FEDELE.


ANTONIO FOGAZZARO

FEDELE

ED ALTRI RACCONTI

X EDIZIONE

MILANO
CASA EDITRICE GALLI
DI G. GALLI & LELIO OMODEI-ZORINI
SUCCESSI A
CHIESA — OMODEI — GUINDANI

Galleria Vittorio Emanuele, 17-80

1897


PROPRIETÀ LETTERARIA

Milano, Tip. degli Esercenti, Via Vincenzo Monti, 31.



[INDICE]


NOTA DELL'AUTORE ALLA PRIMA EDIZIONE.

Animato dal cortese signor Chiesa a raccogliere in un volume sette mie novelle, pensai di frapporvi alcune poesie a modo d'intermezzi, com'è uso trattenere gli spettatori, fra un atto di commedia e l'altro, con qualche breve pezzo di musica.

I miei intermezzi sono appunto versioni dalla musica. E qui debbo pure chiarirne, in due parole, il concetto.

La musica migliore genera in molti e anche in me ombre vane, per così dire, di sentimenti; gioia e dolore senza causa, desiderio, sgomento, pietà senza oggetto, baldanze superbe che cadono con l'ultima nota, violenti impolsi ad impossibili azioni. Suggerisce pure confuse immagini alla fantasia; arriva a significare torbidamente un discorso, un dialogo, un dramma, incomprensibili perchè la lingua n'è ignota e lontana da ogni altra, ma improntati, nel suono, di passione umana, e svolti, persino, giusta un ordine di premesse e di conseguenze, che somiglia indubbiamente ai raziocini migliori di questo mondo. Allora lo spirito nostro si avventa al mistero, vi batte follemente e vi fiacca le ali sulla porta impenetrabile, cade vinto. Io per parte mia ho talvolta cercato di consolarmene immaginando e scrivendo ciò che la lingua ignota potrebbe forse significare, ciò che vi potrebb'essere al di là della porta impenetrabile, le cause arcane di quei sentimenti la cui sola ombra mi commoveva tanto. Così mi vennero composti cinque intermezzi su temi di Boccherini, Martini, Clementi, Chopin e Beethoven.

Fermo di mantenere debitamente distinte le due arti, sperai che questi temi diventassero nelle mie versioni pura, indipendente poesia, e forse ottenni soltanto che cessassero di essere buona musica. Certo non mi accinsi a tradurli prima di averli intensamente meditati, e nessuna persona ragionevole saprà dimostrarmi aver io peccato d'infedeltà.

Ho posto dopo le novelle un breve scritto escito l'anno scorso sopra un giornale di Roma in forma di lettera al direttore del giornale e col titolo «Liquidazione». Presto si vide, con mio rossore e con sorpresa di alcuni onesti lettori, che quel titolo era stato poco sincero e il mio ritiro dalla letteratura una vana illusione. Ne fui meritamente censurato, e ristampo qui lo scritto colpevole, per ammenda.

A. Fogazzaro.

FEDELE.

— Soffio, signor Fogazzaro — disse, quella sera indimenticabile del 1.º agosto 1884, il generale Trézel, pigliandomi una delle mie povere pedine. — Stia attento!

— Alle dame — gli rispose per me la signorina Prina toccandomi il braccio con la penna. — Avanti! Detti! Mi, co te vedo, sento Un certo non so che; e poi?

— Scusi, generale — diss'io dopo aver mossa una pedina a caso. — E digo che nol sento, E digo che nol gh'è.

— Fa piacere, Filippo! — disse la signorina a suo fratello che cercava inutilmente sul piano il motivo dell'Aria di Chiesa di Stradella.

Continuai a dettare la vecchia canzonetta che piaceva tanto alla società milanese, molto intelligente, molto distinta, dell'Hôtel Brocco.

Mi me se inchiava i denti

Quando te voi parlar;

E digo: i xe acidenti...

Qui mi mancò la memoria. La signorina Prina, le altre amabili signore e un paio di giovinotti molto disposti a usare della graziosa strofetta per i loro fini particolari, se ne desolavano. Il verso non venne e io potei solo ripetere alla damigella con il più sentimentale accento che seppi:

Mi me se inchiava i denti

Quando te voi parlar.

I xe acidenti — osservò sorridendo donna Luisa Trézel con la sua solita finezza benevola e ironica insieme. — Chi sa — soggiunse sotto voce — che il signor Fogazzaro possa avere il versetto dalla sua fedele.

Tutti risero e io mi seccai. Mi rimisi a giuocare con attenzione; poi, siccome Filippo non veniva a capo di nulla, mi alzai, gli accennai con la mano destra le prime battute dell'Aria di Chiesa.

— Mangio, signor Fogazzaro — disse il generale che non aveva mai tolto gli occhi dallo scacchiere se non per guardare di traverso, qualche volta, pianoforte e suonatore. La sua signora mi domandò se fossi in collera con lei. Non ero in collera, ma mi seccavano le allusioni a quella persona che donna Luisa chiamava la Sua fedele. Era una giovane signora arrivata da tre giorni a S. Bernardino, sola. Nessuno la conosceva. Salutava molto gentilmente ma non parlava mai con nessuno. La gente dell'albergo asseriva ch'era veneziana. Sul cartoncino che là usano allacciare intorno alle salviette, perchè i forestieri vi scrivano il proprio nome, ell'aveva scritto con una calligrafia punto inglese, punto elegante:

Signora Fedele.

Era bionda: non alta ma snella; bellina assai ma più delicata e graziosa che bella. Lo confesso, non saprei dire con certezza il colore de' suoi occhi; avevano forse il colore mutabile del mare presso il quale era nata. Portava sempre lo stesso costume grigio, la stessa toque di pelliccia nera, gli stessi guanti neri. Usciva tardi per qualche passeggiata solitaria; alla fonte non si vedeva mai. La sera scendeva al caffè verso le nove. Se si faceva musica, restava lungamente nel suo angolo scuro, lontano dal pianoforte; altrimenti prendeva il caffè e spariva.

Si facevano commenti infiniti sulla sua origine, sul suo contegno misterioso, sul nome Fedele che serviva persino al generale Trézel per illudersi di avere spirito. Mi accadde una volta, nel solito crocchio della loggia, prender le sue difese contro le signore, che mi parevano troppo maligne. Ella passò in quel momento improvvisamente, salendo dalla via. Era molto accesa in viso, ma non guardò alla nostra volta. Mi guardò invece quel giorno stesso, passandomi vicino nella sala da pranzo, con uno sguardo che a' miei amici parve di gratitudine. Ne avrei proprio fatto a meno, perchè poi non mi tribolassero tanto.

— Che miracolo, stasera, esser venuta giù così presto? — disse piano Filippo che le aveva probabilmente dedicato i suoi pasticci musicali.

Infatti la signora Fedele era già nel suo angolo e suonavano in quel punto le otto.

— Aspetterà il concerto — disse la signora Prina.

Ci avevano annunciato per quella sera il concerto d'un cieco suonatore di pianoforte.

Un signore che stava in piedi presso a me, guardando giuocare al biliardo, ci disse che il concertista si era fatto scusare per una indisposizione del suo compagno.

A questo punto qualcuno disse sull'entrata del caffè:

— Nevica.

Le signore si alzarono esclamando, i giuocatori di biliardo gittarono le stecche, i giuocatori di tarocco le carte. Perfino il generale Trézel accordò una tregua alle mie pedine. Tutti si precipitarono in sala e di là in loggia. Non accade così facilmente di veder nevicare in agosto.

A me, antico frequentatore di quelle Alpi, ciò era successo più volte. Mi alzai tranquillamente e mi accostai a una finestra.

Era uno spettacolo fantastico, una magnifica festa notturna che il vento del Nord e la neve offrivano alla luna. Ella sorgeva sopra mille punte d'abeti, fra due montagne enormi, nel sereno. Ora la vedevo lucida, ora un turbinare di fumo argenteo la nascondeva nella sua stessa luce. Perchè non si poteva propriamente dire che nevicasse. Era neve delle cime, cacciata dalla tormenta. Fra un turbine e l'altro si vedevano tutte le creste bianche fumar su nel cielo azzurro.

