LA VIGNA VENDEMMIATA.
ANTONIO BELTRAMELLI
LA VIGNA
VENDEMMIATA
NOVELLE
MILANO
Fratelli Treves, Editori
1919
—
Secondo migliaio.
PROPRIETÀ LETTERARIA.
I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.
Milano, Tip. Treves.
LA PACE.
Erano due brigate, due parti in eterna contesa come chi dicesse il fuoco e l’acqua. La vita in comune non poteva essere accettata con sopportazione. Dove appariva un piccolo Borghigiano c’era sempre un piccolo Sobborghino che s’incaricava di fargli i versacci o viceversa. E la cosa era vecchia quanto l’anima dell’uomo, nè accennava a tramutare. I cronisti più antichi parlavano dei Borghigiani e dei Sobborghini e narravano come le loro fraterne lotte finissero tanto sovente con morti e lutti, che i capitani, i podestà, i signori del popolo avevano emanato a più riprese leggi e bandi e divieti per far cessare l’ebdomanaria impresa, ma invano.
Tanto i Borghigiani come i Sobborghini erano innamorati dei loro ludi, delle bellicose tradizioni, degli odî inveterati e non potevano nè sapevano farne a meno. Così, oltre il volere dei reggenti, di secolo in secolo, giù per i millenni l’usanza si era perpetuata e ancora, per quanto i nuovi tempi e le freschissime dottrine avessero attenuata l’antica asprezza dei rapporti, non v’era Borghigiano che non nutrisse un velato disprezzo per un Sobborghino e viceversa. La medaglia era identica su le due facce.
Ho detto imprese ebdomanarie e usava infatti, al tempo degli arieti e delle catapulte, al tempo dei castelli e dei fossati, usava che alla sera di ogni sabato, piacendo al buon Dio, una brigata di Borghigiani si imbattesse in una brigata di Sobborghini, dato il quale incontro e la lièta disposizione degli animi ne nasceva tale intesa fraterna che l’una brigata si lanciava sull’altra e, perchè non vi fosse dubbio su l’intenzione, si affrettava a suonar certi colpi, a sferrar certe mazzate, a picchiare con tanta foga e sì dolce ardimento che il campo risuonava in breve di strida e di urla e di incitamenti e di imprecazioni. Scorreva il sangue. Qualcuno cadeva. Il rumore era grande. E quando le parti parevano soddisfatte si separavano e ciascuno si portava via i propri feriti. Seguiva una tregua fino al sabato venturo, nel qual sabato, piacendo a Dio, si ricominciava la sinfonia.
Da che derivasse la gioconda consuetudine nessuno sapeva e men può saperlo la critica moderna. I cronisti sono oscuri; narrano e non ricercano. Gli archivi non hanno rivelato mai documenti che lumeggino il problema. La tradizione popolare canta le sue gesta ma non si occupa della causale delle medesime. Buio perfetto adunque e nel buio le due brigate che menavano le mani nei secoli dei secoli, in tutti i costumi, sotto tutti i Governi, nonostante tutte le proibizioni.
La città che non nomino ma che ha d’altra parte molte consimili fra l’Alpe e i due mari, godeva adunque, da immemorabile tempo, del giostrare de’ suoi due sobborghi e per tali giostre andava nominata nei dintorni e nelle lontananze. Si sapeva, ad esempio, che il dialetto dei Borghigiani non assomigliava affatto al dialetto dei Sobborghini, pur vivendo entrambe le brigate entro i confini di una stessa fossa; correvano per il mondo circostante, come corrono tuttavia, benchè l’antico spirito sia ormai cosa morta, i lazzi e le burlesche calunnie di cui l’una parte si compiaceva di adornar l’altra e viceversa. I Borghigiani avevano, ad esempio, nel loro rione un magnifico campanile a cono, alto settantacinque metri e più, tanto che imperava su tutti i compagni della città. Tale campanile ridestava il loro giusto orgoglio. Ora siccome i Sobborghini non ne avevano uno compagno da poter opporre e si vedevano impossibilitati a rapire quello dei Borghigiani, andavano narrando a beffa che costoro per far crescere il loro campanile ogni anno più, venivano concimandolo ad ogni autunno coi frutti di tutte le stalle del rione tanto da accumulargli intorno una montagna di letame poi come con le abbondanti piogge autunnali il letame scemava, lasciando sui muri la traccia del suo antico livello, i Borghigiani si adunavano a festa e facevano suonare tutte le campane, e danzando e cantando e trepestando gridavano:
— È cresciuto!... È cresciuto!...
I Sobborghini, in luogo del campanile, avevano un fiume che attraversava il loro rione e ne erano naturalmente orgogliosi. Durante l’estate le brigate vi si rinfrescavano, ma con l’autunno e con le piogge v’era sempre la minaccia dell’inondazione. Ora i Borghigiani per beffare il coraggio leonino dei Sobborghini narravano come in tempo d’autunno questi ultimi andassero sempre armati dei loro schioppi e che, al minimo accenno di fiumana, corressero ad assieparsi sul ponte, e dal ponte, gridando e bestemmiando e facendo i più orribili ceffi che si fossero veduti mai, tempestassero l’acqua di schioppettate tantochè il povero fiume, vistosi assalito in sì mala guisa, tutto spaurito e sbigottito, cessava di scorrere al mare, e volto il corso turbinoso se ne ritornava alla nativa montagna.
