L'ISOLA DEI BACI

MARINETTI e BRUNO CORRA

L'ISOLA dei BACI

ROMANZO EROTICO-SOCIALE

MILANO STUDIO EDITORIALE LOMBARDO Via Durini, 18 1918

PROPRIETÀ LETTERARIA

Questo libro mi piace.

Questo libro mi piace moltissimo. Ne sono francamente entusiasta. Mi è più simpatico di tutti gli altri miei e di tutti gli altri di Marinetti. Non so e non voglio dire quanto valga. Ma mi soddisfa. Mi piace. Sono straordinariamente contento di poterlo dare al pubblico.

Le ragioni? Eccole.

È un libro che rimane fuori dalla letteratura. È un libro che volta le spalle con risoluta disinvoltura a tutte le noiose e gravose persone le quali dedicano solitamente la loro attività alle cose letterarie: scrittori, giornalisti, filosofi, critici, pensatori, intenditori d'arte. A tutti costoro peserà sullo stomaco buongustaio per un tempo, spero, abbastanza lungo. Esso infatti è un romanzo che non è un romanzo con delle psicologie che non sono psicologie, dei lirismi che non sono lirismi, delle satire che non sono satire, delle descrizioni che non sono descrizioni. E poi, lo stile! Che dire del suo stile? La nostra lingua non possiede termini abbastanza obbrobriosi per qualificare la villania stilistica che si trova racchiusa in queste pagine. È certo insomma che tutti gli intenditori di letteratura torceranno gli occhi con disgusto da questo libro e si rifiuteranno di chiamarlo romanzo, per non offendere gli altri veri romanzi bene educati e come si deve.

Ecco la prima giustificazione della mia preferenza.

La seconda è l'inversa.

Per le stesse ragioni per le quali dispiacerà alle persone di lettere questo libro piacerà agli altri, a quelli che (beati loro!) sono lontani dalla letteratura. Sarà letto con simpatia da ufficiali, da professionisti, da studenti, da industriali, da signore. Con simpatia e con disinvoltura: senza pedanteria. Senza pretese di vivisezioni critiche le quali sempre uccidono e immobilizano l'organismo su cui vengono operate togliendogli la sua unica ragione di interesse: la vita. Letto a questa maniera, cordialmente, potrà trasmettere al lettore la intensa vibrazione di allegria che costituisce la sua anima: e divertirà.

In conclusione, insomma, questo libro mi piace perchè non è un vero libro.

Esso è insieme una discussione, una risata, una burla, una conversazione da caffè, una polemica, una ubbriacatura, una sassata in un vetro. Esso è, in complesso, un pezzo di vita. Può quindi essere veramente capito soltanto da chi ama la vita più della letteratura, da chi ama le discussioni, le risate, le burle, le conversazioni, le sassate, le polemiche e le ubbriacature più che non le parole stampate.

Noialtri autori ci siamo divertiti immensamente a scriverlo. Lo abbiamo scritto senza annoiarci e senza affaticarci. Ed ecco ancora una ragione della nostra simpatia per questo lavoro.

Sappiamo bene che secondo i plumbei dogmi di tutti i più seri critici l'arte è una cosa faticosa, dolorosa, pesante, lunga e triste. Ma noi, lo confessiamo, abbiamo un istintivo ed invincibile orrore per le sudate carte.

Sappiamo anche che secondo altri dogmi dei medesimi critici l'arte deve insegnare, correggere, predicare, fustigare. Ma noi persistiamo nel credere al nostro istinto che ci fa amare sopra tutti gli altri un libro come questo, un libro di leggerezza, di allegria e di salute.

Quanto a me, poi, io credo fermamente che il divertimento abbia una funzione sociale più importante di moltissime delle cosidette cose serie. E mi riterrei meritevole della più genuina riconoscenza da parte della mia generazione se riuscissi a divenire semplicemente il suo divertitore.

BRUNO CORRA.

INDICE

1. —
I turisti misteriosi
pag. 17

2. —
Giacomo Satutto
25

3. —
L'albergo della Grotta bleu
31

4. —
A Londra, a Parigi, a Zurigo, a Tripoli alle calcagna di un complotto
39

5. —
Un bacio notturno che non spiega nulla
49

6. —
La grotta del Bove marino
59

7. —
Il Congresso rosa
71

8. —
Il grande discorso politico
87

9. —
La catastrofe
97

10. —
Il Controveleno
105

11. —
L'apoteosi wagneriana
111

12. —
La nuova religione internazionale
121

13. —
L'intervento
129

14. —
Telegrammi cifrati e decorazioni
137

I TURISTI MISTERIOSI
I.

La troppo intensa partecipazione alla vita febbrile della nostra epoca guerresca e rivoluzionaria, ci costrinse, ai primi di agosto, a prenderci quindici giorni di assoluta vacanza. Il primo treno in partenza dalla stazione di Milano verso un porto di mare, alla ricerca di un'isola piacevole e fresca.

Napoli. Banchina dell'Immacolatella. Le quattro del pomeriggio. Mancano pochi minuti alla partenza del piroscafo per Capri. Odori ruvidi e selvaggi di carbone, catrame, sterco, carrube e aranci collaborano colla fermentazione bollente del mare. Atmosfera di lana scottante. Sul ponte troviamo a stento due posti che ci permettono di sudare comodamente fra un deretano di popolana e un napoletano sbarbatissimo, vestito all'inglese, che ostenta un accento perfetto nel parlare francese.

Il mare gonfio d'oro accecante. Afa. Abbiamo la sensazione di trovarci nel letto dorato di Desdemona sotto i cuscini e i pugni del negro Otello.

Ansia crescente. Desiderio di tuffarsi nel fresco della velocità, verso l'indaco del golfo liscio, ricamato di scie e triangoli stanchi di vele. Se non si parte subito avremo fatalmente un colpo di sole. Sopraggiungono invece dei nuovi viaggiatori sbuffanti, agitati, rumorosi, elegantissimi, strani, affannosamente accorati di non trovare più un posto da sedere.

Sono dieci o dodici uomini d'età diversa, evidentemente ricchi, ma dai modi insoliti e tutti legati da un incomprensibile interesse comune.

Fra di loro una giovane signora elegante, alta, fine, snodata nella lieve e morbida toilette nera, sotto l'ala fuggente di un magnifico cappello nero: viso pallido delicato, bocca sensuale un po' grande, occhi scuri ma brillanti, pieni di un'intelligenza allegra. Indoviniamo subito suo marito, Paul De Ritten, bellissimo giovane, snello, occhi azzurri sotto i capelli biondi ondulati, ch'egli ricompone di tanto in tanto con le mani fine, aristocratiche, cariche di anelli antichi. Ritto davanti a noi indica e spiega ai suoi amici le grosse mine galleggianti fra le quali il piroscafo naviga ora cautamente.

A cento metri sulla nostra destra ci segue un cacciatorpediniere, lucido, metallico, geometrico, grondante di luce.

La velocità non ci dava frescura. Sonnecchiavamo dalla noia quando ci si avvicinò uno degli ultimi viaggiatori sopravvenuti, il conte Ricard, giovane, grasso, bruno, mellifluo, pettinatissimo, modi untuosi. L'avevamo conosciuto e ritrovato spesso nei centri artistici europei, senza domandarci mai chi era e se realmente ci piaceva. Utilissimo però: volle presentarci ai suoi amici e alla bellissima Contessa De Ritten. Questa sembrava spostata fra quegli uomini, trascurata. Suo marito non le rivolgeva quasi mai la parola.

