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AVV. BIANCHI ARTURO
I ladri della pace.
ROMANZO
CREMONA
Tip.-Lit. Interessi Cremonesi—G. Frisi
1897
RISERVATI I DIRITTI DI AUTORE
Proemio
Questa è la quinta volta che il sottoscritto, fa stampare a breve distanza l'uno dall'altro, libricciuoli, per dimensione e valore, modesti. Un principio di monomania qualunque da potersi tollerare.
Oggi abbiamo fatto un piccolo Romanzo: ma ahimè! già comprendo che….. «Andrem raminghi e poveri, ove il destin ci porta» (Duetto Luisa Miller).
Pur troppo, anche il sottoscritto, spintovi da istintiva prepotenza del pensiero, o per dire più giusto da riscaldata fantasia, la quale, a guisa dei vulcani, esige spazio all'intorno, onde eruttarvi la incandescente lava, non ha potuto resistere alla rude tentazione, col rischio di perire asfissiato dalla inesorabile critica.
Parecchi in questa epoca non per anco tramontata, hanno scritto Romanzi a profusione. Perciò confidando pure lo scrivente di poter camminare per la stessa via sebbene con forza e lena minori, e quando fantasia lo soccorra, si accinse all'opra.
Sappiamo, che dei Romanzi di sommi autori antichi d'ogni nazione, con Manzoni alla testa, si è smarrita la traccia, ma lo scrivente vi giura, e tutti lo credono, che non sogna trovarla. Quegli Egregi Romanzieri erano intesi certamente, coi loro Libri, al migliore andamento sociale, sotto la forma di immaginosi avvenimenti, ma si teme abbiano al pari di tanti altri, toccata la delusione.
Causa della incompleta riescita, potrebbe essere la legge di natura, perocchè se è positivo, come il progresso scientifico non abbia confine, è pur vero che il progresso sociale, giunto al suo apogèo deve o rovesciarsi o quanto meno retrocedere. Su ciò dica la storia.
E per quanto sopra, o lettori gentili, vogliate armarvi di indulgenza, mentre il sottoscritto di speranza si corazzerà, affinchè il suo libro non venga bruciato in piazza, siccome ai tempi della Santa Inquisizione.
A. BIANCHI ARTURO
PARTE 1.ª
CAPITOLO I
I Ladri della Pace.
Trentacinque anni or sono, vale a dire al tempo della Epopea Garibaldina, memorabile nella storia di questo secolo per le patriottiche audaci imprese, e per le vittoriose battaglie, la gioventù che vi aveva preso parte valida, restituitasi al domestico focolare, si abbandonava con diritto, a qualcun ozio di Capua, e naturalmente, onde non degenerare dai comuni progenitori, Adamo ed Eva, faceva, come suol dirsi, all'amore, anche senza paradiso terrestre.
Ciò premesso, noi faremo la presentazione, come è d'uso nella buona Società, dei signori Ladri della Pace, secondo il titolo del libro odierno.
I principali, i più pericolosi, sono l'Amore e la Gelosia di lui sorella germana.
Per quanto riflette poi ai due Protagonisti del nostro Romanzo (più di uno stavolta, per il melius est abundare quam deficere) si trova inutile di osservare troppi dettagli. Questi seguiranno il corso degli avvenimenti che noi svolgeremo, basterà quindi avvertire intanto, che uno dei protagonisti era Blandis pittore nullatenente; celibe, l'altra la signorina Giacinto benestante; giovane il primo, più giovane la seconda, capo esenziale secondo la legge universale—Simpatici assai, buoni educati, intelligenti, e della poesia e della musica, entrambi amanti—Alfredo e Violetta, bei nomi accolti anche dal sommo Verdi nella sua Traviata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Alfredo, dopo parecchi mesi di semplice candida amistà verso Violetta, amistà nudrita soltanto da Apollo, il Dio della Musica, della Poesia e delle Arti, il Principe delle Muse, venne ferito in cavità, da Cupido, il Dio dell'amore, e Violetta, parea volesse seguirne le traccie, ricordando la Psiche voluttuosa, rivale, per bellezza, di Venere.
Ma Alfredo, ingenuo e timido quanto una gazzella,¹ era stato un immenso illusionista. Non potea trattarsi semplicemente degli effetti della buona musica, eseguita con impegno a mezzo dei due scelti istrumenti, che sono il Violoncello e l'Arpa? Oh! le Romanze!……. le sirene di terra ferma!
¹ Gazzella = Leggiadra Capretta Selvatica.
Violetta invece, meno aerea di Alfredo, un giorno gli era gentile, espansiva, affettuosa, e l'altro indifferente forse per pura questione meteorologica, e di tale indifferenza, da ammazzare non solo un Cristiano, ma anche un Toro.
Però la maschile fierezza, aveva tentato di venire in soccorso del ferito Pittore, ma egli che poco prima, si era confortato di Apollo, di Minerva e di Marte, abbandonò quei suoi primi auspici, per seguire a capofitto Venere, non conoscendo bene ancora il proprio labirinto amoroso, dal quale, ad onta de' suoi sforzi, non sarebbe escito, se non colle ossa sconquassate.
Oh! la indimenticabile Francesca da Rimini, esclamava tante volte, fra le sue veglie, Alfredo, oh! il verso splendido «Amor che al cor gentil ratto s'apprende» (DANTE—Inf. Canto V) trascurando poi il successivo = «Amor che a nullo amato amar perdona» molto docente¹.
¹ Amore che non consente che chi è amato, non riami = (Dalle note esplicative).
Noi presumiamo di avere, sebbene forse precocemente, compreso, siccome l'amore di Alfredo per Violetta, dovesse essere fra i soprannaturali, e fra gli incurabili, quanto le malattie croniche…………. Se non che appena il misero Alfredo s'ebbe in petto la freccia amorosa, sviluppossi in lui una complicazione da impensierire qualunque medico curante, vogliam dire, la gelosia, raramente dal vero amore scompagnata, quel mostro che fece diventare l'innamorato Otello, strangolatore. La gelosia di Alfredo, non era tale da farlo assassino, perchè di carattere mite, che, in ogni caso, in luogo di strangolare, si sarebbe strangolato. Ma appunto perchè di mite indole, egli soffriva dippiù. E di chi e di quali cose geloso? Di tutto e di tutti, senza un punto sicuro, quindi geloso dell'ignoto, e sprovvisto di qualsiasi diritto. In conclusione quel povero Alfredo, per colpa della sua testa vulcanica, o della sua tenerezza di cuore, o perchè infine, fosse troppo artista; provava già da tempo le pene dell'inferno, nella bolgia riservata, prima ancora, di scendervi. La sua consueta giocondità, la quiete, il sonno, la pace, perduti!
E chi oserà dunque negare, che l'amore e la gelosia, non sieno i principali ladri della pace?
Suicidarsi? No, perchè sebbene infelici, bisogna avere il coraggio di vivere per gli altri che di noi vivono.
Alfredo trascinava pertanto, da lunga stagione, una misera vita, piena di tristi presentimenti. Egli, ne' suoi frequenti soliloqui, si chiedeva cos'è la vita? E tosto risovvenivasi di avere letto questi bei versi:
« Il passato non è, ma ce lo pinge
La dolce rimembranza,
« Il futuro non è, ma ce lo finge
La credula speranza
« Il presente solo è, ma in un baleno
Passa del nulla in seno;
« Dunque la vita è appunto
Una memoria, una speranza, un punto…..»
Sì, ma, del resto, abbiamo un bel dire noi filosofi. Quell'innamorato Pittore, ad onta dei mille proverbi, dei quali aveva dovizia, non sapeva cessare un solo istante, del dì e della notte, dal pensare a Violetta, dal vedersela dinnanzi agli occhi, siccome un raggio di luce ardente, vivificatore.
Oh! almeno sorgesse in favore del nostro tribolato artista, qualche straordinario avvenimento, tale da compensarlo del suo dolore, o da guidarlo in più fortunato calle! Noi, del resto, che conoscemmo la peregrina di lui costanza, negli affetti più caldi, avremmo dei dubbi, su qualsiasi cambiamento.
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Ma ahimè, il nostro esaltato, a quanto pare, pretendeva talora l'istesso amore di Beatrice, per Dante, il quale, si narra, sia stato più puro di quello degli Angioli,¹ talora l'amore furente della desolata Didone, vittima del tradimento di Enea, e talora finalmente sarebbesi accontentato della via di mezzo, dell'amore della Francesca da Rimini pel suo Paolo, quando s'ebbe il bacio tremante…….»
«Questi che mai da me non fia diviso
La bocca mi baciò tutto tremante»
(DANTE—Inf. Canto V).
¹ « Io son Beatrice che ti faccio andare
Vegno di loco, ove tornar disio,
Amor mi mosse che mi fa parlare»
(DANTE—Inf. Canto II).
Nè mai il caro artista, voleva piegarsi, per Iddio, all'amore dei tempi moderni, così ragionevole, e dagli altari, e dal Sindaco benedetto. E per quel suo malaugurato istinto delle mele proibite, caddero sul di lui capo malanni pubblici e privati, oltre alla censura della odierna imperante, concreta società . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
—Lugete Veneres, Cupidinesque—
(piangete o Veneri, piangete o amori)
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«Il matrimonio è la tomba dell'amore» scrisse un romanziere illustre = «Il matrimonio lega i nomi e le sostanze, non il cuore» e quegli per prudenza, soggiungeva, che, il matrimonio «poteva essere la culla dell'amicizia» Sarà bene, del resto, che noi non ne facciamo il nome, onde non esporre lo scrittore di buona fede, alla spietata vendetta delle nubende e consorteria. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Era il mattino del 19 Marzo 18.., giorno di S. Giuseppe, nome del defunto padre di Alfredo, ma questi, contro il suo costume, non si era per anco svegliato, nè pel vicino cinguettio dei passeri, nè per quello di due rondini, allor allora giunte sul suo verone.
Egli era assopito, siccome accade a persona stanca sì, ma afflitta da recente cordoglio. Egli aveva vegliato tutta la notte a scrivere, a gesticolare, a parlare fra se. Le di lui buone sorelle, ritratti parlanti della loro madre esemplare, poco tempo addietro defunta, erano già entrate due volte in punta di piedi, nella cameretta del fratello, onde porgergli l'usato Caffè, ma due volte se ne erano subito ritirate, per non turbare il riposo al loro diletto, accorte dalla quasi esaurita candela, come egli si fosse coricato da pochi istanti. Se non che Lord, il bracco bianco, affezionato al suo padrone, non volendo saperne di quella novità, che ritardava la sua passeggiata alla caccia, a forza di guaire e di saltargli sul letto, finì, il bestione, col destare Alfredo. Questi siccome uomo che abbia smarrita la tramontana, fissò intorno lo sguardo attonito, nascose sospettoso sotto le coltri, un oggetto che teneva fra le mani sudate, e si riassopì.
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CAPITOLO II
Le solite monomanie di persecuzione e di grandezza.
Sogna tesori l'infelice ormai sospetto di monomania di grandezza, tanto per consolarsi, non avendo avuto mai a propria disposizione intera, una moneta da cinque lire. Il positivismo è la comune teoria sociale, quindi avverso, per sua legge al sentimentalismo, da cui la falsa interpretazione di quel naturalissimo desiderio. Non è strano, non è contro natura, che un disgraziato, sospetto di monomania di persecuzione, si lagni della nequizia altrui, quando quella è realmente sussistita, e dopochè ne ha sopportati i danni. Egli per giusta reazione diffida di tutto e di tutti e spera poi liberarsi del suo cattivo prossimo coi milioni che ritiene di incassare quanto prima. Anche i deboli di mente, o come tali giudicati, sanno che il denaro fa tutto—argent fai tout! Ma che direste voi se quel misero sospettato delle due monomanie in parola, fosse, pro bono pacis, consegnato, senza preavviso, al manicomio, da' suoi affezionatissimi, tranquilli finalmente del grazioso alloggio, conferito tanto filantropicamente al loro raccomandato? Gli affezionatissimi in buona fede avranno pensato, alla spaventevole impressione che il loro caro avrà subita, in modo da farlo peggiorare, anzichè guarire, massime perchè ammalato non lo fu mai quanto si credeva? Noi sappiamo già cosa rispondereste….. Fatalità, caso innocente….. Ah! miei Signori di buona fede….. tali fatti non sono mai abbastanza stigmatizzabili perchè ricolmi di lagrimevoli conseguenze…. Lo dica la storia…..
Tal fiata l'accusa di simili monomanie, è comoda a talun interessato, che speriamo sia raro, onde non inciampare forse in processi indigesti. Ne conseguono pertanto or qua, ora colà fallaci giudizi, per parte di individui poco psicologici, o trascuranti le rispettive qualità dei molteplici ventricoli del cervello umano, i quali dai popolani si denominano abusivamente ruotelle, probabilmente perchè dai medesimi si crede, abbiano un lento moto ondulatorio o ruotatorio, o perchè alcune forti impressioni avute in tempo lontano, si riproducono perfettamente ed alternativamente, ad epoche quasi fisse d'ogni anno. I profani della scienza speciale, credono perciò, che il rinnovarsi costante di quelle antiche impressioni dipenda dal passaggio o movimento dell'una o dell'altra ruotella, o dell'uno o dell'altro ventricolo come sopra. Un'altra delle cause delle sunnominate incerte diagnosi o tecniche o profane sullo stato del cervello umano, sospetto di infermità, è la sciocchezza, o la malignità degli informatori attinenti al malato. Ignoranza o scelleretezza, stoicismo od avarizia, possono essere intervenuti, e non è cosa nuova. Non si gridi dunque al pessimismo, se Tizio, che l'ha realmente toccato, sospetta ancora sempre il male…. Quando un fatto è, non si dee strozzarlo in fasce, o capovolgerlo, o contorcerlo, o quanto meno larvarlo per mal inteso ottimismo, interesse, o farisaica brama di quiete….. Ohimè quanti Caifa e quanti Pilati dopo quelli del nuovo Testamento!….
