LO STATO E L’ISTRUZIONE PUBBLICA NELL’IMPERO ROMANO


CORRADO BARBAGALLO

LO STATO
E
L’ISTRUZIONE PUBBLICA
nell’Impero Romano

CATANIA
FRANCESCO BATTIATO, EDITORE
1911


PROPRIETÀ LETTERARIA

Catania, Stab. Tip. Cav. S. Di Mattei & C.



[INDICE]


INTRODUZIONE

L’istruzione pubblica in Europa è tutta creazione italica. Il più geniale dei filologi francesi, Gastone Boissier ha illustrato mirabilmente, da par suo, questo grandissimo, tra i meriti della nostra stirpe, nella storia della civiltà umana: «Appena gli eserciti romani erano penetrati nei paesi sconosciuti, vi si fondavano scuole; i retori vi giungevano dietro le orme del generale vincitore, portando seco la civiltà. La prima cura di Agricola, appena ebbe pacificata la Britannia, fu di ordinare che ai figli dei capi s’insegnassero le arti liberali.»

«Appena i Galli furon vinti da Cesare, si aperse la scuola di Autun. Per farci intendere che presto non vi saranno più barbari e che gli estremi paesi dal mondo si inciviliscono, Giovenale dice che nelle più remote isole dell’Oceano, perfino a Thule, si pensa di far venire un retore. La retorica conquistava il mondo nel nome di Roma, e i Romani sentivano di doverle una grande riconoscenza e che l’unità del loro impero si era fondata nella scuola. Popoli, che differivano fra loro per l’origine, per la lingua, per le abitudini, per i costumi, non si sarebbero mai così fusi insieme se l’educazione non li avesse raccostati e riuniti. Ed essa vi riuscì in modo mirabile. Nell’elenco dei professori di Bordeaux, quale Ausonio ce l’ha tramandato, noi vediamo figurare insieme e vecchi romani e figli di Druidi e sacerdoti di Beleno, l’antico Apollo gallico, che insegnano tutti, come gli altri, grammatica e retorica. Le armi li avevano mal sottomessi; l’educazione li ha interamente domati»[1].

Non ostante così grande merito, la letteratura storica del nostro paese è forse l’unica, che non possegga una sola monografia sulla forma e sullo svolgimento della istruzione pubblica nell’evo antico. Ma tale considerazione, per quanto grave, non potrebbe, forse, giustificare del tutto un nuovo studio sull’argomento. La cultura moderna, che ha come suo carattere la internazionalità, riesce a prevenire, il più delle volte, il desiderio, o il bisogno, di una produzione nazionale su determinati oggetti d’interesse generale. E precisamente, nel caso nostro, nonostante la mancanza di lavori italiani, nonostante che anche la letteratura francese, ch’è stata in ogni secolo un mezzo maraviglioso di diffusione delle idee, non ce ne porga compenso adeguato, potremmo pur dire di avere molto da attingere, dalla produzione storico-pedagogica dei popoli dell’Europa non latina, specie, come sempre, dalla grande nazione tedesca e un po’ anche (chi l’avrebbe mai detto?) da quella delle nazioni slava e ungherese[2].

Ma tutti questi scritti, che, salvo poche eccezioni, riescono quasi inaccessibili alla maggior parte dei lettori e degli studiosi italiani, sono macolati in genere da due difetti organici. L’uno è ch’essi fondono insieme la trattazione della istruzione pubblica romana con quella greca,[3] il che, a sua volta, produce due conseguenze fatali: la negligenza dello studio dell’istruzione pubblica nel mondo latino, la cui importanza viene, praticamente, rimpicciolita ed oscurata, e la confusione di tipi, di istituti e di condizioni, che, se hanno fra loro innegabili rapporti di analogia e di parentela, rimangono pure profondamente distinti. L’altro difetto è che tutte le monografie, esistenti sulla istruzione pubblica nel mondo romano, o romanizzato, si sono esclusivamente limitate a dare un’idea — sia pure esatta e minuta — del meccanismo interiore della scuola a tipo classico. Or bene, di questo noi siamo oggi perfettamente informati, e non mette in verità conto proseguire ad occuparcene. Ma ciò non significa punto che si possegga — o si sia fornito — un adeguato concetto della diffusione, e delle condizioni della istruzione pubblica, nel mondo romano.

Questo concetto può solo scaturire dall’esame degli istituti scolastici, nei vari paesi dominati da Roma; ma è appunto tale studio che può dirsi manchi interamente alla letteratura pedagogica europea.

Inoltre, da questa insistenza delle varie monografie a dissertare del funzionamento della scuola greca e romana, consegue un difetto ancor più grave per il nostro studio: la trascuranza delle sue specifiche condizioni durante l’età imperiale. Infatti, poichè il generale ordinamento interno della scuola romana, nel massimo fiorire della repubblica, differisce assai poco da quello della medesima nell’età successiva, è chiaro che chi ha illustrato la prima non ha poi creduto necessario ripetere il lavoro per la seconda, nella quale tuttavia gl’istituti di istruzione pubblica raggiunsero il loro più notevole sviluppo.

Da queste premesse il lettore può in anticipazione rappresentarsi alla mente le linee generalissime del lavoro, che crediamo debba ancora essere tentato dagli studiosi europei, e specialmente dagli italiani. Esso dovrebbe riuscire da un lato alla illustrazione di tutti gli elementi specifici, apportati da l’impero romano nell’istruzione pubblica del mondo da esso dominato; dall’altro, a una serie di monografie sulle condizioni, le vicende, lo svolgimento di questa istruzione, nei varii paesi, che soggiacquero alla dominazione romana. Appunto perciò la prima parte di uno studio, quale noi lo concepiamo, deve essere dedicata a chiarire la natura dei rapporti tra il governo centrale e la istruzione pubblica, e a dare l’idea dello svolgimento di questa forma della politica imperiale; perchè la caratteristica dell’istruzione pubblica nell’impero, quella che tutte le altre accoglie e subordina, fu appunto l’ingerenza del potere centrale, che concluse con la creazione di quella istruzione di stato, ch’è oggi il tipo più universale, quella anzi che noi siamo indotti a identificare con l’istruzione pubblica propriamente detta.

Tale l’indagine storica, che oggi presento ai lettori, e che mi è riuscita meno agevole di quanto la natura del soggetto farebbe supporre, sopra tutto a motivo della incertezza dei suoi mutevoli confini, che ho dovuti a ogni passo rimettere in discussione. Infatti, con la parola istruzione, io non volli intendere soltanto la coltura intellettuale, ma anche l’educazione morale; nè l’una e l’altra volli identificare con certe categorie determinate, oggi a noi più familiari, dell’insegnamento, ma le sorti di entrambe ricercare attraverso tutte le varie, impreviste forme, in cui si esplicò l’azione dei principi e dei governi, che furono intenti ad istruire e ad educare. Era per ciò facile — e quindi pericoloso — che il nostro studio storico sull’istruzione pubblica si tramutasse in un saggio sulla cultura intellettuale del tempo, o, peggio, in una dissertazione sul mecenatismo dei principi romani. Ma, per quanto, all’atto pratico, le varie distinzioni non riescano agevoli, tuttavia io mi sono sempre guardato dal cadere in siffatti equivoci, e, se di cultura o di mecenatismo ho qualche volta discorso, è stato solo per mettere uno sfondo al quadro, o una premessa alla dimostrazione.

Ugualmente facile (o pericoloso?) era venire a discorrere di certe forme d’istruzione speciale, che vantò anche l’impero romano e di cui possono indicarsi, quali esempi, le scuole d’armi, le scuole dei gladiatori etc. Ma è parso a me evidente che questi e simili istituti non rientrassero nel concetto generale d’istruzione pubblica, a cui pure viene subordinata, per certi caratteri di universalità, anche l’istruzione professionale, e ho tralasciato questa parte, che forse, anche, avrebbe richiesto per se sola tutta una speciale trattazione.

Ma tali gravi difficoltà nel fissare i limiti del mio compito sono piccole e scarse rispetto alle numerose, suscitate dall’esame dei mille argomenti e dei mille svariatissimi problemi, coi quali il soggetto del presente studio va indissolubilmente congiunto. Moltissimi invero tra questi non hanno ancora avuto una trattazione o una soluzione definitiva; molti non ne hanno avuta nessuna, e io mi sono, caso per caso, dovuto accingere a fornirne qualcuna. Non mi illudo di avere sempre colto nel segno; sarebbe presunzione eccessiva. Sono però convinto d’avere sempre, nei limiti delle mie forze, compiuto il mio dovere di ricercatore e sopra tutto di avere soddisfatto a quell’obbligo, che è sommo per chiunque, e che il più grande storico dell’arte antica incideva in una frase scultoria dell’opera sua maggiore, l’obbligo cioè di ogni studioso «di non mai paventare la ricerca del vero, anche se a pregiudizio della propria estimazione», chè «i singoli debbono errare, affinchè i molti procedano verso la verità»[4].

CAPITOLO I. Gli Imperatori di casa Giulio-Claudia e l’istruzione nell’Impero Romano.
(30 a. C.-68 d. C.)

I. La politica scolastica degli Imperatori di casa Giulio-Claudia. I privilegi di Augusto ai praeceptores. Una scuola di stato per la nuova aristocrazia imperiale. — II. Le biblioteche pubbliche augustee. — III. Il governo di Augusto e la custodia delle opere d’arte. — IV. Augusto e l’immunità dai carichi pubblici ai medici e ai docenti di medicina. — V. Augusto e la nuova educazione della gioventù. — VI. Contenuto religioso e morale di questa educazione. — VII. Augusto istituisce un ufficio di sovrintendenza generale su l’istruzione e l’educazione della gioventù romana. — VIII. Augusto e l’istruzione pubblica nelle provincie; la biblioteca del Sebasteum; l’amministrazione e la direzione del Museo alessandrino. — IX. L’istruzione pubblica e il governo centrale da Augusto a Nerone. Caligola e i concorsi di eloquenza. Il Museum Claudium. — X. La corte e la sua influenza sulla nuova aristocrazia. I concorsi di eloquenza istituiti da Nerone e l’incremento degli studi di retorica. Il governo di Nerone e gli studi di filosofia. — XI. Le immunità agli insegnanti datano probabilmente da Nerone. — XII. Rassegna e ampiezza di queste immunità. — XIII. Casi di immunità speciali a favore degli insegnanti primarii. — XIV. Nerone e l’ellenizzarsi dell’educazione fisica in Roma. — XV. Nerone e l’incremento dell’istruzione musicale. — XVI. I successori di Augusto e le organizzazioni giovanili a Roma e in Italia. — XVII. Nerone ricompone le biblioteche perite nell’incendio del 64. — XVIII. Gli Imperatori di casa Giulio-Claudia e gli studi di giurisprudenza. — XIX. Il nuovo regime e l’istruzione pubblica.

I.

Ebbero, e praticarono, gl’imperatori della casa Giulio-Claudia quella che oggi si direbbe una politica scolastica loro propria? Chi scorra, anche con diligenza, le trattazioni esistenti sulla storia dell’istruzione e dell’educazione nel mondo romano non può non rispondere negativamente. Il governo di quegli imperatori sembra rimanere estraneo a tutta l’operosità ufficiale svoltasi in questo campo durante il primo secolo di C. Eppure, è ben difficile dire se altre dinastie abbiano, nello svolgimento dell’istruzione e dell’educazione nazionale, esercitato un’influenza pari a quella dei Giulio-Claudii, come è altrettanto difficile indicare i principi romani, che ne abbiano, in maniera egualmente larga, affrontato il non agevole problema.

Fra essi, al posto di onore, va, come era prevedibile, collocato Augusto. Tre sono i provvedimenti, che di lui si sogliono ricordare, e che, direttamente e indirettamente, si connettono alle cure dell’istruzione pubblica: 1) un privilegio concesso ai docenti nell’occasione di una grande carestia; 2) l’istituzione di una scuola pei principi; 3) l’istituzione di pubbliche biblioteche.

Augusto continuò il concetto e la politica di Cesare. Per lui, come per il suo grande predecessore, i maestri delle scuole elementari, medie e superiori, erano, nella vita dello stato, non quantità ingombranti, ma elementi di forza e di benessere sociale. Così, nell’occasione di una grande carestia in Roma, probabilmente quella del 10 di C., egli fu costretto a ordinare lo sfratto di tutte le ciurme di schiavi trasportati a Roma per la vendita, di tutte le bande di gladiatori, persone, come si vede, destinate a uffici, o esercenti mestieri, dei cui vantaggi il pubblico romano nè soleva, nè sapeva, privarsi. Il decreto di sfratto fu esteso a buona parte degli schiavi addetti ai servizii domestici e pubblici in Roma — si voleva, pare, diminuire ad ogni costo il numero delle bocche — nonchè a tutti i forestieri. Chi ha un’idea di quello che sogliono essere le città capitali, specie se città cosmopolite, può formarsi una lontana idea degli effetti di quest’ultima parte del decreto imperiale. Chè Roma non era soltanto una capitale; era, in quel tempo, la capitale del mondo, era l’universal porto di mare, era la città, che, come si esprimevano i suoi poeti, sarebbe cessata di vivere, se gli stranieri non l’avessero colmata di loro stessi[5]. Privarla di tutti i forestieri era lo stesso che mutilarla di una parte viva del suo organismo. Tra quei forestieri numerosissimi erano i greci, anzi gli abitatori di tutto il mondo ellenizzato, e, quindi, i pedagoghi, i litteratores, i grammatici, i rhetores[6]. Con la loro espulsione Roma sarebbe rimasta priva di una buona metà di coloro che v’impartivano l’istruzione. E due sole eccezioni Augusto fece: l’una per i praeceptores,[7] l’altra per i medici, maestri anch’essi, come vedremo;[8] e il privilegio accordato significò che, per il primo degli imperatori romani, ridurre al popolo il pane della scienza era più dannoso del lasciarne ridurre il pane quotidiano.

Di Augusto — dicemmo — si rammenta altresì l’istituzione di una scuola pei principi. Svetonio, esponendo la biografia del grammatico Verrio Flacco, narra che, «scelto da Augusto quale precettore ai suoi nipoti, egli passò nel palazzo imperiale con tutta la sua scuola ma con l’impegno di non ammettervi più alcun altro discepolo. Ivi egli fece lezione nell’atrio della domus Catilinae, che era allora una parte del palazzo imperiale, con lo stipendio annuo di 100,000 sesterzi»[9]. (L. 25,000 circa).

Qualche storico[10] ha raccostato tale fatto al provvedimento dell’imperatore Vespasiano, di cui avremo a suo tempo ad occuparci, pel quale taluni dei retori greci e latini furono stipendiati a spese pubbliche.[11] Evidentissimamente, il paragone non regge: i due atti sono di natura essenzialmente diversa. Vespasiano, col suo provvedimento, metterà a disposizione del pubblico dei buoni maestri, reggenti scuole pubbliche, e porrà, accanto alle altre, una scuola di paragone, di cui toccava allo stato scegliere gl’insegnanti. Augusto invece confiscava a beneficio di una ristretta classe di persone una scuola aperta per l’innanzi al pubblico. E il suo tentativo, se a qualcosa, accenna, non già all’avocazione della scuola allo stato, bensì al regime della istruzione domestica.

Ma senza dubbio una scuola esclusivamente domestica la sua non fu. I cittadini e i residenti in Roma mandavano i loro figliuoli ad istituti di vario merito e di vario nome. È quello che accade in ogni tempo per le scuole rette da privati. Ogni cittadino sceglie il maestro più consono al suo modo di vedere in fatto di questioni morali, politiche, didattiche, e più acconcio alle proprie risorse economiche. Ogni classe sociale ha quindi gli istituti privati, in cui preferisce mandare i suoi figli. La scuola di Verrio Flacco dovette essere quella dell’aristocrazia romana. Augusto vi mandò i suoi nipoti, e ne chiuse l’accesso ad elementi estranei, e stipendiò, a compenso dei danni eventuali, nonchè a garanzia propria, il maestro. Egli alimentò così la scuola della nuova aristocrazia romana imperiale.

Ma fece anche di più: «educò ed istruì, insieme con i propri, i figliuoli di molti principi alleati di Roma»[12].

Egli dunque, mentre da un lato alimentava una scuola per l’aristocrazia romana, dall’altro voleva che quella scuola fosse un corso speciale per l’istruzione dei principi romani e di quelli, che con Roma vivevano (ed egli desiderava vivessero) in rapporti amichevoli. Per tal via la scuola di Verrio Flacco assumeva un chiaro intendimento politico, Augusto mirava a consolidare e a conquistare, con la voluta somiglianza dei costumi e dell’indirizzo educativo, con l’intimità dei rapporti personali, i buoni rapporti internazionali dello Stato romano. L’opera saggia, ma di un carattere affatto diverso da quella che inizierà Vespasiano, è dunque, sopra tutto, un’opera personale di Augusto. E onere suo personale fu con certezza lo stipendio fornito a Verrio Flacco, che non gravava sul bilancio dello Stato, bensì sulla cassa privata del principe. Questo particolare però non deve avere l’importanza, che potrebbero farvi attribuire analogie contemporanee. È notorio: nell’impero romano i confini tra la cassa privata dell’imperatore e il bilancio dello Stato, fra le attribuzioni personali dell’imperatore e quello del governo centrale, furono sempre assai incerti, e le istituzioni ed erogazioni del principe potevano bene — nel loro valore politico — apparire — od essere — un atto dello Stato, come ogni pubblica iniziativa assurgere — nel suo merito — a iniziativa personale dell’imperatore.

II.

Più notevole, nei rapporti con l’istruzione pubblica, si fu l’istituzione di pubbliche biblioteche. Questo era stato uno dei propositi migliori di Giulio Cesare;[13] uno dei tanti, che il pugnale dei congiurati aveva spezzato con la sua vita.

In sui primi anni dell’êra cristiana, l’idea veniva ripresa da un privato cittadino, C. Asinio Pollione, e da lui attuata con l’apertura al pubblico di una biblioteca greco-latina[14]. Augusto collaborò da par suo all’opera di Pollione.

La prima biblioteca augustea fu la Palatina, fondata nel 28 a. C. nel luogo stesso, in cui la casa di Augusto era stata colpita dal fulmine, perchè ivi — gli aruspici avevano spiegato — Apollo reclamava l’erezione di un suo tempio. E sorse il tempio, e, col tempio, un portico, nonchè una biblioteca greco-latina[15].

La seconda biblioteca, fondata da Augusto, fu l’Ottaviana (25 a. C.)[16]. L’incarico di ordinarla venne affidato al grammatico Caio Melisso[17], un personaggio del circolo di Mecenate; e come la precedente, anzi, come tutte le biblioteche del tempo, essa ebbe al solito due sezioni: una greca e una latina.

Quanto al mantenimento e al personale delle due biblioteche, noi non possediamo nessuna precisa notizia dell’età di Augusto, o almeno nessuna, riferibile a questo tempo. Ma, dall’analogia dei decenni più prossimi, possiamo trarre la conclusione che il personale, almeno nei gradi più elevati, fu allora, per la Palatina, reclutato tra gli ufficiali della casa e gli addetti alla cancelleria del principe, e che il mantenimento gravò sul fiscus imperiale[18]. Quanto alla Ottaviana, in epoca impossibile a determinare, noi troviamo codesto istituto di proprietà municipale[19]. Se quindi essa venne fondata dall’imperatore appositamente per il municipio di Roma, il personale e il suo mantenimento dovettero, fin da Augusto, gravare solo sull’aerarium cittadino, senza che la cassa speciale del principe si addossasse altre spese all’infuori di quelle della fondazione. Se invece tale trapasso avvenne in età più tarda, la sua sorte, durante il regno di Augusto, dovette essere identica a quella della Palatina e perciò la biblioteca dipendere direttamente dal governo centrale. Come che sia, anche a proposito delle biblioteche di Augusto, ha pieno valore il rilievo, che credemmo opportuno fare discorrendo della scuola dei principi. In questi primi albori del governo imperiale, noi non riesciamo a distinguere esattamente quanto merito spetti alla persona dell’imperatore, quanto alle iniziative del governo, quali e quanti carichi si addossi il primo, quali e quanti tocchino al secondo. Ma noi dobbiamo, egualmente, soggiungere quello che allora dicevamo. «Nell’impero romano, i limiti fra la cassa privata dell’imperatore e il bilancio dello Stato, fra le attribuzioni personali dell’imperatore e quelle del governo centrale, furono sempre assai incerti, e ogni istituzione od erogazione del principe poteva bene — nel suo valore politico — apparire, od essere, un atto dello Stato, così come ogni pubblica iniziativa assurgere — nel suo merito — a iniziativa personale dell’imperatore». E questo criterio, a motivo della natura del servizio, cui ora più specialmente ci riferiamo, va affermato con maggiore intenzione di quello che nel precedente paragrafo non facemmo.