Una frase colta a volo aumentò per noi il mistero che avvolgeva tutta la comitiva: “Ma le donne proprio non ci volevano: il conte de Ritten è stato poco serio, poteva lasciare la sua signora a casa„. Parlava così, concitatamente, il barone Truffard, tricheco vestito di bianco, grosso viso ultra violetto, corpo straripante viscido. Si alzò faticosamente. Raggiungemmo insieme il gruppo dei suoi amici che discutevano animatamente pro e contro un articolo della Tribuna sulla questione Dalmata.

— Andate a Capri per riposarvi? domandammo a Ricard.

— No, si tratta di una riunione politica.

— Un congresso?

— No qualche cosa di molto più importante. Vi spiegherò tutto domani. Quel magro, miope, è un valentissimo musicista ebreo inglese, figlio di un ricco banchiere della Rue Saint-Honorè, Jean Cohn. Dietro di lui quel tipo d'abatino tutto curve e moine, dalla grossa bocca viziosa, e dagli occhi sfuggenti è il giovane poeta Guido Pietrachiara, umbro, ricco, un certo ingegno.

Il piroscafo rallentava sotto le alte rocce a terrazze di Sorrento, giallastre, vecchie sulla morbidezza giovanile, sana e carnale del mare troppo azzurro. Lassù le balaustre straripanti di vegetazioni invitavano agli amori facili. Tutti si sporgevano al parapetto del piroscafo sul vociare dei barcaioli napoletani.

Con voce languida e un po' rauca la Contessa De Ritten diceva:

— Che paese meraviglioso! Bisognerebbe non aver fatto ancora il proprio viaggio di nozze, per venirlo a far qui.

— Puoi farne un secondo, con un altro, se lo desideri — rispose De Ritten con una punta d'ostilità.

— Oh no! È troppo tardi! Ora non posso più pensare che al caro marmocchietto nostro.

Il piroscafo si voltò per fendere di nuovo l'alito soave del golfo opprimente di delizia. La prua copriva e scopriva sospirando il profilo nudo dell'Isola di Capri, perlacea, coricata, inutile e assurda all'orizzonte.

Tutti tacquero, seduti, ripresi a poco a poco dal torpore solare.

Si sentiva soltanto borbottare il grosso deputato russo Markoff, apopleticamente seduto, viso gonfio, pizzo e baffi biondi, stiffelius nero fuori moda, pancia scoppiante tra le coscie enormi divaricate, piccoli occhi celesti, irritati dalle lentezze del cameriere che gli portava ora la quarta ghiacciata di caffè. La prese e la tenne con le due mani sotto il mento religiosamente.

— Ho detto portare presto presto da bere... Voi me non venire mai!... Voi servire sempre altra gente prima di me!

Poi disse al suo servitore:

— Ora che scenderemo, prima d'andare all'Albergo, bisogna mandare dispaccio al nostro ambasciatore a Roma.

GIACOMO SATUTTO
II.

Al momento di scendere dal piroscafo davanti alla marina grande di Capri lutti cercavano, senza trovarlo, il barone Truffard. Ricard disse: — È andato a cercare a poppa il suo protetto.

Ed arrivò infatti sorreggendo con tenerezza fraterna un essere fantastico e misterioso che merita una rapida, ma completa descrizione. Sembrava un mendicante vagabondo; ed era relativamente pulito.

Era vecchio, magro, lungo, curvo, cadente, ma con dettagli accurati nel vestito tutto rammendato. In mano, il classico bastone dei viandanti, più alto della sua stessa persona, con in cima appiccicato un disco di cartone bianco coperto di scritture a matita.

Sulle spalle gli ciondolava una specie di lunga borraccia bitorzoluta, coperta di panno grigioverde e tutta legata come un salame.

Aveva in testa un berrettino biancastro da galeotto. Dei piccoli occhi di ferro grigio. Malamente sbarbato. Portava infilata al braccio sinistro una grossa gamella da soldato, nuova. Rischiò di cadere cento volte scendendo in barca poichè gli arnesi che gli servivano di scarpe erano di una eccezionale antipraticità: sembravano enormi sandali ed erano invece semplicemente le colossali suole mal tagliate di un paio di scarpe fuori da qualunque misura umana.

Si soffriva pensando ai dolori di quei poveri vecchi piedi nudi e callosi che volevano trascinare ed erano trascinati dal peso di quei due zoccoli strani di cuoio accartocciato e di stracci inutili.

In barca si tolse dalle spalle l'incomprensibile borraccia. Gli domandammo: “È per l'acqua, non è vero?„. Ci rispose con voce affannosa: “No, non c'è acqua, serve per la curiosità della gente„.

Poi, mostrandoci con un gesto iroso il signor Truffard che sorrideva: “Tutti vogliono sapere dove vado e se c'è l'acqua nella borraccia, tutti si arrabbiano perchè sono tutti nell'inganno, io solo vado verso la verità; Dio è davanti a me e ho avuto il battesimo del sangue; possono fare quel che vogliono, gli uomini, ma non impareranno mai a far crescere l'erba!„.

Gli domandammo che cosa significavano le scritture del suo disco. Rispose, con voce spenta: “Tutta la mia vita„.

Intervenne Truffard che ci spiegò solennemente come stesse raccogliendo i pensieri e gli aforismi profondissimi di Giacomo Satutto, per pubblicarli sul Figaro.

Ma Satutto non voleva interpreti. Disse irosamente: “Faccio tutto per la curiosità della gente. Tutti vogliono sapere cosa c'è nella gamella. È vuota. Aspetterà sempre il rancio. Se mi dànno qualchecosa bene, ma non cerco mai niente a nessuno. Il vicerè lo sa„.

Questo discorso sconclusionato ci vietò d'interessarci alla bellezza di Capri. Seguimmo Truffard e il suo strano protetto all'albergo della Grotta Bleue, dove metà della comitiva aveva già fissato l'alloggio.

L'ALBERGO DELLA GROTTA BLEUE
III.

Ci convincevamo sempre più che le stravaganze esteriori di quella gente non potevano essere che un'abilissima mascheratura di tenebrosi benchè indecifrabili scopi politici.

Prima di tutto era assai sospetto, nel momento attuale, il fatto che numerosi individui appartenenti alle più svariate nazionalità fossero così uniti da legami evidentemente profondi — Truffard, banchiere francese. De Ritten, letterato francese, figlio d'un camerlengo del Papa; Pietrachiara, poeta italiano; Benali, attore italiano, Conte Ladolce, dalmata; Ricard, francese o irlandese; Markoff, deputato della Duma; il granduca Federor Cohn, musicista ebreo inglese che si dichiara cristiano e fa l'antisemita; Djamil, avvocato turco egiziano; Stopwitz, archeologo polacco, ma forse austriaco; Werkopfen, antiquario e numismatico svizzero, ma forse tedesco; il barone Makra, professore ellenista d'origine rumena; Rudolf Thompson, direttore d'una Biblioteca di Chicago, nordamericano d'origine tedesca; Terrapiccola, ricco proprietario brasiliano.

