IL DIARIO DI UN VIANDANTE.
El-Djem. — L’Anfiteatro.
ANTONIO BELTRAMELLI
Il diario di un viandante
(Dal Deserto al Mar Glaciale).
Cammina, cammina, cammina
MILANO
FRATELLI TREVES, EDITORI
1911
—
Secondo migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA ED ARTISTICA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi i Regni di Svezia, Norvegia e Olanda.
Copyright by Fratelli Treves, 1910.
Milano. — Tip. Fratelli Treves.
A Federico De Maria e a Stefano Catalanotti, che primi mi chiamarono alle soglie dell’Oriente, dedico queste pagine nostalgiche di un’anima errabonda.
IL VIANDANTE.
Ricordo sempre. Sopra alla stufa, da un lato, appesa al muro entro una cornice nera e difesa da un vetro era una vecchia lettera stinta, dalla carta ingiallita, dai caratteri chiari.
La stanza era buia ed angusta e la lettera rimaneva tutto il giorno nell’ombra; solo alla sera quando, sopra alla tavola coperta da un vecchio tappeto a maglia, si accendeva il lume a petrolio, il quadratuccio di carta appariva su le pareti illuminate.
Per lungo tempo non me ne occupai; era una cosa abituale nè mi destava maggior curiosità della valvola o dello sportellino della stufa, oggetti che mi erano famigliari in quel tempo più degli uomini e delle loro parole.
Avevo forse cinque anni quando incominciai a guardare incuriosito la reliquia custodita religiosamente. Ricordo che la mamma ne spolverava il vetro ogni giorno e ricordo il nonno che a volte vi si soffermava innanzi pensoso.
Ne nacque in me un rispetto inconsapevole. Credevo si trattasse di qualche cosa prodigiosa ma ancora l’attenzione mia non ne era attratta.
Mi risuonavano bensì nella memoria alcune frasi che sentivo ripetere con frequenza da mia madre:
— .... la battaglia di Mosca mi costa più di duecento zecchini.... —
Oppure:
— .... Napoleone è con noi, non v’è da dubitar di gloria!... —
Ma allora non erano, per me, che parole senza importanza.
Fu più tardi, qualche anno dopo, che la mia mente si aprì a tale mistero e tutta se ne saturò e lo rivestì di magnificenza.
Avevo incominciato a leggere e leggevo con avidità. Un giorno trassi una seggiola presso al muro, vi salii e cominciai a decifrare lentamente i caratteri ingialliti della vecchia lettera.
Sul principio mi ci raccapezzai a stento, poi mi si aprì un orizzonte improvviso e la mia meraviglia e l’entusiasmo mio non ebbero più limiti.
Alla sera ebbi dalla mamma tutti gli schiarimenti che poteva darmi; ne ero tanto ansioso che ella ne sorrise.
Seppi che la lettera era stata scritta da un suo prozio, colonnello nell’esercito napoleonico, caduto al passaggio della Beresina.
Era morto da tanto tempo! Aveva lasciato un orologio d’oro che doveva essere recapitato alla famiglia ma, nel tragitto, diventò d’ottone. E il vecchio orologio d’ottone, con sopra impressa una sigla, lo ricordo tuttavia chè mi divenne caro per tutto ciò che la mia fantasia gli fece raccontare.
Da quel tempo lessi non so quante volte la lettera ingiallita, e da quel tempo, unitamente alla figura del vecchio congiunto, che ingigantii, un’altra ne visse, molto più modesta forse, ma infinitamente più triste: quella del viandante.
Tunisi. — Una Zania (piccola cappella).
Tunisi. — Una strada della grande moschea.
Tunisi. — Porta di casa araba, caratteristica perchè guernita di chiodi.
Tunisi. — Vecchia porta.
Tunisi. — Palazzo d’un ricco signore arabo con balcone e finestre protette con Misciarabia per nascondere le donne.
Ecco ciò che era scritto su la carta stinta:
Carissimo Fratello,
Mosca, 4 ottobre 1812.
Qual possa essere il motivo che mi vedo privo di riscontro non so immaginarlo. Posibile che tutti si siano concertati per lasciarmi nella dura credulità di non più vivere alla memoria de’ Parenti ed Amici?
Per me la Patria mi è troppo Cara per avere ad ogni istante Presente un Cielo che le sole Divinità dovrebbero ingiornarvi; Felici quelli che privi del desiderio di gloria non abbandonano un sì bel Terreno; Ma felice io pure se divenuto io sono parte di quelli che conquistarono, distrussero una Potenza la di cui influenza facea temere il Continente. Un dì l’Italia potrà vantar molto guereggiando unita per ora con la gran Nazione, e così dettare un giorno Legge a quelli che osassero insultare il Regno nostro.
Mosca, una delle prime capitali, più non esiste. Al nostro entrarvi le disposizioni erano date da quel Governatore perchè fosse incendiata.
Più di 400,000 abitanti fuggirono ed ora è Deserta. Poche Case e pochi miserabili vi restano. Bellezza e Ricchezza furono distrutte dalle fiamme. Chi non vide l’incendio di questa città vantar non può di conoscere Miserie.
Percorsi nei primi giorni le Strade a Cavallo, e posso dire più volte traversai il fuoco, ma dovetti fuggirmene commosso dalla pietà. Che orrore, che Disperazione. Due Mille forzati furono posti in Libertà con ordine di Incendiare la Città. Sei Cento e più furono presi sul fatto e fucilati. Ora l’ordine è ristabilito. Lo vuole Napoleone e lo sarà. Ma il vivere come? Noi ci facciamo provigione di Cavoli e Pomi di terra persuasi di qui restare l’Inverno, ma chi lo sa! Napoleone è con noi, non v’è da dubitar di gloria!
