NELLA NEBBIA NOVELLE


BRUNO SPERANI

NELLA NEBBIA

MILANO
Stabilimento G. Civelli
1889.


[INDICE]


INUTILE!...

10 Febbraio 1880.

Sono partiti, ed io... Oh! io finalmente ho un'ora di pace dopo il continuo da fare di questi giorni. Nell'abbracciarmi mio figlio mi ha detto: E tu mamma, riposati che ne hai bisogno!...

Raggiante era, lui! Ho dovuto ritornare con la memoria ai tempi della sua fanciullezza, allorchè lo portavo con me in vacanza, per trovare un riscontro alla gioia che gl'illuminava il volto questa mattina. E ancora, nel confronto, la gioia del fanciullo non mi pareva che una pallida immagine della suprema felicità dell'uomo.

Povere madri! Quando noi diamo tutto, che poca cosa riceviamo in ricambio!

Egli l'adora la sua Sofia. E tutto quello che io ho fatto per allontanarlo da lei, non ha servito che a rendergliela più cara.

E lei... quella bionda ardente, quella creatura dagli istinti così diversi dai nostri, dimenticherà essa che io ho voluto rapirle la sua felicità?... Avrà la forza di vincere il suo rancore di donna amante, come io ho vinto le mie ripugnanze?... Sia pure che l'abbia: il solo ricordo delle mie ostilità metterà per tutta la vita un senso di freddo nei rapporti di mio figlio con me. Ci sarà sempre come un intoppo dove una volta era la perfetta omogeneità. E quanto più lo vedrò felice tanto più mi sentirò umiliata davanti a lui per avergli contrastata e ritardata questa felicità.

Il destino è inesorabile. Pazienza. Purchè egli sia veramente felice. Il mio più grande desiderio fu sempre di sacrificarmi a lui, di dare la mia vita per il bene suo. Ma non la vita egli mi domanda: non la vita! Sarebbe troppo poco! Egli mi chiede il sacrificio del mio amore esclusivo, di quel culto appassionato onde l'ho circondato fin dall'infanzia: il sacrificio della nostra santa intimità.

Un'altra ha preso il mio posto ed io sono messa da parte. È orribile.

Eppure, in certi momenti — quando ragiono — io stessa condanno questo mio dolore, e mi sembra di essere una vecchia pazza, una vecchia egoista.

Quello che mi succede è nell'ordine delle cose: è giusto ed io dovevo prevederlo da molti anni.

Coraggio! Devo vergognarmi della mia debolezza... poichè è veramente una debolezza. Devo dominarmi.

Andrò fuori; farò una vita più mossa: cercherò distrazione. Forse non è che affare di nervi, come dice il dottore.

Andrò al collegio a trovare Giannina che mi chiamerà nonna... Oh! se fosse veramente mia nipote!... Se potessi educarla, io, a modo mio!...

Sì, tutto è nell'ordine e quello che mi succede è giusto. Ma non era bisogno che mio figlio sposasse appunto una vedova! Con tante belle fanciulle che ci sono — e nessuna l'avrebbe rifiutato, poichè il mio Ernesto è tale uomo che ogni fanciulla sarebbe stata orgogliosa di sposarlo — con tante fanciulle, la Giulia Indelli per esempio, la Maria Trabanti che ho veduto nascere... doveva essere una vedova a portarmelo via!.. Una vedova con una figliuola...

Una bella figliuola, bisogna dire la verità, un amore di bimba... Ma sempre figliuola di un altro!... e già dotata di un caratterino deciso, che sarà utile a lei nella vita, non nego, ma che la rende fin d'ora una creatura assai difficile da maneggiare...

Fortuna che non vengono a stare con me. Non sarei forse capace di vincermi tutti i giorni e potrei dare qualche dispiacere al mio Ernesto.

················

10 Marzo 1880.

Ernesto mi ha scritto oggi una buona lettera annunziandomi il suo ritorno.

Anche Sofia mi ha scritto.

Pare veramente una buona creatura: affettuosa, espansiva. Non ha rancori. Il mio Ernesto mi vuol sempre tanto bene. Ella non cerca di allontanarlo da me.

Forse sono stata un po' ingiusta.

Giannina fu carissima ieri.

Ha ingegno anche lei...

1 Giugno 1880.

Sono ingiusta del tutto: egoista... cattiva!... Ma non ne posso più. Soffro come non ho mai sofferto.

I dolori passati si risvegliano e si acuiscono in questo nuovo dolore. Li risento tutti. Tutta la mia vita si ripresenta al mio spirito come un quadro desolante. Le angoscie, i rimpianti, i rancori, che l'amore materno aveva soffocati, insorgono repente, e mi pungono e mi mordono.

Che vita monotona è stata la mia!... Perchè ho vissuto?...

I miei anni sono passati con una sola gioia: mio figlio. Mio marito può vantarsi di non avermi dato alcun serio dispiacere; ma neppure alcuna gioia! La nostra unione è stata arida e fredda, con un solo fiore, un solo profumo, una sola luce: Ernesto. Se il mio cuore non ha ceduto alle tentazioni dell'amore, se sono stata una moglie fedele, egli deve ringraziare suo figlio.... e la delusione che aveva agghiacciato il mio cuore prima del matrimonio.

L'ho veduto l'altro giorno, quel povero Anselmo! Mi ha fatto pietà. Anche quel rancore è morto. Ma lei, lei... che vipera! Sempre la stessa... È forse così che bisogna essere per vincere nella vita?... Per attaccarci un uomo e disporre di lui come di un fanciullo?... E di che uomo! Un uomo intelligente, bello, geniale!... Anselmo aveva tutto per essere felice...

Come si sarebbe stati, bene insieme!

Non ha che cinquant'anni appena compiti. Soli cinque più di me. E li porta bene. Mentre Antonio ne ha sessant'otto, e li porta male... oh! malissimo, davvero!

Mah! fui io a volerlo.

Dopo il disinganno che mi aveva dato Anselmo non volevo saperne di un giovine. Antonio del resto era un bell'uomo allora... simpaticissimo. Me lo ricordo bene.