E i Sobborghini narravano come in un inverno frigidissimo, in cui la neve era caduta in tanta abbondanza da seppellirne le case, i Borghigiani, per impetrare pietà dal Signore e liberarsi dal malanno, erano usciti su la loro piazza e avevano pregato un maestro di pietra, che si trovava a passare dal luogo, di far loro un Cristo di neve.
Il Cristo era stato fatto e tanto era parso bello ed amabile ed adorabile nel suo lucente candore che avevano pensato di serbarlo. Ma come serbarlo?... Gli anziani si erano adunati; fu tenuto consiglio e, per giudizio delle persone più assennate, fu deciso che il Cristo di neve sarebbe stato cotto al forno.
— Una volta cotto è salvato! — dissero gli anziani.
E il popolo disse:
— È giusto!
Fu riscaldato un gran forno fino ad arroventarlo e quando apparve bianchiccio dal calore il Cristo fu infornato di botto e tappato chè non dovesse uscire.
E le donne pregavano e gli uomini sognavano la bellezza del loro Cristo bianco come la nube. Trascorsa l’ora necessaria alla cottura i Borghigiani si accostarono a capo scoperto addensandosi e, trepidando, attesero. Il più vecchio fra tutti si fece il segno della croce, afferrò il manico della serranda, lo trasse a sè religiosamente, guardò. Mille occhi si affissarono co’ suoi ricercando per entro il tenebrore la ben nota forma, ma non fu visto se non un po’ di bagnato. Allora un:
— Oooooh! — lungo, incredulo, stupefatto si levò dai Borghigiani assiepati, e l’anziano che aveva tolta la serranda si rivolse e disse:
— Ha fatto pipì e se n’è andato!...
E il popolo giurò sul verbo del maestro e fu creduto che il Cristo di neve avesse fatto pipì e se ne fosse andato.
I Borghigiani a loro volta narravano come i Sobborghini avendo un giorno deciso di atterrare una vecchia torre, l’avessero legata con un fil di lana e, afferrato il filo, come questo cedeva, si fossero dati a gridare:
— Viene!... Viene!...
Finchè non andarono tutti ruzzoloni. E così le reciproche gagliofferie erano squisitamente esaltate da parte a parte e correvano il mondo, animando le brigate, che ne facevano allegra festa.
Poi, col passar dei secoli, le cose vennero modificandosi, ma l’antica aspra scissura non si appianò e non è appianata tuttavia; non che le antiche baruffe si rinnovino, ma un Borghigiano preferirà sempre un Borghigiano a un Sobborghino e viceversa.
Una volta non si facevano mai matrimoni fra le due parti, ora se ne fanno; una volta, a una certa ora di notte, un abitante di uno fra i due rioni in contesa non si attentava di avventurarsi nel rione nemico; ora i Borghigiani bazzicano per le osterie dei Sobborghini e viceversa. Le cose han mutato segno ma l’antica tradizione non è morta tuttavia: abbandonata dagli uomini è scesa in retaggio ai fanciulli.
Così le due masnade di marmocchi facevano onore ai loro bisnonni, tempestandosi di santa ragione ogni qual volta si scontrassero. Certi poveri piccoli cristi ostentavano con rassegnata fierezza le loro innumerevoli lividure, ma ciò non formava impedimento. Bastava che Vituperio o Scampoli, i condottieri delle due masnade, lanciassero il loro grido di guerra perchè dalle botteghe, dai negozi, dalle case, di fra le immondizie delle strade, sbucassero i componenti le due masnade. Le mura, il greto del fiume, la piazza d’Armi erano i luoghi dei loro scontri. Le baruffe non avevano termine se non quando l’una delle due parti fosse volta in fuga ed inseguita fin dove gli uomini non si potessero intromettere coi loro irriducibili scapaccioni.
Naturalmente, ad ogni nuova baruffa, seguiva il parapiglia delle comari, che si vedevano ritornare i loro eredi malconci. Fierissime strida si levavano di catapecchia in catapecchia e la maggior parte delle volte i belligeranti venivano sottoposti a una nuova dose di legnate.
Ma l’onor della parte faceva lieve ogni supplizio. E sempre, dove appariva un Sobborghino sbucava un piccolo Borghigiano a fargli i versacci.
Così stavano le cose quando nacque bellamente al mondo la guerra libica. L’entusiasmo delle due masnade fu grande. Per qualche tempo Vituperio e Scampoli pensarono di riunire i loro gianizzeri e di andarsene per davvero in Libia, ma quando la cosa apparve impossibile, perchè dove ne parlarono non si ebbero che risa e rabuffi, dimettendo il pensiero della lega, ricominciarono a guardarsi in cagnesco. E furono nemici più di prima. Questo era naturale perchè tutti e due, sognando giorno e notte i turchi e non potendoli aver sottomano, furono predisposti a vedere, nella parte avversa, un’orda turchesca. Non vi fu intesa fra di loro; la cosa maturò di per se stessa; bisognava combattere.
Furon quelli i giorni in cui le botteghe furon maggiormente disertate, in cui i garzoni dei ciabattini, dei falegnami e dei fabbri furon licenziati con maggior frequenza, in cui le catapecchie risuonarono di violenti rabuffi; ma che importava? Bisognava combattere. E i marmocchi combattevano. Come fare altrimenti se tutti i giorni avevano sotto gli occhi lo spettacolo dei grandi che partivano per andare alla guerra? Se i turchi erano in Libia potevano essere anche dietro le mura della loro città ed ogni Sobborghino fu turco per i Borghigiani e viceversa. Fu bandita la crociata. Nessuno più mantenne la foga della marmocchieria battagliera, nè i padri nè le madri, nè la coalizione degli adulti. Furono schiaffi e pugni, una robusta meraviglia. Vituperio e Scampoli affinarono la loro arte guerresca, ne toccarono e ne dettero finchè un bel giorno, dopo mesi e mesi di lotta, risuonò la novella della pace.
