NUOVI STUDII SUL GENIO
I
DA COLOMBO A MANZONI
CESARE LOMBROSO
NUOVI STUDII SUL GENIO
I
DA COLOMBO A MANZONI
con incisioni intercalate nel testo e 4 tavole
1902
REMO SANDRON
Editore. Brevettato da S. M. il Re d'Italia
Milano-Palermo-Napoli
Tip. F. ANDO' — Via Celso N. 61.
ALLA MIA GINA
LA MIGLIORE DELLE MIE OPERE
ERRATA CORRIGE.
| ERRATO | CORRETTO | ||
| Pag. | 67 | destasse | dettasse |
| " | 68 | psichiatrio | psichiatrica |
| " | 125 | seguendolo letteralmente per dimostrarlo. | seguendolo letteralmente dimostrarlo. |
| " | 139 | Cesare | Cesareo |
| " | 201 | Felicista | Feticisti |
| " | 201 | ripugnava | ripagava |
| " | 208 | il cranio | con il |
| " | 216 | E si apposta persino contro la teoria | e ci si oppone, appunto, contro la teoria |
| " | 223 | aspetto l'anomalo | l'aspetto anomalo |
| " | 238 | conquisti | conquistò |
| " | 243 | vere follie | vere fobie |
| " | xii | canto | l'incanto |
| " | vi | attrazione | alterazione. |
Rettifica a pag. 217. — "In un viaggio recente al museo di Göethe a Francoforte ho potuto notare che la assimetria non era congenita, ma acquisita per paresi certo sopraggiunta in età matura".
PREFAZIONE
Non ho mai nelle mie lunghe e dure battaglie sul delitto e sul genio, risposto agli attacchi dei metafisici, non perchè non senta tutto il rispetto che si deve a quei forti pensatori che credono dominare dall'alto il mondo scientifico; ma perchè uso ad altre armi, più umili, se non meno sicure, a quelle dell'osservazione e dell'esperienza, mi sento in faccia a loro troppo o troppo poco armato per combattere senza meritare la taccia di spavaldo o di ingeneroso.
Se non che, innanzi ad un avversario che porta il nome di Bovio, al facondo filosofo, all'intemerato tribuno, sarebbe colpevole ogni esitanza; anche se per rispondergli non mi riescisse a disporre di altri argomenti che di quelli.... dei fatti.
Egli trova che la mia teoria sul genio fallisce in gran parte perchè molti dei geni da me studiati son genialoidi, non veri geni. E sarà vero.
Più certo, però, è che egli ha considerato solo le ricerche da me esposte nel Genio e Degenerazione, che sono appena un'appendice del mio Uomo di Genio, nel quale certamente egli avrebbe trovato tentativi di studio che rispondono anche alla sua idea preconcetta del Genio, come quelli su Darwin, Michelangelo, Kant, Fusinieri. Ciò malgrado, volendo per quella deferenza di cui egli è così meritevole, seguirlo passo per passo anche in codeste obbiezioni, e vedendo che nei veri geni e non nei genialoidi, così rudemente maltrattati da lui benchè pure ne siano un'attenuazione, egli contempla Colombo e Manzoni, gli rispondo subito studiando accuratamente quest'ultimi e dimostrandogli come a questi s'attagli completamente la combattuta teoria della nevrosi geniale; vi aggiungo, poi, altri geni certo altrettanto incontestati, come Goethe, Cardano, Schopenhauer secondo gli studi di Möbius.
E questo in risposta ad un altro egregio scienziato, il Tamburini, che non ricordando come nel mio Uomo di Genio abbia pur tentato ricerche e studi su Kant, Darwin, Galileo, e accenni sulla vita di Dante cavati dalle sue parole e dal suo poema, che sono i soli documenti più intimi e più sicuri della sua biografia, i soli ad ogni modo che ci restino, mi obbietta (Illustrazione Emiliana, Aprile 1900), e con lui Adolfo Padovan (I figli della Gloria, 1900), che per sostenere la tesi della nevrosi degenerativa del genio, io vada a cercare quei geni unilaterali (e sarebbero ad ogni modo geni), che furono realmente nevrotici, come Tasso, Poe, Rousseau, Lenau, ma non mi attenti di affrontare l'analisi di Leonardo da Vinci, di Darwin, di Galileo, di Kant e di Goethe, che offrono insieme il più saldo equilibrio congiunto alla più alta potenza intellettuale.
Perciò di costoro cercai di tracciare la psicopatologia; non di tutti, essendovene pure alcuni della cui vita psicologica manca completamente ogni dato, o perchè trascorsa ignorata da sè e dagli altri, o perchè invasati dell'arte non si preoccuparono un solo momento di sè stessi; tali furono certo, malgrado i numerosissimi lor lavori, Aristotile e Leonardo da Vinci, del quale anche la recente ed eruditissima memoria del Solmi, pur spilluzzicando nei numerosi manoscritti ogni minimo accenno, non riesce che a confermare il mancinismo e forse l'omosessualità: e a dimostrare una eccessiva curiosità nell'arte e nella scienza, un amore così morboso, così, direi, impulsivo del vero e del bello, da non lasciargli finire quasi alcuna opera grande per il piacere di studiarne sempre una nuova.
Ma l'ignorare i pochi non impedisce il concludere sui molti.
E bisogna anche avere in mente l'acuta osservazione di Sergi, che anche quando sono noti i caratteri inferiori di un genio, il prestigio esagerato nella vita, il processo psicologico incosciente che esalta e divinizza ogni persona cara dopo morte, con quell'adorazione dei defunti, con quell'apoteosi che fu un uso primitivo dei popoli; (N. Antolog. 1900) e continua però sotto forme diverse incosciente fra noi e v'esagera pel genio, provoca la dissimulazione, mentre ne ricorda ed esalta solo i caratteri nobili, giungendo perfino ad alterarne le linee fisionomiche, come per Alessandro e Napoleone; sicchè molte volte anche quando se ne son faticosamente racimolate le notizie, non rispondono alla vera loro psicologia e meno ancora alla loro patologia.
Giova anche aggiungere: che quando da nuove ricerche, come con gli epistolari del Manzoni, di Michelangelo, di Galileo, si colmaron le lacune che questi grandi lasciarono sopra sè stessi, si potè subito sorprendere quella nevrosi, cui, dapprima, quando mancavano o scarseggiavano i documenti, nessuno pur sospettava.
Quanto all'obbiezione che mi eleva di nuovo sotto altre forme il mio carissimo Morselli (Rivista critica di filosofia scientif., gennaio 1899) doversi trovare l'anomalia del genio nel senso di un maggior differenziamento, di una più avanzata specificazione del tipo umano e non in quello di una diminuzione o perdita dei suoi caratteri specifici, anche se si debba astrarre dalla grossolana morfologia e rimanere nelle sfere del sentimento, dell'intelletto e della volontà, rispondo: Voi, mio poderoso quanto caro avversario, non avete voluto vedere che non tanto nelle anomalie morfologiche, quanto appunto in queste sfere psichiche spicca la massima alterazione; che alterazione maggiore, p. es. volete nelle sfere della volontà, dell'abulia, che pure è così frequente nei grandi (Renan, Amiel); quale alterazione maggiore del sentimento — della perdita completa dell'affettività e del senso morale, come in Galileo, come in Sallustio, Seneca, Cremani, Foscolo, Byron, Villon, Musset, Napoleone, Fontenelle, Donizetti, Federico II, Schopenhauer?
Che più, se ne abbiamo dimostrato l'alterazione non di raro anche nel regno dell'intelligenza? poichè mentre in alcuni si mostrano sviluppate in modo straordinario la memoria musicale o la visiva, o la fantasia, od il calcolo, vi si nota mancare quasi sempre il senso comune, il buon senso, tanto che è ciò appunto che facilita, come in Colombo (vedi testo) scoperte, a cui con maggior talento ma minor genio niuno sarebbe riescito.
E posto ciò, — non si capisce come possa egli sostenere manifestarsi il genio non per causa della degenerazione, ma suo malgrado; mentre ne è precisamente la degenerazione la prima e la principalissima causa — fungendo, spesso, appunto essa da fermento, da fulcro ad una mente volgare per farla divenire geniale.
Nè è vero che l'epilessia (come mi obbietta il mio Sergi nella Nuova Antologia, febbraio 1900), giovi solo ad esplicare l'estro del genio; essa ne spiega ben più: vale a dire la doppia personalità, la impulsività, la mancanza d'affetti e di senso morale, la frequente nevrosi, specialmente le cefalee, le vertigini, la forma propulsiva del vagabondaggio, l'ottusità sensoria, tattile in ispecie, gli scotomi periferici del campo visivo, e gli speciali caratteri grafologici[1], proprio quelle forme più inferiori, che s'innestano sulla superiorità psichica del genio, quasi a compenso di questa; s'aggiunga: che l'anomalia epilettica è la sola, salvo solo alcune paranoie, delle affezioni mentali in cui agli eccessi delle manifestazioni dell'ingegno s'innestino, s'associno e s'alternino i difetti della psiche.
Sergi, invece, mi obbietta assai giustamente come l'incosciente abbia una buona parte del lavoro dell'uomo mediocre; egli ed Hamilton hanno il merito d'averne dato la completa dimostrazione, ma come mostrerò nel 2º volume, è nella parte enorme, leonina, che ha nel genio la incoscienza che sta la differenza di questo dall'uomo normale.
E giusta è pure la sua obbiezione che io abbia lasciata inesplicata l'origine delle varietà geniale; e perciò gli rispondo con un intero volume, il 2º, in cui credo esser riuscito a spiegare il nuovo quesito.
Quanto all'accusa che mi scaraventano tanti, sicchè la è divenuta uno dei luoghi più comuni dei più mediocri e più miopi nostri critici, quella che si diminuisca il prestigio e l'ammirazione del genio con codeste analisi, essa avrebbe qualche somiglianza con chi pretendesse diminuire la forza del sole con l'affermare come tutta la sua energia derivi da miliardi di corpi allo stato gazoso.
È proprio allo stesso modo come i giuristi delle vecchie scuole giuridiche si scandalizzavano delle applicazioni antropologiche-criminali nei casi in cui il delitto era più orrendo, più bestiale, e si rifiutavano ad ammettere che allora appunto più mostrasse doverne esser anomalo l'autore, e più giustificarne l'indagine antropologica; e così io sento ripetermi: Oh! con che coraggio volete trovare anomalo un genio che vi ha disegnato le logge del Vaticano, o vi ha scolpito il Mosè, o vi ha rivelato il nuovo mondo?
E non capiscono che non è l'indagine critica dell'opera che ci preoccupa, sì quella del loro autore, in rapporto con essa: che anzi, quanto più quella è sovrumana, più è probabile sia anomalo questo.
Se non che: in risposta a costoro basterà riportare queste righe di un vero genio — di Rapisardi[2]:
"Le infermità che accompagnano il genio derivano in lui dalla razza, dal clima, dall'ambiente sociale, dall'esercizio straordinario degli organi del pensiero e del sentimento, e in parte anche per avventura da quella avara legge di compenso onde la Natura accorda lo sviluppo straordinario di certe facoltà a scapito di certe altre, che rimangono imperfette e rudimentali. L'opera del genio è personale ed originale per eccellenza. Perchè un'opera sia tale, bisogna ch'essa, e per il concetto che l'informa e per la maniera onde tal concetto si esprime, esca dalle vie comuni, ora annunziando verità nuove o guardando da un aspetto nuovo le già conosciute, ora rappresentando in maniera tutta sua le proprie e le altrui passioni, calpestando le regole fino allora credute sacre, e variando senza scrupoli quei termini entro a cui la critica ufficiale, cioè il pregiudizio scolastico imperante, pretendeva circoscrivere le manifestazioni dell'umano pensiero. Originalità importa ribellione; e il genio è naturalmente ribelle. Voi gli tessete intorno una rete vulcanica di precetti, di assiomi, di leggi; ma egli agevolmente li spezza o li sprezza, manda all'aria le forme sacramentali e i canali privilegiati in cui si vorrebbe gettare e far correre il pensiero creatore, e ne crea altre, che la critica nuova si scalmanerà di classificare, di ridurre alle vecchie misure legali per allogarle finalmente nei casellari, nei musei e negl'ipogei della presuntuosa imbecillità. Questa ribellione, che manda a gambe levate tanti bacalari autorevoli e bollati, che caccia dal tempio i mestieranti e i merciaiuoli della scienza e dell'arte, che si ride di tanti stagionati pregiudizi, è la prima caratteristica di quelle opere geniali, che saranno poi considerate e ammirate quali pietre miliari nella storia della civiltà.
"E siccome nella ribellione e nella battaglia i colpi non vanno misurati a fil di ragione, il genio riesce quasi sempre eccessivo. "Al par nell'odio e nell'amor sublime", come l'Achille cesarottiano."
Ecco un vero genio che sa intuire ed ammettere la debolezza del genio!
Meglio ancora si esprime il più moderno e il più geniale dgli scrittori di Francia. "Chi di noi, scrive Renan (Vie de Jesus, p. 452, 1863) potrà fare quanto lo stravagante Francesco d'Assisi e l'isterica S. Teresa? Poco importa che la medicina abbia dei nomi speciali per queste grandi stranezze della natura umana; che essa sostenga essere il genio una malattia del cervello: i nomi di sano e di malato sono relativi; tutti preferirebbero essere ammalati come Pascal all'esser sani come il volgo. Le idee rette diffusesi nei nostri tempi sulla pazzia forviano il giudizio in tali questioni. Uno stato in cui si dicono cose di cui non si ha coscienza, ove il pensiero appare senza le norme o il richiamo della volontà, espone ora un uomo ad essere sequestrato come allucinato; tempo fa ciò chiamavasi profezia e ispirazione. Le più belle cose del mondo si sono eseguite sotto la febbre. Ogni creazione eminente suppone una rottura di equilibrio, uno stato violento a chi ne sia autore."
E Diderot scrisse: "Gli uomini di un temperamento pensoso e melanconico devono ad uno squilibrio della loro macchina quella penetrazione divina che sorge in essi ad intervalli, portandoli ad idee ora sublimi ora pazze." (Dictionnaire Enciclopedique).
Voltaire anche scrive: "Volete acquistare un gran nome, essere fondatore di religione, ecc.? siate completamente pazzo, ma d'una pazzia, che convenga al vostro secolo; ed in cui abbiate un fondo di ragione che possa dirigere le vostre stravaganze, e persistetevi tenacemente: potreste, è vero, esser arso od appiccato — ma se no, salirete ali altari."
Finalmente, a troncare ogni dubbio in proposito, ne giova citare le osservazioni di due fortissimi ingegni, alienista l'uno e letterato l'altro.