— La scusi, signor Fogazzaro — mi disse in veneziano una voce tremante. — Non c'è il concerto, stasera?

Mi voltai, sorpreso.

— Scusi la libertà — riprese la signora Fedele. — So che siamo quasi concittadini.

Ma non mi ero tanto sorpreso del suo improvviso interrogarmi come della commozione strana, profonda, che sentivo nella sua voce, in una domanda così volgare. E poi il caro dialetto usato così di primo acchito, e quel chiamarmi per nome, mi avevano avvicinato con violenza alla misteriosa signora; con una violenza certo voluta da lei chi sa per qual fine.

— S'immagini! — le risposi. — Non credo che ci sia concerto. Ho udito che il compagno del cieco è malato e che questi s'è fatto scusare.

— E andrà via, forse? Non suonerà più?

I begli occhi mi parvero a un tratto più grandi, la voce più tremante.

— Non lo so davvero — risposi. — Credetti poi di dover soggiungere per cortesia:

— Lei ama molto la musica?

Ella non rispondeva, guardava fuori nella tempesta, nel baglior di luna e di neve. Scorso qualche momento, mi domandò ancora:

Il compagno, ha detto?

— Un signore, poco fa, diceva il compagno; ma ora, pensandoci, credo che s'inganni. Credo che sia una compagna, una signorina.

Ella appoggiò la fronte alle invetriate, come per veder meglio; in fatto, per non esser veduta in viso da me; e ricominciò a parlar con voce più sommessa di prima, più rotta dall'emozione.

— Sono qui senz'amici — diss'ella — senza nessuno, e posso aver tanto bisogno di un'anima buona. Penserà male di me, Lei, adesso? No, sa, non pensi male. So che Lei non mi giudica come gli altri. E poi m'hanno detto che ha famiglia. È per questo!

Parlava, così accorata!

— Si calmi, signora — risposi. — Se posso qualche cosa...

La gente tornava allora correndo, schiamazzando, allegra e intirizzita, dallo spettacolo della neve, e il generale mi cercava con gli occhi per finire la partita. Ci dividemmo rapidamente. Subito dopo, il padrone dell'albergo venne a fare pubblicamente le scuse del concertista, signor Zuane, impedito dalla indisposizione di sua figlia, che doveva accompagnarlo anche al piano. Lo stesso signor Brocco ci informò poi delle tristi condizioni di questo poveruomo, che, senza il concerto, non saprebbe come pagare lo scotto dell'infimo albergo dove alloggiava. Le signore, impietosite, mi pregarono d'andarlo a pigliare. Un valente allievo del conservatorio di Milano s'offerse di suonare con lui.

Partimmo subito, il giovinotto ed io, pieni di zelo. Il cieco signor Zuane ci accolse con gratitudine dignitosa, con grave cortesia da re in esilio, parlando un italiano floscio che affondava ogni momento nelle mollezze del mio dialetto natio. Era insieme comico e triste di udirlo discorrere così solennemente, accompagnando alle parole il gesto ampio e interrompendosi tutto perplesso quando incontrava con la mano il cappello nevicato che il mio compagno gli aveva storditamente posto davanti sul tavolino. Udivamo la signorina Zuane tossire nella camera vicina, aperta, da cui entrava una luce affatto superflua al signor Zuane, affatto insufficiente a noi. La signorina ci pregò, nello stesso morbido linguaggio paterno, di venire a prenderci il lume. La sua voce mi colpì; quando poi vidi lei a letto, credetti proprio vedere i capelli biondi, il delicato viso della signora Fedele.

— Le raccomando tanto papà, signore — mi disse. — Sento che sono così buoni!

Poi alzò il capo dal guanciale e mi accennò di accostarmi a lei.

— La scusi, per carità — mi sussurrò ansiosa. — Conosce Lei qui una signorina veneziana, bionda, che mi somiglia?

— Sì, la signora Fedele.

— Per carità, non la lasci parlare a papà, La supplico a ogni costo! Glielo dica magari a nome mio. A nome della Lisetta, dica. Adesso no, adesso no per carità!

Non si spiegò più di così. Partendomene con il signor Zuane, cercavo invano, fra me e me, di penetrare il mistero di dolore che avevo sentito prima nelle parole della Fedele, poi in quelle della signorina Lisetta; e mi pesava assai d'essermivi lasciato immischiare.

Non vidi bene lo Zuane in viso che all'Hôtel Brocco, davanti alle candele del piano, quand'egli aspettava, in piedi, che aprissero lo strumento, che ne portassero via le montagne di musica e si accomodassero gli sgabelli. Altissimo della persona, si teneva immobile ed eretto come una statua d'imperatore antico, levando sopra noi tutti la faccia più marmorea e tragica ch'io abbia incontrato mai. Era una faccia color di cera, senza un pelo, dal naso scultorio, dall'austera fronte imperiosa, piena d'anima sopra gli occhi sinistramente chiusi, piena quasi di un arcano sguardo che vi si spandesse sotto, cercando uscita.

Non c'era moltissima gente, perchè la società dell'Hôtel Ravizza non aveva osato affrontare il vento e la neve. La signora Fedele era là, nel suo cantuccio favorito. Guardava il cieco, ma non accennava di volerlo accostare.

Nei brevi momenti della mia visita allo Zuane e del tragitto all'albergo, lo avevo udito parlar dell'arte sua con la devozione sincera, profonda di un fanatico. Egli era, tuttavia, assai mediocre artista. Aveva più forza ed esattezza che espressione, e mostrava poi, nella scelta dei pezzi, un gusto molto dubbio. Il pubblico, tocco dalla sua sventura, applaudì il primo ed il secondo pezzo, applaudì più ancora il terzo, una fantasia a quattro mani in cui l'allievo del Conservatorio si fece troppo onore con scarsa carità del povero cieco.

Ma il programma era soverchiamente lungo. Parecchi uscirono a guardare il tempo, a giuocare nel gabinetto attiguo al caffè. I pochi rimasti chiacchieravano. Durante il quinto o sesto pezzo, non ricordo bene, la signora Fedele si alzò e venne dov'ero io, presso al piano, nel vano della finestra. Guardava, molto pallida, quelli che uscivano, guardava quelli che conversavano, con occhiate, non dirò di sdegno ma di tristezza amara. Io tremava che, finito il pezzo, ella volesse appiccar discorso con lo Zuane. Avevo ancora negli orecchi gli scongiuri della signorina malata, quel suo affannoso «La supplico!» Mi chinai e le dissi:

— La signorina Lisetta La scongiura di non parlargli, adesso.

Ella trasalì, m'interrogò con uno sguardo attonito e diffidente.

— Non so niente — risposi. — Lei ha detto così. Non so altro.

— Non parlerò — diss'ella sottovoce, rapidamente. — Ma Ella ha promesso il suo appoggio a me, sa, prima che alla Lisetta!

In quel momento lo Zuane pose fine al suo faticoso pezzo. Egli pregò alcuno dei signori presenti a volersi compiacere di raccogliere le offerte. Io stava per farmi avanti, quando la signora Fedele mi trattenne e mi chiese di avvertire lo Zuane che una signorina gli offriva di chiudere il suo concerto con un pezzo vocale; e che sarebbe bene non uscire col piatto che poi. Io esitava, ma il ragazzo Prina, che stava lì a mangiarsela cogli occhi, colse a volo le parole di lei, e si affrettò di pubblicare la proposta, cui lo Zuane accolse con l'usata solennità, fiutando l'aria mentre parlava, in qua e in là, come per iscoprire dove la gentile donna fosse.

La Fedele mi susurrò all'orecchio:

— Lei mi accompagna l'Aria di Chiesa? Gliela ho udita suonare, stasera.

Mi scusai, con ottime ragioni. Ella preferì allora non pregare altri e accompagnarsi da sè. Mentre si toglieva i guanti feci alzare il signor Zuane e lo condussi, di proposito, a sedere alquanto discosto dal piano. Intanto la gente, avvertita come per incanto, rifluiva nel caffè a udir la bella venezianina. Lo Zuane si trovò subito in mezzo a un gruppo di persone.