La pace? Vituperio e Scampoli adunarono i loro marmocchi e tennero consiglio. Era la prima volta, nei secoli dei secoli, che fra Borghigiani e Sobborghini si parlava di una simile cosa. Eppure se la pace l’avevano fatta gli altri, i grandi, doveva ben essere una cosa seria. Furono sospese le ostilità, e una bella domenica Vituperio e Scampoli, ciascuno a capo della propria turba, si diressero per strade diverse ad uno stesso luogo.
Il luogo prescelto era la piazza d’Armi.
Scalzi, con gli enormi berretti appartenuti già a tutta una generazione di adulti innanzi di scendere sulle loro orecchie, con certi giubboni sbrindellati che si affloscivano giù giù per le stremenzite persone, fino alla caviglia; senza camicia, senz’altro se non il loro buon umore, si adunarono e partirono. Baiocco, Fringuello, Martufo, Piedipiatti, Boccatorta, Frosone, Virgola, Cartoccio, ciascuno col proprio nomignolo, come con un singolare adornamento, se ne andò a testa alta. C’era il signor Sole. Essi adoravano il signor Sole, come la signora Luna e come ogni cosa che fosse lucente. Erano come la gazza e la cornacchia. Qualche donna si fece su la porta.
— Dove andate, canaglie, rompicolli, avanzi di galera?
I marmocchi non risposero e non fecero sberleffi. Un altro giorno forse avrebbero scaricato sulla linguacciuta comare tutto il vocabolario dei loro improperi, ma quel giorno no. Andavano a far la pace e c’era il signor Sole. Essi lo chiamavano così perchè la parola signore significava per loro una cosa grande e lontana. Ciò che avrebbero fatto e detto non lo sapevano, ma Virgola cantava e Piedipiatti gonfiava le gote ad imitar la banda.
Scampoli aveva le mani in tasca, ciò voleva dire che pensava. Quando Scampoli pensava doveva essere in vista qualcosa di grosso.
Boccatorta chiese a Frosone:
— E dopo?
— Dopo che?
— Dopo, quando la pace sarà fatta?
— Ebbene?
— Che cosa si farà?
— Io credo che ci bastoneremo in un altro modo!
Boccatorta sputò e Frosone dette una spinta a Fringuello perchè non camminava. Ne nacque un battibecco e volò qualche pugno. Scampoli non si rivolse, fu Martufo che s’interpose e separò i contendenti:
— Non vi fate male!... Pensate che avete una famiglia!...
Frosone non aveva nessuno e Fringuello viveva con una vecchia zia che non sapeva di averlo. Ma si rappacificarono perchè ciascuno credeva di avere una famiglia là dove andava a dormire, fosse pure sotto l’arco di una porta o in un loggiato.
Guardarono il fiume. Qualcuno si soffermò a raccogliere qualche sasso lucente. Salirono la sponda opposta e Virgola cantava sempre e Piedipiatti gonfiava le gote a imitar la banda.
Baiocco disse a quest’ultimo:
— Vuoi finirla di sbuffare come un bue?
Piedipiatti rispose:
— No!... — E intonò l’inno di Garibaldi.
— Taracin, taracin, taracin.
Allora, per lo spirito suo repubblicano, anche Baiocco cominciò a cantare. Le foglie erano color d’oro. Un pettirosso e un forasiepe volaron pei rami bassi a guardare. C’erano tre piccole nubi che correvano verso il sole, tutte scapigliate. Le montagne turchine pareva si fossero levate a fare una bella corona al cielo limpido.
Cispola, che era il più piccolo, guardò un contadino che passava con una vacca e per associazione di idee disse:
— Ho fame!
Ma nessuno gli badò. Pancaccia ebbe un grande sbadiglio.
E arrivarono in vista della piazza d’Armi. Quando videro le mura del Tiro a segno, qualcuno chiese:
— Ci sono?
Fu risposto:
— Sì, ci sono.
Infatti i Borghigiani erano in fondo al prato, immobili.
— Che cosa fanno? — chiese Virgola.
— Non vedi?... — mormorò Pancaccia. — Aspettano la pace!...
Scampoli camminava sempre con le mani in tasca e così continuò a camminare fino a metà del prato e la sua turba dietro.
Quando fu giunto a metà del prato si fermò. I Borghigiani non si movevano. Si vedeva benissimo Vituperio fermo innanzi ai suoi. Stettero così qualche tempo.
— Be’?... — fece Baiocco accostandosi a Scampoli.
— Be’, che cosa?... — domandò Scampoli rivolgendosi.
— Che facciamo?
— Si aspetta.
— Ma anche gli altri aspettano!
— Hai visto? — disse Fringuello. — Hanno inalberata la bandiera bianca!
Si vedeva infatti un cencio pendere dalla cima di una canna.
— Chi ha un fazzoletto? — fece Scampoli rivolgendosi.
Nessuno rispose.
— Chi ha la camicia? — riprese Scampoli.
— Io! — disse Cispola.
— Dalla qua.
E Cispola fu costretto a togliersi la camicia che era turchina. Non vi si badò. Qualcuno trovò una canna e la bandiera fu fatta.
