LE NOVELLE DELLA GUERRA.


ANTONIO BELTRAMELLI

Le Novelle
della Guerra

MILANO
Fratelli Treves, Editori
Secondo migliaio.


PROPRIETÀ LETTERARIA.

I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l’Olanda.

Milano, Tip. Treves — 1919.



[INDICE]


Le novelle della guerra.

A mio padre.

A te, vecchio babbo, che mi passi nel tuo silenzio accanto; alla tua fierezza raccolta e al tuo saldo cuore di soldato consacro questa mia amorosa fatica.

Il nostro orgoglio è uno: l’Italia; ma io vedo inferiore il mio còmpito di fronte a ciò che fu per te la vita. Io narro, tu hai agito; tu hai vissuto il tuo poema d’amore da Curtatone a Custoza: dalla tua prima giovinezza alla tua maturità compiuta, essendo sempre fra coloro che vollero.

Fermo alla tua fede fin da quando ti nacque dal cuore, per disdegno e gagliardia, fin da quando ti valse la dura prigione e ti pose di fronte alla morte, hai veduto nascere e smorire e rinascere questa Italia nostra alla quale ciascuno di noi, entro il proprio confine, ha dedicato tutta quanta l’anima; e nei giorni più oscuri, allorchè ogni sogno di grandezza pareva vano, di fronte alla miseria degli uomini, non hai deprecato nè dubitato mai.

Altri gridava maledicendo, tu hai taciuto nell’attesa. Io mi ebbi da te la forza del perseverare, la dura costanza che macera e affina, la virtù che ti regge all’incrociata e veglia lo spirito tuo chè non s’afflosci e troppo non ascolti e vilipeso non s’adiri e martoriato non si stanchi. Ciò che tu fosti e sei, vorrei essere io. E se pari siamo nell’amore all’Iddio indigete, vorrei avermi perenne, sul trascorrer degli anni, il religioso silenzio del tuo cuore che non dubita mai. Non più di questo e in questo la mia vita intiera. Fosse il mio come il tuo solco e la mia forza pari alla tua, nel campo del mio travaglio, fra i due vesperi. Ora che troppe cose si separano e tralignano e tormentate tormentano a ricercare inverosimili strade, e l’insincerità le conduce, ora più che mai io cerco il terreno delle tue radici per impiantarmi in quello e, nella mia qualsiasi forza, prosperare per quel che sono e voglio essere. L’ombra della casa degli avi non costringe nè immiserisce. È l’eterna montagna che dà vita alle fonti. Ed ogni casa ha una finestra all’alba ed una al tramonto e, sopra, il cielo infinito; ogni casa ha la sua porta che si chiude su la notte e sulla tempesta; e, se tu vegli, vedrai sul tuo nido, sul tuo esiguo spazio, sul tuo sacro nulla, il volto delle stesse stelle che sono sul mare smisurato e su le montagne abissali.

La parola è la stessa, sempre, per tutti gli uomini, su tutte le terre; e l’aspetto e l’anima è una. Ora troppi si sperdono che vanno per roveti e sterpeti a ricercare ciò che è alla loro soglia, ciò che si stende su la loro piccola casa quando il sonno li coglie.

Meglio è radicarsi alla terra antica ed essere la nuova pianta della selva sacra, dalla quale parlarono già le prime voci degli uomini e degli Iddii, e conoscer le virtù della stirpe sì che la tua forza e la tua ansia profonda ne siano rinsaldate.

V’è un’ombra smisurata alla quale non farai fronte da solo se ben non t’impianti e ciò che più solo ti appare, più profondamente si radica nel suo popolo.

Così io ho inteso il tuo amore, babbo, e per questo è tua la prima fatica che valga al mio fine.

E con te è di tutti coloro che su la terra e sul mare hanno rinnovato questa Primavera Sacra. Ed ai vivi ed ai morti e alla magnifica masnada giovanile e al cuore dei Condottieri la voglio dedicata.

Per ricordare.

“Il coraggio è di tutti i popoli, ma l’eroismo è solo di quelli che debbono vincere.„

Alfredo Oriani, Fino a Dogali.

Cominciammo con uomini che si avventuravano soli per le terre dell’Africa oscura, soli ed indifesi ma temprati al sacrificio e alla morte per condurre innanzi con la loro volontà il Destino della patria.

Morirono disperando. Non seppero e non videro forse che una generazione non lontana avrebbe raccolto i loro nomi per iscriverli nel martirologio della stirpe. Forse giacciono tuttavia lungo le piste carovaniere, pei deserti.

Pellegrino Matteucci, Antonio Cecchi, Giulietti, Bisleri, Chiarini, Bianchi, Diana, Monari: ecco i pionieri autoctoni.

La giovinezza del popolo andava innanzi a loro; la fatalità di un disegno storico li sospingeva al sacrificio. Morirono e lo squallore delle anime non seppe la bellezza e la grandezza del toro gesto. La trepidante ansia dei governanti deprecò la loro morte. Non si voleva agire. L’Italia, bollata dalla secolare servitù, impaurita dalle sue ultime disfatte sul campo di battaglia, sbigottita dal disastro di Lissa che era, nei secoli, la sua prima pagina ingloriosa sul mare, era renitente al suo Destino, si umiliava per non seguir la sua via. Non ardì quand’era tempo, non si rimosse quando altri le apriva la strada, si condusse da schiava ne’ suoi rapporti con le Nazioni, volle passar come l’ombra, essere nulla e nessuno per non trovarsi di fronte al pericolo e vi riuscì. Si salvò perchè necessaria ad un equilibrio di forze, ma l’anima sua si immiseriva sempre più. Ebbe uomini d’accatto che per la loro timidezza politica le tolsero anche l’ultima dignità. Cadde in dispregio. Le sue glorie nazionali si offuscarono. Ma il fato la premeva e dovette ubbidirgli.

Così mentre era stata facile giuoco della Francia dapprima e si era rifiutata di seguir l’Inghilterra poi e, accecata dalla più grande insipienza politica e da un vergognoso timore, aveva trascurata la sua migliore fortuna, si decise ad entrare in campo meschinamente acquistando una piccola terra nell’Africa lontana.

Agì come colui che rasenta i muri e segue l’ombra dei viottoli. La sua incorreggibile umiltà le vietava la strada a fronte serena, in pieno sole. Agli irresoluti è serbato sempre il cammino più aspro.