La signora si pose al piano. Io ero in piedi vicino a lei; potevo vedere il leggero tremito delle sue mani, l'inquietudine delle sue labbra. Mi chinai per dirle all'orecchio che avrei potuto pregare l'allievo del Conservatorio di accompagnarla. Scosse il capo nervosamente e incominciò subito, con mano sicura il preludio. Prima di finirlo, mi diede un'occhiata come per dirmi: «Le pare?»; come per mostrarmi il suo viso pallido, ma risoluto.

Vorrei poter esprimere la timida dolcezza accorata del suo canto quando incominciò sottovoce:

Pietà, Signore

Di me dolente.

Guardai involontariamente i Prina e i Trézel, dei cui bisbigli, dei cui sorrisi ironici m'ero bene accorto. Non sorridevano più. Gli occhi miei, tornando lentamente al piano, incontrarono a caso il volto del cieco, mentre la dolce voce saliva con un fremito di passione alle parole:

Se a te giunge il mio pregar

Non mi punisca il tuo rigor.

Lo Zuane porgeva il viso accigliato verso la musica, ascoltando a bocca semiaperta. A un tratto lo vidi piegarsi a destra, susurrar qualche cosa a un vicino che gli rispose guardando la Fedele, come se gli parlasse di lei. Ella cantava allora con uno straziante spasimo nella voce:

Ah non fia mai che nell'inferno

Io sia dannata al fuoco eterno.

Lo Zuane si alzò in piedi con una faccia terribile, agitò le braccia verso la parte opposta al pianoforte, quasi per farsi strada fra la gente. Tutto il pubblico si voltò a lui, zittì così imperiosamente, ch'egli si fermò sull'atto, si ripose a sedere. La signora Fedele s'imbarazzò nell'accompagnamento, smarrì l'intonazione, si coperse il viso con le mani.

— Coraggio! — le dissi sotto voce — Avanti!

— Non posso, non posso — rispose senza scoprirsi. — Sto male, faccia le mie scuse.

Dissi forte che la signora si sentiva male e non poteva proseguire. Vi ebbe un momento di agitazione, perchè i vicini dello Zuane e anche altri sospettavano una occulta relazione fra l'atto del cieco e il turbarsi di lei; ma poi uno, due, quattro batterono le mani, scoppiò l'applauso da tutta la sala. Parecchie signore si accostarono alla Fedele, offrirono il loro aiuto, insistettero perchè prendesse qualche cordiale, perchè si ritirasse. Rifiutò l'una e l'altra cosa ringraziando umilmente, ma più quasi con gli occhi e il piegar del capo che con la voce. La voce pareva rotta, spenta. Si alzò dal piano, sedette nel vano della finestra.

Volli starle vicino e pregai il Prina di raccogliere le offerte. Le monete piovevano nel piatto. Lo Zuane volgeva il capo a destra e a sinistra dietro al tintinnio dell'argento. Pareva impaziente di fare o dire qualche cosa.

La signora Fedele seguiva cogli occhi intenti ogni suo moto. Il Prina le si accostò esitante, dubitando se dovesse rivolgersi anche a lei o no. Ella gli accennò col capo di venire e, trattosi un anello, lo posò sul piatto.

— Io ringrazio questi gentili signori — disse lo Zuane quando gli furono recate le offerte — io ringrazio questi gentili signori e prego che il danaro sia dato per i colerosi di Marsiglia.

Le ultime parole furono proferite da lui con una subita energia di voce, con un aggrottar fiero di ciglia, con un gran gesto d'ambo le braccia.

La Fedele non diè segno nè di sorpresa nè di collera. Guardava sempre lui, sempre quella faccia marmorea, quegli occhi spenti.

— Le hanno dato anche un anello, signor Zuane — disse il Prina.

Il cieco stese un braccio, brancicò le monete del piatto, prese l'anello, lo palpeggiò con le dieci dita, alzando la fronte.

— Non accetto quest'anello — diss'egli. — La persona che lo ha dato lo riprenderà. — Suppongo — soggiunse con voce quasi iraconda — ch'è ancora presente.

Nessun fiatò. Lo Zuane ripetè la domanda. Allora la Fedele accennò al Prina che rispondesse di no, come infatti rispose immediatamente.

— Pregherò i signori che m'hanno accompagnato, di restituire l'anello domattina — disse il cieco. — Intanto è mio dovere esprimere la mia gratitudine a questi signori.

Si fece condurre al piano e cominciò a tempestarvi su il suo pezzo di ringraziamento, mettendo in fuga la gente, che andò a passeggiare e a commentare l'accaduto nella sala vicina. La signora Fedele, l'allievo del Conservatorio, il giovinetto Prina e io eravamo soli presso al piano.

— Sento che la sala è vuota — disse lo Zuane cessando dal suonare. — Vi è qualcuno presso di me?...

— Sì, sì — risposi.

— Ah, quel signore veneto — diss'egli. — Io sono stato poco gentile, stasera, e devo almeno a lei qualche spiegazione.

Stavo proprio sulla brage e protestai di non volere spiegazioni; ma quegli insistette e la signora mi scongiurò, in silenzio, a mani giunte, con un viso disperato, di lasciarlo parlare. Guardai involontariamente gli altri che intesero e piano piano, molto a malincuore, se ne andarono.

— Non potevo prendere del denaro guadagnato da lei, capisce — disse lo Zuane. — È mia nipote, l'ho allevata io, l'ho educata io. Una cosa orribile! Mi ha tradito.

Soffrivo inesprimibilmente, mi pareva d'essere un traditore io stesso, a permettere ch'egli parlasse così davanti a lei; ma ella lo voleva. Aveva voltato il viso alle finestre, adesso. Chi ci spiava dall'altra sala poteva credere che guardasse la luna e la tormenta. Dio, perchè si ostinava a star lì? Le toccai leggermente una spalla. Ella m'indovinò, negò del capo con la stessa muta energia di poc'anzi.

Lo Zuane tacque un poco, aspettandosi forse qualche domanda. Poi riprese:

— Quell'anello mi era caro, una volta; adesso no, adesso no!

Io lo interruppi, gli offersi di accompagnarlo a casa, dove la signorina Lisetta stava forse in angustia. Potrebbe parlarmi per via se volesse.

— Sì sì — rispose senza muoversi — ma del resto è presto detto. Tutte le miserie che si possono soffrire in terra io le ho sofferte dodici anni perchè questa creatura diventasse artista. Ella lo aveva promesso fin da bambina, prima a Dio poi alla Madonna — ogni artista è credente, signore! — E lo diventava. Grande artista! Io morivo di fame e di consolazione, signore. Ebbene, viene un giovane, un ricco, uno che non sa cosa sia l'arte, uno che dice: ti sposo, ma niente scena, ma niente grandezza, ma niente gloria. E allora si dimentica Dio, si dimentica la Madonna, si dimentica tutto, signor mio, si spezza il cuore a questo vecchio. Non basta.

— Insomma, signor Zuane — esclamai, non potendo più reggere — è tardi, andiamo.

— Non basta — prosegui egli alzandosi. — Il marito muore, perchè lassù, capisce, vi è una giustizia.

La povera signora, sopraffatta, giunse le mani.

— Dio, questo no! — diss'ella.

Non potrei raccontar bene ciò che seguì in quel punto. Forse nessuno lo potrebbe. So che lo Zuane gridò, che accorse gente, che vi fu un tafferuglio, che il cieco fu condotto via, che la Fedele mi scongiurò di accompagnarla fuori subito subito, all'aria, alla solitudine.

La tormenta non soffiava più, ma il freddo era pungente. La guglia del Piz Vogel fumava ancora di neve. Ci avviammo in silenzio dall'altra parte, verso la luna e l'orizzonte basso, largo, tutto dentellato, fra due grandi montagne argentee, di punte nere d'abeti. Di là dalla villetta dell'ingegnere C. faceva meno freddo; la mia compagna rallentò il passo.