Per ora il fuoco ci ha procurate qualche poco di Bottiglie, Zuccaro, Caffè, Farina; per vestirsi e Calzarsi; ma il tutto è al Deser, e ciò per l’Ufficiale che col soldo cel procurò. Non si teme nulla. Sembra che si attenda il gran Ghiaccio per forse passare a Pietroburgo, che forse questo avrà pure la sorte di Mosca.
Si parla molto che Alessandro sia stato graziosamente strozzato. Il Cielo lo voglia purchè mi portasse di rientrare in Patria.
Caro Fratello, il primo scopo dell’ardente mio desiderio di rivedere il mio Paese è per darvi prova maggiore di mia affezione. Vi giuro che mi pesa il non potervi essere per ora di alcuna utilità. Ora posso assicurarvi che non è il mio stato dei più brillanti. Siamo arretrati di quattro mesi. La Campagna di Mosca mi costa più di 200 zecchini. Quel che è peggio che si minaccia il pagamento in Carta.
Presentate i miei saluti all’Intendente ed a Cristoforo al quale direte che male corrisponde alle mie premure.
Rammentatemi agli amici e voi credetimi di Cuore
Il Fratello Giovanni.
Mio nonno materno si chiamava Sante. Aveva la folta barba tutta quanta bianca. Parlava poco, fumava molto; fumava una gran pipa dalla quale usciva un fumo acre che mi faceva tossire; eppure poco mi importava di ciò quando si trattava di far parlare nonno Sante. Ma era difficile. Egli solo poteva chiarire i miei dubbi ricordando tuttavia, benchè fosse fanciullo in quel tempo, suo zio Giovanni prima che raggiungesse la Grande Armata.
Una sera mi aveva preso su le ginocchia; era di buon umore; guardava scoppiettare il fuoco entro la stufa; la mamma agucchiava intorno a una camicia, china sotto la fioca lampada.
— Nonno?... — dissi ad un tratto.
Egli mi fece saltare più alto sollevando le ginocchia e scandendo il ritmo del galoppo inconsciamente, gli occhi assorti su la fiamma:
— Op, op, op.
Gli accarezzai la barba, non si commosse.
— Nonno — ripresi — ditemi com’era fatto!
Mi guardò senza capire.
— Che cosa?
— Ditemi com’era vostro zio Giovanni.
— E chi se ne ricorda?
— Siate buono, diteglielo — soggiunse la mamma e non levò gli occhi dal lavoro.
Nonno Sante brontolò; prese la pipa dalla stufa e l’infilò fra le labbra.
— Chi se ne ricorda?... Saranno cent’anni!... Lasciamo stare, lasciamo stare; ti conterò la storia di Baruccabà.
Ma poi le dolci insistenze la vinsero su la sua ritrosia e nonno Sante parlò.
— Che debbo dirti se lo ricordo appena? Era un giorno di sole; tornavo dalla campagna. Entrando nella camera del babbo vedo un grande uomo che mi viene incontro e mi abbraccia. Lo guardai. Aveva un gran paio di stivali, un colletto nero che gli arrivava sotto al mento e le basette nere. Doveva ripartire la sera stessa per raggiungere la Grande Armata. Ricordo che mi disse: — Santino, se torno dalla Russia ti porto con me in Francia. — Per questa promessa gli volli bene; ma non tornò più. Quel giorno era giunto a Forlì anche zio Cristoforo e i due zii non parevano fratelli, ma l’uno il padrone e l’altro il servitore. Zio Cristoforo era sempre sereno e non si lamentava e non chiedeva niente, anzi quando ritornava da’ suoi lunghi viaggi mi portava sempre un ricordo.
Quel giorno mio padre e zio Giovanni lo tennero per un’ora chiuso nello studio e li udii parlare ad alta voce e gridare.
Alla sera tanto Giovanni quanto Cristoforo ripartirono.
— E dove andò zio Cristoforo?
— Andò per le strade. Poi una notte, per Natale, vennero a chiamare mio padre. Avevano trovato Cristoforo su la strada del Ronco. Veniva da lontano. Voleva fare il Natale con noi; ma ormai era vecchio e stanco. Era morto in fondo a un fosso, assiderato dal freddo.
Tacemmo. Mia madre scrollò il capo continuando il suo lavoro paziente; nonno Sante accese la pipa e non parlò più.
Passarono giorni e giorni e, nella mente mia, la dolce e triste figura dello zio Cristoforo superò di gran lunga l’altra dello zio Giovanni che pure raccoglieva tutta la mia ammirazione. La prima mi era più vicina: l’amai; la seconda non destò in me che una meraviglia devota e non seppi vederla se non a cavallo, fra deserti di ghiaccio e turbini di fiamme. Se per l’una il mio cuore bambino si intenerì rievocando, per l’altra non provai che il fascino delle cose terribili e stupende.
Epperò detti il mio amore a colui che più mi era vicino.
Seppi poi di tutta la sua vita; la seppi da mia madre che novellava volentieri.
Zio Cristoforo non era un gigante come Giovanni; era piccolo ma forte. Aveva gli occhi celesti, i capelli neri e ricciuti; nè bello nè brutto; c’era nella sua faccia qualcosa che poteva piacere: una tristezza soavemente uguale che non mutava segno. Era gaio in compagnia ma non soverchiava la misura. Sapeva farsi amare.
Lo avevano avviato agli studi, e volevano farne un impiegato e cioè un uomo tranquillo che sa superare anche i desideri più modesti, e, a vent’anni, sa ciò che lo attende ai quaranta, poi ai sessanta, così fino alla morte. Volevano farne un uomo pacifico che si ammoglia di buon’ora, rinnova un vestito all’anno nel giorno sacro alla Pasqua, si lucida le scarpe, si compiace e si annebbia beatamente in tutte le meschinità provinciali e limita il suo mondo a un compito procreativo. Così avevano fatto i padri, gli avi e i bisavoli; così doveva far lui.