E ancora, alla dolorosa terra mancò l’accorgimento. Si volle e non si volle. Si ubbidì all’Inghilterra stretta dal Madhi a Karthum, le si promise aiuto senza provvedere nella misura necessaria all’aspro còmpito, e quando l’Inghilterra, dopo un tragico eccidio, desistè dal suo disegno, si ricadde nell’irresolutezza avviliente. Si lesinarono i mezzi, si lasciarono uomini quasi indifesi, si preparò Dogali.

Con Dogali ebbe principio una tragedia ed un’alba. Da allora si iniziarono le conseguenze inevitabili della timidezza nostra ma si dimostrò anche il nerbo delle nostre genti.

Ciò che fu guardato a vergogna ci doveva insuperbire. Non si perde quando una gente muore come morirono gli uomini di De Cristoforis.

Ricordiamo il rapporto del capitano Tanturi: “.... Dietro la cresta del monticello superiore vidi l’immensa catastrofe. Tutti giacevano in ordine come fossero allineati.„

Se l’inettitudine dei governanti procacciava la sventura dell’Italia, i suoi soldati le accrescevan fierezza. Ma altro doveva sopraggiungere. Avemmo nemici di fronte e nemici nell’ombra, questi forse più temibili di quelli perchè il loro giuoco era subdolo e colpivano alle spalle. Ancora non ci sapemmo destreggiare. La nostra impresa si imbattè in un nuovo ostacolo ogni giorno. Mentre per raggiungere il fine necessario sarebbe occorsa la maggiore concordia, il paese era dilaniato dalle fazioni. I soldati partivano fra il silenzio e le grida sediziose; l’anima del popolo non li accompagnava. E si giunse ad Adua. Ma la vergogna non fu nella fatale disfatta, fu nell’atteggiamento che ne seguì. Raumiliati ci imponemmo il silenzio e si lasciò crescere la leggenda della nostra viltà. Di questa si valsero i demagoghi all’interno, gli ipocriti amici e gli aperti avversari all’estero. Nessuno più ci temette e fummo vassalli nelle alleanze, schiavi nelle amicizie. Pareva la compiuta rovina e, per una gente d’altra tempra, forse non vi sarebbe stato riparo; ma nessuno sapeva il cuore delle stirpi italiche.

Come non si parlò più di Adua e si temette di sentirla menzionare dimenticando tutti gli eroi che anche nel disastro avevano tenuto alto il nome della loro patria, così non si badò all’umile, al paziente, al tenace lavorio del popolo che veniva preparando un’êra nuova. Il settentrione con le industrie, il mezzogiorno con l’emigrazione risollevarono l’Italia. Si compì nel silenzio un’impresa colossale. Le gigantesche colonne furono risollevate a sostenere le nuove arcate; turbe macilente vi si adoprarono notte e giorno; tutti dal primo all’ultimo figlio di questa terra benedetta, dettero un poco del loro sangue; fu un’opera anonima ed insigne; un popolo antichissimo e nuovissimo lavorando e morendo, ricreava il suo Tempio e il suo Nume. L’opera volle le sue vittime, e furono migliaia. Dietro il Tempio fu il campo dei morti. Unico sacerdote, il silenzio. Sempre il Silenzio; ma i popoli sani non cianciano, creano. E dall’operoso mare delle turbe non aggallarono che le scorie; su le spiagge non si videro che i rifiuti, dal raccoglimento taciturno non si levò che lo strido dei nibbî. E chi ascoltò si illuse ancora. Chi ascoltò vide un’Italia dilaniata dalle fazioni, immemore, scettica, spiritualmente impoverita, trattenuta da mille pastoie, incapace di un’azione concorde. La parte migliore del popolo sfuggiva all’analisi. Il sentimento nuovo, serpeggiante per le anime, non si appalesava se non per rade e inascoltate voci. La gente che avrebbe mirato a un apogeo era uscita appena dagli ipogei; ma quando dalla torre millenaria suonò l’ora storica, il rombo fu seguito da un grido inusitato. Il popolo multanime rompeva il suo silenzio, si faceva innanzi, si scagliava alla luce. Il Tempio, se non compiuto, era giunto a’ suoi fastigi. E la lotta incominciò.

*

Ora della guerra che segna nel nostro cammino un assurgere dello spirito collettivo e il formarsi di una individualità nazionale io ho raccolto qui qualche aspetto.

Se l’arte è mancata mi valga il grande amore che mi costrinse all’opera.

Adoratore di ogni forma di energia, ho cercato di esprimere la potenza energetica degli uomini e dei fatti. Ho osservato ed ho amato, serrandomi entro una severa misura.

Certo non è qui che un pallido soffio delle ore del magnifico entusiasmo. Queste ebbero il loro Grande che le cantò. Ricordo il commovimento ineffabile che passava, alle trincee, pei crocchi intenti alla lettura di una nuova Canzone. Erano volti di fanciulli e di eroi, cuori incorrotti, anime di fede. Si protendevano ad ascoltare con negli occhi una smarrita letizia. Sentivano la grande voce della Patria attraverso l’anima del suo Poeta. Forse la bellezza di questa compiuta unità di un popolo non si intende tuttavia. Il genio della stirpe accomunò allora il più grande al più umile e non vi fu disarmonia nessuna. Ogni cosa meschina: gli odî, i livori, le basse brutture non furono più, parve non fossero state mai. L’Italia non aveva che il suo destino. Era sorta e camminava.

Ma è appunto l’antitesi violenta fra l’oggi e l’ieri che non deve farci dimenticare. Vi sono altre tombe lungo la via, sulle quali non è stato mai il fior di un ricordo.

Rivolgiamoci; qualcuno parlò che non fu inteso. Riapro il libro. È un soldato che narra: Nicola D’Amato. Ascoltiamo:

Penso a quel giorno fatale.... Rivedo i miracoli di quei soldati degni di miglior fortuna; rivedo il generale Dabormida, il colonnello Airaghi, il capitano Mottini. Lasciarono sul campo di Adua il loro nome scritto col sangue.

Era il momento supremo e gli ultimi sforzi, gli estremi prodigi di valore si compivano dalla brigata, per coronare quella giornata con la vittoria.

Dopo un combattimento come quello sostenuto dalla brigata Dabormida, non si poteva perdere: il grido di vittoria, che, già entusiasta, saliva lungo le creste del monte Mariam-Sciavitù, pareva che, insistente, chiedesse nella valle una eco nel grido: Italia! Savoia!... I petti ansavano forte, le palle non si temevano più, quando un fremito ci corse per le vene: la tromba batteva la ritirata!