I suoi quarant'anni non gli davano altro che un'aria di serietà dignitosa ed amabile.

Quando mi faceva un complimento, ero superba di quel complimento. Nel mio ambiente borghese passava per un genio. Io, già, ero, prima di tutto, una sciocchina; non capivo niente, e tutto quello che si diceva intorno a me dalle sciocche mie pari mi pareva vangelo.

Del resto, se non avessi avuto un figliuolo come Ernesto, certe cose non le avrei capite mai. Ernesto, sì, è un vero ingegno; un ingegno di prim'ordine: un vero uomo superiore. È lui che ha fatto la mia educazione — l'educazione di una donna nel nostro mondo è quasi sempre da rifare — fu lui che mi ha insegnato a capire, a pensare.

Da principio, certe volte, mi urtava, mi feriva, col suo disprezzo per tante cose che io credevo intangibili. Ma poi, che luce!... E che piacere di essere salita con lui a quelle altezze!

Grazie all'intimità in cui si viveva, egli mi diceva tutto; i problemi che turbavano il suo spirito; le scoperte che lo entusiasmavano. Se non capivo subito, andava in collera. Ma subito dopo si metteva a spiegare con pazienza angelica. E diceva che ciò gli era utile, perchè, spiegando quelle difficoltà a me e dovendosi servire di parole semplici e chiare, le capiva meglio egli stesso.

Che bei giorni abbiamo passati così, che begli anni!...

Sventuratamente, man mano che il figlio saliva e mi portava in alto con sè, il padre scendeva, scendeva, e spariva dal mio orizzonte come un astro che tramonta. Oh! se avessi saputo quale triste avvenire, quale gelida solitudine mi apparecchiavo!... Dacchè Ernesto ha conosciuto Sofia, è toccato a me il discendere.

Se mio marito ha sofferto del mio distacco, può consolarsene ora: suo figlio l'ha vendicato.

Quanto ho sofferto! Quanto soffro... Sofia ha una cultura quasi maschile: una intelligenza limpida; un'indole nervosa, a scatti; una mente solida di pensatrice.

È merito suo, ma anche dell'ambiente in cui è vissuta: degli studi che ha fatti.

Se fossi stata educata anch'io liberamente, e istruita come lei fin dall'infanzia...

Oh! i se non contano! Le supposizioni che non si possono verificare non hanno valore.

La realtà sola conta nella vita: quello che è, non quello che sarebbe stato. E la realtà è che, dato un uomo come Ernesto, Sofia è forse la sola donna che potesse renderlo felice.

Ed io sono disperata perchè mio figlio è felice?...

Oh! no!... Non è vero!

La sua felicità è stata sempre l'unica meta de' miei desideri.

Purchè duri però... purchè quella donna superiore sappia, poi, essere una brava donna di casa, una buona moglie: purchè non lo tormenti con le sue saccenterie e le sue esigenze. Purchè il mio povero figliuolo, tanto buono, non si trovi schiacciato dal carattere fiero e maschio della moglie e dai capricci della figliastra!

················

30 Giugno 1880.

Io non ho più nulla: nulla da fare nel mondo. La mia parte di creatura utile è finita. Come moglie... Se mio marito fosse solo, se io fossi morta, andrebbe a stare con loro, e starebbe meglio. Due uomini possono sempre vivere in una casa con una donna sola: due donne portano la discordia, o si consumano secretamente.

Come madre... La verità cruda è che sono un impiccio, un terzo incomodo. Non accuso nessuno: Sofia è buona; Ernesto mi vuol bene. Ma la vita di mio figlio non fa più parte della mia: si svolge e si appaga lontano da me. Di me non ha più bisogno. E se io non gli nascondo tutto quello che soffro, non sarò per lui che una causa di tormento e di affanno.

Sono inutile e sto forse per diventare dannosa....

················

15 Settembre 1880.

Mi sono voluta privare anche di questo sfogo dello scrivere le mie lamentazioni. Forse è uno sfogo morboso.

Ma oggi ci ricasco. Non posso chiudermi tutto dentro. Questo scarabocchiare che faccio, mi dà l'illusione di parlare con qualcheduno. Ritorno bambina... Fossi almeno tanto vecchia da rimbambire davvero!... Ho paura di me stessa e ho bisogno d'ingannarmi.

Oggi sono stata sul punto di raccontare tutte le mie miserie a un estraneo... Peggio che a un estraneo, a lui, a Anselmo!

C'incontriamo un po' spesso, mi pare. Mi cercherebbe forse?... Non credo. Io già vado in volta per le strade come un'anima in pena. Ho l'irrequietudine addosso.

Oggi ero uscita con l'idea di fare qualche visita. Poi mi è passata la voglia di entrare in una casa, per ritrovarvi la solita gente, le solite faccie e i soliti sorrisi stereotipati: per fare i soliti discorsi... e sentirmi dire, per esempio, dalla Nina Gaggioli — che non ha mai capito niente —

— Sei stata furba tu a non volere la nuora in casa; diventi sempre più giovine!... — e altre simili baggianate.

Così, non sentendomi la forza di affrontare le noie di un salotto, sono andata su e giù per le strade, sempre a piedi, col bisogno di stancarmi.

In via Montebello ho incontrato Anselmo. Credo che giri anche lui come me per disperazione. Mi ha salutata e abbiamo scambiate alcune parole.

Quasi senza accorgerci abbiamo continuato a camminare insieme, e, a poco a poco, non so più come, lui mi ha raccontato la sua grande miseria. È proprio vero quello che mi avevano detto: sua moglie è rimasta una villana. Lo tormenta e lo disonora... e lui tace. Tace perchè ha paura dello scandalo e paura dei parenti di lei, vere canaglie che son sempre là a spillargli i quattrini e pronti a minacciarlo. Proprio come quando gliel'hanno fatta sposare. Ma lui non sa che io conosco la vera storia: me ne sono accorta dai suoi discorsi.