Allora l’autorità paterna era ferrea e i figliuoli dovevano ai loro genitori un rispetto quasi da schiavi. Essi parlavano al padre in terza persona evitando ogni termine confidenziale e ciò per mantenere la dovuta distanza fra il piccolo re e i sudditi involontari.
L’Anfiteatro di El-Djem.
Lo zio Cristoforo sapeva quale destino lo avrebbe atteso s’egli fosse stato ossequente alla volontà paterna; i frequenti consigli e le più frequenti parafrasi ai medesimi gli segnavano la via. Nessuno mai avrebbe dubitato ch’egli fosse per non seguire il cammino disposto perchè era un giovine taciturno che non si appalesava e, bocca muta è bocca sciocca, per le persone di buon senso.
Era tenuto dai più come un buon diavolaccio mezzo sonnecchiante e mezzo inochito. Anche le donne lo avevano per un bambolo innocuo del quale ci si può fidare ciecamente e leggevano nell’anima di lui come un pappagallo può leggere nella Bibbia.
Finì gli studi che allora si riducevano a ben poca cosa, almeno in provincia, e senza protestare, senza gioia e senza dolore apparente accettò l’impiego che gli venne offerto. Un impieguccio meschino. Guadagnava poche lire al mese ed era alla catena dal primo mattino a tarda sera.
Il padre di lui ne ebbe la contentezza moderata che poteva accordarsi alla dignità sua e siccome in quel tempo poche lire mensili bastavano ad una vita modesta, pensò di dargli moglie.
Così, come lo aveva messo al mondo se lo regolava a simiglianza di un orologio.
Tutto era già disposto: trovata la donna, contenti i parenti, fissata la data del dolce imeneo, regolati gli affarucci della doterella e della casupola, ordinate le lenzuola, otto belle lenzuola a due teli per un letto matrimoniale e c’era chi aveva cominciato a scrivere i sonetti inneggianti alla felice unione e all’imene e agli amplessi quando, un bel giorno, lo zio Cristoforo non si trova più.
La voce si sparge in un attimo.
— Si è ammazzato. — Lo hanno veduto ieri notte sul ponte di Schiavonia. — Era innamorato di un’altra. — Non aveva la testa a posto. — Non parlava mai, era come un pazzo. — E l’Angiolina?... Vedeste come piange, poveretta! Aveva preparato il corredo! Aveva speso sette scudi! — Povera figliola! non meritava questa porcheria! — Ma esser matti a dare ima, figlia a quello là! Avete veduto come è finita? Bisogna aver voglia di marito! — L’Assunta aveva combinato tutto, quella!... Con la sua voglia di far matrimoni! — Mi hanno detto che era innamorato dell’Ernesta. — Sì, della luna!... Era innamorato della luna quello sciocco! Se io fossi stata giovine non l’avrei sposato neppure se me l’avessero coperto d’oro! — Ma è morto davvero?... — A crederlo!... Quello non aveva il coraggio di ammazzarsi. Avrà fatto le finte e poi piglialo che sei bravo! Povera famiglia!... —
E tutta la città non parla d’altro per qualche settimana.
Il padre aspetta Cristoforo la sera, lo aspetta la mattina seguente; non si sa capacitare della cosa; teme gli sia toccata una disgrazia; lo fa cercare nel fiume, negli orti, nelle campagne, ma ad un tratto gli arriva una lettera; è la scrittura di lui; legge e impallidisce.
Nessuno seppe, se non dopo la morte del vecchio quando fra le sue carte furono trovate le lettere dell’esiliato (chè altre glie ne scrisse), nessuno seppe del vero destino di Cristoforo. I più lo avevano creduto morto. Il padre lo maledisse e gli vietò di valicare la porta della casa nella quale era nato. Così con una maledizione che gli fu di assidua angoscia tanto che, anche vecchio, ne pianse; senza sapere dove sarebbe andato nè che avrebbe fatto; privo di mezzi e di esperienza lo zio Cristoforo abbandonò tutto, rinunziò a tutto, prese, solitario viandante, il lungo cammino che non doveva abbandonare mai più.
Un giorno l’anima sua si era ridestata, aveva misurato la profonda miseria della sua vita e, con tranquillità risoluta, senza cercare consigli o approvazioni aveva deciso.
Da quel giorno nessuno più ebbe notizie di lui se non il padre, due volte l’anno: per Natale e per Pasqua. Riceveva allora, dai punti più remoti del mondo, una lettera di augurio alla quale non rispondeva metodicamente.
Egli si ostinò a non rispondere; lo zio Cristoforo, che non sapeva voler male a nessuno, mantenne sempre la dolce consuetudine.
E lo scomparso scomparve dalla memoria della gente. Dopo qualche anno, i fratelli, parlando di lui qualche volta, solevano dire:
— Il povero Cristoforo!... — convinti ch’egli fosse da un pezzo nel mondo dei più.
Poi il vecchio morì. Morì sugli ultimi di marzo, pochi giorni prima della Pasqua.
Erano stati fatti appena i funerali che da un paese della Russia giunse la lettera consueta. Fu aperta e letta in famiglia fra uno stupore che aveva quasi dello spavento. Mentre l’uno se ne andava l’altro ricompariva.
I fratelli tennero consiglio: decisero di partecipare all’assente la morte del padre, di offrirgli il danaro per il ritorno, di invitarlo a ravvedersi.
Erano trascorsi quattordici anni dal giorno in cui il viandante era partito.
Attesero invano una risposta; per molti anni ancora non ebbero notizia di lui; poi, una sera, mentre erano raccolti intorno alla tavola per la cena, udirono suonare il campanello. Nonno Sante, che era allora un fanciullo, andò ad aprire e, sì come si attardava su la soglia, gli uomini gridarono:
— Chi c’è?
— Non lo so!
— Come non lo sai? Se è un povero chiudi la porta.
— Non è un povero.
— E chi è allora?...