III.

Come per la fondazione delle prime pubbliche biblioteche, il governo di Augusto va segnalato per la inaugurazione dei primi Musei e delle prime pubbliche Pinacoteche.

L’amore e la ricerca delle opere d’arte datava in Roma da molti anni, e fin da Cesare noi notiamo quella che sarà la caratteristica dell’impero: la trasformazione dei templi da luoghi di religione in luoghi effettivamente destinati al pubblico culto dell’arte, i cui monumenti vi si potessero da chiunque conoscere ed ammirare[20]. Ma quivi, come nei luoghi pubblici, non si accoglieva, almeno per ora, che una piccola parte di tutto ciò che l’aristocrazia romana era andata acquistando, o depredando, in Grecia ed in Oriente. La maggiore rimaneva ancora nelle case dei privati, che vi destinavano gallerie apposite, loro dominio e loro geloso godimento. Era chiaro come tutto ciò fosse in contrasto col desiderio delle classi popolari e con gli intendimenti di un governo, che voleva essere democratico. E colui che raccolse il pensiero dei più, il pensiero del governo, e lo espresse pubblicamente all’aristocrazia romana, fu M. Vipsanio Agrippa.

A grippa, sebbene Plinio lo dica uomo, per cui la vita rude riusciva preferibile alla trionfante mollezza del suo secolo,[21] fu uno dei più squisiti amatori delle belle arti, che vanti la storia del mondo civile. Di capolavori artistici ne acquistò molti in Oriente; alla sua edilità si deve la ricostruzione di gran parte di Roma, ch’egli aveva trovato di mattoni e lasciava di marmo. Il suo amore per l’abbellimento edilizio ed artistico non si limitò alla capitale, ma si prodigò anche a favore di altri municipii italici e provinciali[22]. Ed egli, in Roma, non sappiamo in quale occasione della sua fervida attività politica, forse nella circostanza della inaugurazione del Pantheon,[23] pronunziò un discorso, col quale esortava vivamente l’aristocrazia ad aprire al pubblico i proprii musei e le proprie pinacoteche[24].

Noi non sappiamo quanti accogliessero la esortazione, che egli lanciava, non tanto come suo pensiero personale, quanto come pensiero del governo. Sappiamo però di certo che l’accolse colui che già era stato il fondatore della prima pubblica biblioteca in Roma, C. Asinio Pollione, e che ora aperse egualmente al pubblico la sua galleria ed il suo museo[25].

Ma l’esortazione imperiale, che fu tanto efficace da scuotere uno dei più irosi repubblicani del tempo, dovette venire assai più diligentemente raccolta, e meditata, dalla aristocrazia di recente formazione, devota al nuovo regime, e così pedissequa imitatrice, come instancabile ricercatrice, di ogni desiderio che accennasse dall’alto. Sopra tutto è presumibile, anche in mancanza di notizie positive e specifiche, che la pubblicità fosse subito data alle opere d’arte contenute nei musei e nelle pinacoteche imperiali.

Come dunque delle private collezioni di libri greci e latini, così il governo di Augusto è da presumersi autore diretto, e indiretto, della prima esposizione al pubblico delle principali opere d’arte, che sino a quell’ora i felici della capitale del mondo serbavano gelosamente custodite al proprio esclusivo godimento spirituale. Da quest’inizio si svolgerà il piccolo nucleo dell’amministrazione delle belle arti in Roma, che, come vedremo, sarà uno dei meriti della politica degli imperatori del II. secolo dell’êra volgare.

IV.

Ma un atto di Augusto, che sarà il primo anello di una lunga tradizione, un atto che avrà tangibili effetti immediati, non suole essere minimamente ricordato dagli storici dell’istruzione pubblica. Nel 23 a. C. Augusto, guarito da grave malattia, faceva conferire, dal senato, una piena immunità da ogni carico pubblico al medico orientale, che l’aveva salvato e ai suoi colleghi di professione, nè solo ai viventi, ma eziandio ai futuri[26].

Già vedemmo di un privilegio concesso ai medici in occasione della carestia del 10 di C. L’una e l’altra concessione hanno per noi un’importanza notevolissima, in quanto che esse non andavano soltanto a favorire l’esercizio materiale della professione, ma eziandio l’insegnamento medico, creatore a sua volta di nuovi professionisti. Di che, a parte la naturalezza della cosa, abbiamo la esplicita riprova in talune più tarde costituzioni degli imperatori di questo e dei due secoli successivi, nelle quali, ai medici, esentati dai carichi pubblici, si riconosce anche un ufficio insegnativo, ed essi, nella loro qualità di «magistri», vengono collocati accanto ai retori, ai grammatici ed ai filosofi[27].

Nel mondo greco ed orientale, infatti, fiorivano da secoli illustri scuole di medicina. Ne fiorivano ad Atene, a Cirene, ad Alessandria, in Asia Minore, nelle isole dell’Arcipelago, in Bodi, a Marsiglia, nella Magna Grecia, e in altri luoghi ancora[28]. Scuole private fiorivano anche in Roma, specie dopo la concessione della cittadinanza, appositamente largita da G. Cesare ai medici,[29] e quivi ognuno di essi aveva numerosi apprendisti, che egli, dietro onorario, istruiva e conduceva seco al letto dei malati[30]. E in Roma, insieme con l’insegnamento privato, i più famosi medici davano, in luoghi pubblici, conferenze, esperimenti, e si esponevano anche a discussioni, venendo con questa loro attività a costituire un vero e vivo focolare di istruzione medica[31].

A tutti costoro Augusto largiva la esenzione dagli oneri pubblici, e non soltanto alle loro persone, ma anche a quelle dei successori.[32] Si beneficava così, per la prima volta, tutto un genere di insegnamento professionale, ai cui seguaci, pel fatto solo di scegliere una determinata professione, che esentava da numerosi carichi, si veniva a concedere un utile materiale quotidiano[33]. Gli effetti della liberalità di Augusto li rileveremo tra qualche secolo. Il numero degli esercenti la medicina si sarà allora così moltiplicato da imporre una qualche restrizione delle godute liberalità.

Quali fossero intanto gli oneri, da cui i medici, sia nella loro qualità di esercenti che d’insegnanti, venivano, pel momento e per l’avvenire, esentati, noi specificheremo più innanzi, là dove la concessione largita diventerà comune ad altre categorie di «magistri», ed avrà assunto, progredendo, tratti più decisi.

V.

Ma la grande riforma, iniziata da Augusto nell’istruzione e nella educazione della gioventù, la riforma tutta sua, che da sola basta a fargli assegnare un posto eminente nella storia della civiltà italica, si svolge su altro terreno, con altri mezzi, ed è assai strano che gli storici dell’educazione e dell’istruzione nell’impero romano o non ne abbiano tenuto il conto che si doveva, o ne abbiano assolutamente taciuto. Intendo accennare alla prima organizzazione della gioventù italica in quelle associazioni, che saranno i collegia iuvenum romani e municipali.

Le fonti letterarie e storiche ci dànno con sufficiente ampiezza un’idea dei criterii, che, secondo Augusto, avrebbero dovuto informare l’educazione della nuova gioventù romana. Era il ritorno all’antico, all’esercizio fisico, alla vita militare, all’apprendimento e alla pratica della religione dei padri. Orazio, uno dei migliori interpreti del pensiero di Augusto e dei più efficaci diffonditori delle sue idee politico-sociali, cantava:

«Bisogna svellere i germi di ogni tendenza malvagia e temprare le infrollite menti a studii più aspri. I giovinetti inesperti non sanno stare a cavallo e han paura di esercitarsi alla caccia, troppo esperti invece, sia che si invitino al greco giuoco del paleo, sia a quello dei dadi vietati dalle leggi».[34] «Il giovinetto, ingagliardito dall’aspra milizia, apprenda invece a tollerare lietamente l’austera povertà, e, cavaliere temuto, tormenti coi colpi della sua lancia i Parti, e viva sotto l’aperto cielo, nell’ansietà dei cimenti»[35].

Dione Cassio, in una, storicamente famosa, allocuzione ad Augusto, ch’egli mette in bocca a Mecenate, ripete fedelmente, sebbene più prosaicamente: «Che i fanciulli dell’ordine senatorio ed equestre frequentino le scuole, e, appena divenuti adolescenti, apprendano a cavalcare e si addestrino nelle armi, avendo all’uopo maestri stipendiati dallo Stato per l’uno e per l’altro insegnamento[36]. Così essi, sin da fanciulli, saranno atti a sè e a ogni cosa, e capaci di fare quanto è necessario che facciano gli adulti, sia per averlo appreso che per averlo praticato»[37].

L’idea radiosa era nel pensiero e nel cuore di tutti i poeti civili del tempo, nel cuore degli amici e dei frequentatori del circolo di Augusto. Con quale compiacenza Virgilio non descrive le exercitationes e i ludi campestres della antica gioventù latina! «E già i giovani al termine della via vedevano le torri e le alte case dei Latini, e si accostavano al muro. Innanzi alla città, fanciulli e giovinetti si esercitavano a montare a cavallo, a reggere carri nell’arena, a tendere gli archi difficili, a vibrare dardi, e si sfidavano alla corsa ed al getto».[38] «Siamo noi una gente vigorosa fin dalla nascita. Noi portiamo ai fiumi i fanciulli appena nati e li tempriamo nelle acque gelide. I fanciulli frequentano le cacce e percorrono le selve; è loro giuoco domare i cavalli e tendere le saette su l’arco corneo. I giovani poi, tolleranti della fatica e contenti di un parco vitto, o lavorano il suolo, o battono in guerra le fortezze. Ogni età si esercita nelle armi, e l’asta rovesciata è il pungolo pei nostri giovenchi»[39].

E con quale compiacenza, a vieppiù esaltarli, non vi contrapponeva egli i costumi e la vita del mondo greco-orientale! Il mondo, in cui si vestono abiti tinti di croco e di porpora, ove la vita scorre tra gli ozii, i piaceri, le danze. Il mondo, in cui si portano turbanti intricati di nastri, e tuniche con maniche che impacciano; il mondo, ove non si conosce che il frastuono dei timpani e delle bifori tube di Cibele![40]. Oh, strappare la gioventù, e non la sola gioventù romana, alla perdizione, cui la guidavano gli invadenti costumi greco-orientali, ricondurla all’antico, e renderla gagliarda e sana di corpo e di spirito, gagliarda come l’antico figliuolo del suo progenitore,[41] infonderle il sentimento del dovere, della sua partecipazione alla vita dello Stato, renderla capace e degna della difesa e della gloria della patria!

Così Augusto disciplinò in quadri ufficiali la gioventù romana, rinnovò la consuetudine dell’antica educazione fisica, creò e organizzò un’efebia italica. Egli, sulle orme del padre suo, richiamò a certa vita l’antico equestre lusus Troiae per i fanciulli[42] e i ludi sevirales per i tirones, i giovinetti dai quindici ai diciasette anni[43], che dovevano anche partecipare ad altri giuochi ginnastici, a corse di carri, a cacce di bestie feroci nel circo[44].

Così essi, ora, come ai begli anni della storia romana,[45] tornano — prima del servizio militare — a esercitarsi quotidianamente al campo di Marte, marciano, cavalcano, nuotano, lottano, s’addestrano nel maneggio delle armi, nel getto del disco, dei dardi[46]. E come gli efebi greci riconoscevano, suprema autorità, il cosmeta, così i nuovi efebi romani riconoscono, quale loro cosmeta, l’imperatore. Come, in Grecia, la vita, gli studii, gli esercizii ginnastici e militari degli efebi erano guidati dai παιδορίβαι, in Roma, i fanciulli e gli efebi hanno i loro maestri: i magistri dei lusus Troiae, i magistri iuventutis,[47] i seviri equitum. E come la gioventù di ogni città greca aveva avuto un magistrato onorario, l’ἅρχων ἐφήβων,[48] così tutta la iuventus romana ha, quale magistrato onorario, il princeps iuventutis, che di consueto è un membro della famiglia imperiale.[49]

VI.

Ma la nuova organizzazione della gioventù non doveva — dicemmo — essere solo una federazione ginnastica.

Augusto voleva animarla spiritualmente, gettarvi dentro un contenuto religioso. Augusto — è noto — fu un riformatore, anzi un restauratore, anche in religione. Augusto ricostruisce templi andati in dimenticanza, rimette sugli altari culti e riti obliati, ne introduce di nuovi, che più intimamente si legavano alla nuova vita sociale del tempo, palesando in tal guisa di volere, così, fare della religione un elemento integrante e vivo della società[50]. In primis venerare Deos! E il poeta, che così parlava, è quello stesso che meglio intuì, e propagò, i disegni di rigenerazione sociale di Augusto,[51] quello stesso, che ci diede, nel maggior poema epico latino, il più grande poema religioso della romanità[52].

Il tempio, sacro alla gioventù, del nuovo culto religioso; il tempio, in cui la religione non si insegnava; ma si viveva, si praticava, si respirava nell’aria, come nell’opera, dovevano essere le nuove associazioni giovanili. Augusto aveva ristabilito il culto delle antiche divinità latine, e i collegi giovanili municipali avranno, nel loro seno, speciali sacerdotes,[53] e si intitoleranno ad Ercole, Giove, Giunone, Diana, Marte, Minerva, all’Onore, alla Virtù, divinità, che in sè recano tutto lo spirito militare e arcaicizzante delle riforme di Augusto. «Già — aveva cantato il coro dei giovani e delle giovinette nel Carme secolare di Orazio — «già ritornano la Fede, la Pace e l’Onore e il Pudore antico e la negletta Virtù e l’Abbondanza beata col pieno corno. L’Augure Apollo» «sospinge la potenza di Roma e il Lazio felice verso un’altra età sempre migliore. Diana, che tiene l’Aventino e l’Algido, cura le preghiere dei Quindecemviri e ascolta benigna i voti dei fanciulli. Noi, esperti nel celebrare le lodi di Febo e di Diana, sentiamo che questo è il pensiero di Giove e di tutti gli Dei»[54].

La partecipazione di quei giovinetti e di quelle fanciulle a quella festa pubblica ed ufficiale, come, nel 2 a. C., all’altra per la grande ricorrenza della ricostruzione del tempio a Marte Ultore,[55] non era circostanza trascurabile; era invece un punto del programma sociale di Augusto.

Così le nuove associazioni giovanili sono eziandio — e in Roma e fuori — associazioni con carattere religioso. Esse offrono corone agli Dei, celebrano feste pubbliche, partecipano, in tutta la pompa della loro giovinezza, alle processioni religiose e ai pubblici spettacoli in onore degli Dei, protettori della patria e della vita civile. Così, nel pensiero di Augusto, la spirituale rinnovazione religiosa e la nuova educazione fisica andavano legate ad un alto intendimento morale e sociale. Così Augusto intendeva rifare lo spirito, i costumi, le tendenze delle future generazioni italiche.

L’opera del primo imperatore della casa Giulia si limitò a Roma, o si esercitò anche in altri municipii italici, per lo meno nei municipi limitrofi del Lazio, nella cui vita interna egli aveva, altre volte, esercitato un’azione diretta?

Noi non possediamo di ciò alcuna prova positiva, ma tutto induce a pensare che così sia stato, che cioè, conforme al suo piano, Augusto abbia creato, o ricreato a nuova vita, altre associazioni giovanili municipali. Dati i suoi scopi di rinnovamento fisico, militare e morale dell’Italia; data la natura delle molteplici associazioni giovanili italiche del I. secolo di C., di nessuna delle quali tuttavia riesce possibile rintracciare la precisa cronologia dell’origine, noi sentiamo che egli non poteva (e non dovette!) limitarsi a influire sull’aristocrazia romana,[56] come a questa, del resto, non si limitarono, animati da assai più tepidi spiriti, i successori. Per tal guisa l’organizzazione ed i nuovi compiti assegnati alla gioventù italica furono la grande scuola nazionale suscitata da Augusto, da germi forse esistenti, con le aggiunte e le correzioni, che suggerivano al suo pensiero l’esempio di altri paesi o le esigenze della vita nuova circostante. E i primi gloriosi secoli della storia militare dell’impero romano saranno una delle maggiori fra le sue benemerenze.

VII.

Ad Augusto medesimo deve risalire la creazione di un nuovo ufficio a corte, il cui reggente avesse l’alta sorveglianza della educazione della gioventù, nonchè della istruzione pubblica in Roma, tenesse l’imperatore al corrente delle vicende dell’una e dell’altra, e gli fornisse all’uopo consigli e suggerimenti.

Gli elementi di fatto, che ci inducono in tale opinione, sono parecchi. Nella immaginaria allocuzione ad Augusto, che Dione Cassio mette in bocca a Mecenate, quest’ultimo esorta il principe a creare un magistrato, tratto dal più eccelso ordine sociale romano, e destinato a sorvegliare le famiglie, l’uso ch’esse facevano delle proprie sostanze, i costumi dell’aristocrazia romana — senatori e cavalieri, uomini e donne, adulti e fanciulli — sulla quale egli avrebbe esercitato un diretto controllo morale, come di tutto avrebbe riferito al monarca[57]. Un magistrato, fornito di codeste competenze, esisteva di fatto nel III. secolo di C., giacchè noi sappiamo che l’imperatore Eliogabalo aveva, al suo posto, nominato un istrione[58]. Ma i critici del passo di Dione sono corsi troppo oltre il segno, supponendo che il subcensore, l’ὑποτιμητὴς tratteggiato da Mecenate, fosse soltanto l’ingenua anticipazione di una carica del secolo III., e nell’identificare quel personaggio con un altro ufficiale romano di quell’età, l’a censibus.

Viceversa, dal regno di Claudio fino a mezzo circa il secolo IV., noi possediamo tutta una lunga serie di epigrafi, le quali ci dànno l’indicazione precisa di un nuovo funzionario del gabinetto imperiale, l’a studiis, il quale, dapprima semplice liberto, andrà poco a poco accrescendo e l’importanza del suo ufficio e il grado sociale fino a che, nel II. secolo, la sua carica sarà costantemente occupata da un cavaliere[59], tale e quale, secondo Dione Cassio (e sarà stata questa l’unica sua prolepsi) l’avrebbe voluto Mecenate.

Ma ciò, che forse ha impedito agli studiosi di rettamente interpretare Dione e di assegnare ad Augusto l’iniziativa che gli spettava, è stata la grande incertezza, in cui essi sono rimasti circa le competenze dell’a studiis, le cui attribuzioni non ci sono mai, da nessun genere di informazioni, direttamente definite, incertezza, la quale ha fatto sì che intorno alla natura loro moltiplicassero le ipotesi più diverse.[60]

Se non che, a parte il fatto suggestivo che l’a studiis è, sotto i migliori imperatori, un dotto e, con preferenza, un dirigente grandi istituti di studio, come le biblioteche romane e il Museo Alessandrino[61], un’epigrafe ostiense del II. secolo ci porge la traduzione greca, anzi una esegesi in greco del nome dell’ufficio, e questo è ivi illustrato come una sovrintendenza sull’istruzione e sulla educazione, forse in tutto l’impero, forse nella sola Roma. Infatti, ivi, Giulio Vestino, a studiis e a libellis di Adriano, è detto ἐπιστάτης ἐπί τῆς παιδείας Ἀδριάνου καὶ ἐπιστολεὺς τοῦ αὐτοῦ αὐτοκράτορος.[62]

La glossa è troppo eloquente perchè abbia ad essere trascurata, come fin’ora è stato fatto, ed essa ci pone in grado di fermare il nucleo principale delle attribuzioni dell’a studiis, che sono quelle precedentemente indicate. Un tale funzionario è dunque molto più degno di essere identificato con l’altro, della cui reale esistenza noi abbiamo un positivo accenno sotto Eliogabalo, di quel che non fosse l’a censibus. Ma sarebbe ancora un errore supporre che la sua carica dati solo dal regno dell’imperatore Claudio, sotto cui null’altro che una fortuita combinazione ci fornisce il primo indizio.

Da Augusto a Claudio invero nè l’amministrazione imperiale subì alcuna sensibile modificazione, nè le sorti della istruzione pubblica in Roma, o nell’impero, offrirono novità tali da reclamare un nuovo funzionario. Fino a Nerone, la tradizione augustea imperò sovrana su tutto il governo dei quasi sempre inetti successori col fascino di un’eredità intangibile, con l’autorità di un organismo giudicato perfetto e quindi inviolabile. Ma, come se questo non bastasse, chi ben guarda si accorge agevolmente che la carica dell’a studiis noi non la troviamo istituita da Claudio; la troviamo solo fornita di numeroso personale[63].