Le nostre Nonne dicevano spesso, che il Diavolo insegna a fare le pentole e non i coperchi….. Oh! ma vi sono dei furbi che sanno fare anche i coperchi, infischiandosi del diavolo che hanno veduto soltanto dipinto su dei brutti quadri. Guai se tutto, tutto si potesse scoprire guaggiù, laddove la nostra perspicacia non è arrivata. Noi intanto, onde confortarci, dovere la verità se non contemporanea al fatto, almeno postuma, sorgere a galla, siccome hanno sempre creduto i nostri buoni vecchi, reciteremo, per chi forse non la conosce, quella famosa ottava dell'Ariosto, la quale, ci sembra, al caso nostro sia adatta.
«Miser chi mal oprando si confida
Ch'ognor star debbia il malefizio occulto,
Chè, quando ogn'altro taccia, intorno grida
L'aria e la terra istessa, in che è sepulto;
E Dio fa spesso che il peccato guida
Il peccator, poi ch'alcun dì gli ha indulto;
Chè, se medesmo senza altrui richiesta,
Inavvedutamente manifesta.»
Ed ora ritornando al nostro capitale argomento e ad onta dei bellissimi versi dell'Ariosto nel suo Orlando Furioso, Canto VI, noi dobbiamo ripetere anche senza volerlo, che qualche mistero serpeggiasse intorno alla mente di Alfredo onde renderlo infelice. Potea realmente dubitarsi, secondo la sua squisita perspicacia, che qualche tristo, sciocco od invidioso, avesse sparlato di Lui a Violetta, o che la di Lei famiglia avesse antipatia contro il Pittore, pel di lui modo di pensare. Certamente qualcuno ripeteva in suo cuore Alfredo avrà introdotto fra le ruote del Carro-Amore, un'asta maligna. Così egli tanto sincero, ne riportava cordoglio profondo, logorando lentamente anzi tempo, la sua costituzione una volta fortissima. Egli bruciava senza tregua, di gelosia, egli era desolato trovando l'adorata fanciulla un giorno buona, un giorno cattiva, verso di lui, ma ad onta di quella incostanza, Violetta era sempre un idolo per Alfredo. Cose solite dei grandi innamorati.
«L'amore fu dato all'uomo affinchè egli abbia la misura di quanto possa soffrire». E non perdeva mai la speranza di conquistare quel tesoro nascosto. Nè osava punto lagnarsi della sua Diva, e se un istante solo l'avesse fatto in cuor suo, tosto sentiva rimorso profondo. Per l'artista leale, Violetta era giovane piena di sentimento, bella, buona, gentile, educata, innocente. E non sarebbe stata fors'anco saggia?… Alfredo in una parola era uomo infelice, perchè d'aureo cuore, ma di cervello d'un metallo inferiore, e tale da pigliar granchi sulla qualità degli altri metalli in genere. Quel caro poeta non si era mai accorto che a trovare un essere simile a lui, era cosa impossibile o quasi.
CAPITOLO III
La Lettera di Alfredo
«Il pensiero è la prima facoltà dell'uomo (1) «L'esprimerlo, uno de' suoi primi bisogni; «Divulgarlo, la sua libertà più cara!…»
N. B. Trascritto dal G. il S., nel titolo Bricciole d'esperienza.
Quale oggetto avrà mai nascosto Alfredo sotto le coltri, nel mattino del 19 Marzo 18.. dopo una notte per lui tanto burrascosa?…. Era una lettera lunga a Violetta. Un dolce-brusco a quanto pare, un tragico-sentimentale, un quid da impressionare sfavorevolmente, piuttostochè innamorare Violetta, siccome sarebbe stata lodevole intenzione dell'estensore.
Eccola:
Lago Sebino—il 18.. Marzo 18.. Venerdì Santo.
MADONNA MIA!….
Stanotte non ebbi un momento di quiete….. Mi ritrassi a casa esaltato, per la serata musicale, che passai insieme a Voi, mia Regina! Mi fu siccome cosa di cielo!.. La Capinera, romanza che io vi feci, e che il noto amico mio egregiamente musicò, ebbe da Voi interpretazione sì meravigliosa sull'arpa, da lasciarmi estatico!…. L'arco del mio violoncello rimase paralizzato, quando il vostro delizioso arpeggio accompagnava:
Declina il Sol morente
Cade dal Ciel la sera,
Canta soavemente
Allor la Capinera:
Nel cor, beato ascolto
Di quella mesta il canto,
Tutto é in quel suon raccolto
Di voluttà l'incanto:
Limpida, peregrina
Nota vibrar io sento,
É l'onda mia Sebina
Un sol Divo concento:
Il flebil canto in core
Scende e le fibre scuote,
Sull'onde il Pescatore
S'arresta a quelle note!…
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I vostri begl'occhi cilestri scintillanti, dimentichi ad un punto della musica, due volte fissarono i miei, ed un lieve rossore colorì le candide vostre gote. Ed il vostro sorriso incantatore vi fece adorabile! Mi parve allora di essere trasportato lentamente in Cielo dagli Angioli, fra vaporose nubi! Quanto felice mi sentii in quell'istante! Sperai che voi mi amaste, siccome già da tempo io vi amava in segreto! Ah se mai fosse stata illusione la mia! Se la vostra fosse stata sensazione magnetica che talvolta produce la musica sentimentale! Allora il vostro sorriso sarebbe stato colpevole, perchè mi avrebbe ingannato! E null'altro in quell'istante ha germogliato nel vostro cuore? Deh! siatemi pietosa, non mi illudete, non mi abbandonate, io ne sarei troppo desolato, mi uccidereste e Dio vi punirebbe!…. E non riederà più un giorno simile a quello in cui vi traghettai colla mia barca dall'una all'altra sponda del Lago natio, insieme alle vostre due sorelline tanto graziose? Voi allora, lo so, foste aspramente ripresa in famiglia, e quando sentii, da quel bigliettino, che avete pianto, provai un'angoscia orribile…. E non ricordate più di quei due mazzolini di violette datemi con bel garbo dalle vispe sorelline, fiori che mi obbligaste di accettare coll'accento—Supponete che ve li abbia dati io.—E per quale mistero, sembrami essere io poco simpatico ai vostri. Talvolta essi mi dileggiano. So di essere povero, e di essere inoltre inferiore ai vostri meriti. Ma non si può permettere che un cuore sincero si illuda lungamente. Ditelo. Non mi rubate la pace del cuore. Un altro sguardo domani come quello di ieri e mi avrete reso felice. Ah non mutate, vi scongiuro, il vostro antico contegno verso di me! Ma io non voglio credere che Dio ci voglia scontenti, non voglio credere che quella luce brillante che ieri ha fatto battere con tanta violenza il mio cuore, voglia oscurarsi in avvenire, causa la vostra indifferenza perchè vedete, io già sperimentai, che un giorno voi mi siete espansiva e l'altro ritrosa. Che fosse ambizione, capriccio? non lo crederò mai! Che fosse d'altri occupato il vostro cuore, ma allora toglietemi da questo mio celeste sogno. Consolatemi alfine Violetta con una vostra affettuosa parola. Essa sarà per me rugiada vivificatrice «L'amore è sì dolce in un cuore ben nato e gentile, che fa d'ogni cosa, d'ogni luogo un paradiso, purchè possa dividerlo coll'oggetto che adora» Queste soavi frasi, io lessi fin da fanciullo, quando sviluppavansi in me gli arcani desii. Non si avveri per me il verso di Dante «Amor che a nulla amato amar perdona.» Guardatevi, o mia adorabile creatura, dall'ambizione o dall'egoismo, e pensate che il cuore, siccome il Sole, nè si compra nè si vende. L'amore non va imposto nè da superbia nè da avarizia, egli dev'essere semplice, indipendente, spontaneo, franco; desso può nascere e crescere anche in un solo istante.
Ma ormai, un nero presentimento mi ripete che io mi sono illuso, e perciò la mia pace sará irreparabilmente perduta! E se mai qualche estraneo, per suo mal'animo avversasse l'armonia Celeste del mio cuore innocente, ditegli Voi, che «Chi ferisce di spada perisce di spada.»
Sempre V.^o ALFREDO.
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Ecco, per verità, noi che non abbiamo i calori di Alfredo, nè gli stessi suoi interessi, dobbiamo per la quiete della coscienza, osservare in primo luogo, essere stata la sua lettera troppo, troppo lunga, tanto da sembrare un Panegirico di Santi, e le cose lunghe diventan serpi; in secondo luogo colle sue apostrofi enfatiche, e coi suoi dubbi, avrà forse fatto paura a Violetta anzichè intenerirla; in terzo luogo da ultimo, lo avremmo consigliato, se fossimo allora stati in tempo, a preferire quattro forti accenti a voce ed in fretta, a dei monumenti di sentimentalità? Perciò noi lo raccomanderemo alla vostra pietà o signorine dell'epoca nostra, e voi dal canto vostro lo raccomanderete alla Provvidenza, onde il misero, possa districarsi dal crudele suo Labirinto.
Ai dì nostri gli amanti da Medio Evo sono una rarità, ed anzi crediamo che non ne esistano assolutamente più. Non sarebbe, del resto, inopportuna la loro ricomparsa, «in questa inferma e mercantile età,» onde riaccendere in alcune anime troppo tiepide, la semispenta lampada dell'amor vero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E dopo tutto quanto si è detto in argomento, come si potrebbe non accordare indulgenza al povero Alfredo, se egli in una notte di grave eccitamento nervoso, ha scritto una lettera meridionale?
Pensiamo intanto che egli era in perfetta buona fede, e nel concetto della sua Epistola amorosa, stante il suo carattere fu anche troppo discreto, perchè non fece le frasi a sensation per esempio. Io ti amo, ti amo, ti amo, e vado superbo che nessuno potrà mai amarti, quanto io ti amai.
Se non che noi crediamo sia ormai tempo, di dire una parola, anche sull'Essere morale ed intellettuale della nostra seconda Protagonista, di cui al Capitolo I.º di questo Libro.
Violetta, dunque, esimia suonatrice d'arpa, e rara volta cantatrice, secondo l'umore, era una giovane gentile, tanto da renderla simpaticissima. Di molto sentimento, ma non fantastica. Talvolta parea che avesse gli istinti delle ardenti andaluse, e talora la calma inglese. Non appena fuori del Collegio monastico, aveva avuti i suoi ideali, che col tempo si dileguarono in lei, non avendo forse, colpito nel segno, o non essendo stati al livello del di lei nobile pensare. La scuola del sopradetto Collegio, l'aveva, insieme alle altre alunne, abituata alla perfetta calma, alla sommessione ai Superiori, alla dissimulazione di ogni forte aspirazione, mentre ella, per natura, sentiva molta vivacità, bisogno di espansione e di libertà, che là entro, per sistema, venivano limitate. E da quella prima educazione, che può mettere radici sull'avvenire della gioventù, dal passaggio brusco della quiete, dell'apatia del chiostro al turbinio sociale, sorse un carattere nervoso, dubitoso, impressionabile per qualsiasi anche semplice contrarietà. Per quanto sopra, Violetta, figura sceltissima morale e fisica, vedea i suoi tardi ideali meno coloriti dei primi, e scemata la sua nativa giocondità e l'indole affabile.
CAPITOLO IV.
Una conversazione alla moda.
Nel paese di X… passava la primavera del 18….. la signora Tullia Albicocchi, vedova di un agiato diplomatico, donna sui 40, sebbene ne confessasse soli 35. Anche troppo discreta, sapendo di dimostrarne appena 30.—Si vedeva chiaro che dessa era stata una bella creatura, un pezzo da sessanta, ed in giornata era ancora elegante ed abbastanza conservata. Ed in caso che qualcuno le facesse anche un po' di corte, non ne era permalosa; debolezze comuni tollerate. La Domenica sera teneva circolo, ed era piuttosto larga di rinfreschi cogli habitué. Nessuno si era dato lo spasso di frugare nella di lei vita intima passata. Perciò, siccome quisque tenetur bonus donec probetur malus (ciascuno ha diritto di essere considerato buono, fino a tanto che non si provi il contrario) così quella signora godeva tutta la stima del paese di X…..
Gli abitanti dei piccoli centri sono di pasta frolla, vanno alla buona. Si accontentano di passare la sera, più o meno allegramente in case agiate, ospitali, giocando a briscola, calabrache, tombola e simili, e tagliando, senza prava intenzione, confortevolmente i panni al loro prossimo assente. In tale palestra, la bandiera toccava quasi sempre al caro Telesforo Balena, degno agricoltore del contado, uomo di media età, di scarsa coltura letteraria, ma in compenso, di molto buon senso. Talvolta aveva dei motti spiritosi. Un celibatario impenitente, onestissimo del resto, ma sventurato nei rapporti del fisico, avendo un ventre pronunciatissimo che lo rendeva troppo lento nel moto.
La padrona di casa dilettavasi tanto del sale arcadico di Balena, ma quale un maestro di Cappella, sapeva a tempo moderare i crescendo e spingere gli adagio, mostrandosi poi avversa alle stonature, che inesorabilmente riprendeva. Tutto quanto sopra veniva inaffiato da legittimo Polesella, accompagnato a castagne al forno, a pasticcini, a biscotti. Di fumare non se ne parlava, essendo uggioso alla padrona il fumo del tabacco di seconda. Tra gli habituè si contava il giovanotto ben inquartato Sig. Brichetti Galeno istitore, e vice farmacista di quel paese, in sussidio del Titolare sempre infermo. Il vice speziale, come sopra, mostravasi entusiasta della signora Tullia (non parente della Tullia Romana) e lo si poteva comprendere subito per talune occhiate languide che egli tratto tratto mandava all'indirizzo della padrona di casa.
Forse un esperto cacciatore di doti? A completare in fine il circolo, trovavansi in casa Albicocchi, tre signorine di primo, di secondo e di terzo pelo, vogliamo dire di diverse età, cioè una di 18, una di 23 e la terza di 29 anni. Cortesi, belline, e tutte ammodo. Vi aggiungi, (pei paesi), l'indispensabile abatino, che discorreva colla signorina di terzo pelo, Merope Linosi, essendo essa una donna piuttosto di chiesa. Mancava in detta sera, per caso, il Coadjutore Don Barnaba Pancetti, surnomato palla di gomma: ed infine quale guarnizione, sebbene molto stantìa, tre parrucconi che tossivano qualche volta assai forte, ma non parlavano mai. Le loro più calde aspirazioni riguardavano la scattola del rapè ed i biscotti. Poniamo che quei tre sommassero in gruppo a due secoli e mezzo. Tutta brava gente però, che ancora volentieri restava a questo mondo, essendovi il posto. In complesso, una conversazione abbastanza assortita e numerosa; dalle dieci alle dodici persone. In tredici, mai. Se, per caso, fosse ciò accaduto anche una sola volta, sarebbe toccato subito ad altro dei tre vecchioni il partirsene siccome sta scritto nel barbaro destino.