E più oltre:

Muta, ansante, disperata saliva la colonna dei vinti su per l’altura ed io ero alla coda di essa. Fu su quell’erta che la brigata combattè l’ultima volta, mentre gli eroi ricevevano il battesimo del sangue dall’angelo della morte. Fu quella una battaglia accanita, selvaggia: quattro pezzi di artiglieria vomitavano mitraglia, seminando il campo di morti: quattro pezzi più in su, con tiri precisi, proteggevano dall’assalto i cannoni sottostanti che prendevano frattanto posizione salendo, tratti su a forza di braccia. Più in alto ancora, il fuoco ben nutrito dei fucili si manteneva ordinato come in piazza d’armi. Tutto era un finimondo. La coda della brigata si batteva calma contro i nemici vicini, tanto che potei servirmi della rivoltella ottenendo buon risultato. I neri, impassibili innanzi alla morte, venivano come il destino a strapparci l’ultimo brandello della vittoria.

“.... Ho ancora presente, con un ricordo lucidissimo, il capitano Mottini, il quale, dopo aver ridotto al silenzio i cannoni abissini, guardava col cannocchiale l’effetto prodotto da’ suoi colpi che sfollavano il nemico. Notavo con meraviglia l’impassibilità di quell’ufficiale.

Mottini, suonata la ritirata, cessò il fuoco esclamando:

“— Se perdo la batteria non torno più in Italia!

Poco dopo cadde, riverso tra i suoi cannoni.

“.... Saliva affannosamente per l’erta un tenente con la sua ordinanza. Il soldato era un siciliano. Il tenente, ferito, cercava afferrarsi alla roccia e il soldato lo spingeva, lo strappava, lo contendeva al pericolo; e, mentre l’uno si fermava un istante per acquistare lena e riposare, l’altro caricava il fucile e faceva fuoco. Poi, chinava sul ferito uno sguardo fraterno come per incoraggiarlo. Piangevano! Il tenente, affranto, con la destra sul cuore e l’occhio velato, pregava il soldato perchè si salvasse.

“— Non voglio! — rispose costui scrollando la testa.

“— Vattene! — gli ingiunse il superiore.

“— No, — rispose l’altro risoluto.

“— Ma.... io non posso andare avanti!

“— Moriremo insieme; ma uno con me me lo porto!

L’ufficiale ristette un momento.

“— Allora mi siedo, — disse in tono reciso, e sedette.

“— Siedo anch’io, — ripigliò l’ordinanza, e, calmo, al fianco di lui, imitò l’esempio.

Erano rivolti dalla parte d’onde il nemico saliva; restavano tranquilli in mezzo all’imperversare delle palle. Il soldato continuava a far fuoco, ed il tenente, con la sinistra sul capo di lui, come per proteggerlo, abbassava lentamente la testa sul petto. Li vidi l’ultima volta, distesi tutti e due, l’uno a fianco dell’altro, con un sorriso sulle labbra, reso ancora più bello dagli ultimi raggi del sole che li salutava mentre spariva dietro i monti di Axum.

“.... Ad una svolta della via una scena di orrore si presentò a’ miei occhi. Ferito e sanguinante in tutte e due le gambe era il colonnello Airaghi, e, accanto a lui, un sergente incolume attendeva il supplizio.

Il colonnello faceva sforzi sovrumani per impedire lo sfregio; aveva i pugni serrati e si mordeva a sangue le labbra. Invano, che il coltello inesorabilmente tagliava, mentre il volto del martire si torceva in un riso convulso e diabolico.

“— Coraggio dottore, — mi disse Airaghi, — sono questi gli eventi della guerra!

“— Cammini, signor colonnello, pensi per lei che è ferito alle gambe, — risposi, e lo salutai militarmente, ciò che mi guadagnò dal mio aguzzino una sciabolata al polso sinistro. Tirai oltre senza aver la forza di rivolgermi; ma involontariamente mi voltai scosso da un grido che nulla aveva di umano e che era l’ultimo anelito di quel prode!

“.... Sapemmo ad Adua della sorte toccata al generale Arimondi, ed al colonnello Galliano; noi non sapevamo che fossero morti e chiedemmo i particolari della loro fine. Ci riferirono che per il campo di Adua furono vedute le loro teste portate in giro sulle picche! Quello che ci fu assicurato trovò riscontro nei particolari fornitimi da Grasmac-Joseph.

Arimondi fu riconosciuto quale generale quando era già agonizzante, ferito in più parti del corpo, ed i nemici, rinunziando alla speranza di poterlo condurre vivo innanzi al Negus, lo finirono sul posto.

Galliano, invece, fu preso incolume, e camminava fra i vincitori, afflittissimo per la sventura della patria. Ma, presso Adua, rientrò in sè stesso, e gli balenò un’idea che tradusse immediatamente in atto. Quell’anima di bronzo, non spostava di una linea le sue decisioni, avesse contro lui tutte le minaccie e tutta la forza dei nemici. Si abbandonò tranquillamente a terra, ribellandosi agli sforzi dei suoi carnefici, che volevano presentarlo vivo all’imperatore.

“— No, — disse, — non voglio veder la faccia di quel maiale.

Il Negus lo seppe e, o perchè lo credesse stanco, o per sembrargli generoso, gli mandò un muletto. Galliano lo respinse con parole più sdegnose e più acri.

Quando Menelick seppe la ferma volontà del colonnello, comandò che glie ne fosse portata la testa.

“.... Spingiamo più tardi i muli innanzi per raggiungere un uomo che ci precede di passo sicuro e misurato, come se diretto ad una mèta prefissa e inesorabile come il destino.

Lo raggiungiamo: è il tenente Caruso, il piccolo Ercole di Altavilla Irpina. Figura degna di ammirazione altissima, mantenutasi rigida e disdegnosa anche nel colmo della sventura, tutta un esempio raro di resistenza, di amor proprio, di serietà, di abnegazione direi impossibile. Dopo la giornata di Adua aveva digiunato per più giorni, e, nudo come l’avevan ridotto, aveva la fissazione dolorosa di un’idea e su le labbra un sospiro: la sventura della Patria! Egli fermò un giorno il famoso Clochette, che passava a cavallo fra i nemici, e fieramente gli gridò in volto:

“— Vergogna d’Europa, rifiuto delle nazioni, sei contento di vedere i tuoi fratelli latini trattati così?

Clochette, annichilito, abbassò gli occhi, non osò rispondere, scomparve.

Queste sono le parole di un soldato che vide e sofferse la penata vigilia e la prigionia. Da Toselli al tenente Pini, dal maggiore Gamerra al sottotenente Piccinini il martirologio è grande. La robustezza della razza si appalesò allora. Non vi fu vergogna. A volte basta il gesto di un uomo solo a temprare il cuor di una stirpe.