Allora i Borghigiani si mossero con Vituperio alla testa. Anche Scampoli si mosse con i suoi.
Quando le due masnade furono a dieci passi si soffermarono.
Tanto i Borghigiani come i Sobborghini ridevano.
— Che c’è da ridere? — domandò Scampoli.
— E voi altri perchè ridete? — rispose Vituperio.
Passò un silenzio. Scampoli e Vituperio si fecero innanzi. Le due masnade si guardavano con occhi da locomotiva.
E Scampoli disse:
— Facciamo pace?
— Facciamo pace! — rispose Vituperio.
E i condottieri si teser la mano, veduta la qual cosa i marmocchi d’ambo le parti si spinsero gli uni contro gli altri e cominciarono a baciarsi, ad abbracciarsi che era una meraviglia vederli.
Se ne andarono insieme e parevano in verità tutti fratelli. Giammai un Borghigiano aveva avuta tanta esuberanza d’amore per un Sobborghino. La secolare antinomia, la lotta senza quartiere, ecco, aveva trovata la sua fine, la pace trionfava su la guerra; un sentimento umano su la barbara usanza sanguinaria.
I marmocchi non sapevano e non pensavano questo, erano allegri per la cosa nuova, per il loro numero accresciuto, per il signor Sole che rideva sempre compiendo la sua strada nel turchino. E tutto pensarono fuorchè a riprender la strada delle loro case.
Attraversarono campi e fossati, presero a sassate i cani, insolentirono i bifolchi per la superiorità che ogni marmocchio cittadino sentiva di avere su la gente del contado, devastarono qualche vigneto, fecero quanto più danno poterono per il loro amore che non era l’amore degli altri. E così camminando, piroettando, cantando, devastando, giunsero, ebbri di pace e di fratellanza, ad una città vicina.
Come ne vider le mura sostarono. Vituperio disse:
— Entriamo a portar la pace anche fra i Tonti?
— Sì!... — gridaron le masnade. — Evviva la pace!...
E in verità parevano tanti piccoli Arcangeli in Cristo, illuminati di grazia e di soavità.
Scampoli raccolse un ramo di ulivo. L’esempio suo fu imitato. In breve la povera pianta, per la pace degli uomini, fu dispogliata da’ suoi rami. Poi si posero in ordine, a quattro a quattro, e ciascuno recava il suo ramo di ulivo. In mancanza di meglio intonarono un coro scolastico:
Noi siamo piccoli ma cresceremo....
E a gola aperta, fra lo strepito del canto stonato, agitando alte le loro rame si diressero verso la porta medioevale della città dei Tonti.
Due piccoli Tonti li accolsero con uno sberleffo; un altro disse loro:
— Che cosa venite a fare in casa nostra?
Ma gli apostoli non intesero o finsero di non intendere. Varcarono le mura cantando sempre e credevano di andare incontro ad un’accoglienza trionfale, senonchè i Tonti, avvertiti dal frastuono, si erano raccolti in buon numero e non appena le apostoliche masnade avevan posto piede nella loro città che incominciò la più tempestosa sassaiuola che queste avesser dovuta subir mai.
— Siamo amici! — gridò Vituperio. — Vi portiamo la pace!
— La pace!... La pace!... — gridarono le masnade.
E allora un brutto piccolo rospo della famiglia dei Tonti, un segnato da Dio, con un occhio cieco, la bocca torta e sciancato, come udì il grido si fece innanzi e in un momento di tregua gridò:
— Che cosa volete?...
— La pace!
Lo sgorbio umano ebbe un riso sinistro, si pose la mano alla bocca e rispose con un suono inarticolato.
I Tonti risero.
Vituperio e Scampoli allibirono. Piedipiatti disse:
— Torniamo indietro.
Vi fu un momento di scompiglio e ancora le masnade dell’amore non si erano rifatte dalla loro sorpresa che una seconda frotta di Tonti, armati di randelli, sbucò da un vicolo, assalì i pacifici Borghigiani e Sobborghini e, senza che essi potessero reagire, li conciò nel più malo modo possibile.
La rotta fu vergognosa e disperata. E da quel giorno, per il dolce volto di madonna Pace, la Guerra non fece che un inchino ai suoi vecchi messeri e cambiò luogo se non cambiò costume.
Borghigiani e Sobborghini furono alleati contro i Tonti, tanto è vero che tutto è parziale al mondo e l’universalità è una utopia.
LO SPAVENTA PASSERI.
Seduto in mezzo al campo, presso la croce di canna elevata a porre il seminato sotto la protezione del Signore, lo squallido vecchio aveva a quando a quando un rauco grido e levava a stento un suo vinciglio, fra le mani anchilosate. Incurvo il mento sul petto, tutto pervaso dal tremito della paralisi, attendeva al suo còmpito dall’alba al tramonto, da quando i passeri scendevano dai loro rifugi fino all’ora in cui vi ritornavano con un frullo, mentre suonava un’Ave.
Era il tempo dell’estremo autunno, chè novembre traeva l’invernata dai cieli preclusi, con le nebbie, le brine e le burrascose furie di Borea. Anche i pettirossi se ne andavano con le ultime foglie e le nostalgiche voci delle giovinette cantavan la leggenda di Solicello che muore impigliato fra i roveti.
La terra si mostrava ignuda fra zone di basse nebbie o nei magici bagliori della galaverna. E fra le nebbie e la galaverna, sotto l’esigua croce di canna, rattrappito, bistorto, ravvolto come un ramo secco, padron Veli attendeva la sua morte in mezzo al campo seminato. Nè pregava Iddio che l’affrettasse, nè vedeva cosa che gli paresse ingiusta anche in quella sua postrema sofferenza.