Noi alienisti, scrive Roncoroni[3], abbiamo uno scopo ben differente da quello che si crede generalmente che abbia lo psicologo quando studia un genio: con gli studi analitici di uomini di genio vogliamo dare un quadro psicologico, obbiettivo, completo, per quanto è possibile, del soggetto; studiarlo senza partito preso, sebbene guidati e sorretti da un metodo: ci serviamo degli strumenti d'indagine che offrono la Psicologia e la Psichiatria (il che i critici del nuovo indirizzo scientifico trascurano generalmente) non per scovar fuori il pazzo, ma per mettere nella sua vera luce il genio, sia nei suoi voli sublimi che nelle sue miserie. È l'uomo nelle sue complesse manifestazioni che ci appassiona. Non abbiamo quindi alcun desiderio di diminuire il valore dell'artista, di mostrare che le sue opere d'arte sieno patologiche, quasi volessimo metterci in guardia contro il pericolo delle deduzioni. Quello che è sano, forte, ideale, desideriamo resti ammirato come tale; soltanto non vogliamo fermarci a questo solo. Noi riteniamo lo studio completo della mente umana, come la sintesi più alta dell'opera scientifica; e quando quella mente è geniale, quando è stata la causa delle più forti emozioni che l'arte ci abbia fatto provare, quando riconosciamo che essa ci ha resa ora più bella la vita, non chiudiamo gli occhi accecati dall'entusiasmo; ma allora risorge il nostro spirito scientifico, per un istante dominato dal sentimento, e vogliamo vedere come il meraviglioso fenomeno avvenga, così come il meteorologo studia come si formi l'aurora boreale, non credendo per questo di offuscarne l'incanto.
Se lo scienziato è, in questi studi, dominato dal sentimento, quando studia l'opera e quando indaga i dolori dell'artista, e se una commozione dolce e grave insieme lo pervade quando compone in una sintesi l'opera e la vita, le gioie e i tormenti, le idealità e le miserie, nei suoi giudizi non è mosso da alcuna passione, salvo dall'amore della ricerca del vero, e dall'ardente desiderio di spiegare come i fenomeni si producano.
Il Prof. E. Carrara il letterato mite ma fine ed arguto (Iride, v. 26, 1899; ed Archivio di Psichiatria, v. XIX), si esprime ancor più chiaramente.
"La lotta, scrive egli, dei critici antropologi e degli esteti è fondata sopra un equivoco reciproco.
"In realtà gli è un grande chiasso per nulla; perchè al mondo c'è posto per tutti: così per gli esteti come per gli antropologi, per le farfallette come per le aquile.
"A pensarci bene, queste due sorta di critici non si urtano che per errore: come due treni che vanno in direzione inversa fra due stazioni medesime, che si incontrano perchè lo scambio fu fatto male, laddove non dovrebbero che incrociarsi.
"La critica d'arte, appunto perchè tale, ha per ultimo ed unico oggetto d'analisi l'opera d'arte; e lo studio dell'autore, dei tempi, degli antecedenti, dei seguenti, della genesi, degli elementi, della efficacia di essa opera, non è che una gran messe d'elementi sussidiari all'esatto apprezzamento della produzione d'arte. Quindi la critica estetica procede, in certa guisa, dall'autore all'opera.
"La scuola antropologica torinese ha forse il torto di essere un po' sdegnosa, un po' rigida; ma se i suoi oppositori si fossero presi la briga di cercare quel che dice il nome stesso, avrebbero capito che oggetto de' suoi studi è l'uomo-autore, cioè la conoscenza di quel dato organo-uomo che è capace di produrre l'opera d'arte. Quindi un procedimento analitico inverso: da questa e da ogni altro dato che è fornito dalla critica storica, essa trae gli elementi per ricostruire, studiare, classificare l'autore, al quale — e solo al quale — ha rivolta la sua attenzione.
"Davanti ad una bella e grossa perla l'orefice ed il naturalista non si comporterebbero lo stesso: per il primo essa ha caratteri, valore, significato assai diversi che per il secondo.
"Fra queste due critiche c'è poi un'altra grande calunniata: la storica, la quale non fa che fornire i materiali alle altre due; utile quindi doppiamente e — come accade delle cose davvero utili — disprezzata.
".... La parola degenerazione, che fisiologicamente indica certo un'inferiorità, un'imperfezione, un male, è male trasportata nello stesso significato all'apprezzamento sociale del fatto stesso.
"Ci sono prodotti patologici di vegetali e di animali utili e preziosi all'uomo; ci sono anomalie, degenerazioni organiche di uomini, che sono utili alla società; come tali noi possiamo continuare ad ammirarlo, a facilitarcene, senza bisogno di ostinarci a credere perfezione e superiorità laddove — scientificamente e propriamente parlando — vi è proprio un'imperfezione e un'inferiorità generale.
"Ma ciò non entra punto nell'apprezzamento estetico dell'opera d'arte, e gli esteti possono continuare a sfarfallar sui fiori dei giardini poetici, senza pigliarsela con il botanico, che con la lente e la pinzetta conta gli stami ed i pistilli.
"Studiate, leggete, ammirate e fate ammirare ai giovani il bello ove si trova; ma lasciate agli altri di indagare e affermare un altro gran bello: il vero."
LA PAZZIA ED IL GENIO DI CRISTOFORO COLOMBO[4]
(Con una tavola)
È cosa notissima che i contemporanei di Colombo (ripeto le parole del miglior suo storiografo, il De Lollis), tanto i dotti che gl'ignoranti, non s'erano potuto rendere una chiara ragione del modo con cui egli era giunto alla grande scoperta. Né meglio vi approdarono i posteri per quante indagini vi accumulassero; sicché giustamente Correnti (Discorso su Colombo, Milano 1863) sentenziava: che né la storia né la filosofia valsero finora a risolvere degnamente quel quesito.
Né anche ora vi si riuscirebbe, senza l'aiuto della psichiatria; — il che credo poter qui dimostrare. Vediamola in opera:
Cristoforo Colombo nacque da un lanaiuolo, non solo povero, ma inquieto e intrigante che, a quanto pare da documenti ora usciti alla luce (Vita di Cristoforo Colombo, di Cesare De Lollis, 1895), era una specie d'affarista, se non un completo imbroglione.
Contro il costume dei buoni operai d'ogni tempo e paese, specialmente della Liguria, tenaci nel lavoro ed amanti della quiete e della stabilità, egli girava continuamente, vendendo e comprando terreni, locando talvolta al venditore il podere comprato, e terminando qualche volta con non pagare i creditori e lasciarsi strappare a pezzi e bocconi la dote che doveva alla propria moglie.
Il figlio suo, il grande Colombo, da giovane non dimostrò nulla di geniale: era, anch'egli, lanaiuolo, anch'egli commerciante in piccolo, e poco fortunato, di vini e formaggi.
Nel 1470, a 24 anni circa, si fece capitano di una nave mercantile che trasportava vini; più tardi, pare, pirata; né potè attendere (checché si pretenda da male informati biografi) ad altri studi che a quelli a cui poteva accedere un povero operaio di quei tempi nelle scuole popolari di Genova o di Savona, certo inferiori alle moderne, che pure valgono sì poco. Navigò molto; ed apprese mirabilmente la tecnica marinaresca; sbarcato in Portogallo, dopo un naufragio, v'intese discorrere, con molta precisione di dati, da un Fiorentino, del progetto del Toscanelli, già noto alla Corte portoghese, di raggiungere per la via di mare, e movendo da ponente, quelle terre d'Asia alle quali i Portoghesi ostinatamente cercavano un passaggio lungo la costa occidentale d'Africa; si entusiasmò del progetto, scartato da quel Governo per gli errori di cui era infarcito e si mise in comunicazione (dandosi, si badi bene, per Portoghese) col suo autore, Paolo Toscanelli, fiorentino.
Caratteri antropologici. — Si possiedono più di 20 ritratti di lui, ma nessuno sicuro; però i lineamenti, di cui ci tramandarono notizia abbastanza esatta, scrittori che lo conobbero da vicino, attestano riccamente i caratteri più propri agli psicopatici: Las Casas, infatti, che appunto lo conobbe personalmente, lo descrive: "con la statura lunga, naso aquilino, occhi azzurri, capelli rossicci, presto incanutiti"; e il figliuolo, don Fernando, la cui descrizione il Las Casas ebbe presente e parafrasò, gli attribuisce in più "guance un poco alte", che vogliono significare zigomi molto pronunziati.
Nel ritratto di Giovio (Raccolta di documenti Colombiani, III. vol. I), poi che si vuole il più autentico, troviamo: "Mandibola grande, assenza di barba, fronte sfuggente".
In quello, pur pregiato, di Capriolo, vediamo: "Rughe anormali e arcate sopracigliari grandi" (Id. pag. 108). In complesso predominerebbero i caratteri frequenti nei degenerati e nei nevropatici.
Grafologia. — Spiccati caratteri psicopatici ci presenta la sua scrittura (Vedi Tav. 1, 2, 3 e 4 coi facsimili dei suoi autografi tolti dal vol. III, e supplementi, della parte I della Raccolta Colombiana): Notiamo p. es., nella 2ª e 4ª uno strano cambiamento, presentando due tipi assolutamente diversi fra loro e differenti dallo stile dell'epoca, che era simile alla calligrafia dei num. 1 e 3, questo ultimo però sospetto nell'autenticità, e per la sigla incompleta, e perché troppo differente dalla scrittura solita di Colombo quale si vede p. es. nel numero 2, e specie del n. 4. Questa poi ha: caratteri di una mente molto conturbata; la direzione infatti della scrittura è contraddittoria, ora curva a destra, ora curva a sinistra; ora raddrizzata, con quelle vocali ora chiuse ora aperte in alto che usano i mistici, e con ricchezza strana di quelle parentesi che sono frequenti nei paranoici. Quella del numero 2, invece, è tutta curva a sinistra, ma tutta piena di sgraffe, di lettere aggrovigliate, come nei truffatori e monomani ambiziosi, con delle aste e degli occhielli enormi, tanto più significativi, in quanto lo stile calligrafico dell'epoca era in ciò eccessivamente sobrio, senza punti né virgole. In tutte mancano le forme caratteristiche della forte volontà, che pure emergerebbe nella sua vita, segno che le manifestazioni di questa dipendevano più dalle convinzioni deliranti che da vera energia. Non vi troviamo infatti nessun taglio energico nel t, nelle finali nessuna lettera finisce netta e recisa, e, meno nella 3ª, tanto sospetta, nessuna verticale vi è tracciata diritta e con energia[5].
Stile pazzesco. — È stato notato l'uso della continua ripetizione delle stesse lettere, delle stesse frasi (De Lollis, Raccolta, vol. II). Harrisse nota che nel Libro delle Profezie settantacinque linee sono rimate; ed è notorio l'abuso della rima negli scritti dei paranoici (Vedi Uomo di genio, 6. ed., Torino, 1896). Ma il fenomeno più caratteristico del paranoico si raccoglie dalla firma, che egli usò dal 1494 in poi, come si vede nei numeri 2 e 4:
. S .
. S . A . S .
.XMY.
——
: Xro FERENS //.
Quella sigla è così strana, che invano, vi si sbizzarrirono attorno i biografi e i paleografi; eppur si ripete sempre con tale identità di particolari, che la mancanza d'uno di quelli che si ritrovano, sempre, negli originali come nel n. 3 che noi anche (v. s.) per altre ragioni grafologiche crediamo sospetto, è stata dai competenti ritenuta indizio sufficiente per sospettare trattarsi di falsificazioni come in tanti altri pretesi autografi colombiani, pullulati da ogni parte, specialmente in occasione del IV centenario della scoperta dell'America.
Ceradini (Due globi "Mercatores", p. 299) pretende spiegarla così: "Savonensis Suarum Altitudinum Servus — dec. mil. insula — Cristo ferens", alludendo così ad essere savonese, il che non era vero; e ad avere scoperte 10,000 isole, che avrebbe portate a Cristo, mentre egli stesso, che non peccava certo di modestia, dopo il secondo viaggio diceva di averne scoperte solo 700; anche pretende che egli intendesse dire: "Porto al Cristo le genti", mentre è noto, e don Fernando e il Las Casas v'insistono, che Colombo, così poco colto nella lingua latina, traduceva, sbagliando, il suo nome per: "Portatore del Cristo": "Certo cominciò, — egli dice, — a firmare con questa sigla dopo la scoperta"; ed infatti cominciò ad adoperarla solo dopo il 1494.
Reille (Columbus und seine vier Reisen, 1892) con altrettanta verosimiglianza spiega la sigla: "Servidor de sus altezas sacras Iesus Maria Joseph, — Portatore di Cristo".
Marguerite (Navigation Francaise, 1892) la spiega così: "Supplex servus Altissimus servatoris Christus Maria Joseph — Christum Ferens".
Ruge opina che la sigla sia l'effetto d'una inutile... pedanteria.
Non sarà ardito l'alienista, che, invece di lambiccarsi il cervello in istrambe interpretazioni, pretenda che fosse invece una di quelle grafe simboliche così speciali ai paranoici, sopratutto quando si preoccupano del proprio nome, da cui cavano i più strani auguri o promesse; e che sono per questi esseri stranamente egocentrici, il punto di partenza di tutta una complicata impalcatura delirante.
Così io vidi una stiratrice pretendere di esser figlia di Maria Luisa, perchè si chiamava... Maria Luigia; e un povero ferroviere pretendere di essere promosso al trono d'Italia; e sparare sui compagni d'ufficio poco di lui adeguatamente rispettosi, perchè si chiamava Savoia.
Ricorderò, anche Cola di Rienzo che usava firmarsi: "Umile creatura, candidato dello Spirito Santo, Nicola Severo, Clemente liberatore della città, zelante d'Italia, amante del mondo, che baciò i piedi dei beati".[6]
Fra i miei malati di Pesaro eravi un prete, paranoico-ambizioso, che si credeva papa, ed intestava l'arma papale nelle sue lettere, e le firmava: "Sono Sisto I, unico creatore e signore e padrone e commendatore e Spirito Santo e grande Iddio, che sono in questo mondo, vivo Imperatore d'Italia, romano e vero nativo Senigagliese. Nicola Palota".
Un altro firmava: "Ambasciatore, direttore delle strade ferrate mondane, direttore commendatore dei tranvai d'Italia, tenente generale delle Potenze mondane, commendatore del Consiglio dei falegnami".
Uno, forse il più strano di tutti, firmavasi con un'aquila.
Un povero portiere, ventenne, megalomane, che si crede scopritore di un nuovo mondo filosofico, si firma così:
in alcune anzi N. A. son sostituiti nientemeno che da Nuovo Aristotele. Sigla proprio similissima a quella del grande scopritore dell'America.
Un operaio ch'era stato semplice caporale, divenuto paranoico ambizioso, vagabondava per tutti i confini d'Italia, facendosi arrestare e condannare una ventina di volte per fare gli schizzi assolutamente grotteschi dei luoghi fortificati d'Austria e di Francia, onde preparare, a suo credere, l'Italia per la futura guerra, — e firmava: Generale G. Godi generalissimo di Cristo, di Crispi e del Re di Italia.
E nell'Atlante dell'Uomo Delinquente ho portato delle firme o sigle ripiene fra le graffe di centinaia di parole, sigle che occupavan delle intere pagine, — e ne ho fatto un carattere speciale dell'epilettico e del paranoico.
In Colombo, a tutto ciò si aggiungeva, come in Tasso[7] l'ubbia religiosa, comune in quei tempi, ma esageratissima in lui, che si sa essere stato fervente Terziario, sicchè non cominciava a far nulla d'importante, se prima non aveva invocata la Santa Trinità, e ogni lettera intestava colla formola: "Jesus cun Maria sit vobis in via", e volle morire in abito da francescano.
