuola; ottima occasione per lasciare quel biglietto di visita, a testimonianza di un dovere compiuto, e non soltanto del desiderio di chieder notizie. Dopo quel giorno, se s'imbatteva per via nelle signore Cantelli, faceva un gran saluto, e magari una fermatina di convenienza, per barattar quattro parole, non osando accompagnarle, nè offrirsi in nulla al loro servizio. Naturalmente, la signora Eleonora non gli chiedeva: “perchè non vediamo più il nostro cicerone, così garbato e così utile nei primi giorni che l'abbiamo conosciuto?„ Nè questo, nè altro di simile, si poteva dir mai; che sarebbe stato sconveniente, come se davvero le signore avessero creduto di prendere ipoteca [pg!49] su lui; e d'altra parte, come sappiamo, la signora Eleonora stava sempre un pochino in sussiego, facendo meno parole che le fosse possibile. Pareva orgogliosa, con quella sua aria e con quella sua andatura intirizzita. Nel fatto era una creatura di mediocre istruzione, ma di grande buon senso; e taceva molto, temendo sempre di dir qualche cosa che non fosse a punto e virgola. Donna rara!
Occupatissimo al suo banco in quella fin d'anno, Raimondo Zuliani non aveva chiesto, nelle sue rare e brevi apparizioni al Danieli, se l'amico Aldini fosse assiduo al suo ufficio di cicerone. Si meravigliò forte quando sentì finalmente che non si lasciava veder troppo. Oh, ma ci avrebbe messo buon ordine lui. Perciò quell'alzata d'ingegno del brindisi; e l'aveva rinfrancata con altri argomenti, scendendo le scale del palazzo Orseolo, per accompagnar le signore Cantelli fino all'imbarco. Là, alla svolta d'un pianerottolo, prendendo pel braccio il suo Pilade, gli aveva bisbigliato all'orecchio:
— Senti, o la sposi, o non ti conosco più per amico. —
[pg!50]
IV.
Batti il ferro mentre è caldo.
Alla signora Zuliani accadde di respirare più liberamente, quando l'ultimo de' suoi convitati ebbe preso congedo. Anche quella noia era dunque passata, e bisognava renderne grazie al cielo. Le restava, nel ritirarsi ai dolci riposi, una piccola curiosità, tutta femminile; sapere che cosa mulinasse Raimondo, con quelle sue tenerezze per le signore Cantelli. Aveva egli bisogno di entrar maggiormente in grazia al collega di Milano, per agevolarsi qualche grossa operazione bancaria con lui? Non era da crederlo. Raimondo si sentiva forte abbastanza da spiccare ogni volo più ardito; non era più nella condizione di cinque o sei anni addietro, quando aveva passato quel brutto quarto d'ora a cui per l'appunto egli si riferiva due giorni prima discorrendo con lei. Si trattava dunque d'un sentimento di gratitudine? Forse sì, quantunque paresse un po' spinto; fors'anche era da vederci il proposito di compensare la freddezza di sua moglie verso quelle care viaggiatrici, che volevano [pg!51] metter le barbe a Venezia. Altro, del resto, non c'era, non ci poteva essere; e se fosse stato, bisognava riderne, come d'un sogno ad occhi aperti. Quel brindisi, veramente, avrebbe potuto dar da pensare. Ma infine, la curiosa manìa di ammogliare l'universo mondo era antica nel suo signore e padrone: quante volte, infatti, non gli era accaduto di prodigar consigli ed esortazioni di quel genere a chi mostrava di non volerne approfittare? Quella notte la esortazione era stata più calda; ma che cosa non fa un bicchiere di più, tracannato in allegra compagnia? e in particolar modo di Sciampagna, che è vino tenero, se altro fu mai, e singolarmente propizio alle effusioni dell'anima?
Quanto a Raimondo, egli sapeva bene una cosa; che la sua Livia non poteva soffrir le Cantelli.
Ma perchè? Non riusciva ad intenderlo. Margherita era una così buona e cara fanciulla! Che ci fosse per avventura da vedere un pochino di quella gelosia naturale, irriflessiva, involontaria, che nasce così spesso tra donne? Ma la sua Livia avrebbe avuto un gran torto a provarne la più lieve puntura; lei così bella, e d'un altro genere di bellezza, fine, delicata, aristocratica al sommo. Quando ella appariva nel suo palchetto alla Fenice, o nella sala dei concerti al Liceo Marcello, l'accoglieva sempre quel fremito d'ammirazione che dice ad una bella assai più di cento sonetti e di mille madrigali. Ma che gelosia d'Egitto! Non era da pensarci neanche. Piuttosto l'antipatia per la vecchia? Ma quella era una povera donna, contegnosa senza saperlo, intirizzita senza volerlo. E poi, che noia le davano, alla sua Livia, due visitine [pg!52] a tempo e luogo, con qualche invito a pranzo, o a teatro? Non dovevano poi far vita insieme. Così l'aveva sopportata il marito, e per un quarto di secolo oramai, quella contegnosa e taciturna signora: non poteva sopportarla lei per uno o due mesi?