Vegeto e sano aveva sempre pensato, come i suoi tre figli, che tanto ci si può prender cura di un uomo quanto utile può rendere; ed ora che si vedeva immobilizzato dal male su di una sedia, più gli sarebbe parso atroce essere come l’aratro arrugginito o come lo stollo fracido che non regge il suo mucchio anzichè giovare, in quel modo che poteva, a coloro che avevano preso il posto di lui. Così s’illividiva sotto i plumbei cieli tranquillamente, levando a quando a quando un rauco grido o il rossigno vimine a spaventare i passeri che non vedeva ormai più perchè gli occhi suoi non gli mostravan del mondo se non un’immagine smorticcia, una teoria di fantasmi evanescenti dall’ombra densa.
E Maiore e Pietro e Benedetto utilizzavano il vecchio in tal modo, contenti dell’opera loro e di quel qualsiasi utile che ne ritraevano.
Erano costoro tre uomini scalati come tre canne di una zampogna, ma di uguale tipo e di anima uguale, se ben poteva dirsi anima il vago baglior di vita che appena schiariva la loro grossezza. Ridevan di nulla così come il minimo suono s’ingigantisce nelle stanze vuote, l’un dopo l’altro con la bocca aperta e gli occhi tondi: avevan quella semplicità la quale confina con l’ebetudine, ma solo fino al punto in cui non entrasse in gioco il loro tornaconto.
Infaticati come la bestia a coltivare il campo e la vigna, consideravan sè stessi a simiglianza degli altri, a seconda dell’utile che potevan dare, nè avevan tolto moglie perchè più pane avrebbe consumato una donna che non ne avrebbe reso. Così conducevano la casa da soli, compiendo ogni opera femminile, perfettamente.
Nel contado li chiamavan gli Scalzi e infatti fino ai giorni del più rigido inverno andavan scalzi e solo allora infilavano gli zoccoli quando la neve era per le vie. Nè possedevan mantelle a ripararsi dai rigori del gennaio, nè ferrajoli, nè altra veste che non fosse una pelle di pecora la quale avevan cucita alla meglio e che infilavan sulla giacchetta a volta a volta, chè ne possedevano una sola.
Il loro mondo era in tale avarizia, all’infuori della quale nessuna cosa più li toccava o li commuoveva e non sapevan che ridere.
Così quando padron Veli, il padre loro venerando, fu ridotto fra il letto e la sedia, incapace a qualsiasi opera, i tre Scalzi sentirono appesantirsi sull’anima loro la nube di quella vecchiaia dannosa e, tardando la morte a render giustizia, strologarono nel pensier loro il modo di far servire a qualcosa il malato.
Fu Maiore che una mattina, all’alba, levato col canto del gallo, disse a Pietro:
— Prendi il vecchio e portalo con te.
— Dove?
— Nel campo.
Pietro trasse padron Veli dal letto e se lo caricò sulle spalle. Questi non fiatò, tremava soltanto, ma per la sua paralisi.
Poi Maiore chiamò Benedetto e gli disse:
— Prendi una sedia e vieni con me.
— Dove?
— Nel campo.
Maiore si caricò di tre marre e andarono. Traversata l’aia, seguendo le redole, giunsero al campo della croce che era il più grande.
Avevano seminato il giorno prima. Maiore andava innanzi. Quando fu presso la croce disse a Benedetto:
— Metti la sedia qui.
Fu fatto. Maiore la piantò bene sulla terra smossa chè non avesse a rovesciarsi, compiuta la qual opera, disse a Pietro:
— Vien qua. Fa sedere il vecchio. Spaventerà i passeri.
Padron Veli capì solo allora che cosa gli preparavano e non si dolse della cosa, come non si sarebbe dispiaciuto anco se l’avesser sepolto.
Come fu seduto, Maiore gli disse:
— Voi siete quasi cieco ma non importa. I passeri avranno paura di voi. Badate al grano. Se avrete fame vi ho messo il pane in tasca. Qui c’è la fiasca dell’acqua. Verremo a prendervi questa sera.
Padron Veli non parlava più e non potè rispondere; continuò a tremare, la testa inchiodata al petto, le braccia penzoloni. Ma per quel che capì fu soddisfatto. Maiore si fermò à guardarlo. Disse a Benedetto:
— Va a tagliare una rama.
Benedetto andò in un filare e tornò con un vimine rossigno. Maiore lo pose nelle mani del vecchio e disse ancora:
— Tenete questa rama. Vi farà buono per i passeri!
Poi raccolse la marra, Pietro e Benedetto fecero similmente e senza rivolgersi se ne andarono all’opera loro.
Padron Veli rimase in mezzo al seminato col suo vimine sanguigno. Su le prime non si rimosse, stette con le braccia abbandonate, istupidito, senza saper come eseguire degnamente il compito nuovo, chè nulla vedeva se non l’ombra degli alberi, sul cielo, e un mare grigiastro ed uniforme; poi a qualcosa che trasentì e che non seppe comprendere nell’ombra sua moritura, mandò un grido rauco e levò il vinciglio e così fece e continuò fra lunghe pause finchè giunse la sera e lo riportarono via.