Ignoranza. — Gli ultimi studi su Colombo, specialmente l'esame dei suoi autografi maggiori e minori, hanno rivelato in lui una enorme ignoranza ed incoltura: certo egli non si mise a leggere libri scientifici che a 31 anno circa. I libri che solo studiò, se non possedette, si riducevano alla Historia di papa Pio II, 1475; a un Tolomeo, 1478; ai Trattati di Pietro d'Ailly, 1480-83; alla Historia di Plinio, trad. in italiano, 1489; alla Vite di Plutarco, tradotte in castigliano, 1491; al Marco Polo, in latino, 1485. (Il Marco Polo, nota il De Lollis, è costellato di note così primitive per forma e sostanza, da mostrare essere di un novellino che apriva per la prima volta un libro. Par certo ch'egli non si dié alla lettura che dopo il 1485).
Scriveva un latino quasi maccheronico, pieno di errori, nel quale la declinazione latina era ricalcata su quella spagnola, sicché, cosa incredibile, os e as sono normalmente le terminazioni dei nominativi plurali (Ebreos dicunt, p. es.)[8]. E ciò in pieno Rinascimento, e sotto la penna d'un italiano del Rinascimento!![9]
Anche di cosmografia sapeva assai meno di qualunque colto contemporaneo, come vedremo dagli errori dei gradi; benché qualche coltura avesse in cartografia, se si vuol credere a don Ferdinando ed al Las Casas; il primo dei quali ne fa, del resto senza provarlo, anche un geometra e un astronomo! — Infatti, pretendeva di essere stato in Islanda, all'ultima Tule, e aver osservato distare la parte australe dalla equatoriale di 73° e non di 63°; e qui commetteva un errore di 9° e ½, poichè la costa meridionale dell'isola cade sotto il parallelo boreale di 63° e ½. Ma probabilmente raccontava una fola, perocché quando poi nel suo Giornale di bordo precisò (V. De Lollis, op. cit.) gli estremi a nord e a sud da lui toccati, accenna all'Inghilterra e alla Guinea e non mai all'Islanda; e il Goodrich (A history of the character and achievements of the so called Christofer Columbus) nega la possibilità di questa navigazione al nord, allegando che Colombo, nella sua qualità di pirata, non avrebbe avuto ragione per affrontare l'Atlantico, tanto meno ricco di bottino del Mediterraneo; e osserva che egli mai fa menzione della nave che lo portò, né del porto da cui salpò, ecc., ecc., il che prova che, anche nelle menzogne buttate là senza neppure curare la parvenza della verosimiglianza, era uno squilibrato; e di lui ben si può dire che avesse l'abito della menzogna scientifica. Così scrive: "India est in estrema terra, in Oriente, in Hispania, cum Etiopia in Occidente; intermedio est mare!": credeva che la distanza fra le isole del Capo Verde e l'Estremo Oriente (per lui l'America) fosse al più, di otto giorni; errore questo che fu la prima, forse l'unica causa della sua recisa risoluzione di giungervi e quindi della sua gloria!
E non bisogna dimenticare che Colombo, allorché ebbe qualche momento di completa sincerità (effetto invero delle catene del Bobadilla) pur rinnovando le vanterie di aver studiato "e istorie, cosmografia, croniche e filosofia e altre arti", riconosce poi, come a lungo vedremo, che "tutte quelle scienze a nulla gli giovarono" e che la sua scoperta fu mera ispirazione dello Spirito Santo! (Nella lettera p. es. ai Re cattolici unita al Libro de las Profecias, di cui parleremo).
L'applicazione letterale, come era la sua, del progetto Toscanelliano, includeva la possibilità, in quell'epoca, praticamente almeno inammessibile, o solo con spese e pericoli troppo grandi, che una nave staccatasi dalle coste di Spagna potesse scivolare sulla superficie del mare fino a trovarsi in posizione opposta al punto di partenza, fatto spiegabilissimo ora che si conoscono le leggi della gravità, impossibile a spiegarsi allora che quelle non si conoscevano.
La sua immaginazione, dice il De Lollis, lo trascinò a considerare vero il verosimile e sicure le conclusioni del Toscanelli, che egli si era procurate, notisi, in Portogallo, scrivendogli in portoghese e fingendosi tale, e che egli non fece che copiare, decalcare letteralmente, senza coglierne la parte erronea, che giustamente aveva destato la incredulità dei veri cosmografi d'allora; compresi quelli della Corte portoghese, cui Colombo stesso ricorda con un'ammirazione che non può essere adulatrice, poichè era riposta nelle note intime che apponeva sui margini dei libri; eppure egli ne era convinto con una evidenza tale, che gli pareva, dice il Las Casas, di aver dentro, nella propria camera, quelle terre sognate dal Toscanelli.
Nel tratto di mare che separava la costa occidentale dell'Europa e le orientali asiatiche, Toscanelli, infatti, non sospettava intercedesse un Continente; e perciò Colombo, credette esser approdato all'estremità dell'India quando era giunto invece a... Cuba.
Toscanelli pose a base della sua teoria un calcolo sbagliato, per cui la circonferenza della Terra veniva ad essere di molto impicciolita, e veniva quindi ad essere pochissima la distanza da percorrere partendo da ponente, per venire a levante: aveva ridotto di un grado le coste della China, che figurano come una linea che tagliasse il meridiano dell'attuale Terranuova: e così credette Colombo (De Lollis, op. cit.).
Ma nemmeno (indizio assai più sicuro della sua grande ignoranza), nemmeno dopo il 1º e il 2º viaggio comprese di avere sbagliato: fedele alla falsariga di Toscanelli, non vede nell'isola Cubana, poverissima allora di oro e droghe, che oro, spezie, cotone, aloe e fiumi in cui scorresse oro; e fu solo nel 1498 che cominciò a dire che l'oro bisognava cercarlo nelle miniere come le spezie negli alberi: egli, infatti, giunse a chiamare il fiume Iachi "fiume dell'oro" per pochi grani che vi aveva veduto o, meglio, creduto vedervi; e fondò nell'isola Isabella, nella seconda sua spedizione, un forte, che che denominò San Tommaso, per satireggiare coloro che si ostinavano a non credere all'esistenza dell'oro, di cui (come diceva Michele da Cuneo, che prese parte alla spedizione) non fu mai trovato nemmeno un grano.
E ancora nella seconda spedizione, malgrado che la circumnavigazione avesse chiaramente dimostrato essere Cuba un'isola, sicché un cosmografo, e buon pilota (Juan de la Cosa) che era al suo seguito, ritraevala come isola, malgrado che gli indigeni dichiarassero Cuba una grande isola, non solo egli seguitò a credere e dire che essa fosse un continente, ma, davanti a notaio, fece giurare ai suoi marinai e ufficiali, sotto pena di perdere una mano (strano modo questo per una dimostrazione geografica) che quella era terraferma e che mai lo smentirebbero.
Impose agli indigeni, malgrado le numerose prove del non esservi oro, di fornirgliene una data quantità ogni mese; e quando uno dei capi, il Guarionex, sensatissimamente, proposegli di coltivare a grano una estensione di 45 leghe, purchè non gli si chiedesse ciò che non potevagli dare, l'oro, non accettò; mentre economicamente era quello un eccellente equivalente; né smise dalle pretese neppure quando vide quegli infelici indigeni lasciare, disperati, ogni coltura nella speranza che così la fame cacciasse lui e gli invasori dall'isola.
Peggio: quando nella terza spedizione si trovò poi, davvero, in terraferma in vicinanza della punta di Ikakos, egli pretese di essere in un'isola che chiamò "Isla de Gracia"; e neppure cambiò idea quando vi scoprì lo sbocco di un immenso fiume, l'Orenoco, il quale certo non poteva venire che da un gran continente. Solo notava: Sono tante terre, che sono altro mondo. Due volte, spinto dal vento propizio verso il Messico, invitato dalla fortuna a precedere Cortes, vi si rifiutò, ostinandosi dieci mesi, fino al disfacimento del naviglio, in mezzo a correnti pericolosissime, mentre era a due passi da un Continente che ostinavasi a non vedere, o almeno a credere fosse ancora... Asia.
Nell'ultimo viaggio a Costarica e Veragua, egli non solo non presentiva la vicinanza dei due grandi Imperi, ma raffiguravasi l'America centrale come una penisola del Continente Asiatico, protendetesi a sud nell'Oceano Indiano e paralello, simmetrico a quella di Cuba.
Si è voluto sostenere, è vero, da molti: che nella quarta spedizione Colombo presentisse l'esistenza del Pacifico, allorchè egli cercava ostinatamente un passaggio lungo l'istmo di Panama. Ma questo non fu; a meno di volergli riconoscere uno spirito fatidico: in realtà egli si lasciava anche allora guidare dai dati falsi o incerti, che lo avevano condotto alla scoperta dell'America; ché, se veramente egli cercava uno stretto là dove ai nostri giorni si tentò di scavare un canale, egli aveva probabilmente in mira quello stretto del Catai, di cui fa menzione Marco Polo! (Cfr. De Lollis nella Revue des Revues, 15 gennaio 1898).
Del resto egli trovò sempre modo di persuadere a sè stesso di non avere scoperto un nuovo grande Continente. Le grandi masse d'acqua dolce che trovava, egli se le spiegò col passo del libro (che è apocrifo) d'Esdra, dove si legge che "sei parti del mondo sono asciutte e la settima è d'acqua". E non basta: ma vi aggiunge poi del suo una altra ipotesi spropositata; per spiegare cioè la gran massa d'acqua dolce che si trovava colà, pretende che essa procedesse dal Paradiso terrestre, donde, secondo la Bibbia, derivano il Tigri, il Nilo, ecc.; e che il mondo, invece di essere sferico fosse conico, col Paradiso in cima al cono: e che la conicità cominciasse colà... dove egli era.
E propriamente nella relazione ai Re del suo terzo viaggio, egli afferma che il mondo non era rotondo, ma della forma di una pera, che si prolungava molto là dove si trova il picciuolo; o di una palla a cui si sia sovrapposta una mammella "intendendosi (son sue parole) che la parte del mondo corrispondente alla parte della pera verso il picciuolo sia la più alta e la più vicina al cielo e si trovi al disotto della linea equinoziale e in questo mare l'Oceano, in fine dell'Oriente".
Così spiegava la deviazione che notò ivi dell'ago magnetico, e perchè la stella polare descrivesse un più largo giro nel cielo, e perchè l'aria vi fosse più temperata.
Giustamente osservava Humboldt, che pure abbiam visto ammirarne erroneamente la coltura letteraria: queste false ipotesi dedotte da sbagliate misure, indicare in Colombo una deficienza di conoscenze matematiche e uno strano imbizzarrimento di fantasia; noi diremo: provarne la pazzia.
Ma nulla meglio prova l'incoscienza di Colombo, rispetto ai risultati dell'opera propria, che le parole sue stesse.
In una lettera scritta ai Re cattolici nell'ottobre del 1498, egli afferma che la terra ferma scoperta da lui era stata benissimo conosciuta dagli antichi, e non ignorata "come vogliono sostenere gli invidiosi o gli ignoranti" (De Lollis, Revue des Revues, 15 gennaio 1898). Egli, dunque, non si riconosceva, non sapeva riconoscersi altro merito che di aver raggiunto per altra via i paesi dell'Asia Orientale, già scoperti da Marco Polo!
Senso morale. — Crudeltà. — Come accade ai psicopatici, egli difettava più assai dell'uomo medio anche dei suoi tempi, nel senso morale; ed una causa, non ingiusta, delle sue persecuzioni fu che, non avendo trovato oro e volendone ricavare dalla vendita degli indigeni, sia pure col pretesto che fossero idolatri, impediva si desse loro il battesimo; certo egli, fin da quando mise il piede a San Salvador, contò il mercato delle vite umane come uno degli introiti più sicuri delle sue nuove conquiste.
E la prima volta che scrive alle loro Altezze accenna: "Vi è aloe quanto ne vorranno, e schiavi pure scelti fra gli idolatri" e 500 infatti ne mandava sul mercato di Spagna, fin dal 1495.
Né si dica che queste erano abitudini medioevali; perchè dal medio-evo s'era già fuori, e il Las Casas, contemporaneo di Colombo, che, come religioso, delle superstizioni medioevali avrebbe dovuto essere imbevuto, propugnò strenuamente l'abolizione dei mercati di carne umana; né il Las Casas, né la regina Isabella, né i molti altri che si erano ribellati alla triste sua speculazione erano superiori ai loro tempi. Ricordiamo pure che Colombo nel suo secondo viaggio giunto ad Haiti, dà ordine (V. Istruzioni di Colombo a Pedro Margarite) che se fosse stato trovato alcun indiano in atto di rubare, gli fosse tagliato il naso e le orecchie; perchè sono membri che non potranno nascondere; il che prova quale carità avesse per costoro: ricordiamo che quando egli aveva meditato di render schiavi gli indigeni, essi ch'erano di carattere mitissimo, non solo non gli si erano ancor ribellati, ma non avevangli manifestato che una incondizionata adorazione; ed erano pronti a cambiare di fede; e quindi prima di liberare, a indefinita scadenza, il Santo Sepolcro, avrebbe potuto convertire subito costoro, il che dal lato religioso sarebbe stata la più sicura e la più utile impresa.
E dopo che, conosciuto ch'ebbe la Corte di Spagna le tristizie dei suoi seguaci, usi a maltrattare gli indigeni, a tenerne concubine le donne, schiavi i giovani, e dei vecchi servirsi a bersaglio, scoppiò in una giusta reazione, Colombo non solo non vi si associava; ma apertamente chiedeva ai Re la continuazione di quello stato di cose: "Supplico le Altezze Vostre di voler permettere che questa gente faccia il suo vantaggio per un anno, fino a che tutto si accomodi per il meglio".
Come a chiaro indizio della sua impulsività, sarà bene, pure, ricordare che durante i preparativi del terzo viaggio, davanti a molta gente di mare e ad uomini di Corte, egli malmenò, gittandolo in terra, e calpestandolo, Ximene de Briviesca, un personaggio autorevole, il cui giusto risentimento per l'affronto fu poi una delle principali cause per cui Colombo cadde in disgrazia dei Sovrani.
Ed anche fu poco delicato verso la sua concubina Beatrice Enriquez, da cui ebbe Fernando, poichè lasciolla vivacchiare miseramente con 296 lire di pensione, del che si pentiva troppo tardi, nel testamento, scrivendo al figlio che la mettesse in posizione di vivere onoratamente, e aggiungendo: "Per alleggerire così la mia coscienza, perchè ciò pesa gravemente sulla mia anima". Evidentemente egli aveva dunque mancato alla morale e alla religione anche di quei tempi, trascurandola. E così quando si tenne il premio di 10,000 maravedis per chi prima segnalava la terra in America, mentre pare che Rodrigo de Triana l'avesse prevenuto. E certo è poi che egli non segnalava mai in alcun modo, in alcuna delle sue lettere, come tutto il merito della scoperta dell'America rimontasse a Toscanelli.