Il coraggio è di tutti i popoli, ma l’eroismo è solo di quelli che debbono vincere.

La scuola degli uomini.

“Perchè il cuore dei demagoghi esulti.„

Se l’ora è giunta ben ne godremo — e se non, attenderemo con fede.

Le ceneri non hanno dispento il fuoco; dietro la mala nuvola il sole non perde chiarore.

Qualcuno ha dato al mio popolo l’odio e la bestemmia e tutto gli ha tolto per l’idolatria del suo truogolo e ne ha fatto una masnada berciante, un gregge senza pastore, una tenebra con baleni.

Come andranno e dove andranno costoro nella notte serrata? Come reggerà la loro stoltezza se talvolta l’anima pericoli su l’abisso?

Perchè la maschera cade, perchè il dolore non si discaccia, perchè la morte è muta sul gorgo.

E coloro che berciano si troveranno col loro orrore dinanzi, come chi si risvegli di sussulto, sbiancando e più non sappia orizzonte nè punto invariabile.

Poi che l’armentario si è allontanato sul suo nero cavallo, a testa bassa, levata la lunga asta contro il cielo che si chiudeva, l’armento tramugghia e si sbanda e si incanisce a fuggire dietro la propria libertà che lo uccella.

Ed ogni spirito si incatena al suo corpo e tutta l’anima è nel volto ubbriaco e nell’occhio torvo e nella parola che bestemmia.

E se domani qualcuno del gregge, un uomo dei silenzi che più sappia il brivido dell’inavvertibile, ti si levasse di contro tutto pallido nella sua pena umana a chiederti ragione del deserto per cui l’hai sospinto, che potresti tu dirgli, figlio dell’aridità?

Quando la tua negazione non bastasse, nè il tuo pane meschino, nè la tua stolta scienza bastassero a saziare la sua tremenda bramosia e il suo cuore approfondito ti incalzasse e ti stringesse da presso, allora quali confini erigeresti tu al suo sepolcro e quale scialba certezza al suo spasimo?

Io ho veduto i tuoi seguaci sostare alle soglie del Tempio, dietro un feretro, e li ho visti inchinarsi contro la nera soglia punteggiata di cerei.

Ho veduto gli ubbriachi di vin giovine chinar la faccia contro la tenebra. E quelli che morivano sbalordire e tramortir di spavento.

Anche ho veduto le tue femine urlanti ritrarsi su la pietra del focolare, maledetta, e ricercare un’ombra eterna nel loro cuore devastato.

Perchè l’anima non si spegne nè il rapporto fra il visibile e l’invisibile, fra il giorno e la notte, fra l’oggi e il domani.

E verrà ora nella quale tu stesso ti sperderai nel più profondo dell’Universo.

Dietro la mala nuvola il sole non perde chiarore.

Ora della oscura tragedia tu non hai còlto che il lato effimero e solo ti ha colpito il suon della voce sfuggendoti il senso della parola.

E Iddio non muore fra le rovine degli altari.

Tu sei come il fanciullo che si incanisce contro le cose e le distrugge per alleviare il suo dolore. E percuote la pietra e più si strazia nell’ira sua vana.

Or quando seminerai la rovina e troncherai ogni legame e vorrai che la tua lampada basti all’impervio cammino, soffermati su la pietra del focolare ed ascolta il canto della giovine madre al fior del suo ventre straziato.

E leva gli occhi e avvicina l’anima tua ai confini della terra, nel silenzio sublime.

Da quel silenzio eterno udrai allora la voce di un murmure senza mai tregua eterno: il pianto degli uomini.

I.

Ora poteva darsi che di una razza salda e di bella tempra ne sortisse negli anni, per la dottrina che non ha volo nè grandezza, una specie di tediosa chiericìa infrollita in ogni esaltazione di egoismo, povera di anima e di cuore; poteva darsi che i lupi doventassero agnelli per troppo amore a sè stessi e che la viltà insinuasse il suo piccolo pallido volto di femmina meschina fra le genti della grande pianura.

I vecchi morivano, essi che avevano saputo ciò che era servire e soggiacere perennemente a una volontà estrania; se ne andavano col loro sogno remoto, superato ormai, dimenticato; e fra i campi ed i fiumi, nel paese dei rivi e dei maceri, la nuova giovinezza, ebbra di una volgarità senza nome, dimentica di ogni freno di urbanità, senza Dio e senza amore, bestemmiava il passato e le forme del passato aggirandosi, cieca, nella propria miseria angustissima e pensando di conquistar l’avvenire.

Ciò era nel prossimo tempo trascorso; nulla si vedeva intorno che accennasse ad arginare la mala piena. E l’antica forza di una stirpe, moriva.

Così nella vecchia casa sul fiume, presso le roveri e le acacie, con la sua aia stretta dagli olmi giganteschi, spersa fra il grande mare delle canape.

Era una casa remota, oltre le strade battute, che non aveva se non una viottola erbosa per giungervi. Il fiume, verde e silenzioso, passava fra le sue sabbie grigie, nel fondo, velato dai canneti e dai salici. Non lontano era il mare. E quando Borea scendeva dai monti dell’Istria e tempestando sommoveva le acque del mare, ecco che dalla casa antica, fra i querceti, si udiva un muggito senza fine e a quel mugghio cominciavan le prime fiammate sotto il camino dall’enorme cappa.

Le opre nei campi eran quasi ultimate. Già l’aratro sementino era riposto sotto la capanna fra l’erpice e il giogo e le corbe per la semina; e i buoi, distesi nelle lor poste, ruminavan sonnecchiando nella calda stalla.

Forse sopravvanzava qualche campicello da arare, ma con pace, a tempo guadagnato, quando fosse agevole il giorno col suo piccolo sole.

Era una casa vecchia, di gente antica che si perpetuava in quel luogo da secoli e ogni generazione vi aveva lasciato alcunchè del suo tempo: l’arredamento di una stanza, una pendola, un calesse su le cigne, un’arca nuziale tutta scolpita e dipinta; e nulla di quel che v’era esulava mai perchè ciascuna cosa aveva il nome di un avo, di un bisavolo ed era considerata famigliare come la memoria dello scomparso. Solo gli arnesi rurali non avevano età, chè, per essi, era la tradizione, l’uso più che millenne e rappresentavan la stirpe e non la famiglia. La chiamavano la Casa degli Antoni. Anche nel nome patronimico era come una santità antica.