Nonno Sante non sapeva rispondere. Suo padre si levò gettandosi il tovagliolo su la spalla e andò alla porta. Vede nel vano un’ombra immobile; era d’inverno e faceva freddo:
— Che cosa volete?...
E l’ombra non rispondeva chè forse i singhiozzi gli serravano la gola.
— Chi cercate? Sbrigatevi che fa freddo, o vi chiudo la porta in faccia!...
L’ombra tese le braccia e si strinse al petto nonno Sante che ebbe paura ma non fiatò.
— Che commedie son queste!... — gridò esasperato Domenico, il bisnonno che era un uomo risoluto e violento.
E già aveva fatto il gesto di afferrare una spranga appoggiata vicino all’uscio quando lo sconosciuto si fece innanzi, levò il viso, disse:
— Sono Cristoforo!
— Cristoforo!...
Nella stanza vicina si udì un rumore di sedie smosse, un sussurrio improvviso, poi un silenzio profondo. Tutti erano come impietriti.
Domenico fu il primo a riaversi. Allungò un braccio, trasse il fratello alla luce, lo guardò e gli chiese:
— Da dove vieni?...
— Di lontano — rispose Cristoforo e parlava sommesso. — Mancavo da diciotto anni; volevo rivedervi; domani ripartirò!
— A partire c’è tempo. Vieni avanti.
Entrò nella stanza e tutti erano in piedi a guardarlo, vinti dallo stupore smarrito che danno le cose inattese e prodigiose.
Lo zio Cristoforo era davvero irriconoscibile. Lacero, smunto, invecchiato; solo gli occhi azzurri, dolcemente tristi, si erano serbati uguali; avevano lo stesso splendore, la stessa limpidezza, la stessa tranquilla soavità di un tempo.
Gli fu offerta una sedia, sedette; tutti sedettero senza dir parola chè l’abisso sorto fra quelle anime creava un impaccio, una freddezza superiori all’impeto di un sentimento assopito da troppo tempo.
Tunisi. — Palazzo del Bardo.
Tunisi. — Un patio nel palazzo del Bardo.
Tunisi. — Un patio nel palazzo del Bardo.
Tunisi. — Piccoli beduini.
Finirono di cenare, ma stentatamente: era troppo palese la presenza di un intruso perchè Cristoforo non ne avvertisse la ferita.
— Vuoi mangiare con noi? — gli chiese Domenico.
— No, grazie, ho mangiato.
— Allora bevi — e gli versò un bicchiere di vino che Cristoforo non toccò.
Rimaneva così, le braccia su le ginocchia a guardare ora l’uno ora l’altro ma non incontrava che sguardi freddi o diffidenti. Il suo aspetto non rassicurava i fratelli. Era un pezzente, disonorava la famiglia.
Finita la cena Domenico disse alla moglie:
— Pasquina, preparategli una stanza, dormirà qui.
Lo zio Cristoforo si levò:
— Grazie, non vi scomodate, ho già l’alloggio.
— Spero non vorrai farci questo sgarbo. Poi è bene che in città non ti vedano in questo arnese; non faresti onore nè a te nè a noi. Si potrebbe dire che ti abbiamo scacciato e non debbono dir ciò. Rimani qui. Domani, quando ti avremo rivestito, uscirai.
Cristoforo sorrise e scrollò il capo. La conversazione languì. Qualcuno tentò parlare del Legato Pontificio che era giunto qualche giorno innanzi; l’argomento non ebbe fortuna.
Si udì Pasquina allontanarsi e dire alla vecchia che era giunta per rimettere in ordine la cucina:
— Se suonano non aprire; nessuno deve entrare in casa questa sera, hai capito? Nessuno!...
E la vecchia rispose:
— Ho capito. Quello là non si deve vedere!
E Cristoforo non parlò. Quando si levarono per andare a letto gli passarono innanzi augurandogli la buona notte ma nessuno gli tese la mano. Nonno Sante rimase ultimo. Provava per il ramingo un sentimento profondo, commisto di simpatia e di pietà; gli avrebbe gettato le braccia al collo; aveva sentito nella sua semplicità di fanciullo che avevano fatto molto male, troppo male all’inatteso; che tutto ciò era ingiusto, ch’egli non aveva chiesto niente, che non aveva offeso nessuno....
Quando si vide solo gli si avvicinò. Cristoforo era rimasto seduto, la testa nascosta fra le mani e guardava i mattoni del pavimento.
Nonno Sante gli appoggiò leggermente una mano sul braccio.
— Buona notte, zio Cristoforo!
L’esiliato levò gli occhi che di repente si inumidirono.
— Vai via?...
— Debbo andare a letto.... Buona notte!
— Vuoi darmi un bacio?... Ti faccio paura?...
— Paura?... Voi?...
— Hai ben veduto! Dopo dieciott’anni!...
Si udì la Pasquina gridare dall’alto della scala:
— Sbrigati, Sante! Che cosa fai dissotto! Vieni a letto e presto!...
— Vengo, vengo! — rispose il fanciullo, ma prima abbracciò lo zio Cristoforo e lo baciò su le guance; poi corse fin su la soglia e si rivolse.
L’esiliato aveva ripreso l’atteggiamento d’abbandono: i gomiti su le ginocchia, il capo fra le palme. Come si credette solo, scrollò le spalle, nascose la faccia fra le mani e curvandosi nell’estrema angoscia, scoppiò in un singhiozzo violento.
Durante la notte, senza che nessuno lo avvertisse ripartì.
— Ha fatto bene! — disse Pasquina quando si accorse che non era più in casa.
I fratelli brontolarono un poco ma si racconsolarono ben presto.
Quando la vecchia che faceva i servizi più umili in casa salì nella stanza occupata dal viandante, trovò sopra il cassettone un piccolo involto che portò a Pasquina.
— Che cos’è questo?
— Non lo so. L’ha lasciato quell’uomo; era sul cassettone.
— Sarà una sudiceria. Chi sa mai!... Io non mi fido di aprire — e teneva l’involto fra due dita.