Le nostre indagini, invece di chiarirsi, si annebbiavano. E vi naufragavano dentro gli isolotti incerti delle nostre ipotesi.

Nel corridoio sentimmo: da una porta semiaperta il brontolio di Markoff che dettava al segretario: “non dimenticate di porre nettamente la questione del disarmo...„.

Ma fummo distratti dalla voce concitata di De Ritten che usciva velocemente dalla sua camera senza vederci, sbattendo dietro di sè la porta. Origliammo, poi guardammo dal buco della serratura. La contessa De Ritten, deliziosamente discinta, singhiozzava su una poltrona.

Pensammo che la Contessa De Ritten fosse di una nazionalità nemica e che da questo derivasse il dissidio evidente che agitava la coppia.

Farle la corte —, ci sembrò l'unico modo per capire e orizzontarci. L'amico Ricard diventava sempre più evasivo nelle sue risposte alle nostre interrogazioni. Avevamo forse svegliato i sospetti della comitiva.

Mentre scendevamo giù per il pranzo, un cameriere ci portò un biglietto da visita: Paolo Castretta, viaggiatore di commercio —, e sotto, a matita: “ha l'onore di chiedere un breve colloquio„.

Lo indovinammo, a una tavola, sulla terrazza alberata: tipo meridionale, occhi neri vivacissimi, baffetti neri. Egli sembrò non vederci e noi, obbedendo a un istintivo piano tattico, senza guardarlo ci sedemmo a un tavolo lontanissimo dal suo.

Nel caldo e morbido crepuscolo lilla che soffocava di dolcezza e spegneva i profili scabri dell'isola, i volumi verdi della vegetazione e le chiazze bianche delle ville, agonizzava il vociare dei barcaioli della Marina Grande.

A quando a quando, tintinnio di bicchieri e brontolio di Markoff già ubbriaco di champagne. Castretta, del quale sbirciavamo le spalle, era, come noi, preoccupato dalla misteriosa comitiva.

Sentivamo, con profonda gioia artistica, di esser stati condotti dal caso proprio nel centro di uno di quei viluppi di realtà illogiche, di apparenze assurde e contradittorie, ma condotte con assoluta naturalezza, in una di quelle zone sature di eccezionalità, il cui studio appassiona e eccita in modo particolare i nostri intuiti futuristi, sempre affamati di novità.

Tutti quei viaggiatori sembravano spostati in quel luogo e in quel momento. Nondimeno, a misura che la notte di Capri scendeva a inzuppare col suo triple extrait di chiaro lunare le eleganti forme delle rupi sdraiate sul mare, sentivamo che la loro presenza era veramente naturale e giustificata da ragioni indiscutibili.

Marinetti d'altra parte sentiva brutalmente discordante il tinnire dei suoi speroni da bombardiere. Le bambagie e il liquore perlaceo dell'atmosfera vile per troppo languore si sforzavano di spegnere sulla sua uniforme grigioverde la fiamma dorata della bombarda e il taglio argenteo della ferita.

Il musicista Cohn ebbe qualche colpo di tosse. Mi ricordai che Ricard lo aveva detto tisico spedito. Tutti si alzarono parlando dell'umidità pericolosa delle notti di Capri. Vi furono dei brevi saluti.

E noi rimanemmo silenziosi davanti all'enorme Mistero illimitato, seducentissimo, insidioso, penetrante e sfuggente che aveva la forma stessa del golfo notturno.

A LONDRA, A PARIGI, A ZURIGO, A TRIPOLI, ALLE CALCAGNA DI UN COMPLOTTO
IV.

Il viaggiatore di commercio Paolo Castretta ci attendeva al varco nel corridoio del primo piano. Ci supplicò di non rimandare il colloquio. Fummo costretti a riceverlo subito.

La luce elettrica essendo soppressa a mezzanotte, tra due candele e i violini insistenti delle zanzare, ascoltammo queste strane e impressionanti confidenze.

— Voi sapete senza dubbio chi sono. Vi prego di aiutarmi a conservare il mio incognito per qualche giorno ancora. Ho ricevuto da una altissima autorità l'incarico di scoprire chi sono in realtà i viaggiatori stranissimi giunti ieri con voi, i loro progetti e lo scopo del loro viaggio„.

Poi con tono iroso ed eccitato, aggiunse:

— Sono cinque anni che li seguo con inaudita tenacia e abilità e debbo, ve lo dico con dolore, confessarmi vinto! Non so ancora oggi chi sono in realtà quelle canaglie!

— Sapete dunque che sono delle canaglie. È già qualchecosa.

— Sì, no, in realtà non potrei dirlo. Eppure voi sapete che sono stato io a scoprire i ladri delle tre collane a Dublino. Non era facile! Sono io che ho scoperto l'infanticida della ottava via di New-York. Ebbene, dopo cinque anni di inseguimento, questi signori sono per me, come per voi, inspiegabili e più che mai misteriosi.

Quattro anni fa incontrai il musicista Cohn, l'ebreo tisico, in una violentissima dimostrazione di suffragette a Trafalgar Square. Gli parlai, conquistai la sua simpatia difendendo a pugni con lui tre ragazze malmenate dagli studenti antisuffragisti. Fummo tutti caricati brutalmente dai monumentali policemen a cavallo e ruzzolammo tutti, per non essere calpestati, giù nel sottosuolo di una bottega, in un guazzabuglio urlante di gambe femminili, di chignons scomposti e di cappelli femminili accartocciati. Due ore dopo fingevo di dormire in un camerone della Casa delle suffragette assediata dalla polizia, quando Cohn, sdraiato vicino a me, chiamò a bassa voce Miss Dolly, la celebre propagandista e le consegnò uno chèque di 100.000 lire. Capite? Voi, forse. Io no.

Allora mi parve di intravedere in Cohn e nei suoi amici Truffard e De Ritten degli anarchici milionari, preparatori di un largo movimento contro l'attuale ordinamento sociale. Tanto più che qualche sera dopo io incontrai i loro amici Werkopfen e Pietrachiara, pure ricchissimi, in automobile in compagnia di Tzereti, il famoso dinamitardo evaso dalle carceri siberiane.

D'altra parte sono quasi tutti dei raffinatissimi cultori d'arte. Werkopfen, antiquario e numismatico, possiede un museo di un valore incalcolabile in casa sua a Zurigo. Sono quasi tutti fanaticamente appassionati di musica classica. Il giovane Pietrachiara, che ha ereditato parecchi milioni da suo padre, viaggia con l'unico scopo apparente di sentire dei concerti di buona musica.

So inoltre che sono azionisti di una grande società per gli scavi ad Atene. Markoff ha fondato a Mosca un ricovero per i pittori poveri. Credetemi. Nulla è più tragico della mia situazione. Posso dire di conoscerli a fondo: ma è come se non li conoscessi affatto.

Se sono anarchici non sono cultori di arte. Se sono anarchici o cultori d'arte è difficile che siano agenti jugoslavi. Poichè dovete sapere che due anni fa li ho trovati tutti in una tumultuosa assemblea politica di serbi, czechi, montenegrini, greci, sloveni e croati. Una cameraccia puzzolente ed affumicata del Faubourg Saint Antoine a Parigi.

Il Conte Ladolce vi pronunciò un discorso antitaliano. Lo stesso Ladolce, ha fondato a Roma una scuola di danze greche.