Era cominciata dal poco, poi si era ingrandita tanto da racchiudere una vasta corte su la quale si aprivano i magazzini, le stalle, il pollaio, i fienili e, in fondo, le stanze per i braccianti, quando venivano a opera per mietere, e per le ragazze che maciullavan la canapa, nell’autunno.

La casa si era ingrandita col podere e con la fortuna degli Antoni. Era la famiglia; la sua vita e la sua storia.

Quando il primo degli Antoni si era stabilito laggiù, fra la foce del Po di Primaro e quella del Lamone, era quasi tutta palude all’intorno e poco si seminava per raccogliere quasi punto; poi la tenace opera diuturna degli uomini aveva cambiato aspetto ai luoghi e la fortuna degli Antoni si era aumentata lentamente e continuamente passando di padre in figlio, intatta. La casa aveva seguito la vicenda della fortuna. Con l’accrescersi del benessere si era ampliata, ma negli anni, rispondendo ai bisogni che erano pochi e tardi e ai quali non si badava se non quando non era possibile fare altrimenti.

Così da piccina che era, con tre sole stanze e una stalla e il tetto ricoperto di stipa, si era alzata e allargata fino a comprendere fra le sue ali una vasta corte. E il tempo le aveva dato le sue macchie e il suo color d’ombra fra il grigio e l’argento vecchio e aveva quasi cancellata, sul muro a solatìo, una meridiana della quale non era visibile che l’asta arrugginita, una gran falce dipinta e il numero del meriggio.

Le generazioni si eran succedute nel nido ramingo come le età nella storia degli uomini, uguali, fatali, lasciando il ricordo della loro vita in una più intima storia famigliare fatta di bontà e di silenzio.

Ora, reggeva la casata, secondo la consuetudine patriarcale, l’avo ottantenne: Giuseppe degli Antoni e gli eran sottoposti i suoi tre figli e i nipoti e le donne. Nessuna cosa si effettuava senza il consiglio del vecchio e il voler suo: nè l’amore dei giovani, nè la coltura delle terre; egli tutto disponeva nei giorni e nel tempo, secondo il bene della famiglia. Lo chiamavano il Vecchio e, in presenza sua, le donne non cianciavano vanamente e gli uomini non trascendevano a litigi. Egli parlava poco e a tempo e non abbandonava l’anima sua alla curiosità dei minori. Viveva un poco appartato, quasi sempre taciturno.

I suoi molti anni non gli erano gravi più che non lo siano alla rovere. Era della tempra delle creature centenni che più si rinsaldano quanto più il tempo trascorre. Non sapeva malanno, come non conosceva la faccia del vizio. La sua vita era condotta secondo i principii degli uomini semplici, di tutti coloro che hanno il sole a compagno e con esso si levano e lo seguon nel sonno. Come tornavano i suoi pastori fanciulli dalle lande e riponevano le greggi nel chiuso, inseguendole con urla e sibili; come la stella del crepuscolo declinava sul mar delle canape, verso le montagne azzurre, adunate le sue genti alla mensa, spartiva il pane sul palmo della mano, essendo diritto innanzi alla tavola e gli altri seduti; e, compiuta la cena, saliva alla sua stanza disadorna, a riposare. Con l’alba era in piedi, innanzi a tutti e, come l’udivan nella corte aprir la porta delle stalle, si levavano i garzoni, i braccianti e le donne della famiglia.

Egli era la diana: bastava che il passo di lui risuonasse su le pietre della corte perchè ogni sonno fosse interrotto e le piccole finestre stridessero sui loro cardini e si levassero le voci degli uomini e quelle dei fanciulli.

Il vecchio non amava novità, amava che tutto andasse per la sua via antichissima così come le cose che per non tramutare si eternano. E in ciò che era opera ed apparenza era ubbidito, ma il cuore dei giovani non lo seguiva. Così il suo poco parlare proveniva anche dal sentirsi troppo solo, dal non veder gli occhi dei nipoti levati negli occhi suoi, quand’egli diceva dei doveri che la vita impone, dal non sentire l’acconsentimento concorde il quale, senza parole, è manifesto. E vedeva, nel suo chiuso, che, quand’egli avesse ceduto alla morte, la Casa degli Antoni si sarebbe disfatta. Svaniva l’antico sentimento famigliare che teneva unite le genti dello stesso sangue in un solo nido, per una sola fortuna; ognuno pensava più a sè che alla casata; aveva in mente la ventura sua nel mondo e nulla più che fosse l’antica devozione ad una comune fede. Prevaleva un egoismo meschino che nulla vedeva più in là del proprio tornaconto. E le leggi del sangue, le sante leggi che facevano delle genti di un solo ceppo come una costellazione, ecco, non eran più intese, anzi erano combattute e dovevan morire.

Questo sentiva e vedeva Giuseppe degli Antoni, il vecchio senza miserie, l’ultimo Nume nel tempio corso dall’irriverenza e dalla discordia.

Ma a lui nessuno si opponeva in contrasto. Se comandava era ubbidito.

De’ suoi tre figli, due si erano ammogliati ed erano schiavi delle loro donne, nè avrebbero saputo mai risolversi ad una qualsiasi cosa senza l’acconsentimento delle donne loro. Il terzo era prete, quindi perduto.

E il vecchio sentiva che l’anima sua non aveva intorno un nido in cui rifugiarsi e, nella santità della sua vecchiaia, guatava l’immensa solitudine che accompagna la morte degli ultimi.

I nipoti disertavan la casa e i campi, muti alla dolcezza dell’antichissimo nido fra le canape stellate.

Protervi, bestemmiatori, paghi di ogni volgarità pur che la loro rozzezza bruta sopravalesse in un simulacro di impero, preferivan le comitive dei loro simili al raccoglimento severo della casa veneranda e si sperdevano fra bagordi e tumulti, pronti a urlare e a fuggire, ad essere spavaldi contro i deboli e vili contro i forti, a non avere virtù nessuna che non fosse quella della loro prepotenza. E l’ignoranza loro conosceva la parola — diritto — e la elevava oltre ogni termine ed ogni giudizio ed ogni giustizia.

Ribelli come il bove che tragioga e si scaglia innanzi contro il dirupo, non potevano nè avrebbero voluto sottostare ad alcuna legge che avesse menomato, ai loro occhi, l’assoluta libertà alla quale tendevano; e credevano di ubbidire al Vecchio, solo per la sua vecchiezza e per la morte sua non lontana, non volendosi confessare l’invincibile umiltà che li teneva proni di fronte a quella gagliardia.