Le signorine, parea non avessero molte simpatie verso il Sig. Balena, perchè pochissimo di loro si occupava; e poi per la sua lingua incorreggibile. Balena in quella sera aveva perduto qualche soldo al calabrache, perciò annoiato, chiese alla padrona di casa, il motivo del non vedersi alla sua conversazione da qualche tempo, tanto il Commendatore Aringa, come il pittore Alfredo. Ma la signora Tullia non rispose, essendo occupatissima a sciogliere un rebus col giovane Bricchetti; rebus, che, un istante dopo, fu sciolto felicemente dalla signora Tullia: Tutti-due-beati in-gondola. Brava, brava, gridò Brichetti, e senza voglia anche Balena.
La padrona di casa furba, (una donna che non sia furba è precisamente quale una gatta che non pigli sorci), aveva bensì udita la suesposta interrogazione di Balena, ma voleva pigliar tempo a rispondere. Balena, piccato dal silenzio della signora Tullia, inghiotte in fretta due pasticcini e ritorna all'assalto. Pare, disse, ridendo di gusto, che il signor Aringa ed Alfredo sieno stati entrambi avariati, qua e colà, talora dal gran caldo e talora dal gran freddo, e che perciò entrambi abbiano bisogno di svago e raccoglimento rispettivo. Tanto è vero che il primo viaggerà probabilmente al Bengala ad uccidere una mezza dozzina di Tigri per le pelliccie, ed il secondo già lavora intorno ad un paesaggio, con effetto di Fine del Mondo. Que' due miei buoni amici, continuò Balena, non sapeano di avere a che fare con una puledra bizzarra di difficile insellatura. A questo punto il Maestro di Cappella, grida, Basta; mentre, la signorina Merope, amica della famiglia Blandis, pensa di spifferare a suo tempo, con interpretazione sui generis, i motti frizzanti di Balena. Si crede che la signorina in parola, non conoscesse il proverbio: Non ti pentirai di non aver parlato.
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Le undici di notte sono imminenti, ed a quell'ora tutti sapevano di doversene andare. Se vi fosse stato un pianoforte, poteasi oltrepassare l'orario, ma alla signora piaceva poco queli'istromento, perchè, invita, dicea, alla danza, e dove son sempre od uno o due preti, non conviene. Balena fece fare una smorfia di dolore alla Signora Tullia, per averle stretta la mano un po' troppo forte, diede un colpetto sulla spalla al signor Brichetti, strizzando l'occhio e dicendogli: questo è un giovanotto di belle speranze; poi chiese conto in fretta in fretta alla Signora padrona del fiendo di Lei ritratto ad opera di Alfredo, ma gli fu risposto che mancava ancora il busto, cosa non indifferente, ed infine si congedò cogli altri tutti. Quando furono sulla via, Balena che era rimasto un po' indietro, fu udito dire; come i pasticcini fossero fatti col grasso di maiale e non col burro, cosa nocevole alla sua gola delicata! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
CAPITOLO V.
Un disguido costato meno caro di quanto poteva.
La famosa lettera di Alfredo, sempre vittima della iettatura, dopo un giro vizioso, cadde nelle mani di un tabaccaio, piuttosto manesco, dimorante nel medesimo paese sì, ma in contrada diversa, e che era Violetti di prenome. Il nostro poeta, quale discepolo del classicismo non volea saperne di prenomi, Egli, per giunta sempre distratto, aveva scritto sulla busta semplicemente = A Violetta, S.P.M. - Via tale - Porticato a destra e giardino in fondo etc. Un indirizzo metà per il latore del dispaccio e metà pel destinatario, dimenticando il Giacinto (un'altra eccentricità), ed affidando l'incarico del ricapito ad un buon diavolo, ma senza sapere che quell'improvvisato Mercurio, avesse nessuna malizia, e per sovrammercato fosse analfabeta. Insomma un Mercurio degenere, in modo che da quel giorno in poi Alfredo si convinse, essere una follia in massima il costume dei Mercuri o Figari. É bensì vero che all'incaricato della consegna, Alfredo non aveva spiegata la qualità della lettera, ma le indicazioni orali erano state precise ed esso doveva consegnar a niun'altro all'infuori della Signorina Violetta, il dispaccio. La ricompensa anticipata (male) era stata larga. Quel poltrone invece consegnò, lungo la via discretamente lunga fra un paese e l'altro, la lettera ad un suo conoscente colà diretto per altre facende, e così dall'una in altra mano, avendola anche il conoscente consegnata ad un terzo, finì quella disgraziata missiva per cadere in possesso del S. Violetti, marito recente e manesco di una fresca sposina. Questi, non maestro di lingue, l'avrà letta male per conto suo, e non si sa che ne abbia fatto.
E vedi altra maledizione! la Signora Sposina N. aveva due sorelle in tenera età! precisamente siccome la Signorina Giacinto.
La risposta del Zigaraio naturalmente venne mai, ed in luogo della risposta, tanto ansiosamente attesa dall'innamorato, arrivò quanto ora mi accingo a narrarvi in breve.
Pochi giorni dopo il 19 Marzo 18.. menzionato nel precedente Capitolo III, Alfredo avvilito per quel nuovo disinganno, nè più avendo il coraggio di presentarsi in Casa Giacinto, pel dubbio di esservi freddamente accolto fece un giro di pseudo Caccia nelle circostanze del paese di Violetta, spintovi dalla attrazione magnetica. Ad un tratto, mentre egli si trovava in località appartata, e precisamente lungo un filare di alti pioppi, sentì un urto nella schiena immediatamente seguito da una forte detonazione. Il Carniere di grosso corame lo salvò da lesioni di mitraglia. Alfredo sorpreso assai, guardossi intorno e nulla vide al momento. Lord aveva, fra gli altri, il difetto di correre là ove da chiunque si esplodesse un colpo di fucile. Tosto dopo si ode una fiera lotta fra due cani; Alfredo corre in quella direzione, e riconosce il cane del manesco sposo recente, tabaccaio. Questi quasi a carponi se ne sgattaiolava, nè il colpo sparatogli da Alfredo a minuto piombo, diretto al capo, lo potè raggiungere, perchè colui era già troppo lontano. Se fosse stato soltanto un caso fortuito, pensò Alfredo, quel cacciatore, non sarebbe vilmente fuggito? Dunque la schioppettata mi venne esplosa con intenzione! Che sarà mai? Fra noi due non esistono precedenti che giustifichino il fatto?… e dopo un lungo lambiccar del cervello, Alfredo comprese trattarsi di un disguido della propria lettera, disguido constatato in seguito colla privata Istruttoria in confronto dell'asino e negligente mercurio. Allora Alfredo esclamò: zitto, silenzio, nessuna denuncia (nè mai in sua vita aveva fatte denuncie) perchè l'affare è di quelli che scottano! Egli visitando poi il suo carniere che pareva un crivello, non si rallegrò perchè il carniere gli avesse schivati dei molesti fori nelle carni, ma fu dolentissimo di avere invece scoperto, essere caduta la sua lettera in mano di estranei, in offesa forse della Signorina Violetta. Se non che una luminosa idea venne tosto a tranquillarlo, conchiudendo così. Se il marito manesco, ma per fortuna poco letterato e non perspicace, mi ha esplosa una fucilata nella schiena, è evidente che non si è accorto dell'equivoco di ricapito della mia lettera. Ciò conchiuso, sebbene ipoteticamente, Alfredo ritornò al suo focolare, meditando sul proverbio: «Sourtout cherché la femme» (In ogni cosa cercate la donna.)
CAPITOLO VI.
La parola è d'argento il silenzio è d'oro (antico proverbio arabo).
«Non ti pentirai di non aver parlato» altro proverbio, rispettabile e relativo al nostro argomento.
La signorina Linosi, surnomata la gallinella, perchè vicina ai 30, altra della conversazione nota, non seppe esonerarsi dal disturbo di riferire in Casa Blandis, le frasi a doppio taglio, udite in casa della signora Tullia. La Gallinella era forse invidiosa di Violetta, ed un pochino gelosa di Alfredo. La cronaca non lo ha scritto e noi non ne sappiamo niente. Ciò pel quieto vivere. Del resto osservando bene il volto sempre smorto, le sottili labbra della bocca ed i denti un po' scuri, oltre agli occhiettini di lince, sarebbesi detto, forse a torto, che la signorina Merope, dovea essere distinta fra le invidiose.
Ed eccovi, per semplice passatempo, la descrizione classica dell'Invidia, fatta da Ovidio nel Libro II delle sue Metamorfosi. Prima quella in latino dello stesso Ovidio: poi daremo la egregia versione in italiano, di Gio. Ant. Anguillara (Dal Libro Medicina delle passioni di G. B. F. Descuret):
«Pallor in ore sedet, macies in corpore toto:
«Nusquam recta acies; livent rubigine dentes;
«Pectore felle virent; lingua est suffusa veneno;
«Risus abest, misi quem visei movere dolores
«Nec fruitur sommo, vigilantibus, exita, curis;
«Sed ridet ingratos, intabescitque ridendo
«Successus hominum, carpitque et carpitur una;
»Suppliciumque suum est.
»Pallido il volto, il corpo ha macilente,
«E mal disposto e rugginoso il dente,
«É tutto fiele amaro il cuore èl petto;
«La lingua è infusa d'un venen che uccide;
«Ciò che l'esce di bocca è tutto infetto;
«Avvelena col fiato e mai non ride,
«Se non talor che prende un gran diletto
«S'un per troppo dolor, languisce e stride;
«L'occhio non dorme mai, ma sempre geme
«Tanto il gioire altrui l'affligge e preme¹
«Allor si strugge si consuma e pena
«Che felice qualcun viver comprende
«E questo è il suo supplicio e la sua pena,
«Che se non nuoce a Lui sè stesso offende»;
«Sempre cerca por mal, sempre avvelena
«Qualch'emul suo, finchè infelice il rende.
¹ Cioè—opprime.
Conviene però ritenere (tanto è terribile il suesposto quadro dell'Invidia) che al tempo di Ovidio (ieri l'altro) vi fossero degli invidiosi colossali, e noi non dovremmo esagerare in confronto della signorina Linosi, che avrà avuta, come tante altre, la sua invidietta e nulla più.
Prese in blocco, pertanto, le frasi riferite in casa Blandis dalla signorina Merope, erano una assoluta inezia, ma per San Antonio (quello che presiede agli incendi, siccome i pompieri) bisogna conoscere a fondo le persone prima di parlare, ecco tutto. Anche la scintilla è talora una inezia in confronto del Rogo, ma provatevi a lasciar cadere una scintilla di fuoco sovra una polveriera, e vedrete!
Così accadde subito dopo la visita alle amiche Blandis, della predetta signorina. Questa avrà forse ampliato nel discorrere, a guisa delle galline che raspando allargano, ma Alfredo, saputolo tosto, ne ebbe tanto a male, che infuriò contro il Commendatore Aringa e contro Balena, quantunque in massima fossero suoi buoni amici. Egli, in quel momento prometteva di volerli uccidere entrambi colla sua doppietta, ma poi, sia per l'intervento delle calmanti sorelle, sia per la circostanza dell'alibi, in quei giorni, dei due designati alla morte, l'uragano si sciolse senza malefici, e ne godiamo di cuore.
Il Commendatore, dicevasi, fosse andato a Montecarlo da dove sarebbe tornato o presto o tardi secondo l'esito del giuoco al trenta-quaranta; e Balena, trovavasi dal dì innanzi al vicino stabilimento Salso-Jodico, per una breve cura, intesa alla demolizione, se possibile del suo esagerato ventre. Credeasi però che per ottenere un risultato pronto e felice, era preferibile al joduro una buona cannonata.
Noi dobbiamo inoltre aggiungere, quale mitigante dell'ira del pittore, un'altra cosuccia poco lieta, la quale turbava, se ne avesse avuto d'uopo, i sonni suoi. Una letterina in termini metaforici ma abbastanza intelligibili, giuntagli dalla vicina città, per amica mano femminile, faceva intendere, come egli dovesse stare pronto per mutar aria, non appena un secondo simile avviso fossegli arrivato, anche per espresso. Per quanto sopra, si verificava il detto che «un diavolo scaccia l'altro» e così, ogni sua idea reazionaria verso li suoi due amici assenti, dovette sfumare. Della letterina suaccennata Alfredo nulla disse alle sue sorelle dilette, non volendo recare ad esse doglia di sorta.
Per quanto riflette poi la signorina Linosi, essa mogia e pentita, se ne tornò a casa sua, convinta della verità del proverbio arabo: = La parola è d'argento il silenzio è d'oro. =
CAPITOLO VII.
Nulla die sine linea. (Nessun giorno senza un disgusto)
Tale un proverbio ripetea spesso il saggio padre di Alfredo, e questi, suo figlio legittimo, poteva non solamente ripeterlo, ma anche cantarlo in musica.
Nella nostra esistenza vi sono giornate che ponno denominarsi fatidiche, memorabili!…
Vi nasce una contrarietà appena alzati dal letto, e prima di sera siate sicuri di un'altra mezza dozzina di svariate altre contrarietà. E' questione talvolta soltanto di nervi, locchè accade invece quasi mai agli individui linfatici. Talvolta le contrarietà, sarebbero, secondo i più superstiziosi (non accettati dalle scienze positive) effetto di predestinazione fino dalla nascita.
Ma noi chiameremmo più volentieri, e più verosimilmente, quelle contrarietà, fenomeni meteorologici, che indubbiamente hanno influenza sul sistema nervoso.—Questo sistema agisce a seconda sugli individui più o meno affetti dalla squisitezza dei nervi, e li rende con maggiore o minore intensità, ora disattenti, or precipitosi, ora irriflessivi, ora impazienti, e perfino violenti. Non si è mai saggi e calmi abbastanza. Di molte contrarietà, di molti effetti, pertanto, siamo cagione noi medesimi. Taluni mortali, sembrano creati appunto per fare le cose a rovescio.