— L’aprirò io. Vuole?
E la vecchia disciolse lo spago annerito, svolse la carta gialla; apparve un piccolo orologio d’argento.
— L’avrà dimenticato — disse Pasquina. — Chissà dove l’avrà preso.
— C’è un bigliettino, — soggiunse la vecchia.
— Dallo qua. Che cosa dice?...
Ma Pasquina non sapeva leggere; chiamò Sante, il figliuolo.
— Leggi un po’ tu. Che cosa c’è scritto?
Il fanciullo lesse ad alta voce:
“Questo lo lascio per il vostro bambino. Dateglielo; l’ho guadagnato, non vi faccia vergogna. Ho salutato voi e la vostra casa per l’ultima volta. Perdonatemi se sono ritornato, avevo bisogno di rivedervi; vi ho riveduti; mi basta. Addio.
“Cristoforo„.
L’orologio se lo tenne Pasquina, ma il biglietto rimase al nonno che lo serbò fino alla morte.
Così il viandante riprese la via dell’esilio.
Disceso dalle grandi strade, dalle solitudini eterne alla sua casa antica, vi aveva trovato il deserto, un deserto glaciale, un’aridità paurosa. L’anima sua che cercava un antico tepore di sogni, di bontà, d’amore ne fu angosciata, affranta. Era inutile tentare; il tempo aveva profondamente mutato il suo mondo antico. Ripartì.
Per molti anni, nei giorni di Natale, giunse ancora una sua lettera indirizzata a nonno Sante e un regaluccio. Non dava mai l’indirizzo; non gli potevano rispondere.
Poi siccome le maggiori amarezze non ispengono l’illusione nel cuore dei semplici; siccome egli per quanto non lo volesse doveva pure, e la vecchiaia ve lo spingeva, ritornare verso il punto della terra nel quale ogni cosa aveva per l’anima stanca una parola e un ricordo, non tenne fede alla promessa e ritornò.
Lo videro per caso; si era rifugiato in una capanna nei campi.
In que’ suoi ultimi giorni, essendo incapace di lavorare, si caricò di una vecchia icone e andava pei mercati vendendo immagini di santi.
I fratelli lo lasciarono fare. L’ultima volta che nonno Sante lo vide, fu di sera, vicino a un orto, alle porte della città.
Si sentì chiamare, si volse e vide Cristoforo che giungeva lungo il ciglio della strada, curvo sotto la sua icone.
Il rosso sole giocondo era sui prati smeraldini in un tramonto sereno.
Scendevano le greggi dalla montagna. Lo stanco viatore si fermò; posò a terra il cavalletto sul quale dirizzava l’icone; allargò le braccia a togliersi dalle spalle l’immagine sacra nascosta da due piccoli battenti rozzamente istoriati; levò di fronte al sole che rideva sui prati verdi, il suo piccolo altare. Dalla pieve dei Romiti giungeva un suono di campane: era l’Ave.
Zio Cristoforo si tolse il lacero cappello e chinò il capo bianco. Le ultime rondini volavano nell’alto cielo, stridendo.
Giungeva rapida la sera chè la stella del pastore era su le rame degli orti. Tacquero per lungo tempo. Gli occhi azzurri del vecchio erano velati, non lucevano più; un po’ dell’anima loro era partita incontro all’ultimo sogno.
Non cercavano, come una volta, negli occhi del fanciullo un po’ d’affetto; era per essi una vaga lontananza, una tranquilla solitudine nella quale si assorbivano abbandonatamente.
L’anima dell’esiliato aveva raggiunto l’esilio supremo; aveva trovato in sè stessa e nel mistero vissuto ora per ora, nei lunghissimi anni del cammino, la pace tranquilla della morte.
Disse:
— Addio, Santino. L’ora è sonata anche per me e non ci rivedremo. Addio.
Si baciarono, poi il vecchio viandante tolse su le spalle l’icone, infilò il cavalletto in un braccio e partì lentamente sotto la prima sera.
Nonno Sante non lo rivide mai più.
Tre anni dopo, nelle notti del Natale, lo zio Cristoforo, con la sua icone sulle spalle, fu trovato in fondo a un fosso, assiderato dal freddo.
La morte lo aveva colto lungo il cammino ed era giusto.
Egli aveva reso l’anima sotto alle stelle che gli avevano segnata la prima via dell’esilio.
Tale era il vecchio congiunto che riempì della sua immagine la mia infanzia e la mia giovinezza prima. Le vicissitudini della vita, il dolore, la tristezza di un sogno senza compimento me lo elessero fratello.
Ora ho voluto ch’egli riviva qui, a capo di un libro che mutamente ispirò.
Firenze, ottobre 1910.
ALLE SOGLIE DELL’ORIENTE.
“.... Giardini incantevoli che il Misericordioso ha promesso a’ suoi servitori per consolarli nel loro esilio....„
Il Corano. Cap. XXI. v. 62.
Tunisi. — Giovane ebrea nella Hara (Ghetto).
Tunisi. — Una degghesa (indovina).
Nei dintorni di Susa.
Hadda.
ALLE SOGLIE DELL’ORIENTE. Tunes el bida.
Navighiamo da varie ore sul mare tempestoso che non si queta ma sempre più infuria sotto la violenza del fortunale.
Sul castello di prua non sono che pochi marinari. Il ponte è deserto. Dalle cabine salgono lamenti, piagnucolìi e spasmodiche maledizioni dirette alla tormentosa danza della quale il mare ci gratifica da quasi dodici ore. La notte è chiara, appena velata da nubi bianchicce che il vento fa mulinare sotto la luna. L’Africa è in vista. Lontanamente, sotto il bagliore diffuso del plenilunio, sorge e si profila contro la diafanità perlacea del cielo notturno, una catena di piccole montagne: è il capo Bon, l’estrema punta del continente nero. Una esigua catena di monti aguzzi, i quali si inseguono a simiglianza di una sega: null’altro sorge intorno a loro. La bassa costa si disperde nella penombra. Più ci avviciniamo e più chiara ci appare la loro immagine: hanno il profilo aspro; i fianchi scoscesi scendono quasi dirittamente sul mare, acquistano, nel fioco barlume, come un lividore azzurrastro. Li sorpassiamo. Si allontanano nel vuoto orizzonte rimpiccolendo finchè non sembrano se non sette piccole vele sospinte alla deriva.