Comunque fosse, dopo averci pensato più lungamente che non portasse il bisogno, Raimondo scosse il capo e le spalle; segno che voleva gittare un carico importuno ed inutile. E tacque delle signore Cantelli a colazione, e ne tacque a pranzo; tacque soprattutto, poichè l'argomento non sarebbe piaciuto, tacque di essere stato poco prima al Danieli per ringraziar le signore una volta ancora, e di aver fatto, contro l'uso suo, una visita lunga.
Venne la sera, e Raimondo offerse alla sua Livia di accompagnarla a teatro. Ma ella si sentiva ancora un po' stanca della notte perduta; cinque ore di sonno in giornata non erano state riparatrici abbastanza; lo specchio, poi debitamente interrogato, le aveva fatto scorgere un po' di livido intorno ai begli occhi glauchi, e tra gli occhi e le guance due pieghettine, due cose da nulla, ma ad ogni modo, e comunque attenuate da cortesi eufemismi, due borse. Piccolo guaio delle bionde, che sogliono avere la pelle più tenera. Si vedrà? Non si vedrà? Nel dubbio, la bella bionda si astiene.
Raimondo uscì, per far quattro passi: un'ora dopo era già di ritorno, con un fascio di giornali, che prese a leggere, facendone parte di tanto in tanto a sua moglie; per le notizie d'arte e di cronaca, s'intende, che la politica non era nelle grazie della bella signora.
[pg!53] — Strano! — diss'ella in un momento di sosta del suo cortese lettore. — Il tuo signor Filippo non si lascia vedere da noi, nel primo giorno dell'anno nuovo.
— O come? — esclamò Raimondo. — Non c'era stamane, avendo cominciato l'anno da noi? Del resto, ricordo di aver ricevuto un suo biglietto di scusa, e di scusa legittima. —
Così dicendo, trasse di tasca una lettera e la pose sulla tavola, davanti a sua moglie. Livia la prese, dopo alcuni minuti secondi; l'aperse con atto lento e svogliato; finalmente la lesse. Erano pochi versi di scritto e dicevano così:
“Caro Raimondo.
“Vorrei venire oggi al tuo banco, per darti ancora un saluto; ma ho un gran sonno, un gran sonno. Chiederai perchè io non abbia dormito stamane appena arrivato a casa. La rea cagione è questa, che ho trovato a casa un telegramma da Verona, un telegramma di due vecchi amici, di due commilitoni, che mi annunziavano la loro venuta, e per l'appunto in giornata, volendo passare a Venezia tre o quattro giorni della loro licenza. Li ho sulle braccia, e mi è toccato dar ordini per preparar loro l'alloggio nel mio modesto quartierino. Stasera debbo andarli ad aspettare alla stazione; per intanto vo a letto, che l'ho ben guadagnato. Di tutto cuore, addio; ossequj ed augurj senza fine alla tua Signora.
Filippo.„
Il biglietto dell'Aldini, così innocente nella sua semplicità, aveva già seccato non poco Raimondo Zuliani. [pg!54] Quei due amici, e vecchi commilitoni, proprio non ci volevano; guastavano infatti, o potevano guastare tutti i disegni ch'egli aveva formati in quei giorni. Con due vecchi commilitoni sulle braccia, ed ospiti per giunta, come sarebbe riuscito Filippo a far la sua corte? Ed era urgente di farla; bisognava battere il ferro mentre era caldo. A farlo a posta, quel caro Filippo era un così strano ragazzo! Aveva preso fuoco e levata come si suol dire la fiamma; poi giù tutto ad un tratto, come se fosse stato un fuoco di paglia. Strano ragazzo! Ma occorreva avere senno per lui.
— E così, vedi, non ha potuto venire; — disse Raimondo, poi che sua moglie ebbe deposta la lettera. — Ci ha ospiti.
— Peccato! — esclamò la signora. — Appunto per questa sera gli si sarebbe potuta dare la chiave del palco, per poterli condurre alla Fenice.
— Un palco di seconda fila, per uomini, eh, via! — osservò Raimondo. — Non l'hai voluto mai cedere per le signore Cantelli!...