Così si iniziava il disfacimento. Il vecchio sentiva dietro di sè non già la sua morte ma la morte di un mondo e il silenzio eterno là dove avevano pianto e cantato tutte le genti dell’antica famiglia.

Ora non c’era che un’anima, fra tante, una creatura sola che lo intendesse ed era una sua piccola parente: Rinotta. Era questa, una ragazza bella e forte, che rideva volontieri e più cantava fra la corte e le redole e nella sua stanza angusta, presso i magazzini.

Rinotta aveva quindici anni, ma tanto le aveva profittato il tempo della sua vita che era già donna.

Fresca come il pomo novello, grande e ben fatta, tranquilla ed operosa, era l’unica serenità della casa. E non v’era altri che sapesse la gioia ch’ella sapeva, nè la sua pace. Nessuno più di lei era lontano da ogni noia e dal tedio che inasprisce la vita e nessuno sorgeva ad ogni alba con maggior letizia.

Questo piaceva al Vecchio e glie l’aveva fatta prediligere.

S’incontravano nella corte, ogni giorno, che appena era schiarito il cielo e gli altri eran tutti nel sonno, dimentichi, oltre le imposte chiuse.

Dormivan vicini. Appena il Vecchio si rimoveva per la stanza che già udiva, nella pace soave dell’alba, il passo frettoloso di Rinotta e l’udiva scendere e salire con l’acqua tersa, poi gli giungeva lo sciacquio del suo lavarsi e, a volte, cantava come l’usignuolo presso il nido, che appena s’ode e mormora sul romper della luce. E questo era ad ogni giorno, anche quando il pigro inverno faceva l’alba più tarda e tutta la campagna era un gelo.

Poi com’egli discendeva, ecco un passo vivace dietro il suo passo tardo od una voce fresca incontro alla sua voce grave.

S’incontravano nella corte:

— Buongiorno, nonno.

— Buongiorno, Rinotta.

E talvolta s’accompagnavano nel giro mattutino attraverso alle stalle e ai pollai; tale altra Rinotta correva a risvegliare le genti assopite o, nei giorni della calura, traeva dal catro i maiali e li menava giù per il fiume che si ristorassero fra l’acqua e la melma, là dove potevan trovare pastura e frescura. Ella sedeva su la riva essendo presso l’acqua co’ suoi piedi scalzi e batteva il suo vinciglio su le esili canneggiole fischiettando, chè i maiali non avessero a sbandarsi; o, tutta abbandonata, seguiva la lieve linea solare, così dolce come l’amor che si sogna, levarsi, vincere e baciare e dissolvere l’azzurra opacità dell’alba; e le pareva di esser mille: di essere il fiume, il cielo, il verde delle piante e le salde radici e il fiore che nasce e l’immensa gioia del mondo.

Non c’era nessuno intorno ma ella sentiva il suo cuore per tutto e il suo cuore parlava. Il fiume era come uno specchio antico, col suo verde opaco, e pareva prendesse le cose dentro l’anima sua tanto le rispecchiava a chiarore e mormorava col ramo sporgente, s’increspava in un sorriso presso la canneggiola che sorgeva dal suo fondo, dal suo dolce fondo tepido dove era dolce andare coi piedi nudi.

Talvolta il Vecchio scendeva fino a lei e, dopo aver riposti i maiali e riempito il truogolo, se ne andavano attraverso ai campi insieme, per le redole, lungo le porche e le prode e parlavano poco ma stavano bene l’uno accanto all’altra.

— Quest’anno il grano promette bene!

— Guardate le belle spiche, nonno!

E si perdevano nel sole, ella con la sua pezzuola rossa gettata sui capelli neri, il Vecchio sotto il suo grande cappello a cencio dalle larghe tese.

— Le viti non hanno alleghito. Ha piovuto troppo!

— Il moscadello sì! Guardate quanti grappoli!

E andavano innanzi, muti, accarezzando con gli occhi le messi, da campo a campo, da filare a filare.

Altre volte si fermavano a un’ombra a sorvegliare i braccianti; poi ella ritornava nell’alto sole, alle sue faccende. Il Vecchio la vedeva allontanarsi diritta e forte e saltare i fossi e aprirsi un varco fra le siepi.

Si amavano senza dirselo chè uno era il loro mondo, nè il desiderio di giungere alle vie maestre e di allontanarsi per le vie maestre dalla solinga dimora li tormentava; anzi se andavano alla città, talvolta, nei giorni di mercato o nelle feste solenni, vi si trovavano a disagio affrettando l’ora del ritorno.

Ed erano i soli della casata i quali sentissero che non c’era su la terra altra cosa desiderabile all’infuori della loro fattoria; ma l’uno era presso il punto di abbandonare il sole e l’altra era una fanciulla che non avrebbe potuto imporre la propria volontà, se pur non avesse ascoltato qualcuno della casa che l’amava, e non ne avesse riso.

Qualcuno le stava da presso inutilmente e ella, in sè, tutto dimenticava che non fosse la vita di lei.

II.

Una sera di marzo la vecchia casa fra le roveri era in grande tumulto. Si udivano le donne gridare e gli uomini imprecare.

Rinotta cantava nella corte, indifferente al frastuono, raccogliendo al pollaio le sue oche reali. Siccome i litigi non erano rari per questioni di interesse, ella non vi badava più che tanto chè la curiosità non la pungeva nè il pettegolezzo. Il Vecchio non era tuttavia rientrato.

Però la stupì la violenza delle grida e il loro persistere. Gli uomini e le donne si erano raccolti in una stanza a terreno e, attraverso alle inferriate, si vedevano a quando a quando rimuoversi. Si udiva la voce di Giorgio salir più alta delle altre in qualche imprecazione.

Per un attimo Rinotta si rivolse a guardare pensosamente, poi, come vide Maddalena, la vecchia serva, che attraversava la corte in quel punto, le domandò:

— Che hanno fatto?

Maddalena alzò una spalla:

— Cosa vuoi che ti dica, io? Urlano, non si capisce niente! Ho sentito che parlavan di soldati e di guerra. C’è anche il tuo Giorgio.

E si avviò ciabattando verso le stalle.

Rinotta rise da prima, per l’accenno della serva, poi non cantò più. Una lieve increspatura le era passata fra ciglio e ciglio.

La luce era quasi morta e già Lorenzo, il garzone, aveva accesa la sua lanterna e si avviava ai magazzini.

Come ebbe raccolte le oche e chiuso il pollaio; Rinotta ristette pensosa: doveva salire alla sua camera e non farsi viva o non era meglio sapere quale gran male era toccato a Giorgio?