Non si era dunque agli inizi, e il merito di ciò spetta, come per tutto il resto del governo dei Giulio-Claudii, al primo loro grande predecessore, ad Ottaviano Augusto, che, fin dal suo tempo, largì allo Stato romano un ufficio consultivo e ispettivo, forse anche elementarmente direttivo, sulle cose della pubblica istruzione ed educazione in Roma, anzi, più precisamente — conforme ai limiti, entro cui egli operò le sue riforme — sulla educazione e sulla istruzione delle due classi della nobiltà romana del tempo: l’aristocrazia senatoria e l’aristocrazia equestre.

VIII.

Ma, nella sua molteplice operosità, Augusto — fatto veramente singolare, se si considera la politica di tutti gli imperatori fino al II. secolo — rivolse anche le sue cure alla istruzione pubblica nelle provincie. E la provincia privilegiata fu — lo si poteva in anticipazione giurare — quella, che maggiormente seppe conquistarsi le sollecitudini della sua imperiale amministrazione: l’Egitto.

Quivi egli trovava le arti e le lettere già onorate da due suoi predecessori, lo zio Giulio Cesare e il rivale Marco Antonio. Ed era previdibile, che, se l’esempio del primo avrebbe dovuto incoraggiarlo a continuarne l’opera, i grandi donativi del secondo alle pubbliche biblioteche di Alessandria dovevano costituire un amaro termine di paragone, che Augusto sarebbe stato tratto a voler offuscare e superare.

Perciò egli cominciò con l’allogare nel Sebasteum, il tempio, che, lui vivo, fu eretto al suo culto divino in Alessandria, una biblioteca meravigliosa,[64] rivale delle altre due esistenti nel Serapeum e nell’antico Museo alessandrino.

La biblioteca era ancora nella pienezza della sua magnificenza sotto Caligola, ma, dopo questo tempo, sembra che la sua ripercussione sulla vita intellettuale alessandrina sia, per motivi ignoti, andata divenendo scarsissima, e che il suo ricordo e la sua presenza siano stati ricacciati nell’ombra da un altro istituto rivale, il Museo.

Ma fu appunto al famoso Museo alessandrino, che accoglieva in sè la maggior gloria dell’antichità, che vennero rivolte le maggiori sollecitudini di Augusto, il quale ne dette per primo l’esempio a tutti i successori.

Che cosa si fosse il Museo non è agevole spiegare, date le associazioni mentali, di cui oggi possiamo disporre. Conteneva sale di anatomia, un osservatorio astronomico, giardini per acclimatazione di piante esotiche, parchi di animali di specie rare, una meravigliosa biblioteca, il tutto, sotto il patronato delle Muse, a cui vi era stato eretto un tempio apposito. E ivi lavoravano letterati, poeti, scienziati, eruditi, filosofi. Vi conducevano ricerche, isolatamente o in comune, discutevano, poetavano, componevano, tenevano, non si sa bene, se corsi ufficiali o liberi, per giovani e per giovanetti. Qualcosa dunque tra il tempio, l’accademia, l’università, il museo (secondo la moderna significazione di tale vocabolo), il laboratorio, il seminario filologico; in ogni caso, un istituto con proprio indirizzo, il quale nulla ha più oggi di simile, ma in cui lo studio e l’istruzione venivano praticati con l’antica indipendenza da ogni stereotipia burocratica.[65]

Il Museo era stato fondato dai primi due Tolomei, e, finchè questi vissero e governarono, la monarchia egiziana si era addossato il carico del suo mantenimento e della sua amministrazione, come quei sovrani, il diritto di nominarvi gli scienziati e i letterati, che avrebbero avuto a farne parte, ad esservi alloggiati e mantenuti, nonchè quello di mettervi a capo persona di loro nomina e di loro fiducia. I suoi locali si trovavano anzi nel cuore del Palazzo reale, e la politica dei Tolomei era stata così sottile da imporre, a quel massimo fra gl’istituti di cultura del regno, la sovrintendenza, non già di un dotto, ma di un uomo politico e straniero per giunta, un greco, come greci erano i dominatori[66].

Ma i mezzi indiretti di addomesticamento e di coercizione usati dai Tolomei non furono questi soltanto. L’inframmettenza del Re giunse talora fino a sospendere, e pei motivi più futili, lo stipendio dei dotti del Museo[67]. Gli è perciò che un poeta satirico chiamava il Museo, anche quando esso era nel suo periodo migliore, non il tempio, ma «la gabbia» o «la stia delle Muse,»[68] intendendo significare con questo che i costosi volatili, nudriti in quella reale uccelliera, non avevano precisamente agio di cantare in qualunque tono avessero voluto.

Se dunque la politica dei Tolomei non aveva imposto una filosofia, una storia e una poesia ufficiale, aveva fissato, per tutte queste discipline, dei limiti invalicabili, aveva reso loro necessaria una speciale tournure, che, nella storia della letteratura greca, ha ben una denominazione particolare, l’alessandrinismo, e quegl’illustri pensionati regi sarebbero stati male ispirati, ove si fossero accinti a dissertare sul miglior governo possibile, a discutere gli atti del sovrano, a scriverne la storia con imparzialità, a mettere in questione gli Dei e, più specialmente, quel culto dei sovrani, che mai forse i Greci erano riusciti a pigliare sul serio.[69].

Or bene, estinta la casa dei Tolomei, costituito l’Egitto in provincia romana, gl’imperatori del mondo avrebbero potuto interrompere le liberalità e la politica dei predecessori, avrebbero, come faranno i principi cristiani, nei riguardi di altri famosi istituti d’istruzione pubblica, potuto abbandonare alle sue sole risorse la vita del Museo, avrebbero magari, nella migliore ipotesi, potuto continuare automaticamente, svogliatamente, l’antica tradizione. Viceversa, Augusto volle che l’impero avesse per il Museo alessandrino le stesse cure della monarchia tolomaica. Egli ne addossò al pubblico tesoro il gravame del mantenimento, e, come i Tolomei, aggiunse la carica e il nome del sovrintendente del Museo al non breve elenco dei grandi funzionari imperiali. Anzi, quasi non gli bastasse la diretta influenza, che egli avrebbe potuto esercitare su quel funzionario, in un paese, ove il carattere della amministrazione imperiale fu sempre così strettamente personale, la sovrintendenza del Museo rimase uno dei pochi ufficii della provincia d’Egitto, del cui titolare l’imperatore volle riserbata a se stesso la nomina[70]. Una sola modificazione venne apportata dal nuovo governo, modificazione, che ci è, in modo positivo, testimoniata relativamente tardi,[71], ma che si deve presupporre datante da quei primi anni: a sovrintendente supremo del Museo non fu più scelto un greco, ma un romano.

Gl’intendimenti politici, che avevano guidato i Tolomei in quel campo della loro politica, continuano dunque ad ispirare adesso, con ugual metro, gl’imperatori romani, i quali appaiono consapevoli della gravità dei motivi, che li determinavano. Ed essi non ristanno dal far gravare sul più notevole centro della produzione intellettuale di quel tempo l’uggia di quell’invisibile trama di lacci d’oro, fatta di protezione scientifico-letteraria, ma in pari tempo di inquisizione politico-religiosa, che era stata così mirabilmente intessuta dai Tolomei.

IX.

Dal primo imperatore di casa Giulia, fino a Nerone, l’incuria del governo romano verso l’istruzione pubblica fu certamente assai grave. Anzi — fenomeno interessante poichè riguarda uomini differentissimi per indole, per attitudini politiche e per metodi di governo — dopo Augusto, la politica imperiale, nei rispetti della istruzione, tornerà a farsi valere soltanto con Nerone.

Dell’opera di Tiberio, noi abbiamo a ricordare soltanto l’istituzione di una terza biblioteca nel così detto Nuovo tempio di Augusto[72], giacchè l’elevamento al grado di senatore, avvenuto, durante il suo governo, di un maestro elementare, un semplice litterator, non fu certamente segno delle buone disposizioni dell’imperatore verso i rappresentanti la scuola primaria, ma soltanto del favore del suo ministro Seiano verso un disonesto[73].

Di Caligola si può ricordare il periodico concorso di eloquenza greca e latina, da lui istituito, verso il 39 o 40 di C., a Lione, e che vi si celebrava alla ricorrenza annua del concilium delle Gallie, intorno all’Ara, sacra al culto di Augusto, ed era periodica occasione di convegno dei retori di tutto il paese[74].

Forse più degna di nota, è, nella sua modestia, l’opera dell’imperatore Claudio.

Claudio fu solo tra gli imperatori romani a concepire un disegno, che arieggiasse alla lontana il pensiero dei remoti Tolomei nel fondare il Museo alessandrino. All’antico egli aggiunse un nuovo collegio di dotti, che installò in un secondo Museo, il quale dovette elevarsi nel quartiere, che si diceva di Rhacotis, o, come il Museo tolomaico, in quello del Bruchion — i soli occupati dai Cesari e dai loro luogotenenti — e che prese nome dal principe, che ne era stato il fondatore[75].

Sulle particolarità della nuova fondazione noi sappiamo assai poco, e assai poco, quindi, sui suoi rapporti di somiglianza e di differenza dalla precedente. Pare però che la prima origine debba ricercarsene nel seguente fatto.

Aveva Claudio scritto venti libri di storia degli Etruschi e otto di storia dei Cartaginesi. Or bene, la principale clausola, ch’egli impose ai membri del sodalizio beneficiario del nuovo Museo, fu la pubblica lettura annua, in giorni stabiliti, della sua duplice istoria. Ma questo compito non fu loro speciale, chè obbligo analogo Claudio impose ai loro colleghi dell’antico Museo alessandrino, sì che gli uni e gli altri avrebbero dovuto leggere, nei rispettivi locali, alternativamente e ad epoca fissa, i suoi 20 libri della Storia degli Etruschi e gli 8 della Storia dei Cartaginesi[76].

Tale originario intendimento si ricollega alla usanza delle letture pubbliche, assai diffusa in Roma in quel tempo, e, sotto tale aspetto, il Museo Claudio avrebbe potuto definirsi l’auditorium alessandrino delle recitazioni imperiali. Ma questa consuetudine, voluta da un principe romano in un istituto suscitato in mezzo ai dotti di Alessandria, conteneva il germe di una notevole innovazione. C’era anzi tutto, fin da ora, in Alessandria, un nuovo Museo e una scuola rivale dell’antica; poi l’eccitamento ad ambedue di occuparsi, ed in maniera speciale, di studi e di ricerche storiche. E di quale storia! La storia delle due più grandi nazioni dell’evo antico vinte e soggiogate da Roma; la storia dell’Etruria, madre di buona parte delle istituzioni primitive di Roma, e patria di una grande religione e di un’altrettanto grande civiltà; la storia di Cartagine, che tutto aveva colonizzato l’Occidente e dato vita a tanta parte della sua storia futura. L’Etruria e Cartagine riconducevano all’Oriente e alla Grecia. Le opere dunque, e le innovazioni di Claudio, aprivano il più vasto campo possibile alle investigazioni del passato e facevano, dei due Musei, due speciali seminarii di storia e di antichità classiche ed orientali. Era facile prevederlo: negli anni di poi, i dotti dell’uno e dell’altro non si sarebbero più limitati alla lettura in pubblico delle opere dell’imperatore, ma avrebbero intrapreso, in giorni determinati, la lettura di opere proprie, frutto di lungo e difficile lavoro.[77]

L’oscurità grande, che incombe sulle sorti future del Museo Claudio, non ci dà agio di determinare fino a qual segno le speranze del principe e dei suoi consiglieri siano state esaudite. Certo si è che un’indicazione, posteriore di ben due secoli, non solo ce lo mostra ancora in vita, ma già trasformato in sede di studio, in laboratorio letterario e filosofico, con apposita biblioteca, nel quale cioè i suoi dotti pensionati si occupavano di quegli studi misti di grammatica, di retorica e di filosofia, tanto in voga in quel tempo[78].

Se non a tutti, il Museo Claudio rispondeva dunque al fondamentale tra gli scopi dei Musei ellenici[79]. E appunto per questo non è piccolo il valore della sua fondazione, nuovo segno delle cure della politica imperiale verso l’istruzione pubblica nelle provincie.

X.

Ma per una di quelle apparenti anomalie, di cui anche l’impero romano dà esempio, assai più grande fu, sulla istruzione, sulla coltura, sulla educazione pubblica, l’influenza del governo del più matto e del più feroce tra gli imperatori, Nerone. Come sempre, nelle grandi monarchie assolute, così ora, ognuna delle molle della vita della nuova aristocrazia imperiale, sparsa per l’Italia e per le provincie, è retta dalle influenze della Corte e del principe. La Corte reagiva sui costumi e su tutto il tenore della vita sociale. Le idee, i gusti, le manie personali dell’imperatore, dei membri della sua famiglia, dei suoi favoriti divenivano per essa regola e legge. Essa si plasmava a immagine e somiglianza del principe,[80] e la propria sembianza mutava, senza esitazione e senza riserbo, a seconda delle mutazioni che in alto avvenivano. «Noi ci pieghiamo — scriverà Plinio nel suo Panegirico a Traiano — per qualunque verso il principe voglia; noi siamo in una parola i suoi imitatori. Noi vogliamo riuscirgli graditi; noi ne desideriamo l’approvazione, che si spererebbe invano, se se ne fosse diversi. E siamo giunti a tale continua e rispettosa imitazione, che quasi tutti viviamo secondo i costumi di un solo». «La vita del principe è una vera censura, una censura perpetua, che è la nostra regola e la nostra mèta»[81].

La severità dei costumi della aristocrazia italica e provinciale, dopo Vespasiano, è quindi un riflesso del nuovo regime della Corte imperiale.[82] Il buon mercato a Roma va e torna coll’andare e col tornare delle abitudini parsimoniose degli imperatori.[83] Come il Nazareno moltiplica i pani, così Marco Aurelio moltiplica i saggi e i filosofi.[84] I cibi favoriti dell’imperatore popolano le tavole dei ricchi, il sistema dei suoi medicinali invade e dispare con la sua vita, con le sue abitudini, col mutare anzi delle sue abitudini. I principi amanti della musica fanno i musicisti; i principi amanti delle lettere, i letterati; i principi amanti dell’agonistica, i ginnasti.

È chiaro perciò quale profonda influenza sulla coltura nazionale doveva esercitare un monarca come Nerone, che volle apparire, quale realmente non era, un intellettuale, e tanto amò di essere imitato.

Già fin da Augusto era penetrata nella sezione occidentale dell’impero la consuetudine, perfettamente greca, dei concorsi poetici, e noi, sotto quel primo imperatore, come sotto Claudio, ne troviamo istituiti, e celebrati, in Roma ed a Napoli.[85] Caligola — vedemmo — aggiunse, alle gare poetiche, dei concorsi di eloquenza. Nerone, conforme al carattere ellenizzante della parte più intellettuale della sua politica, non poteva dimenticare, nè dimenticò, questi ultimi, e uno dei punti del programma delle solenni Neronee, da lui istituite nel 60 di C., furono le gare oratorie, a cui egli non mancò di partecipare in persona.[86] Ma nè fu quella soltanto la pubblica esibizione, che, della propria valentia, Nerone fece in concorsi del genere,[87] nè altre solennità, celebrate sotto il suo regno, dovettero mancare di questa specie di concorsi tanto rispondenti alle personali velleità dell’imperatore[88].

Il fatto era stato straordinario, ma non meno inevitabile fu il contagio dell’esempio. A tali gare partecipò buona parte degli aristocratici del tempo[89]. Tutta l’attività, che i contemporanei della repubblica avevano svolta nel foro e nei comizi, fu adesso impiegata nello sforzo (ahi quanto spesso vano!) di conseguire la perfezione nell’arte oratoria, e torrenti di eloquenza sgorgarono dalle mille penne e dalle mille bocche degli aristocratici del tempo. E a Roma affluì nuova ingente copia di maestri e di dottori di retorica, e le scuole moltiplicarono, e l’incanto, che faceva ancora giudicare tale professione tra le più umili, fu rotto, e molti di bassa fortuna salirono al vertice della piramide sociale, e l’unico maestro senatore di Tiberio vide moltiplicare i suoi colleghi sugli scanni del primo consesso del mondo[90].

In maniera analoga, il fatto che Nerone aveva avuto una speciale istruzione filosofica, che anzi l’aveva ricevuta da due stoici, il fatto di un imperatore, che, dopo i pasti, si dilettava di assistere a dispute filosofiche, più o meno sincere e calorose,[91] dette un considerevole impulso alla cultura filosofica dell’aristocrazia romana, e, insieme con gli oratori e coi retori, moltiplicarono i precettori di filosofia, le scuole e l’amore della saggezza.

La grande copia di nomi di stoici, venuti in fama, a Roma, nell’età di Nerone, e l’abbondanza e la precisione delle notizie ad essi relative, che appaiono meravigliose al paragone degli anni precedenti, non sono indice insignificante. Nelle case degli aristocratici si accolgono circoli di filosofi, che divengono guide spirituali dei componenti quella classe. Rubellio Plauto, già presso a morire, ascolta i consigli di Cerano e di Musonio Rufo: Trasea Peto, in identiche condizioni, conversa col cinico Demetrio; Barea Sorano ha maestro l’infido Egnazio Celere[92].

Gli aristocratici mostrano così di avere ognuno nelle proprie case, un saggio, un precettore di filosofia, mescolato alla lor vita intima, consigliere in ogni repentaglio dell’esistenza[93]. E, come se questo non bastasse, essi si recano a compiere studii più dispendiosi all’estero, in Gallia, in Grecia, in Asia[94].

Dell’età di Nerone si tramandano per l’Italia nomi di scuole di filosofia famose: quella di Anneo Cornuto, sui cui banchi sedevano, fra gli altri, Persio e Lucano;[95] quella di Musonio Rufo,[96] quella di Metronatte. Ed esse non sono soltanto popolate di giovani, sono anche frequentate da persone di età matura[97].

Ma se riprova occorresse del fatto (che si dovrebbe, anche a priori, assumere come non dubbio) del prodigioso incremento degli studi filosofici dopo l’avvento al trono di Nerone — essa sarebbe certamente la degenerazione dell’amore della filosofia nella moda, nella mania della medesima,[98] e quella corruzione dell’ufficio e del ministero dei maestri, che, flagellata più tardi dai poeti satirici,[99] maturava già fin dagli anni del principe lottatore, oratore e filosofo,[100] e che, come ogni corruzione, era segno di raggiunta pienezza di sviluppo.

XI.

Di così improvviso rigoglio di studi di retorica e di filosofia era stato artefice Nerone. Ma io sono fermamente convinto che a lui, ed a questo tempo, si debba ricondurre un assai notevole provvedimento legislativo, che sarà più tardi constantemente ripetuto dagli imperatori romani. Intendo accennare alle immunità largite ai pubblici docenti. Un passo del Digesto infatti, discorrendo di una concessione di Vespasiano e di Adriano, parla di magistri qui civilium munerum vacationem habent[101]. L’esenzione aveva dunque dietro di sè una consuetudine. Ma questa non era stata certamente iniziata da nessuno degli imperatori, che regnarono fra Augusto e Nerone, e in questo convincimento ci induce anche una superficiale conoscenza della loro politica e delle loro cure. Che vi abbia dato principio Augusto è possibile, non probabile, chè altrimenti o ne avremmo menzione in quella autobiografica rassegna dei più cospicui fra gli atti di lui, che fu il Monumentum Ancyranum, o troveremmo tanta innovazione esaltata dai suoi numerosi apologisti, per lo meno a proposito dell’analoga immunità da lui concessa ai medici.

Se quindi escludiamo dalla nostra considerazione Augusto, l’unico, tra questo principe e Vespasiano, su cui sia lecito soffermarsi, può essere solo Nerone, il grande protettore degli esercizi di retorica, il discepolo di due filosofi, di cui uno era a sua volta figlio di un retore, e fu il consigliere e l’ispiratore di una buona parte della politica imperiale. Onde a Nerone io penso si possa con tranquilla coscienza ricondurre l’origine di una consuetudine di governo, che, salvo lievi variazioni, dominerà tutta la politica scolastica dello impero, la consuetudine — dico — di largire ai maestri di grammatica, di retorica, di filosofia, quanto Augusto, aveva largito ai medici nella esultanza della convalescenza: la immunità dai carichi pubblici e dalle pubbliche funzioni.

Tale concessione del governo romano non fu esclusivo privilegio delle su citate categorie di professionisti, nè può dirsi ch’essa, per ora, sia più che ai suoi inizii. Man mano che la costituzione politica e l’organismo fiscale dell’impero si rinsalderanno, la teoria delle immunità riceverà sempre più larghe applicazioni per divenire, negli ultimi secoli, una delle molle necessarie al funzionamento dello stato.