Menzogne. — Giova pur ricordare l'impressione che Colombo fece su Giovanni II di Portogallo, quando gli presentò il suo progetto: Quella d'un "chiacchierone ampolloso", secondo ne scrisse il Barros, il Tito Livio portoghese. Né invero a torto; infatti egli affermò, sia pure facendo una di quelle transazioni di coscienza, non rare nel medio-evo, di non essere il primo ammiraglio della sua famiglia, mentre così fresche nella sua memoria dovevano essere le sue origini più che modeste.
Nelle sue corrispondenze ufficiali continuò sempre a mentire, dicendo d'aver trovato abbondanza di spezie e fiumi da cui si traeva l'oro; e mentì quando affermò aver navigato tutto il Ponente ed il Levante: mentiva quando affermava che per 7 anni tutto il mondo l'aveva respinto, che fu l'oggetto delle risa di tutti, che solo un povero monaco ebbe pietà di lui, mentre il Duca di Medina aveva disposto di fornirgli 4000 ducati e 2 navi, ma sospese la spedizione per far piacere alla Regina che voleva esserne l'iniziatrice, come prova una lettera del Duca al Re[10]; anche Diego de Deza, vescovo di Zamora, precettore dell'erede del Re, lo protesse continuamente, e così Faraveggia Quintane, Talavera, come dimostrò assai bene l'Harrisse (Cristophe Colomb devant l'histoire).
E questo suo abito della menzogna spavalda ed ignorante era diventato proverbiale nel Portogallo; tantochè, quando egli approdava dall'America la prima volta, non vi credettero affatto; e il Re stesso di Portogallo, diffidandone, volle, con un ingegnoso espediente, sapere dagli stessi indigeni la verità.
Delirio. — La nettezza, dice giustamente il De Lollis, con la quale egli aveva formulato il suo progetto, la costanza più che decennale, nel sostenerlo, la cura minuziosa nel redigere i capitolati dell'impresa col Principe, la ostinazione con la quale egli ricusò sempre di modificare, pur leggermente, le condizioni da lui poste, tutto ciò dimostra più che la convinzione dell'uomo medio, la visione materiale della meta, come solo, aggiungo io, il paranoico può averla.
Del resto, il delirio alla prima occasione grave si manifestò chiaramente. Tornato dall'ultimo viaggio, i mali trattamenti del Bobadilla e le disgrazie enormi della traversata e della dimora alla Giamaica, dove si trovò su due magre caravelle quasi abbandonato ed in pericolo di morire di fame, acutizzarono la paranoia persecutiva e insieme anche religiosa. E l'acutizzarsi del delirio provocò una allucinazione in cui, come nei sogni dei paranoici, alle immagini di dolore presente ed urgente subentrano altre, rosee e lusinghiere. Egli racconta che mentre tanto soffriva, quando stava ancorato presso al fiume Betlen, sulla costa di Veragua, ebbe una visione che lo mise in comunicazione con Dio e lo sollevò all'altezza di Mosè e di Davide, i prediletti servi del Signore d'Israele.
Una voce divina gli gridò: "O stolto e tardo a credere e a servire il tuo Dio, Dio di tutti, che cosa fece egli di più per Mosè o per Davide, suo servo? dacchè nascesti, sempre egli ebbe gran cura di te. Quando egli ti vide giunto all'età che gli apparve conveniente, meravigliosamente fece risuonare il tuo nome pel mondo. Non temere, tutte queste tribolazioni rimangono scritte sul marmo e non senza causa". Questa voce non poteva, a suo credere, esser che quella di Dio: quantunque egli non osi confessarlo troppo chiaramente: e misteriosamente scrivesse: "Così finì egli di parlare chiunque, poi si fosse".
Meglio ciò si vede nelle lettere a donna Giovanna della Torre, quando sbarcò a Cadice incatenato: "Del nuovo cielo e terra che prefetizzarono Isaia prima e poi S. Giovanni nell'Apocalisse, nostro Signore mi fece messaggero additandomi la loro postura".
Ma dello acutizzarsi di quella convenzione psicopatica lasciò un più completo documento nel Libro de las Profecias, compilato nel 1501, dove, certo trascinato come tanti paranoici, dal bisticcio col suo nome, (v. s.) riavvicina la propria sorte a quella di Cristo, che sofferse la croce per l'umanità redenta, così come egli subì l'onta delle catene per avere reintegrato l'umanità nel possesso del nuovo mondo.
Nella prima parte del Libro de las Profecias, si trovano riuniti i passi delle Sacre Scritture nei quali è profetizzato il trionfo universale del Dio d'Israele: e son raccolti tutti i passi della Bibbia dove si parla di isole che in remote plaghe dell'oceano attendono la voce del Signore.
Nella seconda: trovi tutti i passi che descrivono le tragiche vicende di Gerusalemme; nella terza i vaticini della fine del mondo e dell'avvento dell'Anticristo; nella quarta le sfolgoranti allusioni ai tesori dell'Oriente, ai blocchi d'oro e d'argento di Tarsi o di Ofir.
"Con la medesima cura (scrive il De Lollis) che durante le sue navigazioni egli poneva a rivelare ogni minimo fatto, ogni minimo indizio che giovasse a regolarle, con la medesima cura Colombo trae dalle pagine della Bibbia tutte le vaghe allusioni alle lontane isole che aspettano la voce del Signore.
"In omnem terram exivit sonus eorum, et in fines orbis terrae verba eorum. Questo passo del salmo XVIII, nel quale i cieli si tramandano gli echi della gloria del Signore, ricorre più e più volte sotto la penna di Colombo: Deus Deorum dominus locutus est et vocavit terram a solis ortu usque ad occasum..... Sit nomen Domini benedictum ex hoc nunc, et usque in saeculum, a solis ortu usque ad occasum laudabile nomen Dei".
Da queste ultime frasi Colombo, che cercò il Levante per la via di Ponente, pretende essere i termini del suo itinerario già fissati nei passi della Bibbia. Accanto a quella di Isaia e di Geremia sta l'autorità di S. Agostino, di Pietro d'Ailly; ma tutto l'insieme è coordinato a provare che la voce del Cristo dovrà correre attraverso a tutto l'Oceano ed echeggiare nelle più remote isole del mare prima che la fine del mondo abbia luogo.
È un libro come tanti se ne vedono nei manicomi.
"Le vedute mistiche", nota il De Lollis, "soppiantavano così quelle cosmografiche nella mente e nell'animo di Colombo; e mentre, in origine, sull'autorità di Aristotile e di Strabone, la Spagna gli era apparsa, per la sua posizione geografica, come il punto di partenza naturale per una navigazione alle terre transatlantiche, egli preferiva oggi considerarla come la Nazione che la volontà Divina aveva specialmente predestinata ad agevolare il trionfo completo del Cristianesimo, con la cacciata degli Ebrei e dei Mori dal suo seno e con la riconquista della Santa Casa. Anche l'anima profetica dell'abate Gioacchino (che pure influì, aggiungo io, su Cola di Rienzo e su Lazzaretti), s'era espressa in questo senso". L'abate Gioacchino Calabrese, notava Colombo aver profetato che "doveva uscire di Spagna colui che avrebbe riedificata la casa del Monte Sion".
Egli vedendo in sè l'uomo vaticinato da Dio per... portare (ed ecco di nuovo l'esagerata importanza del bisticcio col suo nome Christo-ferens-Cristoforo) il nome e la gloria di Dio agli estremi del mondo, raccolse dai profeti e dalla Bibbia tutte le pretese allusioni alle sue scoperte.
Egli è fiero di dimostrare che ha operato sotto l'influenza dello Spirito Santo; e si gode a mettere in evidente contrasto la propria ignoranza col sapere di quelli che risero del suo progetto.
"Per l'esecuzione dell'impresa, non mi valse né ragione, né mate matica, né mappamondi, ma semplicemente si compie quel che predisse Isaia".
Egli fu prescelto, non per attitudini speciali, ma perchè grande era sempre stata la sua fede. S. Pietro, saltando in mare, si resse sopra l'onda, perchè fu ferma la fede sua. "E non sapete" ripete con Cristo: "che dalla bocca dei fanciulli e degli innocenti (e noi aggiungeremo dei pazzi) esce la verità?".
In una lettera che accompagna al Re il Libro de las Profecias, egli stesso dichiara d'averla scritta per dimostrare come egli fosse predestinato a compiere la restituzione della Santa Casa alla Santa Chiesa militante; ribadisce questi argomenti con le ricchezze che egli avrebbe scoperto; e questo diventa lo scopo esclusivo dei suoi viaggi; anzi pretende che Iddio gli avesse inspirato l'impresa delle Indie solo per questa nobile meta.
Il tutto è completato con un ragionamento perfettamente... paranoico: I santi padri della Chiesa affermarono che la durata del mondo non poteva andare oltre ai 7000 anni; ora siccome, stando alle Tavole Alfonsine erano decorsi 6845 anni; in breve, in 155 anni, l'ombra nefasta dell'Anticristo avrebbe velata la luce del sole e l'Eterno avrebbe disperso negli abissi del suolo il mondo.
Dunque il nuovo mondo sarebbe perito fra un secolo e mezzo; ma siccome è scritto nelle sacre carte che prima che il mondo finisse, la voce del Cristo sarebbe pervenuta ai più lontani confini, era chiaro che egli, Cristoforo, era scelto ad esserne il banditore.
Solo un secolo e mezzo di vita egli assegna al Nuovo Mondo da lui tratto alla luce della civiltà; né per questo la sua opera gli par caduca: Non era forse scritto: che prima della fine del mondo la voce di Dio avrebbe raggiunti gli estremi confini?
Così Cristoforo Colombo, che con l'opera propria aveva definitivamente chiuso il medio evo, rievoca in una forma concreta, pressoché matematica, le più umilianti superstizioni del più tenebroso medio evo.
Egli scriveva questa lettera nel 1501, quando aveva già subita — conseguenza diretta delle sue crudeltà e delle esagerazioni e menzogne con cui aveva eccitato l'avidità di Re Ferdinando, — l'onta delle catene, gli insulti del Bobadilla; pure non ne appare scoraggiato: e torna a ripetere ai Sovrani, che egli, vecchio cadente, non altri che egli, provvederà alla ristaurazione della Santa Casa: "Geruselemme e il Monte Sion han da essere riedificati per mano di un grande Cristiano. Chi debba essere costui lo predissero i profeti, e più precisamente ancora l'abate Gioacchino", il quale asserì che tale uomo doveva uscire di Spagna... reticenza facile a supplire.
Non si sa poi se attribuire al suo abito della menzogna o al delirio, l'iperbolica rappresentazione ch'egli fa nella lettera alla nutrice del Principe Don Giovanni (fine del 1500), dei poveri Indiani quasi "popoli innumerevoli e bellicosi" da lui soggiogati (De Lollis, Nuova Antologia, 16 agosto 1892).
La compilazione del Libro de las Profecias cade nel periodo di intervallo fra il terzo e il quarto viaggio: e lo scopo di quest'ultimo era appunto quello di ammassare i tesori giacenti sin dai tempi più remoti di Salomone nelle isole dell'Oriente, e impiegarli nella impresa santa di Gerusalemme.
Nella Relazione che di quella disastrosa spedizione scrisse ai Re, il 7 luglio 1503 da Giamaica, Colombo è animato sempre dalla stessa fede e dalle medesime intenzioni. Egli non aveva trovato lo stretto che doveva condurlo sulla costa occidentale dell'istmo di Panama; dove si immaginava accumulati i tesori delle leggende bibliche; ma questo non gli impedisce di serbare la convinzione che dall'interno del Veragua, da lui solo in parte esplorato, Davide aveva tratti i tre mila quintali d'oro lasciati a Salomone per l'edificazione del Tempio, e che di lì pure provenivano gli altri seicento sessanta quintali, che allo stesso Salomone recarono i suoi messi.
Egli continua a sentire in sé qualche cosa di più che umano, e nel descrivere la tempesta che lo colse sulla costa meridionale di Haïti, e inghiottì il suo mortale nemico Bobadilla, ravvicina con vantaggio proprio i suoi patimenti a quelli che misero a prova la pazienza di Giobbe. "Qual uomo nato di donna" esclama egli con una formola che poi rinnovava Lazzaretti, "non escluso Giobbe, non sarebbe morto di disperazione?"
Ora chi fra gli alienisti potrebbe dubitare che non si tratti qui di un paranoico religioso, ambizioso e allucinato?
Che egli in quel momento fosse in un accesso di melanconia religiosa è molto chiaro: e che questo fosse l'esagerazione di tendenze esistenti in lui fino dall'infanzia è anche certo, perchè sappiamo che a nessuna azione egli si risolveva già fin da giovane senza rivolgere prima una speciale preghiera alla Madonna, e perchè quell'opera, Las Profecias, non è che la continuazione, ed insieme la caricatura delle idee che lo dominarono in gran parte della sua vita.
Egli stesso, come vedemmo, afferma che non fu l'ingegno a condurlo alla grande scoperta, nè la cognizione, benchè avesse pratica marina, ma l'aiuto divino; e il De Lollis conferma che non fu il genio, ma la fede che ve lo condusse. Noi sostituiremo alla fede e all'aiuto divino l'autosuggestione paranoica, che lo acceca su tutte le difficoltà vere, che gli fa credere di essere uno strumento di Dio, che sopra fragilissime basi, come era l'ipotesi toscanelliana, gli fa abbracciare e sostenere fin alla meta l'immenso problema che avrebbe spaventato qualunque altro uomo d'ingegno normale.
La paranoia ambiziosa e religiosa, già in germe prima in lui fin da giovanotto, giganteggiante poi sotto agli strazi della Giamaica, come gli fa sopportare fatiche e dolori, che avrebbero abbattuto qualunque uomo sano, così ispira nella maturità quell'uomo, che per coltura di poco passava la media, e lo fa giungere lì dove appena una grande genialità od una profonda dottrina sarebbero pervenute.
Nè si dica, col solito banale clichè dei critici volgari, essere stata così la ispirazione religiosa che tanto lo ingrandì, come molti dei caratteri che egli offerse, scrittura, firma, un effetto dei tempi. Prima di tutto i geni sono sempre superiori, sono i padroni, non gli schiavi dei loro tempi, specie nelle cose che già appaiono a questi assurde: d'altronde poi ogni paranoico assume il punto di partenza dei suoi deliri alle condizioni ambienti; così ora si preoccupa dello spiritismo e del magnetismo, della quadratura del circolo, come allora dei diavoli, delle streghe, della fine del mondo e della liberazione del S. Sepolcro. — D'altra parte quando l'interesse o la vanità, base del delirio, erano in causa, Colombo passava sopra alle più precise norme della religione, a quelle cui nessun uomo di media devozione anche allor avrebbe trasandato; come quando mentiva, anzi spergiurava, sulla ricchezza in oro dei nuovi paesi; e peggio quando impediva il battesimo degli Indi. Era una religione dunque morbosa, la sua, quella da cui fu invaso, almeno, negli ultimi tempi.