Stava in forse quando udì il bubbolio di una sonagliera e tre colpi forti sul portone, dal canto dell’orto. Corse ad aprire al Vecchio.

Come la cavalla varcò l’andito ed entrò nella corte, trascinando lo stinto bagherino a mantice, ogni vociare fu spento. Solo si udì ancora l’aspra voce di Giorgio urlare:

— Io me ne infischio del Vecchio!... Io, devo andar via e non lui!

Un puledro annitrì nella stalla e si udì il tubare dei colombi su la loro torretta roggia, sopra la casa.

Rientravano le greggi.

Giuseppe degli Antoni non chiamò il garzone, staccò da sè la cavalla, senza parlare.

Era accigliato; non guardò Rinotta che gli si era ferma vicina. Poi giunse Lorenzo, tolse la capezza dal cassetto del bagherino e condusse via la bestia, parlandole piano.

La stanza a terreno, dove si era adunata la famiglia, appariva deserta. Tutti si erano sbandati all’arrivo del Vecchio, chi pei magazzini, chi per le cucine e per le stalle e chi era uscito sulla viottola.

Giorgio passeggiava nel fondo della corte, a grandi passi, il capo curvo, brontolando fra sè, e il suo viso era fosco e gli occhi suoi accesi. Pareva cercasse un appiglio qualsiasi per un litigio.

Rinotta guardava ora lui, ora il Vecchio, tutta sbigottita. Sentiva che un urto doveva avvenire fra i due.

Il suo cuore batteva forte e si domandava s’ella non poteva intervenire per ciò che le aveva detto tante volte il giovane, ma non sapeva che farsi.

La madre di Giorgio si affacciò su la soglia della cucina e chiamò stizzita:

— Maddalena?... Vi siete messa in testa anche voi di farmi morire?... Che fate là?

Poi rientrò sbattendo l’uscio.

La vecchia serva attraversava la corte col suo carico di carbone e ancora si udì la voce di lei, nel silenzio:

— Oh santa Vergine, che pazienza!...

Come scomparve, per un istante non si udirono che i cavalli franger la biada.

Passarono Lario e Gildo, i due pastori fanciulli che già avevano raccolte le greggi. Li seguiva il loro cane bianco. Si diressero al lato opposto della corte dove era la loro stanza buia.

Il Vecchio si era fermo in mezzo alla corte come sperduto in un pensiero remoto. Aveva un involto sotto il braccio. Si mosse e si fermò di nuovo. Guardava la terra. Poi disse rivolgendosi a Rinotta e tendendole l’involto.

— Porta questo in casa.

E seguì Lorenzo che si avviava verso i magazzini.

Faceva freddo. La stella del vespero era presso a morire.

Gli animali eran già raccolti nel sonno.

Lario e Gildo ricomparvero e si accosciarono presso il muro a sbocconcellare il loro pane e non parlavano.

Il cane li guardò scodinzolando, fermo innanzi a loro.

Poi la corte fu deserta e l’ombra e il silenzio discesero uguali.

Come la vecchia pendola su le scale sonò le otto, tutta la famiglia era raccolta intorno alla tavola, per la cena: Giovanni e Pietro, i due figli del Vecchio; Clotilde e Teresa le loro mogli e i sei figli di Clotilde e i cinque di Teresa. Non mancava che Giuseppe degli Antoni, il Vecchio.

E quella sera Rinotta guardava Giorgio ma questi non guardava lei.

Clotilde domandò alla ragazza:

— Dov’è il Vecchio?

Rinotta disse:

— Era nei magazzini, con Lorenzo.

— Va a chiamarlo, — fece Giovanni. — Forse non avrà sentita l’ora della cena!

— Sì, va a chiamarlo, — soggiunse Teresa; poi come Rinotta fu uscita, mormorò:

— Bisognerà parlargli.

— E chi si arrischia? — disse Clotilde.

I due uomini tacevano guardando nei loro piatti.

— Voi, — riprese Teresa con voce aspra, e guardava il marito, — voi che state là che sembrate di stucco, dovreste mostrarvi uomo e parlare!

Pietro scrollò le spalle e rispose:

— Non mi seccare!

— Come seccare? — continuò la donna levando la voce. — Come seccare?... Non è vostro figlio, Giorgio?... Vi piacerebbe che morisse?...

— Uff, quante chiacchiere!... — disse Pietro. — Ce ne sono tanti che partono!

— Ma io no! — urlò Giorgio. — Io no perchè è ingiusto! Fate partire i signori chè son loro che vogliono questa guerra! Partite voi, se vi piace, ma io no! Poi, — soggiunse battendo il pugno su la tavola, — poi se nessuno ha core di parlare al Vecchio, gli parlerò io!

— No, tu starai zitto! — disse Teresa. — Tu starai al tuo posto!

— La vedremo!

I piccini avevano approfittato dal battibecco per picchiar sodo su la tavola con i cucchiai. Clotilde li redarguì.

Giovanni disse:

— Con la calma si accomoderà tutto!

— Ma che calma! — urlò Giorgio.

— Ha ragione! — dissero in coro Livio, Cesare e Umberto.

— È una guerra ingiusta!... Io non mi sento di andare ad ammazzar gli altri in casa loro. Che direste se qualcuno entrasse qui e volesse mandarvi via? Si farebbe a mori e ammazza per difender la roba nostra e avremmo ragione! Così l’hanno loro. No, io non parto, e se tutti pensassero come me e se non ci fossero degli imbecilli, vedreste la bella sorpresa!... Altro che patria e patria!... La patria è dove si mangia!...

— Ha ragione!... — ripeterono il fratello e i due cugini. — Ha ragione! — Ed essi pure aggiunsero una grossa bestemmia alle innumerevoli delle quali Giorgio, il buon comiziatore, aveva infarcita la sonante discorsa.

I bimbi avevano levato il capo di su, la tavola e stavano ad ascoltare, edificati.

— Mi pare che potreste fare a meno di bestemmiare! — mormorò Clotilde che ancora sentiva un lontano pudore della sua fede semispenta.

— Ecco la bigotta! — fece Cesare ghignando.

E Giorgio che ormai era in calore e gli pareva di rifare il mondo con le sue parole, soggiunse:

— Non ci vorrebbe altro che il vostro Dio per farci ancora più servi!

Ma a questo punto una voce forte gridò:

— Imbecille!

E tutti ammutolirono. Il Vecchio era giunto inavvertito; dietro di lui stava Rinotta.

Colpito dalla parola improvvisa, Giorgio abbassò gli occhi chè non resse lo sguardo del Vecchio, e non fiatò altra sillaba.