— Oh, quelle son ricche, e possono provvedersi.
— Pazzerella! Quando hai qualcheduno in uggia!...
— Ma che! ora tu esageri, secondo l'uso; — notò la signora. — Di' piuttosto che non sento il bisogno di buttarmi nelle loro braccia. La signora Eleonora, con quella sua mutria, per esempio, non è proprio fatta per attirarmici. —
Raimondo sorrise a sua moglie, e un pochettino anche a sè.
— Dicevo bene, — pensò egli, — che non era per la figliuola. Ma quella povera signora Eleonora, com'è mal [pg!55] giudicata da mia moglie! Con tutto il suo sussiego apparente, è la miglior pasta di donna che si possa immaginare. E se Livia sapesse ancora.... Ma acqua in bocca per ora, ed ogni cosa al suo tempo. —
Quella sera la signora Livia si ritirò presto nelle sue stanze. Il ricamo turco, che aveva tentato di ripigliare, le dava noia; ed anche le occorreva pensare ai suoi poveri occhi, che volevano il giorno dopo essere in ordine, freschi come rose. Raimondo stette ancora un pezzo alzato, e passò il resto della lunga serata casalinga, in parte ripassando conti, in parte scrivendo minute di lettere d'affari, da trasmettere la mattina seguente al signor Brizzi. E tenne i suoi bravi segreti in corpo, diventando un miracolo di prudenza diplomatica ai suoi occhi medesimi. Così, grandemente soddisfatto di sè, dormì quella notte veramente di gusto, sognando di aver tutti dalla sua, la signora Eleonora e il banchiere Anselmo, e di unire in matrimonio quell'angelo della signorina Margherita col suo caro Filippo, col suo dolce pupillo, col suo fratello minore.
Lo incontrò il giorno dopo, tra il tocco e le due, presso la Torre dell'orologio, mentre egli, ritornato da far colazione, rientrava al suo banco. Filippo Aldini era solo.
— Oh, bravo! — gli disse. — Ho il piacere di combinarti. E i tuoi amici di Verona?
— Li ho lasciati poc'anzi; — rispose Filippo. — Sono andati a fare il giro del Canale, che iersera arrivando non hanno potuto godere. Quanto a me, capirai, dopo tanti anni di barchettate....
— Hai l'acqua fino alla gola, t'intendo; e li hai lasciati andar soli, per rivederli più tardi?
[pg!56] — Sì, abbiamo preso appuntamento per le quattro; — disse Filippo.
— Se credi, — ripigliò Raimondo, — puoi condurli questa sera da noi. I tuoi amici sono i nostri.
— Grazie, no, grazie; — rispose prontamente Filippo. — Per dirti il vero, sono un po' orsi.
— Ufficiali di cavalleria, — notò Raimondo stupito, — commilitoni tuoi, e tanto diversi da te? Basta, non insisterò; tu devi sapere ciò che è più conveniente. Parliamo di ciò che importa. Sei libero?
— Sì, fino alle quattro, ti ho detto.
— Bene; allora accompagnami al banco. Si discorre male, per via. —
L'Aldini capì benissimo dove Raimondo volesse andare a parare, e si adattò a seguirlo. Del resto col suo prepotente amico non si poteva fare altrimenti.
Come furono al banco Zuliani, e ben chiusi nello studio di Raimondo, questi incominciò allungando la mano sulla scrivania, e facendo scivolare verso l'Aldini una scatola di lacca giapponese, aperta, e piena di spagnolette. La seduta voleva esser lunga.
— Siedi, mio caro; — disse Raimondo. — Qui sono Tokos, Giubbeck, Delizie del Serraglio, ecc., ecc. “Scegli qual più t'aggrada„.
— No, grazie, non fumo; — rispose Filippo. — Ma tu hai da dirmi....
— Oh, tante cose. E prima di tutto ho da chiederne una a te. Come sei rimasto contento ieri mattina del tuo ufficio di accompagnatore?
— Contento? di un dovere compiuto? — disse [pg!57] Filippo. — È così semplice, poi. In gondola, quattro chiacchiere senza costrutto, molti elogi alla tua cena sontuosa; e finalmente, alla Riva degli Schiavoni, ossequj e riverenze.
— Nient'altro?
— Nient'altro.
— Male; — conchiuse Raimondo. — Avevi da promettere una visita, chiedendo se le signore avevano bisogno di te, per qualche gita qua e là, che tu saresti stato felicissimo di metterti a loro disposizione. Ma che razza di cavaliere mi sei tu diventato?