E che ne dite di quel vagabondo sospetto che chiamano Giacomo Satutto? Passeggiava ieri l'altro per le vie di Napoli portando una gran croce sulle spalle, in mezzo a un nugolo di scugnizzi. Lo feci arrestare. Lo interrogai. Niente. Sempre niente.

Avete osservato il turco? L'avvocato Djamil bey? Ebbene all'inizio della mia missione, egli mi sembrò il personaggio più importante e più significativo. Ufficiale dell'esercito turco, comandava un battaglione contro di noi al combattimento di Sidi Messri. È lì anzi che io ebbi il piacere di conoscervi per la prima volta — disse rivolgendosi a Marinetti — Voi mi avete dimenticato, ma io non dimentico nessuno.

Ero travestito da corrispondente di guerra e entrai con voi nella villa di quel signore, Djamil bey. Mentre voi cogli ufficiali italiani sgombravate il pianterreno dai feriti arabi, mi ricordo perfettamente, il 26 ottobre alle dieci del mattino, nella tempesta spaccante e fracassante della fucileria, sudato, assordato, io salivo al primo piano, torrido come un forno, e vuotavo i cassetti di tutte le carte.

Più di duecento lettere di De Ritten, Werkopfen e degli altri suoi amici, che ho su con me nel mio baule.

Mi sembrò anche allora di essere sull'orlo della grande scoperta. Niente.

In quanto alla signora De Ritten credo che subisca ogni giorno delle stupide scene di gelosia da suo marito. Mi dicono che egli sia innamoratissimo di lei. Ma che strano tipo! Se è geloso perchè la trascina sempre in mezzo a tanti uomini?

Ho fatto di più. Ho fatto arrestare Djamil bey, un anno fa. Fu dovuto rilasciare entro ventiquattro ore dietro pressioni superiori.

Questi individui sono tutti protetti da personaggi potentissimi. Per quale ragione? Non si sa. Sono sostenuti dall'alta banca. Alcuni ostentano un certo patriottismo, ma in realtà tutti se ne infischiano e molti non nascondono la loro avversione per la guerra.

Degli internazionalisti dunque? Eppure sono in relazioni intime col Vaticano, parlano con disprezzo del popolo, vantano lo spirito d'autorità e d'ordine germanico e arricciano il naso schifiltosamente alla parola rivoluzione.

A proposito, voi forse ignorate che vi sono ferocemente nemici. Pietrachiara ha più volte fatto delle ridicole pressioni su un noto deputato clericale suo cugino perchè facesse una interpellanza alla Camera contro le manifestazioni futuriste al Costanzi.

Questa riunione di gente sospetta se era già equivoca in tempo di pace è divenuta veramente pericolosa da che siamo in guerra. Conto quindi sul vostro patriottismo perchè mi aiutiate in questa partita difficile, ma non perduta ancora. Ho visto che conoscete bene Ricard. Lo credo un buon filo conduttore„.

UN BACIO NOTTURNO CHE NON SPIEGA NULLA
V.

Castretta ci lasciò alle due. L'atmosfera quasi tropicale e le zanzare ci impedivano di coricarci.

Dal balcone aperto non entrava che calore, voluminoso e soffocante calore di vegetazione esuberante e di vigne mostruose, calore concentrato dei vini rossi e fantasiosi, calore delle larghe stelle scoppiate di calore sul mare spasimante in calore.

Si respirava male come imbavagliati da due belle mani femminili. Inquietudine lussuriosa. Palpito lontanissimo dei lontanissimi rimbombi del fronte quasi dimenticato. Notte schifosamente neutrale e pacifista fatta per l'animale che striscia, il pancione che russa, la donna che beve l'amore da tutti i pori.

Terrore soave di tutte le rinuncie e di lutti gli abbandoni. Avevamo il cervello in fiamme e una lucidità insufficiente per il problema da risolvere.

Una voce febbrile di donna che partiva dal balcone vicino al nostro attirò la nostra attenzione.

— Paul, Paul, mon chéri, ne t'en va pas, reste ici, je t'en supplie.

Poi, un rumore di porta sbattuta e dei passi veloci nel corridoio. Origliammo un istante.

De Ritten scendeva le scale, traversava la terrazza alberata e si allontanava sulla strada.

Concertammo rapidamente un piano strategico. Bruno Corra si slanciò giù per seguire, sorvegliare e interrogare possibilmente il marito; Marinetti si assunse l'incarico di avvicinare la signora De Ritten che era rimasta nella sua camera buia con la porta semiaperta.

Tutto era calmo nell'albergo. Cautamente, preannunciandosi con un po' di rumore Marinetti entrò.

— Scusate, scusate, Signora, ho sentito un vostro grido, ho pensato che soffrivate o che avevate bisogno di qualcuno. Volete che chiami la cameriera?

— No, grazie, signor Marinetti, non ho bisogno, non chiamate nessuno. Mio Dio! Che scandalo!

Si teneva faticosamente in piedi reggendosi alla spalliera di una poltrona e si sentivano stridere le sue belle unghie che ne laceravano la stoffa. Senza vederla si sentiva la sua bellezza seminuda: la vestaglia aperta le era scivolata giù un po' dalle spalle. Aveva la voce rauca, di lagrime.

— Quelle angoisse affreuse! Je sens que je deviens folle. Vi conosco troppo poco, signore, non posso dirvi nulla, ma soffro spaventosamente. Grazie, grazie, siete molto gentile.....

E scoppiò in singhiozzi.

— Ma cosa è successo? Parlate. Vi darò un consiglio.

— Non è possibile! sono perduta! tutta la mia felicità è perduta! non mi ama più, lo sento, mio marito non mi ama più! se sapeste con quale crudeltà raffinata, insistente, feroce, mi ha parlato!

Tutte, tutte le cattiverie più sottili! E io non ho avuto per lui che tenerezza, tenerezza, tenerezza senza fine!

— Vostro marito è geloso di voi e della vostra bellezza — disse Marinetti scandendo le parole, mentre la sorreggeva delicatamente con un braccio, attirandola verso il balcone.

— Geloso!? Non è possibile, non credo, macchè! Pazzo! È pazzo! È cattivo! Volete sapere? Mio marito in certi momenti ha dei pensieri e dei propositi da delinquente! Sì, delinquente è la parola. Mi ha battuta, capite? quel vigliacco! Mi ha battuta sul viso. Sentite come mi scottano le guance! Che dolore di testa! Ma voi non direte nulla, ve ne prego! Siete un gentiluomo. M'ispirate una grande fiducia.

— Non temete, parlatemi, confidatevi, sarò per voi un amico, lo sono già, provo per voi una profonda simpatia. Siete così dolce, così intelligente, così distinta, così divinamente bella! Non piangete, ve ne supplico! Non sciupate i vostri begli occhi! Dimenticate, tutto si rimetterà a posto, vostro marito diventerà buono per voi.

Si trovarono appoggiati alla balaustra del balcone, nel buio, oppressi dalle masse di fogliame che ci s'incurvavano davanti. Fiutavano il mare senza vederlo, flebile, frusciante e odoroso. Sussurri infiniti, lieve odor di vaniglia e di rose.

Era quella la parte assolutamente buia dell'isola. Si vedeva lontano l'altra parte rocciosa brillare di felicità poichè la luna la fasciava carnalmente di un tremulo candore beato.