— Mi perdoni — diss'ella — se Le reco tanto disturbo. È la prima e l'ultima volta, sa. Non mi vedrà più, mai più. Domani spero che avrà la carità di fare ancora qualche piccola cosa per me e poi non udrà neppure più il mio nome. Mai più. Fedele è il mio nome di battesimo. Non posso esser altro che fedele.

Su queste ultime parole la sua voce si abbassò, quasi si spense, come se avessero qualche triste senso nascosto. Le vidi brillare gli occhi di lagrime. «Non mi vedrà più, non udrà più il mio nome». Perchè diceva così? Cosa voleva fare? Mi si stringeva il cuore. Doveva soffrir tanto, pover'anima delicata, e mi si rivelava così pura! Con quel viso, con quella voce, con quel tenero nome insolito, mi pareva una delle creature che si amano in sogno.

— Mi ha posto nome lui, Fedele — diss'ella. — Ha ben capito, non è vero, ch'è mio padre? Poveretto, non lo ha voluto dire. La vergogna gli pareva troppo grande. Non dico mica di non avere colpa, sa. È vero che avevo promesso a Dio e alla Madonna. Povero papà, forse aveva fatto troppo conto sulle promesse d'una bambina: forse il Signore non ne ha fatto tanto. Ma non voglio mica giudicarlo, povero papà. È la disgrazia nostra, di tutti, che abbia un sentimento così. Io non ho nessuna amarezza con lui. Solo non ho potuto...

Non seppe reggere al ricordo delle parole dure che più l'avevano offesa. Le mancò la voce.

— È stata troppo amara — soggiunse dopo un istante, sospirando. — Troppo amara! Perchè lui, caro, gli voleva bene, malgrado tutto, al mio papà, e quel che ho fatto per tornare con il mio papà, me lo ha insegnato lui dal paradiso. Solo non voleva che andassi sul teatro. Il papà credeva che dopo la disgrazia lo avrei accontentato, ma non è mica possibile; bisogna bene che lo ubbidisca più di prima, mio marito, caro. Oramai poi ho perso tutte le speranze che il papà faccia pace. Neanche l'anello della povera mamma è giovato a niente. Ma l'aspettavo, sa, ma volevo pur tentare un'ultima volta. E adesso vorrei pregarla di parlare domani alla Lisetta.

Le dissi che disponesse pure di me per qualunque cosa.

— La ringrazi tanto, prima di tutto, la Lisetta — diss'ella. — Ha fatto quello che poteva, poverina, per aiutarmi. Le dica che non le scrivo perchè proprio non posso, e non so neanche se le scriverò più; ma che tutta la roba mia è sua e che le carte e i denari sono a Milano in mano dell'avvocato Benvenuti, via S. Andrea, n. 23. Vuol prender nota?

Notai nel mio portafogli, al chiaro di luna, il nome e l'indirizzo. Il cuore mi batteva forte, sentivo di scrivere qualche cosa di sinistro, la fine, quasi, di un'esistenza, la fine di quella dolce, bella creatura, tanto giovane, tanto amante, tanto mite con il fanatico furioso che l'uccideva.

— Ecco — dissi, riponendo il portafogli.

Eravamo giunti a quella fornace dove si spicca dalla via maestra il sentiero del laghetto.

— Vorrei andare al lago — diss'ella tranquillamente come se tutto fosse oramai finito in pace; e mi nominò un mio libretto, dove si tocca di questo lago alpino. L'idea di andare al lago a quell'ora, dopo quei discorsi, mi colpì tanto che me le opposi con troppo manifesto orrore. Fedele sorrise un poco. — Torniamo pure — diss'ella; e fatti pochi passi in silenzio, si pose a cantar sottovoce:

Ah non fia mai che nell'inferno

Io sia dannata al fuoco eterno.

Ne fui rassicurato. Solo mi doleva di averle potuto attribuire per un momento quell'idea orribile e d'essermi tradito. Volevo ora domandarle che intendesse fare, e non osavo. Ella non parlava più. Passata la villetta C., mi disse che voleva farmi sapere il suo nome, che suo marito si chiamava Vida, e ch'ella aveva tenuto nascosto questo nome acciocchè suo padre, venendo per caso a udirlo, non fuggisse addirittura da S. Bernardino.

Giungemmo al villaggio deserto, tutto bianco di luna. Nel porre il piede sugli scalini dell'Hôtel Brocco, mi feci coraggio e incominciai:

— Lei parte?

— Domattina.

— E posso sapere...?

Fedele esitò.

— Glielo dirò — rispose a bassa voce — ma non lo ripeta a mia sorella. Me lo prometta! Vado a Marsiglia.

La guardai, le stesi la mano senza poter parlare. Ella mi diede la sua.

— So che ci muoio — soggiunse — ma in ogni caso andrei suora.

Ci parve udir parlare nell'albergo.

— Domani — diss'ella in fretta — non venga mica a salutarmi quando parto. I suoi amici sono troppo cattivi, mi criticheranno, già, per la mia famigliarità di stasera. Non racconti mica niente, sa. El ghe diga ch'el xe el nostro far, de nualtre veneziane.

Le strinsi la mano forte forte, con ambo le mie. Fu il nostro muto addio.

— Dunque — mi disse l'indomani mattina, alla fonte, la signorina Prina, tutta sfavillante d'ironia — glielo avranno ben trovato, quel verso, iersera?

— Che verso? diss'io.

— Caro! — esclamò la signorina; e si mise a declamare con un enfasi sarcastica:

Mi me se inchiava i denti

Quando te voi parlar;

E digo: i xe accidenti...

Me l'avevano trovato, il verso, sì. E digo: el xe el mio far. Ma io lo tacqui, sdegnai concedere ai motteggi di quell'altera signorina, che m'era del tutto indifferente, le ultime parole di Fedele.

PRIMO INTERMEZZO.

CLEMENTI
Op. 26 — Lento

L'AMANTE

Batto piano nel silenzio de la notte a la tua porta,

Palpitando, pien d'orrore; ho sognato ch'eri morta.

Ch'io t'abbracci, anima, vita, ch'io ti baci, ch'io ti miri,

E se tutto a noi si nega, ch'io ti senta se sospiri!

VOCE DALL'OMBRA

A quest'ora chi mai batte, chi mai geme, chi mai chiama?

L'AMICA

M'oda m'oda egli che teme, m'oda m'oda egli che ama.

Vado in sogno a la foresta dove un dì posar ne piacque;

Ride il sole, accennan l'ombre, cantan venti, parlan acque.

Una dice: l'ami ancora? — Quando torna? l'altra dice.

Io le ingenue voci ascolto, taccio e rido in cor felice.

L'AMANTE

Batto ancor, tu sei felice, io qui solo tremo e anelo,

La mia casa è sì lontana, vento e luna son di gelo.

Sorgi, vieni, mi raccogli nel tuo sogno se lo sai.

L'AMICA

Seguo il sogno, vo tra il verde, vo tra l'ombre, il vento, i rai.

Taccio e rido a la fontana, poi folleggio, corro e canto,

— M'ama un poco — ai fior susurro, grido al cielo — l'amo tanto!

— Presto è mio — racconto al sole, — sarai fuoco — mi risponde,

— Presto è mio — racconto al fiume — or sii pura! — sclaman l'onde.

Dico al vento: va ov'è luna, va ov'è gel con un addio,

Con l'odor de le mie chiome, col tepor del labbro mio.

UN'IDEA DI ERMES TORRANZA

I.

Il professor Farsatti di Padova, lo stesso ch'ebbe con M.r Nisard la famosa polemica sui fabulæque Manes di Orazio, soleva dire di Monte San Donà: «Cossa vorla? Poesia franzese!» Il solitario palazzo, il vecchio giardino dei San Donà gli erano poco meno antipatici di «monsiù Nisarde» sin dall'autunno del 1846, quando vi era stato invitato dai nobili padroni a mangiare i tordi, e fra questi gli si erano imbanditi degli stornelli. Dal viale d'entrata, con i suoi ippocastani tagliati a dado, al laberinto, ai giuochi d'acqua, alla lunga scalinata che sale il colle; dalla base all'attico pesante del palazzo, l'eccellente professore trovava tutto pretenzioso e meschino, artificioso e prosaico. «Cossa vorla? Poesia franzese!»