Ed ecco i primi fari della costa, ecco i lumi della Goletta; fra non molto la laguna di Tunes el bida (Tunisi la bianca), darà pace ai sofferenti e a questo colosso che sbuffa e freme e scricchiola e trema tutto, ruggendo allorquando le eliche escono inutilmente a turbinare nel vento.
L’aria si è fatta serena, tutta serena dal levante all’occaso. Gli ultimi fiocchi di nebbia scendono al mare, greggi disperse nella solitudine del plenilunio. Il cielo è di un bell’azzurro saracino. Come per l’incantesimo di questa pace improvvisa ogni lamento si tace. Il vapore che ora procede lento e tranquillo nel canale che taglia a mezzo la laguna, si anima poco alla volta di una vita inattesa; voci di richiamo, voci di augurio, sospiri e risate sorgono da’ suoi fianchi. Chi ha sofferto si rianima; chi si è taciuto, raccolto immobilmente nella cuccetta in uno stordimento pauroso, nella vaga sensazione di inerte e doloroso vaneggiamento che precede il male, balza dal proprio rifugio, si riveste alla meglio, esce sul ponte a godere la frescura dell’alba nuova. Appaiono a poco a poco volti pallidi e disfatti, visi sinistramente accigliati che appena si riconoscono. Il ponte è denso di passeggeri come al momento della partenza allorquando il vento non faceva presagire burrasca.
Oltre gli argini diritti, che delimitano il canale, si distende la laguna deserta della quale si intravede il vasto giro. Navighiamo fra due albe: da un lato tramonta la luna e le acque sono tuttavia animate dal suo chiaro lume; dal lato opposto l’alba solare dilaga sempre più e spegne le ultime stelle. Le due luci si combattono; ad un punto si fondono in una identica chiarità e Tunes el bida appare innanzi a noi fra acque e cielo. Non è più di un biancore sulla bassa costa; un biancore indeterminato su l’azzurro. Ci raccogliamo verso la prora, intenti al sorgere e al delimitarsi della visione lontana. Trascorrono su l’argine velocemente i treni elettrici diretti alla Goletta che abbiamo lasciato alle nostre spalle; è uno stridulo fragore che sopraggiunge rapido e rapido si disperde fra questa immensità tranquilla. Non una vela è all’orizzonte, nè una imbarcazione; tutto dorme nella dolce ora del sogno. E noi pure sogniamo ad occhi aperti. Ogni loquacità cade innanzi alla lenta apparizione. L’aurora si invermiglia e dona all’azzurro dei cieli una prodigiosa profondità. Quanto più cresce la luce tanto più si intensifica l’azzurro di questo cielo orientale. Io lo vedo, più vicino alla terra, inarcarsi nella gran volta del sole.
Ed ecco sorgere chiarissimamente su tale sfondo di magnificenza, di cui l’arte moresca volle adorni i suoi tempii, ecco vivere e palpitare sotto la luce nuova, la città bianca.
Sono terrazze, minareti, cube, palmizi, fiocchi di verdura e lucentezze abbaglianti; linee squisite di grazia e di incantesimo. Le terrazze si susseguono inalzandosi come in un’ampia e incomposta scalinata verso il cielo; tutte bianche e tersissime, adorne di luce, di null’altro se non di luce. Pare che l’umanità ne abbia fatto tanti luoghi di contemplazione e di silenzio. La casa moresca si compendia nella sua terrazza bianca, ricinta di bassi ripari, aperta all’ampio orizzonte come l’anima del popolo che l’immaginò e la volle. Più in alto rifulgono i minareti lanciati nel sereno. Fioriscono su dal bianco sciame delle taciturne sorelle accesi negli smalti policromi ultimando coi loro arditi fastigi la linea della città singolare.
Cupole e torri e fiocchi di palmizi sboccianti con la grazia di un capitello oltre l’esile tronco diritto; tonalità bianche, verdi ed azzurre fuse in un’ampia armonia, ecco la caratteristica più spiccata di Tunes el bida.
Per un attimo ancora l’apparizione magica vivrà nel silenzio fra le sue piccole alture, rilevata su lo sfondo di un cielo luminosissimo; per un attimo ancora questo schiudersi dell’anima orientale ci apparirà fra la quiete indisturbata dell’ampia laguna in un raccoglimento che favorisce l’intima comprensione, chè il porto si avvicina e si avvicina il tumulto. Le linee si amplificano, appare la città europea con le sue larghe strade fiancheggiate da alberi. Gli edifizi pubblici che sorgono attorno al porto nascondono a poco a poco la città araba.
Gettiamo l’ancora, le eliche si arrestano. Dalla riva si distaccano e si spingono a gran forza verso il nostro piroscafo, piccole imbarcazioni cariche di facchini arabi e sudanesi. Toccano il bordo. La nuova folla, lacera e urlante, si slancia sospingendosi su per le scalette, invade i ponti, ci attornia, ci interroga in francese, in italiano, in dialetto siciliano, vuole strapparci a forza le valige, vuole farci comprendere, mettendoci sotto il naso la targhetta col numero d’ordine, che essa è autorizzata a fare ciò che fa, che nessuno può proibirglielo, che dobbiamo cedere; e ci pigia e ci insidia e ci calpesta sorridendo, balbettando, urlando, in un luccichìo di volti neri, bronzei, ambrati, in uno svolazzare di cenci bianchi, rossi, celesti, gialli.