— Sento che non siete felice! Eppure lo meritate, mai creatura al mondo ha meritato come voi una piena, assoluta felicità.

— No, no, siate buono! Sono così stanca, triste e sfinita! Non mi reggo più! Ho la testa vuota. Ho uno strano terrore nelle vene.

— Non abbiate paura, sono qui, vi difenderò, vi consiglierò, sono il vostro amico, il vostro migliore amico; ho per voi più che dell'amicizia: un affetto, una tenerezza; perdonatemi, è così dolce di respirare vicino a voi, ora non sono più padrone del mio cuore, nè dei miei nervi, non sono più padrone delle mie mani che sono felici, felici di sfiorare il vostro dolce viso. Siete un prodigio di bellezza e di fascino, siete voi che create miracolosamente questa dolcissima notte, questo paradiso di mare, di profumi, di luna. Mi piacete tanto! tanto! Mi piaci, mi piaci! Non pensare a nulla, dammi la tua bocca! così... così...„.

Il bacio fu lungo, incosciente, smarrito, inaspettato, illogico, sublime, sceso dalla luna, venuto dal mare, dal buio, dalle stelle.

Bacio imposto ed accolto quasi senza volerlo: bevuto con sete infinita. I preti cristiani lo condannerebbero a tutti gli inferni, come un bacio diabolico. Dei chimici strangolati dal positivismo lo definirebbero un precipitato di iodio, di bromo, di sale, di resina e d'alcool di grappoli maturi. Pura, inebriante essenza del golfo notturno bevuta subendo le forze della voluttà terrestre.

Si sentirono dei passi affrettati nella terrazza sotto il balcone e Marinetti ebbe appena il tempo di uscire e di raggiungere la sua camera senza esser veduto da De Ritten che rientrava.

Bruno Corra lo aveva seguito su su per un sentiero che conduceva ad una roccia a picco sul mare. Dall'alto di questa roccia l'equivoco personaggio dopo avere cautamente esplorato i dintorni aveva fatto a più riprese col fazzoletto degli strani segnali verso il mare appena rischiarato dai primi albori e verso una villa bianca che si affacciava sulla strada di Anacapri.

LA GROTTA DEL BOVE MARINO
VI.

Castretta bussò alla nostra porta alle sette del mattino. Intanto dal balcone aperto ci giungeva questo dialogo tra Werkopfen e dei barcaioli.

— Ho bisogno di venti barche alla Marina grande per andare a visitare tutte le grotte di Capri.

— Venti barche! Non è possibile, è difficile, signore! Ci vuol molto denaro...!

— Voglio venti barche, assolutamente. Qual'è il prezzo?

Scendemmo rapidamente con Castretta, preoccupati di partecipare ad ogni costo alla gita che intuimmo finalmente rivelatrice.

Un'ora dopo la partenza della comitiva attirava molti curiosi sulla banchina della Marina Grande. Essa era sbalorditivamente aumentata. Circa un'ottantina di persone. Tra le quali degli strani tipi di lottatori, giganteschi e muscolosi, un vecchio signore semiparalitico elegantissimo, un giapponese e un negro panciuto dal grugno ripugnante.

Nella confusione la nostra presenza fu poco notata. Invitammo nella nostra barca Pietrachiara e il conte Ladolce. Questi era un giovane alto, delicato, un po' cascante: bella pecora aristocratica dal profilo borbonico con voce flebile.

Si sedettero a prua mentre noi ci sedemmo con Castretta a poppa. Il mare era calmo ma non calmissimo. Mare inquieto che pregusta l'alcool delirante della burrasca con una quiete sorniona e qualche sbuffo di vento, sotto un cielo velato di calore.

Avevamo due buoni barcaioli. Cosicchè sorpassammo le altre barche e giungemmo con le prime alla grotta del Bue marino. Pietrachiara disse con mille moine guizzanti:

— È stata veramente un'idea geniale quella del caro Werkopfen. Credo che dato il caldo soffocante, non vi sia sito più adatto a discutere di cose serie di una grotta nel mare. Chissà che grotta sceglieremo?! Io preferisco l'azzurra: è più carina. La vedrete. Un silenzio! Sembra di essere diventati piccini piccini dentro una delle belle pietre preziose del Conte Ladolce. Se ci mettessimo in costume da bagno? Che ne dici Ladolce!

Si svestirono. Avevano già, sotto, un elegante costume da bagno rosa pallido.

Curvi nella barca entrammo nella grotta del Bue marino. Ci colpì brutalmente un muggito rombante e feroce d'acque incatenate e rivoltose. Boati irritatissimi. Sputi, schiaffi, rutti e singhiozzi. Masse su masse d'acqua spaccate, flaccide, rotte nei budelli delle rocce.

— Dio che brutta grotta! Che rumori! Disse Pietrachiara serrandosi al Conte Ladolce.

— Ho paura, ho paura, andiamo via! M'hanno detto che in fondo, sulla piccola spiaggia, hanno trovato una gran foca cattiva che mangiò dieci marinai. Ruggiva come una belva quando l'hanno catturata. Ci volle un rimorchiatore per portarla a terra.

Nell'uscite dalla grotta la nostra barca si trovò in mezzo alla fiera acquatica, multicolore e chiassosa di tutte le altre, fra il gesticolare dei marinai e uno scambio chiacchierino di saluti cortesi e leziosi.

— Bonjour, Paul.

— Mes hommages! N'entrez pas dans la grotte: elle est trop sombre, vous auriez peur.

— Bonjour, Rudolf.

Benali che si svestiva in piedi in barca glorificava ad alta voce l'eleganza di Pietrachiara e di Ladolce.

— Che squisitezza di tinta! Che bel taglio! Un gusto veramente parigino! Pietrachiara, sai che Werkopfen te lo invidia il tuo costumino? È troppo grasso per permettersi queste delicatezze. Figurati Markoff! Vedrai il suo costume lilla. Tutto grasso biondo in lilla! Ci divertiremo!

Pietrachiara interruppe:

— Taci, non è l'ora di scherzare. Siamo riuniti per una cosa molto seria.

I gridi, i lazzi, le smorfie, i piccoli gesti di terrore, sotto gli spruzzi d'acqua, si mescolavano alla forte loquacità dei risucchi nei buchi delle rocce a picco.

Navigavamo sotto l'altissima Muraglia di Tiberio. Dopo la Punta Fucile passammo tra lo Scoglio della Ricotta e una spiaggia tutta ingombra di enormi massi crollati giù dall'alto che simulavano una battaglia di colossali testuggini spaventose.

Il mare s'increspa. Moti convulsi delle piccole onde. Punta Capo. La bianchissima villa De Fersen domina il golfo. A sinistra la Punta Campanella.

Mentre passiamo tra lo Scoglio Longa e l'isola di Capri, Castretta si volta all'indietro, ci mostra una lontana barca che cerca di raggiungere le nostre e mormora:

— La signora De Ritten è in quella barca!... Insegue il marito. Evidentemente ne è molto innamorata.

A prua, Pietrachiara e Ladolce, tutti rosei, non sentono, occupati a discorrere sommessamente tra loro. Beccheggiamo lievemente sull'indaco prezioso del mare che si spezza quà e là. Il vento gonfia le gote delle vele lontane. Entriamo rapidamente nel mediterraneo vero, mare sempre più massiccio, duro, volontario, violento, a blocchi turbolenti, sotto altissimi muraglioni a picco. La barca di Truffard è in testa: vi si distingue il profilo di Giacomo Satutto.