E per stare in argomento, diremo che Alfredo potea dirsi l'uomo delle _Mille ed una notte_¹ cioè l'uomo delle avventure fantastiche od inverosimili, prodotte talora dal caso, e talora dall'indole sua. Di alcuna, in breve, io vo' narrarvi, scegliendo le meno impressionabili, e forse le meno uggiose . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
¹ Novelle arabe.—Storie del Sultano delle Indie.
….. Pochi anni dopo le famose cinque giornate di Milano, Alfredo aveva 16 anni all'incirca. Egli, collo scopo innocente di fare una visita autunnale a' suoi cari parenti d'ambo i sessi, villeggianti nei dintorni dell'Adda, imprende un viaggio pedestre, in forma sportiva, con sacco a spalle alla militare. Si dovevano percorrere dal domicilio di Alfredo 43 chilometri, ed alle ore 16, di quel Venerdì, 13, etc. egli ne aveva percorsi soltanto 34. É raggiunto da una carretta a quattro ruote, lunga lunga, somigliante più ad una capponaia che ad un veicolo comune.
La carretta era ingombra nella parte posteriore, di generi diversi; cioè risme di carta greggia per involti, zuccaro, caffè, formaggi e stracchini di tutti i prezzi, burro, paste assortite, tonno, arringhe, fichi secchi, due fiaschi di olio d'ulivo, petrolio, qualche pacco di bambagia ed altro, a cui aggiungansi due botticelle, una di catrame, l'altra di aceto. Un pizzicagnolo senza dubbio dei paesi vicini. Il peso sarà stato di circa tre quintali, il valore di circa 300 lire. Aggiungetevi i viventi come appresso ed avrete un carico sensibile.
Tre fanciulli dai quattro agli otto anni, stavano in piedi frammezzo a tutta quella mistura mercantile; essi cantavano, stuonando abbastanza, le patriottiche canzoni del quarantotto. «Addio mia bella addio, l'armata se ne va», dell'illustre Mameli, senza paura di inciampare nei ritornati gendarmi austriaci. Il loro presunto papà, faccia da cuor contento, cioè l'auriga ed il proprietario probabile di tutta quella merce e del traino, offre con espansione ad Alfredo un posto a cassetta vicino a lui, e quegli accetta senz'altro, onde stare seduto, dice, almeno gli ultimi chilometri del suo lungo viaggio, che, ormai lo aveva fiaccato.
Dopo circa un miglio di strada fatta a lentissimo trotto dal quasi esausto bucefalo, Alfredo ed il bottegaio sono già in perfetta confidenza l'un l'altro, talmente da lagnarsi senza riserbo, del restaurato paterno regime (che dovea continuare però fino al 1859). Il canto inesauribile di quei tre fanciulli di buona memoria, e dei due adulti il riscaldato colloquio, il volgersi frequente dell'auriga o per sorridere alle sue dilette creature virtuose della musica, o per sorvegliare forse, affinchè non mangiassero troppi fichi secchi tra una strofa e l'altra, furono causa che un carrettone di laterizi (il cui conduttore magnanimo filò poi diritto) violentemente urtasse, colla testa della sua ruota, contro l'asse delle due ruote anteriori della nostra caponaia ad uso carrozza, in modo da fare di quell'unico ente due parti.
E siccome poi il fatto ammirava precisamente là ove scorre senza riparo, alta e rapida la roggia B….., presso il paese di B…..e di S.to, così la parte posteriore della nostra carretta, coi tre bambini ed i generi diversi, rinculò per contraccolpo, facendo un'ardita curva colle due ruote rimaste e cadde nella roggia, perchè resistette agli sforzi onde trattenerla. Il cavallo intanto, lieto forse dell'alleggerimento di peso, proseguiva colla parte anteriore del veicolo. Alfredo ed il Pizzicagnolo, erano stati in tempo per balzare a terra, mentre quei poveri fanciulli si dibattevano nell'acqua alta un metro. Nè ci voleva altro per farli smettere dalla cantica illustre. Ma S. Giovanni Nepomuceno che protegge dagli affogamenti, in concorso di Alfredo e del disperato padre, operò il miracolo a pro' di quegli innocenti…. Tutti salvi… Fù però un momento orribile, perocchè il pericolo era stato gravissimo… Non si muove foglia che Dio non voglia, secondo la fede, chè se quel galantuomo fosse stato solo sulla carretta, certamente il più piccolo dei tre fanciulli sarebbe affogato. Essi però erano là sdraiati sulla riva, coi lunghi capelli bagnati, e sparsi sul volto, in modo che non si riconoscevano più. Quanto ai generi diversi è inutile dirlo, venivan travolti dalla corrente colla retroguardia del sacco militare ben provveduto, proprietà del neo artista. Pochi momenti dopo il fatto, sopraggiungeva brillo un lungo corteo di sposi, che aiutò bensì a trarre sull'alta ripa la mezza carretta, ma poi quei buoni popolani, allettati forse dall'idea di un prossimo gaudio migliore, lasciarono il nostro dramma e cantarellando, proseguirono la via verso il vicino paese. Noi crediamo, del resto, che il punto saliente del disastro, giungesse poco dippoi, inquantochè il nostro pittore in erba, anche lui cuor tenero, visto il pizzicagnolo seguire a gran passi il non più raggiunto cavallo fuggitivo per fame, e visti i tre fanciulli piangere e tremare dal freddo, li caricò su quel residuo di omnibus, trascinandoli trafelato fino alla loro dimora, senza mai trovare un cane che porgesse aiuto. Sette chilometri peggiori dei 34 di prima. Era propriamente il caso di recitare «ahi dura terra perchè non t'apristi» se Alfredo ne avesse avuto lena. Oh! infanzia beata; il credereste, dopo un mezzo miglio, e per la gioia di avvicinarsi sempreppiù al loro focolare ove la mamma attendevali coi generi diversi, quei tre fanciullini ripresero imperterriti la primiera canzone patriottica, come se nulla di nuovo fosse accaduto. Alfredo, quasi avvilito, lasciava fare, pensando ai buoni auspici, coi quali era iniziata la sua tanto ambita villeggiatura. Disceso al grado di bestia da soma e da tiro egli và ma senza armata!….—Conclusione: Giunto Alfredo a notte fatta, in mezzo a' suoi cari parenti milanesi d'ambo i sessi, narrò loro dell'avvenimento, trovandovi più ilarità che spavento o compassione¹, e ballò poi con fanatismo fino a tardissima ora, in forza de' suoi 16 anni.
¹ Se cade una bestia ci sentiamo commossi, se cade un'uomo, noi ridiamo.
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E una…..
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….Alfredo ha 19 anni…. Compiuti gli studi di pittura all'accademia di P., lavora giá discretamente ad olio, acquarello e carboncino, in ritratti e paesaggi, e ritorna a convivere, nel paese natio, colla famiglia paterna. Passeggiando però egli ogni sera, sulle amene sponde di quel Lago, vedea, semi nascosta dietro le persiane, Letizia, una piacente ed espressiva fanciulla. Presto e volentieri quei quattro occhi si incontrarono, creando una corrente elettrica, di soddisfacente potenza. La ninfa pudica non vorria essere la prima a far sapere della propria attrazione magnetica verso il Pittore, per cui Alfredo, che istintivamente ha compreso, si slancia pel primo, e speriamo che si vada a finir bene.
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Dopo parecchie sere di reciproca corrispondenza epistolare, senza posta e francobolli, perocchè le lettere volavano dalla piazza alla finestra e dalla finestra alla piazza, ravvolte in fazzolletti col solito sassolino, Alfredo ottiene un convegno notturno, innocentissimo del resto, perchè la fanciulla sarebbe stata al verone ed il giovane su di un alto muro coi gomiti appoggiati al verone medesimo. Romanticismo puro e niente altro. E siccome la Luna è talora incommoda ai convegni amorosi, fu scelta, di comune accordo, una delle notti buie di Novembre. Se non chè, pochi istanti dopo, per effetto di una interna chiamata dell'infermo di lei parente, la fanciulla deve chiudere in fretta le imposte, troncando bruscamente l'Idillio.
Vacilla Alfredo, ed onde non mettersi in trappola col saltare nel cortiletto interno, salta invece all'indietro verso la piazza, ma in luogo di sentire la dura terra sotto i piedi, sente sotto di essi un corpo elastico, un corpo quasi rotondo ed ode un grido. Era di un corpo umano sottoposto ad altro corpo umano che veniva dall'alto siccome lo Spirito Santo. I due corpi per l'equilibrio perduto, naturalmente stramazzano e lasciano ciascuno, sul terreno, il rispettivo copricapo. Cioè una beretta da prete, ed un cappello alla pouffe. Quello della berretta era un mezzo santo, tutto concentrato nel pensiero della destinazione dell'anima di una vecchia moribonda a lui affidata e che in quel momento, per suo ministero, esciva sulla piazza, quello del cappello, era il nostro Alfredo, il quale per la suesposta interruzione, s'ebbe incolumi le gambe mentre il povero pretino si ammalò per lo spavento.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . E due! . . . . . Siate sofferenti, o lettori!. . . . . . ne abbiamo ancora un'altra sola e basterà . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Lungi una ventina di miglia dalla città di N. N. siede al sud il paese di K….. Un nuovo ideale seduce il nostro Raffaello. Vi andrà a cavallo, così per variare, e per la gentilezza dell'amico Conte X….., che desidera si provi un suo nuovo Pony da sella. Fine Maggio, partenza ore 20, arrivo presunto ore 24, cioè l'ora intesa. Età del cavallo anni 4, suo valore L. 4000. Età del cavaliero anni 22. Senza valore. Di passo in principio, di trotto poi, di galoppo in fine, il viaggio è compiuto qualche minuto prima delle 24.
Per motivi di reciproco rispetto, il campione delle crociate, lascia il sudato destriero fuori dell'abitato, attorcigliandone la briglia ad un pioppo. Il fiume Giordano non vi era. Deserto e muto è il paese di K….. I lampioni già spenti. Il pescatore di idillj, procede cauto, verso la meta vicina, mancano ancora pochi passi, e potrà baciare la mano alla sua sospirata Clorinda.
Se non chè….. due occhi di bragia splendenti fra le tenebre, lo arrestano di colpo….. Era un cagnaccio da pagliaio, girovago, che gli brontolava alle calcagna.
Nello stesso tempo lampi non interrotti e nuvoloni di pessimo augurio, presagivano imminente l'uragano. Pare che l'idillio, al nostro secondo Raffaello incominci male! Nè il cagnaccio di pelame oscuro si allontana ad onta dei furiosi calci sferratigli da Alfredo, anzi urla disperatamente, assecondato da parecchi botoli, che, più di lui recan molestia. Già Alfredo, è più del cagnaccio rabbioso, e nella sua ira, lo stringe alla gola con mani nervose e forti. Il cane grosso, a quella stretta, si ammansa alquanto gemendo, ma i botoli liberi, ostinatissimi nel latrare, hanno richiamato ai balconi, qualche lumicino, forse di gente sospettosa di qualche impresa ladresca. La pioggia a catinelle intanto viene a portare il cosidetto colpo di grazia, siccome fa la cavalleria dietro il nemico fuggente, dopo una battaglia vinta…..
Ahi misero Rinaldo….. tutto sommato, ti è giocoforza rinviare l'impresa colla sospirata Clorinda, ad altra meno infernale occasione…..
Ritorneremo al Pony, decide, umiliato Alfredo, ma vedi altra dolorosa sorpresa!….. Al pioppo non trovò che la sola briglia. E il cavallerizzo?…… Venti miglia a piedi di notte per ritornare a casa, co' suoi speroni, col suo fouet e con una briglia altrui…..
E tre . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La sera del giorno seguente, trovatosi Alfredo, col Conte X… sul corso della suaccennata città, potè stabilire che il cavallo inglese aveva il vizio di scappare, cavandosi prima la briglia. Quell'intelligente animale, all'incontro, era ritornato di carriera alla sua cara stalla rifacendo la lunga strada dianzi percorsa….. Pochi giorni dopo, Alfredo, visitò, per convenienza, il Pony, in scuderia, ma questi, per la sua memoria di ferro, o forse perchè alleato del noto cagnaccio, gli mandò un calcio nelle regioni meridionali, scansato per miracolo, dal destinatario. I pittori a lungo andare, non sono tanto sfortunati!….
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Oh! i bei tempi antichi, in cui i convegni galanti avvenivano durante una caccia alle belve, fra lampi e tuoni, come quello di Enea e Didone, nella famosa grotta, da Virgilio splendidamente descritto.
. . . . . In questa il cielo,
»Mormorando turbossi e pioggia e grandine
Diluviando d'ogni parte in fuga
Ascanio, i Teucri, i Tiri, ai più propinqui
Tetti si ritirano; e fiumi intanto
Sceser da monti ed allagaro i piani,
Solo con sola Dido Enea ridotto,
In un'antro medesimo s'accolse.
Diè di quel che seguì la terra segno,
E la pronuba Giuno. I lampi, i tuoni,
Fur de le nozze lor le faci e i canti.
Testimoni assistenti, e consapevoli
Sol ne fur l'aria, e l'antro, e sopra 'l monte
N'ulularon le Ninfe . . . . .»
Annibal Caro—Eneide di Virgilio
libro IV per.º 11.º.
Ora quei convegni, sono al riparo dalla pioggia, dal vento, dal sole, e da altri pericoli, e perfino le tenebre, talora simpatiche, sono respinte dalla luce elettrica. In luogo delle grotte, abbiamo dei camerini addobbati, in luogo dell'aria, del monte, della foresta, e della pronuba Giuno, guide, testimoni, protettori dei sublimi innamorati abbiamo valletti retribuiti, d'ambo i sessi, e segreti infino a che non mutano padrone…..
….. Alfredo però dovea pensare qualche volta secondo il costume moderno più ragionevole, perocchè a lui, la notte, l'uragano, i cani feroci ed il baiardo che fugge senza briglia, non hanno giovato in verità. Oh! ma Alfredo alla prima occasione farà lo stesso…..