Tale la prima manifestazione della vita indigena che viene ad incontrarci e ci saluta.
Tunisi la bianca presenta a tutta prima una singolare ed inattesa fusione della vita indigena e della vita europea. Percorrendo l’Avenue de la Marine, l’Avenue de Carthage, l’Avenue de Paris, i magnifici quartieri moderni, sorti in pochi anni per iniziativa dei francesi, vi sorprende e vi disillude la mescolanza dei tipi e l’assenza del carattere orientale che vi eravate ripromesso. Vi pare che la civiltà prepotente abbia cancellato ogni traccia dell’antica città araba, che tutto si sia livellato nel tipo comune alle grandi città europee.
El Djem.
Kairuan. — La moschea del barbiere.
Piccolo villaggio sul mare.
Un incantatore dei serpenti.
Qualche edifizio imita le linee dell’architettura moresca ma non riesce a convincervi e vi fa l’effetto di una smorfia fuor di luogo.
Belle ed ampissime vie fiancheggiate da palazzi, caffè e negozi sontuosi; frastuono di automobili, di tramvie elettriche, di vetture, di carri, di carretti; il caratteristico brusìo della gente affaccendata che va e viene e corre e si incrocia e parla ad alta voce, ecco l’aspetto primo che vi stordirà lasciandovi un po’ disillusi. Ma poco alla volta tale folla tumultuante non vi appare grigia ed uniforme; anzi quanto più si prosegue tanto più vi si appalesa la piacente varietà dei tipi e dei costumi e vi si manifesta la profonda disparità di due razze, le quali non possono e non potranno mai fondersi e comprendersi interamente.
La Tunisi nuova, la Tunisi moderna; chè quella araba, la vera, giace più in alto, lontana dal frastuono, tutta raccolta nel dedalo delle sue viuzze solitarie, la Tunisi moderna seduce il viaggiatore che vi giunga nuovo, per il contrasto continuo ch’egli può cogliere di passo in passo per le vie, nei caffè, nei negozi, ovunque si agiti la vita.
All’infuori dei Tunisini più evoluti (che qui chiamano i giovani turchi) i quali vestono all’europea e per distinguersi dall’uman gregge e render note le loro tendenze avveniriste calzano un berrettone di astrakan; all’infuori di costoro e di gran parte degli ebrei, e fra tutti non sono molti, la popolazione indigena ha mantenuto intatto l’antico costume, o meglio la grande varietà dei costumi. Dai poveri che vestono il kadrun, una specie di tonaca di rozzo panno, tutta spalle e niente maniche, terminata da un cappuccio e adorna da cordoni biancastri che ne seguono le giunture, ai ricchi che passano avvolti nel loro ampio burnus, bianco e lucente, alta sul capo la cecìa ricinta più volte dalla bianca benda che si chiama kasta, la varietà si moltiplica, si espande, fiorisce nei colori, nelle forme, si fonde, si completa in un quadro abbagliante che questo sole torrido vivifica magnificamente.
Passano mori dalle gambe nude, i piedi scalzi, un paio di brache bianche, un kadrun su le spalle; recano ceste di violette, di piccoli tulipani e vi offrono con garbo la loro mercanzia floreale, senza sorridere, quasi compissero un gesto di estrema dignità; passano bimbi seminudi, vestiti a volte da una sola camicia bianca, strappata in varii punti, e vogliono lucidarvi le scarpe a tutti i costi (Tunisi è invasa da un vero esercito di lustrascarpe indigeni); passano arabe, nascosto il viso dalla benda nera, panneggiate nel loro sifseri che è un manto il quale le avvolge tutte. Procedono lentamente e silenziosamente, infilati i piedi in certe loro pantofole e rosse e gialle e verdi. Passano ebrei dalla dgebba azzurra e ebree nel loro caratteristico costume, terminato da un cono: sono piccole, rotonde, grasse, dal nasetto affogato fra due guance enormi. Camminano in fretta ondeggiando come anatroccoli spaventati. Poi sudanesi spettralmente lunghi, tanto più neri quanto più bianca è la loro veste. Quando ridono pare facciano bella mostra di tutta la chiarezza che hanno disponibile negli occhi e nei denti; quando parlano la loro voce gutturale ed aspra vi fa l’effetto di un mugolìo squisitamente bestiale. Ed altri ancora, infiniti altri in una cinematografia che non ha termine, che vi abbaglia e vi sorprende. Sono beduini che giungono dalle campagne poi che la carestia li sospinge; santoni dervisc che vestono una sola camicia, che hanno il capo scoperto attorniato da una selva irsuta di capelli, gli occhi larghi e stupiti, il magro volto oscuro contratto dalle sofferenze. Si appoggiano ad un lungo bastone, trascorrono fra la folla senza guardare, senza osservare, tutti assorti nella loro follia. E sono fanciulli che sospingono, gridando, un vecchio asinello; ragazze che passano nel sole avvolte in un loro sifseri vermiglio; teorie di portatori mori e sudanesi che trascorrono offrendosi e cantando; gente agiata che passeggia, annegata nella kasciabìa, specie di sacco di lana con maniche cortissime, adorno e fioccuto come una bardatura da cavallo; ricchi che sfoggiano manti verdi, celesti, paonazzi; è una folla multicolore che si accorda, sotto l’azzurro cupo di questo cielo di smalto, in una composta letizia, la quale non ha riscontro; una folla grave, accigliata, solenne, dal portamento sacerdotale, sdegnosa e indifferente per tutto quanto si agita intorno a lei, muta e assorta in un secolare fatalismo. E, nella città moderna, ogni aspetto della civiltà europea, della nostra vita quotidiana, impallidisce, scompare di fronte a questo mondo ignoto che non possiamo intendere compiutamente, che ci passa vicino sì, ma velato come il volto delle sue donne dai grandi occhi di gazzella.