Il nuovo costume non fu più dimesso. Ad ogni alba gli Scalzi partivano col vecchio paralitico e ritornavano col tramonto. E fra le ultime foglie che le raffiche si portavano via frullando, fra lo strido dei forasiepe, l’argento delle brine, il grave aduggiarsi delle nebbie Padron Veli attese la sua morte che non poteva mancare.
Ma egli era di salda radice e il freddo e l’umido e la nebbia e la pioggia non l’abbatterono. Anche quando scendeva sulla terra la caligine livida, sì che non vedeva la cinta degli alberi, i tre Scalzi che lavoravano nel campo vicino, udivano uscire dal fitto velo della foschia il grido del vecchio; e pareva giungesse di tanto lontano che già la morte l’avesse serrato e condotto giù per le sue fosche contrade.
E Maiore diceva alludendo al vecchio:
— Lavora bene!
E Pietro e Benedetto assentivano.
Poi giunsero le piogge e il còmpito di padron Veli parve esaurito. Dal primo giorno in cui il cielo si oscurò per non aver più sole il vecchio fu posto in una panca, vicino al focolare spento. Faceva freddo, ma in casa degli Scalzi il fuoco non si accendeva mai se non per cuocere le vivande. Quel giorno non v’erano vivande da cuocere e padron Veli tremava presso la cenere del focolare e aveva il volto illividito come quando sedeva in mezzo al seminato, fra il turbinìo del vento. Gli occhi gli si erano ormai chiusi e non udiva intorno che il ronzìo cupo delle sue stanche vene. E quel ronzìo gli figurò lo svolare e il pigolar dei passeri fra la sementa. Alzò un braccio, ad un tratto e mandò il suo rauco grido.
Maiore levò il capo di su lo spianatoio e si volse a guardare. Così fecero Pietro e Benedetto, ma non corse parola. Dall’angusta finestra chiusa da un’impannata, entrava appena uno scialbo livore di luce. E, fra i colpi del telaio, si udiva il gran pianto del giorno senza sole.
Fu una pausa durante la quale Padron Veli continuò a tremare nella sua solitudine moritura, poi con lo stanco gesto del braccio il suo rauco grido empì di nuovo la stanza.
Benedetto ristette, la spola in una mano, e domandò:
— Che ha il vecchio?
Disse Maiore:
— Si sogna!
E lo guardarono un poco in silenzio. Padron Veli non vedeva e non udiva; udiva solamente gli immensi stormi dei passeri voraci cinguettare, cantare, svolare in una persecuzione senza tregua, penosa, e i campi erano devastati, sotto la croce di canna coronata dal candor della brina.
Solo al quinto, al sesto grido, Maiore disse:
— Si pensa di essere nel seminato e lavora!...
Pietro e Benedetto risero e nessuno pensò più alla cosa. Padron Veli continuò nel gesto e nel grido automatico, seduto innanzi la cenere del focolare, illividito dal freddo, sperduto nell’ultima sua visione di tormento.
Ma al secondo e al terzo giorno, come il maltempo non accennava a tramutare e il vecchio a ravvedersi, Maiore disse:
— Bisogna avvertirlo che non è più nel campo!...
E Pietro e Benedetto risposero:
— Sì!
Bisognava avvertirlo e Maiore si accostò a padron Veli, gli battè una mano sulla spalla, gridò:
— Vecchio, siete in casa, qui non ci sono i passeri!... — Pietro e Benedetto ridevano. Padron Veli non intese, non poteva intendere, tremò un po’ più forte senza rispondere.
E Maiore:
— Avete capito?... Non gridate più che non c’è bisogno!...
E l’opera diuturna fu ripresa, ma il vecchio Veli non aveva inteso. Egli non viveva ormai più se non nella sua estrema visione.
Allora i tre figli si dissero:
— Chiamiamo Puntèrla chè lo faccia tacere con le sue erbe!
E Puntèrla giunse. Era questi un semplicista e aveva grande rinomanza per le campagne, chè le sue guarigioni erano prodigiose. Giunse e guardò padron Veli. Maiore, Pietro e Benedetto gli stavano intorno con la bocca tonda.
Maiore domandò!
— Potrete guarirlo senza farci spendere?
Disse Puntèrla:
— È vecchio!
I tre figli assentirono.
E Maiore chiese:
— Che cosa potremmo dargli?
Puntèrla disse:
— Morirà!...
I tre figli assentirono. Già, era giusto che dovesse morire perchè era troppo vecchio.
Ora padron Veli urlava sempre più forte e la sua paralisi lo faceva traballare sulla sedia.
— Vedete come trema? — disse Puntèrla. — Ha il male della spingarda?
— Della spingarda?
— Sì — fece il sapiente di semplici. — Bisognerebbe farlo sudare!...
— Non basterebbe qualche pillola?
— No. Fatelo sudare!...
E Puntèrla si ravvolge nel suo ferraiolo. Quando fu sulla porta Maiore gli pose fra le mani due uova e disse:
— Prendete per il vostro incomodo!
Puntèrla intascò le uova senza dir parola e scomparve.
Come rimasero soli, Maiore pensò per qualche secondo, poi disse ai fratelli:
— Aspettatemi qui! — E uscì sotto il portico.
Per circa mezz’ora Pietro e Benedetto lo udirono andare e venire senza sapere che si facesse. Padron Veli era sempre più agitato e le sue urla aumentavano d’intensità.
Di repente la porta che immetteva nel portico si aperse, e Maiore apparve, vermiglio in volto.
Disse ai fratelli:
— Prendete il vecchio!
Pietro e Benedetto ubbidirono senza domandare, com’erano soliti, chè Maiore poteva avere il comando, essendo il primo nato.