Crede che io sia rimasta alla vecchia versione: la testardaggine di mio padre. Oh! non l'ho mai creduta quella fandonia. Mio padre non avrebbe mandato a monte il nostro matrimonio, senza un grave motivo. Mi ricordo ancora come era triste, povero babbo!... La colpa è stata tutta di Anselmo... o del destino. Se ci avessero maritati subito, forse non succedeva. Ma io non avevo che sedici anni ed ero una vera bambina.

Il mio amore era tutto sogni e poesia. E Anselmo che studiava pittura passava il tempo, troppo lungo, con una modellina bionda...

Una sera, mentre usciva di casa mia, col cuore ebbro d'amore e il cervello pieno di fantasie celestiali — come diceva lui — due manigoldi l'assalirono, intimandogli di sposare la loro sorella disonorata, altrimenti... gli avrebbero messo «i busecch al coll». Ed erano faccie da tener la promessa.

Lui ebbe paura... miserabile paura!

Un vigliacco, in fondo. Non sarei stata felice, no, neppure con lui.

Meglio Antonio; almeno è un gentiluomo! Antonio sarebbe morto piuttosto che avvilirsi a quel punto. Povero uomo! Se fossi come lui, se potessi sprofondarmi nell'egoismo senile, contenta di vegetare tranquillamente, ci si potrebbe ancora intendere. Ma non è possibile. Questi ventitrè anni che corrono tra lui e me ci hanno separati tutta la vita; e io non potrò varcarli mai tutti di un colpo!

È desolante. Viviamo insieme e non siamo che due solitari che s'incontrano a ore fisse, senza uscire dalla reciproca solitudine. Colui che riempiva talvolta l'immenso vuoto ha altro da fare ora!....

················

3 Gennaio 1881.

Abbiamo cominciato l'anno insieme nella villa di Sofia, sul lago. Una bella villa. Abbiamo avuto un tempo incantevole, una giornata primaverile, senza quel non so che di snervante per cui non ho mai amata la primavera. Il bel sole invernale dorava i monti; e l'acqua azzurra e tersa prendeva dei toni caldi, dei riflessi di porpora.

I miei compagni godevano, erano felici tutti; dalla instancabile Giannina che s'arrampicava da per tutto, a quell'apata di Antonio che si crogiolava beatamente al sole.

Io sola mettevo un'ombra nel quadro. Mi ero promessa di essere allegra; di godere quella bella giornata con la mia famigliuola. Inutile.

Il mio viso si oscurava involontariamente, e non riescivo a frenare certi scatti di nervi.

Ernesto cercava di distrarmi: era buono, carezzoso. Oh! egli la sa fare bene la carità a sua madre! Ma è sempre una limosina di affetto che non basta a saziare il mio cuore.

Sono esigente, ma non posso cambiarmi.

Giannina è stata insopportabile, e tanto Sofia che Ernesto erano in continua ammirazione delle sue gesta.

Come sono pazienti gli uomini quando l'amore li domina! Io però non sono stata amata così, mai mai. Oh! ma vi sono forse al mondo uomini capaci di amare come mio figlio?!...

················

30 Gennaio 1881.

Antonio è ammalato. Molto ammalato.

Quanto ho pianto oggi!...

L'amavo dunque ancora un poco? Povero vecchio!... Mi ha chiamata accanto a sè, e mi ha dette certe cose... Mi ha commossa, mi ha sconvolta.

Chi avrebbe creduto ch'egli leggesse così bene in fondo al mio cuore?

Mi ha chiesto perdono di avere vissuto troppo, di non avermi lasciato un po' di giovinezza libera di consacrare ad un uomo più adattato a me... ad un uomo che potesse darmi ancora un po' di vita, un po' di amore.

Io protestai singhiozzando. Sentivo dentro di me uno struggimento, una tenerezza, che forse non ho mai provato per lui, povero Antonio!...

Accarezzandomi con quel fare paterno, che gli è sempre stato famigliare, egli prese a dirmi:

— Sei sempre bella, sai. Potresti amare ancora, e, quello che importa, essere amata!...

E siccome io lo scongiuravo di smettere, di non dirle quelle cose, egli concluse sorridendo:

— Oh! lo so, lo so, sei troppo virtuosa, troppo saggia... È una disgrazia!

Finalmente si assopì.

Io mi chinai su lui e lo baciai sulla fronte.

Il medico dice che durerà un pezzo. Dio voglia! Io non mi stancherò di assisterlo.

················

26 Luglio 1881.

È morto! Finito anche lui.

Siamo stati ai funerali: l'abbiamo visto cremare... Non c'è più. L'essere vivo, che pensava, parlava, soffriva, amava, non è più che una cosa informe: un mucchio di cenere ed ossa. E tiene così poco posto!

Io non mi sono mossa da quella terribile sala. Quattro ore di seguito. E allorchè l'hanno tolto dal forno per deporlo nell'urna, e le ossa biancheggianti si scomposero..

Oh! l'atroce spettacolo!... Eppure, io sono stata a guardare con gli occhi asciutti, mentre Ernesto e Sofia lagrimavano.

Un pensiero fisso dominava la mia angoscia e il terrore. Quando toccherà a me, quando?... Questo solo pensavo.

Ora sono più inutile che mai. In questi ultimi mesi ho creduto di rivivere: avevo lui da assistere, da vegliare. Mi sentivo necessaria. Ora è finita. La mia inutilità è più manifesta che mai, e il suo peso mi schiaccia.

VECCHIONI INCREDULI.

Una diecina circa di grandi piante ricche di frondi sorgevano nel vasto cortile, mitigando l'arsura e l'intenso calore che le pietre esalavano dopo una lunga giornata di sole.

A due, a tre, a frotte, i vecchioni scaturivano dal fondo del portico che si apriva sul cortile con grandi arcate a tutto sesto.

Venivano, le donne da una parte, coi grembiali bianchi, le pezzuole bianche incrociate sul petto; gli uomini dall'altra, colle loro giubbe a coda di rondine e i berrettini a visiera.

Chi strascicava i piedi, chi tossiva, chi pareva piegato in due, chi si teneva rigido, intirizzito per non perdere l'equilibrio.