Essa infatti consisteva nell’eccitare gli individui di determinate classi a fornire alla società l’opera loro (di cui questa aveva assolutamente bisogno) in cambio della esenzione di una, più o meno larga, serie di oneri, gravanti sul resto dei cittadini. Fra codesti oneri rientrano poco a poco le pubbliche funzioni, gli honores, i quali così vanno via via assumendo il carattere di munera, imposti dallo stato ai suoi sudditi, per fini a lui propri — quali che possano essere i sentimenti e le convenienze dei sudditi stessi — il che veniva a sancire quell’assimilazione dell’honor al munus, che fu certo uno dei tratti più caratteristici del diritto pubblico nell’impero romano[102].

Or bene, tra le categorie di persone, di cui lo stato fin d’ora dichiara di avere assoluto bisogno ed a cui offre, in ricambio dei loro servigi, l’esenzione di parecchi carichi, sono i ministri del pubblico insegnamento, dichiarato così anch’esso — implicitamente — funzione essenziale della società e della vita civile.

Abbiamo noi mezzo di stabilire fin d’ora la portata ed i limiti di quella esenzione? Quali tra i professionisti dell’insegnamento ne godettero? Da quali carichi andarono essi esenti?

Il Digesto, riferendosi all’età, che precede Adriano e ai magistri, che allora godevano della vacatio civilium numerum, ne specifica[103] le varie categorie in medici, grammatici, oratores (cioè: retori) e philosophi. I maestri elementari, i litteratores, sono quindi, fin d’adesso, come, per regola generale in seguito, esclusi da ogni immunità. Viceversa, il beneficio non dovette limitarsi solo a Roma. Se Augusto aveva privilegiato tutti i medici esercenti dell’impero, i privilegiati d’adesso non avrebbero potuto essere soltanto romani, o, se così fosse stato, se cioè la riconferma del privilegio avesse contenuto qualche restrizione, lo si sarebbe certamente dichiarato.

Questa considerazione è ribadita dalla parola stessa del Digesto: «Il Divo Vespasiano e il Divo Adriano — s’esprime un giurista — dichiararono in un rescritto che agli insegnanti, i quali hanno l’immunità dai pubblici oneri, e cioè i grammatici, i retori, i medici e i filosofi, gli imperatori avevano implicitamente largito l’esenzione dall’obbligo di hospites recipere[104]». E altrove: «È inserito nelle costituzioni dell’imperatore Commodo il passo di un’epistola di Antonino Pio, nel quale si dice che anche i filosofi sono esentati dall’obbligo della tutela. Le parole son queste: — Del pari a tutti costoro il Divo mio padre, salendo al trono, con una costituzione confermò i precedenti onori e le preesistenti immunità, sancendo che i filosofi, i retori, i grammatici ed i medici sono esenti dalla ginnasiarchia, dalla agoranomia, dai sacerdozii, dall’obbligo della ospitalità, dall’obbligo della sitonia e della elaionia, e che non possono essere costretti a fungere da giudici o da ambasciatori, o a prestar servizio militare, o a sottostare a qualunque altro carico — »[105].

Una così ampia e universale concessione di immunità, che, come si dichiara, precede Adriano e Vespasiano, mentre da un lato ribadisce la interpretazione che le immunità ai magistri dovettero varcare la cerchia delle mura di Roma e i confini d’Italia, assicura eziandio dall’altro che esse furono comuni a tutti i restanti paesi dell’impero.

XII.

Ma l’epistola di Antonino Pio ci dà anche l’elenco degli oggetti, su cui queste immunità ai magistri vertevano prima di Adriano, e (noi possiamo pensare) vertevano a un di presso sin dalla loro origine.

I grammatici, i medici, i retori e i filosofi erano, secondo la parola della costituzione riconfermata da Adriano, esenti dall’ufficio: 1) di γυμνασιαρχοι 2) di ἱερεῖς; 3) dall’obbligo della ἑπισταθμία; 4) dall’ufficio di σιτῶναι, 5) di ἐλαιῶναι, 6) di κριταί, 7) di πρέσβεις, 8) di στρατιῶται e da ogni altro carico di qualsiasi genere[106].

Non sarà male, piuttosto che tradurre verbalmente, chiarire, specificando, l’importanza di ciascuna di codeste esenzioni.

L’espressione gymnasiarchia ci richiama anzi tutto al mondo greco. Ivi, nel periodo classico, essa era stata una liturgia, forse identificabile con la lampadodromia,[107] e tale rimaneva ancora, nel periodo romano, non ostante avesse, qua e là, assunta la forma di magistratura. Perciò il gymnasiarca offriva agli efebi vesti, forniva olio per il ginnasio, dedicava stabilimenti di bagni, accudiva alla celebrazione di sacrifici e di festività, acquistava le vittime all’uopo richieste, provvedeva all’allestimento dei banchetti, che seguivano i sacrifizi, costituiva a sue spese il fondo per i premi richiesti dai vari concorsi, innalzava pubbliche costruzioni. Era dunque il suo, specie se, come talora avveniva, si cumulava con quello di agonoteta, un ufficio terribilmente dispendioso[108].

Ma il concetto di gymnasiarchia, contenuto nel paragrafo del Digesto, che qui interpretiamo, non può, come talora è stato fatto,[109] riferirsi specificatamente alla liturgia o alla speciale magistratura greca, che portava codesto nome. Deve invece riferirsi alla cura in genere dei pubblici spettacoli, a quel ludorum publicum regimen, che, nel mondo greco, spettava, come abbiamo visto, al gymnasiarca; in Roma, nell’età imperiale, al pretore[110]; nei rimanenti municipii, agli edili;[111] o, nell’una e negli altri, a curatores speciali[112]. E quanto gravoso fosse codesto onere si può convincersene, rammentando che in Roma erano proverbiali i dispendii, a cui gli edili soggiacevano, durante la celebrazione di determinate festività, e che assai spesso i magistrati desideravano andarne esenti.

L’ἀγορκνομία è una magistratura notissima nel mondo greco ed ellenistico. Ma la nostra fonte giuridica, se si esprime in greco, non si riferisce unicamente al mondo ellenico, sibbene, al solito, rende, con la parola greca, un concetto, che, negli altri municipii, specie in quello di Roma, corrispondeva a magistrature rette da funzionarii, che portavano altri nomi.

L’edile della repubblica romana era stato infatti per eccellenza agoranomo: aveva sempre provveduto a che i viveri, specie il frumento, non subissero rincari esagerati, aveva impedito, e mitigato, anche con largizioni proprie, gli effetti delle carestie, sorvegliato i pesi e le misure. Nell’età dell’impero, l’ufficio di curator dell’ànnona in Roma, era stato assunto da speciali magistrati, ma nei municipii italici esso era, di regola, rimasto còmpito precipuo dell’edile[113].

Anche il sacerdozio (ἱεροσύνη) rientrava, come i due uffici precedenti, nella categoria degli honores. Nell’impero romano esistettero sacerdoti urbani e sacerdoti provinciali. Ma quell’onore si traduceva, pur troppo, in un vero e proprio carico patrimoniale, giacchè chi lo rivestiva soggiaceva a pesi determinati, all’obbligo di donativi in danaro per pubblici edifici, e l’ufficio aveva rapporti molteplici e costosi con i giuochi dei gladiatori e con le cacce degli animali feroci[114].

Viceversa, l’ἐπισταθμία era un carico esclusivamente patrimoniale. Essa consisteva nell’obbligo dei proprietari di case di ospitare, a turno, magistrati e funzionari, viaggianti o in missione, insieme con il loro seguito, a cui bisognava pure fornire alloggio, letti, legna, sale, fieno per le bestie[115]. E, se si fosse trattato di hospitium militare, tutti indistintamente gli abitanti di un paese sarebbero stati tenuti a fornire, ai soldati in marcia, alloggio, fuoco e quanto costoro avessero potuto chiedere o desiderare[116].

Le rimanenti immunità riguardano dei munera personarum. Le σιτωνίαι e le ἐλαιωνίαι (emptiones frumenti et olei) si riconnettono al problema della cura dell’annona urbana, che fu tra i più tormentosi dell’antichità. Si trattava di fare delle grandi provviste di grano e di olio pei bisogni del mercato, in parte con le entrate dello Stato, in parte con volontarie contribuzioni. Delle prime venivano, in Grecia, incaricati appositi magistrati, i σιτῶναι, una delle cariche del paese più onorifiche e delicate;[117] delle seconde, gli ἐλαιῶναι[118]. Nei municipii non ellenici si curano di ciò per adesso gli edili; più tardi, vi troveremo addetti appositi curatores[119].

L’ufficio di κριτὴ (munus iudicandi) corrispondeva all’esercizio delle funzioni di giudice (iudex, recuperator) nei processi civili. Finalmente il πρεσβεύειν (munus legationis) era l’obbligo della legatio, cioè di assumere la carica di legatus delle varie città presso l’imperatore, il senato, i patroni residenti in Roma; e l’εἰς στρατείαν καταλέγεσθαι (munus militiæ) corrispondeva a l’obbligo di soggiacere al servizio militare, tanto per conto dello stato come dei municipii[120].

Da tutti questi onori e da questi carichi venivano adesso esentati i docenti di arti liberali. Ma, nonostante così ampio esonero, l’immunità dei privilegiati non si sarebbe potuta dire completa. Noi sappiamo infatti che altre categorie di sudditi godevano esenzioni da altri numerosi gravami[121], di cui, a proposito dei maestri, non si fa, nei documenti che abbiamo riferito, specificatamente parola. Onde l’autore della su citata costituzione Adrianea sentiva il bisogno di completarne il dispositivo, chiudendo con l’ampia dichiarazione di esonero da qualsiasi altro carico, dando così alla concessione quel carattere di universalità, che vi sarà concordemente riconosciuto dai giuristi maggiori dell’evo imperiale[122].

La liberalità dello Stato non poteva essere più completa. Il linguaggio ufficiale degli anni successivi definirà questa come una immunità realmente illimitata[123]. Ma il suo merito non risale, come a un’indagine superficiale potrebbe apparire, ai principi dell’ultima, sibbene a quelli della prima età dell’impero, al paragone dei quali i successori non procederanno sempre nella via delle larghezze.

Ci rimane a rispondere a un’ultima domanda: Quale fu l’ampiezza cronologica, che l’imperatore volle donare alle sue immunità? Si limitavano esse ai professionisti viventi sotto il suo regno, o anche ai futuri?

Su ciò — per ora — non può illuminarci che l’analogia della immunità concessa ai medici da Augusto, che riguardò esplicitamente, non solo i viventi, ma anche gli altri che sarebbero sopravvenuti[124]. Era veramente un impegnare un po’ troppo l’avvenire, e le conferme, che i successori riterranno opportune, e le limitazioni, ch’essi vi arrecheranno, sono prova sicura del fatto che, se nella ingenua, o buona, volontà di ciascuno dei largitori il beneficio non doveva aver limiti di tempo, nel concetto dei principi successivi, le liberalità concesse erano in vigore solo fino al giorno, in cui non fossero state abrogate o confermate[125].

XIII.

Abbiamo nel paragrafo precedente discorso delle immunità dei grammatici, dei retori e dei filosofi, e abbiamo soggiunto che di regola codesto privilegio non si estendeva ai maestri elementari, i ludi magistri. Ed infatti il silenzio, serbato su di loro dai documenti di questa prima età, ci verrà confermato da altri posteriori del secondo e del terzo secolo, i quali dichiareranno come gli imperatori non credano che le immunità debbano applicarsi agli insegnanti primarii[126].

Tuttavia tale divieto risponde solo a una disposizione generalissima; e, come la dispensa delle immunità conteneva clausole particolari, rispondenti alle condizioni e alla natura dei singoli luoghi,[127] così le sue norme generali potevano spesso, anche per volontà dell’imperatore, subire delle gravi deroghe. È quello che noi troviamo accadere a proposito dei ludi magistri. Si davano infatti dei casi, in cui anche questi docenti erano, per volontà imperiale, dichiarati immuni da determinati oneri. Ce ne informa una delle scoperte epigrafiche più importanti, la così detta Tabula Vipascensis, una iscrizione latina del Portogallo, nella quale, per esprimerci nei termini più generici, si regolavano le cose del distretto minerario di Vipascum, appartenente al fisco imperiale, e si fissava l’ordinamento del borgo formatosi intorno al territorio della miniera.

Or bene, in uno dei capitoli di detta legge, è stabilita l’immunità dei ludi magistri del borgo[128].

A noi importa mediocremente la cronologia del documento. Lo si è, dai suoi editori, con sorprendente unanimità, pensato della fine del I. secolo di C., ma può dirsi che un argomento convincente a favore di questa cronologia non esista. Si erano invocati la paleografia e lo stile[129]. Ma, quasi non bastasse la nota scarsa sicurezza, che indici del genere offrono, specie a proposito di documenti ufficiali, è sopravvenuta la scoperta di un nuovo regolamento minerario della stessa località — forse uno dei frammenti, che ancora si attendevano, dell’epigrafe vipascense — in cui, non ostante l’identità della grafia,[130] la datazione è sicura: il governo di Adriano.

Ma la Tabula Vipascensis non contiene l’originale di un contratto intercesso tra il fisco e una compagnia di appaltatori; è invece la forma generale, il tipo tradizionale dei capitolati dell’appalto delle miniere[131]; per cui rimane esclusa ogni possibilità di assegnare a quelle norme generiche una definitiva cronologia. Gli è per questi motivi che noi non esitiamo a discorrere fin d’ora della epigrafe e delle disposizioni, che vi si contenevano relative ai ludi magistri, preferendo collegarle con tutta la materia delle immunità, di cui abbiamo precedentemente trattato.

Il testo dunque è — verbalmente — chiarissimo: «ludi magistros a procuratore metallorum immunes ess(e placet)». E che vi si trattasse delle consuete immunità dai munera civilia e pubblica, o, almeno, soltanto dai primi, era stato ammesso da tutti gli studiosi della epigrafe[132]. Ne aveva dubitato uno solo, il quale aveva sospettato si trattasse, non della immunità a muneribus, sibbene della sanzione di una indipendenza dei ludi magistri dalla autorità straordinaria e speciale del distretto minerario, il procurator metallorum, per cui i primi non avrebbero potuto essere citati dinnanzi al tribunale del procuratore, ma solo a quello dei giudici ordinarii. Tale significato della frase della legge egli trovava eziandio in un passo di un’orazione di Cicerone (Pro Font. 12, 27). E forse — aveva ancora opinato — il fisco, redigendo il modulo di concessione, che costituisce la materia dell’epigrafe, aveva voluto eccettuare l’insegnamento elementare dal monopolio, cui erano soggette altre professioni, esercitate nel distretto, quella di calzolaio, di barbiere, di lavandaio, di banditore, di proprietario di bagni etc. etc.[133]

Noi dobbiamo dichiarare che, se anche tali sospetti e tale interpretazione fossero legittimi, ci troveremmo del pari dinnanzi a un atto notevole, compiuto dall’autorità imperiale nei riguardi degli insegnanti elementari, atto, che, per gli scopi del nostro studio, avrebbe importanza pari alla concessione della consueta immunità a muneribus. Se non che, a chi ben guardi, quell’ipotesi non è la più probabile.

Anzi tutto, i casi di analogie, citati dal nostro critico, non hanno il valore che egli vi pretende. Nella orazione Pro Fonteio, Cicerone esprime un concetto affatto diverso di quello che si richiederebbe, giacchè ivi dice soltanto, e nei termini più generali, che la Gallia vedeva nella rovina di Fonteio «quasi la propria immunità e la propria libertà.»[134] Ma, come che sia, per la esenzione dell’insegnamento elementare dal monopolio, cui altri impieghi soggiacevano, non vi era punto bisogno di un capitolo speciale dell’epigrafe. Bisognava soltanto non farne menzione, chè la lex Vipascensis non istabiliva un monopolio universale, ma un monopolio per mestieri e per professioni determinate.

Quanto poi alla supposta esenzione dall’autorità del procurator imperiale, sfugge a noi ogni motivo del privilegio conferito ai ludi magistri e — quel che più importa — soltanto ad essi. Il procurator fa a Vipascum le veci dell’autorità municipale[135]. Perchè mai dunque la esenzione dei ludi magistri, e di loro soltanto, dalla sua giurisdizione?

Ci pare dunque assai preferibile l’interpretazione, più comune, di una esenzione a muneribus. Ma si trattava di esenzione dai carichi comunali o da tutti i carichi pubblici imposti dallo Stato? È probabile che, su questo punto, una esenzione limitata ai primi risponda maggiormente a verità.[136] Una immunitas a procuratore metallorum deve più probabilmente riguardare soltanto i carichi dipendenti dalla autorità del procuratore, e, in tal caso, solo i munera civilia, i carichi comunali, che quegli imponeva in virtù degli stessi diritti, per cui, nei municipii, li imponevano la curia e i magistrati locali.

Noi veniamo intanto a sapere che una di quelle condizioni speciali, che spingevano il governo ad accordare ai maestri la immunità dai pubblici oneri, quella immunità, che ad essi di regola non si largiva, era la singolarità dell’aggregato sociale, tra cui si sarebbe desiderato si svolgesse l’opera loro. Nel distretto minerario di Vipascum, s’era formata, o si sarebbe andata formando, una popolazione composta dei minatori e delle loro famiglie, che il bisogno o l’allettamento del guadagno avrebbe potuto stabilmente trattenervi. Per creare questa condizione di cose, da cui appunto dipendeva la vita della miniera, occorreva offrire, più che fosse possibile, sicuramente ed a buon mercato, qualcuno dei più importanti servizii. Il desiderio di raggiungere tale scopo avea fatto creare dei monopolii, che da un lato garantivano la bontà del servizio, dall’altro la suscettibilità del consumatore contro pretese eccessive.[137] Queste stesse cause e queste stesse preoccupazioni davano origine al privilegio in favore degli insegnanti elementari, i quali, in quella rara oasi, avrebbero trovato quella esenzione a muneribus, che, soli fra i pubblici docenti dell’impero, ignoravano, e che li avrebbe fatti accorrere numerosi a diffondere l’istruzione, ciò che precisamente lo Stato mirava a conseguire.

Quello che accadeva a Vipascum doveva accadere in tutti i distretti minerarii, che si trovavano in pari condizioni territoriali; doveva accadere in tutte quelle circostanze, in cui gli agglomeramenti di sudditi dello impero, su cui il governo aveva interesse di rivolgere la sua attenzione, presentavano analoghi caratteri. Le fonti non ci hanno specificato tutti i casi, in cui il provvedimento ebbe a ripetersi, ma noi abbiamo, ugualmente, il pieno diritto di non presumere isolata la franchigia dei maestri di Vipascum.

XIV.

Ma la impronta caratteristica, che il governo di Nerone lasciò nella storia dell’istruzione pubblica, non si rintraccia nelle scuole primarie o in quelle di retorica o di filosofia.

L’originalità del suo governo consistette invece nella introduzione di una nuova forma di educazione fisica nel piano generale dell’istruzione e della vita romana, non che il decisivo trionfo del culto dell’istruzione musicale: due fatti, che reagirono contro tendenze tradizionali, subirono discussioni e contrasti vivaci, e furono tutta opera personale del principe.

Lo spirito dell’educazione fisica romana era stato in categorico contrasto con quello dell’educazione fisica greca, e il costume ellenico, che aveva fatto schiava e prigione Roma in tutti i gradi e in tutte le forme dell’istruzione e della educazione intellettuale, era rimasto irrimediabilmente escluso dai termini dell’educazione fisica. Un frammento del De Republica di Cicerone rivela tutto l’orrore romano contro l’educazione fisica a tipo ellenico, arte ch’era fine a se stessa, suscitata da un desiderio di bellezza, che, come l’arte propriamente detta, prescindeva da ogni altra considerazione. L’esercizio a corpo nudo è, per il buon romano, una lesione del fondamento stesso della vita morale e civile[138]. «Quanto non è assurda, scrive Cicerone, l’educazione fisica dei giovani nei gymnasia, quanto fatua la milizia degli efebi greci! A quanti contatti e a quanti liberi amori non dà essa luogo!»[139].

L’uso degli esercizii fisici a corpo nudo avrebbe tratto i Greci alla mollezza e al servaggio. «Erano stati — si pensava — i gymnasia e le palestre a portare in copia nelle città l’inerzia e l’ozio, cattivo consigliero, e la consuetudine della omosessualità, e la corruzione dei giovani. Tutti dediti a dormire, a passeggiare, a regolare la vita e i movimenti, i Greci avevano poco a poco abbandonato l’uso delle armi, e, senza avvedersene, preferito essere agili e bei ginnasti, anzichè opliti e cavalieri valenti»[140].

E come, per il buon romano antico, l’educazione fisica doveva limitarsi, e subordinarsi, ai ristretti scopi della milizia e alle modeste esigenze della sanità del corpo[141], per il romano più intellettuale dell’età dell’impero, essa poteva al più, oltre che a questo,[142] tendere a completare le qualità del buon oratore, regolandone i gesti e i movimenti, aggraziandone l’attitudine e il passo, tramutandosi in una chironomia[143].