L'ambiente influiva sulla impalcatura delle sue fantasticherie paranoiche anche per quell'altro lato che più qui importa: la scoperta di nuove terre; in quell'epoca, infatti, se era viva la devozione per Gerusalemme, l'era ancor più la passione per le scoperte geografiche, le quali da ogni parte pullulavano. Anzi le stesse ipotesi di Toscanelli, che ispirarono Colombo, erano state formulate dal Munzer, che presentava a questo scopo Martin Behaim a Juan II di Portogallo, proponendogli, con lettera, notisi, quasi contemporanea all'impresa colombiana, del 15 luglio 1493, d'equipaggiar navi per andare al paese delle sete e delle spezie, cogli stessi argomenti di Colombo, o meglio del suo copiato Toscanelli: fondandosi cioè:
I. Sul detto di Aristotele, che l'estremo Oriente è più vicino all'Ovest;
II. Sul non essere vero che il mare sia più esteso che la terra;
III. Sull'esservi molte prove che in pochi giorni di navigazione si può andare al Katai;
IV. Sull'essere la Terra rotonda;
V. Sull'essersi trovati piedi di bambou alle Azzorre, cacciativi dalle tempeste (Harrisse, op. cit.).
La paranoia di Colombo, dunque, pure attingendo i materiali del delirio dall'ambiente, ne acutizzava l'ingegno e specialmente la neofilia; sopprimeva il misoneismo, facendo, sotto l'eccitamento cerebrale esagerato, tacere i calcoli della prudenza, le obbiezioni della critica, le incertezze e le pigrizie dell'inerzia; ne acuiva l'ingegno al grado del genio, almeno per tutto quanto riferivasi alla grande scoperta: trascinandosi perciò ad operare più oltre e di molto di quanto avrebbe potuto un uomo medio. Così ho mostrato, nel mio Uomo di Genio, come un venditore di spugne, d'ingegno medio, giungesse nel delirio a presentire, dopo aver visto crescere rapido un albero dove aveva seppellito un asino, il circolo della vita; così Cola di Rienzo previene, sotto l'impulso paranoico, le conclusioni di Cavour, e abbatte, quasi inerme, il governo dei nobili armati. Lazzaretti, un ignorantissimo carrettiere, spinge sotto l'ispirazione paranoica un'intera popolazione, quella del Monte Amiata, ad una vera rivolta religiosa, abortita solo perchè nelle altre regioni i tempi non eranvi adatti nè propensi.
Nè con ciò intendo negare in Colombo l'impronta del genio: un'immensa pratica di mare, e di cartografia, una straordinaria intuizione gli teneano luogo di cultura: gli permisero così di cogliere dai menomi indizi la certezza dell'avvicinarsi della terra.
Ed anche al di fuori della scoperta del nuovo mondo, che era sua come vedemmo, solo in parte, egli ebbe vere intuizioni scientifiche. Così, osservando prima a 260 leghe dall'Isola del Ferro e poi a Somana gli immensi ammassi di Fucus galleggianti, intuì che il mare di Sargassi doveva segnare una linea quasi stabile nel bacino dell'Oceano, e che le piante terrestri staccate dagli scogli si accumulavano con una certa regolarità determinata da una corrente diretta da est ad ovest: era una divinazione della corrente equatoriale, le cui ragioni fisiche egli riuscì poi a spiegare nei suoi primi viaggi in modo affatto conforme al vero. (Lolli o. c.).
Nè fu questa la sola osservazione originale che sorgesse nella mente di Colombo lungo il percorso di quella navigazione affatto nuova. Difatti, già fra il 13 e il 17 settembre del 1492 egli aveva compiute, ricollegandole con mirabile perspicacia, le sue osservazioni sulle declinazioni dell'ago magnetico: l'uso della bussola rimontava ad epoche remote, alla civiltà cinese: forse, durante le audaci navigazioni del secolo XV attraverso l'Atlantico, s'era anche osservato che la punta dell'ago calamitato non mirava diritto al polo, ma inclinava verso nord-est; ma fu egli indubbiamente il primo che, per dirla colle parole dell'Humboldt, constatò che questa stessa variazione variava; vale a dire che la bussola, a una certa distanza a ponente delle Azorre, declinava verso nord-ovest. Combinando le sue osservazioni sulla declinazione magnetica con quelle sulla linea stabile del mar di Sargassi e il cambiamento di temperatura notato a 100 leghe dalle Azorre, egli doveva poi più tardi giungere a stabilire una linea senza variazione nell'Atlantico, che fissava le grandi divisioni climatiche dell'Oceano e potè riuscire utilissima per la determinazione della longitudine.
La sua tenacia infine fu meravigliosa, geniale; scrivemi in proposito il geografo Prof. Errera, "la genialità sua massima sta nell'aver attuato il progetto di Toscanelli, che a tutti i dotti del tempo doveva parere tecnicamente possibile, praticamente inutile o pazzesco: — inutile, perchè un'altra via oceanica alle Indie era già stata trovata (giro del capo di Buona Speranza); — pazzesca, perchè un viaggio che lasciasse dietro a sè ogni terra gettandosi a capofitto nei deserti dell'Oceano sulla sola fede dei calcoli d'un solo cosmografo, doveva parere idea da matti e non da savi, per quanto si temperasse con l'erroneo calcolo del potersi compiere in pochi giorni."
"Taluno, è vero, aveva già tentato dei viaggi verso ponente alla scoperta d'isole supposte; ma tra questi e Colombo v'è la stessa differenza, che tra un nuotatore che s'allontana dalla sponda tanto da esser sicuro di potervi ritornare prima che gli manchino le forze, e il nuotatore che lasci la sponda senza voler più tornare indietro, diretto ad una meta che egli suppone esista al di là."
"Ora di un progetto che i savi praticamente e giustamente sconsigliavano, egli volle e seppe esser attuatore. Forse fu il morbo che nascose alla sua mente gl'inconvenienti dell'impresa; ma certo esso gl'instillò la tenacia e l'energia dell'uomo che è spinto da una idea fissa."
Ma quando una idea fissa è la scoperta di un nuovo mondo, abbiamo innanzi una meta così gigantesca, da non poterla assimilare alle quasi sempre sterili, sempre incomplete, concezioni dei pazzi.
AUTOGRAFI DI COLOMBO
N. 1.
Autografi di Colombo. (Raccolta Colombiana, Parte 1.)
N. 2.
Autografi di Colombo. (Raccolta Colombiana, Parte 2.)
N. 3.
Autografi di Colombo. (Raccolta Colombiana, Parte 3.)
N. 4.
Autografi di Colombo. (Raccolta Colombiana, Parte 4.)
MANZONI[11]
(Con 3 tavole)
L'UOMO
Capitolo I. Esame somatico e biologico.
Alessandro Manzoni era di alta statura, m. 1. 67, con apertura delle braccia (carattere questo degenerativo) molto maggiore della statura 1.75; circonferenza del capo molto vasta — 580mm.; — fronte larga alla base 110, ma sfuggente. Ebbe acutezza visiva grande fino a tarda età, che contrastava coll'ottusità notevole del gusto e dell'odorato, che non lo lasciava accorgere dei cibi che sapessero di fumo; la poca sensibilità musicale contrastava ad una strana iperacusia, specie, notturna. — Moderato nel cibo, salvo quando avesse dei grandi dispiaceri; occasioni queste, in cui, all'inverso dei più, mangiava assai. Come i nevropatici aveva grande sensibilità meteorica. "È tranquillo, è buono, salvo quando vuol mutare il tempo e quando non ha emozioni", scriveva di lui, giovane, la madre Giulia a Fauriel, (Cantù, o. c., II, 160).
Soffriva di balbuzie iniziale specialmente davanti agli estranei ed in alcuni giorni più che in altri; fu in preda a continui disturbi nervosi, — mali di stomaco, lombaggini, mali di denti, di testa, un'impossibilità di lavorare più di 5 giorni in un mese, inquietudini, angosce, — che provocavano in lui strani scoraggiamenti.
Era insieme claustrofobo ed agorafobo, sicchè una strada grande gli dava una sensazione penosa, e doveva camminarvi sempre rasente il muro, appoggiandosi dall'altra parte ad un amico; e mentre gli era fisicamente e moralmente impossibile di rimanere da solo in una camera chiusa a chiave e di rimanere nella folla, dichiarava star bene solo camminando; e camminava così rapido, che meglio poteva dirsi corresse. "Ieri mattina, — scriveva egli, per es., a Fauriel, — sentendomi bene, andai a piedi a Brusuglio, e dopo avere corso nelle vie e nel giardino quasi quattro ore, ne sono rivenuto a piedi". Però era incapace di fare un solo passo fuori di casa da solo; per cui, pochi potendolo seguire nel suo passo stranamente affrettato, dovette anche da giovinetto, come ne informa sua madre, passare molti giorni in angoscia, per non poter uscire.
E tutti questi mali partivano o si riflettevano su e dai centri nervosi: così evidentemente nevrotico era il suo mal di stomaco che non gli lascia forza d'intendere ciò che scrive, e talvolta non gli lascia pigliar la penna in mano.
Doppia personalità, — Presentò in tutta la vita, non che passando dalla giovinezza all'età adulta, una vera doppia personalità: ora timida, ora audace, ora bigotta, ora Voltairiana, ora affettuosa, ora muta d'affetto.
Avea una vera forma di follia circolare: giorni nefasti, come egli li chiamava, di angosce, inquietudine, di singolari scoraggiamenti, durante i quali non poteva nemmeno passeggiare, e giorni tranquilli.
Scrittura. — La doppia personalità di Manzoni si riflette nella scrittura ora nitida e calma ora procellosa, come aveva già intraveduto Bonghi. Se noi esaminiamo, per es., l'autografo di quel frammento sul Corpus Domini pubblicato nel Carteggio fra Rosmini e Manzoni (vedi n. 1), e la dichiarazione premessa in età adulta al giovanile Trionfo della libertà; ed il ms. del Trionfo della Libertà, (Bonghi. Opera inedita di Manzoni, Vol. I, p. 30, Fig. 2-3, e le note al Canto I., idem, Fig. 4), vediamo nelle ultime, ma più specialmente nella prima, che crederei scritta nel 53, un tipo comune agli ecclesiastici, che risulta da un'eguaglianza monotona di tutte le lettere, curve e filetti, senza risalto alcuno di filetti, nè di hampe allungate nè di curve personali, nè di volute, nè di tagli del t, senza pendenze spiccate a destra nè a sinistra.
Invece l'autoritratto (Fig. 5) ha un tipo artistico spiccato, che ricorda quello di Raffaello e anche Mantegazza, Calderini, Mazzini, Bistolfi con belle maiuscole, con curve artistiche, col taglio del t qualche volta al di sopra, qualche volta all'indietro o al davanti della lettera, con accentuati filetti e i grassetti.
Tutti questi caratteri differiscono stranamente dalla scrittura del 5 maggio (Fig. 6 e 7) e così anche dall'Inno delle Pentecoste che parrebbero assolutamente vergati da un altro. Qui la scrittura è ora diritta, ora assolutamente pendente a sinistra, appuntata invece che curva, legata invece che giusta-posta, colle lettere piccole e le hampe in confronto molto grandi, colle linee serpeggianti e spaziate, con qualche voluta, con macchie e scarabocchi, e correzioni a masse e in cui si accentua la nota appassionata e la grande irrequietudine dello spirito in contrasto colla impassibile eleganza ed apatia delle altre, per cui al minimo possiamo trovare nel Manzoni tre caratteri speciali che covavano già nella sua giovinezza e divennero spiccatissimi nell'età matura.
Questi mutamenti grafologici si possono trovare anche nel ms. di una stessa ode; p. es. nel 5 maggio (fig. 6 e 7) è curioso il notare in B il carattere calmo e quasi apata della correzione della 2ª. strofa, che è ben più poetica della prima gettata[12] e che assomiglia molto a un'altra scrittura che qualche volta usa il Manzoni, quale si trova nella lettera a Federico Gonfalonieri n. 8 e che, se frequente, costituirebbe quasi un quarto tipo grafologico.
Balbuzie. — La sua balbuzie era, come la chiama Stricker una balbuzie psichica, Gedanken-Stottern, che s'arrestava ad un tratto davanti ad una parola difficile a pronunciare; e davanti a cause che aumentassero la sua naturale timidezza, sicchè egli come già Cartesio, Newton, Cornelio, era incapace di pronunciare davanti a molti fosse anche una sillaba sola. Questo arresto psichico emotivo pare si estendesse qualche volta anche alla scrittura, se con Bellezza si interpretano alcune frasi della figlia, e della madre, che p. es. dicono, "Strappiamo la penna ad Alessandro che pensa troppo per dirvi in due parole quanto potrebbe dirvi." "Scrivo invece del padre perché l'occasione instessa e precipitosa non gli dà il tempo di scrivere da sè," prova bellissima che il fenomeno è completamente corticale.
Assenze epilettoidi. — Soffriva fieri mali di capo, con senso di congestione, per cui si sentiva invadere la testa da un gran caldo[13] e insieme assenze epilettoidi. Queste erano segnalate dal camminare e leggere senza accorgersi di quanto accadesse e si dicesse intorno a lui: e dalle vertigini epilettoidi; le quali solo posson spiegare gli svenimenti o l'apprensione continua degli svenimenti; espressione questa, o meglio eufemismo, con cui spesso gli epilettici designano i loro accessi; tanto più che l'esame medico accurato fatto eseguire dalla madre, escluse ogni altra affezione cardiaca o cerebrale o gastrica, che potesse spiegarli: e che, persino un giorno, bizzarramente attribuiva al clima di Parigi[14] dove, viceversa, era andato appositamente per guarirne[15].
Portava con sé del forte aceto, per scongiurare questi accessi o deliqui; ed un giorno sentendoseli venire, mentre era lontano da casa, se ne gittò addosso con tanta precipitazione, da guastarsi per qualche tempo la vista. — Ed era questa del deliquio o accesso che fosse altra causa per cui non ardiva uscire da solo.
Lo Stampa racconta come una volta parve al Manzoni che il suo maestro di tedesco, certo Ekerlin, fosse caduto in deliquio durante la lezione; e che donna Giulia pregò quest'ultimo di astenersi dal frequentare il figlio, perché quello spettacolo ne aveva peggiorato lo stato nervoso. E a proposito del timore ond'era sempre assediato di svenire lontano di casa, lo Stampa, op. cit., osserva: "Il risvegliarsi da uno svenimento, col sentimento di esser stato fuor di sè, circondato da persone straniere che lo guardavano con un curioso interesse, era un accidente che sopra un temperamento veramente nervoso e convulso, dovea fare una brutta e profonda impressione."
Tutto questo non può spiegarsi[16], soprattutto a chi sappia che la vertigine quando non sia effetto di complicazioni gastriche o cardiache, è il fenomeno più costante dell'epilessia, specie dell'epilessia psichica[17], ch'è come una forma di accessi istero-epilettici. Aggiungasi che la più ispirata delle sue liriche, — il 5 maggio, — fu composta in un vero accesso di epilessia psichica. La notizia della morte di Napoleone I gli giunse il 17 Luglio a Brusuglio, mentre era nel giardino; si chiuse nel suo studio e scrisse in 2 giorni l'inno (V. Op. ined. e rare di A. Manzoni, Vol. I. — Avvert. p. 14 — edite dal Brambilla) mentre tutti i precedenti altri inni furono stentati per 6 od 8 mesi di seguito; "i famigliari dissero che in quel giorno pareva impazzito.., che dettò l'inno in soli 2 giorni di straordinaria irrequietudine, durante i quali faceva suonare continuamente al piano la sua signora qualunque aria, pur che non s'interrompesse"[18]. E lo stato spasmodico in cui era quando lo dettava è provato anche grafologicamente (v. s).