Al tempo degli stornelli, forse, sarà stato così. Il professore non ha più voluto rivedere Monte San Donà e dorme profondamente da parecchi anni nel suo campo di battaglia, come posson ben dirsi:

...... Nox fabulaeque Manes

Et domus exilis Plutonia.

Adesso la famiglia San Donà, che ha vissuto con un certo fasto sino al 1848, pratica rigidamente, sotto l'impero del nobile sior Beneto, la economia di cui qualche indizio apparve sino dal 1846. Per il sior Beneto non esiste poesia francese nè italiana; e, sulla collina, il giardino, lasciato pressochè interamente in balìa delle proprie passioni, ha sciupato le fredde eleganze, ha preso, fra i vigneti blandi degli altri colli, un aspetto selvaggio, vigoroso, che gli sta molto bene in quel seno solitario degli Euganei. Al piano il laberinto fu messo a prato; i tubi dei giuochi d'acqua son tutti guasti; agl'ippocastani il sior Beneto ha sostituito due filari di gelsi. Voleva abbattere con lo stesso scopo scientifico i pioppi secolari del viale pomposo che da Monte San Donà mette ad un'umile stradicciuola comunale; ma la signorina Bianca li difese con passione e lagrime contro l'acuto argomento di papà: «bezzi, bezzi». Quando, nell'aprile del 1875, Bianca sposò il signor Emilio Sparcina di Padova, chiese ed ebbe in dono dal padre la promessa di lasciar in pace i cari pioppi che l'avean tante volte veduta correre e saltare, prima del collegio, con le sue rustiche amiche, e più tardi leggere Rob Roy, Waverley e Ivanhoe, tre poveri vecchi libri della sottile biblioteca di casa, tre poveri vecchi libri immortali che ora aspettano sul loro scaffale altre cupide mani, altri ardenti cuori inesperti della nostra grande arte moderna.

Ermes Torranza, il poeta, le diceva che ella stessa, a quindici anni, pareva un piccolo pioppo ridente a ogni soffio di vento, e che certo le colossali piante la ricambiavano di tenerezza paterna. Torranza lo diceva sul serio; egli aveva nel sangue questo fantastico sentimento della natura, questi istinti che i nostri freddi critici corretti gli rimproveravano, forse a torto. Infatti, nel settembre del 79 Bianca tornò a Monte San Donà, sola, col cuore amaro; e le parve, passando fra i pioppi, che Torranza avesse ragione, che le piante pigliassero con lei la espressione di quel biasimo affettuoso che vien significato con la tristezza e il silenzio. Il piccolo sior Beneto non tenne questo metodo. Lo aveva sempre detto, quel padre sapiente e profetico, che la sarebbe andata a finire così, che troppi libri e troppa musica non conducono a niente di buono, che a forza di volersi raffinare ci si scavezza. Credeva, la signorina, di esser nata per sposare un principe, un Creso, un chi sa cosa diavolo mai? Eran questi gli esempi avuti dalla santa donna di sua madre? La mansueta signora Giovanna San Donà, una santa per forza, non partecipò alle collere del suo temuto signore, anzi godè segretamente che la ragazza non si fosse lasciata metter i piedi sul collo e santificare come lei. Bianca aveva riamato abbastanza sul serio il bel giovinotto biondo fattosi avanti, dopo un lungo sospirare, per la sua mano; ma i suoceri grossolani, avari, stizzosi, le eran riusciti intollerabili. Il marito, buono ma debole, non osava proteggerla a dovere; indi sdegni e lagrime. Non c'erano figli; e così Bianca aveva potuto, in un impeto di collera, tornarsene al suo solitario angolo degli Euganei, ai suoi pioppi venerabili.

Aveva creduto, sì, a prima giunta, esserne guardata severamente; ma poi raccontò loro tante e tante cose che ogni freddezza fra le vecchie piante e lei ne fu tolta. Due mesi dopo il suo ritorno, quand'ella vide, un lucido giorno di novembre, che le ultime brine e il gran vento del dì innanzi le aveano spogliate di foglie sin quasi alla vetta, quei tremoli pennacchi giallo-rossicci le misero una malinconia da non dire; sentì che i pioppi la salutavano da lontano come amici fedeli, prossimi a venir meno, a perder la parola ed i sensi.

Tutto veniva meno con essi nella gran pace, nella luce limpida del pomeriggio di novembre; tutto, tranne il bruno dorato dei cipressi che dai vigneti deserti presso a Monte San Donà si rizzavano qua e là sul cielo biancastro d'oriente. La giovane signora avea lungamente passeggiato i vigneti, e ora, al cader del sole, scendeva piano piano la costa che ne beve con i suoi cavi sassi e con le quercie inclinate l'ultimo tepore. Ella guardava, distratta, più le foglie dense sul sentiero, più l'erbe grigie e gialliccie dei pendio che il piano e i colli dorati, e il tenero cielo caldo del ponente. Perchè mai aveva pensato, la sera precedente, appena spento il lume, a Ermes Torranza? Perchè ne aveva sognato tutta la notte? Perchè non poteva ancora liberarsi da questa immagine? Eran pur quasi tre mesi che non vedeva il poeta, di cui nessuno a Monte San Donà le parlava mai; ed egli le avea scritto una volta sola in principio d'ottobre per inviarle una romanza da camera. Bianca credeva ai presentimenti, non dubitava che avrebbe presto riveduto l'amico suo; ma pure, come spiegare una impressione così forte? Ella ammirava l'ingegno di Ermes Torranza, gli voleva un gran bene per la squisita nobiltà dell'animo, per la conoscenza che aveva sin da bambina; ma il poeta era sui sessant'anni, e benchè le portasse un'amicizia più appassionata che paterna, e la sapesse esprimere molto bene in prosa e in versi, con la musica e i fiori, non poteva turbare il cuore della giovine signora; la quale correva, con esso il solo pericolo di offenderlo quando bisognava posare una delicata parola fredda sulle sue effervescenze troppo giovanili. Avea ben pensato a lui tante volte con affetto, povero Torranza; non era mai stata assediata come ora dalla sua immagine. Proprio nello spegnere il lume le era venuto in cuore il nome strano Ermes; e subito aveva veduto l'uomo, la barba bianca, l'abito nero, la gardenia all'occhiello. Si fermò involontariamente per una foglia che cadeva in lenti giri, davanti a lei; e ripensò come lo aveva riveduto in sogno, i versi dolcissimi che le aveva letti, la divina musica che aveva suonato stendendo la mano sul piano senza toccarlo. Venendole meno la vivezza del ricordare, a poco a poco le voci lontane per la pianura, un frequente zittir d'insetti nell'erba la richiamarono al vero. Si ripose in cammino sotto le quercie piene di sole, guardando trasparir dal fogliame secco gli antichi tronchi verdi d'edera che le parlavano, anch'essi! della strofa in cui il Torranza parla a certa gente del proprio ideale:

Se voi seguite, aride foglie, il vento,

Tutti vi sdegna il mio fedele cor;

Di ruine, com'edera, è contento,

Sul nobil tronco ch'egli ha amato, muor.

Glieli racconterebbe, a Torranza, questi fatti bizzarri. Lui già metterebbe in campo il suo spiritismo, la occulta influenza di una psiche sopra un'altra. Quest'idea le toccò il cuore come la sensazione di un mondo strano, forse non reale ma possibile; e, se reale, anche presente, anche circonfuso a lei; non solamente circonfuso, ma nascosto nel suo petto, inconscio nei misteri dell'anima.

Una campanellina flebile suonò le ore da lontano, in mezzo ai campi; una, due, tre e mezzo. Non era più da credere che Torranza venisse in quel giorno.