Qua e là alcune figure svelte, robuste, non domate dagli anni, nè dalle sventure, uomini imponenti, di aspetto nobile, dall'espressione concentrata, come rinchiusi in un pensiero, nella contemplazione di una imagine interna, lontana, vivi materialmente, e già fuori della vita con tutta l'anima, — solitari in mezzo alla folla dei rimbambiti, dei burloni, degli egoisti raffinati o grossolani, degli indifferenti, degli ebeti....

Le donne parevano assai più uniformi, come se la vecchiaia scendesse più livellatrice sulle femmine, forse per la vita meno variata, più chiusa, meno soggetta a grandi travolgimenti: tra esse non si vedeva quasi nessuna figura eccezionale: tutte piccolette, come raggricchiate, secche, umili.

Era l'ora della passeggiata dopo l'ultimo pasto.

Venivano a prendere una boccata d'aria, passeggiando sotto alle piante, o seduti sulle panchette: avevano mangiato e bevuto ed erano nel miglior momento della loro giornata. Anche la stagione li aiutava.

Chi aveva ancora un po' di sangue e di midollo, si sentiva come un barlume di gioventù. Le vecchie amicizie rinverdivano, qualche simpatia si manifestava, con certe timidezze inconscie, certe squisitezze, a cui non avevano forse mai pensato da giovani.

Si scambiavano dei piccoli doni: il tabacco da naso e da fumare, le pastiglie per la tosse, le frutta e i dolci che ricevevano in dono dai parenti o da qualche amico di fuori.

Certe povere donne, avvezze a bere acqua tutta la vita, tiravano fuori una bottiglietta in cui avevano messo il loro bicchier di vino e la porgevano al loro miglior amico.

Una di queste, una veccchiettina sottile, dai folti capelli tutti bianchi, dal viso affilato e gli occhi dolci — una di quelle faccie che fanno pensare a certe povere caprette malate e spaurite — traversò lentamente il portico e la corte per avvicinarsi ad un uomo che sedeva appartato sur un panchettino addossato ad un tronco. Era anche lui un vecchio asciutto, malaticcio, ma alto, dalla ossatura forte e ben proporzionata; e negli occhi e nelle linee della bocca aveva una espressione di intelligenza e di tenacità.

Un'aria di superiorità inconsapevole traspariva da tutta la sua persona.

— Come va, Sandro, oggi? Poco bene mi pare, eh?...

C'era in questa voce di donna vecchia una gran soggezione, appena mitigata da una espressione di umile affetto, e una gran dolcezza.

Egli non rispose subito. Senza togliersi la pipa di bocca masticò una bestemmia.

— Sempre questa maledetta ferita che si rifà viva!

Ella sospirò. Lentamente cavò dalla borsa che aveva infilata nel braccio una piccola bottiglia piena di vino.

— C'è anche quello del desinare — disse con un sorriso.

Egli prese vivamente la bottiglia e tracannò il vino, mentre la vecchia lo guardava con manifesta soddisfazione.

L'uomo, quand'ebbe bevuto, rese la bottiglia e si rimise a fumare rispondendo per monosillabi alle domande che lei andava facendogli senza inquietarsi di quel contegno, nè aversi a male delle tronche risposte.

Era quello il fare del suo uomo nei giorni torbidi, dopo le tante disgrazie, le persecuzioni, la morte dell'unico figlio, portatogli via da una palla austriaca; la brutta miseria, i malanni!...

Erano anche stati separati un bel po' di tempo, ma non per mal volere, tutt'altro! Non avevano casa, non avevano roba; lei era a padrone; lui campava facendo dei piccoli servigi... come dovevano fare a stare insieme?...

Finalmente, quand'era piaciuto a Dio, si erano ritrovati in quella «casa grande» dei poveri vecchi, e rivivevano in pace, come quarantotto anni addietro, quando il suo Sandro l'aveva sposata, con tutto che lui fosse un signore — il signor maestro comunale di Limito — e lei una povera contadina... niente brutta per altro!...

Ella raccontava queste cose alle sue compagne, ridendo e sospirando, con una sorta di ironia intenerita, propria di certe vecchiette.

E le compagne che l'ascoltavano con piacere, le dicevano allegramente di badar a campare ancora quei due anni, che le avrebbero fatto una gran festa per le sue nozze d'oro.

— Due anni!...

Le parevano molto lunghi due anni: impossibile che loro campassero tanto tempo ancora... E il viso affilato di capretta malata si faceva più pallido.

Alessandro Fantini, ex-maestro di scuola, ex-garibaldino, ex-impiegato in una pubblica amministrazione, era sempre stato un uomo di carattere ruvido, buon patriota e libero pensatore, un po' troppo franco per i tempi che correvano. Queste erano le cause delle persecuzioni a cui alludeva sua moglie.

Avvenuta la liberazione, partiti gli stranieri, egli si era creduto a posto. Nel regno della libertà e della giustizia, i galantuomini e i liberi pensatori dovevano, secondo lui, trovarsi finalmente in casa propria.

Per disgrazia, queste sue speranze erano state deluse; e i suoi modi ruvidi e la troppa franchezza nel manifestar le sue idee troppo radicali, avevano cooperato a suo danno.

Da qui l'amarezza incurabile del suo carattere, da qui il bisogno irresistibile di diffondere le sue idee pessimiste e ribelli da per tutto, a costo di tutto: una sorta di manìa, che gli aveva cagionato sempre nuovi tormenti.

***

Nell'ospizio Trivulzio, Sandro Fantini aveva, oltre che la moglie, un amico intimo, un correligionario dal quale era amato e venerato come un profeta, e sebbene costui non fosse altro che un povero vecchio marionettista, battezzato col nomignolo di «Gerolamo» perchè aveva sempre fatto parlare la maschera di questo nome, il garibaldino lo teneva in gran conto.

Erano sempre insieme e esercitavano una certa autorità nel gruppo dei loro amici e aderenti.

«Gerolamo» però era molto più allegro, molto più amabile e non disdegnava di interrompere le dispute filosofiche per divertire la brigata.