E noi, avendo sacra la vita dei nostri lettori faremo loro grazia del racconto dettagliato di tutte le cadute di Alfredo dall'alto, e della mezza dozzina di ribaltate per fortuna incruente, delle drammatiche grassazioni finite senza morte o ferita, e con limitato dispendio, delle ingiustizie subite senza irreparabile danno, dei naufragi miracolosamente scongiurati, delle bastonate deluse, e di tre brevi arresti per tre mal'intesi. E finalmente, dopo quanto sopra, qual meraviglia se Alfredo, in una città lombarda, all'età di 13 anni, era anche Venerdì, si avesse strappata una falda del suo primo palmerston nuovissimo, in causa di una troppo frettolosa scantonata di un vandalo garzone fabbro, che teneva in mano, due vecchi spiedi? Quegli inoltre cantava correndo….. Fatalità, fatalità.
PARTE 1ª
CAPITOLO VIII.
Il Veglione.
Sono vicine le dieci. Il Ballo di Beneficenza che si dava nel Carnevale 18.. al Teatro Comunale di B…… cominciava soltanto in detta ora a farsi animato.
Molte Signore e Signorine nei palchi. Toilettes femminili semplici, ma di molto buon gusto. Una folla di allegri giovanotti, molti uomini maturi che potrebbero restare a casa coi loro bimbi.
Qualche vecchio non ancor convinto. Varie mammine imbronciate non si sa perchè e finalmente una scelta orchestra. Vi era anche Alfredo poco lieto, e non danzava per anco. Pare che aspetti qualcuno o qualcuna che non viene mai.
Ma eccola, Violetta, giunta in palco in quel momento, con due suoi congiunti. Prima fila sinistra, N. 13. Qualche supestizioso proponeva di togliere da tutti i teatri il N. 13; e di conservare quel numero quando si fosse trattato di tredici milioni, invece di dodici, i quali arrivassero pure in Venerdì.
Violetta era bella e più elegante in quella sera, ma si potrebbe giurare, che appena giunta in teatro, non avesse il solito suo umore giocondo (nervosismo). La maggior parte delle donne, quando si tratta di balli, di soirees, diventa nervosa—o per incidenti nel vestito, o per qualsiasi altra contrarietà intima.
Le signore e le Signorine vorrebbero e non vorrebbero andare alla festa e talvolta finiscono coll'andarvi, ma tardi, ma di mal umore. Violetta ballava a meraviglia…… Fatta dal suo palco una rivista in platea (ridotta come di consueto a sala da ballo) corrispose con un leggiero segno del capo al saluto dell'amico pittore, ma Alfredo per la malaugurata perspicacia degli innamorati concepì il sospetto, come la Signorina Violetta, si occupasse di cercare collo sguardo, un'altro individuo, di sfoffa più appariscente, non ancora forse entrato in teatro. Vanitas vanitatum et omnia vanitas, pensò Alfredo. Ma chi potrà essere colui che Violetta attende? Cocciuto, in quella sua idea gelosa, Alfredo cominciò a fare il permaloso, a girare sù e giù, inquieto, pei corridoi, a spiare la porta d'ingresso alla platea e contemporaneamente il palco di Violetta. Nè per quella sera egli andò nel palco Giacinto.
Entrava, in quel mentre in teatro, Cirillo Buonpensieri, giovane scultore, amico d'infanzia di Alfredo. Un simpaticone, pieno di arguzie—leale di carattere e di mente concreta. Abbracciò il suo Alfredo, si accorse del di lui pessimo umore, non ne fece gran caso, perchè lo conosceva assai.
Cirillo, senz'altro, prese a fare un valtzer con una Signora colossale, di mezza età, ma dovette fermarsi due volte per respirare, giurando in suo cuore, di non ballare più con quell'omnibus vivente. Entra in quel momento, a valtzer finito, un conoscente; è il Commendatore Sig. Aringa; uomo di mezza età, esile appunto come il suo nome, vestito sempre con ricercatezza—languissant di tutte le eleganti signorine della Città. Un buon diavolo, in massima. Peccato che si permetesse facilmente di pigliare in giro certuni suoi conoscenti, dei quali era forse invidioso.
L'invidia è una droga, che entra in tutte le pietanze, e non v'è anima al mondo, che non l'abbia assaggiata. Comincia dall'infanzia; voi la vedete anche fra bambini quando si rubano l'un l'altro un dolce, od un giocattolo. Vita mortal, tutta d'invidia piena scrive l'Ariosto. Naturalissimo pertanto che un pochino d'invidia, nutrisse anche il buon Commendatore.
…. Un grande inchino, con saluto, al palco di Violetta, la quale corrisponde con altrettanta espansione. Aringa detto fatto, va nel palco della signorina e ritorna poco dopo, in platea, con essa, per ballare la polka.
Ecco l'individuo che Violetta cercava appena giunta in palco, pensò Alfredo, e credesi indovinasse. Se Violetta mi avesse salutato meno freddamente, avrei ballato io con lei, pel primo. Ambiziosella! Tienti il tuo decorato commendatore, chè, già le altre signorine non ti invidiano. Esso, prima che a te ha fatta la corte a tutte loro, per sistema, e poi quando assenti, le critica a meraviglia; meno male che lo fa soltanto per taluna goffaggine, o per la loro discutibile bellezza!….. Alfredo, del resto già pentito, (per la gentilezza dell'animo suo) trova casuale il fatto e non progredisce nei dubbi sulla bontà di Violetta. Gli rimane in corpo, soltanto, la solita gelosia dell'ignoto. Bisogna escire a pigliare il fresco, caro Tamas (il moro innamorato nella Gemma di Vergy). Converrà bere un bicchierino, disse Cirillo, che tutto aveva veduto e compreso. Alfredo accetta, ma di mala voglia, perchè brucia di gelosia e vorrebbe restare, diremo sempre di guardia in teatro.
Cirillo ed Alfredo bevono una mezza bottiglia di Barolo, al vicino restaurant. Cirillo che vuol cantarellare e non ne imbrocca una, intuona l'aria del contralto, nella Maria di Rohan,«A quel che par, a giudicar, son le Lucrezie rare a trovar.
Per Cirillo quell'aria è simpatica, ma Alfredo lo prega a smettere, perchè mi guasti l'udito, osserva, e freme di ritornare al veglione. Ma se non balli mai stasera, gli grida Cirillo! Ballerò, sta buono, e presto e con delle ballerine cortesi e belle—conchiuse nervoso Alfredo—ritorniamo dunque in teatro, mio otellissimo, fece ridendo, Cirillo. I due amici sono già rientrati in platea, dov'è riposo momentaneo del ballo, mentre però non cessa l'andirivieni. L'ambiente si è riscaldato; si odono sonore risate. L'allegria, come sempre, è cresciuta. Ma ormai la mezzanotte è vicinissima, e molti si dispongono a partire per la cena di rito. Buon appetito, specialmente agli uomini!!!. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Le signorine, morrebbero di languore, piuttosto che perdere un ballo, ma è giocoforza che seguano i loro capi di famiglia, per le solite convenienze sociali. Esce anche la famiglia Giacinto e con quella il Commendatore. Questi nel vestibolo del teatro, incontra Alfredo, vuole scherzare, come al solito, dicendogli: Ma voi non avete ancora ballato colla signorina Violetta?
Alfredo, che sogna forse di veder accompagnate quelle parole, da un sardonico sorriso, risponde iroso: Io non invidio il vostro titolo di Commendatore. Quegli che per verità non si aspettava una tale apostrofe, rimane interdetto, si morde le labbra e… sarete voi, un… dice, ma per non fare scandali, preferisce seguire la famiglia suindicata che va a cena. Provvederò domani, mastica fra i denti, ed intanto va a cenare nella ospital casa, senza molto appetito…
Scusami, ma tu hai torto (dicea Cirillo ad Alfredo, mentre cenavano alla trattoria, la quale, causa la folla impreveduta, serviva lenta ed era esausta di provviste). Bisognava ribattere, con disinvoltura, lo scherzo del Commendatore, fosse pure fatto con intenzione, e non trascorrere all'ingiuria. Ma che c'entra Violetta, ma che c'entra il sig. Aringa? Non ti sei accorto, che si tratta di abitudine per parte del secondo e di un po' di vanità per parte della prima? soggiungeva Cirillo. Queste sono simpatie e calori che durano 24 ore al più! Non hai ancora imparato, essere forse i di Lei parenti quelli che preferiscono Lui a te? Poniamo che sia, per un'embrione di aristocrazia borghese, che guarisce presto. Violetta sposerà anche un giovane povero, basta che le piaccia, ed io spero e desidero, da buon vivant, che non affoghi in un cucchiaio d'acqua, come talvolta, sebben raramente accade…. Sovvienti spesso della storica antica risposta; Se Messene piange, Sparta non ride; ed impara il proverbio: Si vous la suivè elle vous fuit e viceversa, mio buon amico, e ridi una volta buona, come faccio io, che mi chiamarono dalla nascita: Buonpensieri. Folle, tu credi che tutto il mondo sia felice al tuo confronto—e se pertanto domani vi sfiderete, penserò io a riconciliarvi, previe le solite noiose pratiche per ritrattazioni, rettifiche etc. e senza bisogno, in caso di duello, di quelle successive strette di mano, che si usano, in stile cavalleresco, fra i due individui in collera, dopo aver essi tentato invano di sbudellarsi!
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Sono già le due dopo la mezzanotte. Nè il Commendatore, nè la famiglia Giacinto ritorneranno al veglione. E di tale assenza Cirillo ed Alfredo, già in platea, subito se ne accorsero. Alfredo, quasi sollevato, per quella mancanza, chè prima aveva una pietra sullo stomaco, disse, meglio così, e si diè tosto a ballare disperatamente, anche cogli uomini corpulenti, fino alle 5 del mattino, quando il teatro cominciava a vuotarsi delle persone meno inebbriabili.
Quelli che hanno cenato meglio, siano pure anche donne, sono sempre gli ultimi a lasciare i veglioni, e gli estremi, definitivi balli, non sono più danze, ma una vertigine spaventosa….. Il buon vino, è più eccitante, si crede da molti, di una buona orchestra.
Alfredo e Cirillo, escono finalmente anch'essi. Corrono alle rispettive dimore, dopo una cordiale stretta di mano. Alfredo si abbandona vestito sul letto, e non dorme. Se un momento resta assopito, pensa a quella sua eterna Violetta. Sogna di chiederle scusa, (di che non si sa). Volea lagnarsi di lei ma no'l può, e finisce come al solito, col tentare di darle un bacio tremante, senza esito felice. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
In quella sera pertanto, meno l'avarizia, che, era rimasta in casa malata di compiacenza, al dire dei buoni contadini, erano andati al veglione anche i quattro ladri della pace, cioè l'amore, la gelosia, l'ambizione e l'invidia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La cena in casa Giacinto, andò così, così, quanto ad allegria. Tutti ebbero scarsa loquacità. Il Commendatore sembrò ai convitati alquanto preoccupato. Violetta fece gli onori di casa senza la solita disinvoltura, e finì per mangiar poco, e bever nulla. Nessuno dei più anziani, propose di ritornare al veglione dopo cena, per cui alle due dopo mezzanotte o poco più, casa Giacinto, aveva già spenti i lumi, disposta ad aspettare, dormendo, il nuovo sole. Il signor Aringa andò al suo alloggio in carrozza; il suo cocchiere si rivolse due o tre volte, per chiedere al padrone, cosa comandasse, perchè gli pareva di essere stato chiamato, ma invece il Commendatore, non aveva chiamato alcuno, aveva brontolato fra sè per il noto incidente con Alfredo. Decise però di volerne soddisfazione.
Violetta pure si ebbe, durante la notte, il suo incubo. Le sembrava che le Furie, strappate le coltri, la trascinassero per la treccia, intorno alla Camera. Svegliatasi alfine a giorno fatto, chiamò i suoi, che la trovarono inquieta e lievemente febbricitante. Ma, un cordiale, ed un po' di riposo ancora, Violetta si ristabilì in breve, senza l'opera di sanitario.
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Tre giorni dippoi, correva la voce, come la Signorina Giacinto, fosse partita, a visitare alcuni suoi parenti lontani, onde migliorare di clima, e quella voce non era una delle solite fole.
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La mattina dopo il veglione, mentre Alfredo stava vestendosi, entrò nella sua camera Cirillo piuttosto eccitato. Egli sapeva della imminente sfida. Te l'aveva detto ieri sera, o mio—Guerra a fondo—che la tua era stata una deplorevole imprudenza? So di certo che fra mezz'ora, tu sarai sfidato a duello! È quanto desidero da tempo; disse Alfredo, è quanto voglio. Ma ti prego, mio Cirillo, non facciamo melensaggini. Siamo intesi; non le solite convenzionalità cavalleresche, che, in fatto di duelli, sono di troppo, e rasentano la buffoneria. Morire o l'uno o l'altro.
Cirillo alla vista di quella faccia d'ira livida ebbe paura, e tosto, per mettere, secondo la consueta sua bonarietà, possibilmente, un po' di acqua sul fuoco, provò a dire, con flemma. E che muoiano anche i padrini. Alfredo, non potè sorridere, tanto era inqueto. Cirillo allora, giovane di cuore e di pronto ingegno, soggiunse: giacchè tu vuoi così, ritorneremo, ai vecchi costumi della antica Grecia, o dei popoli Indiani. Lascieremo in disparte, per un momento, la moderna cavalleria, e ricorreremo alla barbara cicuta, od all'acido prussico moderno. Inutile pertanto la spesa di sciabole, di fioretti, di pistole, di carabine. Due misere pillolette, allestite dal nostro amico vice speziale Brichetti, e tutto, in pochi minuti, sarà finito. Sei contento così? Altro rimedio non v'ha, perchè noi non siamo esperti nella scherma e le pistole possono tirare storto ammazzando invece qualche innocente passeggero. Una Pillola dunque col veleno, l'altra senza. Se muore il Commendatore avrà cessato di corteggiare le Signorine, se morirai tu, avrai finito di essere innamorato fino nella suola delle tue scarpe. Cirillo era una gran testa e trovava lì per lì, espedienti famosi. La sfida venne, pochi momenti dopo. I padrini del commendatore furono due ufficiali della Territoriale; quelli di Alfredo—Balena e Cirillo.
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Il vice farmacista signor Bricchetti Galeno (questo il suo nome di battesimo, che i lettori ancora non sapevano) fece un balzo all'indietro, (come quello tanto noto di Don Abbondio), quando udì proporsi da Cirillo la confezione di una pillola avvelenata. Non aveva tosto indovinata la intenzione di Cirillo, e senz'altro, se ne schermì non senza meravigliarsene. Ma quando comprese meglio le sibilline frasi di Cirillo, acconsentì sorridendo e raccomandandosi, del resto, ad ogni buon conto, per il più profondo segreto. Non si sa mai, diceva! Siamo in tempi molto rigorosi per le farmacie!