Tale è il primo aspetto di Tunes el bida distesa nel suo piano fiorente, coronata da minareti e da cube fra i monti di Hamman-el-lif e i monti Laguan: una fastosità occidentale sopraffatta dal carattere di un oriente che si mantiene intatto nel suo taciturno mistero. Una fusione strana in cui vari elementi si mescolano senza disperdersi, senza confondersi, senza originare l’uniforme gora della vita nostra.
La nostalgia dell’oriente che aveva animato di singolari fantasie i lunghi silenzi della mia prima giovinezza deserta, non mi aveva tratto in inganno; ciò che vedevo nell’incerto sfondo di una lontananza irraggiungibile ecco fiorisce innanzi agli occhi miei con tutta la sua luce e il suo fascino occulto.
Mi allontano dalla Tunisi moderna, varco la Porte de France, entro nelle piccole strade che precedono lo schiudersi della città moderna.
A poco a poco il frastuono si disperde, i passanti si fanno sempre più radi, sempre più scarsi gli europei. Il passaggio è quasi insensibile, ma ad un tratto mi accorgo di essere solo in una viuzza bianca, inondata di sole, silenziosa come certe vie conventuali nelle nostre città di provincia. Quattro archi moreschi susseguentisi inquadrano lo sfondo di un’altra via la quale si disperde in una penombra azzurrastra. In alto, dai muri bianchissimi, sporgono le barmacli, le finestre protette da griglie fittissime attraverso le quali le arabe guardano per la via senza essere vedute. Le piccole porte ad arco moresco, dai battenti rossi e verdi lavorati ad arte, sono tutte chiuse. Più su si elevano nel sole le terrazze. In fondo appare il profilo gibboso di una cuba. Non si ode che il cinguettìo dei passeri da invisibili giardini e, a volte, un altro cinguettìo più sommesso attraverso le barmacli chiuse nel profilo di un arco squisito o lavorate come graziosissime mensolette sospese nell’aria ad accogliere un nascosto tesoro. Un grido lento e nasale si avvicina:
— El fakrun! (Le testuggini!)
Passa una vecchia scalza, sporca di fango, dalla faccia tatuata. Reca su le spalle un sacco di testuggini. Le chiedo:
— Dove le hai raccolte?
— Nella foresta! — mi risponde e prosegue lanciando all’aria il suo grido nasale, in attesa di qualcuno che voglia comprare le tarde bestie tenute in gran pregio dagli arabi perchè portano fortuna.
Poi anche la voce di lei si disperde, è riassorbita dal silenzio gaio, dalla raccolta solitudine pensosa.
La luce si fa sempre più viva, inonda le piccole vie bianche, pulite, nelle quali permane un vago odore di muschio e di gelsomino, di incenso e di rose. Ad un tratto sotto un arco più alto che si apre nel sole, oltre l’ombra di una moschea, appare una giovane beduina. Potrà avere dodici anni forse; è alta, sottile come il fusto del papiro, bruna come la buccia del grano maturo. Porta sul capo e la sorregge col braccio destro una grande anfora. È bella come la luce del suo deserto. Gli occhi grandi e luminosi hanno una trasparenza gemmea.
Si chiama Khadija (la pura). La fame l’ha scacciata dai campi insieme a tutta la famiglia sua. Hanno abbandonato la tenda per cercare in città di che vivere. Non si lamenta, non impreca. Ad una piccola fonte deterge i piedi scalzi e si allontana, e scompare nel sole, silenziosamente.
Dagli invisibili giardini giunge il cinguettìo dei passeri che pare culli il languore e la dolcezza stanca di Tunes el bida, l’estrema città dell’oriente.
Il Mercato del Dolore.
Sono passato oggi dal Suk, il mercato coperto pieno di brusio e di profumi.
In un angolo, alcune donne ammantate sedevano a terra, in fila lungo il muro. Ognuna aveva innanzi a sè un mucchietto di cenci: vecchie vesti, sifseri, veli sdrusciti. Attendevano il compratore. Vendevano l’ultima loro miseria. Erano calme e rassegnate.
Un vecchio passava e ripassava agitando un incensiere nel quale ardeva del benzoino. Incensava le povere donne per portar loro fortuna e raccoglieva qualche soldo. Un negro, un po’ più lontano, intingeva in un po’ d’olio raccolto sul fondo di una scodella, un pezzo di pane ammuffito.
E le donne velate guardavano senza fiatare, senza invitare i passanti a soffermarsi per offrir loro le vecchie vesti stinte, i veli a lustrini, gli sifseri vermigli. Avevano le mani piccole, bianche e scarne e gli occhi solari lucevano dietro alle bende.
Si è fermato un vecchio, ha contrattato per lungo tempo, con una giovinetta, uno sciamma cilestrino, poi l’ha gettato a terra e se ne è andato ridendo.
A voce sommessa, dolcemente, senza ira nè dispetto, ella ha allungato il braccio a raccorre la sua miseria derisa e ha mormorato:
— Pazienza, mio Dio!
Poi è ricaduta nel suo dolce stupore.
Il Santone.
Alle porte di Tunisi, fra i fichi d’india e le macerie, in un terreno cosparso di rovi, di pietre, di buche e di immondizie abita un Santone.
È un uomo scarno, lacero, sporco, dai lunghi capelli azzollati, ridotti a una massa compatta innominabilmente lurida.
Veste uno sciamma che non ha colore, che non ha età e lascia trasparire, dagli innumerevoli strappi, il corpo macerato, ricoperto di loja.
Cammina lentamente appoggiandosi ad un lungo bastone; è scalzo, ha lo sguardo attonito, le labbra flaccide, il volto di un idiota. Non parla, non sorride, non si guarda attorno, non si preoccupa del mondo più che non si preoccupi del lerciume nel quale vive. Non so se tanta sporcizia sia un segno della sua superiorità divina; forse sì, se si considera il venerando rispetto dal quale è circondato.