Le riforme augustee nell’educazione dei giovani non avevano derogato da codesti criteri. Era riserbato a Nerone sconvolgere, o iniziare lo sconvolgimento, di tanto salda ideologia e di tanta tradizione. «Nel suo quarto consolato, narrano Tacito e Svetonio, consoli lo stesso Nerone e Cornelio Cosso, egli istituiva in Roma, per la prima volta, una festa quinquennale, le cui norme furono appunto ricalcate su quelle della corrispondente solennità ellenica»[144]. Furono queste le Neronee. Si ebbe perciò, per la prima volta, in Roma, una solennità con gare di corsa di carri e di ginnastica, da rinnovarsi ogni cinque anni, a spese, non più dei magistrati preposti a quell’ufficio, ma dello Stato. E a tali concorsi — qui appunto risiedeva la innovazione, fonte di tanto scandalo — avrebbero dovuto partecipare, come vi parteciparono in grande copia, cittadini dell’aristocrazia romana, spettatrice tutta la loro classe, che avrebbe assistito al grande agone in costume greco.

La rara, periodica solennità richiedeva — ed era naturale — l’addestramento e l’allenamento dei partecipanti al concorso. E Nerone provvide, ed edificò in Roma, insieme con le sue terme, un gymnasium, l’edificio, presso i Greci, sacro all’educazione e all’allenamento fisico dei giovani, dei cittadini, degli atleti. E, nell’inaugurarlo, distribuì graeca facilitate l’olio ai senatori e ai cavalieri, segno indubbio degli scopi dell’istituto e delle classi sociali, a cui, nel suo pensiero, veniva destinato[145].

Erano i primi passi, ma passi decisivi, verso quella glorificazione dell’educazione fisica greca, che altri imperatori continueranno. Ne era anzi la consacrazione ufficiale, ed è facile, dalle lamentele degli scrittori contemporanei, o immediatamente successivi, intravedere tutta la efficacia di quel tentativo. L’amore dell’esercizio fisico viene infatti all’ordine del giorno. Nelle case, in locali appositi, dei maestri, dei palaestrici — gente grossolana, che gli intellettuali del tempo disprezzavano cordialmente, giacchè, a loro dire, passavano tutto il giorno a ingollare vino, a ungersi di olio e a riversar sudore — impartivano, come i retori e i grammatici, lezioni di ginnastica ad uomini, ed anche, fin d’allora, a donne[146].

L’educazione fisica entra così a parte dei programmi di educazione e di istruzione generale, e l’opinione comune tenta di collocarla a fianco delle arti liberali, insieme con la filosofia, la grammatica, la retorica[147]. Perciò essa ridesta tutta l’avversione dei conservatori romani e alimenta largamente la protesta delle persone così dette autorevoli[148].

Ma anche questa volta, così come contro più antiche recriminazioni, il nazionalismo ebbe la peggio. E, nonostante le lamentele dei circoli conservatori romani, l’amore dell’educazione fisica, regolata secondo i criterii, cui si era ispirata in Grecia, sia pure inclinando verso quelle forme, che costituiscono la sua degenerazione, come l’atletica e l’acrobatica[149], nessuno, per lungo tempo, ebbe più mezzo di svellere.

XV.

Quello che è a dirsi delle sorti dell’istruzione fisica, sotto l’ultimo degli imperatori Claudii, non differisce — lo accennammo — gran fatto da ciò che sarebbe a dire dell’istruzione musicale.

È noto come, già fin dal II. secolo a. C., la musica greca fosse prevalsa assolutamente sulla romana, e come, fin da quel tempo, lentamente, ma tenacemente, l’amore della sua cultura si diffondesse per l’Italia romana[150]. È evidente in che alta misura il nuovo regime imperiale dovesse favorire l’amore degli spettacoli musicali e l’apprendimento delle discipline che vi si riferiscono. La cresciuta ricchezza, la pace interna, lo sfarzo naturale delle corti principesche, che le classi aristocratiche, avrebbero voluto imitare, il contatto con nuove e antichissime civiltà e con società, squisitamente dotate di senso musicale, tutto contribuiva a tale risultato.

Come invero la conquista della Grecia aveva, nella società romana, portato la diffusione della musica greca, così la conquista dell’Egitto determinò in Occidente l’invasione del ballo e della musica istrumentale alessandrina.

L’età di Augusto inaugura infatti l’êra delle pantomine, genere di spettacolo ancora ignoto ai Romani, costituito da una schiera di ballerini e da accompagnamento di canti corali e di musica orchestrale, che di lì a poco occuperà nella vita antica lo stesso posto, che nella nostra occupa l’opera[151]. Cotali orchestre dettero man mano luogo a veri e propri concerti — pubblici e privati — indipendenti da ogni rappresentazione teatrale, e fu questa una delle grandi manìe della corte e delle case aristocratiche sin dai primi anni dell’impero[152].

Alle rappresentazioni filodrammatiche ed ai concerti, gli imperatori aggiunsero i concorsi musicali. A perpetuare il ricordo di Azio, Augusto istituì a Nicopoli — nella Città della vittoria — gare di musica, che presero regolarmente posto accanto ai quattro agoni tradizionali. Lo stesso egli fece a Pergamo;[153] e a Roma, nel 17 a. C., la celebrazione di quei ludi saeculares, dei quali — nel suo pensiero — nulla più grande l’umanità aveva veduto e mai più doveva rivedere[154], fu coronata da uno spettacolo prettamente musicale, il Carmen saeculare, dettato da Orazio e cantato da un coro di 27 fanciulli e 27 fanciulle romane[155].

Degli imperatori, che succedettero ad Augusto e dei principi di casa Giulio-Claudia, parecchi protessero, e coltivarono apertamente, l’arte musicale: Caligola, Tito, Britannico[156], Claudio; e i ludi saeculares, celebrati da quest’ultimo, ebbero anche i trattenimenti musicali, che avevano allietato quelli di Augusto[157]. Ma chi dà il maggiore degli impulsi a quell’arte e alla sua cultura fu, come per altre cose, Nerone.

Nerone non amava passare per dilettante, pretendeva essere un artista di valore. Appena sul trono, chiamò il famoso citaredo Terpino e studiò disperatamente canto e musica. Nel 59 si produce, come poeta e come citaredo, nelle feste Iuvenalia, da lui istituite;[158] nel 60, bandisce i giuochi neroniani, le cui gare musicali formavano uno dei punti più importanti del programma;[159] nel 64, a Napoli, debutta in teatro, cantando sulla cetra una melodia greca, e il suo entusiasmo, quel giorno, è tale da non fargli interrompere la festa, neanche al sopravvenire di un terremoto[160]; nel 65, si produce in Roma, nel teatro di Pompeo, nell’agone quinquennale da lui stesso istituito[161]; nel 66, intraprende la sua grande tournée artistica in Grecia, ove allieta, e onora, del suo canto Olimpia, Delfo, i giuochi istmici[162]. E già, in fin di vita, fa voto di celebrare la vittoria contro Galba con giuochi, in cui avrebbe suonato l’organo, la cornamusa, cantato in coro e rappresentato per ultimo, in pantomima, il Turnus di Virgilio.[163].

Quale fosse l’impulso, che Nerone e i suoi predecessori erano così venuti a dare alla musica e alla istruzione musicale della gioventù, noi lo possiamo constatare fin da questo tempo. Ci limiteremo a fornire, fra le tante, qualche prova.

Nerone volle che i componenti l’aristocrazia partecipassero alle rappresentazioni teatrali, come attori, e allorquando — narra un contemporaneo alquanto misoneista — Nerone istituì i suoi Iuvenalia, «tutti i cittadini indistintamente vi si inscrissero. Nè la nascita, nè l’età, nè il riguardo di antichi onori rivestiti impedirono ad alcuno di esercitare il mestiere di istrione greco o latino, e di imitarne i gesti e i canti meno degni di uomini. Perfino delle donne illustri per nascita si compiacquero esercitarsi in simili sconcezze». «Di là si diffusero la sregolatezza e l’infamia, nè mai altra volta i già corrotti costumi furono più gravemente sommersi in tanta vergogna.[164]» E meditando, e rimpiangendo, sulla decadenza effettiva degli studii filosofici, uno stoico, e non dei più rigidi, esclama: «Ma quante cure invece perchè il nome di un qualunque pantomimo non perisca! La dinastia dei Pilade e dei Batillo sta salda nei successori. Di queste arti sono numerosi i cultori, numerosi i maestri. Ogni casa ha un palcoscenico, e questo risuona continuamente di danze, a cui partecipano, e in cui gareggiano, individui di ambo i sessi».[165]

Roma è già in questi anni invasa di frenesia per l’apprendimento della musica, della danza, del canto, e ad essa, da ogni angolo della Grecia e dell’Asia ellenizzata, affluiscono musici e virtuosi. Le scuole di musica sono tra le più frequentate[166]. Eccellono per zelo le signore dell’aristocrazia, e, allorquando l’autore dell’Apocalisse vorrà, in quel tempo, lanciare, come il suo angelo, la peggiore delle qualifiche contro la città maledetta, la definirà senz’altro città di musicanti, di citaredi, di suonatori di flauti e di trombettieri.[167]

XVI.

Col nuovo grandioso impulso, dato da Nerone alla consuetudine della ginnastica e alla passione della musica, si lega la sua riforma di quelle associazioni giovanili, che erano state la gloria del governo di Augusto, e di cui Nerone fu, tra i Claudii, il più felice diffonditore.[168] È sopra tutto per loro mezzo che l’istruzione musicale e l’educazione fisica, improntata ai criteri greci, hanno presa sulla gioventù e penetrano vittoriose nel programma generale dei suoi studi.

Noi abbiamo elementi per assicurare che l’organizzazione, fondata da Augusto, era continuata non ingloriosamente sotto i successori fino a Claudio. Caligola anzi aggiunge alle feste dei Saturnali un giorno, che disse Iuvenalis, nel quale, naturalmente, dovevano aver luogo i ludi iuventutis,[169] e dà giuochi, ai quali partecipava specialmente la gioventù senatoria, con le note cacce, con il lusus Troiae.[170].

Altri dati, e non meno significativi, si riferiscono al governo di Claudio.[171] L’istituzione, voluta da Augusto, è dunque salva. E noi siamo anche sicuri che fin da questo tempo le associazioni giovanili erano già uscite da Roma e penetrate in altre cittadine italiche, specie nel Lazio.[172]

Ma in Nerone — vedemmo — all’amore per le gare ginniche si accompagnava l’altro, ancora più ardente, per la musica e per le rappresentazioni sceniche. I suoi esercizi fisici furono quindi tosto sopraffatti dalla frequenza delle rappresentazioni musicali, e a queste, cui egli partecipò direttamente, volle, per amore o per forza, partecipassero anche quei iuvenes augustiani, quella guardia del corpo, che, seguendo l’esempio delle corti ellenistiche, l’imperatore si era formata tra i giovani tirones provenienti dalle due classi della nobiltà romana[173]. Fu la circostanza, in cui si determinò il nuovo indirizzo delle associazioni giovanili. E nel 53, cioè a dire nel giorno della sua assunzione della toga virile, egli inaugurava i Iuvenalia. Il loro nome rammenta Caligola e l’interesse di lui per l’antica istituzione. In quello stesso tempo, nei municipii italici, il culmine delle feste giovanili era precisamente il lusus iuvenalis, consistente in cacce di fiere, gare di scherma e lotte nell’arena[174]. Nerone non poteva fare, e non sembra abbia fatto, a meno di ciò;[175] ma per lui gli esercizii sportivi non bastarono, ed egli vi aggiunse danze, canti a solo, canti corali, non che rappresentazioni sceniche[176]. Nessuna di queste cose poteva darsi senza un precedente tirocinio, e sorsero quindi all’uopo apposite scuole preparatorie — scuole di musica e di ginnastica — con speciali maestri[177]. Anche Nerone ebbe i suoi, Seneca e Burro, che dovettero accompagnarlo sulla scena[178].

Com’è palese, l’indirizzo militare e civico, con iscopo patriottico e contenuto religioso, della educazione augustea aveva deviato. E noi ora veniamo invece a trovarci di fronte ad una educazione, tra sportiva e teatrale, con contenuto e pura forma greca.

Più grave appare la deviazione dall’antico, pel fatto stesso che Nerone, come abbiamo accennato, si formò, della organizzata gioventù romana, una vera e propria guardia del corpo: se nella prima parte della sua riforma può ben dirsi che egli seguisse un suo più largo e nuovo ideale di educazione, nella seconda, egli realmente indirizzava ad altri scopi le antiche associazioni giovanili, e questi non costituivano più un organico sviluppo degli intendimenti della riforma di Augusto.

XVII.

Innanzi di lasciare per sempre il governo di Nerone, è nostro debito di storici rivendicare a lui alcuni altri atti, concernenti le sorti della pubblica istruzione in Roma, che si sogliono in genere attribuire a merito dell’ultimo imperatore Flavio, Domiziano, la ricostruzione cioè e la ricomposizione di talune delle biblioteche, fondate dai precedenti imperatori e perite nel terribile incendio del 64. Ed invero, se il così detto Tempio nuovo di Augusto è già restaurato nel gennaio del 69[179], è quasi certo che codesta cronologia sia stata preceduta dalla restaurazione della biblioteca, di cui Tiberio l’aveva arricchito[180]. Anche anteriore è la riattazione del tempio ad Apollo,[181] ed è probabilissimo che con esso Nerone abbia ricomposto l’ancor più gloriosa biblioteca, che Augusto vi aveva aggregata. Ma poichè gli istituti di tal genere, periti nel 64, non dovettero essere quelli soltanto — la Biblioteca della Domus tiberiana, che sorgeva anch’essa sul Palatino[182], non potè certamente sfuggire alla quasi universale rovina — e, poichè questi ed altri accenni tendono a dimostrare come Nerone abbia mirato a restaurare tutto quanto l’incendio aveva distrutto, è lecito supporre che i suoi restauri non si limitarono alla Palatina e alla Biblioteca del Tempio nuovo, ma sovvennero anche le altre, che, nell’incendio del 64, avevano subito una sorte egualmente infelice. Cosicchè Domiziano, di cui un biografo[183] dirà avere egli avuto il grande merito di restituire le biblioteche precedentemente distrutte, dovette esercitare la sua liberalità verso quelle sole tra esse ch’erano perite negli incendi avvenuti tra la fine del regno di Nerone e l’esordio del suo governo[184].

XVIII.

Ci rimane a dire qualcosa dei rapporti intercessi, sotto gli imperatori di casa Giulio-Claudia, tra lo stato e l’insegnamento della giurisprudenza, già così evoluto e così prossimo alla ufficialità in sullo scorcio della repubblica[185].

Secondo i più autorevoli storici del medesimo, l’impero avrebbe compiuto, nel campo dell’istruzione giuridica, una vera e propria rivoluzione. Esso, cioè, sarebbe riuscito a possedere quello che la repubblica non aveva mai conosciuto, delle vere e proprie scuole giuridiche di stato, e tale rivolgimento sarebbe, a loro dire, interamente palese sotto Antonino Pio, o fors’anco sotto Adriano, come proverebbe un classico passo di Gellio, nel quale si accenna esplicitamente, come a fatto ovvio ed universale, a scuole, numerose in Roma, di ius pubblice docentium[186].

Ma la misura di codesto rivolgimento, nel campo dell’istruzione giuridica in Roma, è assolutamente esagerata, e la sua importanza viene attenuata da quanto più recenti studi han potuto ricostruire circa i limiti e la natura dell’istruzione giuridica nell’età repubblicana.[187] È perciò più esatto asserire che, da questo tempo a quello degli Antonini, si rileva solo un notevole crescendo dell’istruzione giuridica, un regolarizzarsi e un perfezionarsi delle forme, in cui essa veniva impartita, senza che questo nulla abbia a vedere con una vera e propria rivoluzione, più che con un naturale svolgimento di condizioni preesistenti. Il nostro compito deve quindi limitarsi a indagare la parte, che, in codesto incremento e svolgimento, abbiano avuto gli imperatori di casa Giulio-Claudia.

Come narra l’unico antico sistematico espositore della storia e dell’insegnamento del diritto nella repubblica e nell’impero romano, Pomponio, uno dei principali doveri dei Pontefici, e poi dei giureconsulti romani, era stato, fin dall’età repubblicana, quello dei responsa, cioè a dire delle consultazioni giuridiche a magistrati e a privati, che fossero venuti a richiederneli.

Tale ufficio aveva una grande, e grave, ingerenza nelle controversie giudiziarie. Il compito di giudice, nella vita sociale romana, era stato facile finchè gli atti giuridici si erano apprezzati, dirò così materialmente, senza alcuna ricerca delle intenzioni delle parti, e fino al giorno, in cui il diritto non era divenuto una scienza indipendente, la quale, oltre alla pratica del foro, reclamava uno studio speciale. Ma più tardi, in mancanza di una apposita classe di giudici professionisti, era invalsa man mano la consuetudine che essi si circondassero di un consiglio di gente sperimentata e che le parti comunicassero loro, quale argomento decisivo, l’avviso, il responsum, di giureconsulti autorevoli, per quanto legalmente estranei alla causa[188].

Ma se, fino ad Augusto, il dare responsa dipendeva dal buon volere dei giureconsulti, dalla loro capacità, dalla fiducia che altri riponeva in loro, da Augusto invece si ebbero dei ius respondentes patentati[189].

Sotto questo imperatore, venne stabilita una differenza tra i responsa e il loro valore effettivo, sì che, mentre, fin allora, dei pareri, esibiti dalle parti, poteva non tenersi alcun conto, il giudice, adesso, qualora il responso fosse opera di un giurista, specialmente patentato, era moralmente tenuto a riconoscerlo, perchè esso era stato formulato in nome del principe; costituiva cioè delle emanazioni della di lui sovrana autorità.

Tale innovazione non subì alcuna interruzione sotto i successori di Augusto — patentarono giuristi Tiberio, Caligola, e altri[190] — ed essa, col rialzare notevolmente il prestigio di questa classe di studiosi, era fatale avesse delle ripercussioni sull’insegnamento e sulla diffusione della cultura giuridica. Darsi agli studi del diritto, praticarne l’insegnamento era adesso un mezzo con cui raccogliere la fiducia dei principi; respondere populo, con tanta efficacia pratica, era anche fonte di lucro. Massurio Sabino ne aveva dato l’esempio e provato i beneficii: egli, consultore pubblico, patentato da Tiberio, inaugurò la serie dei professori di giurisprudenza retribuiti di regolare onorario dai loro auditores[191].

È possibile che gli imperatori della casa Giulio-Claudia abbiano fatto anche qualcosa di più. Come il governo repubblicano aveva, ad un pontefice, assegnato un alloggio sulla Via Sacra per le sue pubbliche consultazioni,[192] sembra che analogo provvedimento si sia ora adottato a vantaggio delle nuove scuole dei giuristi. La cosa può dirsi fuori dubbio per l’età di Adriano,[193] ed è probabile anche per quella immediatamente precedente. Allora gli auditoria dei giuristi e dei loro scolari avranno sede nelle biblioteche di fondazione imperiale[194]. Ma è legittimo supporre che l’usanza fosse cominciata anche prima. Le biblioteche dell’età di Traiano e di Adriano non sono che ricostruzioni di istituti rispondenti a l’idea, che Augusto ne aveva avuta, e, come, nella prima metà del II. secolo di C., erano in esse delle intere sezioni giuridiche[195], altre analoghe ne avevano contenute le biblioteche augustee, sì che, secondo l’esagerazione di uno scoliasta di Giovenale, Augusto avrebbe, nel tempio di Apollo Palatino, inaugurato un’intera biblioteca di diritto civile.[196] Perchè dunque l’ipotesi che qualcuna delle sale di tali biblioteche fosse ritrovo dei giuristi e dei loro discepoli, non dovrebbe convenire anche alla prima metà del I. secolo di C.? Perchè non riconoscerla legittima se la ufficialità è nell’intima essenza dell’istruzione giuridica romana e se la sua pubblicità è perciò, non solo da intendere nel senso che tutti potevano goderne, ma in quello ch’essa veniva impartita col consenso, o con la sottintesa iniziativa, del potere centrale?[197].

Fu questa l’opera e furono questi gli atti, con cui, inconsapevolmente, e consapevolmente, gli imperatori della casa Giulio-Claudia promossero l’istruzione giuridica. Pur troppo, la natura stessa del nuovo potere assoluto era tale da ridurre di parecchio gli effetti di così benevoli intendimenti.

XIX.