Bianca trasalì. Le pareva udire una carrozza sulla strada di Padova; ma ne passavano tante! Tutti volevano godere quelle deliziose giornate di novembre. Sì, sì, i cani della fattoria abbaiavano, le ruote stridevano sulla grossa ghiaia del viale d'entrata. Bianca affrettò il passo. Per tornare alla villa doveva scendere, poi risalire.

Presso a casa trovò un ragazzo che veniva in cerca di lei. Erano arrivati tanti signori in due carrozze e la padrona gli aveva detto di correre a cercare la padroncina. Non sapeva il nome di questi signori, nè se ci fosse tra loro un vecchio vestito di nero, con la barba bianca. Gli pareva di sì, ma non n'era sicuro.

Bianca entrò trafelata nella sala a pian terreno dove tutti erano ancora in piedi e Beneto distribuiva, qui i suoi ossequi, lì le sue riverenze, a destra i suoi rispetti, a sinistra la sua servitù, qualche complimentino sotto voce, qualche risatina cerimoniosa. Bianca si fermò sulla soglia, raccolse tutta quella gente in un'occhiata; il poeta non c'era. Erano i Dalla Carretta con i loro ospiti, un piccolo museo archeologico di lunghi scialli scuri, di cappellini barocchi, di calze e nappe canonicali, di facce slavate; gente noiosa che veniva lì una volta l'anno, per convenienza, a sedersi in giro e a guardarsi un tratto in viso senza saper che dire; dopo di che un vecchio servitore in giacchetta bigia entrava molto dignitosamente portando il caffè e i pandoli che il cavalleresco Beneto serviva con i suoi scherzetti sempre uguali, di cui la compagnia rideva regolarmente ogni anno sullo stesso tono e sulla stessa misura. Perdere un bel tramonto di novembre per costoro! Bianca non li poteva soffrire, le toglievano il respiro.

— Non so — le disse fra un sorso di caffè e l'altro il canonico Businello — non so se La sappia la brutta notizia...

— No. Che notizia?... — rispose Bianca a fior di labbro.

— Ah, sicuro — dissero due o tre voci sommesse. — Ah, sicuro.

— Il povero Torranza, poveretto... — soggiunse compunto il canonico, intingendo nel caffè l'ultimo pezzetto della sua ciambella.

Bianca si sentì una stretta al cuore, un formicolìo freddo al viso; e non potè articolare parole.

— Pur troppo — disse monsignore agitando la tazza in giro per sciogliere lo zucchero rimasto al fondo. — Mancato, sì, poi... — Vuotò la tazza e soggiunse sospirando: — Iersera, alle undici e mezza.

Bianca perdette un momento la vista, ma oppose all'emozione un voler violento, un impeto, quasi, di collera, e vinse. La signora Giovanna la vide farsi pallida pallida e fu per alzarsi sgomentata; una rapida occhiata dura di sua figlia la fermò sull'atto. Le signore Dalla Carretta, che conoscevano certi maligni epigrammi corsi a Padova sulle fiamme senili di Torranza, si guardarono alla sfuggita e tacquero.

Intanto il canonico raccontava che Torranza s'era posto a letto due o tre giorni prima senza sofferenze gravi, però con tristissimi presentimenti. La catastrofe doveva esser avvenuta improvvisamente; ma egli non poteva affermarlo. Era partito da Padova poche ore dopo, alle dieci del mattino. La città era già piena della notizia; si sapeva che la Giunta Municipale doveva raccogliersi d'urgenza.

— Le solite commedie — esclamò il sior Beneto. — Beata, quella gente là, di poter far del chiasso e spender dei soldi. Capaci di ringraziar Dio che quel povero infelice sia morto adesso che ci son loro in Comune. E cosa crede, Monsignore, che vogliano onorarlo per quei quattro versi? Ma neanche per idea! È perchè era famoso anche lui a spendere e spandere. Basta questo, caro lei. Un uomo grande!

— Papà — disse Bianca agitatissima — se deliberano qualche cosa per Torranza, fanno più onore a sè che a lui.

— Idee tutte vostre, queste — replicò Beneto dispettosamente. — Idee tutte vostre. Non mettetevi mica in mente ch'egli fosse poi questa gran cosa. Non m'intendo di versi, ma siamo stati a scuola insieme, con Torranza, e posso dirlo. Volete metter la testa di Farsatti?

— No, no, no — interruppe con certa secchezza molle il canonico. — Per talento, lasciamolo stare, il povero Ermes ne aveva più del bisogno; ma criterio, signora! criterio, La mi scusi proprio, neanche una briciola.

— Egli era de' miei amici, l'avverto, monsignore — rispose Bianca. — A me queste cose non si possono dire.

— Ah, bene! — fece monsignore scuro. I Dalla Carretta si rannuvolarono. Ma Beneto non permise che la finisse così, in un silenzio burrascoso.

— Monsignore parla benissimo — disse egli — e mi meraviglio di voi che non le abbiate mai capite, certe cose.

— Basterebbe l'affare dello spiritismo — osservò a mezza voce il vecchio conte Dalla Carretta, rivolgendosi con un sorrisetto al canonico, per confortarlo.

— Euh! — disse questi, alzando gli occhi e le sopracciglia. — Io non parlo.

Una zitellona della compagnia chiese, facendo l'innocente, se Torranza fosse proprio spiritista. Il canonico, che non voleva parlare, si sfogò. — Spiritista fanatico, era. Aveva una biblioteca di pubblicazioni tedesche, francesi, inglesi, americane sullo spiritismo. Stava traducendo un libro di un certo Fechte o Fochte o Fichte, pieno di quelle minchionerie.

— Sì capisce che Lei non lo ha letto — interruppe Bianca.

— Sta a vedere — saltò su il sior Beneto — che mi diventate spiritista. Vorrei vedere anche questa.

Bianca fu per dare a suo padre una risposta audace e pungente. Si contenne e rispose solo che non amava i pregiudizi di nessun colore.

— Adesso gli potremo dare la prova, allo spiritismo del povero Torranza — osservò un signore — perchè, e questo l'ho udito io con le mie orecchie da Pedrocchi, egli diceva che dopo morto si sarebbe fatto sicuramente vedere e intendere da qualcheduno.

Beneto nitrì una risata gutturale, a bocca chiusa.

— Gesummaria, papà! — disse la contessina Dalla Carretta al suo genitore.

— Matto, cara, matto! — rispose questi.

— Eh, matto, poveretto; eh, matto. — Ciascuno guardava il suo vicino, gli passava la parola a mezza voce. Bianca si alzò senza dir nulla, spinse via nervosamente la sua sedia e uscì.

Beneto fremeva, la signora Giovanna stava sulle spine. Dopo un breve silenzio, la Dalla Carretta guardò, imbarazzata, suo marito, piegando la persona; in un attimo tutti furono in piedi, contenti, sollevati da un gran peso. Beneto discese la scalinata a braccio della contessa, che gli espresse, con molta ipocrisia, il suo rincrescimento per i discorsi che si eran fatti prima, per il dispiacere arrecato alla signora Bianca. Beneto protestò. Aveva gusto che sua figlia imparasse a conoscer meglio il mondo; era stato anche lui amico di Torranza, per tradizioni di famiglie; ma pur troppo quel vecchio matto aveva esercitato una pessima influenza in casa Squarcina. Intanto, dietro a loro, scendeva la brigata tutta susurri maligni, interrotti prudentemente da qualche osservazione a voce alta sul tramonto vermiglio, sulle campane della parrocchia che suonavano per l'ottavario dei morti, sul nero nebbione che si levava dall'orizzonte, soffiando.

Ecco i due carrozzoni che si fanno avanti: ecco daccapo gli ossequî, i rispetti e i doveri. I lunghi scialli scuri, i cappellini barocchi, le nappe canonicali, le slavate faccie noiose si allontanano sotto i pioppi, e il sior Beneto ritorna su, borbottandosi la lettura di un foglio consegnatogli dal cursor comunale che lo segue col berretto in mano. Giunto sulla spianata, trova un servitore uscito ad avvertirlo ch'è in tavola; e fa chiamar fuori la padrona.