In quelle serate tiepide, i vecchioni si mettevano spesso a sedere in semicerchio, le donne nel centro, gli uomini dalle parti, e chiamavano «Gerolamo» perchè li facesse un po' stare allegri.

Se «Gerolamo» tardava, si mettevano a batter le mani e a pestare i piedi come qualunque pubblico civile.

Allora il bravo piemontese, che era ancora un uomo robusto con un faccione rosso e le spalle larghe, si lasciava condurre sotto all'albero più alto e centrale — il suo palcoscenico — e cominciava la recita.

Senonchè invecchiando «Gerolamo» era diventato sentimentale — strana metamorfosi — e invece delle farse nelle quali la sua maschera nazionale aveva avuto tanto successo sulle fiere e nei teatrini per fanciulli, egli si ostinava a recitare squarci lirici della Francesca da Rimini, e di altre tragedie del tempo romantico.

Forse anche lui aveva passata la vita facendo un mestiere che non era di suo genio, applaudito in un arte che disprezzava: condannato a far parlare le marionette divertendo i ragazzi e il popolo, mentre si sentiva capace di recitare come un Modena, commovendo fino alle lagrime le persone più intelligenti. Ora se ne vendicava come poteva.

Disgraziatamente, il suo uditorio composto di mezzi sordi e di sordi affatto, gustava poco la lirica, e contentandosi di afferrare la mimica del declamatore, rideva e si divertiva come se avesse dette le cose più buffe.

Ad ogni fine di atto «Gerolamo» gridava al macchinista immaginario: «Giù la tela» e a questo segnale le donne, sempre espansive, sempre giovani per chi sa divertirle, applaudivano a tutto spiano.

Alla fine però nessuno poteva trattenerle dal gridare insieme agli uomini:

— La farsa! «Gerolamo», vogliamo la farsa!

— Peccato che sono sordi e che non intendono i versi! — diceva il marionettista all'amico suo più intimo nei momenti di suprema confidenza. — Quanto al talento dell'artista lo sanno apprezzare meglio di tanti!...

— Hanno voglia di ridere — rispondeva l'amico sottolineando la frase con sottile ironia.

Finita la rappresentazione, mentre la maggioranza dei vecchi in buona salute recitava il rosario, o l'ufficio dei morti, se vi era un morto nel deposito; i due amici passeggiavano insieme o sedevano l'uno accanto all'altro, discorrendo delle cose passate, dei rancori passati, non dimenticati mai.

Il caustico Alessandro parlava quasi sempre lui; e rinvangando le ingiustizie, le vigliaccherie, ritornava con accanimento sui fatti più dolorosi della sua dolorosa esistenza.

Egli stesso non sapeva dire come fosse vissuto negli ultimi anni prima di entrare nell'ospizio.

Dopo la morte del suo figliuolo, caduto in uno degli ultimi scontri del quarantanove, aveva cercato di andare in Piemonte, ma non gli era mai riescito. Aveva passati vent'anni, non sapeva come; sicuro soltanto che erano stati anni di angoscie e di tormento, di fame e di malattie. Tre volte era stato all'ospedale, una volta in punto di morte — e se non si confessava non gli davano da mangiare, e lui aveva detto al prete: «Sa, mi confesso per questo, ma io non credo niente!»

— Quattro volte in prigione, senza che si potesse capire perchè!....

Poi era venuto finalmente il gran giorno, il giorno della redenzione, e lui era partito un'altra volta coi volontari, e la sua gioia era stata così grande che per poco non diventava spiritualista — sì, perchè gli pareva impossibile, ovvero gli faceva troppo male a pensare che il suo povero figliuolo, morto per la patria, a diciott'anni, un amore di figliuolo, non dovesse saper nulla, non dovesse goder nulla di quel trionfo, di quella gioia suprema!...

Più tardi, si era dato del pazzo, dell'asino. Si era accorto che i preti comandavano sempre, che quelli che erano stati amici degli austriaci venivano accarezzati, trattati con riguardo, mentre i poveri diavoli come lui, che avevano dato il proprio sangue per la libertà, erano dimenticati, anche disprezzati, come lui!...

Quando Alessandro Fantini si lasciava trascinare a questo punto, dai suoi ricordi, finiva sempre col levare dall'interno dell'abito, dove lo teneva posato sul cuore, un lembo di giacchetta forato da una palla austriaca.

E lo baciava e i suoi occhi si empivano di lagrime. La vecchia madre piangeva, e le altre donne presenti domandavano il permesso di baciare anch'esse quella reliquia — la reliquia del libero pensatore.

Ma Sandro s'inteneriva di rado; il suo carattere lo portava a ribellarsi contro ogni manifestazione di debolezza. Di solito imprecava agli ipocriti, ai vili e faceva la propaganda delle sue idee, con l'impeto e l'energia di un giovane apostolo.

Nemmeno a quell'ultima tappa — come egli chiamava il pio albergo — il suo spirito voleva darsi vinto.

I compagni burloni lo chiamavano l'Anticristo, ma gli volevano bene.

Chi non gli voleva bene certo era il rettore — in quegli anni c'era ancora un rettore spirituale nella vecchia casa di ricovero — e questo rettore — dicono le cronache — era prete un po' ficcanaso e non molto rispettabile, ma molto portato a fare il tiranno. I vecchi in massa non lo vedevano di buon occhio e spesso si intrattenevano delle marachelle di don Tinazza; ma in tali occasioni abbassavano la voce e i sordi erano esclusi dalla conversazione.

Il solo Alessandro osava gridare e proclamare la sua opinione — si sarebbe vergognato di fare come gli altri.

Quand'egli si metteva in mezzo a un crocchio, con la sua figura da ispirato, la testa circondata da un'aureola di capelli bianchi, gli occhi neri, ancora vivi, lampeggianti, la voce penetrante e sonora, pareva veramente un apostolo dei nuovi tempi.

La folla dei sordi, dei rimbambiti, dei burloni, degl'indifferenti, lo guardava con piacere. Essi lo ascoltavano con inconscia ammirazione, i più senza intendere o senza rendersi conto di quello ch'ei diceva.