Noi abbiamo ora sott’occhio tutto il quadro della politica degli imperatori di casa Giulio-Claudia, nei rispetti dell’istruzione nazionale. E possiamo senza esitazione affermare ch’esso occupa un posto eminente nella storia della civiltà umana. Noi vi notiamo da un canto il grande impulso dato allo studio di talune discipline, la inestimabile iniziativa della fondazione di pubbliche biblioteche, lo stabilirsi di una condizione privilegiata ai precettori delle arti liberali. Noi vi notiamo l’introduzione di elementi fin ora ignorati e trascurati: l’educazione fisica a tipo greco, l’istruzione musicale, e — ciò che è assai più importante — fin da Augusto, un piano sufficientemente completo di educazione ufficiale della gioventù.

Assai strano è intanto constatare come i maggiori propulsori dell’istruzione pubblica romana, in questa età, siano stati due uomini, due principi, le mille miglia lontani l’uno dall’altro per indole e per politica: Augusto e Nerone, sì che, nel I. secolo dell’impero, la istruzione e l’educazione delle classi elevate ondeggino tra questi due poli: l’indirizzo Augusteo e l’indirizzo Neroniano.

Ma più importante è un’altra constatazione, che ci è imposta dalle vicende della storia politica dell’impero romano e che dà la chiave dell’enigma delle strane sorti della produzione intellettuale nei secoli venturi. L’impero perfeziona e moltiplica gli strumenti esteriori e materiali del progresso, ma fin d’adesso — ugualmente — la scuola comincia ad essere vuotata della sua anima, della sua libertà formatrice d’intelletti e di coscienze e cessa di produrre tutti i suoi frutti. Le scuole di retorica moltiplicano sin da Nerone, ma non formano più oratori, formano dei retori. Le scuole di filosofia dilagano, ma il filosofare diviene d’ora innanzi un pericolo, e sola filosofia possibile non è più quella che scandaglia per tutti i recessi dell’abisso profondo, dove, come s’esprimeva Seneca, giace la verità, ma l’altra, che si cristallizza in una secca e vuota ermeneutica dei più celebri autori dei secoli trascorsi o che si deforma in una sofistica arguta e sottile, che insegna meno a vivere, a sentire, a pensare, di quello che a disputare e a schermagliare.[198] La stessa educazione fisica va man mano smarrendo il proprio scopo e cede il posto all’atletica e all’acrobatica. La cultura e la scienza divengono così ornamento mnemonico o intellettuale, non creano, nè ricreano l’uomo. Questo non fu per certo conseguenza di volontà colpevole di individui; fu bensì effetto di tempi mutati, fu derivazione necessaria di istituti politici, che svolgevano tutte le deleterie influenze, a cui l’intima capacità li costringeva, e sospingeva, ma di cui non meno gravi saranno le fatali ripercussioni.

CAPITOLO II. Gl’imperatori di casa Flavia e l’istruzione nell’impero romano.
(69-96)

I. Vespasiano e la fondazione di nuove biblioteche. — Riconferma delle immunità ai maestri di grammatica, retorica e filosofia. — Stipendio ai principali insegnanti di retorica in Roma. — Non si tratta di una statizzazione delle scuole di retorica. — II. Motivi della innovazione. Condizioni economiche dei maestri di retorica. — Il provvedimento di Vespasiano quale misura della considerazione sociale dei retori. — III. Trascuranza del governo imperiale verso i grammatici e gli insegnanti elementari; loro condizioni economiche. — IV. Rapporti amministrativi e giuridici dei retori stipendiati con lo stato. Giudizio dei contemporanei. — V. Quintiliano primo retore stipendiato, come maestro e come pedagogista. — VI. Tito rimane fedele alla politica scolastica del padre. Domiziano riedifica le biblioteche distrutte. La ripercussione della operosità imperiale sulla diffusione e sul regime delle biblioteche. — VII. Domiziano e il trionfo della educazione fisica a tipo ellenico. Vespasiano, Domiziano e l’istruzione musicale. — Il nuovo indirizzo dei collegi giovanili. — IX. Il rovescio della medaglia: Vespasiano contro le scuole filosofiche ateniesi. — X. Il governo dei Flavii e l’istruzione pubblica nell’impero romano.

I.

Buona parte dell’opera, che il primo imperatore di casa Flavia svolse nel campo della istruzione pubblica, ricalca fedelmente le orme del passato.

Anche Vespasiano fu, probabilissimamente, un felice inauguratore di pubbliche biblioteche. Nel Templum Pacis, da lui fondato, Gellio e Galeno menzionano una biblioteca omonima,[199] e, sebbene questo nuovo istituto non sia esplicitamente indicato come sua opera, è in tutto verisimile che autore ne sia stato lo stesso Vespasiano, il quale, come era avvenuto di altre biblioteche, l’avrebbe aggregata al tempio da lui stesso edificato[200].

In maniera analoga, come i suoi predecessori, egli mantenne inviolate le esenzioni dai pubblici carichi, concesse fin allora ai grammatici, ai retori e ai filosofi, e riconfermò esplicitamente la loro immunità dall’ius recipiendi, civile e militare,[201] di cui abbiamo discorso,[202] e che, probabilmente per poca chiarezza delle precedenti ordinanze imperiali, o per altri motivi, era contestata da funzionarii o da generali viaggianti.

Ma, se qui si fosse arrestata, l’opera di Vespasiano avrebbe avuto scarsa originalità, e la politica scolastica degli imperatori di casa Flavia si sarebbe adagiata negli stessi confini dei predecessori di casa Giulio-Claudia. Se non che uno degli anni del governo di Vespasiano, fra il 70 e il 79 di C., segna il principio di una rivoluzione profonda nei rapporti dell’istruzione pubblica col governo centrale romano.

In uno di questi dieci anni, l’imperatore, tra le svariate cure, di cui ebbe ad onorare i poeti e gli artisti,[203] deliberò di stipendiare a spese del fisco, cioè di quella parte delle entrate dell’impero, amministrata direttamente dall’imperatore, i maestri di retorica greca e latina, fissando loro una retribuzione annua di 100,000 sesterzi,[204] pari a L. 25,000 circa.

Dai sommarii accenni delle fonti noi riusciamo malamente ad avere un’idea dei particolari della riforma, che lascia adito a molti dubbi e a molte interrogazioni. Furono stipendiati tutti i retori greci e latini dell’impero, o almeno d’Italia, o soltanto quelli di Roma? E, se la riforma venne limitata a Roma, furono stipendiati tutti i retori romani, o solo i più famosi? Quali furono i rapporti, che d’ora innanzi si stabilirono fra questi nuovi professori ufficiali e l’insegnamento libero?

Svetonio, che è la fonte principale, non risponde alla prima nostra domanda, ma ad essa rispondono chiaramente gli informatori di un più tardo storico, Zonara, il quale avverte che si trattò (ed era pel momento naturale) di una riforma limitata esclusivamente alla capitale del mondo[205].

Che non si trattasse poi di tutti i retori di Roma, ma solo di qualcuno tra i più famosi, si può rilevare da un fatto e da una considerazione: il fatto che noi, in realtà, non conosciamo che un solo retore stipendiato, Quintiliano, e la considerazione, che, in tanta copia di scuole romane di retorica, ogni più liberale innovazione avrebbe imposto alle finanze dello stato un aggravio non trascurabile, che un principe quale Vespasiano, tacciato persino di avarizia, non avrebbe mai consentito.

Ma, da quanto precede, risulta ancora che l’innovazione non può essere definita una statizzazione delle scuole di retorica[206]. L’insegnamento privato rimane ugualmente, come per l’innanzi, libero e preponderante, incoraggiato, per giunta, dalla realtà, o dalla speranza, di un assegno annuo da parte del fisco. Ed invero, gli stessi maestri di retorica stipendiati furono degli insegnanti liberi; libera rimase la loro scuola da ogni influenza dello Stato, che non impose alcun programma o alcun controllo; liberi i maestri di richiedere, come richiesero, da ciascuno dei discepoli, un onorario, che costituiva il loro maggiore provento. Anzi, siccome il fatto stesso di uno stipendio imperiale, elevava le pretese dei retori, che lo godevano, e la classe sociale degli alunni, che ne ricercavano le scuole, esso dovette altresì, per un consueto fenomeno di livellamento economico, accrescere i proventi di tutti i loro colleghi, e, insieme, le pretese di una classe di persone, la cui dignità morale veniva anch’essa tangibilmente esaltata.

L’insegnamento privato non riceve dunque alcun danno. Solo, per la liberalità di Vespasiano, lo Stato, scegliendo fra i molti, indica e sussidia alcuni pochi istituti, che si potrebbero definire istituti di paragone. Il vantaggio della coltura era tanto palese, quanto palese che le intenzioni del legislatore rimanevano lungi da ogni idea di una scuola di Stato, e persino di una scuola ordinata e controllata dallo Stato. Se non che — ed era fatale — al di là delle intenzioni degli inconsapevoli iniziatori, la scuola di Stato dell’avvenire si sarebbe svolta dal germe seminato dal primo degli imperatori Flavii.

II.

Quali poterono essere intanto le ragioni, che indussero Vespasiano a tentare ciò che tentò?

Gli storici moderni, più malevoli degli antichi, hanno, con rara facilità, visto nel suo atto un machiavellico ritrovato di addomesticamento dei retori e delle loro scuole,[207] anzi, più ancora, un felice espediente, per il quale egli intendeva schierarli intorno al proprio carro, a difesa degli attacchi dei filosofi.

In verità, i limiti e la natura della riforma escludono assolutamente la possibilità del conseguimento di tale scopo, ed escludono perciò che Vespasiano non vedesse — il che era agevolissimo — la inanità dei mezzi, che vi avrebbe adoperati. A chi ben guardi, anzi, la limitazione del sussidio dello Stato a determinati retori era un motivo atto a raggiungere effetti opposti alle intenzioni attribuite all’imperatore. Chi non vede a quante gelosie, gare, disillusioni e recriminazioni, non doveva quella scelta dar luogo? E, al tempo stesso, a quanti attacchi contro l’imperatore e contro i suoi ministri? Poteva ciò essere un mezzo di corruzione di tutta la classe? Questo non vuol dire che il privilegio inaugurato da Vespasiano non si volesse anche interpretato come un onore concesso all’insegnamento della retorica e ai suoi ministri, come una lontana captatio benevolentiae. Come abbiamo accennato, Vespasiano tenne sempre a ostentare un tal quale mecenatismo verso le scienze e le arti, nonchè verso coloro che le professavano. E in tal senso egli potè mirare a passare eziandio come un protettore, tra i più benemeriti, delle scuole di retorica. Il mecenatismo era la malattia aulica del secolo, e non per nulla la nuova munificenza fu direttamente prelevata sugli introiti dell’impero a disposizione dell’imperatore.

Ma, per Vespasiano, di peso assai grande dovette essere la conoscenza delle condizioni economiche della classe dei retori — condizioni sempre tristi, nonostante gli onori e le esenzioni, di cui essi erano stati oggetto. Noi non abbiamo notizie relative ad età precedenti; ma, nell’età di Traiano[208], in cui, dopo il privilegio, concesso dal primo dei Flavii, la dignità di quell’insegnamento doveva essersi di molto elevata, Giovenale traccia un quadro miserando della vita dei retori e dei grammatici. «Tu insegni a declamare, o Vezio. Tu hai dei polmoni di ferro». «Tutto quello che poco prima avevi letto, stando a sedere, tu dovrai ripeterlo in piedi, e negli stessi termini. Il ripetere fino alla sazietà uccide il disgraziato maestro. Giacchè tutti vogliono conoscere quale sia il colorito da dare a una discussione, quale il genere di una causa, ove ne risieda il punto fondamentale, quali possano essere le varie obbiezioni. Salvochè nessuno vuol pagare l’onorario. Ti si rinfaccia: — Tu chiedi il pagamento dell’onorario? E che cosa ho io appreso? — La colpa, naturalmente, dovrà essere del maestro, se non c’è un briciolo di anima in questo giovane arcade. Ogni giorno mi ha rotto i timpani col suo dirus Hannibal, il quale discute (che so io!) se dopo Canne debba recarsi a Roma, o se, più prudente, debba, dopo una tempesta ripiegare sulle città vicine. Quanto vuoi fissare (io sborso subito la somma) perchè suo padre lo stia ad ascoltare tante volte quante è toccato a me? — Così protestano altri sei o più maestri», e «la loro ricompensa maggiore è l’importo di una tessera per frumento a buon mercato. Indaga invece presso i citaredi Crisogono e Pollione quanto renda loro l’insegnamento ai fanciulli ricchi.... Tu sfogli invece il manuale del retore Teodoro....

«Si spenderanno seicentomila sesterzi a costruire dei bagni, e più, per un portico, nel quale il signore si faccia portare a passeggio quando piove (dovrebbe forse attendere il sereno, o lasciare che i suoi cavalli siano spruzzati di mota recente?)». «Altrove egli edificherà una sala da pranzo con eccelse colonne di marmo numida e che sia tutta esposta al sole invernale. Conforme alla dignità della casa, gli occorreranno cuochi di svariate abilità. Fra questi dispendii, due mila sesterzi saranno di troppo per un Quintiliano. Così ad un padre niente costerà meno di un figliuolo.»[209]

E nulla in realtà poteva costar meno. Dal fugace accenno dello stesso Giovenale, l’onorario mensile dei retori, che corrispondeva all’importo di una tessera per frumentazioni, non giungeva, a quel tempo, a superare i 20 sesterzi, in cifra tonda L. 5 al mese per alunno[210].... Due secoli dopo, in tanto più elevato tenor di vita, l’onorario dei maestri di retorica si aggirava intorno alle L. 6,25 mensili per alunno[211]. L’amaro accenno di Giovenale doveva dunque essere l’eco di una protesta generale. Che cosa sarebbe avvenuto delle migliori scuole di retorica, qualora fossero state abbandonate al proprio destino? Era possibile che un governo di Mecenati proteggesse i musici, o gli attori celebri, e trascurasse i maestri, formatori e creatori delle coscienze e delle intelligenze romane? Poteva esso trascurarli, quando, per di più, dal gesto di protezione, che loro avrebbe rivolto, era lecito sperare un compenso di gloria e, magari, di gratitudine avvenire?

Quale fu intanto il rapporto, in cui codesto sussidio stette con la considerazione, che i retori godevano in Roma, e presso i poteri centrali?

Taluni moderni hanno, anche qui, malevolmente, confrontato lo stipendio assegnato a quelli da Vespasiano con i premii da lui largiti ad altri professionisti, e ne hanno tirato delle gravi conclusioni circa la scarsa stima sociale dei retori. Se non che balza evidente agli occhi di ogni spassionato osservatore l’impossibilità del confronto. Nell’un caso, si tratta di stipendio annuo, nell’altro, di sussidi una volta tanto. Se un confronto si voleva istituire, esso doveva farsi con altri funzionari stipendiati. Tra questi si potevano scegliere i procuratores imperiali. Siamo nel I. secolo di Cristo, e noi ne conosciamo due sole categorie, i ducenarii e i centenarii[212], stipendiati cioè, i primi, a 200.000, i secondi, a 100.000 sesterzi annui. Noi non possiamo dire, per ora, quali procuratores si trovassero nell’una, quali nell’altra condizione; ma, di qui a poco più di un mezzo secolo, saranno procuratori centenarii i governatori di parecchie provincie e certi funzionarii urbani e provinciali, come il procurator alimentorum, il procurator aquarum, il procurator ludi magni, il procurator operum publicorum, ed altri ancora, fra cui il procurator bibliothecarum[213]. Or bene, accanto a tutti costoro, vanno, per considerazione sociale, allogati i centenarii insegnanti di retorica. Vero è che, in questo ulteriore periodo, i procuratores centenarii rappresentavano il più basso ordine dei tre, che allora di codesta classe esistevano; ma non si può negare che non sempre, anche in tempi più civili, il maestro di retorica si è trovato in così buona compagnia tra i funzionarii dello Stato.

III.

Ma, dopo quanto precede, noi non possiamo trascurare di porci un’ultima domanda. Perchè Vespasiano limitò i suoi favori ai maestri di retorica, e non li estese anche ai litteratores e ai grammatici, maestri, rispettivamente, della scuola primaria e media inferiore?

Eppure, se i retori stavano male, i precettori di grammatica e i litteratores stavano peggio. Dei primi — l’abbiamo accennato — ci informa lo stesso Giovenale: «E il maestro di grammatica? Quale guadagno ritrae dal suo lavoro il maestro di grammatica? Il suo salario è inferiore a quello del retore, ma, per miserando che esso sia, ne detraggono una parte lo scempio pedagogo e l’amministratore. Ma, povero Palemone, tollera anche questa ritenuta, come un qualsiasi mercante di stuoie invernali e di bianchi cortinaggi, purchè non invano tu ti sii levato all’ora della notte, in cui nè il fabbro ferraio, nè il cardatore di lana sono in piedi!» «Chè il salario tu l’otterrai di rado senza ricorrere al tribuno. Eppure voi, o genitori, esigete che un precettore conosca le leggi del linguaggio, che conosca tutta la storia, tutti gli autori a mena dito, cosicchè, interrogato all’improvviso, mentre si reca alle Terme o ai bagni di Apollo, sappia dire chi fu la nutrice di Anchise e il nome e la patria della matrigna di Anchemolo e quanti anni visse Alceste e quante urne di vino siculo donò ai Frigii. Eppure, voi esigete che egli plasmi le tenere menti, come altri foggia con la cera un volto umano, esigete che egli faccia da padre e impedisca che i fanciulli amino le cose turpi e non le pratichino insieme. Non è cosa da nulla sorvegliare tante mani e tanta mobilità di occhi. Questo tu devi curare, e al termine dell’anno ricevi pure i cinque aurei, che il popolo reclama per l’atleta vincitore»[214].

La concorrenza doveva infatti essere grandissima, e, se, in sullo scorcio della repubblica, Roma contava oltre venti scuole di prim’ordine[215] di grammatici, codesta cifra era naturale si fosse ormai più che quadruplicata. Ove poi volessimo avanzare di qualche secolo fino all’età di Luciano, noi apprenderemmo che tutto il provento dei grammatici bastava appena a pagare il sarto, il medico e il calzolaio.[216] E, nell’editto dioclezianeo de pretiis rerum venalium del 302 di C., troveremmo che il maestro di grammatica, greco o latino, veniva in media pagato con 200 denarii (L. 4.50) mensili per scolaro[217].

Se questo è a dire dei grammatici, peggio ancora è a ripetere dei litteratores. Durante la fanciullezza di Orazio, i fanciulli delle più ricche famiglie romane corrispondevano loro mensilmente una retribuzione, che si aggirava intorno agli otto assi, cioè a dire a circa quaranta o cinquanta centesimi al mese.[218] Nell’età di Diocleziano, la tariffa era salita a L. 1,25, o poco più, al mese.[219] Si sottraggano i tre o quattro mesi di vacanza,[220] e si vedrà che la vita non sarebbe stata possibile, se i maestri — con quanto vantaggio dell’insegnamento è facile comprendere — non avessero pensato di sopperire con dei mestieri accessori[221]. Parrebbe evidente da tutto ciò che i grammatici e i litteratores dovessero attendersi dalle cure imperiali parecchio di più di quello che l’impero concedeva alle scuole di retorica. Invece la realtà parla in senso opposto. E la ragione è crudele: lo stato romano promuoverà, e curerà, quasi esclusivamente, gli istituti ed i gradi superiori dell’istruzione pubblica, e seguirà per tal guisa un criterio di amministrazione, che sarà, pur troppo, anche nel più lucido avvenire, difficilmente sorpassato. Noi avremo di ciò una conferma nei provvedimenti di ordine didattico e scientifico degli imperatori, ma possiamo subito ricordare qualche fatto, che riguarda anch’esso le sorti economiche dei maestri. Antonino Pio tornerà a regolare la materia delle immunità, ma da esse saranno esplicitamente esclusi gli insegnanti elementari: per questi il governatore doveva curare soltanto che non fossero sovraccarichi di oneri..... Più tardi, apprenderemo che la regolarità dei salari ai maestri verrà garantita dallo Stato; ma, se tale garanzia era da questo riconosciuta come un suo debito preciso verso i retori, essa veniva largita come un mero favore ai grammatici ed ai litteratores, i quali, sostiene il relativo documento ufficiale, abusavano, in tale pretesa, dell’analogia della loro funzione con quella dei retori.[222]

Evidentemente, per lo Stato romano, curante solo gli interessi delle classi superiori, non esisteva che un’unica forma d’istruzione da privilegiare e da garantire: l’istruzione media di secondo grado e quella superiore, talora anche l’istruzione professionale. La primaria e la media inferiore dovevano invece abbandonarsi a tutte le sorti della concorrenza, a tutti i colpi del destino.

IV.

Una questione, che potrebbe sembrare — ma non è — più difficile, perchè non possediamo intorno ad essa alcun ragguaglio positivo, è quella che concerne i rapporti — diremo così — amministrativi e giuridici (ai rapporti didattici abbiamo accennato) dei nuovi retori stipendiati con lo Stato.