Le due pillole identiche, saranno allestite fra un'ora; e lei signor Cirillo verrà a ritirare il pacchetto, con patto, ripeto, del massimo riserbo…
Il seguente mattino, i due nemici, all'ora precisa, erano sul terreno. La località, dietro il muro di cinta di nord, del cimitero della città.
Non poteva scegliersi miglior luogo, per la ragione, che uno dovea restare cadavere, ed all'istante, per la efficacia dell'acido prussico.
I due ufficiali eran là seri, impettiti; Balena era più pallido dei morti. Cirillo, fingeva distrazione. Alfredo ed Aringa, non si guardavano, ma dimostrarono grande risoluzione.
Se non chè Cirillo, al punto di procedere, coll'intervento degli altri padrini, alla scelta del numero pei duellanti, onde poi scegliessero per primo o secondo l'una delle due pillole, propose, che, contrariamente all'uso, avessero i duellanti a stringersi la mano, prima del duello.
Nessuno oppose diverso parere, ed ecco il Commendatore ed Alfredo a darsi la mano a vicenda. Quelle due mani, però non si staccarono sì presto, ed i duellanti chiedendosi reciproco perdono, si abbracciarono commossi, lasciando ciascuno cadere dagli occhi due goccie limpide, che assomigliavano a brillanti davvero non chimici!
Lord che era dovunque, come l'aria, alla vista di due pillole di pasta, gettate a terra da Cirillo, si affrettò ad ingoiarle. Non allarmarti Alfredo, disse Cirillo! Nemmeno Lord ne morirà, perocchè in quelle due pillole era soltanto farina bianca con zucchero!
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Un breve turbine, finito serenamente per la bontà d'animo di due uomini, che avevano fatta a vicenda, od un'erronea interpretazione, od una imprudenza e per la ingegnosa trovata di un sincero amico.
«Honny soit qui mal y pense!»
(Vitupero a chi pensa male!)
PARTE PRIMA
CAPITOLO IX
Sourtout pas trop de zèle
Passarono giorni parecchi, prima che Violetta ritornasse alla casa paterna.
Alfredo intanto trascinava la vita sterile, miseranda. Aveva dipinto, è vero, qualche piccola cosa, ma di mala voglia. Un paesaggio, credesi, di proporzioni modeste, che non trovava acquirenti (tanto ne vanno zeppe le Pinacoteche). Aveva fatti anche degli abbozzi al carboncino, ritratti di donna, i quali, per caso, assomigliavano tutti a chi mai? Indovinate?… a Violetta. Egli vivea colla diletta famiglia d'ogni giorno, siccome cantò Aleardi nelle sue lettere a Maria. Maddalena ed Elisa sorelle minori di Alfredo, erano carine tanto, ma di carattere, in complesso, opposto al suo. Buone assai, ma piuttosto fredde. Assomigliavano dippiù alla mamma che al papà, entrambi defunti in età media. Quei tre fratelli, poveri in origine, erano costretti a tosare man mano i tenui risparmi dei loro Genitori.
Il giovane pittore aveva inoltre il difetto di non volere uniformarsi mai al moderno sistema della reclame, la quale, mediante corresponsione più o meno lauta, ingrandisce, secondo i casi, le capacità artistiche e letterarie, fruttando loro vantaggi o pecuniari od onorifici. Così per l'avversione surriferita alla reclame, i quadri dello sventurato pittore, restavano appesi nel suo studiolo, coperti di polvere, e degli escrementi moschicini. Egli però non se ne accorava di troppo, perchè sgraziatamente non aveva mai sentito l'universale, giustissimo desiderio del danaro, rappresentante di tutti i valori, e manna migliore di quella antica del deserto.
Unicamente Violetta gli era scolpita nel cuore e nella mente ad ogni minuto del giorno e della notte. Provava talora, con sforzi erculei, di allontanare quella imagine, onde avere un momento di requie, ma ahimè! tutto inutile. Perciò, anche un mediocre contabile, sommando i minuti di ogni ora, di ogni giorno, di ogni mese e moltiplicando per sette anni, durata esatta di quell'amore, veniva con soddisfazione a sapere, come Alfredo avesse costantemente pensato a Violetta tre milioni seicento vent'otto mila e ottocento volte. Conto giusto.
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I medici alienisti, ascriveranno probabilmente questo fatto, ad anomalie del cervello umano, senza speranza di guarigione, perchè ridotte a cronicismo.
. . . . . . Alcuni sinceri amici di Alfredo, quantunque non avessero mai potuto sapere da lui il nome della sua Diva fatale, si provarono a persuaderlo, ma sempre invano perchè trattavasi di un'idea fissa, essere più ragionevole il mutar l'amorosa ad ogni mutar di luna, come si tollera nella enciclopedica nostra epoca, di quello che correre dietro per sette anni ad un'ombra che fugge.
Se non che, per ritornare, in carreggiata, secondo l'argomento indicato nel presente capitolo, vo' dimostrarvi la verità del detto popolare, e cioè: I calci vengono due alla volta.
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In quel frattempo erano giunte ad un funzionario politico della provincia «Voci alte e fioche e suon di man con Elle» (Dante INFERNO), vale a dire, siccome parecchi giovani di condizioni diverse, ma specialmente artisti, preparassero con detti e scritti, il malcontento delle plebi (termine burocratico) contro la classe abbiente. Perciò alquanto allarme, sebbene non pienamente giustificato, infiltravasi nell'animo pauroso di quel raro funzionario, in modo che ha dovuto decidersi a fin di bene, e per il tollerabile amore al suo pane quotidiano, a lavorarvi attorno alla meglio, onde poi specialmente garantire la quiete degli affezionati proprietari locali. Fece una passeggiata nel Circondario, visitò i più influenti, ricorse alle autorità minori, ai confidenti, della dignità immemori e fatto poi di ogni cosa un grosso intingolo, trovò doveroso, a scanso di responsabilità, ma però dopo bastante riflessione ed indugio (perchè realmente egli non era poi un Attila), di fare e di spedire in alto, un elenchino delle varie persone sospette, le quali insomma, anche per semplice precauzione, dovessero, per qualche annata, abbandonare i proprii lari, viaggiando gratis verso le ospitali piccole isole mediterranee.
Criticare è facile, mentre difficile è il fare, sentenziava quel burocratico. In certe evenienze, il procedimento regolare o ozioso, basta l'opinamento dell'onesto o per lo meno zelante funzionario, per allontanare dalla gente tranquilla ed utile, i facinorosi o quelli che sono in voce di esserlo. Gli artisti per esempio, quei benedetti artisti di ogni epoca e nazione, e la storia ne insegna, hanno quasi tutti la testa calda, diceva nella sua diligente relazione quel buon diavolaccio di funzionario, e soggiungeva che ciò era in contraddizione coll'arte, senza accorgersi di bestemmiare. Dovrebbero essere precisi siccome i pesi e misure a sistema decimale, od un quid simile, e sopratutto non dovrebbero pensare troppo o vagliare l'operato dei maggiorenti e dei reggitori della cosa pubblica, il quale, in massima è saggio e conveniente, per chi se ne voglia accontentare. La relazione in parola, sarà stata forse più lunga e più bella, ma press'a poco era nei termini suindicati. Se non che, il ripetuto proverbio delle pentole e dei coperchi, in cui c'entra il diavolo, fece in modo che l'elenchino di cui sopra, fosse noto ad una certa persona gentile, prima ancora che pigliasse la via in alto, e che quella persona avvisasse il nostro Alfredo (in quell'elenco naturalmente compreso) a stare sull'attenti.
Pare sia stata una indiscrezione intima, cui torna supervacaneo indagare. La selvaggina umana pertanto conflata da nove individui, fra di loro inoltre, poco conosciuti, mercè la premura di quella mano graziosa in pria e poi del buon pittore, ha potuto a suo tempo, svignarsela per ignota, ma più sicura direzione e possibilmente in località lontane, montuose ed in disparte dal noioso telegrafo.
Ma volle il destino od il caso fortunato, come meglio vi piaccia, che la pratica preservativa del devoto Sopraintendente Provinciale, andasse a finire, siccome tante altre cose umane, al pari cioè delle bolle di sapone. Un cambiamento di governatori, una amnistia, un trasloco del referente (felice questi di cavarsela dai rivoluzionari, temuti più dei briganti) mutò d'incanto le sorti di quei nove malcapitati. Peccato che i medesimi, non avendo tempo o voglia in quei giorni di leggere i giornali, viaggieranno egualmente colla paura in corpo. Soliti contrattempi.
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Lasciamo andare ormai gli altri otto individui, ove loro piaccia ed informiamoci anzitutto, dove probabilmente emigrerà il nostro buon Alfredo. Senza danari non si può viaggiare in nessuna classe dei treni, chè, le diverse Società ferroviarie, non vogliono saperne di far liste. Ed inoltre, nel caso nostro, vi sarebbe quel benedetto telegrafo, che vi precede più veloce delle antiche staffette. Su certe viuzze e su montuosi sentieri, non si può andare in vettura….. dunque fra poco anderemo a piedi, o Alfredo mio, giacchè, se non sei temibile cacciatore, sei cacciatore instancabile. Tu farai dunque l'alpinista per forza, e vi troverai certamente degli alpinisti per diporto. Intanto, anche per questa volta, non si viaggierà nei centri popolosi, colle manette ai polsi, alla guisa dei borsaiuoli.
PARTE PRIMA
CAPITOLO X
«Non tutti i mali vengono per nuocere»
Care mie facciamola finita col piangere . . . . e poco mancava che piangesse anch'egli . . . devo assolutamente partire, diceva Alfredo alle sue sorelle, in un pomeriggio del principio d'Aprile di quell'anno 18.. in cui temeva vicinissimo il principio del domicilio coatto, essendo giunto pochi momenti prima il secondo inteso avviso dall'amica incognita. Le due giovani, sebbene d'indole tranquilla, pure, pel grande affetto verso il loro fratello, non potevano rassegnarsi a quell'improvviso abbandono del quale non conoscevano la precisa cagione. Esse erano buone semplici, timide, religiose per principio, senza affettazione, quindi non sospettavano il male…. Che è mai avvenuto, esclamava angosciata Maddalena, la più anziana? Perchè ci lasci così? Tu ci farai morire di crepacuore! Eppure, soggiungeva Alfredo, pel mio, pel vostro bene, è giocoforza che io parta da qui, è una lodevole precauzione, e se indugiassi, potrei essere portato con altri, alle piccole Isole meditteranee . . . Non posso dirvi dippiù. Preparatemi un piccolo involto, leggero, leggero, che deporrete nel carniere di caccia, raccomandatemi al vostro angelo custode, e niente paura . . . .
Alfredo però, come suo costume, non aveva pensato al denaro necessario, quasi in ogni cosa, e che certamente a lui mancava. Allora Maddalena ed Elisa, persuase, come il fratello fosse irremovibile, si diedero una fugace, ma abbastanza eloquente occhiatina, ed entrate insieme nel loro gabinetto, ne ritornarono sorridenti, con un mucchietto di biglietti di piccolo taglio, che erano stati il loro paziente risparmio, per lavoro d'ago, cosa di cui soltanto le donne, in massima più economiche e più previdenti degli uomini sanno fare. Erano circa duecento lire, Prendi, disse la sorella maggiore, spendili adagio, adagio, e non darti pena per noi, che, noi lavoreremo giorno e sera, e coll'aiuto della nostra Madonna della Consolazione, vivremo discretamente fino al tuo ritorno. Elisa, mesta mesta disse: tornerai presto nevvero?….. Alla sua volta, sebbene non volesse farlo, toccò ad Alfredo di piangere….. «Tristo colui che non conosce la voluttà del pianto.»
Preso il fucile, il carniere, poche cartuccie, e chiamato Lord (che rompeva le scatole a tutti tre, pei suoi salti d'allegria), Alfredo, in fretta, in fretta si sottrasse agli abbracciamenti delle sue tanto dilette sorelle, e rivoltosi al nord del paese, potè raggiungere dopo tre ore di sollecito cammino, le falde del monte B….. quando era già il tramonto…..
Lord, il quale, più del solito, in detta giornata, aveva potuto mangiare, per le premure delle sue padroncino, abbaia disperatamente nell'escire di casa, saltellando dinnanzi al padrone, certamente, secondo la sua grande intelligenza, per avvertire il pubblico, siccome il suo padrone, quantunque ad ora tarda, andasse alla caccia!… Alfredo, nervosissimo più del solito in quel momento, volea bastonare quella cara bestia, ma poi pensò di tollerarla. Intanto, causa il baccano dell'innocente Lord, le bottegaie del paese, in buona relazione col nostro pittore, erano già venute sulla porta, ad informarsi di quella novità, attesa l'ora vespertina, ed Alfredo, con artificiali sorrisi, e mal repressa bile, accontentò, correndo innanzi, ed inventando una frottola qualunque, le curiose compaesane . . . . . . É costume dei piccoli centri, il voler sapere sempre, e ad ogni costo, delle versazioni, passeggiate, viaggi, gesta, amori, dei conterrieri, che naturalmente si devono incontrare dieci volte al giorno. Non conviene inquietarsene, perocchè, quanto sopra, è un rustico attestato di amicizia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Alfredo sale già il monte, al chiaro di luna, egli è soliloquo, per vizio congenito, cammina sempre in fretta e pensa, a chi mai? alla sua Violetta!