Capitolo II. Esame psicologico.
Amnesie. — A meglio fissare tale diagnosi, si aggiungono le singolari amnesie (altro fenomeno speciale all'epilessia) che in lui s'alternavano ad una meravigliosa memoria, sì da saper a mente quasi tutto Virgilio ed Orazio; e perciò erano assolutamente morbose. E qui le prove son numerose.
In mezzo ad una disputa di materia storica, gli viene in mente di guardare che cosa dice in proposito il Gibbon, e trova il volume... postillato da lui stesso. "Ecco cos'è la mia memoria!" esclama poi ridendo.
Un'altra volta, spedisce un libro ad un amico "per la posta a foggia di lettera", cagionando una spesa inutile e relativamente grave al destinatario, a cui deve poi chiederne perdono[19].
Scrivendo al Fauriel gli accenna a un lavoro che egli avrebbe tra le mani sopra gli stoici; l'amico, il quale pensa agli stoici come al Gran Turco, casca, dalle nuvole ed egli se ne scusa in questo modo:
"Je ne sais pourquoi je vous ai parlé des stoiciens, quand je savais très bien que c'est à ce discours que vous travaillez. Mais c'est que je parle quelquefois comme un oison".
Dimenticanze e distrazioni gli avveniva di commettere persino in ciò che più dappresso riguardava i suoi studi: nelle note storiche premesse all'Adelchi, dopo il cenno del matrimonio di Desiderata o Ermengarda, figlia di Desiderio, con Carlo Magno, aveva scritto che: "le cronache di quei tempi variano perfin nei nomi, quando però li dànno". Federico Odorici lo avvertì che ambedue i nomi in tedesco significavano "figlia di Desiderio" e che perciò erano identici. Il Manzoni ringraziò e promise di sopprimere nella nuova edizione l'immeritato rimprovero a' cronisti; ma poi se ne dimenticò, ed ebbe a scusarsi della sua "scapatagine" presso l'Odorici". (Bellezza o. c.)
Una volta, conversando con un amico, gli citò una sentenza che gli pareva bella, ma non si rammentava più dove l'avesse trovata. Sfido! gli disse l'amico: è vostra! (Dialogo dell'invenzione); egli restò confuso, corse al volume delle sue Opere Varie, e rispose un po' balbettando: "Quand'è così, la citazione non ha alcun valore." E mutò discorso. Nè questo è il solo né il più sorprendente esempio della sua davvero "portentosa" dimenticanza di ciò ch'egli stesso aveva scritto. Una sera, narra il Fabris, a chi gli citava due o tre versi del coro: "Dagli atri muscosi", ecc. egli disse non ricordare punto quei versi. Un'altra sera una signora, che aveva recitato stupendamente a Napoli la parte d'Ermengarda, gli diede il proprio ritratto; con sotto scritti alcuni versi di questo personaggio; invano i famigliari gli ricordavano che eran suoi; egli sostenne risolutamente di non averli mai scritti; finché dovette cedere alla evidenza: "quando gli additai (scrive Fabris) il luogo preciso della tragedia dove si trovavano. Un'altra volta lo trovai circondato da un mucchio di libri, e tutt'intento a cercare un passo di un autore, ch'egli aveva in mente; e richiesto da lui se lo sapessi trovare, gl'indicai una delle sue opere, al che egli stentando a prestar fede, andò a cercare il volume, né si acquetò fino a che non gli ebbi mostrata la pagina". (Bellezza, o. c.)
Era così misoneico, che non andò a vedere lo zio Beccaria morente, in ferrovia, perchè quella allora era una novità. Già a 22 anni scriveva (Epist. I, 72) del ribrezzo che gli metteva addosso il vedere nuove facce; anche Stampa afferma, che il solo vedere una persona nuova lo metteva sempre di malumore; e che estendeva il misoneismo ai bicchieri, alle scatole del tabacco, alle cravatte, le cui forme non mutò mai, come la madre sua non mutò mai le mode che avea portate nella giovinezza.
Paure. — Egli, poi, fondeva il misoneismo alla panofobia: aveva paura di tutto, delle strade ferrate, del colera, del dentista; provava vero spavento a visitare un paese straniero.
Paradossi. — È strano ch'egli, così equilibrato in ogni suo lavoro, si piacesse così spesso (Cantù, op. cit.) di quei paradossi, ove (le son frasi Manzoniane): la salsa è tutto; e non solo in letteratura, anzi più spesso ancora che in letteratura, in politica, e in economia, come quando voleva che si lodasse l'architetto Mengoni per le difficoltà vinte nel costrurre la Biblioteca Ambrosiana sopra area limitata e disuguale, e poi suggeriva di... demolirla. Alcuni eran geniali come: quando proponeva smetter gli ambasciadori, essendo divenuti ora inutili: e come quando affermava — "esservi mancanze, le quali, lungi dal far perdere a un autore il titolo di galantuomo, gli acquistano spesso quello di benemerito" — e che: — "l'accusa di plagio è stata fatta sempre agli scrittori che hanno detto il più di cose nuove" — e che: — "la rappresentazione delle passioni che non eccitano simpatia, ma riflessione sentita, è più poetica d'ogni altra".
E nel parlare e nello scrivere in Italia constata che, "per non dare nello strano, bisogna tenersi lontano dal naturale"; e ciò per "non saper come fare per dire una cosa che si dice ogni momento".
Son queste tutte, in vero, delle trovate più paradossali in apparenza che non in realtà, e che possono parere tali solo all'uomo volgare. Ma però egli si piaceva troppo in altre sentenze, peggio che paradossali, solo basate sulla forma, sul suono, sul contrasto dell'espressione — come quando pretendeva la moda una libertà portata dal Cristianesimo, che, viceversa, perpetua, perfino nelle cocolle del frate, la veste delle plebi Romane; e quando parla del vezzo del pubblico, il quale s'ostina "a demander des explications sur ce qui n'avait que le défaut d'être trop clair", e che "l'osservar poco è.... il mezzo più sicuro per concludere molto": e come quando trovava la seconda Gerusalemme di Tasso "indubbiamente migliore della prima, sia riguardo ai versi, sia riguardo alle altre correzioni", e quando in una lettera al Bonghi sostiene che il Baretti "quell'Aristarco, che ebbe e ha ancora la riputazione di critico incontentabile, peccò piuttosto di troppa indulgenza"!!
Chiamava i ladri i più gran partigiani del diritto di proprietà, perchè... arrischiano la vita per ottenerla. Discorrendo col Torti del vino e dei suoi componenti conchiudeva: "In fine dei conti, la base del vino è l'acqua".
La frequenza di questi paradossi o meglio dei bisticci che come vedremo formano non scarsa parte del suo contenuto letterario in prosa, è tanto più strana in lui che in alcune severe sentenze ne riprovava l'uso come perniciosissimo al giusto ragionamento (v. sotto).
Abulia. — Come accade in molti geni, la profondità del pensiero, che malgrado tante mende era in lui mirabile, ne aveva depressa la robustezza della volontà e il senso pratico, il che chiaramente confessò in questa lettera a Briano giustificando con ciò il rifiuto dell'offertagli deputazione (V. Epistolario, Vol. II — Milano, 1883 — pag. 176).
"Il senso pratico dell'opportunità, del saper discernere il punto o un punto dove il desiderabile si incontri col riescibile; e attenersi sacrificando il primo con rassegnazione non solo, ma con fermezza fin dove è necessario, salvo il diritto si intende, è un dono che mi manca a un segno singolare: e per una singolarità opposta, ma che non è nemmeno un rimedio, perchè riesce non a temperare ma a impedire ciò che mi pare desiderabile, mi guarderei bene dal saperlo non che dal sostenerlo. Ardito nel mettere in campo proposizioni, che paiono e saran paradossi, e tenace non meno nel difenderle, tutto mi si fa dubbioso, oscuro e complicato, quando le parole possono condurre a una deliberazione.
"Un utopista e un irresoluto son due soggetti inutili, per lo meno, in una riunione in cui si tratti di conchiudere; io sarei l'uno e l'altro nello stesso tempo.
"Il fattibile più volte non mi piace e dirò anzi mi ripugna; ciò che mi piace non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli altri, ma sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto; e d'averne poi sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze."
Son le parole stesse con cui espressero la loro abulia Cardano, Newton e Rousseau, e recentemente Renan ed Amiel[20].
L'abulia lo lasciava preda del suo ambiente, favoriva la sua suggestionabilità, il che spiega perché fino a che fu sotto l'influenza della madre vedesse dei geni nei suoi amanti e non s'accorgesse dell'indelicatezza nel farne egli l'elogio; appena caduto nel dominio dei preti passa ad un fanatismo bigotto così esagerato come era forse esagerato l'anticristianesimo e l'odio dei preti quando era sotto l'influsso degli enciclopedisti. Vedremo presto come alla sua conversione abbia contribuito molto la suggestione della moglie, della madre, di due preti e d'una... vicina di casa.
Questa abulia ed insieme la poca affettività che fra poco dimostrerò, spiegano la sua ripugnanza a scrivere agli amici, a rispondere loro anche in cose importantissime.
Se il prendere la penna era per lui sempre una "azione eroica" — così confidava egli al Grossi, — quando poi si trattava "di scrivere una lettera di cerimonia", allora "l'impresa" (è ancor egli che parla), si facea addirittura "erculea". Questa lettera diventava per lui una vera calamità! Vi pensava delle settimane senza mai sapersi risolvere a mettersi alla scrivania; oppure vi si metteva varie volte... per non scrivere poi altro che qualche linea (Bellezza o. c.).
Finalmente, dopo esitanze, meditazioni e perdite di tempo deplorabili, finiva a scriverla e a spedirla; e allora ridiventava di buon umore, non senza rimpiangere tutto il tempo che vi aveva perduto; però non di raro dopo scrittala era oppresso dal tormento dei pentimenti; sicchè molte volte mandava il servo a ritirarla dalla Posta per paura gli fosse sfuggito qualche errore. — Quando ristampò la sua lettera famosa a Cesare D'Azeglio intorno al Romanticismo, ne volle rivedere le bozze, chi dice quattro, chi dice tredici volte...; e si trattava di una ristampa (V. Barbiera, op. cit., pag. 364).
Senso pratico. — Questa abulia era in lui peggiorata dall'assenza di ogni senso pratico della vita o senso comune. Quindi, erede d'un forte patrimonio, venutogli inaspettato — quello dell'Imbonati, — non sa valersene per migliorare il proprio censo, sicchè finisce a dover vendere tutti i poderi aviti, ai quali era affezionatissimo: autore d'un'opera coronata da un immenso successo come i Promessi Sposi, venduta in poco tempo a due mila copie, — cosa straordinaria in quei tempi — riesce invece a rimettervi 80 mila lire quando se ne fa egli l'editore per non volersi adattare a dare alcuno sconto ai librai, che è la condizione sine qua non d'ogni smercio librario. Finalmente, proprietario agricolo, manca della previdenza più semplice — quella di prendere un'assicurazione sugl'incendi.
Affettività. — Aveva, come accennai, comune coi folli morali la poca affettività; fu ingrato col Foscolo (Lettera al Trechi), col Torti; amico intimo del Grossi, non volle pronunciare due sole parole che avrebbero potuto salvarlo da gravissime noie nelle polemiche coi critici pei suoi Lombardi alla prima Crociata; amico antico del Fauriel, ne divenne dopo qualche anno quasi un estraneo; poco e male si preoccupò dei figli, non dandosi il menomo pensiero della loro educazione e collocazione. Come Beccaria, dopo aver amato caldamente la prima moglie, ne sposa dopo 3 anni un'altra; al figlio Pietro che gli domanda una raccomandazione per riavere un impiego, risponde con una lettera che parrebbe diretta ad un ignoto, in cui protesta non avere relazione con alcuna persona influente, il che non era vero perchè lo vediamo — quasi contemporaneamente (Epist. II) — raccomandare persona affatto a lui estranea nè gran che più meritevole.
Precoce. — Fu (De Gubernatis, op. cit.), precoce come sono tutti i degenerati; a 15 anni aveva scritto il Trionfo della libertà, a 18 le Armonie giovanili, e non mancava nei suoi primi anni di quella megalomania così frequente nei giovani ma che contrasta stranamente coll'eccessiva umiltà e modestia della età matura, in cui avea tanto più ragioni d'insuperbire: come provano questi versi nel Trionfo della Libertà, dettato a 15 anni:
Ed io pur anco ed io vate trilustre
Forse ahi! che spero la seconda vita
Vivrò se alle mie forze inferme e frali....
E più sotto...
È forse a somma gloria ogni via chiusa
Che ancor non sia d'altre vestigia folta?
Dante ha la tromba e il cigno di Val Chiusa
La dolce lira....
mettendosi, come si vede, in troppo buona compagnia.
Contraddizione. Bigottismo. — Nel 1810, a 26 anni circa, colui che era stato fino allora, non solo Voltairiano convinto, come mostrò in quei due poemi e nelle corrispondenze, ma fin eccessivo odiatore del prete, colui che si lagnava che al letto del moribondo suo Arese, appena allontanati gli amici, si fosse fatta affacciare l'orribile figura del prete, che andò nel 1806 precisamente per questo, a Parigi, comechè, diceva: "in Italia uno non potere vivere nè morire come vuole, mentre in Francia almeno sono indifferenti", passò all'improvviso al cattolicismo più esagerato. La causa predisponente pare ne fosse in parte l'equivalente psichico di uno dei suoi accessi epilettoidi.
Secondo il Barbiera (Il Salotto della contessa Maffei e Camillo Cavour — 6. Edizione, Baldini e Castoldi, Milano, p. 359), in un momento di delirio il Manzoni che avea smarrito per le vie di Parigi la moglie, sarebbe entrato angoscioso e tremante nella chiesa di S. Rocco esclamando: — "Dio mio, se esisti, rivèlati a me; e fammi trovare Enrichetta". Secondo Stampa, che forse ne ebbe informazioni più esatte e dirette dalla seconda moglie, egli, nel 1810, mentre passava vicino alla chiesa di S. Rocco, fu colpito dal solito deliquio o paura che fosse di deliquio, e mal reggendosi in piede potè ripararsi in quella chiesa; vi si sentì subito meglio e trovò un immenso conforto nel trovarsi in un luogo sacro. E da allora comincia la sua conversione.
Chi conosce il colorito terrifico religioso[21] frequente nell'epilessia, la sua facilità a polarizzare gli animi di chi ne sia colpito nelle direzioni più contradditorie, trova invece più naturale che questa malattia in lui da anni radicata, benché come vedemmo in forma frusta[22] riuscisse a polarizzarne completamente la personalità psichica nel senso contrario al proprio passato positivista, anzi antireligioso; come in S. Paolo, e come vedemmo in molti altri epilettici e geni, Swedenborg, p. e., Pascal, Rousseau, Cardano (Uomo di Genio Parte II e III).
E ciò tanto più facilmente, perchè in quegli anni era, come scrive la madre, assai più del solito in preda ai suoi disturbi nervosi, in seguito alla paura incontrata assistendo all'incoronazione di Napoleone (siamo di nuovo a manifestazioni panofobiche) nelle vie di Parigi, ove credè di essere soffocato dalla folla.