Scandalezzate, palpitanti, per quella misteriosa e dolce paura che le donne più semplici hanno cara come una carezza d'amore, le vecchie se lo mangiavano con gli occhi e lo amavano.

Ma se la sottana di don Tinazza sventolava in lontano, l'oratore rivoluzionario perdeva immantinente tutto il suo uditorio. Chi non poteva allontanarsi abbastanza presto, fingeva di dormire.

***

Nell'autunno Alessandro cadde malato, e la moglie gli si mise al fianco da una parte, «Gerolamo» dall'altra.

Addio gaie recite sotto agli alberi verdi! Addio buone chiacchierate al sole!

Già coi primi freddi di ottobre molti dei più vecchi se ne erano andati. Nuovi ospiti arrivavano, nuovi balestrati dall'esistenza, in cerca di un ultimo rifugio.

«Gerolamo» non si allontanava mai dal letto dell'amico infermo e l'infermeria era piena di malati spediti, moribondi.

Tossivano, gemevano, rantolavano, infine partivano ad uno ad uno.

I preti stazionavano ora a un letto ora all'altro. E da mattina a sera si sentiva un continuo biascicamento di preghiere latine fatte da bocche senza denti.

— Lo sai, io non voglio il prete — disse un giorno Alessandro all'amico suo.

— Non temere: ci sono io.

La vecchietta che sedeva dall'altra parte tutta tremante, indovinò più che non intese, e non potè frenarsi.

— Sandro! Sandro! per carità!...

Il morente, per uno sforzo energico della sua volontà sollevò la testa e ficcò gli occhi ardenti di febbre in quelli della moglie.

— Sono un uomo io! Un soldato!... Sono libero....

Ricadde spossato.

E il povero viso, sempre più scarno, sempre più affilato, sempre più caprino della infelice vecchia, inondato di lagrime, fu coperto dalle mani tremanti, ingranchite.

Dovette uscire un momento per singhiozzare liberamente.

Quando ritornò, il marito la guardò sorridendo con dolcezza.

— Ti raccomando la nostra reliquia! Quando vedi che dò di volta, prendila tu.... E quando verrà il tuo giorno, e sentirai che non puoi stare in piedi, prima di metterti a letto, bruciala, o falla bruciare, da «Gerolamo»... Ma se lui non ci fosse più non ti fidare di altri.... Potrebbero avere il capriccio di tenerla.... e io non.... voglio che profanino....

Ella promise piangendo....

Poco dopo si presentò il prete.

— Non voglio — disse il malato con voce ferma.

Il prete fece un grand'atto di meraviglia e di collera.

— Delira?... — domandò volgendosi verso il marionettista.

— No, non delira: non vuole il prete, e noi siamo qui perchè la sua volontà sia rispettata.

Il prete guardò la donna.

— E voi che ne dite?...

— È la verità — rispose la misera compiendo l'atto più coraggioso della sua vita.

Il libero pensatore morì tranquillo, pensando al suo figliuolo così giovane, così bello, che lo aveva preceduto da tanti anni.

La moglie e l'amico lavarono il cadavere, e lo accompagnarono nel deposito — uno stanzone sotto il portico, con un gran tavolato appoggiato al muro, pendente in declivio, su cui giganteggiava un gran Crocifisso di legno con la barba di lana, brutto lavoro del Seicento.

Altri cinque vecchioni erano morti nella giornata, e giacevano nudi sul tavolato, coperti a mala pena da vecchie coltri.

L'apostolo ateo fu collocato nel miglior posto.

— Oh! Dio mio! povero il mio Sandro! — esclamò la vecchietta singhiozzando, vinta da superstizioso terrore.

I becchini prepararono le sei casse, strettissime, di rozzo legno....

***

La domenica seguente, alla solita predica dopo l'evangelo, nell'aria fredda e grigia della fine di novembre, mentre i poveri vecchioni stavano tutti intirizziti nei banchi dell'oratorio, mezzi sbalorditi dalle continue morti, dai continui funerali di quella settimana, Don Tinazza si mise a inveire tutto a un tratto, con voce tonante, contro gl'irreligiosi, contro i miscredenti, contro il garibaldino che non aveva voluto saperne de' suoi sermoni.

Da principio nessuno capiva.

La folla dei sordi che nulla sapeva, che nulla intendeva, si guardava intorno sbigottita, interrogando i volti dei vicini.... Gli ebeti sorridevano beatamente divertiti da quel gridìo, da quei gesti concitati come quando «Gerolamo» recitava la Francesca da Rimini, o l'apostolo ateo imprecava alla ingiustizia e alla ipocrisia.

Ma a poco a poco senza sapere, tutti furono vinti da un vago terrore, da un'inquietudine tormentosa. E la vedova sconsolata piangeva, e il suo corpo consunto tremava come tremavano le foglie secche al vento autunnale.

Seduto presso alla porta, guardando fuori nel vuoto, con gli occhi arsi, il marionettista invaso dalla collera stringeva i denti per non scattare.

INTUIZIONI OSCURE.

La carica di maestro di cappella che il Ponchielli aveva nella chiesa di Santa Maria Maggiore a Bergamo, lo chiamava abbastanza spesso in quella città, ed anche, tratto tratto, nei paeselli della provincia. Vi era un organo da collaudare? Un concorso da decidere? Il comune invocava subito l'aiuto del celebre maestro.

Ritornando da quelle gite, egli aveva sempre qualche cosa da raccontare.

Una volta fra l'altre, essendo stato in Albino, credo per giudicare di un organo nuovo messo nella chiesa parrocchiale, egli restò molto impressionato da un suo incontro con quattro donne velate. Era nello studio di un fabbriciere. Le quattro donne sedevano su quattro sedie addossate al muro; mute, immobili, vestite di nero, il capo coperto da fitti veli neri che celavano in parte il viso e scendevano in ricche pieghe lungo la persona.

Ponchielli entrò, fu fatto sedere presso al fabbriciere e la conversazione cominciò, abbastanza animata e diffusa. Durò circa un'ora.