Per oggi non maledice al proprio destino, perchè spera girando il mondo in direzione speciale, di rivedere l'oggetto del suo grande amore, fosse anche per un battere di polso. La salute di Alfredo, ad onta delle cento ed una peripezie, è ancora sempre forte. Egli cammina, cammina, divora la via, ma se, per caso, e per fortuna di rado, incontra viandante sospetto, o gendarmi, gli batte con maggior violenza il cuore, conoscendo bene la sua iettatura. Fin'ora, però, grazie al Cielo, nessun incidente spiacevole. Tutto è silenzio, interrotto quando quando, dal funereo lamento dei Gufi. Quel triste canto ai superstiziosi non è di buon augurio, ma ad Alfredo piace tanto come gli piace il Venerdì ed il numero tredici. Fra le roccie delle alte montagne alberga più facilmente l'upupa e la civetta, i paggi di madama la Morte, le donne hanno paura, ma Alfredo desidera quella tetra musica, perchè si accompagna meglio alla sua bella mestizia. Lord intanto, ad onta della notte, provvede agli urgenti bisogni del suo immenso ventricolo, dissotterra e mangia topi di qualsiasi dimensione….. Un bravo cane! La suscettibilità del nostro profugo, non si muove, nè per le distrazioni di Lord, nè per le ripide salite. Egli è ormai nel suo elemento, la solitudine. Egli prova sempre vaghezza di poesia, anche quando di mestizia vestita, perchè così, potrà liberamente pensare, a quella splendida figura che gli è scolpita nel cuore!…. e recita ancora la sua romanza: Declina il sol morente, move pel Ciel la sera……
Intanto Maddalena ed Elisa per tutta quella notte, non possono addormentarsi. Stanno in decubito a recitare Ave marie, Salve regina, e requiem ai poveri morti quantunque il loro fratello sia ancor vivo.
Anche Alfredo, seduto a riposare alquanto, su di un abete divelto dal turbine, sospira, e pensa alle sue care sorelle.
Una nenia lontana, lo distrae e lo commuove. Sarà un pastore che rincasa tardi dai colli sottostanti. Assomigliano quelle cadenze, sebben rozze, a quelle del Ruy Blas: O dolce voluttà, desìo del cor gentil, etc. Alfredo tende l'orecchio ed ode, perchè la voce dell'incognito si avvicina, questi versi:
Noaltri montanar
Ghavem de pasta el cor
Vedem de l'alto el mar
E femo anca l'amor.
Viva l'amor.
Lord, contrario in massima alle cadenze musicali, và brontolando….. Scorsi cinque minuti, il novello Trovatore, giunge presso il nostro viandante, preceduto da un centinaio di pecore, cui frammiste poche capre, e seguito da un somarello, col paiuolo sul basto, e da una grossa e pelosa cagna della famosa razza francese guidatrice di mandrie.
Lord, più fortunato del suo padrone, e di scelto olfato, cessò dal brontolìo, e fa una corte spietata alla improvvisa amante, come fosse una tenera antica sua conoscenza. Nè un istante l'abbandona…..
Bona sera—signor Casador lustrissimo (interloquì un pastorello sui 18 anni). Se el vole alogio alla nostra casina, cossì ala bona, gavarìa piacere. Se el gà un mocio de cicare, faria grazia, bruso de la voja. Nui faremo un trato de mezz'ora gnanca, e semo a logo.
Accettato, rispondeva Alfredo, perchè conveniva farlo in causa della notte, della stanchezza e dei luoghi a lui sconosciuti. Eccoti uno zigaro intiero. Tienti però chiamata la tua cagna, perchè temo che il mio Lord se ne vada con essa, fino a Vienna. Ed il pastorello, ooh! non ghe pericolo… La me Jena non bandona le so pegre. Domani, sul fresco, sior Casador lustrissimo lo meno a copare de sicuro, do o tre francolini.
In somma il pastorello ed il cacciatore sfortunato, erano di già buoni amici e sì discorrendo, entrarono ben presto, senza noia alla casina. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Rifocillato alquanto il nostro pittore, con polenta e latte di capra, appena munto, offertogli da un uomo e da una donna in età (probabilmente i genitori del giovanetto di nostra recentissima conoscenza) escì sul praticello circostante alla casina, dal quale, al chiaro di luna, potè rilevare quel magnifico panorama della vallata. Colli e monti pittoreschi, bellezze incantevoli, che più d'ogni altra, commuovono i cuori afflitti e le anime pensanti. Peccato che sia pronta, ogni momento, una distrazione, in causa di quell'originale di Lord, che converrà mettere al quinzaglio, avendo già egli fatto scappare dalla stalla due capretti, e rubato un mezzo stracchino esposto alla pubblica fede. Alfredo ne è dolente, ma non sa ricorrere alla violenza, con quella sua cara bestia.
Rientrato in cucina, (la quale ai pastori serve contemporaneamente di anticamera verso strada, di gabinetto, e di salotto) Alfredo si rivolse al vecchio (si comprende che gli altri due erano già a dormire) e gli chiese, se nulla di nuovo fosse in quei dintorni. Niente del tuto, lustrissimo, rispose il Pastore. Noaltri no gavem gazete; anche la signora che ze qua da oto zorni, la se lamenta de la mancanza de nove. Quà no ghe ze altro che volpi e pojan. Anzi bisogna, sioria, che se contenta de dormire sul fenil, perchè l'unico letin ghe lo avemo dato a la siora. El so servitore, un vecio, color de la tera, la lo gà mandà indrio, me par a Trieste, perchè giera sopo per una cascada……. Io mi accontento presto, disse Alfredo, e vi ringrazio del vostro buon cuore. Non si può negare, del resto, che la notizia di una signora sola, forestiera, dimorante da pochi giorni in quella casina (probabilmente per la cura climatica) non stuzzicasse la curiosità dell'artista, quantunque pieno di afflizione.
Siamo già alle tre ore di notte¹ e la conversazione fra il vecchio pastore ed Alfredo continua.
¹ —I montanari non hanno bisogno di orologi, essi si regolano, quanto all'ore, colle stelle, siccome agli antichi tempi. Per esempio, sanno che manca un'ora all'alba quando i predèèr, o predièèr (gruppo di stelle minori) perdono di intensità della luce. E così sanno delle altre ore di notte dalle altre stelle: Marte, Nettuno, Venere, Saturno, Diana, etc. Il vocabolo predéèr, non è, credesi, astronomico, ma semplicemente alpigiano. E quanto all'etimologia della nostrale parola? Più probabilmente dal latino preésse o predicere, cioè gli astri precursori del giorno. Anche l'autore, che or sono quarant'anni, cacciava sui monti, imparò da que' mandriani, a conoscere, senza orologio, le ore, tanto della notte come del giorno, ed allora era meno facile sbagliare di grosso, come oggi, col meridiano internazionale.
Non siamo del resto nemici del progresso!
Seppe pertanto Alfredo che la famiglia dei pastori ospitali era formata da tre sole persone, padre, madre e figlio, già noto al lettore, che la signora dilicata di salute, l'aveva mandata lassù—el sò dotor al fresco—che la giera nè molto zovine, nè vecia, ma conservada. E che bela dona, lustrissimo. Che ghe giera morto de colpo, el so omo a Trieste dò mesi indrio. Che la preferiva stare de sola, e vestiva sempre metà de ciaro e metà de scuro, che infine giera rica tanto, perchè piena de fiorini, e la pagava de groso.
Alla domanda, sul nome e condizione della signora, il buon vecchio, sonnecchiando, rispondeva: Lori nò i sà. Noaltri montanari andemo zoso a la bona, e se fidemo senza tante sospetazion, e bondì lustrissimo, no semo tanto curiosi; me par una brava dona, piena de inzegno e ze basta. Felice note, lustrissimo, ed entrambi andarono a letto…… sul fienile.
Quanto sono pittoresche quelle casupole bianche a cavaliere delle gole montuose, o piantate nelle conche prative, sotto i cumignoli dei monti cosparsi ancora dalla neve! Una perfetta poesia—un effetto magico. La luna d'argento, che stava per spegnersi, essendo già trascorsa la mezzanotte, rischiarava ancora, debolmente però, quella scena.
Le bellezze dell'universo, ancora più grandiose fra i monti, sono soavi tanto alle anime melanconiche, di vita e d'amore ricolme. Nessun rumore fino all'alba. Qualche squittio di volpe, qualche latrato lontano e null'altro. Ma Lord, il quale non si sa come, aveva rotto il quinzaglio (avrà mangiata la corda) girava intanto la casina e sotto e sopra, e bisogna dire che quello sfacciato penetrasse nella mal chiusa stanza della signora, perocchè per un momento si udì, un marcia via di grazioso timbro femminino.
Alfredo, si assopì una breve ora, disteso sul fieno, senza svestirsi. Sognò di Violetta, (miracolo), che girava su pei monti, e di un'altra bella donna che le attraversava il passo… e che lui era volato in difesa di Violetta.
«Nè però cessa amor con varie forme
«La sua pace turbar mentr'ella dorme.
TASSO Canto VII—ERMINIA.
E noi diremo mentr'egli poco dorme. Nientemeno che il nostro artista, durante le sue caccie in pianura, incideva siccome l'Erminia del Tasso, il nome amato sulla corteccia dei pioppi. Quindi caccia e amore sarebbero quali due cognate in famiglia!
L'alba è giunta finalmente. Le pecore si destano e dopo l'una le altre tutte, belano, perchè impazienti di escire al pascolo. Il vecchio pastore già mungeva le anziane. Il giovinetto cantarella: Sorge il sole alla collina etc.
La signora è già escita, forse per andare ad una vicina capelletta. come fece il dì innanzi, risponde il pastorello ad Alfredo, già sulla porta della casina in assetto di pseudo caccia. Lord si fa chiamare tre volte, perchè era nella stalla ad inquietare la Jena. Alfredo regala qualche moneta a quella buona famiglia, che potea ripetere col poeta, di cui sopra
«E questo greggie e l'orticel dispensa
«Cibi non compri alla mia parca mensa.
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Portiamoci più in alto, e più al sicuro, pensava intanto il profugo
Blandis, e fuggiamo sopratutto da qualsiasi avventura galante.
Sarebbe per me un delitto.
Avanti dunque, mio buon Alfredo, colla tua giovane guida, la quale però, non appena ti avrà posto sul sentiero maestro, dovrà ritornare al suo greggie. Quel giovanetto al vedersi attorno Lord, ridendo, esclamò: Brigante sto braco, jer sera me gà spazzà un salamo de pianta! Alfredo, senza scomporsi, indennizzò il pastorello, e poco male, disse, essere ladri di un salame, piuttosto che ladri della pace. Il pastorello non comprende e propone breve caccia ai Francolini, cui Alfredo, senza voglia, accetta.
Se non che al momento di lasciare la casina, ecco venire incontro la gentile ospite dei pastori, molto mattiniera, con semplicità ma con buon gusto vestita, reduce dal suo vicinissimo pellegrinaggio. Vi fu un reciproco cortese saluto fra la Signora ed il Pittore, non insolito fra quei monti tanto scarsi di passeggieri.
Entrambi, del resto, ebbero la percezione, di non essere affatto nuovi fra loro, ed a ciascuno sembrò che qualche anno addietro, vi fosse stata occasione di vedersi, probabilmente in un viaggio. Entrambi nel loro interno, dissero: quella figura non mi è nuova!! Quella donna era ancora bella, ancora giovane (sui 30, aspetto distinto, capegli ed occhi neri, statura alta e snella, colorito bruno pallido; portava sul petto un mazzolino di narcisi freschi; al collo un nastrino di lutto; l'abito di stoffa grigia leggera, simile alla mantellina.
E subito Lord, lo scioccone, a profondersi in cerimonie verso l'incognita, siccome fosse di lei amico da gran tempo! mentre, una sola volta, per la sua tracotanza, l'aveva visitata nella di lei camera da letto. E la signora in contraccambio, ad accarezzarlo, quali due vecchi amici. Oh! il mistero delle simpatie per riverbero! La caccia fu breve, non uno dei Francolini incontrati, fu preso; ma una sola Gazza, ammazzata per equivoco.
Caccia ed amore, sono antagonisti come il piacere ed il dolore. D'altronde il pastorello, mortificato anche lui, per l'esito di caccia negativo, dovea ritornare presto alla stalla poco lontana, per abbeverarne il greggie, e se Alfredo S. lustrissimo, avesse voluto compiacersi di seguirlo, disse quel giovincello, poteva in breve ora, mettersi nuovamente a sua disposizione, quale guida.
Alfredo segue distrattamente il pastorello, e mezz'ora dippoi, siamo ancora alla stessa casina del giorno innanzi…….. Strana combinazione!…… perocchè, se noi non ci inganniamo, sembravaci che la mattina stessa, Alfredo, giurasse in cuore, di andarsene da colà lontano ed in gran fretta, siccome astemio dalle avventure!
La signora era in cucina a far colazione, e la pastora tutta in faccende a servirla. La colazione fu brevissima, e la Signora, con un secondo gentile inchino, passò d'innanzi al Pittore, per assidersi al di fuori su di un tronco d'abete, facente funzioni di poltrona. Il cacciatore in attesa della sua guida, è sulla porta di cucina e beve una tazza di latte stando in piedi.
Nessuno, però, dei due forastieri, potè esimersi dall'ingenuo piacere, di un'altra occhiatina reciproca, più del lampo veloce, ed ora, chi mai sarà il primo, a rompere, come suol dirsi, il ghiaccio? Per legge cavalieresca, l'uomo, già s'intende, e perchè gli uomini, inoltre, non sanno, quanto le donne, osservare scrupolosamente i precetti della educazione, e della modestia. Le donne esprimono di più cogli occhi, che colla favella.
La giovane guida intanto, potrà attendere liberamente a' suoi pastorizi incombenti, mentre, chissà, non si avvii fra i due sconosciuti mortali di sesso diverso, una conversazione qualunque, tanto, per ingannare il tempo, in que' luoghi primitivi. Questo non è nuovo, durante i viaggi, e non c'è pertanto a meravigliarsene. Nè sarebbe intempestiva, per lo sgraziato Alfredo, qualche piccola distrazione.
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Siamo pertanto, lettori miei, in completo accordo, come dovesse essere
Alfredo, a non fare l'aristocratico ed a parlare pel primo.
Basterà soltanto che Alfredo, abbia presente, un pochino, il proverbio: L'occasione fa l'uomo ladro.
Sentiamo cosa dirà, quel mezzo ingenuo d'artista, a mo' d'esordio!
ALFREDO—Se io non temessi che la signora, mi avesse a qualificare per indiscreto, vorrei pregarla a lasciarmi sedere vicino a lei, su quel rozzo, ma poetico sedile, onde, discorrendo, con persona graziosa, e certamente colta, portare uno svago a' miei mali!…
SIGNORA—Fate come vi piace! Non v'ha titolo ad offendersene.