Non si sente più il vociare delle barche sparse, variopinte e gesticolanti, nel rumore crescente delle onde che sciacquano e risciacquano le zanne dell'isola con sempre più fragorosi ciaac, ciaac, plumb, pluuumb, sciaaaa, ciaff, gott gott, glu.

— Prima della guerra — dice il nostro barcaiolo — avevamo quarantamila visitatori tedeschi all'anno e quindicimila di altre nazioni. Quella piccola grotta si chiama la Grotta dei Polpi. Le barche vengono sotto a ripararsi dalla pioggia.

Mare a grossi mucchi d'indaco con punte d'argento balzanti. Mare appassionato, pieno di disordini lirici, tutto a sega, a treccie, a vulcanelli. Le barche si raggruppavano a poco a poco, rasentando le rocce per evitare il vento largo che aumentava. Il dèmone goffo e barocco del mal di mare imminente, impose il silenzio ai naviganti allegri.

I marinai raddoppiando il loro sforzo sui remi annunziarono:

— Ecco la Grotta bianca, tutta a stalattiti. Da quel cancello si sale al primo piano della grotta: ma i russi hanno portato via quasi tutte le stalattiti.

Pietrachiara rispose al marinaio con uno, due, tre, quattro urti di vomito.

Che disgrazia! Son tutto sudicio! Povero me! mi sento male! Bisognerebbe accostare!

Markoff lo imitò nella barca vicina. Davanti a noi Truffard abbiosciato, enorme, fece altrettanto. A destra e a sinistra De Ritten, Cohn, il roseo Ladolce, ripresero il motivo di urti e di scoppi rovesciandosi come grondaie fuori dalle barche. Bruno Corra e Marinetti, vecchi amici del mare, fungevano da ammiragli dirigendo la navigazione senza vomitare.

Squilibrio dei pesi a poppa e a prua. I marinai remavano male contro il mare insolente, irritato, sghignazzante, lacerato da risate sarcastiche di schiuma gasosa. Scoglio del Monacone. I tre Faraglioni. I soldati che sorvegliano il rifornimento dei sottomarini a Sito Dragara, ridevano. Non era il caso di irritarsi. Concentrazione di ogni pensiero sul proprio stomaco da frenare. Resistere ad ogni costo. Lentezza infinita del tempo.

— Che brutta idea ha avuto Werkopfen! — piagnucolò Pietrachiara. Comprendo il caldo da evitare: ma avrebbe dovuto distribuire ai Congressisti delle pillole contro il mal di mare.

Passavamo tra il grosso Faraglione attaccato a terra e i due Scogli Faraglioni alti duecento metri, prepotenti, invincibili e pieni di solitudine selvaggia. Il mare era diventato violentissimo e pericoloso quando entrammo nella famosa Grotta Verde. Ci si passa sotto e attraverso come in una galleria. Grande teatro rumorosissimo dal mobile pavimento di smeraldi impazziti. A destra e a sinistra palchi, baignoires e balconate, dove s'affollano, stridono, fischiano, applaudono, urlano, gesticolano, cazzottano, schiamazzano, sputano e fumano tutte le onde di lusso, vestite di schiume elegantissime. Sembrava proprio una serata futurista.

Bruno Corra, seriamente, propose:

— Ecco un luogo adatto per il vostro Congresso. Massimo silenzio, massima attenzione.

Pietrachiara, rovesciato sul fondo della barca, le mani giunte, con una voce da vitellino morente, gridò: Nooooo! noooo noooo!

Il corteo carnevalesco era trasformato in un quasi-funerale. Le barche seguivano ora il busto femminilmente rientrante dell'isola coricata. Un grosso buco di roccia spruzzò come un sifone contro Ladolce.

Passiamo in fila davanti a Punta Carena, Fortino Don Peppe, Fortino Don Paolo, Fortino della Guardia. Davanti alla bellissima Punta Ciuk Camillo, rivestita di ulivi e irta di cactus, le pancie voluminose e irruenti del mare minacciano un vero naufragio.

I marinai bestemmiano preoccupati. Onde a gnocchi enormi, convulsi, biancastri. Affollamento di schiume sibilanti, ironiche, contro gli ombelichi feriti delle rocce.

Ma duecento metri dopo il mare s'acquieta e vi nasce il profilo tranquillo, impassibile del Vesuvio e la Punta Campanella. Tutti si rialzano, a poco a poco. Sorrisi e chiacchierii nel sole svelato. Czi czi cicici di cicale sul pendio della riva. Pfoo, pfoo, pfaaaa, pfaa dell'acqua nei buchi.

Siamo sotto la nicchia vuota della Madonna che benedice l'entrata della Grotta Azzurra.

Il mare invernale ha succhiato la statua, vuotando la nicchia come un'ostrica.

IL CONGRESSO
VII.

Quando penetrammo nella Grotta Azzurra essa era già quasi piena di barche, tutta rimbombante dei gridi dei barcaioli che per trovar posto rimescolavano brutalmente coi remi delle stupefacenti masse di turchesi. Subito Pietrachiara si mise a gridare;

— Il Presidente! bisogna nominare il presidente!

Poi, voltandosi a noi, con piccoli scatti freddolosi:

— Dio che gioia! Come mi diverto! Che bella grotta! Il cielo furbone fa capolino sotto le rocce. Voglio ascoltare i discorsi nell'acqua. Voglio fare un tuffo. Ma ho paura delle piovre. Dio quante bestie ci devono essere in quell'acqua! Serpenti di mare, polpi, granchi.

— Il Presidente! Il Presidente!

— Nominiamo il Presidente!

— Werkopfen è il più indicato.

— Truffard è il più serio.

Pietrachiara, nel suo costumino roseo pieno di riflessi viola, urlò con tanta insistenza e con una voce così acuta che attirò l'attenzione di tutti e ottenne il silenzio:

— Cari amici, non dimentichiamo, in questa ora solenne, che noi siamo i più puri rappresentanti dell'antica Grecia....

— Bravoooo!!!

Castretta, che prendeva in fretta qualche nota, ci disse a mezza voce con tono serio:

— Sentite? La Grecia.... L'assemblea discuterà certamente del futuro assetto balcanico e della questione jugoslava....

Pietrachiara continuava:

— Siamo figli dell'Ellesponto divino e come tali dobbiamo abborrire tutto ciò che il mondo moderno meccanico ci ha portato di laido, di stupidamente veloce, di pratico, e di volgare. Distinzione, eleganza e bellezza: ecco i nostri motti! Il nostro presidente non può essere altri che il più bello di noi. Propongo dunque di dare la presidenza a colui che è indiscutibilmente il più bello: Paul De Ritten.

— Beneee! Bravooo! De Ritten presidente! All'unanimità! All'unanimità!

Altre barche entravano. Cozzar di remi. Alterchi dei barcaioli. Nelle barche azzurre molti congressisti si svestivano e i variopinti costumi da bagno, lilla, mauves, scarlatti, vibravano nella danza frenetica dei riflessi azzurri.

Si fece largo intorno alla barca di De Ritten che alto, snello, in un attillato costume da bagno color granata con una molle cintura di velluto nero, sembrava un toreador dalle braccia troppo delicate.