Per tutto quel tempo le quattro donne non si mossero, non alzarono gli occhi, non pronunciarono sillaba; nè mai il fabbriciere si occupò di loro, nè le guardò. Parevano quattro cariatidi; così indifferenti, così morte al mondo, che non valesse la pena di prenderle in considerazione.

Chi erano? Che cosa aspettavano?

Mistero; buio profondo, come i loro abiti, come i loro veli, come i loro visi.

Il maestro non osò interrogare, convinto che nessuno gli avrebbe risposto. E partì, non senza avere ben frugato con gli occhi penetranti quelle quattro sfingi, e portando seco l'immagine incancellabile di quella scena.

Un anno più tardi, poco prima della sua morte, arrivando a Bergamo secondo il solito per una grande solennità religiosa, il maestro seppe che l'amico presso cui albergava in quelle occasioni era casualmente fuori di città.

Egli si preparava a recarsi all'albergo, allorchè un cospicuo fabbriciere di Santa Maria Maggiore gli offrì cortesemente la propria casa, pregandolo di accettare.

Il fabbriciere abitava in Bergamo alta, dalle parti di via Salvecchio, una di quelle antiche case dall'aspetto medioevale, che serrano il cuore al solo vederle.

Era la vigilia della festa.

Fatte alcune visite in Bergamo bassa, due o tre giri sul Sentierone, il maestro salì, verso il tramonto, alla casa del suo ospite.

Ma, fosse l'ora, fossero i nervi, od altre cause fisiologiche o psicologiche, Ponchielli fu impressionato come in nessuna altra occasione, dalla tristezza e dalla desolazione dell'antica città.

Egli saliva malinconicamente quelle vie deserte, ascoltando il rumore dei propri passi, rimbombanti nel silenzio; saliva, avviluppato da quella tetraggine medioevale che gli penetrava le viscere. Le rare persone che incontrava gli parevano ombre vagolanti piene di mistero: ombre di creature scampate miracolosamente alla fiera pestilenza che doveva aver distrutto quel popolo, deserte quelle case.

Di tratto in tratto egli si fermava a guardare l'erba cresciuta tra pietra e pietra, in certe piazzette, in certi cortili umidi, freddi; e gli usci chiusi, le finestre sbarrate.

Qua e là, una bottega sepolta nel sonno e nell'ombra, aspettava invano un compratore.

E a lui veniva voglia di essere quell'aspettato, di entrare e chiedere un abito completo del tempo della prima crociata. Dovevano averne di genuini, ed egli si figurava di girare per Bergamo, in quell'abito medioevale, assai più intonato con l'ambiente.

Nella casa del fabbriciere, casa vasta, antica e rimbombante, il pranzo fu succolento grave e lungo. I convitati, due preti ed un altro fabbriciere, collega del padrone di casa, mangiavano con raccoglimento e bevevano sodo, da buoni bergamaschi. Di tratto in tratto qualche frizzo pesante come le vivande, sollevava le grasse risate.

Finalmente, arrivata l'ora di ritirarsi, l'ospite accompagnò il maestro in una ampia camera, dov'era un letto immenso, e pochi mobili severi.

L'ombra era interrotta da quattro candele di cera, alte, da catafalco, con effetto funereo.

Inconsciamente il maestro rabbrividì. Si vide morto in quel letto; ebbe il senso aspro della fine suprema; una intuizione profonda del nulla.

Presto però il suo spirito arguto riprese il sopravento, ribellandosi alle tetre immagini. Sorrise, pensando come avrebbe raccontata quella scena agli amici; e, trovato un pezzo di candela stearica dimenticata, accese quel lume più umano, spegnendo i quattro ceri suscitatori di incubi.

Poco dopo si coricò con la speranza di riposare e dimenticare le fastidiose impressioni.

Ma la sua speranza fu vana.

Appena in letto cominciò a voltarsi e rivoltarsi.

Quel letto enorme, quell'aria di camera disabitata, e i colpi di tosse straziante che venivano dalla casa vicina, non lo lasciavano neppure appisolare o appena appisolato lo risvegliavano.

Quella tosse era di donna che non ha speranza!

Il maestro l'ascoltava tristamente, pensando a quella esistenza desolata di donna ignota, che passava nella fantasia di lui quale un fantasma di dolore e di morte.

Come doveva essere triste di trovarsi inchiodati in un letto, coi polmoni logorati, intendendo tutto, avendo la piena coscienza del proprio stato!

Riaccese il lume.

Era inquieto, nervoso. Gli pareva di trovarsi in un monastero e di non poterne più uscire.

Sepolto vivo!....

Il mozzicone di candela era agli sgoccioli; il lucignolo languiva in fondo al candelliere, mandando fiochi bagliori.

Ponchielli chiudeva gli occhi, cacciava tutte le immagini, implorava il sonno; ma un momento dopo li riapriva in sussulto e balzava a sedere sul letto.

Ora non gli restava altra alternativa che le tenebre o le candele mortuarie.

Tutto a un tratto gli parve di non essere più solo.

Le quattro donne di Albino erano entrate nella camera coi lunghi abiti neri, i veli fitti sui visi arcigni.

Egli le vedeva distintamente, sedute ai quattro angoli del letto enorme.

Lo guardavano fisso traverso ai complicati ricami dei loro veli, mute, immobili, sinistre. Egli li sentiva nelle proprie carni quegli sguardi ardenti; e il pallore di quelle faccie consumate dall'ascetismo gli faceva provare un senso d'ignoto terrore.

Invano chiudeva, per la centesima volta gli stanchi occhi; le vedeva lo stesso traverso le palpebre chiuse; sentiva la loro letale presenza, nelle folte tenebre.

Avrebbe voluto interrogarle, spinto da un'ardente curiosità; ma non osava, come quel giorno in Albino. E rimaneva immobile, soggiogato, ipnotizzato.

A poco a poco, la visione, o sogno, o fantasia, mutò forma.

Le quattro donne cominciarono a ingrandire. Su... su... salivano vertiginosamente; diventavano gigantesche, immense, indefinite. E gli ampi veli dalle pieghe pesanti si agitavano intorno ad esse come grandi ali nere.