Come se ne fece in quel tempo la selezione? Quali obblighi venivano essi ad assumere verso il governo? Anzi, esistevano degli obblighi in proposito? Rappresenta l’innovazione di Vespasiano un’ufficiale istituzione di cattedre, o solo un beneficio a reggenti cattedre, che già esistevano, e che erano legate soltanto alla loro opera e alla loro persona?

Circa il primo punto la risposta è prevedibile. La scelta, sebbene la responsabilità ne risalisse all’imperatore, dovette, per ora, essere soltanto compito di persone di fiducia del capo dello Stato. Ma di obblighi è possibile non se ne sia imposto alcuno. Come il programma dell’insegnamento non subì nè coercizioni, nè controlli, così nessuna codificazione dovette farsi di quello che oggi si direbbe il contratto d’impiego. I retori stipendiati non erano — è bene ripeterlo — dei funzionarii dello Stato; erano delle persone benemerite sussidiate.

Può, a tale veduta, fare ostacolo la dichiarazione di Quintiliano, che egli avrebbe avuto bisogno di impetrare, dopo venti anni d’insegnamento, il favore d’essere messo a riposo?[223] Evidentemente, no. Qui non si tratta di obbligo, che lo Stato avrebbe potuto continuare ad addossargli, nè di un esonero, che egli avrebbe dovuto chiedere, ma di un onore, che il governo avrebbe desiderato l’illustre maestro continuasse a largire alla città, e di una cortesia, che traeva il retore a chiedere al principe quella licenza morale, cui i lunghi anni di godimento del sussidio e la fiducia imperiale l’obbligavano.

E neanche la risposta all’ultima delle nostre domande può — a nostro modo di vedere — essere dubbia. L’imperatore Vespasiano non istituisce alcuna ufficiale cattedra di retorica in Roma. Egli non si preoccupa della stabilità dell’insegnamento di quella disciplina. Le scuole dei retori erano tante, che una simile preoccupazione sarebbe stata fuori di luogo. Egli si limita soltanto a istituire uno stipendio ad personam in favore di taluni retori. Quando questi fossero morti o si fossero ritirati, il beneficio poteva passare ad altri; ma le antiche cattedre non rimanevano scoperte; cessavano semplicemente del tutto. Di qui si svolgerà più tardi la pratica dell’istituzione di vere e proprie cattedre di retorica o d’altra disciplina; ma, per adesso, Vespasiano non pensa a un così regolare procedimento.

E la modestia della innovazione, negli intendimenti di coloro che l’operavano, e l’assenza di ogni intendimento rivoluzionario ci sono confermate dall’impressione dei contemporanei, che non videro in essa più di quanto il principe aveva voluto metterci.

Videro anzi qualcosa di meno: non un favore verso l’istituzione, o verso i migliori che la rappresentavano; ma un favore verso le persone — in quanto persone — che il provvedimento imperiale veniva a beneficare. E il beneficato per eccellenza appare uno solo: Quintiliano. Un ex-senatore, decaduto, per sue personali traversie, a insegnar retorica in Sicilia, inaugurava il suo corso, esordendo nella prolusione con una frase, che si può ritenere quasi testuale: «Ecco i tuoi giuochi, o fortuna! Tu fai senatori dei maestri, e fai maestri dei senatori!»[224] Quintiliano era allora stato insignito degli ornamenti consolari[225]. E il fatto meraviglioso del retore di Calagurris divenuto console fu, per tutti i suoi contemporanei, un esempio palmare della cecità della fortuna, un motivo frequente di recriminazioni a suo carico. «Passiamo sopra», esclama Giovenale nello scritto dianzi citato, «a questo strano esempio dei favori del destino. Se si è fortunati, si ha la bellezza e il coraggio; se si è fortunati, si è sapienti, nobili e generosi»; «se si è fortunati, si è anche grandi oratori e motteggiatori; se assiste la fortuna, magari colpiti da raffreddore, si canta bene ugualmente. Importa molto invero il genere di stelle, sotto cui si mandano i primi vagiti, sudici ancora del sangue materno. Se la fortuna vuole, si diviene da retore console....»[226].

V.

Ma la verità era che ben difficilmente il pensiero di Vespasiano poteva essere tradotto nella pratica in modo più degno di quello che fu realmente, per opera dell’uomo, che, ricolmo dell’onore del principe, salì primo in Roma la cattedra di retorica: Quintiliano.

Quintiliano fu veramente un grande maestro. La cattedra, ch’egli tenne in Roma per venti anni, lasciò nella storia dell’istruzione pubblica e della letteratura romana una traccia, che mai più avrebbe potuto cancellarsi. Il maestro modello, che Vespasiano col suo atto indicava alla cittadinanza, volle che anche i lontani ed i posteri avessero nozione del suo insegnamento e del suo pensiero, e, ritiratosi dalla cattedra, concepì il disegno di raccogliere in un solo volume tutta la fine teorica del suo magistero.

Era quanto mille desiderii tesi verso di lui chiedevano istantemente. Quando egli attendeva ancora all’insegnamento, i suoi scolari, «nimium amantes», avevano pubblicato le sue lezioni e le avevano fatte passare come veri e proprii trattati di retorica. Il maestro, pieno d’indulgenza, non sconfesserà quell’indiscrezione, ma vorrà darci ben altra cosa: il libro, il vero e solo libro, a cui le sue lezioni avrebbero potuto dare origine, cioè i suoi precetti per la formazione dell’oratore e la teorica della sua pratica pedagogica. Questa fu la sua Institutio oratoria, che egli pubblicò negli ultimi anni del secolo I. di C.

In questo suo libro, che accoglieva il meglio del suo pensiero e della sua esperienza, Quintiliano non si palesa, come potrebbe attendersi, un severo e radicale novatore. La nuova scienza, officialmente favorita, non rivela in lui un indirizzo sconosciuto, o una riforma ab imis dell’antico. Numerose e fiere erano già in quel tempo le accuse contro le scuole dei retori e contro la loro vanità:[227] accuse, che hanno traversato i secoli con una tenacia solo pari all’altra, con cui quel tanto combattuto indirizzo pedagogico è rimasto tenacemente radicato nell’insegnamento secondario. Forse, se non è fattura d’altri, nel suo scritto su Le cause della corrotta eloquenza, Quintiliano aveva ribadito anche lui, e in maniera più esplicita, quelle accuse. Certo, altri prima di lui, e con lui, le avevano lanciate. Ma adesso, dal sommo della gloria e della lunga esperienza, Quintiliano può meglio comprendere e giudicare e misurare il valore delle accuse e delle difese e le esigenze della realtà. I suoi rari appunti sono incidentali e sono esposti in forma oggettiva:[228] piccoli e lievi colpi, che, nella costruzione del suo edificio, egli è costretto a dare contro alcuni particolari, che mal si adattano all’architettura dell’insieme. Il suo compito è un’altro: è anzitutto quello di rendere sano, pratico, perfetto l’indirizzo esistente. La sua opera riesce così mirabilmente architettonica, pensata, martellata, come un mosaico, fin nei minimi particolari, e fondata sur una conoscenza inappuntabile delle teoriche esistenti su ciascuna speciale questione. Per questa parte, i suoi successori non avranno per lungo tempo altro ad aggiungere od a creare: avranno soltanto a spiegare e a commentare Quintiliano. Ma assai più mirabile per ogni età sarà il principio informatore, che anima l’opera sua, principio creatore della pedagogia stessa. Egli concepisce il suo compito, non già come una comunicazione d’insegnamenti addizionali ed esteriori, ma come un’opera di formazione interiore del fanciullo e dell’adolescente, dai primi anni fino all’età matura, all’uomo che si sarebbe dovuto plasmare. La grande virtù dell’oratore non sarà, per Quintiliano, la schermaglia vana, che sprizza dall’abilità disonesta del cavillatore, ma il pensiero compiutamente reso, perchè compiutamente maturato; e l’oratore romano è, per lui, grande oratore, solo in quanto sia veramente uomo e cittadino.

Per tale rispetto, Quintiliano è il sommo tra gli scrittori latini di cose pedagogiche[229].

Ma, anche in quella sua esposizione, il maestro si rivela assai più grande del teorico. Gli ammonimenti, le osservazioni sagaci, le riflessioni particolari mostrano in lui una capacità insegnativa di prim’ordine, l’uomo che sa intendere, prendere e maneggiare i giovani secondo una propria idea, secondo una sua propria intenzione[230]. E a compiere questo miracolo didattico non avrebbero mai posseduto virtù sufficiente nè l’invidia dei colleghi meno fortunati, nè la rabbia malevola dei poeti satirici.

VI.

Gli elementi originali della politica degli imperatori Flavii sono pressochè tutti contenuti nell’opera di Vespasiano. I suoi due figli, durante il loro regno, non fecero che rispettarli e lasciarli immutati, senza dar mano ad alcuna aggiunta, senza tentare alcuna sostanziale innovazione. Che questo fosse avvenuto sotto Tito, noi lo apprendiamo da una notizia assai esplicita. Tito confermò tutti i benefici e i privilegi concessi dai predecessori.[231] Con lui dunque furono ripetute le immunità ai maestri di grammatica, di retorica, di filosofia; con lui fu ripetuto lo stanziamento in bilancio di una retribuzione per i retori; sotto di lui, Quintiliano continuò a dettar lezioni dalla sua cattedra, protetta dal favore del principe; e continuò, per i letterati e gli artisti, a spirare il benessere del governo di Vespasiano.

Lo stesso noi dobbiamo dire di Domiziano. Quintiliano infatti proseguì, fino all’88, le sue lezioni, percependo dallo Stato il sussidio consueto[232], e poco di poi veniva dal principe invitato a colmare i propri ozii con l’occuparsi dell’educazione dei suoi nipoti.[233] In compenso di questo e dei lunghi servigi resi all’istruzione pubblica, egli riceveva la prima onorificenza, con cui il governo del nostro paese avrebbe onorato il riposo ufficiale dei suoi maestri, il grado e le insegne consolari[234].

Ma, nei rispetti dell’istruzione pubblica, il governo di Domiziano è assai notevole per tre altri ordini di fatti: in primo, l’operosità sua a vantaggio delle biblioteche romane; in secondo, la restituzione delle antiche gare oratorie; in terzo, i nuovi impulsi dati all’educazione fisica e musicale.

Narra invero il biografo dei primi Cesari, Svetonio, che Domiziano, «senza badare a spese», fece costruire, e ricostruire, le biblioteche perite negli incendi precedenti, chiedendo per ogni parte nuovi manoscritti e mandando persino ad Alessandria persone, che li collazionassero ed emendassero, servendosi degli esemplari contenuti in quella biblioteca.[235] Si tratta, com’è facile intendere dalla diligenza, dai criteri e dalla difficoltà del lavoro, di un disegno di prim’ordine, che merita tutta la riconoscenza dei posteri. Quali siano state le biblioteche da Domiziano ricostituite, riesce a noi ben difficile indicare con sicurezza. È possibile che egli stesso abbia rifatto l’Ottaviana bruciata sotto Tito[236] e che ritroviamo menzionata più tardi[237], ma è impossibile tanto essere sicuri di singoli riferimenti, quanto completare l’elenco delle ricostruzioni, che dovettero essere molteplici[238].

Più interessante è invece porre in rilievo il fatto che tanta operosità imperiale, in rapporto alla fondazione e alla restituzione di pubbliche biblioteche, dovette, fin da questo momento, avere la prevedibile e consueta ripercussione nel campo dell’opera privata e comunale, in Roma e fuori. Numerose collezioni di libri dovettero, fin d’ora, aprirsi al pubblico, in Roma, in Italia e in provincia. Singoli privati, come poco di poi faranno il console Giulio Aquila Polemano, per Efeso,[239] Plinio il giovane, per Como[240], e, non sappiamo quando, un ignoto donatore, per Volsinii, cominciarono a legare ai municipii delle somme per la fondazione e il mantenimento di pubbliche biblioteche[241]. Le stesse collezioni private appalesano fin d’ora una grandiosità e una ricchezza, che suscitano commenti e censure, come quelle, in cui lo scopo della cultura appariva subordinato al lusso ed alla vanità[242]. Ma, come a siffatta bibliomania noi dobbiamo la conservazione di buona parte della produzione classica, così i dotti del tempo dovettero all’esempio, che veniva dall’alto, l’agevolezza, che fu ormai una consuetudine, di servirsi delle collezioni private dei loro doviziosi amici o mecenati, e, quindi, di istruirsi e di lavorare, il che, in circostanze diverse, non sarebbe certamente avvenuto. Per identico tramite, dovette, durante questo tempo, introdursi, nel regime delle pubbliche biblioteche, tutta la serie di liberalità[243], tendenti a soddisfare le esigenze dei lettori e degli studiosi, che sono oggi patrimonio universale di quei nostri istituti di cultura. Ed anche di questo noi dobbiamo essere, sopra ogni altro, riconoscenti all’ultimo degli imperatori Flavii.

VII.

Dicemmo che un secondo provvedimento, caratteristico del governo di Domiziano, fu la istituzione di nuovi concorsi di eloquenza in Roma. Abbiamo visto come su questo campo egli fosse stato preceduto da Nerone, ma la grande reazione politica, seguita alla fine della casa Claudia, aveva interrotto la prosecuzione di quell’istituto[244]. Domiziano torna a provvedervi in modo più serio, più solenne e, forse, anche più fortunato.

Nell’88 di C., egli istituiva il tanto celebrato Agone Capitolino, un nuovo cimento olimpico, come iperbolicamente fu definito dai contemporanei[245], una festa quinquennale in onore di Giove Capitolino, in cui, fra l’altro, furono rinnovati dei concorsi, che si dissero, anche questa volta, musicali, ma che compresero delle gare poetiche ed oratorie[246]. La festa era celebrata con solennità rara e grandiosa, e un’apposita giurìa assegnava i premi ai vincitori, i quali ricevevano dalle mani stesse dell’imperatore il segno della vittoria, una corona di quercia.[247]

Noi non possediamo notizie distinte di ciascuno dei due concorsi oratorii e poetici. Ma, se anche i primi non ebbero, come taluno ha pensato, la lunga vita dei secondi,[248] la gloria, o la solennità, ne fu, finchè esistettero, di poco minore. Del pari che pei concorsi poetici, le previsioni sul loro esito dovettero, ogni volta, essere oggetto delle più appassionate discussioni dei circoli romani. I candidati vi accorrevano numerosi, e il conseguirvi vittoria rimase per parecchio tempo uno degli scopi più alti e più gelosi dei letterati dell’impero.

Ma, insieme con questa gara solenne, in Roma, Domiziano ne istituì una seconda più modesta, in Albano. Richiamò egli quivi un vecchio culto romano a Minerva, protettrice della poesia e della letteratura, dal quale ufficio ella era stata, da circa un secolo, fugata da Apollo[249], e vi istituì un collegio religioso, avente, fra l’altro, l’incarico di organizzare concorsi oratorii, oltre che poetici, da celebrarsi ogni anno, il 19 marzo, in onore della Dea. Anche qui era una giurìa, anche qui erano assegnate, quali premi ai vincitori, corone auree di ulivo.[250] Ma, probabilmente, meno fortunati, i concorsi albani si spensero prima degli altri, romani e capitolini, di eloquenza.[251]

VIII.

Ci resta a discorrere dei mezzi, con cui Domiziano promosse il culto dell’educazione fisica a tipo greco in Roma. Domiziano fu un principe essenzialmente imitatore. Dopo aver imitato il padre, dopo avere, nell’amore e nella cura delle pubbliche biblioteche, imitato Augusto, egli entrò in gara con Nerone.

Ed invero, l’Agone Capitolino, da lui istituito, comprese eziandio una prova equestre (ἀγῶνες ἱππικοί) ed una ginnastica (ἀγῶνες γυμνικοί). Tra i concorsi ginnici — pretta imitazione ellenica — a cui pigliavano parte fanciulli romani liberi, si diedero, sull’esempio della antica Sparta, anche gare di corsa di fanciulle. E come Nerone aveva costruito un ginnasio per gli esercizi fisici, Domiziano costrusse al Campo di Marte, per le gare ginniche ed equestri, uno stadio[252] capace di oltre 30 mila spettatori. Il carattere ellenico della festa fu anche nell’apparato esteriore. Presiedeva l’imperatore in veste purpurea e assistevano, e giudicavano, il Flamen Iovis, nonchè i membri del collegio Flavio, vestiti anch’essi in costume greco[253].

I giuochi capitolini sopravvissero fino agli ultimi confini dell’antichità romana, e ad essi sopratutto si deve se gli spettacoli atletici divennero fin da allora comuni in ogni genere di spettacoli in Roma. Ma quello che a noi più importa è che, in Roma, fin dall’età di Domiziano, si nota una sicura e decisa prevalenza dei fautori della educazione fisica greca, che penetra ormai vittoriosa, così nella consuetudine, come nel quadro della educazione italica dei fanciulli liberi di ambo i sessi[254].

Al nuovo indirizzo della educazione fisica vanno congiunti gli impulsi, non meno efficaci, dati alla istruzione musicale. Anche su questo terreno, la politica dei Flavii si era sperimentata fin da Vespasiano. L’antico soldato aveva reagito contro il gusto degli ultimi Cesari, rimettendo in onore il culto dell’antica musica classica.[255] Ma non era andato più oltre; aveva anzi continuato a profondere ricompense ai virtuosi dell’arte musicale: 400 mila sesterzi a un cantor tragico; 200 mila a due citaredi; 140 mila ad altri, e corone d’oro a iosa. Il ritorno all’antico non osava più violare i confini di una assennata disciplina dell’avvenire, e il nuovo era accettato, e ratificato, in tutto quello che esso aveva avuto di rivoluzionario e che aveva di novatore.

Identica può sembrare la contraddizione, in cui si avvolge Domiziano, ma quest’ultimo dei Flavii, che sembra nato per far riscontro all’ultimo dei Claudii, riesce a decidere delle sorti dell’educazione e dell’istruzione musicale, nella società romana. Domiziano comincia con l’abolire le pantomime pubbliche.[256] Si è detto che facesse ciò per gelosia della moglie e per avere subìta una sgradevole esperienza domestica.[257] La spiegazione è certo insufficiente, e il divieto, che fu limitato alle pantomime recitate in pubblico, non la rende davvero più attendibile. Rimosse poscia, dal Senato, Cecilio Rufino, solo perchè amator della danza.[258] Ma, nello stesso tempo, Domiziano inaugurava, nell’Agone Capitolino, il più grande e il più felice concorso musicale dell’età imperiale, in cui si distribuivano premi per la citaredia, per la citaristica, per gli a solo di flauto, per la corocitaristica, e a cui accorrevano artisti di ogni paese,[259] ed egli stesso costruiva appositamente, per gli spettacoli musicali, l’Odeon, al Campo di Marte, capace di contenere circa 10 mila spettatori.[260] Era quanto di più grandioso e di più onorifico fosse stato concesso, fin allora, al culto di Euterpe, in Roma, e subito se ne videro tangibilmente gli effetti. Nelle case dei ricchi, i maestri di musica divennero più ricercati dei loro colleghi di retorica. Nell’età di Giovenale, i citaredi Crisogono e Pollione sono divenuti dei signori, al confronto di Vezzio, il precettore di retorica.[261] Non più i poeti, ma i citaredi hanno fortuna;[262] e Marziale, consigliando un amico intorno alla carriera, cui avviare il proprio figliuolo, scrive: «Fuggi per carità e grammatici e retori!» «Fa versi? Caccia di casa il poeta!» «Intende imparare un’arte lucrativa? Che egli divenga citaredo o coraulo!»[263].

Noi possiamo da tutto ciò prevedere quale sia stata l’opera dei Flavii circa l’educazione della gioventù nei collegi giovanili. Vespasiano era rimasto nell’orbita della schietta tradizione augustea,[264] ma Domiziano svolge e integra, come nel resto, il programma di Nerone. Egli istituisce — questa volta ne siamo informati in maniera positiva — anche fuori di Roma, dei Iuvenalia, cui prendono parte i suoi iuvenes augustales,[265] e fonda collegia iuvenum, con appositi maestri, i quali danno caccie di bestie feroci, rappresentazioni sceniche, e gareggiano in concorsi di poesia e di eloquenza.[266] Con Domiziano dunque si consolida, e trionfa, l’indirizzo educativo Neroniano.

IX.

La luccicante medaglia ha anch’essa il suo rovescio. E non vogliamo con questo accennare alle persecuzioni, così frequenti in quest’età, contro qualche retore, o contro schiere di filosofi, colpevoli di opinioni antidinastiche, persecuzioni le quali ricadevano fatalmente sulle loro scuole e sulla pratica libertà dell’insegnamento. Gl’imperatori Flavii possono allegare a loro parziale discolpa la pur dubbia attenuante di avere avuto in questo dei predecessori tra gli imperatori Claudii. Intendiamo invece accennare a qualche specifico provvedimento ai danni delle scuole esistenti nell’impero romano, e precisamente delle scuole filosofiche di Atene, ch’era allora la capitale intellettuale di tutto l’Occidente.