— Qui c'è l'annuncio di Torranza — diss'egli — e questo galantuomo ha un'altra lettera. Pagate voi?

— Cosa? — diss'ella timidamente.

— Cosa? La multa, cosa! Se vostra figlia si fa scrivere da dei disperati che riempiono Dio sa quanti fogli e poi non sono in caso di metter fuori otto palanche, suo danno! Io non pago sicuro.

La signora Giovanna guardò la lettera.

— Viene da Padova — diss'ella esitando.

— Eh, si sa, cara, che pagate!

— È urgentissima — susurrò la povera donna.

Beneto le domandò qualche cosa con gli occhi e un cenno del capo.

— No — diss'ella. — Mi pare e non mi pare di conoscerlo, il carattere: ma di quella casa là no certo.

— Benone! — esclamò l'ironico marito. — Adesso poi, siccome sarebbe una pazzia, così son sicuro che pagate. Accomodatevi pure.

Ed entrò in casa.

La signora non aveva un soldo in tasca, ma fece subito qualche segreta convenzione col cursore, che salutò e sparve nella nebbia, dilagata, in un batter d'occhio, sul piano. Il triste oceano bianco fumava su tutti i pendii, metteva le prime ondate taciturne sulla spianata di Monte San Donà. Ancora un momento e avrebbe chiusa la casa nel suo vapor denso, avrebbe affacciata a tutte le finestre la sua malinconia stupida.

— Ci vorrà un lume, a tavola — disse al domestico la signora San Donà, rientrando.

— Niente, niente — gridò Beneto dal salotto — non occorre lume che ci si vede benone. Sbrigatevi e dite alla principessa che si degni, almanco, di non farsi aspettare.

II.

L'annuncio così crudo, inatteso, della morte di Torranza era stato per Bianca un colpo di sgomento e di dolore, che volle celare, quanto potè, a quella sciocca compagnia pettegola. Comprimer lo sdegno le riusciva men facile; e, venuti in campo i discorsi di Torranza al caffè Pedrocchi, era uscita per non prorompere contro suo padre che rideva e gli altri che compativano.

Si chiuse in camera. L'immagine di un nuovo Torranza, di un Torranza morto assai più grande e buono che non le fosse mai parso il vivo, le riempiva l'anima; e lo pianse, meravigliata delle proprie lagrime, di sentirsi una tenerezza tanto profonda. Averlo lasciato partire così, senza un addio! Ecco, se non fosse stato quel ch'era stato, ella si sarebbe trovata a Padova, lo avrebbe potuto vedere. Si rimproverò d'aver risposto un po' tardi all'ultima sua lettera, di non averlo ringraziato bene della romanza. Tante altre sue piccole negligenze, tante altre lievi freddezze punto necessarie che avevan forse rattristato il poeta, le tornavano tutte al cuore, le facevano male. Egli, un potente creatore d'anime e di figure ideali, l'aveva cullata, da bambina, sulle sue ginocchia, l'avea consigliata dopo il collegio, negli studi; sposa, l'aveva condotta alla più squisita intelligenza d'ogni arte; finalmente s'era innamorato di lei come delle creature a cui il suo genio aveva dato vita e passione. Adesso Bianca voleva persuadersi d'essere stata amata così; sentiva più pura, in questo concetto, la memoria del poeta, a sè più alta, più vicina al paese in cui vivono i sogni dei grandi poeti spiritualisti. Egli l'amava ancora, povero amico; le si era voluto ricordare dal paese dei morti appena giuntovi. Era spirato alle undici e mezza; e Bianca si era sentito, prima della mezzanotte, il suo nome strano nel cuore.

Si picchiò all'uscio; era la signora Giovanna con una lettera urgentissima. Bianca prese la lettera senza guardarla, pregò sua madre di scendere a pranzo, di lasciarla sola. Non voleva trovarsi con papà prima d'essere un po' più calma; temeva che certi discorsi la irritassero troppo, le facessero dire quello che non avrebbe voluto. La signora Giovanna se n'andò sospirando mentre sua figlia, chiuso l'uscio, si sorprendeva dell'oscurità sopravvenuta nella camera, del torbido mare che saliva davanti alle finestre. Vide per un momento ancora i fantasmi dei vasi ritti sul muricciolo della spianata, qualche altro spettro di piante vicine; poi niente, neppure un'ombra nel bianco immenso, eguale, impenetrabile. E stette a guardarvi su, attonita, sentendo la voluttuosa dolcezza di trovarsi lì nella sua piccola camera tepida, a pensare, in grembo a quell'oceano silenzioso; sentendo una rispondenza arcana, indefinibile delle cose esterne con i pensieri che le empivano il cuore. Si ricordò a un tratto della lettera che aveva in mano, l'accostò a' vetri per decifrarne il carattere.

«Oh Dio!» diss'ella.

L'aperse in furia con le mani convulse. Vi trovò uno scritto e una fotografia. Ravvisò tosto la barba bianca, l'abito nero, il fiore all'occhiello; lui insomma, Ermes Torranza.

Sentiva di dover leggere subito, non ci vedeva, non sapeva che si facesse, andava per la camera con la lettera in mano cercando a tastoni una candela che non v'era. Abbrancò un cerino sul suo tavolino da notte e l'accese. La fiammella mise un picciol lume sul legno lucido e sul crocefisso di bronzo, un gran buio nella camera. Bianca s'inginocchiò, macchinalmente, e lesse, sempre ginocchioni, lo scritto che segue:

Padova, 26 ottobre 1879.

«Cara, non si turbi, non si sgomenti; legga questa lettera come io la scrivo, con la tranquillità più serena. Non è niente; il vecchio codino Torranza, che cosa strana! se ne va. Mi dia la buona notte, cara Bianca; dispongo perchè questa lettera Le sia inviata appena spento il lume.

«Avvertito da una voce interna, ho fatto stamane, spontaneamente, quello che fece, prima di morire, il codino mio padre; adesso mi sento nel cuore qualcosa che si allenta, e insieme un silenzio pieno di riverente aspettazione. Avrò forse ancora quattro, sei, otto giorni; mi basta un'ora, per Lei.

«Bianca, nei nostri passati colloqui Ella mi parve temere, qualche volta, di un'ombra; il suo gentile affetto per me n'era turbato, non sapeva come esprimere un risentimento. Non è vero? Pure vi è solo nel mio cuore una tenerezza che in questo stesso momento solenne non offende i pensieri più alti; tutta la colpa è del vecchio sangue fantastico che lascia sempre un po' di colore sui sentimenti e sulle parole. Mi perdoni e sorridiamone insieme, oramai.

«Ho a farle un'altra preghiera e voglio porvi su il suggello della morte. Mi è amaro non averle dato in addietro più prudenti consigli circa i Suoi dissensi domestici e discender nella tomba con questo pensiero. Bianca, per il bene Suo, per il bene di persone che Le son care e un poco anche per la mia pace nel mondo a cui vado, mi ascolti; non resti a Monte San Donà. Ella, in fondo al cuore, ama certo ancora Suo marito. Questo povero giovane fa pietà. L'altro giorno mi ha parlato di Lei per un'ora, con le lagrime agli occhi. Mi disse di averle scritto più volte, mi riferì le Sue risposte che gli tolgono ogni speranza se i vecchi non acconsentono a una separazione, o, almeno, se non promettono mutare contegno con Lei; e coloro non piegano nè all'una nè altra cosa. Bianca, pensi che qualche diritto ceduto in silenzio, qualche torto patito senza sdegno, non per timore, ma per pietà delle persone ingiuste che ci pensano offendere, leva l'anima nostra al di sopra del loro contatto irritante. Torni con suo marito. Non vi è tanto amore nel mondo da gettar via questo ch'è pur fedele, pur tenero, e non toglie la pace.