Finalmente, le misteriose figure parevano disciogliersi, confondersi col tenebrore universale, e il maestro aveva la strana sensazione di essere portato via, avvolto in quei veli, sempre più lontano, sempre più in alto.

Tutto ciò durò un tempo che a lui sembrò lunghissimo.

Improvvisamente i fantasmi si dileguarono; le grandi ali nere non lo sostennero più; abbandonato in mezzo allo spazio infinito, egli si sentì precipitare da un'altezza vertiginosa in un baratro senza fondo.

Svegliatosi di soprassalto, balzò dal letto, si vestì in fretta e andò a passeggiare sulle mura deserte.

UN DESINARE.

Era la vigilia di Natale; Milano pareva trasformata in un vasto, enorme mercato. Mai come in questo giorno mi è sembrata vera l'osservazione, che l'umanità si divide in due grandi schiere, di compratori e di venditori, le quali s'intrecciano, si confondono, tornano a separarsi formando sempre nuovi gruppi, come le figure di un caleidoscopio.

Le strade erano piene di gente d'ogni risma: gente allegra — preoccupata — nervosa.... I bambini passavano cinguettando, con quella loro aria di beatitudine e d'inquietudine vaga, gli occhi pieni di sogni e di speranze.

Ci si pigiava davanti alle grandi vetrine e alle piccole mostre, per entrare nelle botteghe, per arrivare ai banchi, disputando, contrattando, scegliendo il meglio possibile, ciascuno nel limite delle proprie forze.... finanziarie — limite sempre ristretto relativamente ai desideri.

Come di ragione, i migliori affari erano riservati ai venditori di cose mangereccie — dal macellaio al pasticciere — ed ai venditori di giocattoli; poichè, Natale è, come si sa, una festa di famiglia, nella quale si fanno gli onori al ventre e ai figliuoli.

Il tempo essendo discreto, la passeggiata era piacevolissima per l'osservatore. Sul corso si potevano incontrare le signore eleganti, a piedi, tutte chiuse nelle loro pelliccie o nei grandi mantelli, ringiovanite dal piacere di comperare, di spendere, di preparare i doni gentili, le sorprese, il piacere degli altri che è il grande piacere femminile.

In via Santa Margherita si potevano vedere i gastronomi più raffinati, ma non egualmente ricchi, fermi davanti alle vetrine del Testa e del Rainoldi, studiando l'esposizione sapiente, fantasticando su i nomi e le forme di certi manicaretti, aspirando gli effluvi eccitanti ogniqualvolta un ghiottone più fortunato, sicuro di potersi pagare tutti i capricci, entrava in una di quelle botteghe, o ne usciva, gli occhi lucidi, il viso contento.

Non è poco interessante, per chi studia le passioni umane, lo spettacolo di un vero ghiottone nel momento in cui si prepara le sue voluttà. Ho visto una volta un famoso musicista dall'ampia circonferenza, scegliere certi salumi, aspirare l'effluvio di certi formaggi e di certe salse esotiche; e mi ritorna ancora nella memoria l'espressione singolare della sua fisonomia, di solito arguta. Bisognava vedere che importanza, che minuziosa attenzione, che serietà!

La mondana più raffinata non mette maggior passione nè studio, nella scelta delle stoffe, dei fiori, dei gioielli incaricati di far risaltare la bellezza del suo corpo.

***

La folla più densa, mista e screziata, la trovai al Verziere, ai mercati di piazza Santo Stefano, dove, in uno spazio relativamente piccolo, erano esposti i pollami in quantità strabocchevole, le selvaggine, il pesce, le verdure primaticcie, gli agrumi.

I rivenditori gridavano la loro merce, invitavano i passanti a comprare, insistendo, bisticciandosi, lanciando epiteti.

E sempre aumentava il frastuono. Pareva che la ressa non dovesse cessar mai. Frotte di compratori andavano via carichi; a vederli si sarebbe detto che botteghe e mercati fossero vuoti finalmente; invece, erano sempre pieni, e nuovi compratori arrivavano, più pressati, più insistenti.

I gridatori, esausti, non avevano più voce, e gridavano disperatamente con la voce strozzata.

Sulle cantonate, un uomo ritto in piedi, con la sua merce in spalla, gesticolando, dimenandosi, lanciava sempre, a regolari intervalli, il medesimo grido:

— L'unico regalo per fanciulli, signori!... l'unico regalo! Costa due soldi!...

E agli occhi ammirati dei fanciulli appariva un orologio minuscolo, le cui lancette si movevano.

Altri uomini misteriosi offrivano altri prodigi a un buon mercato veramente straordinario: il topo meccanico, il fattorino, la portatrice di pane....

Il sole tramontava, lontano, dietro alle nuvole dense; il freddo diveniva più acuto.

Tornavo a casa, la testa intronata dal rumore, sbalordito per le mille immagini diverse, entrate nel mio cervello, traverso ai miei occhi.

Pensavo involontariamente ad una città che si prepara a sostenere un assedio e teme la carestia. L'enorme quantità di provviste non poteva avere altro scopo. Il pranzo di Natale, le cene, i regali.... Pretesti, grosse burle, per ingannare il nemico!....

Quale nemico?

Chi sa!...

Ma la gente che mi passava daccanto dissipava subito il mio sogno.

Gruppi di donne venivano parlando dei regali, dei piatti che preparavano, degli invitati....

Dei rivenditori tornavano a casa, avendo esaurita la merce, le mani vuote, il portamonete pieno; comunicandosi i buoni colpi fatti, sparlando dei compratori difficili abilmente canzonati.

Altri cantavano a squarciagola, avendo anticipato sulle libazioni della festa.

In mezzo alla calca qualche figura corretta di gentiluomo affrettava il passo, apriva nervosamente la porta vetrata di un gioielliere, di un pasticciere, di un fioraio, di un negoziante di mode, e spariva.

Si accendeva il gaz. Più in alto, sulle nostre teste si imbiancavano i globi fantastici della luce elettrica, come tante lune staccatesi dal cielo.

Una nuova allegrezza, una nuova sontuosità, si spandevano. La folla impediva il passaggio su i marciapiedi.