— Hai ragione, dovevo pensarci. Ma che vuoi? Questo costume di buttarmi avanti, io non l'ho avuto e non l'avrò mai; colle signore Cantelli, poi, meno che mai.
— E perchè, di grazia, perchè con esse meno che con altre? Avevi pur cominciato, se non a buttarti avanti, come tu dici, a fare almeno qualche atto di servitù!
— Vero; — disse Filippo. — Eri tu che mi avevi messo dentro; ed io mi sono trovato al laccio senza volerlo; ma poi ho pensato.... ho pensato che non dovevo continuare, che non potevo restare in quell'ufficio di accompagnatore eterno, senza lasciar credere alla gente, e prima di tutto alle signore Cantelli, di averci le mie ragioni particolari.... M'intenderai, senza che io te ne dica di più.
— È un buon sentimento; — concesse Raimondo. — Ma non bisogna esagerarlo. Sentimi, caro; perchè tu ami la signorina Margherita....
— Non ho confessato questo; — interruppe Filippo.
— Ma va da sè. Come puoi non amarla? Come si può non amarla?
[pg!58] — Sentimento generale, allora; — rispose Filippo. — È dunque molto generico, e impegna poco.
— No, caro; — riprese Raimondo. — Tutti debbono amarla, vedendola; ma uno è destinato ad amarla per tutti, avendo occasioni di avvicinarla, e ragioni di piacerle. Sei tu, assassino, del “non c'è male„, sei tu che la fortuna ha privilegiato; sei tu che hai ricevuto il colpo mortale. Tu dunque l'ami, è valuta intesa. Ma se te lo leggo in faccia! Sei tanto turbato a sentirne parlare! —
Filippo chinò la fronte, confuso. Troppo bene l'amico gli aveva letto negli occhi, meglio che non s'immaginasse egli stesso.
— Ma ti ho già detto che non voglio essere sospettato; — rispose Filippo dopo un istante di pausa. — Quella donna, se fosse vero quello che tu pensi di me, sarebbe sempre troppo ricca.
— Non c'è altro? — disse Raimondo.
— Mi pare che basti.
— E tu non potrai chiedere la sua mano, capisco. Ma se un altro la chiedesse per te? Io, per esempio. —
A quella uscita improvvisa, l'Aldini balzò sulla scranna.
— Spero bene che non lo farai; — diss'egli concitato.
Ma quell'altro non si scompose punto; anzi, guardando placidamente in viso l'amico, ripigliò:
— E se lo avessi già fatto?
— Tu? — gridò Filippo, impallidendo.
— Io, sì; che ci trovi di strano? Più strano fu il tuo “non c'è male„, mentre io avevo avuto il piacere di vederti così animato nella tua conversazione con quella cara fanciulla. —
[pg!59] Infastidito da quel ricordo, e da altri ancora, Filippo Aldini crollava il capo e batteva le labbra.
— Rinfacciami sempre una frase disgraziata! — diss'egli. — Dovevo rispondere che è un sole? che è un angelo?
— Eh, perchè no? L'avevo ben detto io, che pure amo mia moglie, e non conosco altra donna da metterle in paragone; potevi dirlo tu, che sei libero. —
Filippo rimase un tratto in silenzio, cercando argomenti che non volevano lasciarsi trovare. Infine, di guerra stracco, girò di fianco il punto difficile, ritornando alla sua prima linea di difesa.
— Sei curioso, col tuo modo di ragionare! — riprese. — Orbene, se pure avessi pensate tutte quelle belle cose, dovevo io dirle, lasciando scoprire Dio sa che orgogliose intenzioni? Dovevo in quella vece pensare che sarebbe stato un errore avanzarmi nella regione dei sogni. E mi son castigato, se mai, di un sogno pazzo, come quello che tu vorresti fare per me. Ma ti pare? Io, non sospettato finora, non sospettabile di calcoli così vili?... Dunque ti prego, Raimondo, non mi parlar più del tuo sogno, e tralascia i buoni uffici che vorresti fare per me.
— Ti ho detto che ho già aperto il fuoco.
— Con lei?
— Con lei, no, con sua madre. Ma, per quello ch'io ne so, dev'essere tutt'uno.
— Tutt'uno! Che cosa ne sai?