Sollevarono padron Veli fra le braccia e uscirono. Maiore andava innanzi. In un angolo del portico era aperta la nera bocca del forno.
— Che facciamo? — domandarono i fratelli.
— Portatelo qua! — disse Maiore.
Padron Veli aveva gli occhi serrati. Quando
furono innanzi alla bocca del forno Maiore guardò dentro e chiese:
— Potrà starvi seduto?...
Pietro e Benedetto risposero:
— Sì!...
E l’opera fu compiuta. Quando ebbero chiusa la serranda e l’ebber tappata intorno con molta mota, ristettero ad ascoltare, tutti e tre reclini.
— Ora suda!... Non urla più!... — disse Maiore.
E se ne andarono tranquilli.
Padron Veli sudava infatti dentro il forno serrato e più non udiva il cupo ronzio delle sue vene tramutarsi nell’acuto pigolìo dei passeri voraci. Il giorno declinò ed i tre fratelli compirono le opere loro in pace. Quando fu la sera, Maiore si accostò alla bocca del forno e chiamò forte:
— Vecchio?... o vecchio?... Sudate?...
Padron Veli non rispose. Pietro e Benedetto dissero:
— Dormirà!...
— Lasciamolo tranquillo!...
— Sì, lasciamolo tranquillo!
E com’ebber mangiato il loro pan secco sul palmo della mano, se ne andarono a dormire, contenti nella loro anima ottusa.
All’alba il gallo rosso cantò presso il fico dispoglio dal quale stillava la pioggia. I tre fratelli si levarono e scesero nella stalla.
Com’ebbero governate le bestie era il mattino, e la giornata era piovosa.
Dall’aia qualcuno chiamò:
— Oh!... Gli Scalzi!...
— Avanti!... — gridò Maiore.
Entrò Puntèrla.
— Benvenuto! — fece Maiore. — Che volete?...
— Come sta padron Veli?
— Deve star bene perchè ha sudato! Non l’abbiamo sentito più!
— Si può vedere?
— Venite!...
E Maiore e Pietro e Benedetto s’accostarono alla bocca del forno. Puntèrla li guardava fare.
Com’ebbero aperta la serranda Maiore disse a Pietro:
— Va a prendere il lume!
Venne il lume e Maiore lo legò in cima a una pertica.
— Ma che avete fatto?... — domandò Punterla, e stralunava.
I tre fratelli si volsero a guardarlo, stupiti. Non risposero.
Maiore spinse la lampada nel forno. Apparve l’ombra del vecchio, appoggiata all’incurva parete, ma il volto non si vedeva, non si vedeva che il corpo rattrapito, risecchito.
— O vecchio?... — chiamò Maiore. Passò un silenzio e padron Veli non rispose a quella e alle nuove chiamate. Allora Maiore levò la lampada fin presso il volto del taciturno e, nella luce rossastra, l’orrendo volto apparve di un subito, come dal fondo di un sepolcro millenne. Non era più inchiodato al petto, ma levato fino alla vôlta del forno e gli occhi erano sbarrati e i capelli irti e le mascelle contratte e la bocca socchiusa e stirata sulle vuote gengive. Impietrito nello spasimo era segnato nei solchi e nell’ossa e nella cavità profonda, da una forza spaventevole.
Maiore lo guardò tranquillo e chiamò ancora:
— O vecchio?... Non ci sentite?
— Sì che ci sente — sussurrò Pietro. — Guardalo!... Ride!...
E Benedetto:
— Ride!...
E tutti e tre sporsero la testa entro la nera bocca del forno e ripeterono adagio, soddisfatti:
— Ride!
Poi, levatisi in un silenzio, si guardarono negli occhi e scoppiarono a ridere a loro volta tutti e tre, l’uno di fronte all’altro, inconsci e tremendi innanzi alla muta morte che li guatava dalla tenebra.
LA VIGNA VENDEMMIATA.
C’era, lungo la casa, una riga di ombra e il sole batteva tuttavia sui muri opposti con tanta violenza che l’aria ne era affocata. Le finestre e le porte erano chiuse e per la strada non c’era che Calandra accoccolato lungo la riga di ombra, presso il muro della sua casipola, le ginocchia divaricate, le braccia su le ginocchia e le mani penzoloni.
Sonnecchiava. Ogni suo còmpito era esaurito.
Interrotto il sonno, sul far dell’alba, era sorto dallo stramazzo bell’e vestito come si coricava e, sbirciata l’Amalia, la quale continuava a dormire mezza nuda, appoggiata la larga gota rossa sul braccio ripiegato, era disceso alla vigna.
Uomo di tenace fatica, paziente, placido e resistente come il bue, non aveva badato alla violenza solare, protraendo il lavoro suo finchè la fame imperiosa non lo avesse discacciato di tra i filari.
Ritornato alla casipola sua nel paese, poco dopo mezzogiorno, si era fatto alla madia senza cercar di Amalia, e preso un pane, un boccale di vinello e un bicchiere, seduto su la panca innanzi alla tavola, aveva mangiato il suo pane, pensando ai bei grappoli che avevano alleghito e ai pampini superbi.
Ora sonnecchiava presso la soglia, addossato al muro, lungo l’esigua ombra delle gronde.
Sul principio, come i suoi piedi scalzi erano ancora nel sole e gli ardevano, nè pensava a ritrarli, sul principio aveva udito il ronzìo delle mosche e un malo odore entrargli per le nari insistente, ma nè l’una cosa nè l’altra erano tali da fargli rivolgere gli occhi o da farlo scansare; vi si era adattato calando le ciglia su la sua torpida volontà di sonno e di tregua.