Un più recente studio (E. Degola: per De Gubernatis) spiega meglio questa sua strana condotta o meglio forse aggiunge un altro più potente a questi moventi. — Secondo il carteggio dell'Ab. Degola, un santo uomo sempre in cerca di proseliti, avendo costui convertito una certa Geymüller e poi sua figlia, protestanti, amici, correligionari e quasi coinquilini della Blondel in quell'epoca (1810) a Parigi — questa ultima ne fu così impressionata da decidersi subitamente ad imitarla e si convertì il 22 Maggio; — Manzoni prima la lasciò fare senza molto esserne scosso, ne disputò anzi un poco con Degola, — poi cominciò a subirne l'azione suggestiva, come è prova l'aver consentito il 15 Febbraio 1810 a rinnovare il rito nuziale; poi a quella di Degola si aggiunse l'opera di Monsig. Tosi — ma pure al 28 Agosto 1810 non era convertito che a metà. — "Il già sì fiero Alessandro (scrive il suo 2º. domatore Tosi a Degola) quantunque mostri molta docilità non è ancor conquistato alla fede." — Ma i preti convertono anche la madre Donna Giulia, che s'accosta alla mensa della B. V.; e la suggestione quindi aumenta sempre più; — benché il 22 Febb. 1811, Tosi volesse vederlo più docile all'insinuazione dolcissima della moglie e della madre. Ma sotto quattro suggestionatori di quella forza finiva per cader, non solo ma andar al polo opposto dell'ascetismo morboso. — Il 7 Marzo 1811, ossia 15 giorni dopo, Manzoni ne era già preda completa, era secondo la mite formula di Lojola perinde ac cadaver e scriveva di sè: Soffrire giusto questo castigo per chi non solo dimenticava Iddio, ma ebbe la disgrazia, l'ardire di negarlo.
Nel 1817 ancor però tremavano i due convertitori e le due loro alunne che tornando a Parigi potesse venir meno la loro potente azione suggestiva — da cui solo evidentemente credevano dipendesse la conversione e deploravano ch'egli — un grande egoista nel fondo anche con tutta la sua religione — "non si consigliasse se non con le sue convulsioni contro cui credea unico rimedio il viaggio". (De Gubernatis, S. E. Degola).
Ma checchè affermino Magenta che ne tentò un'apposita dimostrazione per Tosi, e De Gubernatis che sotto altra forma e con maggiori documenti la riconformò a quasi esclusivo vantaggio di Degola, se giovinetto Manzoni non avesse fatto ricerche filosofiche elevatissime e osservazioni fin troppo dal vero, delle scuole pretesche, di cui si dichiarò vittima per parecchi anni[23], e se non avesse avuto per maestri ed amici, Cabanis e Tracy, al cui confronto Tosi e Degola erano troppo poca cosa, il fatto potrebbe parere strano, ma non istraordinario.
Tanto più che ad ogni modo non giungerebbe mai un pensatore, sia pure convertito, fino all'esagerazione di cacciare di casa le opere più pregiate del Voltaire ornate di autografi suoi; e giustificarsi dell'amore che vi aveva sempre posto, col dire che non ne aveva prima letto le confutazioni d'un volgarissimo critico (Guenèe); nè giungerebbe mai alle morbose effusioni ascetiche, simili a quelle in cui si abbandona Manzoni quando scrive al Tosi: "Col Padre della Misericordia si ricordi di questo povero uomo, la cui miseria le è nota". E più tardi: "Si ricordi innanzi a Colui che ascolta; tribolati di chi ha tanto bisogno di essere perdonato"; o quando scrive nelle lettere al Tosi pubblicate dal Magenta: "Ringrazio vivamente il Signore che ci ha offerto questo fortunato mezzo di propiziazione per noi peccatori" (sic!) e "ringrazio pure di cuore la bontà di lei del cui santo ministero si vale per tutto ciò che io possa fare. Dico e senza esitare questa parola, se malgrado la mia profonda indegnità (ecco la linea che segna il delirio di indegnità e di peccato dalla comune umiltà), sento quanto possa in me operare la Onnipotenza della Divina Grazia, (D e G grandi). Si compiaccia di pregare il buon Gesù che non si stanchi di farne risplendere i miracoli in un cuore che ne ha tanto bisogno. Mi tenga sempre suo umilissimo e affezionatissimo figlio in Gesù Cristo. — Alessandro Manzoni".
Notisi che la lettera, riguardava non un atto ignobile od equivoco, od almeno indifferente che abbisognasse di scusa; ma una buon'azione, una opera di carità commessa in segreto!!
Oh! non ti par di vedere un vecchio instupidito dall'età, accasciato e curvo ai piedi del prete?! — Eppure qui si tratta di un giovane baldo ch'era pochi anni prima audace pensatore, e perfino schernitore di preti.
Giustamente avvertiva il De Gubernatis, che non è certo alienista nè amico degli alienisti, ed in un'epoca in cui tali questioni non si toccavano ancora, anzi non si sognava nemmeno dai letterati che esistessero, tanto erano digiuni d'ogni scienza psicologica non che psichiatrica; non potersi spiegare tutto ciò se non per un delirio: ed io aggiungerò per il delirio così detto d'indegnità, o di peccato che è una nota varietà della lipemania.
E ciò è ribadito dalla lettura di questi suoi pensieri mandati al Tosi: "Felici noi se sappiamo comprendere che l'unica vera gioia e l'unico sapere viene dallo spirito che il Padre ci manda nel nome di Gesù Cristo." — E poi: "Gesù Cristo, nostro esemplare, (sic) ha proferito parole che noi dobbiamo ripetere; e quante volte quelle parole sono per noi terribili da proferirsi, perchè racchiudono la nostra condanna e svelano la funesta parola, contraddizione, tra il nostro esemplare e la nostra condotta". (Magenta o. c.)
Ora un simile delirio di peccato può passare anche per naturale effetto dell'età in un uomo disfatto dagli anni, ma in un giovane geniale, già Voltairiano per giunta, è evidentemente morboso.
Il Tosi suo confessore si era completamente impadronito di lui; secondo lui, per redimere il suo passato peccaminoso (eppure a dire il vero, peccato non aveva egli che di idee), non sarebbe bastato dettasse dodici inni sacri, tanti cioè quanti erano i mesi dell'anno, ma doveva scrivere La Morale cattolica in difesa della religione. E il Magenta pretende (non è però ben provato, e Cantù e Stampa lo negherebbero) che più volte il Tosi chiudesse il Manzoni nel suo studio, come uno scolaretto, dichiarando che non lo avrebbe lasciato uscire da lì fino che non avesse scritto un certo numero di pagine; certo è che pretendeva che il Manzoni mettesse in versi oltre che quella collana di Inni mensili "la storia di Mosè, e tracciasse un lavoro ascetico in cui si dovea dimostrare che l'uomo abbandonato a sè cerca la soddisfazione in una scienza vana, felice viceversa se sappia comprendere che l'unica vera gioia e l'unica scienza vengono dallo Spirito che il Padre ci manda in nome di Gesù Cristo".
Infine per comprendere fino a qual punto giungesse il fanatismo suo e del suo convertitore, Tosi, basti dire che trovò peccaminoso fino quel brano bellissimo dei Promessi Sposi in cui il Padre Cristoforo assolve Lucia dal voto, brano che fu salvato per miracolo più tardi dalla scancellatura al cessare dell'acuzie della crisi psichiatrica.
Secondo De Gubernatis, che però qui vuolsi da alcuni esageri un fatto vero, da quell'anno 1810, l'anno della conversione, fino al 1818; e, lasciando la cronologia che potrebbe esser inesatta, certo nei migliori e più fecondi anni della vita, egli fu completamente sterile;[24] men che qualche piantagione agricola, qualche disegno di villa e gli stentati e sterili primi inni sacri, e due canti patriottici classici, egli non avrebbe fatto nulla di grande; e ciò perchè il bigottismo più gretto invase e guastò quella nobile anima (come persino il clericale Cantù dovette confessare), sostituendosi, non che al positivismo, al vero sentimento religioso. E il bigottismo che ha abbattuto due grandi nazioni, la Spagna e la Francia, ha forza che basti per annichilire anche il più grande dei geni.
Vero è che lo Stampa pretende confutare in proposito ambedue quei biografi: ma la sua invece che una confutazione ne è una riconferma; perchè deve ammettere che il Manzoni pregava tre volte al giorno, che recitava i paternoster alla sera con quelli della sua famiglia, che suggeriva a un malato un santone che guariva con benedizioni, che avrebbe voluto baciare i piedi al Papa, infine, che ne sosteneva la completa infallibilità in questioni religiose, il che si vede del resto nell'Epistolario (vol. 4), egli, che non foss'altro dalla condotta del Vaticano col suo grande Rosmini, torturato moralmente in vita, e forse spento dal noto a Sarpi stylum Romanae Ecclesiae avrebbe dovuto almeno per ragione di sentimento, per ragion d'amicizia, comprendere la terribile fallibilità della Chiesa.
Certo che: se il delirio religioso sorto a poco a poco — prima in grazia ad un accesso epilettoide e poi mercè la suggestione della moglie, della madre e del Tosi, e Degola in un organismo debole e predisposto a passare agli eccessi opposti dalla nevrosi dominante e dagli incidenti che questa ingrandiva, — se quel delirio avesse continuato ad imperversare a questo modo sull'anima di quel grande, noi del Manzoni non avremmo più avuto, toltone i bei versi giovanili, che quei poco felici primi inni e l'importazione di qualche pianta esotica d'alto fusto.
Ma nel 1818, a rompere la prepotente suggestione altrui e la propria — gli sorse contro una di quelle grandi sventure che omeopaticamente spesso servono di rimedio alle più gravi psicopatie: in causa della pessima amministrazione sua, se egli, malgrado la lauta eredità Imbonati, quasi 300,000 lire, (secondo Petrocchi o. c.,) volle conservare Brusuglio, dovette vendere la casa e villa paterna, cui era affezionatissimo e nel cui villaggio, come è confermato dai colloqui del Manzoni con la Maffei (v. Barbiera, p. 362) egli impostò la scena principale dei Promessi Sposi. Il dolore dovette essere acerbo, "il più grande dispiacere", disse[25] egli, "della mia vita": Egli ne ebbe, perciò, come appare dalle lettere della madre e di lui stesso al Tosi, un aggravamento nella nevrosi, e nelle vertigini. — Ma sotto quella grande scossa morale riacquistò completamente la sua attività poetica, nuova prova del legame di questa colla nevrosi. E fu appunto allora che stese con novo stile l'inno della Pentecoste, l'unico veramente perfetto fra i suoi inni religiosi; ed in breve tempo; fu allora che concepì il Carmagnola e poi l'Adelchi; e si noti che nel Carmagnola anche a sfogo della sua melanconia introduce i cori per poter parlare (come confessò) in persona propria e senza prestare ai veri personaggi i propri sentimenti; e infatti egli sfogò molti dei suoi segreti rimpianti nel dipingere quest'eroe d'animo grande e desideroso di grandi imprese, che si dibatte con la piccolezza dei suoi tempi.
Un altro campo...
Correr degg'io, dove in periglio sono
Di riportar, forza è pur dirlo, il brutto
Nome d'ingrato, l'insoffribil nome
Di traditor.
Capitolo III. Eredità morbosa.
Nè a completare il quadro patologico di Manzoni manca l'influenza ereditaria.
L'eredità pazzesca e geniale in Manzoni è veramente molteplice, specie dalla parte della madre. Già Cesare Beccarla, da cui discende Giulia, la madre del Manzoni, apparteneva a una famiglia nobiliare dove molti erano i pazzi, da una famiglia di cui diceva Verri: "non conoscere nè passato nè futuro, e operare quasi per istinto sulle sensazioni del momento attuale, e padre e madre mostrarsi tanto deboli e inconsequenti quanto i loro figli. Il padre, anzi, avendo per sè la borsa e le leggi, ha operato sì che nessuno dei figli ha alcun riguardo per lui, sino a non lasciargli una porzione di piatto a tavola." Quanto a lui Beccaria, era abulico, molti giorni restava inerte senza pensare, senza leggere, stanco, annojato, fin le lettere intime faceva scrivere dagli amici. Lasciò incomplete quasi tutte le sue opere, a 32 anni abbandonò ogni studio, come più tardi Manzoni che in 88 anni di vita non ne occupò che 35 come scrittore; fu dimostrato che aveva allucinazioni, e idee megalomaniache persecutive, e strane fobie; tremava, anche giunto in età matura, per paura dei folletti e delle streghe; dormiva in un'amaca appesa al soffitto per sottrarsi agli spiriti. Avea paura del bujo, dei birri del S. Uffizio, egli che con audacia sì grande avea proclamati nuovi veri; e dopo aver combattuto la tortura nei libri, ad un primo sospetto di furto la fece applicare ad un suo servitore; risoltosi dopo molta esitanza ad andar a Parigi, dopo 30 miglia vuol ritornare a casa; — giustamente nota Villari in proposito "tal timidezza in un uomo così ardito nell'idea essere assai strana". — S'aggiunga: che egli, grande filantropo nei libri, è senza cuore col padre, col fratello, coi figli, coi poveri, cogli amici, e colla stessa moglie di cui era gelosissimo e che pure, pochi mesi dopo morta, sostituì;[26] proclive ai più strani paradossi, scrive, per esempio, che egli dà dei consigli per riescire, scrivendo, saggiamente pazzo.
Manzoni. — È curioso qui[27] e colpì Graf, come Cantù, come Bellezza, la strana somiglianza tra il Beccaria e il Manzoni; ambidue appassionati del nuovo, ammirarono da giovani gli enciclopedisti, ambedue dopo aver amata pazzamente la moglie, passano rapidamente alle seconde nozze, e ambidue abbandonano l'amico più intimo senza una causa chiara; ambidue combattono il classicismo nello stile; e l'uno da scienziato divien letterato, l'altro da letterato diviene scienziato. Ambidue lasciano incomplete quasi tutte le opere; a mezzo il cammin della vita, ed anzi prima abbandonano ogni studio; ed ambidue mostrano molto scarsa affettività, mancanza di senso comune, di volontà e quindi incapacità di amministrare, e lentezza nell'elaborare; e in tutti e due predominò la paura senza causa, e la timidezza nella vita pratica, in contrasto all'audacia del pensiero e all'amore del paradosso.
Strano effetto dell'eredità e anche insieme dell'analogia nelle condizioni della vita.