— Ringrazio il mio delizioso amico Pietrachiara e apro senz'altro la discussione dando la parola a Werkopfen.

Pietrachiara che intanto aveva preso fuori dalla sua valigia un sacchetto di gomma, lo stava gonfiando con una pompa da bicicletta. Sotto gli sguardi esterrefatti di Castretta, che ora non prendeva più note, quell'oggetto si trasformò a poco a poco in una bella bambola. Pietrachiara la mise seduta accanto a lui, dicendole:

— Tu vas être bien sage, pour ne pas déranger les orateurs. Il ne faut pas faire pipi dans la barque,...

Poi si mise a guaire:

— Sì, Werkopfen, parli Werkopfen, Pomponnette, chiamiamoci tutti coi nostri veri nomi, è tempo di finirla con queste finzioni....

Werkopfen Pomponnette si alzò pesantemente con la sua ballante pancia imbrigliata da un costume lilla troppo stretto. Soffiava asmaticamente nel caldo aumentante della grotta diventata una specie di bagno turco. Il belletto gli colava giù per le grasse gote cascanti. Ma gli occhi azzurri erano intelligentissimi sotto le palpebre sciupate.

Pietrachiara spiegava a Castretta le qualità e i meriti dei diversi oratori. Gli annunciò che Werkopfen godeva di una grande autorità per la sua esperienza politica e le sue grandi aderenze internazionali. Poi, gridò:

— Ti permettiamo di parlare seduto, Pomponnette.

Werkopfen, seduto a poppa della sua barca cominciò con un getto lento e largo di oratore provetto.

— Prima di trattare le questioni importantissime della pace necessaria, del disarmo universale, della lega delle intelligenze pure, della musica pacificatrice, della Santa lentezza e della nostra unica regina: la Bellezza, credo necessario risolvere altri problemi meno importanti ma pieni di insidie e urgenti. Parlo dei problemi del sonno e dell'amore a Capri. La nostra isola sacra è infestata dalle zanzare, cotta da un sole tropicale. Non è assolutamente possibile dormire nè amare sotto una zanzariera.

Cohn, detto Frou-frou, magro e sbilenco, con grossi occhi bleu miopissimi e poveri peli biondicci qua e là disse con voce di capretto:

— Pomponnette non può dormire sotto una zanzariera perchè ha un'amante troppo grassa.

— Taci, spudorato... gridò Pietrachiara. — Frou-frou è un invidioso. Non sa che fare interpellanze.

Pomponnette riprese:

— Bisogna dunque che la graziosa assemblea liberi l'isola dell'amore dalle zanzare e dal caldo eccessivo. Non dimentichiamo le mosche, troppo feconde, porcaccione e interventiste. Dopo una giornata passata sotto le mazze accanite di quell'implacabile bruto che si chiama il sole, le zanzare vengono a guastarci coi loro violini scordati le molli carezze della luna.

— Ce sont les arbres qui attirent les mouches et les moustiques. Il faudrait raser toute l'île de Capri.

— Ton discours a déjà rasé tout le monde!....

— Taci, insolente!

— Propongo di piantare a Capri dei colossali ventilatori per aerare le notti afose d'estate. Nominiamo una commissione tecnica che discuta e deliberi in proposito.

— Assurdo. Le macchine vanno abolite! domando la parola! — gridò Pietrachiara.

No! Si! No! Silenzio! Frastuono infernale. Intervenne De Ritten che diede la parola a Pietrachiara.

— Ben lungi dall'approvare la proposta di Werkopfen Pomponnette, io invito l'assemblea a infliggergli un voto di biasimo.

La sua proposta è schifosamente rivoluzionaria e futurista. Non vogliamo nulla di moderno! Nulla che sappia di carbone, di olio grasso e di benzina!

— Bravoooo!....

— Noi dobbiamo bandire una crociata contro la luce elettrica e contro la velocità dei treni. Abbasso le biciclette, le motociclette e gli automobili che deformano la divina bellezza degli uomini. In quanto al perfezionamento e raffinamento delle notti di Capri vi comunico una mia idea che credo geniale. Organizziamo dei grandi concerti notturni all'aria aperta. Il divino Toscanini prenderà senza dubbio questa nobile iniziativa.

Bisogna formare tre grandi orchestre complete che, nascoste nelle vigne verdi e folte di Capri, sotto la strada di Anacapri e della Marina Grande, culleranno morbidamente i nostri corpi illanguiditi dal sonno.

Si potrebbe variando ogni notte di sonata o di sinfonia eseguire tutta la musica dell'immortale Beethoven e del sovrumano Bach.

Ma date le questioni urgentissime di politica internazionale che dobbiamo risolvere, domando alla graziosa assemblea di rimandare alla prossima seduta questo grande problema delle notti musicali.

Propongo di mandare oggi dei telegrammi di fervida solidarietà ai nostri illustri amici Romain Rolland, Benedetto Croce, Giacomo Boni e Toscanini.

— Bene! Bene! Bene! Approvatooo all'unanimità!

— (continuando) credo doveroso e opportuno affidarne la compilazione al nostro caro presidente la cui squisita verve poetica è sempre ispirata.

De Ritten si alza e ravviandosi indolentemente i capelli biondi colle lunghe dita affusolate detta con voce lirica:

a ROMAIN ROLLAND

A voi che sapete pesare filosoficamente sullo stomaco avariato dei nostri contemporanei coi vostri poderosi romanzi pietre miliari del lungo cammino dei secoli. Osanna!

— Beneeeeee!

firmato: Il Congresso Rosa

22 Agosto dalla Grotta Azzurra.

a BENEDETTO CROCE

Al filosofo tanto alto che non ha visto la Conflagrazione Universale Floreat!

— Beneeeeee!

firmato: Il Congresso Rosa

22 Agosto dalla Grotta Azzurra.

a GIACOMO BONI

A voi che dimenticando il nefando carnaio dissotterrate il delizioso passato che dell'odioso presente ci consola. Ave!

— Beneeeeee!

firmato: Il Congresso Rosa

22 Agosto dalla Grotta Azzurra.

ad ARTURO TOSCANINI

Al Divino Arpeggiatore dei nostri nervi delicatissimi che spasimano con lui. Salve!

— Beneeeee! Bravoooooo!

Tutti i congressisti bagnanti applaudono anguillando rossi, azzurri, viola. La Grotta Azzurra sembra un vivaio di pesci frenetici.

Dissonanza futurista: l'uniforme grigioverde di Marinetti colla bombarda d'oro sgargiante al braccio urla schiantando l'atmosfera molle umida e vigliacca.

Intanto Cohn sporgendosi dalla sua barca che urtava quella di Pietrachiara belava inacidendo la sua ridicola vocetta caprina:

— La paroola! Domando la paroola! Perchè non mi dànno la paroola! Che brutti schiamazzi! Non c'è ordine in questa assemblea! Tutti urlano con delle vociacce! Nessuno mi ascolta!

La gioia di Pietrachiara divenne frenetica. Batteva i piedi e le mani, si dimenava urlando con la sua voce acutissima, con le mani a portavoce:

— Siii! Date la parola a Cohooon! Cohn Frou-Frou vuol parlaaaare! Silenzioooo!