Il rotolìo di uno di quei pesanti plaustri vermigli, antichi come l’arca e la nave, pieni di ferramenta e solidi a simiglianza dei quadrati buoi che li trascinano, non gli fece levar le palpebre di sopra gli occhi suoi grigi e piccoli come quelli del cane; un fanciullo che trascorse gridando come un invaso dal farnetico, ma solo per la barbara gioia di sentirsi vivo, non lo riscosse. Quando Calandra aveva chiuso gli occhi sul suo silenzio, era disceso nel torpor del suo riposo come nell’immensità del non essere, occorreva una ben diversa ragione a farlo levar di repente, diritto nel sole, con la sua piccola coscienza.
E così ristava nell’ebetudine della siesta, simile ad un cencio gettato sopra una corda tesa, quando, nella casa che gli era dirimpetto, si aprì ad un tratto un usciuolo, un braccio si sporse e gettò in mezzo alla via il contenuto di un grande orcio rossigno.
Il liquido si espanse per l’aria e giunse fino al muro opposto e piovve sul collo, sul petto e su le braccia di Calandra. Questi, al brivido inatteso, levò il capo e grugnì e al grugnito sordo fece seguito una fra quelle sonanti imprecazioni, sì comuni in Romagna, che possono dirsi una più scabra natura di quella gente scabrosa.
Ma Calandra imprecò per l’abito suo di imprecare, così come avrebbe presa la marra o guardato l’aspetto del cielo; il brivido che lo aveva riscosso violentemente dalla sua torpida vacuità aveva ridesta la parte di lui più viva e più inconscia: quella che bestemmiava; era stato come un atto riflesso, la conseguenza necessaria di un’azione indipendente dalla volontà e nulla più. E con l’innocente imprecare tutto sarebbe finito, se la Checca, donna irosa e maligna, non avesse prese per sè le sùbite parole di Calandra e, riaperto l’usciuolo che già aveva richiuso, non si fosse fatta su la soglia per dimandare a provocazione:
— Che c’è da brontolare?... Con chi l’avete?...
Calandra, che già aveva ripresa la flaccida posa dell’uomo insonnolito, levò lentamente le palpebre e guardò la Checca co’ suoi piccoli occhi di cane, senza capir che si volesse.
E la donnacola ribattè:
— Dico con voi, sapete!... Che c’è da brontolare?...
Calandra non si scompose, richiuse gli occhi e borbottò:
— Chi brontola?
— Voi!... E mandate degli accidenti a chi non v’ha fatto nulla di male. Sarebbe meglio apriste gli occhi sui fatti vostri, povero merlo!...
Calandra non rispose.
— Sì, fate le orecchie da mercante. A voi vi interviene come a quello che dava consigli al vicino perchè si guardasse dal fuoco e aveva il fuoco in casa!
E Calandra muto.
— E la gente dicono che non sapete niente, che nessuno vi ha fatto mai aprir gli occhi!... A crederci!... Ma se ve la fanno sotto il naso!...
Calandra ritrasse le mani sul grembo, levò un poco la testa, chiese lentamente, come se gli fosse giunta appena appena la eco di un discorso strano, nel sonno:
— Che cosa mi fanno sotto il naso?
— Quello che non volete sapere! — fece la Checca.
E Calandra con la stessa lentezza beota:
— Che cos’è che non voglio sapere?
— Sì, fate lo smarrito?
— Che smarrito?
La Checca squadrò in tralice il tardigrado, crollò le spalle, disse:
— E chi non lo sa che siete becco e contento? — E su tali parole richiuse violentemente l’usciuolo.
Allora Calandra alzò la grande mano noccoluta, si calcò su la nuca il cappello, che il solfato di rame delle sue viti aveva stinto e ritinto, sputò di traverso e disse, ma placidamente:
— Vacca!
E l’ira sua fu compiuta.
La Checca non c’era più; la strada divenne silenziosa dall’un capo all’altro; Calandra ricadde nella sua immobilità di vegetale che dalle soglie del non essere si affaccia alla vita. Avvertì tuttavia il malo odore e il fitto ronzìo delle mosche, udì il grido di un bifolco a’ suoi bovi, da un prossimo campo, e i tocchi delle ore dalla torre del Palagio. Non voleva darsi la fatica di contar le ore, ma le contò senza addarsene. L’orologio della torre aveva suonato il tocco e un quarto; poteva dormire ancora; ma in quel che ridiscendeva verso la profonda beatitudine del riposo, eccoti lo Scancio che giungeva cantarellando lungo la riga d’ombra.
Calandra chiuse gli occhi e non si rimosse.
Lo Scancio era il garzone dei Falistri, un giovinastro cane che non avrebbe portato rispetto neppure all’anima santa di una madre.
Il Calandra non lo temeva, per vero dire, perchè egli non aveva che un timore al mondo ed era quello di Dio; ma la presenza dello Scancio gli dava sempre un malessere inesplicabile, un fastidio inespresso che lo lasciava scontento. Attese senza levar la testa. Lo Scancio si fermò all’osteria del Moro, parlò sommesso, dalla strada, con qualcuno che era oltre la porta, rise forte e proseguì.
Ora Calandra fingeva di essere preso dal più pesante sonno. Lo Scancio gli gridò:
— Buon riposo, Calandra!
Il bifolco non rispose.