È nota la violenta reazione di Vespasiano contro le libertà municipali, già restituite alla Grecia da Nerone, e a Vespasiano, o al suo governo, deve riferirsi una misura, la cui paternità non possiamo, con uguale verisimiglianza, attribuire ad alcuno dei successori, e che noi conosciamo solo attraverso un rescritto di Adriano, che ne interruppe definitivamente l’applicazione.

È noto come i creatori delle varie scuole filosofiche greche avessero fondato in Atene delle comunità di studiosi, per la diffusione della loro rispettiva filosofia. Ciascuno di essi aveva trasmesso, per testamento, la propria carica ed il proprio ufficio alla persona, che aveva creduto più indicata, e questa, a sua volta, ne aveva seguito l’esempio[267]. Ma Vespasiano, nella sua avversione alla filosofia, e nei pericoli politici, di cui la credeva capace, intervenne a limitare la facoltà dei testatori. Secondo una sua prescrizione, gli scolari di ciascuna scuola filosofica dovevano essere cittadini romani, nè essi potevano nominare successori che non rivestissero tale qualità[268].

I motivi di siffatta disposizione si possono facilmente immaginare. Vespasiano aveva voluto, per quanto sapeva e poteva, garantire se stesso e lo Stato contro la potenzialità rivoluzionaria della filosofia, e rendere questa politicamente innocua col farla impartire da cittadini romani. Ma altrettanto prevedibili sono gli inconvenienti di quel sistema. La scelta del successore era, ogni volta, dipendente, non già dalle degnità e dal merito, e neanche dalla maggiore fedeltà dell’eligendo alle idee del maestro, sibbene dalla condizione esteriore della sua cittadinanza. Veniva così, in una città e in un paese tanto poco romanizzato, come la Grecia, chiusa la via alle iniziative del genio locale, che aveva dato al mondo i pensatori ed i filosofi più illustri, e quella via si apriva invece al privilegio della breve schiera dei cittadini romani, professanti colà discipline filosofiche. E la libera scelta del successore, preclusa una prima volta allo scolarca, tornava a chiudersi ugualmente, più tardi, alla comunità degli studiosi, qualora essi, conforme alla consuetudine, avessero voluto correggere la nomina e procedere a una nuova elezione[269].

Era un viluppo di ostacoli, che ledeva necessariamente la libertà e l’efficacia dell’insegnamento filosofico in Atene. E i maestri e i discepoli tollerarono, per anni, duramente, quel freno; per anni cercarono di romperlo. Finchè, interceditrice una principessa imperiale, il più greco degli imperatori avrà, come noteremo, l’onore di esaudire il semisecolare desiderio.

X.

Tale la politica degli imperatori Flavii.

A quest’opera loro, in rapporto all’istruzione pubblica, suole, nella storia della medesima, riconoscersi un’importanza decisiva. I Flavii — si dice — avrebbero deposto la prima pietra di quell’edifizio, che l’avvenire dedicherà solennemente alle cure della istruzione pubblica.

La disamina, che noi abbiamo precedentemente tentata, non ci consente un giudizio così entusiasta. L’opera di quei tre imperatori non contiene, salvo una sola eccezione, alcun elemento, che già non fosse stato posto dagli imperatori della casa Giulio-Claudia. Per qualche parte, anzi, il lavoro dei predecessori non è continuato; per qualche altra, l’opera stessa dei Flavii è demolita da un’insanabile intima contraddizione.

L’unico tratto originale è rappresentato dalla concessione dello stipendio ai maestri di retorica. A parte però il brevissimo àmbito di persone e di ordini di scuole, cui essa ebbe a riferirsi, è necessario, per poterla valutare, distinguere la portata e l’importanza del provvedimento, considerato isolatamente, dalla idea che esso ne induce nel pensiero degli storici moderni. Noi oggi non riusciamo più a concepirlo fuori dagli svolgimenti, che più tardi ne derivarono, e siamo costretti a scorgervi il primo consapevole passo verso quella statizzazione delle scuole primarie, medie e superiori, cui mirò la civiltà posteriore, e verso cui tende la civiltà attuale. Ma Vespasiano e i suoi ministri rimasero le mille miglia lontani da tanta preveggenza. Uno stipendio annuo a qualche retore — come le ingenti somme prodigate ai poeti, agli scultori, ai musicisti — non costituivano per loro una rivoluzione, non ebbero, per loro, l’importanza, ch’esso assume presso i tardi storici dell’avvenire. Vespasiano intese porgere — a chi lo meritava — nulla più e nulla meno di un principesco incoraggiamento, e sarebbe oggi meravigliato nel vedersi attribuire un più vasto pensiero.

Ma il merito, che certamente spetta agli imperatori Flavii, è di aver condotto alla perfezione e al trionfo parecchi dei nuovi elementi e dei nuovi indirizzi, introdotti nella politica scolastica dello Stato, dai loro immediati predecessori. L’educazione della gioventù, voluta da Augusto e da Nerone, riesce ora soltanto, in Roma e in Italia, a prevalere su le avverse intransigenze. La cura delle pubbliche biblioteche ha, con Domiziano, uno dei momenti migliori nella storia dell’amministrazione imperiale; ed uno dei punti fondamentali del programma scolastico dei ministri di Augusto — quello dei maestri pubblicamente retribuiti — si traduce in atto per la prima volta con Vespasiano.

E poichè la storia non è fatta soltanto di grandi, originali iniziative, ma del lavoro paziente della revisione e della perfezione, il merito della dinastia dei Flavii, nei rispetti della istruzione pubblica, se non deve esagerarsi, non deve neanche essere apprezzato al di sotto del suo giusto valore.

CAPITOLO III. Gl’imperatori da Nerva a M. Aurelio e l’istruzione pubblica nell’impero romano.
(96-180)

I. Reazione di Nerva e di Traiano alla politica dei Flavii; gli stipendi ai retori interrotti; esitanze nella riconferma delle immunità. — II. Reazione all’educazione fisica e musicale ellenizzante. — III. La biblioteca Ulpia-Traiana. — IV. I pueri alimentarii e i provvedimenti relativi in Roma, in Italia e nelle province. — V. Traiano e i maestri; rifiorimento della coltura. — VI. P. Elio Adriano. — VII. Adriano, le immunità, gli onori e i beneficii largiti ai maestri. — VIII. L’Athenaeum e la biblioteca Capitolina. Adriano e gli studi di giurisprudenza. — IX. Adriano e l’istruzione pubblica nelle provincie; riforme nelle scuole degli Epicurei; innovazioni nel Museo Alessandrino. — X. Le nuove norme di Antonino Pio circa le immunità dei maestri. — XI. Antonino Pio non inaugura scuole di Stato in provincia, ma vi promuove l’istituzione di scuole municipali di retorica e di filosofia. — XII. Marco Aurelio e la fondazione delle prime cattedre imperiali universitarie in Atene. — XIII. I concorsi universitarii. — XIV. Le cattedre di fondazione imperiale nell’Athenaeum romano. XV. Gli Antonini, le istituzioni alimentari e l’istruzione primaria. — XVI. Gli imperatori da Traiano a Marco Aurelio e l’istruzione musicale. — XVII. Il governo ed i collegi giovanili. La cura delle belle arti. L’amministrazione delle biblioteche. L’età degli imperatori da Nerva a Traiano, e la scuola e la coltura nell’impero romano.

I.

Il periodo, che intercede da Nerva a Marco Aurelio, pur attraverso cautele e riserve, tendenti a non ferire interessi temibili o diritti costituiti, rappresenta — è noto — una reazione all’indirizzo politico della dinastia Flavia; reazione, che si appalesa più stridente quanto meno ci allontaniamo dall’ultimo imperatore di questa casa[270]. A tale tendenza non doveva, nè poteva sfuggire la politica scolastica dei nuovi principi. Ed invero, da Nerva ad Antonino Pio, forse anche fino a Marco Aurelio, noi non troviamo più menzione di insegnanti di retorica stipendiati dal fisco. Di retori illustri, in questo tempo, vissero parecchi, e P. Annio Floro e Polemone e Dionigi di Mileto e Lolliano e Favorino e Castricio e Aristocle di Pergamo e Rufo di Perinto e Paolo e Adriano di Tyro e Demetrio di Alessandria e non pochi altri ancora;[271] ma a nessuno toccò l’ambito onore, che già un terzo di secolo prima era toccato a Quintiliano.

Nè del silenzio delle fonti si può tener responsabile una casuale dimenticanza. Il governo e la politica di Traiano vantano un descrittore e un apologista, che nulla di ciò avrebbe trascurato, se lo avesse potuto. Intendo accennare a Plinio il Giovane e al suo Panegirico. Eppure, mentre, in un capitolo, che riguarda appunto l’opera dell’imperatore nei rispetti della scuola e dei maestri, il suo autore elogia il principe per l’onore, in cui teneva i docenti di retorica e di filosofia, studii e discipline, che quasi poteva dirsi tornassero dall’esilio — nè qui, nè altrove, accenna che tanta degnazione fosse accompagnata da vere e proprie largizioni di utili materiali, e chi da questo passo ha concluso diversamente non ha certo interpretato con esattezza le parole del suo autore[272].

Sembrerebbe contraddire alla nostra ipotesi un editto di Nerva, che possediamo nel suo testo, il quale riconfermava i privilegi di coloro, che avessero — pubblicamente, o privatamente — ricevuto beneficii dai suoi predecessori[273]. La induzione però sarebbe, a mio credere, alquanto audace. Nell’editto di Nerva si ha un esempio di quello che oggi si direbbe un mantenimento di diritti acquisiti. Ma questi diritti dovevano essere già in godimento, e, come abbiamo notato, lo stipendio ai retori, se per taluno (noi conosciamo il solo Quintiliano) era già una realtà, per molti altri, era rimasto un principio teorico, di cui non s’era mai fatta la pratica applicazione. Se, quindi, i maestri nelle condizioni di Quintiliano conservarono, anche sotto Nerva, il loro antico stipendio, tutto ciò non costituì menomamente un impegno verso i futuri retori non stipendiati, e l’assenza di ogni notizia su persone, che in questo tempo si trovino in tale condizione, anzi di ogni notizia in proposito, riesce — lo ripetiamo — gravemente decisiva.

Del resto, non poteva avvenire diversamente. Inteso in una forma più estensiva, il mantenimento dei privilegi accordati si sarebbe tradotto nell’irrigidimento del governo di ciascun imperatore entro lo schema tracciato dai predecessori. Anche i delatori ufficiali ed ufficiosi, privilegiati da Domiziano, subiranno un trattamento opposto sotto Nerva e Traiano, e quest’ultimo, con precauzione voluta, non confermerà nè esplicitamente, nè sempre, in tutti i loro particolari, i beneficii, privati e pubblici, conferiti dai predecessori[274]. Ed invero, potevano i principi rispettare gli interessi personali e i diritti in godimento dei beneficati dai loro predecessori; ma, qualora non lo avessero creduto, non era punto ragionevole che continuassero ad applicare a nuove persone i vecchi beneficii.

Siamo quindi sicuri che nuovi conferimenti di stipendio a retori o a grammatici, sotto i primi imperatori così detti senatorii, non ne avvennero. Rimasero però in vigore quelle esenzioni dai pubblici carichi a retori, grammatici, filosofi, medici, che datavano da molti anni più innanzi?

Un rescritto di Traiano riguarda precisamente una questione del genere. Un Flavio Archippo aveva chiesto di essere dispensato del sedere giudice in grazia della sua qualità di filosofo, e aveva anche allegato un editto e un’epistola di Nerva, che, a suo parere, gliene confermavano il diritto. Taluno avea invece osservato che egli, non che dispensato, doveva essere escluso dal numero dei giudici e sottoposto all’espiazione di una condanna precedentemente riportata[275]. L’editto o l’epistola, di Nerva, trattandosi questa volta di un diritto acquisito, indurrebbero nella persuasione del mantenimento di quelle tali immunità, che Vespasiano per ultimo aveva così solennemente ripetute, ma il rescritto di Traiano sorvola su codesto punto. Flavio Archippo — esso lascia intendere — può, per mera opportunità, non essere costretto ad espiare la sua condanna. Se debba però essere esentato dal suo obbligo di giudicante, non dice; e, quel che più monta, anche il governatore, che l’aveva interpellato, rimane esitante.[276]

Probabilmente, anche a tale proposito, Traiano non aveva voluto impegnarsi con formule generiche, e aveva al solito preferito che, tacitamente, se un diritto acquisito esisteva, i suoi sudditi, medici, grammatici, oratori, filosofi, continuassero a goderne. Per sentire invece ripetere esplicitamente qualcuna di codeste esenzioni, bisognerà che la reazione passi e che si giunga ad Adriano.

II.

Viceversa, segni di esplicita reazione ci vengono, col governo di Traiano, segnalati nei due campi della istruzione pubblica, dove più s’era industriata l’attività dell’ultimo dei Flavii: l’istruzione fisica su modello greco e l’istruzione musicale.

È lo stesso Plinio il Giovane ad avvisarcene. In una sua lettera egli riferisce le vicende di una seduta del Consiglio della corona, nella quale si era discusso della soppressione o meno di un agon gymnicus a Vienne, nella Gallia. Nel Consiglio si erano scontrate le due tendenze del tempo: la conservatrice e la novatrice. Al momento dei voti, uno dei consiglieri aveva dichiarato di votare contro il concorso ginnastico in discussione, e protestato altresì contro la tolleranza di simili spettacoli a Roma. A consiglio finito, l’imperatore pronuncia la reclamata soppressione a Vienne[277].

Rispettivamente, nel suo Panegirico di Traiano, Plinio accenna alla soppressione in Roma, per ordine imperiale, delle pantomime in pubblico pur consentite da Nerva. Evidentemente, l’imperatore avea ceduto agli attacchi della parte più conservatrice della cittadinanza romana, che accusava quegli spettacoli di effeminatezza e di sconvenienza[278].

Contraddice a tutto questo la fugace notizia, che ci viene da un più tardo storico, della costruzione in Roma, ordinata dall’imperatore, di un Gymnasium e di un Odeon?[279]. Non parrebbe; anzitutto, perchè non dovette trattarsi di una costruzione ex novo, ma di una riattazione o ricostruzione;[280] in secondo luogo, perchè il ginnasio e l’Odeon, come gli Odea e i ginnasi già costruiti, avevano un valore per sè stante di edifici pubblici, e riattarli non era soltanto un giovare all’incremento della ginnastica o della musica, ma eziandio un curare le sorti della pubblica edilizia. Per giunta, il ginnasio romano non serviva solo all’educazione e all’allenamento fisico dei cittadini romani, ma sovratutto agli esercizii degli atleti alla vigilia delle gare e dei pubblici spettacoli. Finchè questi non fossero soppressi, era risibile sopprimerne il mezzo, quasi necessario, alla celebrazione. E l’imperatore, che, per iscarso spirito di resistenza verso la nuova opinione pubblica, o per altro motivo, non giungeva fin là, non poteva esimersi dal voler preparato degnamente uno spettacolo, di cui l’ufficio, ch’egli rivestiva, faceva risalire a lui ogni responsabilità.

III.

Se non che i motivi di questa benefica reazione erano di tale natura da non impedire che Traiano continuasse la politica dei predecessori, là dove la bontà dell’opera loro era evidentissima, o dove questa non recava alcuna speciale impronta dei suoi autori. Così anche Traiano continuò ad ornare Roma di quella costellazione di pubbliche biblioteche, la quale, nonchè dell’evo antico, potrebbe tornare a vanto dell’evo moderno. Egli fondò la biblioteca Ulpia Traiana nel foro omonimo, che sopravvisse probabilmente fino all’età di Diocleziano.[281] In essa si conservava tutta la collezione dei libri così detti lintei, che pigliavan nome dalla tela di lino su cui erano scritti, e, con essa, gli elephantini, o tavolette di avorio, rilegate in volumi, le quali contenevano atti ufficiali. Ma, più notevole ancora, la sezione latina di questa biblioteca conteneva scritti giuridici di non piccolo valore: tutti gli editti fin allora promulgati[282], che formeranno il materiale, su cui verrà compilato l’Edictum perpetuum adrianeo.

Ma se fin qui l’importanza dell’opera scolastica di Nerva e di Traiano non supera quella dei predecessori, anzi ne rimane forse inferiore, un istituto affatto nuovo, di cui incalcolabili furono le conseguenze sull’incremento della istruzione e dell’educazione della gioventù, impone che si assegni ai due primi imperatori, così detti senatorii, un posto segnalato nella storia della coltura e della civiltà romana. Intendo riferirmi all’istituto dei pueri alimentarii.

IV.

Si conoscono due specie di pueri alimentarii, a seconda che si tratti di Roma, o dell’Italia e delle province.

I pueri alimentarii romani sono tutto merito di Traiano. Fino a Traiano, i fanciulli erano esclusi dalle frumentationes ordinarie,[283] il che produceva, fra le famiglie povere, gli identici effetti che oggi, in Italia, la mancanza della così detta refezione scolastica. I poveri, piuttosto che mandare i loro figliuoli a scuola, li impiegavano in qualsiasi mestiere, nominabile ed innominabile, purchè materialmente fruttifero.

Traiano inscrisse i fanciulli di origine libera — non meno di 5000 — nelle tribù, ed essi ebbero così il vantaggio di partecipare alle distribuzioni frumentarie, non che alle altre distribuzioni del tempo e di avere in parte assicurata l’alimentazione durante la loro prima età[284].

Il Panegirico di Plinio celebra l’innovazione, cogliendone appieno il grande valore sociale. «Tutti i fanciulli romani», egli esclama rivolgendosi all’imperatore, «sono stati per Tuo ordine accolti e inscritti nelle tribù. Così, fin dalla infanzia, essi, che per tal guisa hanno potuto ricevere un’educazione, sanno per prova d’avere un pubblico genitore. Crescono a Tue spese coloro che crescono per Te; nutriti da Te, pervengono all’età della milizia, e tutti debbono a Te solo quello che ciascuno dovrebbe ai suoi genitori. Tu hai fatto egregiamente, o Cesare, ad alimentare tanti fanciulli, speranze del popolo romano[285]. Essi sono allevati a spese dello Stato per esserne il sostegno in guerra, l’ornamento nella pace; ed apprendono così ad amare la patria, non solo come patria, ma come propria genitrice»[286].

Ma la liberalità e la previggenza di Traiano non sarebbero state complete se si fossero limitate a Roma. Fuori di Roma era l’Italia, era l’impero romano. Quante miserie da lenire, quante giovani vite da consacrare al bene e alla forza dello Stato! E come Traiano aveva, per Roma, curato la partecipazione dei fanciulli alle pubbliche frumentazioni, così, per l’Italia, egli, seguendo l’esempio del predecessore, istituì, dove potè, e come potè, delle vere e proprie fondazioni alimentari, destinando gli interessi di capitali, variamente investiti, al mantenimento di determinati contingenti di fanciulle e di fanciulli. Ci informano della cosa monumenti epigrafici e artistici importantissimi.[287] Sappiamo così, positivamente, di due istituzioni del genere, l’una a Velia presso Piacenza[288], l’altra, presso i Liguri Bebiani[289], a Campolattaro nel Sannio. Ma istituzioni alimentari dovettero aversi, fin da Traiano, in ogni regione d’Italia, e di esse troviamo incaricati praefecti, procuratores, quaestores e altri ufficiali minori[290].

Come sempre, l’iniziativa imperiale, esercitò una larga influenza sulla iniziativa privata. Mentre, fino a questo tempo, noi non abbiamo esempio che di una sola munificenza del genere[291], d’ora innanzi esse moltiplicano di numero e d’importanza, onde l’azione imperiale riceve largo ausilio dal concorso dell’aristocrazia dell’impero. Avremo infatti fin d’ora istituzioni alimentari private a Como,[292] a Florentia,[293] a Tarracina,[294] a Ostia,[295] a Hispalis,[296] a Sicca Veneria[297] e in molti altri luoghi.

V.

L’opera di Traiano, che, direttamente e indirettamente, ma sostanzialmente sempre, si connette con l’istruzione pubblica, è coronata da una personale sollecitudine dell’educazione della gioventù, da una personale attenzione a l’opera dei maestri.

I precettori di eloquenza e di filosofia sono tornati in onore, sono tornati nella più squisita considerazione del principe[298]. Essi trovano facile, anzi libero accesso presso di lui, così che questi, dalla sua reggia, ha, senza parere, ma pur sempre consapevolmente, la direzione spirituale della gioventù romana[299].