«E ora, se si ricorda le nostre conversazioni sul mondo invisibile e sui fenomeni che il secolo nega perchè lo umiliano, non troverà strano ch'io desideri manifestarmi a Lei, dopo la mia morte, in qualche modo sensibile. La sera del giorno stesso in cui riceverà questa lettera, si trovi sola, fra le dieci e le dieci e mezza, nella Sua saletta del piano. Apra la porta che dà sul giardino; le ombre della notte devono poter entrare. Suoni quindi la breve introduzione della romanza che Le ho inviata venti giorni sono. Dopo di questo, se Dio permette ch'io sia presente e possa darne segno, anche lieve, lo darò. Ella non conosce paura e vorrà consentire all'ultima fantasia sentimentale di un vecchio poeta che muore.

«È tempo di dirvi addio, Bianca. Ho qui davanti a me la testina leonardesca che Vi somiglia. Gli occhi dell'incognita sono men grandi, i capelli più chiari; ma l'espressione originale del viso è la stessa. Questo dolce sole d'ottobre che passa tra i miei libri chiusi, brilla sul quadretto. Vi vedo viva, depongo la penna, Vi guardo, Vi guardo, un'ultima irragionevole lagrima mi cade e si perde per sempre, come lo merita. Addio, addio!

«Ponete questo ritratto nel vostro salotto di Padova.

«Ermes Torranza».

— Sì, sì, sì — singhiozzò Bianca appassionatamente. — Tutto! — Si chiuse il viso tra le mani, promise a Torranza, con uno slancio del cuore, che avrebbe appagato tutti i suoi ultimi desiderî e pregò, senza parole, per esso.

Cadendo quell'impeto di fervore, il suo pensiero si assopiva, si perdeva, senz'avvedersene, in un altro campo. Ella non pregava più; aperte le mani, guardava la fiammella del cerino, si sentiva tornar nel cuore le conversazioni avute con Torranza sui misteri d'oltre la tomba. Non cercava nè combatteva queste memorie; le lasciava venire, inerte. Ad un tratto spense il cerino, pregò un altro poco e si rizzò. Era notte, il bianco oceano silenzioso empiva sempre le finestre; pareva essere in un'isola. Le venne in mente, malgrado sè stessa, un racconto meraviglioso fattole dal poeta, una camera buia nel vecchio castello reale di Stoccolma, in mezzo al mare; il re Carlo XI che siede taciturno al fuoco ascoltando il dottore Paumgarten parlar della regina morta, poi si alza, va alla finestra e dice al conte Brahe: Chi ha acceso i lumi nella sala degli Stati?

Qui non apparivano lumi; appoggiando il viso ai vetri si vedeva in alto, nella nebbia, un diffuso chiarore lunare. Bianca non potè a meno di pensare alla sala del piano, di vedervisi sola con le candele accese, ad aspettare uno spirito.

Alle sette e mezza uscì di camera senza lume, discese la scala rischiarata dai quattro finestroni che rompono tutto un fianco del palazzo, del primo piano alla cornice. Attraverso i due superiori si vedeva la luna mancare e tornare fra le nebbie fumanti; dei vani azzurrognoli si aprivano e si chiudevano nel cielo.

— Sei qua? — disse dal fondo della scala la signora Giovanna.

Subito dopo, la fessa vocina stizzosa di Beneto gridò più da lontano:

— Presto! Oramai, tanto, la poteva anche andare a letto, mi pare. Presto!

Bianca non gli badò. Quel padre amoroso voleva proprio farle costar poco il ritorno in casa Squarcina!

Egli era in salotto, picchiava e ripicchiava sulla tavola un mazzo di carte, impaziente che sua moglie venisse per la solita partita.

— Qua! — diss'egli, brusco. — Qua! Andiamo!

La rassegnata signora prese il suo posto all'angolo della tavola, presso una lucerna a petrolio. Bianca sedette sul canapè, nell'ombra. Povera mamma, pensava, che vita! Emilio era debole, non sapeva proteggerla; ma però, qual differenza da suo padre! Ella era sicura che suo marito, se non ci fossero i vecchi, la farebbe regina in casa propria. Era andato a piangere da Torranza, povero Emilio! Sentiva di volergli bene anche lei; e bisognava pur prenderlo come la natura lo aveva fatto.

A vu! — brontolava tutti i momenti il sior Beneto. — A vu! Presto!

Egli non rivolse mai una parola a sua figlia, e dopo le otto e mezzo se n'andò, com'era solito, a letto. Allora la signora Giovanna, che prima non aveva mai osato fiatare, si pose attorno a Bianca perchè pigliasse qualche cosa, offerse quanto seppe con una premura timida e appassionata nel tempo stesso; ma Bianca non accettò nulla.

— Quella lettera? — disse sua madre. — Era di casa tua?

— No.

— Disgrazie?

— No, mamma.

— Perchè ho visto urgentissima — rispose l'altra, esitante.

Bianca si rizzò e l'abbracciò.

— Mamma — diss'ella sottovoce — se andassi via presto? Se tornassi con Emilio?

— Oh Dio! — rispose la signora Giovanna commossa — cosa vuoi che ti dica? In coscienza non potrei mica dirti di no.

— Forse lo faccio, mamma.

Alla signora Giovanna vennero le lagrime agli occhi.

— Ma che ti maltrattino poi, no, sai! — diss'ella con voce soffocata, e soggiunse dopo un breve silenzio:

— Se fosse per il papà, sai bene com'è fatto. Non bisogna mica badare a certe apparenze.

— No, mamma, non è per il papà.

— Bene, cara, cosa vuoi che ti dica?

La povera donna prese la sua calza e si mise a sferruzzare frettolosamente. Dopo le asciutte risposte di Bianca non osava toccar della lettera urgentissima, quantunque comprendesse bene che il segreto di questo probabile ritorno in famiglia doveva trovarsi lì. Lavorava e taceva, sperando ottenere qualche spiegazione col silenzio ch'era come un dignitoso dolersi del riserbo di Bianca, un espresso aspettare che parlasse. Ma Bianca non aperse bocca, per cui, verso le dieci, la buona signora, mortificata e non avendo il coraggio di usare autorità, posò il suo lavoro, chiese alla figlia se volesse andare a letto.

Bianca rispose di non aver sonno. Sarebbe andata volentieri nella saletta del piano a fare un po' di musica. La mamma voleva tenerle compagnia, ma ella protestò tanto nervosamente che la signora Giovanna le chiese scusa e, accesale una candela, salì le scale con la sua cerea faccia curva sul lumicino a petrolio.

Bianca s'avviò invece per il corridoio che mette alle camere deserte nell'angolo nord-ovest della casa. Entrò in una sala non grande, ma molto alta, tutta istoriata di affreschi mitologici, vuota; e accese con mano ferma le candele del suo piano attraversato a un canto. La lenta luce si allargò, a destra, sopra un tavolino zeppo di musica; a sinistra, sopra una giardiniera; in alto, su per le membra enormi di non so quali Divinità. Non v'erano altri mobili in tutta la sala; i passi della giovine signora vi pigliavano un suono lungo, vibrante.

Ella guardò l'orologio: le dieci erano imminenti. Cercò un pezzo di musica e lo posò sul leggio del piano. Poi si trasse dal petto il ritratto di Torranza, guardò a lungo la calva testa scultoria del poeta. Oh, voleva bene accontentarne l'ultimo desiderio quand'anche fosse una follìa, voleva fedelmente comporgli la scena poetica, cui egli aveva forse pensato con qualche compiacimento prima di morire!

Si giustificava, così con sè stessa, dei suoi preparativi e della sua emozione, senza confessarsi che aspettava davvero, con uno scuro istinto del cuore, qualche cosa di straordinario. Posò il ritratto sul leggìo e stette un momento, involontariamente, in ascolto. Che cosa si muoveva dietro a lei? Niente, un foglio scivolava dalla catasta della musica. Bianca si piegò a leggere i versi riprodotti sulla copertina del pezzo che aveva davanti. Erano stati composti, lo sapeva, fra il contrasto della passione con il sentimento religioso, da un giovane amico di Torranza, morto pochi mesi dopo, presso la donna non sua che amava malgrado sè stesso, in silenzio; e dicevano così:

Ultimo pensiero poetico

Le finestre spalanca a la luna;

T'inginocchia, mi sento morir.

Da i terror de la cieca fortuna,