Neppure un volto si levò a guardare il sopraggiunto; passò come un gelo improvviso da core a core e l’imbelle volontà del pecorume si sentì soggiogata.

Poi il silenzio non fu più interrotto.

Il Vecchio spartì il pane e sedette a capotavola.

I bimbi mangiavano compunti chè sentivano la nuvola nera passar su l’anima del nonno e dei parenti.

Solo Teresa guardava Pietro e lo incitava a parlare, gestendo muta.

E quando la cena stava per compirsi, il pover’uomo, temendo le segrete furie della sua compagna, parlò e disse:

— Babbo, sapete nulla della guerra?

Il Vecchio rispose:

— So che hanno richiamata la classe dell’ottantotto.

E guardò Giorgio.

Pietro inghiottì la saliva amara.

Dopo una sosta penosa, riprese:

— E.... che ne dite di questa guerra?

— Dico che è necessaria! — rispose il Vecchio.

Giorgio si accontentò di mugolare qualcosa che non fu inteso e Teresa soggiunse senza guardare la chiara faccia del temuto:

— Già.... voi leggete i giornali!

L’impresa doventava sempre più ardua.

— Così.... il nostro Giorgio dovrà partire! — soggiunse Pietro.

— Già!

— Noi avevamo pensato.... — S’interruppe. — Sapete, Edoardo.... Edoardo Fambri.... ha scritto dalla Germania.... e invita Giorgio laggiù, chè c’è lavoro!

— Ah!

— Noi.... avevamo pensato che.... forse sarebbe la sua fortuna.... e.... se a voi non dispiacesse.... lo faremmo partire!...

Il Vecchio non rispose, si rivolse a Giorgio e gli domandò:

— E tu, che ne pensi?

— Io la penso come mio padre, — rispose il giovine.

— No, come tua madre!

— Sicuro, anche come lei!... Come tutti quelli che ragionano!

Il Vecchio ebbe un impeto che solo si rivelò per il bagliore degli occhi, ma ancora seppe rattenersi e disse:

— Domani ti presenterai al Distretto.

— Ma....

— Ho detto che domani ti presenterai, e ti condurrò io stesso!

Il giovine era di brage. Brontolò:

— La vedremo!

Allora il gran pugno nocchieruto dell’avo scese violentemente su la tavola; i bimbi n’ebbero un tremo:

— E bada, bada di non disubbidire!... Bada che se ho detto “voglio!„ non se n’esce!...

Teresa e Pietro cercavano invano di frenare e con gli occhi e coi gesti la furia del loro figliuolo. Questi, che ormai ne era travolto, non cedeva.

— Io credo, — disse, — credo che potrò fare della mia vita ciò che mi piace!

— Quando ti sarai sbattezzato, sì! Allora potrai essere vigliacco e disertore. Ma fin che sarai degli Antoni, no!... E non mormorare!... Alza quella faccia e parla forte!

— Io dico che non partirò!...

L’avo sbiancava.

— Bada, bambino, non t’impuntare, non mi mettere nel caso di dover fare ciò che non voglio! — E la nativa violenza forzava i freni. — — Se ho detto che partirai.... vedi.... anche se ti dovessi legare con queste mie mani e portarti così al tuo posto di uomo, lo farei.... lo farei per il nome d’Iddio e per il nome nostro che vuoi disonorare!...

— Che c’entrate voi, dopo tutto?

— Che cosa dici?

— Dico che non sono più un bambino e che non ho dovere di ubbidirvi!

— Ah no?

— No!

— Tu puoi fare ciò che vuoi?

— Se è vero che mi chiamo Giorgio, sì!

— Tu puoi andare, stare, disporre come vuoi da intiero padrone?

— Per ciò che mi riguarda, sì.

— Giorgio! Giorgio!... — urlò Teresa spaurita, chè sentiva la nera tempesta sopravvenire.

— Lasciatelo dire! — disse il Vecchio. E continuò: — E se ti piace di essere disertore, lo sarai?...

— Potete togliervi dal capo l’idea ch’io parta!

— E non darai retta a nessuno?

— Solo ai compagni del mio Partito!

— Ah!... solo al tuo Partito, dunque? Solo ai tuoi compagni?.... — E si levava lentamente. — Solo ai vigliacchi pari tuoi? — E il suo corpo di vecchio atleta tremava forte.

— Babbo, babbo!... — gridarono i suoi figliuoli, — che fate babbo?... Non gli date retta!... Non sa quel che si dice!

Solo Rinotta si levò col Vecchio. Era accigliata e bianca.

Questi si diresse lentamente verso la parete, ne staccò la doppietta. Giorgio lo guardava fare, livido ed impietrito.

Poi si volse, si avvicinò di tre passi al caparbio che ancora era seduto e, fra un pauroso silenzio, gli disse, e scandì le parole:

— Ora lèvati e camminami innanzi!

— Babbo.... per carità!... — implorò Giovanni e fece per levarsi ma il Vecchio lo fermò a mezzo.

Giorgio aveva conserte le braccia su la tavola e il capo sopravi. Dalle contrazioni del suo corpo pareva singultasse.

— Che cosa ti ho detto? — riprese il Vecchio.

Poi come vide che l’altro non rimuoveva, abbassò lentamente la doppietta e l’impostò su la spalla.

— O ti levi, o t’ammazzo!...

Passò un attimo tragico in cui non una bocca ebbe un respiro, nè un volto un moto; gli occhi eran come di pietra e le femmine spasimavano.

Si era alla risoluzione, al punto in cui non è via d’uscita se l’una delle due forze in contrasto non piega. Ogni secondo era eterno.

Il cocciuto si rimosse, levò il volto di morte, sfigurato in guisa che pareva scarnito e disfatto dall’attimo della furia e dell’orrore, guardò il Vecchio, si contrasse, si rannicchiò, s’aggomitolò contro il cugino, su la panca; tese innanzi le braccia, vi nascose la faccia e d’improvviso schiantò dai singhiozzi. E quel pianto ne raddusse molt’altri.

Allora Rinotta, che era diritta dietro l’avo, si fece innanzi, si accostò al giovine, lo prese per un braccio e gli disse:

— Su, vieni via!... Su.... vieni con me!...

Giorgio ubbidì, travalcò la panca, si avviò incurvo e tremante per il suo pianto, al fianco di Rinotta. Gli pareva ch’ella dovesse comprenderlo, ch’ella dovesse dirgli una parola confortevole.

Furono all’uscio, scomparvero. Tutto ciò avvenne nel tempo di un battibaleno.