ALFREDO—Io vi ho incontrata tre anni or sono, nel mio viaggio artistico da Milano a Trieste e ricordo di non essermi punto annoiato, perchè il vostro conversare è piacevole. È vero, o prendo io forse abbaglio?
SIGNORA—É verissimo! (Capperi. Chiacchera meno la donna dell'uomo!)
ALFREDO—E se non erro, voi, com'io, siete artista!
SIGNORA—Sì, io fui cantante, e ricordo che voi siete Pittore, per quanto in quel viaggio, mi avete esposto (memoria di ferro).
ALFREDO—Perdonate, vi prego, alla mia curiosità…. ma perchè, voi, giovane ancora, avete abbandonata l'arte?
SIGNORA—Perchè il Conte Alfredo Stirtlizt, triestino, mio marito, assai ricco, non lo permise. Egli viaggiando, mi sentì cantare nella Traviata a Barcellona, se ne innamorò, mi sposò, e mi condusse a Trieste. Ma, signore, io perdetti quel caro amico, dopo soli tre anni di convivenza, e non sono per anco due mesi che egli passò a miglior vita. Mi lasciò ricca, senza figli, ma col vuoto nell'anima. (Due creature pertanto, che contemporaneamente, avevano il vuoto nell'anima!)
ALFREDO—Anche voi, dunque, sventurata! Anch'io sono infelice, sono celibe ancora, amo e non sono riamato. Ma credete, amo assai, e vi prego non chiedetemi il nome suo…. Ditemi piuttosto il vostro. Io intanto vi vi dirò il mio…. Mi chiamo Blandis Alfredo, lo stesso nome del fu vostro sposo.
SIGNORA—Ed io mi chiamo Carlotta Zaira Coriktzin, Stiriana. Il nome Carlotta l'ho lasciato, per non evocare mesti ricordi. Ma ohimè, a che valgono le mie ricchezze, se non ho più chi a me pensi? Il cuore non ama le ricchezze. Il cuore vuole un cuore, e niente più. A 30 anni, e vi giuro che non ne rubo alcuno, io sono già morta sulla terra, e non so consolarmene, perchè il mio defunto marito mi voleva tanto bene, e d'ogni premura mi colmava.
Perfino il mio vecchio fedel servo, un meticcio, acquistato all'Avana, il buon Jon, accenna ora ad ammalarsi, e l'altro dì, lo dovetti rimandare a Trieste, portato da un somaro fino alla ferrovia… Il poveretto, mentre pochi giorni fa, saliva con me questo monte, cadde e ne ebbe forte distorsione al piede. Ora sono qua sola. Ho bisogno per certuni piccoli incomodi, dell'aria balsamica delle montagne e vorrei a piccole giornate, raggiungere l'Ospizio dell'Alpe; ove, troverò forse qualche mia amica triestina.
ALFREDO—Io non ho destinazione fissa, perchè il precipuo mio intento fu quello di allontanarmi da luoghi a me infausti. Sono lombardo, amo la caccia, sono pittore, mi diletto di poesia che in questi monti, più facilmente è nutrita e…. se…. mi tollerate… per vostro compagno di viaggio, fino lassù, ne sarò lieto, perchè lo stare con voi sarà di certo molto gradito.
SIGNORA—Accolgo, senza apprensione di sorta, la vostra proposta, e senza esagerato rispetto alle cosidette convenienze sociali, nemiche all'arte ed alla poesia. Noi, se vi piace, partiremo insieme anche oggi stesso.
PARTE PRIMA
CAPITOLO XI.
Idilli di Montagna
Alfredo alla inattesa proposta della signora Stiriana, era contento sì e no, in suo cuore. Sì, per nutrire, come diss'egli poc'anzi, la sua innata poesia. No pel timore di desistere qualche minuto dal pensare alla sua Violetta, che non la potea in niun modo sradicar dal cuore… Un viaggio improvvisato con una bella, distinta ed ancor giovane signora, non era cosa spregievole, e quindi in sua mente, ricordò: Al nuovo albore noi partirem; colla differenza che Luisa Myller partiva con suo padre, mentre lui celibotto, partiva con una vedovella sconsolata. Per quanto riguarda la caccia ai Francolini, selvaggina sceltissima, poteva dirsi, fin d'ora, un affare sballato, con grave dispiacere di Lord. In massima, le signore detestano la caccia, perchè distoglie gli uomini da altre meno rustiche cure. Alfredo, ebbe per un istante la cattiva tentazione di fare lo Spartano, ma poi riflettendo ai doveri della cavalleria, venne anche lui, siccome tanti altri, a più miti propositi. Nelle stagioni o tepide o calde, e specialmente fra i cento grati profumi delle piante alpestri, è facile improvvisare confortanti relazioni. Evviva il sentimentalismo!!!
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La vecchia pastora, dolente per verità, della accelerata partenza dell'ospite proficua, ma sempre di carattere bonario, diceva a suo marito: Che brava zente tuti dò. Me giuraria che i se tole de boto. Ed il pastore, di rimando, come il più navigato: Cara ti…. ma no ti à capito, per Santa Veronica, che lù saria un bocon mato? El parla sempre de solo, el dise de le cose che no se pol capire un'ostia. Anca el so cane me par senza giudizio. Sta note gà roto el mel, gà disturbà la Signora, gà magnà el me ultimo codeghin, e gà barufato cola nostra bona Jena, corpo de Santa Frigonia!
Basta, nui semo abastanza contenti dei fiorini a bote che m'ha donai. Dio benediga quela brava dona, e ghe manda un moroso, bon come el sò povero marïo; ma che nò sia, tanto original, come el Casador lustrissimo.
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Nel pomeriggio del giorno medesimo, Alfredo e Zaira partirono assieme dalla casina pastorizia nota e guidati per breve tratto dal pastorello, percorrono il sentiero maestro, che li dovea condurre all'Alpe Climatica. Ma presumendo essi di giungere alla meta, senza la guida, intempestivamente la licenziano, previa lauta mancia. Ahimè, que' due amici di fresca data, distratti forse dal caloroso dialogo sui disinganni della vita, smarriscono il buon sentiero, e si trovano impigliati fra sassi e rovi, e poi nel fitto bosco, ove la notte li sorprende, ed in quel luogo disabitato, sono costretti a fermarsi. Non sapremmo, se quei due Esseri vaganti fossero da compiangere o da invidiare. Il viaggio però è allungato. La bella Stiriana, s'ebbe degli strappi nella gonna nuova di foulard color cielo, senza punto inquietarsene. Alfredo stavolta si diportò da vero cavaliere, perchè fu sempre pronto a soccorrerla onde non cadesse. Scelto per alloggio un angusto spazio erboso, cui faceva ombrello un Pino lussureggiante, quei due amici anzichè trovarsi a disagio, sono lieti di quella poesia, perfezionata dal tubare di due palumbe appollaiate sul Pino, e forse sorprese di vedere persone a quell'ora, in luoghi tanto romiti.
Lasciamoli ora discorrere fra loro quei due artisti di cuore, e lasciamoli riposare come meglio vorranno. Ivi nessun pericolo di insidia. Qualcuno lo preferirebbe ad un posto di prima classe in treno ferroviario.
Oh! ma il vecchio pastore, aveva affatto ragione, di spiegare a sua moglie, come quel sior lustrissimo, parlasse spesso de solo, e dicesse cose che non si poteano comprendere un'ostia. Alfredo credeva infatti che Zaira dormisse su quel verde naturale tappeto, mentre invece non era che lievemente assopita. Perciò eccolo poco stante a recitare la famosa apostrofe all'amore, del maestro di poesia, Ariosto
Ingiustissimo amor, perchè sì raro
Corrispondenti fai nostri disiri?
Onde, perfido, avvien che t'è sì caro
Il discorde voler, che in duo cor miri,
Ir non mi lasci al facil guado e chiaro
E nel più cupo e maggior fondo tiri;
Da chi disia il mio amor tu m'allontani,
E chi m'ha in odio, vuoi che adori ed ami!
Zaira, che dicemmo parea dormisse, udì, ne fu dolente ma non lo confessò e solo disse, rialzandosi alquanto, dal suo improvvisato giaciglio: Ma chi è mai, quella fortunata donna, che voi amate sì fortemente, e che per ventura non vi corrisponde? È forse l'araba Fenice?…..
Pentito Alfredo allora, del proprio enfatico dire, chiese perdono collo sguardo, e si tacque fino al levar del giorno.
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Due dì ed una notte, impiegarono quei due buoni compagni di viaggio, onde giungere, senza nuovi contrattempi alla meta prefissa, cioè il paesello climatico di quelle altissime regioni. Con una buona guida, si poteva fare anche più presto assai, ma vi furono le fermate artistiche di una donna, e le esclamazioni poetiche di un uomo, che hanno fatto perdere tempo.
Molti viaggiatori alla pesca del clima refrigerante, giuntivi per diverse strade si trovavano già colassù, nel piccolo ma ben provveduto albergo.
Quel movimento, quella vivacità, quella eleganza femminile, in una parola, quell'andirivieni solito dei luoghi di bagni, di acque ferruginose o sulfuree, o jodiche, e degli ospizi alpini, dove non si fa altro che mangiare e bere (dicono) ed aspirare l'aria balsamica, non spiacquero alla Signora Zaira, abbastanza lieta del suo arrivo colà, sperando di vedervi qualche buona amica dei paesi natii. Alfredo invece non solo trovava seccante quel frastuono, ma per lui era anche l'antitesi della poesia. Organetti, chitarre, violini, contrabassi, tromboni, insieme all'ocarina mal suonati, venditori girovaghi di pessimi dolci, di fusa, di trottole, di S. Antonini, di fischietti, di castagne secche, ecc. ecc. si mettevano sempre fra i piedi, interrompendo ogni discorso, anche di qualche importanza. Per oggi, nessun incontro di persone note e care, incontri tanto soavi alla esistenza.
Quello che più seccava ad Alfredo, e che da un certo lato lo accorava, erano i questuanti laceri, tutti provvisti però di un istrumento qualunque.
N. B.—Tutti o quasi i questuanti del Regno, sono diventati da poco in quà, virtuosi di suono o di canto.
La loro musica commovente, fino allo stridor di denti, è più abbondante nei paesucoli. Ma che volete farci? Si devono compatire quegli infelici, avendo dovuto essi innocentemente, eludere la Legge, che confessiamolo, ha trovato soltanto di vietare la indecente questua al minuto, perchè indizio di oziosità, mentre non ha peranco scoperto il meccanismo di troncare la questua all'ingrosso, che è la prova della demoralizzazione.
E fosse quest'ultimo il solo malanno sociale!
Sonvi inoltre nel consorzio umano, specialmente nella seconda metà del Secolo XIX, tre categorie di individui che fanatizzano i buoni principi sociali-religiosi-politici.
L'una è quella dei mangia-poveri—l'altra quella dei mangia-preti—la terza quella dei mangia Signori. Abbiamo usata la frase di cui sopra, estranea, direte, e forse un po' troppo volgare, ma fu anzi per esprimere con maggior significato, il vocabolo distruzione, demolizione. Perciò dovete compatirci.
Queste tre categorie sono la rispettiva cagione dell'odio di classe, e ne conseguono le esagerazioni, ed i danni. Chi ha creata la prima categoria?—L'egoismo dei poveri fanulloni, senza pudore, che privano perciò, spesse volte di soccorso i poveri buoni e fieri; fieri perchè preferiscono soffocare fra quattro mura, la loro incolpevole miseria. = Chi ha costituita la seconda categoria?—Gli stessi preti, parecchi dei quali, dimentichi della loro santa missione, o scorretti od esosi od intriganti hanno accumulato tutte le ire anche sui preti esemplari. = E chi ha fatta nascere la terza categoria?—I ricchi medesimi, perchè allucinati dagli eterni leccazampe inorgogliti dagli inevitabili bassi adulatori, o da chi, per obbligazione, deve dar loro sempre ragione, hanno finito per erigere fra essi ed il non abbiente popolo onesto una nuova muraglia della China. Maggior intelligenza pertanto, minor orgoglio, per avere concordia, e da questa il generale ben essere.
Ormai, gridava un tale che moriva di inedia, ci mangiamo l'un l'altro, e parlava giusto; noi facciamo come i pesci, piscis pisciculum vorat, colla differenza però che i pesci mangiano per vivere, mentre noi viviamo per mangiare. Molti, per poter pascersi a sazietà su tutta la linea, alle spalle dei loro padroni, cercano in ogni modo lecito od illecito, di allontanare dal mulino gli onesti amici del mugnajo.
Ahimè, soltanto ora, noi ci accorgiamo di esserci scostati un centinaio di chilometri dall'argomento, di cui al Capitolo in corso, ma procureremo dì ritornare sul sentiero maestro.
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Caduta la notte di quel primo giorno d'arrivo di Zaira ed Alfredo, all'ospizio Climatico, Alfredo andò nella sua cameretta fin troppo modesta, perchè all'ultimo piano, verso corte, e quasi senza luce. Lord dovette farsi la cuccia sotto il letto del padrone. Si vede che l'Albergatore aveva buon naso, perchè tosto riconobbe la qualità stentata del suo forestiero; il prezzo del resto, non era stato di molto inferiore a quello delle altre camere possibili. Ma ciò non dava alcun fastidio al nostro Pittore, perchè egli, di solito, durante il giorno, passeggiava pei Colli circostanti, e la notte nel cortile, siccome fanno i conigli.
Nel mattino seguente si vociferava che altri quattro forestieri fossero giunti all'ospizio, cioè una signorina bella, giovane, elegante; una cameriera antipatica e due signori maturi, e molto impettiti. Lord, fa imbestialire anche il conduttore dell'ospizio, perocchè, secondo il suo vizio speciale, aveva portato in camera del proprio padrone, il prescritto registro dei forastieri. Gesummaria!!! Alfredo, potè leggere tosto, nell'ultimo foglio, il nome dì Violetta Giacinto. Un tremendo calcio a Lord, e la pronta restituzione al padrone dell'Albergo di quel registro, con mille scuse. Il padrone riconciliato con Lord (prudenza, quando si ha troppa paura dei grossi cani) conchiuse che dovrà essere un bravo portatore del selvatico. Nè per fortuna, si era peranco accorto, di un altro difettuccio del cane in parola, quello vorrei dire, di rubare formaggi e salami in genere.