Ladolce, mollemente sdraiato, con indolenza regale, cercava di trattenere Pietrachiara, dicendogli:

— Via, non insistere! Perchè lo incoraggi a parlare, se non sa parlare? Ci farà perder tempo e dirà delle sciocchezze.

— Precisamente per questo lo incoraggio a parlare! Perchè è un cretinooo! Ci dirà tante sciocchezze! Che gioia! Sarà lo zimbello di tutta l'assemblea!

Cohn Frou-frou parlò:

— Propongo di scegliere Taormina invece di Capri per la prossima assemblea! Il teatro greco di Taormina!

— Nooo! Nooo! Nooo! Che stupidaggine! Che cretino!

— Non è cretino! È interessato! L'ebreaccio! Cohn Frou-frou è azionista degli alberghi di Taormina! Abbasso Cohn-Frou-frou!

Intervenne il Presidente De Ritten:

— Credo opportuno metter da parte tutte le graziose questioni e i piccoli problemucci che la vezzosa assemblea ha, più che sfiorato, già sufficientemente accarezzato. So il ribrezzo e la nausea che assale ognuno di noi quando si parla dell'odiata guerra, dell'infame popolaccio interventista! Ma, turandoci le nari, dobbiamo entrare nella cloaca della conflagrazione perchè le nostre autorevoli e sottili intelligenze trovino e impongano finalmente una pace pulita ai popoli che diguazzano in tanta sporcizia sanguinosa.

Il mio adorato amico Ricard domanda per mio tramite all'assemblea il piacere di esporre un onorabile programma di disarmo antifemminile, antimoderno, per il trionfo definitivo dei nostri sessi soavissimi. Prego l'assemblea di ascoltarlo in silenzio e di passare poi senz'altro al voto. Vi prevengo, amici carissimi, che approvo incondizionatamente le idee del mio adorato amico Ricard.

Tutti approvarono, eccettuato Pietrachiara che disse:

— Veramente Ricard non mi pare il più indicato, avrei preferito Markoff!

— No. No. Mia cara Pietrachiara, credimi, hai torto: se insisti vuol dire che non mi vuoi proprio bene! Già, l'ho notato, da qualche tempo tu non mi vuoi più bene!

— Oh! mio caro De Ritten, come puoi dirlo? — rispose Pietrachiara — come puoi pensarlo? Io sono il tuo amico fedele. Sono con te. Tutto ciò che fai è ben fatto.

Poi, acutizzando subito la sua voce:

— Parli Ricard! La parola a Ricard! Silenzio! Sarà un bellissimo discorso!

Sciacquio. Flic-flac. Tonfi di remi. Vibrazione intensissima di riflessi azzurri. Tutti i congressisti tacquero seduti, attenti, composti nelle barche. Ricard si alzò: faccia tonda, occhi azzurri teneri, bocca d'angioletto, languido, grassoccio, piccolo in maglia viola, braccia femminili benedicenti e vescovili, mani grassoccie, tornite, che molleggiano, accarezzano e ricadono sotto il peso degli anelli. Ladolce, prolissamente sdraiato, come una ninfa alla fontana, lo fissava attraverso l'occhialetto d'oro nel silenzio generale.

IL GRANDE DISCORSO POLITICO
VIII.

Ricard cominciò a parlare con voce di tenore di grazia e lievi scatti in falsetto:

— In verità l'attenzione religiosa con la quale volete onorarmi mi fa tremare sino nei precordi. La simpatia amorevole che mi largite, amici carissimi, turba il mio spirito, pur accendendo di gratitudine il mio cuore. Se il tempo estasiato dalla vostra grazia potesse fermarsi per godere con noi quest'ora di fraterna delizia e di piena solidarietà, io mi risparmierei una grave e angosciosa responsabilità e vi eviterei la dolorosa delusione che le mie povere parole infliggeranno fatalmente alle vostre orecchie degne di miglior fortuna.

Se io fossi il puro e sublime oratore che voi meritate, comincerei col fare l'elogio dei singoli congressisti, anime elette in corpi eletti dalle forme cesellate che meravigliano la luce. Ma il tempo non si ferma, ahimè! e il rombo fastidioso della benchè lontana troppo vicina lurida guerra, costringe il mio spirito nelle tristi contingenze della logica e della praticità che io abborro.

Io che ho sempre amato le fluttuanti indecisioni, il si e il no flebilmente mescolati, la nebbia grigioperla dei mezzi rifiuti e degli abbandoni spasmodicamente frenati, io che ho sempre amato sfiorare senza toccare, persuadere senza sconvolgere, accarezzare senza mai penetrare, girare attorno attorno senza mai cercare il pericoloso centro, parlar sottovoce e consigliare a metà, sono nella triste e angosciosa necessità di proporre una soluzione definitiva, energica, dura!

Oh! parole amare! oh! espressioni ributtanti che snobilitano e insudiciano fatalmente la nostra psiche ultrasensibile! Come potremo lavarci?! Come potrò lavarmi da cotale insozzante praticità e brutalità volgare?! Compiangetevi! I tempi nostri son fangosi!

In verità, permettetemi di rivolgere a tutta l'assemblea, me compreso, un acerbissimo rimprovero. Noi non abbiamo prevenuta la guerra, non abbiamo saputo impedirla. Se avessimo quattro anni fa morbidamente protestato contro i preparativi guerreschi della cattiva Germania e di quella brutta Austria, non saremmo oggi così malconci ed insozzati.

Bisognava languidamente parlare al nostro beneamato amico il Kaiser, scrivere una dolce lettera a Von Moltke. Consigliarli, persuaderli, ricondurli nel cammino dei sani proponimenti. Fu grave imprudenza la nostra, forse irreparabile!

Ma l'ora delle rampogne è ormai passata. Convien decidersi, concludere, agire. Noi siamo gli unici che possano salvare l'umanità!

Oh! quanto ridicole sono le piccole nazioni che sanguinosamente si disputano il dominio del Mediterraneo! Noi soli dominiamo il sacro voluttuoso e sospirante mare Mediterraneo. Le alte terrazze fiorite di Capri ne sorvegliano il languido sonno d'adolescente, i risvegli e le bizze graziose. Solo le rocce a picco di Capri hanno saputo resistere alla infame conflagrazione.

Capri, languidamente coricata sul mare, con la snella vita flessuosa vellutata di vigne, tutta trasudante un vino delizioso, è l'unica terra paradisiacamente neutrale e internazionale. Capri, calma padrona di tutti i crepuscoli e di tutta la luna del mondo, unica si oppone alle ignobili brutalità della guerra, con le sue squisite penombre disinteressate e i lievissimi veli delle sue nebbie perlacee. A Capri dunque, isola musicale di tutte le nostalgie, isola abitata dal divino Passato immortale, noi fondiamo il Regno Internazionale degli amori eleganti, dei contatti delicati, dei vaporosi approcci, dei raffinati sfioramenti, delle rovine illustri e delle mani curate.

Dall'alto di Capri noi gitteremo le nostre quadrella contro la brutta guerra e i suoi brutti colori rossi e neri, le sue violenze da satiro, la sua macelleria, le uniformi mal tagliate dalle granate, il suo sudiciume odiato. Ben disse un poeta: “Io faccio di tutto per farmi esonerare, corro i ministeri, è un dovere imboscarsi per noi spiriti eletti! Questa è la guerra dei contadini e della gente volgare. Il fango e il sudiciume mi tolgono ogni patriottismo„.