— Questo, che la signora Eleonora ti vede di buon occhio, e ti stima moltissimo; intendi? moltissimo; è [pg!60] stata la sua parola. E aggiungo che la signorina Margherita ti ha lodato come un cavaliere compito, il primo ch'ella abbia ancora conosciuto, per ingegno, per cultura, per serietà, per buon gusto; e ti fo grazia del resto. —
Filippo si era lasciato andare, come sfinito, contro la spalliera della scranna; aveva arrovesciato il capo, e ad occhi chiusi meditava. Che cosa? Forse le parole di Margherita; forse la gravità del suo caso. Ah, quel prepotente Raimondo! faceva come voleva, senza chieder permesso, senza avvisare, e metteva lui negl'impicci.
Intanto, il prepotente Raimondo proseguiva la sua narrazione.
— Tornando alla signora Eleonora, le ho parlato a cuore aperto, esponendole la mia idea. S'intende che non potevo darla intieramente per mia, e che dovevo lasciarla credere un po' tua, anzi molto tua. Se ho fatto male, se ti ho compromesso, accoppami, o perdonami; ti lascio la scelta. Ma tu lasciami aggiungere che la madre è tutta per te; l'hai conquistata, pare. La buona signora, che tutti credono così orgogliosa, così piena di sè, è nel fatto una donna di gran buon senso, semplice di gusti e dotata di un ottimo cuore; non mi ha fatto altra osservazione che questa: “bisognerà parlarne a mio marito; ogni cosa dipende da lui„.
— Ah, vedi? — gridò Filippo scuotendosi. — Ecco qui, dove incomincia il difficile. —
Raimondo gli rispose a tutta prima con una spallata.
— Ma che difficile! — soggiunse poscia. — Che difficile mi vai tu sciorinando? Conosco l'uomo; è ragionevole, un vero filosofo, e pensa che la boria dei quattrini [pg!61] va lasciata agli sciocchi. Figùrati che al suo paragone io sia un mostro di superbia. Egli dunque non farà questione di denaro, te ne sto io garante. E poi, che si canzona? un partito come te non si trova ad ogni cantonata. Non ne convieni? Hai torto. Lascio stare la tua persona, per non offendere la tua modestia; le tue doti morali, non le vuoi mettere in conto? E il tuo titolo, che ha pure il suo prezzo? Non sei ricco; ma sei pieno d'onore. E poi, che cos'è questa ricchezza? Da dove si comincia a calcolarla? Tu hai finalmente dugentomila lire al sole.
— Dugentomila! — ripetè Filippo, tentennando la testa.
— Al quattro per cento, sicuro; — replicò Raimondo. — La tua piccola tenuta non ne rende forse ottomila? E ancora, se Dio vuole, sarà governata alla diavola, sfruttata in prima mano dal fattore, e in seconda mano dall'agente. Ci campano tutti, e non migliorano il fondo. Questo, frattanto, vigilato un po' meglio, può rendere dieci, dodicimila lire; ed allora tu ne possiedi trecentomila, sempre al quattro per cento. Potrai dunque garantire la dote di tua moglie, se, puta caso, la batterà dalle dugento alle trecentomila. Meglio ancora; quella dote, da uomo serio, tu non la sciupi; puoi convertirla subito in terre, allargando, raddoppiando il tuo fondo. E se ciò non basta, se la dote è più vistosa ancora, non sono qua io per far fronte?
— Tu? — disse Filippo, arrossendo fino alla radice dei capelli.
— Io, sì, io che son ricco, e per una volta tanto me ne voglio vantare; io posso aggiungere che tu hai, [pg!62] depositate al mio banco, centomila lire in cartelle di rendita.
— Una bugia! — esclamò Filippo, torcendo le labbra.
— No, caro; dipende da me che sia una verità. Tu non conosci l'amico tuo, lasciatelo dire; non sai fin dove, al bisogno, egli porti l'amicizia, e come la intenda. Ti parlo solenne, vedi? Ma tu mi trascini pei capelli. Sono senza figli; Dio non mi ha concessa questa felicità.... se pure si ha da crederla tale; — soggiunse Raimondo, cercando consolazione dove poteva; — e poco sarebbe per me il perdere quella somma.
— Non permetterò che tu ne corra neanche il pericolo.
— Ma non la perderò; — riprese Raimondo, — poichè rimarrà nella mia cassa forte. Se tu m'annoi, bada, dirò che il tuo deposito è di dugentomila. Infine, senti, non mi far pena coi tuoi rifiuti, più orgogliosi che tu non pensi, più orgogliosi del sogno che non osavi fare, e di cui ti volevi castigare. Voglio il tuo bene; voglio vincere; Margherita è un angelo, e deve esser tua. Sono impegnato, dopo tutto; che figura farei, se dovessi rimangiarmi quello che ho detto? Sii ragionevole, amico; obbedisci a chi ti ama, e non lo far passare per un burattino. —