Giulia. — Quanto alla madre di Manzoni, Giulia Beccaria, già accennava Foscolo nelle sue lettere esser essa considerata pazza da molti degli amici di casa; certo nata da madre corrottissima, calunniatrice del fratello e bisbetica[28], Giulia sposata, pare contro sua inclinazione, giovane, a un marito frigido e vecchio, se ne stancava subito, né lo rivide nemmeno al momento della morte; si innamorava dell'Imbonati che accompagnò a Parigi e da cui ebbe poi una pingue eredità; pure a lui ancor vivente diede per successore o meglio per associato il Fauriel, che ella soleva chiamare Divino; poco curante, nei giovanissimi anni, del figlio lo abbandonò prima in mani mercenarie; e poi per nove anni in pessimi collegi: univa alla scorrettezza dei costumi il bigottismo, specialmente per una certa Madonna di S. Carlo, di cui, sul serio, credeva aver sperimentata la protezione; aveva morbose paure di mali e pericoli immaginari; per tema di ammalarsi lontana da un medico non istava a Brusuglio, e conservò nella vecchiaia le vesti e le mode della gioventù. Orgogliosa del nome paterno, sottaceva il cognome coniugale e lo dissimulò fino nell'epitaffio; ove volle si incidesse: "A Giulia Beccaria — figlia di Cesare — madre di Alessandro Manzoni"; fino nel testamento (sì poco era previdente) fece legati che assorbivano tutti i suoi beni.
Questi sono caratteri, nota giustamente il Cappelli (o. c.), più comuni agli alienati che ai sani.
Da questi fatti notori, dal testamento rogato in suo favore da Carlo Imbonati, e dalla coincidenza dell'amicizia intimissima sua con la gravidanza del figlio, dalla somiglianza poi della fisionomia dell'Imbonati (Petrocchi o. c.) e di molti Carcano (imparentati cogli Imbonati) col Manzoni stesso, dall'ammirazione eccessiva che essa seppe destare per lui nel suggestionabile figliuolo e dal ribrezzo suscitato in questi, più tardi, quando seppe completo il vero, sicchè distrusse il monumento erettogli in Brusuglio, mandò alla fossa comune le sue ossa prima preziosamente raccoltevi; e più tardi ne distrusse e sperperò fino i libri tutti, fin le lettere (Petrocchi) e tentò far scomparire fin la celebre epistola a lui dedicata, si hanno indizi non lievi a sospettar vera la voce pubblica, secondo cui non dal marito legittimo, ma dall'Imbonati sarebbe nato il grande poeta.
E giova notare: che in questo caso si avrebbe una doppia eredità intellettuale e morale, poichè da uno studio del Buzzetti (I conti Imbonati, Como 1898) si viene a sapere come il nonno di questo suo probabile padre fosse Giuseppe Imbonati, geniale poeta, fondatore di un'accademia letteraria celebre in Milano; il quale, a sua volta, sarebbe stato (come appunto Manzoni) figlio naturale di un Carlo Antonio, ricco banchiere di grandissimo ingegno; sicchè da costui si inizierebbe pel Manzoni l'eredità atavica-geniale... ed erotica (Vedi albero genealogico, 79ª pagina). Quanto al Carlo, il suo presunto padre, secondo alcuni era buon poeta e forte pensatore, e degno allievo di Parini; secondo altri non aveva il genio nè il cuore del padre, faceva pessimi versi e, quel che è peggio, giocava d'azzardo e un giorno arrischiovvi tutta la sua tenuta di Cavallasca; impulsivo, gettò, fra gli insulti più ignobili, un grappolo d'uva in faccia al Baretti.
Ma l'eredità poetica di Manzoni si spiegherebbe meglio, dati questi fatti, con un'altra radice, avendo il presunto suo nonno Giuseppe Imbonati sposato una Francesca Bicetti, celebre poetessa dei suoi tempi, sorella ad un Bicetti dei Buttinoni, notissimo per poemi e per opere mediche, e per avere primo fra noi introdotto la cura del vaiuolo cogl'innesti.
La eredità poetica mista ad una pazzesca, in linea non diretta ma parallela, si trasfonde ancora in un altro ramo, perchè una sorella Marianna del Conte Carlo Imbonati, si sposò ad un Francesco Carcano, bizzarro nobile milanese, messo in canzone come fanatico per le muse dal Goldoni; da cui nacquero Giuseppe Carcano, che pure bizzarro sciupò un patrimonio ad erigere un teatro, e Vincenzo padre all'illustre poeta Giulio. Notisi che in molti altri affini ai Carcano, ch'io conobbi, si son notate spesso genialità insieme e bizzarrie e quelle fobie del dubbio, così spiccate in Manzoni: una, per esempio, di cui ebbi speciale conoscenza, rupofoba all'estremo grado, si bagnava cento volte al giorno; un'altra vedeva veleno dappertutto; un terzo, amico mio, coltissimo del resto, non può accostarsi alle vetrine per paura di romperle ed ha la singolarissima fobia d'esitare a ricevere il denaro dovutogli.
Queste singolari fobie che arieggiano tanto a quelle del Manzoni, e la grande somiglianza nella fisonomia dei Carcano al Manzoni, confermerebbero, parmi assai bene, sebben indirettamente, la ipotesi della consanguineità degl'Imbonati col grande poeta.
Capitolo IV. Applicazioni letterarie.
Chi credesse un inutile passatempo erudito questa ricerca dell'anomalie psichiche del Manzoni, se ne dissuaderà subito quando pensi che essa illumina molta parte della sua opera letteraria e filosofica: la improvvisa e temporanea decadenza all'epoca degl'inni sacri e la loro origine, la contraddizione filosofica di metà della sua vita, i frequenti bisticci, i paradossi così discordanti col fine buon senso che domina in tutti i suoi libri; essa ci dà anche la chiave di certe note che vi predominano: la strana frequenza, in ispecie, delle allusioni a quella che fu uno dei sentimenti più intensi in lui — la paura.
Il Puccini (Il romanzo psicologico, 1856) ed il Graf nel mirabile studio Foscolo, Manzoni, e Leopardi, 1898, ebbero a dire che un esempio delle sue smanie paurose "lo lasciò egli stesso nei Promessi Sposi, quando descrisse lo spavento di Renzo, solo, nel bosco..., le ansie di Lucia..., il terrore dello stesso Innominato e di Don Abbondio." E l'eruditissimo Bellezza, che nella citata opera ne dà sette pagine intere di prove, ricorda non esservi vizio o virtù, passione o sentimento che abbia parte più larga o più importante nell'opera manzoniana, della paura: non essere quasi personaggio nel romanzo, che non ne sia preso, un momento o l'altro (op. cit.).
Sfuggito all'unghie della giustizia, Renzo si sente addosso "quella paura di dar sospetto cresciuta allora oltremodo, e fatta tiranna di tutti i suoi pensieri". S'inoltra poi nel bosco "pieno di fantasie, di brutte apprensioni", che diventano ben presto "terrore"; e nell'altra sua gita a Milano un monatto gli grida: "hai avuto una bella paura" (Bellezza).
Lucia teme ad ogni istante le ire dello sposo all'avventura notturna; "il terrore, l'angoscia di lei", accorata, affannata, atterrita, quando è condotta al castello dell'Innominato, durano per quasi tutta "la notte della paura". E "costernazione" e "terrore" la prendono al ricordo del voto fatto e al momento d'infrangerlo; per "varî timori" non fa parola di esso alla madre; la storia di Geltrude la riempì di "paurosa meraviglia" (Bellezza).
E poi abbiamo la paura: di Ambrogio, desto di sopprassalto dello sgangherato grido di don Abbondio; di Menico, acciuffato dai bravi; quella dei bravi stessi ai rintocchi della campana a martello del vicario di provvisione; dei bravi dell'Innominato, i quali in fatto di religione, eran stati soliti a prevenir con le beffe la paura che gliene sarebbe venuta, "ma che al vedere l'effetto che una tal paura aveva prodotto nel loro padrone, chi più, chi meno, non ce n'era uno che non gli se n'attaccasse". L'Innominato medesimo prova "quasi un terrore" nel mettere le mani su Lucia, e i terrori della notte per poco non lo portano alla disperazione. Persino "quel bestione di Rodrigo" non ne esce netto d'"apprensione" che la profezia di fra Cristoforo gli ha messo in corpo, e si risveglia la notte nel sogno finchè lo invade "il terror della morte".
Don Abbondio è "la personificazione della paura": ha paura di ogni cosa, a ogni momento; anzi, gli avviene d'averne addosso due nello stesso tempo, come durante il colloquio con Renzo: di provocare questo, tacendogli le cose, o di mancare alla ingiunzione fattagli (Petrocchi, Dell'opera e della vita di A. Manzoni). Nella spedizione al castello dell'Innominato è in preda ad una "paura ecc.". Un'altra di diverso genere, gli viene dalla paternale di Federico.
Alla calata dell'esercito alemanno, ha una paura classica; rifugiatosi presso l'Innominato, circa la conversione del quale ha ancora i suoi timori, il pensiero d'esser colto in una battaglia gli mette addosso "uno spavento indistinto, generale, continuo", così da farsi dire da Perpetua che ha "paura anche di essere difeso ed aiutato".
Si direbbe insomma che il Manzoni si sentisse attratto in modo speciale da quelli tra i fatti umani in cui predomina questo sentimento. La storia della Colonna Infame è una serie d'atrocità e di terrori che si alternano e si collegano l'un l'altro. "Bisogna dire che il furore soffocasse la paura, che pure era una delle sue cagioni." I motivi che condussero i giudici a procedere così iniquamente, egli osserva, furono appunto "la rabbia resa spietata da una lunga paura... il timore di mancare a un'aspettativa generale... di parer meno abili se scoprivano degl'innocenti, di voltar contro di sè le grida della moltitudine... il timore fors'anche di gravi pubblici mali che ne potessero avvenire".
Le cause e gli effetti molteplici della paura, le varie forme e manifestazioni, nonchè la natura specifica di essa, trovano la massima illustrazione nell'opera manzoniana. È magistralmente descritto il combinarsi di essa con altri sentimenti; così don Abbondio s'accorge della gran collera che aveva in corpo, e che era stata fin allora "nascosta e involta nella paura"; il conflitto di perplessità e di terrori nell'animo di Don Abbondio; lo stato d'animo nell'intervallo; l'irragionevolezza e il carattere paradossale del sentimento stesso. "Il timore opera... sulla evidenza, portando talvolta a negar fede alle cose minacciate, e talvolta a prestargliene più di quella che si meritino". — "Il sentimento che porta il timoroso a ingrandire o a immaginarsi il pericolo, è quello stesso che lo fa fuggire dal pericolo reale... e leva la tranquillità della mente"; la conseguenza ch'esso di frequente produce, di suscitare in chi ne è preso l'impazienza, o un sentimento affatto contrario, l'ardire.
"Mi struggo e temo di vederti". — Don Abbondio aspetta Renzo "con timore e, ad un tempo, con impazienza". — Menico... comandava "con la forza d'uno spaventato". — Lucia "rinvigorita dallo spavento". — Agli occhi del padre, Gertrude quantunque ne avesse paura, o... risoluta per paura, con la stessa prontezza con cui avrebbe preso la fuga dinanzi un oggetto terribile".
"Ora temeva il giorno... ora lo sospirava." — Renzo "era ansioso insieme e timoroso di veder qualcheduno".
Anche nella Tragedia e negli Inni del Manzoni Bellezza troverebbe una varietà infinita di "paure": dal "terrore" onde son presi i tiranni, a quello dell'"anima" impaurita d'Ermengarda; dai signori romani, Irsuti per tema le folte criniere, e dai Franchi tenuti sotto le Chiuse "ad una scola di terror", a Marco senatore, Il rio timor che a goccia a goccia ei fea — Scender sull'alma mia. E il "turbamento leggero... che si mostra di quando in quando sul volto delle spose"; e la "paura del fanciullo, che trema nelle tenebre, senza sapere di che".
Nelle paure della veglia bruna
Te noma il fanciulletto.
"Il terror della caccia" che traluce negli occhi del lupo; "il timore che nasce anche negli animi più determinati e li rende crudeli"; "il timor santo e nobile per gli altri"; il "timor veramente nobile e veramente sapiente, di commetter un'ingiustizia"; il "terror che ispira il coraggio, avvezzando chi lo sente a nulla temere degli uomini"... (Bellezza).
Vero è che testè il Bertani[29] pur confermando che tutte le opere poetiche e romantiche di Manzoni sono zeppe di paura, pretende spiegarlo con ciò, che di paura è piena la natura umana, di cui Manzoni era fedel dipintore; ma E. Carrara giustamente gli risponde: che la scienza moderna dimostra profondo il legame indissolubile fra la psiche dell'artista e l'opera sua: ora l'esistenza di un profondo e profuso senso di paura, di timidezza anormale in Manzoni è confermata da tutti i suoi biografi. A chi obbiettasse che egli deride nel suo romanzo questo sentimento, si può rispondere che un critico come Manzoni sa analizzare sè stesso e sa scherzare sui propri difetti; anzi, solo a questo patto poteva trasfonderli nei suoi personaggi. (E. Carrara).
E poi, aggiungeremo noi, anche la vanità, anche la vendetta, sono sentimenti e passioni diffusissime agli uomini: eppure egli non ne abusa negli scritti, quasi anzi non ne usa, come invece fa della paura.
Si notò dal Bellezza, op. c. pag. 234, e dal Graf che anche la frequenza dei caratteri deboli, abulici, come di Lucia, di Renzo, del grande Romanzo ha una prima fonte nella sua stessa debolezza d'animo.
E così l'eccessiva incertezza e pigrizia di don Ferrante schivafatiche, riprodurrebbe, secondo Graf, le analoghe sue tendenze (v. s.) e così si spiegano pure le frequenti incertezze e i dubbi dei suoi personaggi, di Renzo, p. es., se troverebbe Lucia o no, se Lucia rinunzierebbe o no al voto; — fino l'Innominato e fin Federico, fin don Rodrigo son sospesi per più giorni tra il sì e il no, l'uno più dell'altro; e così si spiega la perplessità di Geltrude, e fin quella dei bravi dell'Innominato.
Bisticci. — E la psicosi spiega l'insorgere ogni tratto in una mente così quadra, che fu giustamente detta da Graf peccante in rapporto alla poesia d'eccesso nel ragionare, di quegli strani paradossi, che molte volte basansi sui contrasti dei termini, qualche volta, come nei ragionamenti dei pazzi, in quelli dei suoni.
Così "una guerra difensiva di chi ha ragione è buona; ma non può esistere se non con la condizione d'una guerra ingiusta". Che fa l'arte della guerra? — seguita ad argomentare; — "insegna a uno il mezzo di fare una cosa, all'altro il mezzo di impedirla". "E però ha un intento dubbio, anzi contraddittorio: aiutare e dirigere chi vuole una cosa e chi vuole che la cosa non sia".
E dopo aver constatato che "le verità matematiche si contrappongono sovente alle verità morali, come aventi una certezza di un genere che non si può trovare in queste", sostiene e dimostra come la cosa stia per l'appunto alla rovescia; e come, cioè, le verità morali abbiano, nell'applicazione, il vantaggio d'una minore incertezza!! — E fa le meraviglie del fatto che "v'ha uomini i quali negano le verità morali astratte, mentre non ve n'ha che neghino le matematiche."
Ecco alcuna delle sentenze o bisticci che ci trasmise di lui il Bonghi: "Gli animali sono, eppure non son loro"; Noi siamo tra due lacci scorsoi, o ci affoga l'uno o ci affoga l'altro; e, che è più strano, per non lasciarsi affogare nè dall'uno nè dall'altro, dobbiamo stringerli tutti e due. — "Sovente si mette più presso, e più dentro alla cosa medesima, chi se ne fa più lontano". (Stresiane).